> >
Ecologia
Fiorenzo Facchini
Gaudium et spes, 69; Paolo VI, Le preoccupazioni
ecologiche e le esigenze del reale sviluppo, 5.6.1972, Insegnamenti
X (1972), pp. 606-610. Redemptor hominis, 15-16; Sollicitudo rei
socialis, 25-26, 39; Christifideles laici, 43; Centesimus annus,
37-38. Giovanni Paolo II: Discorso al Centro delle Nazioni Unite
per lAmbiente, Nairobi, 18.8.1985, Insegnamenti VIII,2 (1985),
pp. 477-484; Discorso al Convegno di premi Nobel organizzato dalla
Fondazione Nova Spes, 14.12.1989, Insegnamenti XII,2
(1989), pp. 1530-1534; Pace con Dio creatore, pace con tutto il
creato, 8.12.1989, Insegnamenti XII,2 (1989), pp. 1463-1473; Discorso
alla Pontificia Accademia delle Scienze, 12.3.1999, OR 13.3.1999,
p. 5.
I. Luomo e lambiente: le tematiche
di maggiore attualità - II. Alcune visioni riduttive delletica
ambientale - III. I princìpi fondanti per unetica ambientale:
oltre lecocentrismo - IV. Le riflessioni della teologia e
gli insegnamenti del magistero ecclesiale sulla questione ecologica
- V. Responsabilità e speranza per il futuro: per una cultura del
rispetto dellambiente.
Il tema dellambiente e della sua difesa è balzato alla ribalta soprattutto negli
ultimi decenni, a causa della grande accelerazione che lo sviluppo tecnologico ha subito
nei paesi industrializzati, suscitando un vivo dibattito in merito alle sue applicazioni e
al suo influsso sullequilibrio della biosfera, fino a destare alcune preoccupazioni
per la stessa sopravvivenza della specie umana sulla terra. La tematica conosciuta come
«questione ecologica» pone oggi sotto forma di problema ciò che nella seconda metà del
XIX secolo si andava lentamente scoprendo, e cioè che la terra e le specie viventi che la
popolano formano, in qualche modo, un sistema unitario, le cui parti componenti hanno
influssi le une sulle altre, secondo rapporti a volte armonici e capaci di adattamento,
altre volte conflittuali e selettivi. Il termine «ecologia» (gr. oikía, casa,
ambiente, e lógos, discorso) venne per la prima volta introdotto in campo
biologico da Ernst Heinrich Haeckel (1834-1919), come «scienza dei rapporti
dellorganismo con lambiente» (Morfologia generale degli organismi,
1866). Dunque una sorta di «economia della natura» terminologia usata già
un secolo prima da Linneo (1707-1778) avente per oggetto lo studio «delle
reciproche relazioni di tutti gli organismi viventi come riunite in un solo e medesimo
legame, il loro adattamento allambiente che li circonda, le loro trasformazioni e la
loro lotta per la sopravvivenza» (E. Haeckel, Storia della creazione, 1868).
Il vocabolo ecologia è oggi soprattutto legato a quel risveglio
delle coscienze cui stiamo assistendo ai nostri tempi in riferimento
al rapporto uomo-ambiente; una responsabilità che guarda anche alle
generazioni future, giacché il futuro dell'uomo sulla terra si lega
a un equilibrato rapporto tra le diverse componenti dell'ecosistema
cui apparteniamo. Si è così originata unampia riflessione
che investe la ricerca scientifica, la società e gli stati, la filosofia
e leconomia, ma anche il pensiero religioso e la teologia
cristiana. Fonte di precise concezioni del rapporto fra uomo e natura,
il pensiero religioso ne viene coinvolto anche per gli aspetti etici,
perché maggiormente attento al fatto che le innovazioni scientifiche
e tecnologiche si sviluppino in modo compatibile con i diritti umani
e con i valori delle culture. La tecnologia
non entra qui in gioco soltanto come strumento per lo sfruttamento
dei beni della natura, ma riguarda anche l'utilizzazione e la distribuzione
delle risorse della terra che non sono illimitate ,
nonché la possibilità, tuttaltro che remota, di condizionare
o perfino di favorire la possibilità di un sopravvento delle nazioni
ricche su quelle povere. La giustizia sociale si intreccia con la
responsabilità ecologica ( ETICA
DELLO SVILUPPO).
L'attenzione per l'ambiente è però diventata oggi per alcuni movimenti
culturali e di opinione una sorta di ideologia ed una
visione totalizzante: c'è chi ha pensato di trarre dall'ecologia
i princìpi di unetica regolativa del rapporto uomo-ambiente,
altri parlano dei diritti della natura o delle diverse
specie di animali, o dell'ecosistema nel suo insieme. Il problema
morale esiste, ma va affrontato nel quadro di una visione unitaria
dell'etica, che non può derivare i propri princìpi dagli ambiti
ai quali dovrebbe essere applicata. Dai diversi ambiti possono emergere
istanze o esigenze valoriali, che vanno considerate e tutelate in
una visione generale dell'uomo e della natura non limitata al presente,
ma attenta alle generazioni future, la cui vita dipende dalle scelte
operate nel presente. Tale stato di cose può essere paradigmaticamente
rappresentato dal passaggio del termine ecologia dal campo della
biologia a quello della bioetica.
I. Luomo e lambiente: le tematiche di maggiore attualità
1. La novità del problema: linterazione dinamica fra luomo
e lambiente. La nozione di «sistema», che ha trovato applicazione
in tanti campi del sapere (biologico, antropologico, sociologico,
urbanistico, ecc.), è alla base dell'ecologia. Nell'approccio sistemico
viene messa in primo piano l'unità, che lega le parti, per coglierne
la diversità. In questo approccio il rapporto uomo-ambiente viene
visto in una visione unitaria e l'ambiente viene inteso come sistema
di rapporti fra le diverse componenti biotiche e abiotiche di cui
pure l'uomo fa parte. L'ecologia diventa un nuovo modo di vedere
il mondo (cfr. Deléange, 1994). È questa l'idea fondamentale che
soggiace all'ecologia. Tuttavia, la parte che l'uomo può svolgere
nell'ecosistema è molto diversa da quella delle altre specie viventi.
La possibilità di intervenire in modo intenzionale e cosciente sull'ambiente,
cioè la cultura o attitudine culturale, conferisce all'uomo una
peculiarità e una responsabilità che lo differenziano da qualunque
altra specie. L'uomo ha infatti la capacità di gestire l'ambiente
naturale, che può dipendere anche dalle sue scelte. I processi di
adattamento nella specie umana non sono soltanto fisiologici o genetici,
ma anche culturali, per cui l'habitat terrestre diventa ecumenico
per l'uomo e questi ha la possibilità di influenzarlo in modo determinante
per il futuro della sua e delle altre specie.
Sebbene questo particolare rapporto dell'uomo con l'ambiente si sia
affermato in modo più forte nella storia recente, fin dagli inizi
dell'umanità la competizione della specie umana con l'ambiente non
si è realizzata, come per le altre specie, solamente con i geni
e i comportamenti fissati dal DNA o dallimprinting,
bensì mediante la cultura. Se gli uomini sono sopravvissuti
ai rigori del clima o agli assalti dei predatori, mentre altre specie,
come gli australopiteci, hanno dovuto soccombere, è stato grazie
agli accorgimenti culturali, in particolare alla tecnologia abitativa,
strumentale e alimentare ( UOMO, IDENTITÀ BIOLOGICA E
CULTURALE, II-III). La capacità progettuale e la comunicazione simbolica,
specialmente attraverso il linguaggio, sono espressioni della cultura
e, pur essendo fattori extrasomatici, sono intervenuti nel rapporto
con l'ambiente e hanno consentito un successo evolutivo alla specie
umana. La cultura è stata dunque essenziale per la sopravvivenza
dell'uomo.
Nei lunghi tempi del Paleolitico il tipo di rapporto realizzato con l'economia di
caccia e raccolta non ha rappresentato un fattore sconvolgente per l'ambiente naturale,
sia per la scarsa densità di popolazione, segnata anche da una forte selezione per
l'elevata mortalità, sia per l'ampia disponibilità delle risorse. Si realizzava un
sostanziale equilibrio, una competizione bilanciata tra uomo e natura, anche se
accompagnata dal sacrificio di molte vite umane in fase di crescita. Nel Neolitico (età
della pietra recente, fra il IX ed il IV millennio a.C.), con il passaggio all'agricoltura
e all'allevamento, il rapporto cambiò, perché si passò allo sfruttamento intensivo
della natura (disboscamento, pascoli, ecc.) anche a scapito di altre componenti
dell'ecosistema. Si crearono squilibri nella flora e nella fauna, pur conservandosi alcuni
importanti meccanismi omeostatici, come i processi di biodegradazione. Nell'epoca moderna,
con lo sviluppo industriale, il rapporto dell'uomo con l'ambiente si è fatto critico.
L'invenzione e l'uso della macchina, la meccanizzazione dell'agricoltura e l'uso delle
biotecnologie (fertilizzanti chimici, pesticidi, ecc.), oltre a richiedere un largo
consumo di energie non rinnovabili (carbone, petrolio), producono come effetti collaterali
l'inquinamento dell'ambiente (terrestre, atmosferico, acquatico).
Nella situazione attuale alcuni aspetti rendono particolarmente
emergente il problema: l'accelerazione delle innovazioni tecnologiche
e la loro facile estensione su scala mondiale, le ripercussioni
degli effetti dannosi in territori anche lontani, le possibili conseguenze
per le future generazioni. Nel rapporto Popolazione e risorse
della Pontificia Accademia delle Scienze (1991) si
osserva: «nel secolo XX le trasformazioni si sono accelerate a ritmi
sempre più rapidi. Per la prima volta i cambiamenti globali sono
diventati più brevi della vita di un uomo e anche dell'intervallo
tra due generazioni [...]. E le conseguenze di quello che facciamo
oggi possono farsi sentire per tempi lunghissimi». Il degrado ambientale,
recando squilibri nell'ecosistema, può rendere problematica e critica
la vita dell'uomo e la stessa sopravvivenza della sua specie. Le
implicazioni etiche si connettono, oltre che al possibile uso irrazionale
delle risorse, a una cultura dell'ambiente, cioè a una
mentalità che ne ispiri rapporti corretti e responsabili. Giustamente
è stato osservato che la crisi ecologica, conseguenza di un cattivo
rapporto dell'uomo con l'ambiente, è prima di tutto una crisi di
cultura (cfr. White, 1967), una crisi della concezione di vita,
del modo con cui l'uomo vive il suo rapporto con la natura e con
i suoi simili, caratterizzato finora da un atteggiamento di dominio-sfruttamento
delle risorse della natura. Occorre pertanto sviluppare una coscienza
comune e un'educazione al senso di responsabilità verso le future
generazioni. Queste esigenze rientrano nel campo dell'etica che
preferiamo qui chiamare «etica dell'ambiente o ambientale», anziché
«etica ambientalista», in sintonia con quanto si legge nell'importante
documento del Comitato Nazionale per la Bioetica, Bioetica e
ambiente (1995). L'etica ambientale rientra dunque nella bioetica,
perché riguarda la vita e la condotta dell'uomo in ordine all'ambiente
naturale e umano.
2. I principali temi su cui concentrare particolarmente lattenzione
al presente. In ordine alle future generazioni, taluni fenomeni
derivanti dalle odierne scelte dell'uomo assumono grande rilevanza.
Vogliamo qui brevemente richiamarne alcuni fra i più importanti.
Il primo di essi riguarda certamente il deterioramento dell'ambiente. Tanto
l'ambiente fisico come quello biologico stanno subendo un forte deterioramento per gli
interventi messi in atto dall'uomo. Ogni anno si estinguono migliaia di specie animali e
vegetali, specialmente a causa della deforestazione. Questo impoverimento della
biodiversità è una perdita per l'ecosistema e rompe gli equilibri esistenti tra le
diverse componenti con conseguenze che non possiamo prevedere in tutte le loro
implicazioni. Le cause e gli effetti della contaminazione atmosferica sono però ben noti.
La combustione dei carboni fossili e del petrolio, che si accompagna allo sviluppo
industriale moderno, porta all'aumento di anidride carbonica nell'atmosfera. A ciò si
lega il cosiddetto «effetto serra», per la capacità dell'anidride carbonica di
assorbire e trattenere le radiazioni infrarosse, per cui si ha un surriscaldamento della
superficie terrestre. Si deve poi ricordare limmissione di metano e
clorofluorocarburi che si formano con l'uso delle moderne apparecchiature industriali, di
elettrodomestici e di prodotti voluttuari in commercio, che determinano una riduzione
dell'ozono negli strati alti dell'atmosfera comunemente nota come il «buco di
ozono» e quindi della sua funzione protettiva dai raggi ultravioletti di
origine solare.
Linquinamento delle acque, soprattutto per l'uso di fertilizzanti e di pesticidi,
ha portato all'ipertrofizzazione dei mari e a squilibri nella catena alimentare nei laghi
e nei mari chiusi (alcuni, come il lago di Aral, vengono considerati biologicamente
morti), mentre l'aumento del biossido di zolfo nell'atmosfera, unito ad altri
composti, ha dato luogo al fenomeno delle piogge acide, gravemente dannose alla
vegetazione, alla fauna e anche agli edifici. Non meno preoccupante è l'inquinamento
determinato da agenti chimici mutageni e/o cancerogeni, derivanti sia da prodotti di
combustione, sia dall'uso di additivi alimentari e di cosmetici, sia dalle radiazioni
conseguenti a esplosioni nucleari che, fino a qualche anno fa, si sono avute in alcune
regioni dell'America, della Polinesia e dell'Asia centrale. Pur mancando precisi dati
epidemiologici, se ne conoscono alcuni effetti a livello genetico e cromosomico, oltre al
corrispondente aumento dei tumori. Si tratta di un potenziale dagli effetti non
prevedibili, in quanto possono manifestarsi anche a distanza di tempo.
Un secondo elemento di preoccupazione è costituito dal rapido sviluppo delle
biotecnologie. Anche questo sviluppo comporta non pochi rischi per l'uomo di oggi e
per le future generazioni, e non soltanto per l'inquinamento ambientale. L'indiscriminato
ricorso allingegneria genetica nel campo dell'agricoltura e della microbiologia può
avere conseguenze nella formazione di organismi transgenici e di nuovi ceppi di virus non
controllabili, che potrebbero turbare l'equilibrio del nostro ecosistema. Né possono
essere ignorate le potenzialità di modificare il genoma umano anche su larga scala o di
intervenire con la selezione di esseri umani forniti di particolari qualità, ad esempio
mediante il ricorso alla clonazione.
Siamo inoltre di fronte ad un impoverimento delle risorse naturali. Esso è
specialmente grave per quelle risorse non rinnovabili, come lo sono il petrolio e i
carboni fossili, divenendo un ulteriore motivo di preoccupazione per il futuro. Nei paesi
industrializzati aumenta continuamente il consumo di energia, anche se va ugualmente
considerato che vanno estendendosi tecnologie avanzate e meno inquinanti. Il consumo
crescente è dovuto in parte alla soddisfazione di bisogni non più legati alla
sussistenza, ma di tipo produttivo o voluttuario. Per questa ragione l'attuale fase del
rapporto con l'ambiente viene chiamata «fase ad alta energia», perché caratterizzata da
un elevato consumo di energia extrasomatica e quindi da un notevole incremento del
tecnometabolismo.
Un discorso a parte merita infine un ulteriore tema oggi comunemente
legato alla preoccupazione ecologica: quello rappresentato dallo
sviluppo demografico della popolazione umana ( DEMOGRAFIA).
Le estrapolazioni medie prevedono per il 2020 una popolazione mondiale
poco superiore agli 8 miliardi di abitanti. L'incremento di circa
due miliardi rispetto alla popolazione attuale (stimata nel 2000
attorno ai 6 miliardi) interesserebbe per circa il 95% i Paesi in
via di sviluppo e dovrebbe concentrarsi per quasi 3 miliardi nelle
aree urbane, specialmente nelle grandi città dei Paesi in via di
sviluppo. L'urbanizzazione, con la migrazione di gruppi umani da
aree rurali alla città, comporta una serie di stress da vari
punti di vista (fisiologico, psicologico, sociale, stile di vita),
oltre che un rischio per l'inquinamento dell'ambiente, specialmente
se l'immigrazione dovesse avvenire in modo del tutto incontrollato.
Il panorama si presenta però complesso. Ad un aumento demografico,
dovuto essenzialmente alla diminuzione della mortalità nell'infanzia
e in età adulta, si affianca la diminuzione della natalità soprattutto
nei paesi più industrializzati, secondo una fase di transizione
demografica che, dai paesi europei, si estenderà ai paesi
in via di sviluppo. Oggi le situazioni appaiono molto diversificate.
Vi sono paesi con forte incremento demografico e paesi caratterizzati
da un notevole calo demografico. In questi ultimi è fortemente diminuito
il tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) ed è aumentata
sensibilmente la speranza di vita (o vita media alla nascita). Nei
paesi europei l'allungamento della vita sarà accompagnato da un
processo di invecchiamento nella popolazione. Se a ciò si aggiunge
la diminuzione delle nascite, sono prevedibili squilibri nella struttura
della popolazione con possibili ripercussioni sul piano riproduttivo
oltre che assistenziale, e anche conflitti generazionali nella ripartizione
delle risorse. Sempre per lEuropa un elemento di notevole
importanza per il futuro è rappresentato dal crescente fenomeno
migratorio specialmente di extracomunitari, le cui ripercussioni
riguardano lassetto demografico e i vari campi della vita
sociale.
Dal punto di vista del rapporto fra luomo e lambiente,
il tema demografico si presenta però con dei caratteri certamente
originali. Sarebbe riduttivo e scientificamente inesatto considerare
laumento di popolazione semplicemente una fonte di inquinamento
o un mero elemento di squilibrio territoriale, anche se questi fattori
non vi sono certo estranei. Lo sviluppo della popolazione è anche
fonte di risorse e di potenzialità che possono interagire costruttivamente
ed in modo creativo con lambiente, purché esse siano orientate
in modo organico ed illuminato, in accordo con quel produrre
cultura che ha garantito fin dallinizio la sopravvivenza
e ladattamento della specie umana. Ma per questo occorre una
responsabilità di respiro planetario, globale ( ETICA
DELLO SVILUPPO, III-IV). Allinterno della scienza demografica
e dunque come contributo alla peculiarità di tutta la
tematica vanno poi tenute presenti sia la difficoltà
del computo delle proiezioni (cfr. Myers e Simon, 1994), sia la
pluralità di correnti di pensiero demografico, il cui rapporto con
i dati non è sempre obiettivo, condizionandone la loro interpretazione
e le misure da adottare ( DEMOGRAFIA, II.6 e IV.3).
II. Alcune visioni riduttive delletica ambientale
Può ritenersi ormai superata la concezione del rapporto uomo-ambiente
ispirata all'idea di dominio-sfruttamento ( NATURA, VII.1),
mentre esistono diverse posizioni nel campo dell'etica ambientale.
Un modello abbastanza diffuso si fonda sul rispetto della
biosfera, nel senso che i valori da perseguire, e quindi ciò
che è bene o male, vengono individuati in base all'utilità e alle
esigenze dellecosistema. Sarebbe la natura stessa, nelle esigenze
connesse con le dinamiche dei suoi equilibri, la sorgente dei valori
morali. A questo modello si è ispirato R. van Potter che per primo,
nel 1971, introdusse il termine di «bioetica» con specifico riferimento
al problema della sopravvivenza della specie. Egli infatti, seguito
da molti zoologi e antropologi, sostiene che lo scopo dell'etica
va visto nel definire modelli di comportamento che assicurino la
sopravvivenza della specie, in modo cioè da evitare quanto durante
l'evoluzione come osservato da Dobzhansky (1958)
è avvenuto per molte specie, vale a dire la loro estinzione, dovuta
alle scelte fatali operate dalla selezione naturale.
Effettivamente, considerando le cose da un punto di vista prettamente biologico, la
possibilità dell'estinzione della specie umana esiste, ma è ragionevole ritenere che
essa può essere evitata proprio mediante la cultura, che svolge una mediazione tra l'uomo
e l'ambiente: la cultura tende ad adattare intenzionalmente l'ambiente all'uomo e non
soltanto l'uomo all'ambiente. Essa entra infatti nel processo di adattamento genotipico e
fenotipico dell'uomo attraverso uninterazione tra la specie e il suo habitat.
La cultura rappresenta per luomo una vera strategia adattativa e può
essere vista come ciò che rappresenta emblematicamente la sua più fondamentale «nicchia
ecologica». Ma nel pensiero di von Potter i valori della cultura si inquadrano in
un'etica naturalistica. Secondo questo studioso, lo scopo della bioetica globale sarebbe
quello di reclutare dei veri credenti che sappiano tradurre un bisogno futuro
in un cambiamento culturale attuale, che possano influenzare governi, localmente e
globalmente, per raggiungere un controllo mirato e adeguato della fertilità umana e la
conservazione e il ripristino dell'ambiente naturale. In questa visione è l'esigenza
della conservazione del sistema a giustificare le scelte dal punto di vista etico, senza
che si debba badare alla eticità intrinseca delle stesse.
In accordo con questa linea appare la concezione naturalistica della bioetica globale
sostenuta da Brunetto Chiarelli (cfr. Bioetica globale, Firenze 1993), secondo il
quale la bioetica dovrebbe proporsi «la conservazione del DNA tipico della specie e il
mantenimento della sua variabilità intraspecifica». Tale principio varrebbe per tutte le
specie, uomo compreso. In questo caso, però, le scelte operate dal comportamento
dell'uomo assumono rilevanza in forza della cultura che interagisce con l'ambiente nella
conservazione del DNA. Diventa positiva una scelta che interagisce favorevolmente. «Come
per le popolazioni animali anche per l'uomo linterazione tra l'ambiente e i suoi
utilizzatori produce norme che caratterizzano il comportamento storicizzato (la morale,
costumi) e che ne caratterizzano e facilitano la sua sopravvivenza». In questa linea
anche laborto, come mezzo per la regolazione delle nascite, può secondo tale autore
diventare lecito. Nella sua visione, antropologicamente assai riduttiva, non viene quindi
attribuita alcuna rilevanza specifica alla persona umana: tutto può essere sacrificato
alle superiori esigenze dell'ecosistema. L'eticità viene così a dipendere esclusivamente
da un fine la conservazione dellecosistema stesso che può
giustificare qualunque mezzo.
Si tratta, a nostro modo di vedere, di un'etica globale, ma ecocentrica.
La sua globalità, che pure potrebbe avere una sua importanza, viene
ad essere a scapito della persona. La natura viene posta al di sopra
della persona, come nelle concezioni totalitarie della società,
in cui l'individuo è sacrificato sull'altare della collettività.
In una visione squisitamente ecocentrica, senza troppe preoccupazioni
per il comportamento umano, si potrebbe forse collocare anche «l'ipotesi
Gaia» proposta da Lovelock (1991). Egli considera la terra come
un unico sistema, anzi come un organismo vivente che ha in sé le
capacità di autoregolazione, o capacità omeostatiche, in grado di
far fronte all'aggressione di agenti esterni ( GEOLOGIA,
VII; LEGGI NATURALI, IV.4). Tra questi comportamenti aggressivi
può essere annoverato anche il comportamento dell'uomo, di cui tuttavia
non ci si dovrebbe preoccupare troppo, sempre secondo tale autore.
Quel che conta è la salute del pianeta, non delle singole specie
di organismi. Si deve permettere alla natura di seguire il suo corso.
Ogni specie che danneggia l'ambiente rischia l'estinzione, ma la
vita, quella, continua. Gaia continuerà anche se l'uomo scomparirà,
nel senso che si realizzeranno in questa eventualità nuovi equilibri.
In questo caso non è la sopravvivenza della specie il criterio di
eticità, ma la vita di Gaia.
In generale, queste visioni dell'etica appaiono chiaramente riduttive.
La sopravvivenza delle specie (uomo compreso) è certamente da considerarsi
uno degli aspetti e dei valori dell'etica, ma essa deve invece inquadrarsi,
ed acquista significato, in una visione antropologica più ampia,
che abbia al centro l'uomo, ogni uomo, quelli di oggi e quelli del
futuro. La conservazione dell'ambiente è un valore essenziale per
la vita dell'uomo, ma rimane nell'ordine dei mezzi o, se si vuole,
come un fine intermedio orientato all'uomo. La sopravvivenza della
specie va vista come conseguenza del rispetto per l'uomo e per la
natura, più che come un principio fondante la moralità del comportamento
umano: diversamente, l'uomo diventa uno strumento per la natura,
impersonalmente intesa, e perde la sua ragione di fine. La sopravvivenza
della specie, in quanto tale, non può rappresentare il fine ultimo
della vita umana sulla terra, l'altare su cui deve essere sacrificato
tutto, anche il bene della singola persona. Essa deve piuttosto
essere vista come un bene da raggiungere attraverso comportamenti
moralmente responsabili del singolo e della collettività, e rispettosi
della vita di ogni essere umano, certamente depositaria, anche a
livello fenomenologico, di una singolarità e di una trascendenza
rispetto alla natura ( VITA, II).
III. I princìpi fondanti per unetica ambientale: oltre lecocentrismo
È stato giustamente osservato che: «L'etica ambientale deve trarre
profitto da contributi filosofici, ma deve basarsi su una profonda
conoscenza scientifica dei sistemi ambientali e sulla coscienza
e responsabilità dell'uomo nella gestione dell'ambiente» (Marini-Bettòlo
e Moroni, 1989, p.114). Un coerente approccio ai princìpi di unetica
dellambiente, inteso come sistema di rapporti in cui interagiscono
le diverse componenti, deve nel contempo fondarsi sulla specificità
di ognuna di esse; deve quindi costruirsi tenendo pure conto che
l'uomo è il naturale gestore, oltre che fruitore,
dell'ambiente. Soltanto in una visione che combina insieme le esigenze
dell'uomo e quelle dell'ecosistema finalizzato all'uomo possiamo
trovare dei soddisfacenti princìpi di orientamento. Essi dovranno
basarsi sulla centralità dell'uomo, sulla sua interdipendenza con
i suoi simili e con la natura nel suo insieme, sulla legittima volontà
di accrescere la qualità della sua vita e quella dell'ambiente,
misurate non solo sulloggi ma anche su quanto trasmetteremo
alle future generazioni.
Alcuni parlano di diritti di tutti gli esseri viventi, o della natura
non umana, o più in generale dell'ecosistema: tale linguaggio ci
sembra tuttavia improprio ( ETICA DELLO SVILUPPO, IV.2).
A parte il fatto che diritti e doveri dovrebbero essere sempre correlativi,
«non è necessario è stato giustamente osservato
riconoscere diritti alla natura per sviluppare forme adeguate di
tutela di essa» (Comitato Nazionale per la Bioetica, 1995). Altrettanto
dicasi per l'ecosistema. Si deve invece parlare di diritti e di
doveri dell'uomo nei confronti della natura non umana: diritti a
utilizzarne i beni e doveri di salvaguardarne gli equilibri e le
dinamiche, per un vantaggio che, in ultima analisi, è dell'uomo
stesso. Ciò non è riduttivo o penalizzante nei confronti della natura,
in quanto nel riconoscerla finalizzata alluomo si sta affermando
che le dinamiche e gli equilibri che le sono propri saranno anche
quelli che, sapientemente amministrati, assicureranno alluomo
la sua sopravvivenza ed il suo sviluppo. Pensare diversamente vorrebbe
dire pensare ad una centralità delluomo come ad una presenza
stabile nei confronti di una natura mutevole, cosa evidentemente
contraddittoria. Si deve cercare, in sostanza, utilizzando le parole
del citato documento Bioetica e ambiente, «una possibile
coincidenza tra l'interesse dell'uomo e quello della natura non
umana» (ibidem). Visto secondo unaltra prospettiva,
ciò equivale anche ad affermare che la qualità della vita umana
e la qualità dellambiente sono strettamente legate e interdipendenti:
non si dà buona qualità della vita senza una buona qualità dell'ambiente,
ma la ricerca di una qualità dellambiente non avrebbe senso
se non si assicurasse una elevata qualità della vita.
Dal punto di vista del diritto o dei diritti,
occorrerà allora precisare che si potrà parlare di diritti
della natura quando nella natura si include l'uomo, con la
sua capacità di dare ad essa senso compiuto (cfr. DAgostino,
1992). Tale visione è in fondo coerente con il più comune quadro
interpretativo della cosmologia contemporanea, che vede la natura
non come qualcosa di statico, bensì come un processo dinamico
in continua trasformazione, in forte sintonia con la presenza della
vita e delluomo, una natura nella quale l'opera dell'uomo
viene ad inserirsi quasi dando un senso a questo movimento ascensionale
( ANTROPICO, PRINCIPIO): se la natura è divenuta storia,
è perché questultima è vissuta e costruita dall'uomo, al di
là degli accadimenti necessari o degli eventi accidentali che si
danno in essa.
Fra i princìpi fondanti di unetica ambientale vogliamo dunque porre in primo
luogo la centralità delluomo. Il valore fondamentale dell'etica cioè
il rispetto della dignità e dei diritti dell'uomo vale anche per l'etica
dell'ambiente. Occorre dunque educare al rispetto della natura educando al rispetto della
vita dell'uomo, di ogni uomo, di tutto l'uomo a prescindere dalletà, etnia, gruppo
sociale o produttività economica. Nelle conclusioni di un convegno di premi Nobel
promosso dalla Fondazione Nova Spes nel 1989 si osservava: «L'educazione a
rispettare gli umani nostri vicini e l'educazione a rispettare la natura costituiscono un
unico e medesimo dovere. Questo dovere include il nostro rapporto con le future
generazioni, il cui benessere e forse l'esistenza potrebbe essere messa in pericolo dal
nostro modo di comportarci verso l'ambiente» (Blasi e Zamagni, 1991). Nella dichiarazione
per un'etica mondiale approvata dal Parlamento delle religioni mondiali, tenutosi a
Chicago nel 1993, si sostiene: «la piena realizzazione dell'inviolabilità della persona
umana, della libertà inalienabile, della fondamentale uguaglianza e della necessaria
solidarietà e reciproca dipendenza tra tutti gli uomini» (cfr. Küng e Kuschel, Per
unetica mondiale, Milano 1995).
Deve essere inoltre affermata, insieme con la dignità di ogni uomo, la destinazione
universale dei beni della natura, i quali, peraltro, non sono illimitati. Ciò comporta la
ricerca di stili di vita che favoriscano la qualità piuttosto che la quantità dei beni
posseduti. Inoltre va tenuto presente il rapporto tra bene individuale e bene comune:
sebbene «la biosfera non sia un bene assolutamente trascendente, essa rappresenta non di
meno un bene personale e comune che trascende il proprio interesse e gli interessi di una
data generazione. Così, nel definire le relazioni di una persona con l'ambiente, inteso
come un bene comune, dovrebbe essere evitata ogni forma di individualismo e
collettivismo» (Przewozny, 1991). Ma la centralità dell'uomo va vista e perseguita in
una visione globale del cosmo: cè una vera interdipendenza, una reale solidarietà
dell'uomo con il cosmo e dell'uomo con i suoi simili. Nella citata dichiarazione del
Parlamento delle religioni mondiali si legge: «In quanto uomini, noi abbiamo una
particolare responsabilità anche in vista delle future generazioni nei confronti del
pianeta Terra e del cosmo, dell'aria, dell'acqua e del suolo. In questo cosmo siamo legati
gli uni agli altri e dipendiamo gli uni dagli altri. Ognuno di noi dipende dal bene della
totalità. Si deve perciò dire che, invece di propagare il dominio dell'uomo sulla natura
e sul cosmo, bisogna coltivare la comunione con la natura e con il cosmo».
Ma la solidarietà non riguarda solo i rapporti delluomo con
i propri simili oggi viventi, bensì, come abbiamo già più volte
ricordato, anche la responsabilità che possediamo nei confronti
delle generazioni future. Il diritto allambiente va riconosciuto
alla famiglia umana in quanto tale, agli uomini di oggi come a quelli
di domani. Va così richiamato il concetto di «sviluppo sostenibile»,
il cui senso originario è la soluzione di un «problema di efficienza
intergenerazionale che permetta di garantire le opportunità delle
generazioni future senza che siano danneggiate quelle presenti»
(Comitato Nazionale per la Bioetica, 1995). Una soluzione che va
cercata facendo appello alla ricerca, allo studio, alle risorse
culturali e scientifiche del genere umano, affrontando il problema
con spirito di rispetto e di collaborazione internazionale, senza
scegliere strade pragmaticamente più facili, ma penalizzanti per
luomo, o per determinati popoli o fasce sociali. La gestione
dellambiente, in sostanza, non rappresenta un interesse privato.
Suggerisce Jonas (1991), sostenitore delletica della responsabilità:
«agisci in modo tale che gli effetti delle tue azioni siano compatibili
con la continuazione di una vita autenticamente umana».
IV. Le riflessioni della teologia e gli insegnamenti del magistero
ecclesiale sulla questione ecologica
Il creato ed i rapporti fra luomo e la natura appartengono
a pieno titolo alla riflessione teologica, che trova ampi riferimenti
nel dato biblico ( CREAZIONE, II; NATURA, III-IV). Non
sorprende pertanto che anche la teologia abbia dedicato, negli ultimi
decenni, un crescente interesse alla questione ecologica
(recenti visioni di insieme in Ancona, 1997; Tallacchini, 1999;
Morandini, 1999). Anche il magistero ecclesiale, sia a livello di
dichiarazioni di Vescovi cattolici, sia attraverso opportuni documenti
del Romano Pontefice, ha rivolto al tema una particolare attenzione
che va ben al di là del discorso di circostanza. Già nel 1980 la
Conferenza Episcopale tedesca aveva dedicato allecologia un
importante documento dal titolo Futuro della creazione, futuro
dellumanità. Lodierno Catechismo della Chiesa Cattolica
offre una sintetica ma significativa presentazione del tema: «Il
settimo comandamento esige il rispetto dellintegrità delle
creazione. Gli animali, come le piante e gli esseri inanimati, sono
naturalmente destinati al bene comune dellumanità passata,
presente e futura (cfr. Gen 1,28-31). Luso delle risorse
minerali, vegetali e animali delluniverso non può essere separato
dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati
e sugli altri viventi accordata dal Creatore alluomo non è
assoluta; deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità della
vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; esige
un religioso rispetto dellintegrità della creazione» (CCC
2415).
Va ricordato che alcuni autori del Novecento, fra i quali Max Weber
e Martin Heidegger, hanno ascritto al cristianesimo la responsabilità
di aver instaurato un nuovo rapporto con la natura la quale, desacralizzata
dalle sue prerogative divine, sarebbe divenuta, secondo il comando
biblico di «dominare la terra», oggetto della manipolazione e dello
sfruttamento da parte delluomo. Le religioni orientali, al
contrario, tradizionalmente inclini a una visione unitaria fra uomo
e natura, avrebbero invece favorito quel rispetto per lambiente
che la cultura occidentale, figlia del pensiero cristiano, non ha
saputo più tributargli. La tematica, che rientra nella spiegazione
di cosa il cristianesimo intenda per autonomia delle realtà
create ( AUTONOMIA, II-III), non si presta però
a sintesi semplicistiche. Il significato dei passi biblici di «soggiogare
e dominare la terra» (Gen 1,28) o di «coltivare e custodire»
il giardino dellEden (Gen 2,15), non è quello di un
dominio dispotico, ma di una signoria finalizzata a dar gloria al
Creatore, e quindi nel pieno rispetto della ricchezza delle forme
della creazione. Una delle radici del termine «dominare» (eb. radah)
vuol dire prendere possesso di un territorio come il pastore prende
possesso di un pascolo, e dunque contiene lidea di guidare
e di pascolare; anche il termine «custodire» (eb. samar)
non indica una consegna estrinseca, ma un «proteggere, tenere in
serbo un bene», un «aver cura con responsabilità» (cfr. Sauer, 1982),
come si custodisce la legge di Dio nel proprio cuore (cfr. Dt
4,9) o la propria anima (cfr. Prv 13,3; 16,17). È significativo
che, una volta ceduto al peccato, Caino non si riconosca più «custode
di suo fratello» (Gen 4,9). Accanto a ciò non va dimenticato
che latteggiamento di dominio e di controllo della natura
prende il suo avvio nellepoca moderna, soprattutto con Francesco
Bacone (1561-1626) e poi con Cartesio (1596-1650), in un clima filosofico
che si è già distanziato dalloriginaria visione cristiana
dei rapporti fra Dio e il mondo.
Numerose sono state le riflessioni di Giovanni Paolo II sullecologia
e sulla responsabilità per lambiente, spesso proposte con
insegnamenti precisi ed autorevoli. Nel documento Christifideles
laici (1988) egli si esprime in questi termini: «Certamente
l'uomo ha ricevuto da Dio stesso il compito di dominare le
cose create e di coltivare il giardino del mondo; ma è un
compito, questo, che l'uomo deve assolvere nel rispetto dell'immagine
divina ricevuta, e quindi con intelligenza e con amore; egli deve
sentirsi responsabile dei doni che Dio gli ha elargito e continuamente
gli elargisce. L'uomo ha fra le mani un dono che deve passare e,
se possibile, essere persino migliorato alle generazioni
future» (n. 43). Se luomo deve alla propria identità culturale,
oltre che biologica (ciò che abbiamo prima chiamato la sua specifica
«nicchia ecologica», vedi supra, II), il merito di avergli
assicurato ladattamento allambiente e dellambiente
a lui, e con esso la sua sopravvivenza, è altresì vero che il suo
essere culturale è in fondo proprio parte di quell«immagine
divina nelluomo» di cui la rivelazione biblica ci parla. La
sua identità biologica e culturale rimanda pertanto alla sua piena
identità secondo il disegno di Dio, quella di un essere personale
creato a Sua immagine e somiglianza ( VITA, IV).
Lattenzione per lecologia sarà presente anche in importanti encicliche
sociali quali Sollicitudo rei socialis (1987) e Centesimus annus (1991). Un
riepilogo organico dei più importanti princìpi teologici di una retta ecologia è però
quello contenuto nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 1990, Pace con
Dio creatore e pace con tutto il creato (8.12.1989). I punti sui quali maggiormente
insiste il messaggio sono, assai schematicamente, i seguenti. In primo luogo, il
problema ecologico deve essere visto come un problema etico-morale e non può
essere risolto solamente con strumenti legislativi (cfr. nn. 13, 15). Occorre in esso
evitare due opposti estremismi: quello dell'individualismo egoista ed irresponsabile e
quello di un naturismo immanente dove il centro non è più l'uomo e la sua dignità
trascendente, ma la natura stessa. Ma è soprattutto il rispetto per la vita
ad essere la norma di ogni vero progresso e la premessa necessaria di ogni preoccupazione
ecologica: la preoccupazione per un ambiente sicuro fonda la sua validità (e le
corrispondenti misure legislative la loro esigibilità), in quanto l'ambiente è un
diritto della persona: «Il segno più profondo e più grave delle
implicazioni morali, insite nella questione ecologica, è costituito dalla mancanza di rispetto
per la vita, quale si avverte in molti comportamenti inquinanti [...]. È il
rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità della persona umana la
fondamentale norma ispiratrice di un sano progresso economico, industriale e scientifico»
(n. 7). Per la soluzione del problema ecologico è inoltre necessario un riferimento al
principio di solidarietà, cioè alla responsabilità della comunità internazionale nella
gestione produzione e distribuzione delle risorse del pianeta
(cfr. nn. 9-11). Educare al rispetto della natura è infine non solo un valore etico, ma
anche teologico ed estetico: il creato partecipa della bellezza come
trascendentale del divino, ed offre una strada per giungere a riconoscere lesistenza
del Creatore e dargli gloria (cfr. n. 14).
In un discorso ai partecipanti alla Settimana di studio sugli ecosistemi tropicali
organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze, il Papa ricordava che ogni forma di
vita deve essere rispettata, favorita e amata come creazione di Dio (cfr. Discorso,
19.5.1990, Insegnamenti, XIII,1 (1990), pp. 1333-1336), e nella enciclica Sollicitudo
rei socialis osservava che «occorre tenere conto della natura di ciascun essere e
delle sue mutue connessioni in un sistema ordinato, che è appunto il cosmo» (n. 34). Di
qui il carattere planetario del problema ecologico, perché i beni di questo mondo sono
originariamente destinati a tutti. È Dio che li ha affidati all'uomo, come custode e
amministratore a prolungamento della sua azione creatrice: «la terra è essenzialmente
una eredità comune, i cui frutti devono essere a beneficio di tutti» (Pace con Dio
Creatore, pace con tutto il creato, n. 8). Analoga affermazione era stata fatta dal
Concilio Vaticano II (cfr. Gaudium et spes, 69). La custodia della terra è
responsabilità di tutti perché la terra appartiene a tutti, e tutti hanno il diritto di
intervenire nelle decisioni che concorrono alla sua salvaguardia: la crescita della
qualità dell'ambiente comporta il superamento delle varie forme di degrado. Il
miglioramento della qualità della vita umana richiede, idealmente, che le risorse della
terra siano usate a vantaggio di tutte le persone. Qualità della vita perciò significa
che condizioni di vita adatte alla dignità umana siano assicurate a tutti. Per
raggiungere ciò deve essere garantita l'opportunità di prendere parte alle varie
attività della società, inclusi i processi decisionali nel rispetto dei diritti umani
(cfr. Discorso al Convegno di premi Nobel organizzato dalla Fondazione Nova
Spes, 14.12.1989). Il motivo della solidarietà nellaffrontare il problema
ecologico è stato anche richiamato in un discorso ai partecipanti ad un Convegno
sullAmbiente con queste parole: «Lequilibrio dellecosistema e la difesa
della salubrità dellambiente hanno bisogno di una responsabilità che deve essere
aperta alle nuove forme di solidarietà. Occorre una solidarietà aperta e comprensiva
verso tutti gli uomini e verso tutti i popoli, una solidarietà fondata sul rispetto per
la vita e sulla promozione di risorse per i più poveri e per le generazioni future» (OR,
24-25.3.1997, p. 4).
Lintervento più recente di Giovanni Paolo II in proposito
è forse lallocuzione, dedicata allecologia e allo sviluppo,
rivolta alla Pontificia Accademia delle Scienze il 13 marzo 1999.
In essa, fra i fattori che danneggiano gli equilibri dellambiente,
si citano anche «i conflitti armati ed una corsa sfrenata alla crescita
economica», dovendo questultima essere moderata da interventi
realizzati «nellottica del bene comune e non solo della redditività
e di profitti personali» (cfr. nn. 2-3). Il tema ecologico viene
come di consueto impostato nel quadro di uno sviluppo umano armonico,
che contempli la crescita culturale oltre che scientifica dei popoli,
e la creazione di una mentalità di rispetto e di solidarietà nei
paesi più industrializzati. Ad esserne coinvolti sono tutti, scienziati
e politici: «Affinché il pianeta sia abitabile in futuro e ognuno
abbia il suo posto, incoraggio le Autorità pubbliche e tutti gli
uomini di buona volontà a interrogarsi sui loro atteggiamenti quotidiani
e sulle decisioni da prendere, che non possono essere una ricerca
infinita e sfrenata dei beni materiali che non tiene conto dellambiente
nel quale viviamo, ma devono essere atte a provvedere ai bisogni
fondamentali delle generazioni presenti e future» (n. 3).
V. Responsabilità e speranza per il futuro: per una cultura del
rispetto dellambiente
Riconosciuta la dimensione morale, non solo tecnica o scientifica,
della questione ecologica, e quindi il suo riferimento alla sfera
delleducazione, della responsabilità e dellimpegno personali,
proviamo a dedurne alcune conseguenze applicative.
1. La salvaguardia dellambiente e il problema energetico.
Si rende necessario ridurre il carico di inquinamento ambientale
creato dai prodotti della combustione e dallo sviluppo industriale
e puntare sulle energie pulite e meno inquinanti. La salvaguardia
dell'ambiente per le generazioni future richiede un attento controllo
mediante sistemi di monitoraggio e opportuni indicatori bioecologici
sulle conseguenze dei vari fattori di inquinamento, compresi quelli
derivanti da esplosioni nucleari. Oltre al controllo, si richiede
un effettivo contenimento delle cause di contaminazione ricercando
fonti di energie alternative rinnovabili, come l'energia solare
e quella derivante da fusione nucleare ( ENERGIA NUCLEARE,
I). Si dovrebbe praticare anche la riforestazione, specialmente
per compensare la riduzione del manto forestale quando nuovi impianti
industriali vengono introdotti in un territorio, o comunque per
restituire all'ecosistema estensioni di verde.
Queste esigenze si fanno più vive se si pensa al maggior fabbisogno
energetico connesso con lo sviluppo sia nei paesi di elevato livello
tecnologico, dove i consumi si accrescono, sia nei paesi in via
di sviluppo, dove si vanno introducendo le innovazioni e gli stili
di vita dei paesi più sviluppati. Non sarebbe giusto che venisse
impedito ai paesi in via di sviluppo l'accesso ai benefici della
tecnica, ma ciò dovrebbe avvenire mettendoli in grado di utilizzare
autonomamente le tecnologie moderne più pulite e non esportandovi
quelle cadute ormai in disuso nei paesi industrializzati. «Si dovrebbero
considerare schemi innovativi per finanziare il trasferimento e
ladattamento delle tecnologie. Non bisogna dimenticare che
le democrazie industriali nonostante usino energie più efficienti,
hanno livelli di consumo pro capite che sono molto più alti
che nel resto del mondo. Essi dovrebbero perciò curare ogni opportunità
per introdurre risparmi di energia ed energie rinnovabili» (Colombo
et al., 1996).
2. Problemi di ordine demografico. La qualità della vita
è legata alla disponibilità delle risorse e alla concentrazione
della popolazione. Certamente le possibilità del pianeta non sono
illimitate, ma può essere significativo considerare che, secondo
varie stime compiute anche della F.A.O., se si sfruttassero le possibilità
della terra con le moderne tecnologie oggi disponibili, il carico
di popolazione sostenibile potrebbe aumentare fino ai 20 miliardi.
Non va dunque trascurato il fatto che il trascorrere del tempo porta
con sé non solo un aumento della popolazione, ma anche la speranza
di tecnologie e di un progresso culturale in grado di affrontarne
le necessità. In merito alla questione demografica, linsegnamento
della Chiesa cattolica sostiene con continuità che non è ammissibile
una pianificazione familiare basata su pratiche in contrasto con
il rispetto della vita umana. Ribadito in molti documenti ecclesiali,
tale punto di vista è stato esposto in ambito internazionale dalla
delegazione della santa sede alla Conferenza del Cairo sulla popolazione
(1994), e poi raccolto in modo organico e dettagliato nel documento
del Pontificio Consiglio per la Famiglia su Evoluzioni demografiche,
dimensioni etiche e pastorali (1994). In esso si sollecita una
politica familiare che promuova le responsabilità della famiglia
e argini con decisione l'imperialismo contraccettivo che alcune
nazioni vogliono praticare, condizionando gli aiuti economici ai
paesi in via di sviluppo alle politiche demografiche di controllo
della natalità.
Se è ragionevole parlare di un equilibrato contenimento della prolificità nei paesi
in via di sviluppo, come suggerito dal citato rapporto della Pontificia Accademia delle
Scienze Popolazione e risorse (1991), ciò potrebbe ottenersi, oltre che
responsabilizzando le persone nellesercizio della procreazione, mediante il
miglioramento del livello socio-economico e delle condizioni di vita e di istruzione di
base, fattori importanti per il contenimento della prolificità e la diminuzione della
mortalità, e quindi per la formazione di nuovi equilibri nell'attuale fase di transizione
demografica. Secondo Giovanni Paolo II, «è necessario affrontare la crescita demografica
non solo attraverso l'esercizio della maternità e paternità responsabili nel rispetto
della legge divina, neppure solo con mezzi economici incidenti profondamente sulle
istituzioni sociali. Specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove gran parte della
popolazione è in età giovanile, va eliminata la gravissima carenza di strutture adeguate
per l'istruzione, per la diffusione della cultura e la formazione professionale. Va
promossa la condizione della donna quale elemento integrante della modernizzazione della
società» (Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 22.11.1991, Insegnamenti,
XIV,2 (1991), p. 1217).
Non è che lo sviluppo richieda come mezzo o come condizione la
limitazione delle nascite, come sostenuto da alcuni, specialmente
in passato. È la diminuzione delle nascite che, di fatto, parrebbe
essere una conseguenza dello sviluppo. Si ammette infatti una sorta
di autoregolazione dei meccanismi demografici connessa con lo sviluppo
Ma per favorire lo sviluppo di ogni popolo occorre un'equa distribuzione
delle risorse. Come ricordato, i beni della Terra sono destinati
da Dio a tutti gli uomini. Gli aspetti sociali del problema sono
evidenti e non possono essere affrontati dalle politiche dei singoli
paesi, ma a livello di comunità internazionale e allinterno
di una logica di solidarietà. Quanto poi al prevedibile aumento
della popolazione anziana, sul piano etico si affaccia l'esigenza
dell'assistenza e del rispetto della vita umana fino al suo termine
naturale ( MORTE, VII).
3. Problemi posti dall'ingegneria genetica. Preoccupazioni
in ordine alla salvaguardia dellambiente vengono sollevate
anche a proposito delle applicazioni su larga scala delle tecniche
di ingegneria genetica, in particolare per quanto
riguarda la creazione di organismi, animali o vegetali, di origine
transgenica, ottenuti cioè con trasferimento, mediante tecniche
particolari, di geni di altre specie o della stessa specie. Queste
tecniche hanno come scopo il miglioramento di piante e animali per
lalimentazione, creando anche nuove varietà o specie. Senza
entrare nel dibattito suscitato da questo argomento sia sul piano
ecologico che etico, osserviamo che i sostenitori di tali tecnologie
fanno appello allopportunità di migliorare le specie sul piano
riproduttivo e alimentare, con evidenti benefici per lumanità,
sviluppando le potenzialità della natura mediante lintervento
delluomo; dal canto loro gli ambientalisti obiettano che il
rilascio nellambiente di organismi geneticamente modificati
può danneggiare le specie esistenti, diminuendo la biodiversità.
Inoltre, un uso improprio e generalizzato di tali tecniche brevettate
da pochi, forniti anche degli opportuni strumenti, finirebbe per
aumentare il divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Molto in generale
va osservato che non può essere messa al bando, in via di principio,
la creazione di organismi transgenici, in considerazione degli indubbi
vantaggi che essi possono offrire. Tuttavia, limitandoci al campo
vegetale e animale, in queste applicazioni della tecnica è richiesta
trasparenza, valutazione, verifica e gestione dei rischi e dei benefici,
oltre a opportuni controlli da parte della comunità internazionale
(cfr. Comitato Nazionale per la Bioetica, 1993; Pontificia Accademia
per la Vita, 1999).
Nel caso delluomo, la responsabilità del compito procreativo
può indurre a voler utilizzare tutte le possibilità offerte dalla
medicina per ridurre
le manifestazioni fenotipiche di geni patologici e anche per correggerli
con terapie geniche, ma non sarebbero giustificabili interventi
volti a eliminare, prima o dopo la nascita, i portatori di geni
eventualmente dannosi all'individuo o alla specie. Si tratterebbe
di eugenetica pura, applicabile nel mondo animale, ma non al caso
della vita umana ( GENETICA,
IV). Potrebbe sembrare che i problemi etici posti dalla bioingegneria
riguardino più il singolo che la comunità, ma non è così. A prescindere
dall'eventualità di effetti dannosi per la formazione di ceppi di
virus o di nuove specie dannose in campo vegetale e animale con
la sperimentazione biologica, la possibilità di condizionare e modificare
il genoma umano potrebbe verificarsi anche su larga scala. In ogni
caso, al di là della dimensione del fenomeno, c'è una responsabilità
nei confronti delle future generazioni, perché l'eventuale selezione
di esseri umani con particolari qualità (per esempio, attraverso
la clonazione) o per migliorare la specie (un'operazione eugenetica
ispirata a criteri di tipo razzista) riduce la persona umana a un
oggetto o strumento, quando invece la centralità dell'uomo richiede
che sia considerato sempre come soggetto e fine.
4. La questione ecologica come questione di cultura e di coscienza.
Se il problema ecologico è prima di tutto un problema di cultura,
ne deriva l'importanza di una mentalità ecologica che favorisca
il rispetto della natura e il senso di responsabilità nella gestione
e nella distribuzione delle sue risorse. Occorre un modello culturale
nuovo per il rapporto uomo-ambiente: l'ambiente inteso non certo
come luogo di sfruttamento o di dominio, ma come coprotagonista
dell'uomo per il suo sviluppo. Nello stesso tempo, proprio in ordine
all'armonia dell'ecosistema, luomo ha una peculiare responsabilità
a motivo della suo intelletto e della sua libertà. Giovanni Paolo
II parla di «educazione alla responsabilità ecologica», di responsabilità
verso se stessi, di responsabilità verso gli altri, di responsabilità
verso l'ambiente, responsabilità non solo a livello personale, ma
anche comunitario. Una definizione di «educazione ambientale», maturata
dalla riflessione della comunità scientifica internazionale, può
essere la seguente: «la trasmissione di un sistema di conoscenze,
metodi, esperienze per mezzo del quale una persona che fa parte
di un gruppo e il gruppo stesso diviene conscio della realtà dell'ambiente
naturale e umano nel quale essi vivono e di conseguenza assume un
corretto e responsabile comportamento nella programmazione e nella
gestione dei sistemi e delle risorse naturali e culturali dell'ambiente
umano» (cfr. Moroni, 1989).
Quest'opera educativa deve portare al rispetto dei cicli naturali, ad apprezzare le
bellezze della natura, deve essere fondata sulle conoscenze scientifiche degli effetti del
deterioramento dell'ambiente e del carico sostenibile e deve considerare i diversi aspetti
del problema ecologico (biologico, economico, industriale, giuridico, etico, umano, ecc.).
Va svolta nelle varie sedi formative (scuole, aggregazioni, centri culturali) e dovrebbe
portare a un senso di sobrietà, a rivedere lo stile di vita della società dei consumi.
È stato osservato che «i membri delle società industrializzate debbono accettare l'idea
che uno sviluppo sostenibile richiede un radicale cambiamento nella loro cultura e stile
di vita» (Colombo et al., 1996). E poiché i problemi si pongono a livello mondiale, è
necessario sviluppare la coscienza dell'unità della biosfera e il senso di appartenenza
alla comunità mondiale. Lo sviluppo di una coscienza ecologica a livello personale e
comunitario deve essere accompagnato da adeguati interventi sul piano politico per
assicurare le condizioni per uno sviluppo sostenibile mediante il controllo e la gestione
dell'ambiente. L'interdipendenza tra le varie regioni e i diversi paesi, che si evidenza
sempre più nell'utilizzazione dell'ambiente, rappresenta il punto di partenza per nuove
relazioni internazionali, in cui l'ambiente viene visto come un problema globale
dell'umanità, non come problema domestico di una singola nazione. Basti ricordare le
conseguenze delle piogge acide o delle esplosioni nucleari o, in generale,
dell'inquinamento atmosferico. Ciò richiede nuovi sistemi di rapporti internazionali in
cui gli Stati si sentano parte di una comunità e concordino linee comuni di azione su
specifici problemi come la deforestazione, linquinamento dellatmosfera e delle
acque, ecc. Nel 1982, in occasione dellottavo centenario della nascita di s.
Francesco di Assisi, è stata elaborata e pubblicata la Carta di Gubbio, che
contiene interessanti riflessioni e suggerimenti circa le responsabilità e l'educazione
ambientale (cfr. Moroni, 1984). La sopravvivenza dell'uomo e la qualità della vita delle
generazioni future dipendono da una gestione culturale dell'ambiente, sostenuta da
adeguate normative nazionali e da intese a livello intenzionale, guidata da una coscienza
planetaria e dal senso di responsabilità di ogni uomo. La consapevolezza della comune
dipendenza del creato e del genere umano da un unico Creatore, dal
quale luomo ha ricevuto il mandato di custodire e di far fruttare i beni
affidatigli, non può che rafforzare tale coscienza e fondare la speranza di svolgerne
bene il compito.
Fiorenzo Facchini
Vedi: CREAZIONE;
DEMOGRAFIA; ETICA DELLO SVILUPPO; NATURA; TECNOLOGIA; UOMO, IDENTITÀ
BIOLOGICA E CULTURALE.
Bibliografia:
Aspetti scientifici, etici e culturali: T.
DOBZHANSKY, Evolution at Work, "Science" 127 (1958), pp.
1091-1098; L. WHITE, The historical roots of our ecological crisis,
"Science" 155 (1967), pp. 1203-1207; R. VAN POTTER, Bioethics.
Bridge to the Future, Englewood Cliffs - Hemel Hempstead, Prentice
Hall (NJ) 1971; M. ANGLEMEYER, E.R. SEGRAVES, C.C. LEMAISTRE, Environmental
Ethics: an Initial Bibliography, Smithsonian Institution Press,
Washington DC 1980; G. SAUER, Custodire, in DTAT, vol. II,
1982, coll. 886-891; A. MORONI, Un patto con la terra: la Carta
di Gubbio, "Atti dei Convegni Lincei" 60 (1984); E. SGRECCIA,
Bioetica, Vita e Pensiero, Milano 1986; E.P. ODUM, Basi
di ecologia, Piccin, Padova l988; G.B. MARINI-BETTÒLO (a cura
di), A modern approach to the protection of the environment,
"Pontificiae Academiae Scientiarum Scripta Varia" 75 (1989); G.B.
MARINI-BETTÒLO, A. MORONI, Ethics of the Use of Natural Resources
and of the Respect of the Environment, in ibidem, pp.
103-126; A. MORONI, The need for Professional Training of Experts
in the Environment and in Environment Education, in ibidem,
pp. 563-577; C.F. VON WEIZSÄCKER, Il tempo stringe. Un'assise
mondiale dei cristiani per la giustizia, la pace e la salvaguardia
della creazione, Queriniana, Brescia 1989; P. BLASI, S. ZAMAGNI
(a cura di), Man-environment and Development: towards a Global
Approach, Nova Spes Foundation, Roma 1991; B. PRZEWOZNY, Ethics
and the Environment, in ibidem, pp. 47-58; H. JONAS,
Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1990; F. FACCHINI,
La culture dans le rapport homme-milieu, "Revue des questions
scientifiques" 162 (1991), pp. 271-288; H. JONAS, Un nuovo principio
etico per il futuro dell'uomo, "Il Mulino" 2 (1991), pp. 169-184;
J. LOVELOCK, Le nuove età di Gaia, Bollati-Boringhieri, Torino
1991; B.J. PRZEWOZNY (a cura di), Giovanni Paolo II: La visione
cristiana dell'ambiente, Testi scelti del Magistero Pontificio,
Giardini, Pisa 1991; F. D'AGOSTINO, Diritto naturale e diritto
della natura: nuove prospettive del giusnaturalismo, in "Ecologia
e vita", Vita e Pensiero, Milano 1992, pp. 17-26; F. FACCHINI, Premesse
per una paleoantropologia culturale, Jaca Book, Milano 1992;
P. PUGNI, Ecologia 2000, Ares, Milano 1992; COMITATO NAZIONALE
PER LA BIOETICA, Rapporto sulla brevettabilità degli organismi
viventi, 19.11.1993, Presidenza del Consiglio dei Ministri -
Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria, Roma 1993; J.P. DELÉNAGE,
Storia dell'ecologia, Cuen, Napoli 1994; N. MYERS, J. SIMON,
Scarcity or abudance? A Debate on the Environment, Norton,
New York 1994; PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE, Popolazione
e risorse: rapporto (1991), Vita e Pensiero, Milano 1994; COMITATO
NAZIONALE PER LA BIOETICA, Bioetica e ambiente, 21.9.1995,
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per l'Informazione
e l'Editoria, Roma 1995; S. PRIVITERA (a cura di), Per un'etica
dell'ambiente, Armando, Roma 1995; B. COLOMBO, P. DEMENY, M.
PERUTZ, Resources and population. Natural, institutional, and
demographic dimensions of development, Contributi basati sulla
Settimana di Studi della Pontificia Accademia delle Scienze, 17-22.11.1991,
Clarendon Press, Oxford 1996; M. FERRER, A. PELAEZ, Población,
ecología y medio ambiente, Eunsa, Pamplona 1997; E. SGRECCIA,
M.B. FISSO (a cura di), Etica dell'ambiente, Univ. Cattolica
del Sacro Cuore, Roma 1997; M. TALLACCHINI (a cura di), Etiche
della terra, Vita e Pensiero, Milano 1999; PONTIFICIA ACCADEMIA
PER LA VITA, Biotecnologie animali e vegetali. Nuove frontiere
e nuove responsabilità, LEV, Città del Vaticano 1999.
Per gli aspetti principalmente teologici: A.
GANOCZY, Dottrina della creazione, Queriniana, Brescia 1985;
A. AUER, Etica dell'ambiente, Queriniana, Brescia 1988; A.
CAPRIOLI, L. VACCARO (a cura di), Questione ecologica e coscienza
cristiana, Morcelliana, Brescia 1988; G.B. GUZZETTI, E. GENTILI,
Cristianesimo ed ecologia, Ancora, Milano 1989; G. TROTTA (a
cura di), Ambiente e tradizione cristiana, Morcelliana, Brescia
1990; A. BONORA, L'uomo custode e coltivatore del suo mondo in
Gen 1-11, "Credere oggi" 12 (1992), n. 4, pp. 18-29; G. PANTEGHINI,
Il gemito della creazione. Ecologia e fede cristiana, Messaggero,
Padova 1992; C. PAOLAZZI, Il cantico di frate Sole, Marietti,
Genova 1992; PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA, Evoluzioni
demografiche: dimensioni etiche e pastorali, 25.3.1994, EV 14,
650-749; D. BENETTI (a cura di), Habitat. Un ambiente per vivere,
Jaca Book, Milano 1994; G. ANCONA, La questione ambientale in
teologia: bilancio bibliografico, "Rivista di Scienze Religiose"
11 (1997), pp. 211-227; E. BIANCHI, Uomini ed animali. Visti
dai Padri della Chiesa, Qiqajon, Magnano 1997; C. WESTERMANN,
La benedizione nella Bibbia e nell'azione della Chiesa (1968),
Queriniana, Brescia 1997; S. MORANDINI, Nel tempo dell'ecologia.
Etica teologica e questione ambientale, EDB, Bologna 1999.
|