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Giovanni Paolo II, Pace con Dio creatore,
pace con tutto il creato
Messaggio per la giornata mondiale della pace 1990
In questo messaggio, Giovanni Paolo II riepiloga i punti fondamentali
di quella che potremmo chiamare “una visione cristiana del
problema ecologico”. I principali punti sottolineati sono
i seguenti:
Il problema ecologico è un problema etico-morale e non può
essere risolto solamente con strumenti legislativi. – Occorre
evitare due opposti estremismi: quello dell'individualismo egoista
ed irresponsabile e quello di un naturismo immanente dove il centro
non è più l'uomo e la sua dignità trascendente,
ma la natura stessa. – Il rispetto per la vita è la
norma di ogni vero progresso e la premessa necessaria di ogni preoccupazione
ecologica: la preoccupazione per un ambiente sicuro fonda la sua
validità, e le corrispondenti misure legislative la loro
esigibilità, in quanto l'ambiente è un diritto
della persona. – Per la soluzione del problema ecologico
è necessario un riferimento al principio di solidarietà,
cioè alla responsabilità della comunità internazionale
nella gestione (produzione e distribuzione) delle risorse del pianeta.
– Occorre educare al rispetto della natura come valore etico
ed anche teologico. – Bisogna saper riconoscere nel valore
estetico del creato la partecipazione del bello come trascendentale
divino; esiste un collegamento fra un'adeguata educazione estetica
e la conservazione di un ambiente sano ed adeguato alla persona
umana.
1. Si avverte ai nostri giorni la crescente consapevolezza che
la pace mondiale sia minacciata, oltre che dalla corsa agli armamenti,
dai conflitti regionali e dalle ingiustizie tuttora esistenti nei
popoli e tra le nazioni, anche dalla mancanza del dovuto rispetto
per la natura, dal disordinato sfruttamento delle sue risorse e
dal progressivo deterioramento della qualità della vita.
Tale situazione genera un senso di precarietà e di insicurezza,
che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo, di accaparramento
e di prevaricazione.
Di fronte al diffuso degrado ambientale l'umanità si rende
ormai conto che non si può continuare ad usare i beni della
terra come nel passato. L'opinione pubblica ed i responsabili politici
ne sono preoccupati, mentre studiosi delle più diverse discipline
ne esaminano le cause. Sta così formandosi una coscienza
ecologica, che non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in
modo che si sviluppi e maturi trovando adeguata espressione in programmi
ed iniziative concrete.
2. Non pochi valori etici, di fondamentale importanza per lo sviluppo
di una società pacifica, hanno una diretta relazione con
la questione ambientale. L'interdipendenza delle molte sfide, che
il mondo odierno deve affrontare, conferma l'esigenza di soluzioni
coordinate, basate su una coerente visione morale del mondo.
Per il cristiano una tale visione poggia sulle convinzioni religiose
attinte alla Rivelazione. Ecco perché, all'inizio di questo
messaggio, desidero richiamare il racconto biblico della creazione,
e mi auguro che coloro i quali non condividono le nostre convinzioni
di fede possano egualmente trovarvi utili spunti per una comune
linea di riflessione e di impegno.
I - «E Dio vide che era cosa buona»
3. Nelle pagine della Genesi, nelle quali è consegnata la
prima autorivelazione di Dio alla umanità (1-3), ricorrono
come un ritornello le parole: «E Dio vide che era cosa buona».
Ma quando, dopo aver creato il cielo e il mare, la terra e tutto
ciò che essa contiene, Iddio crea l'uomo e la donna, l'espressione
cambia notevolmente: «E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco
era cosa molto buona» (Gen 1,31). All'uomo e alla donna Dio
affidò tutto il resto della creazione, ed allora come leggiamo
- potè riposare «da ogni suo lavoro» (Gen 2,3).
La chiamata di Adamo ed Eva a partecipare all'attuazione del piano
di Dio sulla creazione stimolava quelle capacità e quei doni
che distinguono la persona umana da ogni altra creatura e, nello
stesso tempo, stabiliva un ordinato rapporto tra gli uomini e l'intero
creato. Fatti ad immagine e somiglianza di Dio, Adamo ed Eva avrebbero
dovuto esercitare il loro dominio sulla terra (cfr. Gen 1,28) con
saggezza e con amore. Essi, invece, con il loro peccato distrussero
l'armonia esistente ponendosi deliberatamente contro il disegno
del Creatore. Ciò portò non solo all'alienazione dell'uomo
da se stesso, alla morte e al fratricidio, ma anche ad una certa
ribellione della terra nei suoi confronti (cfr. Gen 3,17-19; 4,12).
Tutto il creato divenne soggetto alla caducità, e da allora
attende, in modo misterioso, di esser liberato per entrare nella
libertà gloriosa insieme con tutti i figli di Dio (cfr. Rm
8,20-21).
4. I cristiani professano che nella morte e nella Risurrezione
di Cristo si è compiuta l'opera di riconciliazione dell'umanità
col Padre, a cui «piacque... riconciliare a sè tutte
le cose, pacificando col sangue della sua croce, cioè per
mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli»
(Col 1,19-20). La creazione è stata così rinnovata
(cfr. Ap 21,5), e su di essa, prima sottoposta alla «schiavitù»
della morte e della corruzione (cfr. Rm 8,21), si è effusa
una nuova vita, mentre noi «aspettiamo nuovi cieli e una nuova
terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia»
(2Pt 3,13). Così il Padre «ci ha fatto conoscere il
mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza
aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi:
cioè il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose»
(Ef 1,9-10).
5. Queste considerazioni bibliche illuminano meglio il rapporto
tra l'agire umano e l'integrità del creato. Quando si discosta
dal disegno di Dio creatore, l'uomo provoca un disordine che inevitabilmente
si ripercuote sul resto del creato. Se l'uomo non è in pace
con Dio, la terra stessa non è in pace: «Per questo
è in lutto il paese e chiunque vi abita langue, insieme con
gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci
del mare periranno» (Os 4,3).
L'esperienza di questa «sofferenza» della terra è
comune anche a coloro che non condividono la nostra fede in Dio.
Stanno, infatti, sotto gli occhi di tutti le crescenti devastazioni
causate nel mondo della natura dal comportamento di uomini indifferenti
alle esigenze recondite, eppure chiaramente avvertibili, dell'ordine
e dell'armonia che lo reggono.
Ci si chiede, pertanto, con ansia se si possa ancora porre rimedio
ai danni provocati. E' evidente che un'idonea soluzione non può
consistere semplicemente in una migliore gestione, o in un uso meno
irrazionale delle risorse della terra. Pur riconoscendo l'utilità
pratica di simili misure, sembra necessario risalire alle origini
e affrontare nel suo insieme la profonda crisi morale, di cui il
degrado ambientale è uno degli aspetti preoccupanti.
II - La crisi ecologica: un problema morale
6. Alcuni elementi della presente crisi ecologica ne rivelano in
modo evidente il carattere morale. Tra essi, in primo luogo, è
da annoverare l'applicazione indiscriminata dei progressi scientifici
e tecnologici. Molte recenti scoperte hanno arrecato innegabili
benefici all'umanità; esse, anzi, manifestano quanto sia
nobile la vocazione dell'uomo a partecipare responsabilmente all'azione
creatrice di Dio nel mondo. Si è, però, constatato
che la applicazione di talune scoperte nell'ambito industriale ed
agricolo produce, a lungo termine, effetti negativi. Ciò
ha messo crudamente in rilievo come ogni intervento in un'area dell'ecosistema
non possa prescindere dal considerare le sue conseguenze in altre
aree e, in generale, sul benessere delle future generazioni.
Il graduale esaurimento dello strato di ozono e l'«effetto
serra» hanno ormai raggiunto dimensioni critiche a causa della
crescente diffusione delle industrie, delle grandi concentrazioni
urbane e dei consumi energetici. Scarichi industriali, gas prodotti
dalla combustione di carburanti fossili, incontrollata deforestazione,
uso di alcuni tipi di diserbanti, refrigeranti e propellenti: tutto
ciò - com'è noto - nuoce all'atmosfera ed all'ambiente.
Ne sono derivati molteplici cambiamenti meteorologici ed atmosferici,
i cui effetti vanno dai danni alla salute alla possibile futura
sommersione delle terre basse.
Mentre in alcuni casi il danno forse è ormai irreversibile,
in molti altri esso può ancora essere arrestato. E' doveroso,
pertanto, che l'intera comunità umana - individui, Stati
ed organismi internazionali - assuma seriamente le proprie responsabilità.
7. Ma il segno più profondo e più grave delle implicazioni
morali, insite nella questione ecologica, è costituito dalla
mancanza di rispetto per la vita, quale si avverte in molti comportamenti
inquinanti. Spesso le ragioni della produzione prevalgono sulla
dignità del lavoratore e gli interessi economici vengono
prima del bene delle singole persone, se non addirittura di quello
di intere popolazioni. In questi casi, l'inquinamento o la distruzione
riduttiva e innaturale, che talora configura un vero e proprio disprezzo
dell'uomo.
Parimenti, delicati equilibri ecologici vengono sconvolti per un'incontrollata
distruzione delle specie animali e vegetali o per un incauto sfruttamento
delle risorse; e tutto ciò - giova ricordare - anche se compiuto
nel nome del progresso e del benessere, non torna, in effetti, a
vantaggio dell'umanità.
Infine, non si può non guardare con profonda inquietudine
alle formidabili possibilità della ricerca biologica. Forse
non è ancora in grado di misurare i turbamenti indotti in
natura da una indiscriminata manipolazione genetica e dallo sviluppo
sconsiderato di nuove specie di piante e forme di vita animale,
per non parlare di inaccettabili interventi sulle origini della
stessa vita umana. A nessuno sfugge come, in un settore così
delicato, l'indifferenza o il rifiuto delle norme etiche fondamentali
portino l'uomo alla soglia stessa dell'autodistruzione.
E' il rispetto per la vita e, in primo luogo, per la dignità
della persona umana la fondamentale norma ispiratrice di un sano
progresso economico, industriale e scientifico.
E' a tutti evidente la complessità del problema ecologico.
Esistono, tuttavia, alcuni principi basilari che, nel rispetto della
legittima autonomia e della specifica competenza di quanti sono
in esso impegnati, possono indirizzare la ricerca verso idonee e
durature soluzioni. Si tratta di principi essenziali per la costruzione
di una società pacifica, la quale non può ignorare
nè il rispetto per la vita, nè il senso dell'integrità
del creato.
III - Alla ricerca di una soluzione
8. Teologia, filosofia e scienza concordano nella visione di un
universo armonioso, cioè di un vero «cosmo»,
dotato di una sua integrità e di un suo interno e dinamico
equilibrio. Questo ordine deve essere rispettato: l'umanità
è chiamata ad esplorarlo, a scoprirlo con prudente cautela
e a fame poi uso salvaguardando la sua integrità.
D'altra parte, la terra è essenzialmente un'eredità
comune, i cui frutti devono essere a beneficio di tutti. «Dio
ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di
tutti gli uomini e popoli», ha riaffermato il Concilio Vaticano
II («Gaudium et Spes», 69). Ciò ha dirette implicazioni
per il nostro problema. E' ingiusto che pochi privilegiati continuino
ad accumulare beni superflui dilapidando le risorse disponibili,
quando moltitudini di persone vivono in condizioni di miseria, al
livello minimo di sostentamento. Ed è ora la stessa drammatica
dimensione del dissesto ecologico ad insegnarci quanto la cupidigia
e l'egoismo, individuali o collettivi, siano contrari all'ordine
del creato, nel quale è inscritta anche la mutua interdipendenza.
9. I concetti di ordine nell'universo e di eredità comune
mettono entrambi in rilievo che è necessario un sistema di
gestione delle risorse della terra meglio coordinato a livello internazionale.
Le dimensioni dei problemi ambientali superano, in molti casi, i
confini dei singoli Stati: la loro soluzione, dunque, non può
essere trovata unicamente a livello nazionale. Recentemente sono
stati registrati alcuni promettenti passi verso questa auspicata
azione internazionale, ma gli strumenti e gli organismi esistenti
sono ancora inadeguati allo sviluppo di un piano coordinato di intervento.
Ostacoli politici, forme di nazionalismo esagerato ed interessi
economici, per non ricordare che alcuni fattori, rallentano, o addirittura
impediscono la cooperazione internazionale e l'adozione di efficaci
iniziative a lungo termine.
L'asserita necessità di un'azione concertata a livello internazionale
non comporta certo una diminuzione della responsabilità dei
singoli Stati. Questi, infatti, debbono non solo dare applicazione
alle norme approvate insieme con le autorità di altri Stati,
ma anche favorire, al loro interno, un adeguato assetto socio-economico,
con particolare attenzione ai settori più vulnerabili della
società. Spetta ad ogni Stato, nell'ambito del proprio territorio,
il compito di prevenire il degrado dell'atmosfera e della biosfera,
controllando attentamente, tra l'altro, gli effetti delle nuove
scoperte tecnologiche o scientifiche, ed offrendo ai propri cittadini
la garanzia di non essere esposti ad agenti inquinanti o a rifiuti
tossici. Oggi si parla sempre più insistentemente del diritto
ad un ambiente sicuro, come di un diritto che dovrà rientrare
in un'aggiornata carta dei diritti dell'uomo.
IV - L'urgenza di una nuova solidarietà
10. La crisi ecologica pone in evidenza l'urgente necessità
morale di una nuova solidarietà, specialmente nei rapporti
tra i paesi in via di sviluppo e i paesi altamente industrializzati.
Gli Stati debbono mostrarsi sempre più solidali e fra loro
complementari nel promuovere lo sviluppo di un ambiente naturale
e sociale pacifico e salubre. Ai paesi da poco industrializzati,
per esempio, non si può chiedere di applicare alle proprie
industrie nascenti certe norme ambientali restrittive, se gli Stati
industrializzati non le applicano per primi al loro interno. Da
parte loro, i paesi in via di industrializzazione non possono moralmente
ripetere gli errori compiuti da altri nel passato, continuando a
danneggiare l'ambiente con prodotti inquinanti, deforestazioni eccessive
o sfruttamento illimitato di risorse inesauribili. In questo stesso
contesto è urgente trovare una soluzione al problema del
trattamento e dello smaltimento dei rifiuti tossici.
Nessun piano, nessuna organizzazione, tuttavia, sarà in
grado di operare i cambiamenti intravisti, se i responsabili delle
nazioni di tutto il mondo non saranno veramente convinti della assoluta
necessità di questa nuova solidarietà, che la crisi
ecologica richiede e che è essenziale per la pace. Tale esigenza
offrirà opportune occasioni per consolidare le pacifiche
relazioni tra gli Stati.
11. Occorre anche aggiungere che non si otterrà il giusto
equilibrio ecologico, se non saranno affrontate direttamente le
forme strutturali di povertà esistenti nel mondo. Ad esempio,
la povertà rurale e la distribuzione della terra in molti
paesi hanno portato ad un'agricoltura di mera sussistenza e all'impoverimento
dei terreni. Quando la terra non produce più, molti contadini
si trasferiscono in altre zone, incrementando spesso il processo
di deforestazione incontrollata, o si stabiliscono in centri urbani
già carenti di strutture e servizi. Inoltre, alcuni paesi
fortemente indebitati stanno distruggendo il loro patrimonio naturale
con la conseguenza di irrimediabile squilibri ecologici, pur di
ottenere nuovi prodotti di esportazione. Di fronte a tali situazioni,
tuttavia, mettere sotto accusa soltanto i poveri per gli effetti
ambientali negativi da essi provocati, sarebbe un modo inaccettabile
di valutare le responsabilità. Occorre, piuttosto, aiutare
i poveri, a cui la terra e affidata come a tutti gli altri, a superare
la loro povertà, e ciò richiede una coraggiosa riforma
delle strutture e nuovi schemi nei rapporti tra gli Stati e i popoli.
12. Ma c'è un'altra pericolosa minaccia che ci sovrasta:
la guerra. La scienza moderna dispone già, purtroppo, della
capacità di modificare l'ambiente con intenti ostili, e tale
manomissione potrebbe avere a lunga scadenza effetti imprevedibili
e ancora più gravi. Nonostante che accordi internazionali
proibiscano la guerra chimica, batteriologica e biologica, sta di
fatto che nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di
nuove armi offensive, capaci di alterare gli equilibri naturali.
Oggi qualsiasi forma di guerra su scala mondiale causerebbe incalcolabili
danni ecologici. Ma anche le guerre locali o regionali, per limitate
che siano, non solo distruggono le vite umane e le strutture della
società, ma danneggiano la terra, rovinando i raccolti e
la vegetazione e avvelenando i terreni e le acque. I sopravvissuti
alla guerra si trovano nella necessità di iniziare una nuova
vita in condizioni naturali molto difficili, che creano a loro volta
situazioni di grave disagio sociale, con conseguenze negative anche
di ordine ambientale.
13. La società odierna non troverà soluzione al problema
ecologico, se non rivedrà seriamente il suo stile di vita.
In molte parti del mondo essa è incline all'edonismo e al
consumismo e resta indifferente ai danni che ne derivano. Come ho
già osservato, la gravità della situazione ecologica
rivela quanto sia profonda la crisi morale dell'uomo. Se manca il
senso del valore della persona e della vita umana, ci si disinteressa
degli altri e della terra. L'austerità, la temperanza, la
autodisciplina e lo spirito di sacrificio devono informare la vita
di ogni giorno affinché non si sia costretti da parte di
tutti a subire le conseguenze negative della noncuranza dei pochi.
C'è dunque l'urgente bisogno di educare alla responsabilità
ecologica: responsabilità verso gli altri; responsabilità
verso l'ambiente. E un'educazione che non può essere basata
semplicemente sul sentimento o su un indefinito velleitarismo. Il
suo fine non può essere nè ideologico nè politico,
e la sua impostazione non può poggiare sul rifiuto del mondo
moderno o sul vago desiderio di un ritorno al «paradiso perduto».
La vera educazione alla responsabilità comporta un'autentica
conversione nel modo di pensare e nel comportamento. Al riguardo,
le Chiese e le altre istituzioni religiose, gli organismi governativi,
anzi tutti i componenti della società hanno un preciso ruolo
da svolgere. Prima educatrice, comunque, rimane la famiglia, nella
quale il fanciullo impara a rispettare il prossimo e ad amare la
natura.
14. Non si può trascurare, infine, il valore estetico del
creato. Il contatto con la natura è di per sè profondamente
rigeneratore come la contemplazione del suo splendore dona pace
e serenità. La Bibbia parla spesso della bontà e della
bellezza della creazione, chiamata a dar gloria a Dio (cfr. ex gr.,
Gen 1,4 ss; Sal 8,2; 104[103],1ss; Sap 13,3-5; Sir 39,16.33; 43,1.9).
Forse più difficile, ma non meno intensa, può essere
la contemplazione delle opere dell'ingegno umano. Anche le città
possono avere una loro particolare bellezza, che deve spingere le
persone a tutelare l'ambiente circostante. Una buona pianificazione
urbana è un aspetto importante della protezione ambientale,
e il rispetto per le caratteristiche morfologiche della terra e
un indispensabile requisito per ogni insediamento ecologicamente
corretto. Non va trascurata, insomma, la relazione che c'è
tra un'adeguata educazione estetica e il mantenimento di un ambiente
sano.
V - La questione ecologica: una responsabilità di tutti
15. Oggi la questione ecologica ha assunto tali dimensioni da coinvolgere
la responsabilità di tutti. I vari aspetti di essa, che ho
illustrato, indicano la necessità di sforzi concordati, al
fine di stabilire i rispettivi doveri ed impegni dei singoli, dei
popoli, degli Stati e della comunità internazionale. Ciò
non solo va di pari passo con i tentativi di costruire la vera pace,
ma oggettivamente li conferma e li rafforza. Inserendo la questione
ecologica nel più vasto contesto della causa della pace nella
società umana, ci si rende meglio conto di quanto sia importante
prestare attenzione a ciò che la terra e l'atmosfera ci rivelano:
nell'universo esiste un ordine che deve essere rispettato; la persona
umana, dotata della possibilità di libera scelta, ha una
grave responsabilità per la conservazione di questo ordine,
anche in vista del benessere delle generazioni future. La crisi
ecologica - ripeto ancora - è un problema morale.
Anche gli uomini e le donne che non hanno particolari convinzioni
religiose, per il senso delle proprie responsabilità nei
confronti del bene comune, riconoscono il loro dovere di contribuire
al risanamento dell'ambiente. A maggior ragione, coloro che credono
in Dio creatore e, quindi, sono convinti che nel mondo esiste un
ordine ben definito e finalizzato devono sentirsi chiamati ad occuparsi
del problema. I cristiani, in particolare, avvertono che i loro
compiti all'interno del creato, i loro doveri nei confronti della
natura e del Creatore sono parte della loro fede. Essi, pertanto,
sono consapevoli del vasto campo di cooperazione ecumenica ed interreligiosa
che si apre dinanzi a loro.
16. A conclusione di questo messaggio, desidero rivolgermi direttamente
ai miei fratelli e alle mie sorelle della Chiesa cattolica per ricordar
loro l'importante obbligo di prendersi cura di tutto il creato.
L'impegno del credente per un ambiente sano nasce direttamente dalla
sua fede in Dio creatore, dalla valutazione degli effetti del peccato
originale e dei peccati personali e dalla certezza di essere stato
redento da Cristo. Il rispetto per la vita e per la dignità
della persona umana include anche il rispetto e la cura del creato,
che è chiamato ad unirsi all'uomo per glorificare Dio (cfr.
Sal 148[147] et Sal 96[95]).
San Francesco d'Assisi, che nel 1979 ho proclamato celeste patrono
dei cultori dell'ecologia (cfr. «Inter Sanctos»: AAS
71 [1979], 1509s), offre ai cristiani l'esempio dell'autentico e
pieno rispetto per l'integrità del creato. Amico dei poveri,
amato dalle creature di Dio, egli invitò tutti - animali,
piante, forze naturali, anche fratello sole e sorella luna - ad
onorare e lodare il Signore. Dal Poverello di Assisi ci viene la
testimonianza che, essendo in pace con Dio, possiamo meglio dedicarci
a costruire la pace con tutto il creato, la quale è inseparabile
dalla pace tra i popoli.
Auspico che la sua ispirazione ci aiuti a conservare sempre vivo
il senso della «fraternità» con tutte le cose
create buone e belle da Dio onnipotente, e ci ricordi il grave dovere
di rispettarle e custodirle con cura, nel quadro della più
vasta e più alta fraternità umana.
Dal Vaticano, 8 dicembre dell'anno 1989.
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