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Uomo,
identità biologica e culturale
Fiorenzo Facchini
DH 239; DH 443; DH 1363; Concilio Lateranense
IV, DH 800; Concilio Vaticano I, DH 3001; Pio XI, DH 3771; Pacem
in terris, DH 3955; Humani generis, DH 3896-3899; Lumen gentium,
13; Gaudium et spes, 3, 12-18; Giovanni Paolo II, Io credo. In Dio
creatore del cielo e della terra, Catechesi del mercoledì,
III, a cura di S. Maggiolini, Piemme, Casale Monferrato 1987, pp.
43-59. Giovanni Paolo II: Discorso ai pertecipanti a un convegno
su Fede cristiana e teoria dellevoluzione, 26.4.1985,
Insegnamenti VIII,1 (1985), pp. 1130-1133; Messaggio alla Pontificia
Accademia delle Scienze, 22.10.1996, EV 15, 1346-1354.
I. Introduzione - II. Le fasi dellevoluzione
umana - III. La cultura, rivelatrice dellumano nelluomo
- IV. Lemergenza dellhomo religiosus - V. Origini
delluomo, teorie dellevoluzione e rivelazione biblica.
I. Introduzione
Confrontandosi con la natura che lo circonda,
lessere umano osserva il suo naturale collegamento con il
mondo animale, col quale condivide gran parte delle sue funzioni
vitali, ma percepisce allo stesso tempo la sua singolarità e la
sua emergenza. Egli è depositario di unidentità che appartiene
solo a lui e che certamente suscita degli interrogativi quando giudicata
sullo sfondo del suo ambiente, il pianeta terra, ma anche in un
contesto di ben più larga scala, come quello delluniverso
fisico. Da un punto di vista fenomenologico, la singolarità e lemergenza
delluomo si manifestano in molteplici modi: nella capacità
di adattare a sé, in modo progettuale, lambiente in cui vive
e di adattarsi convenientemente ad esso; nel linguaggio, che gli
permette forme di comunicazione universali e simboliche che astraggono
dalla concretezza e dallimmediatezza della sua vita istintiva
( SIMBOLO);
nella sua capacità di comprensione del mondo naturale, di cui sa
prevedere il comportamento e guidarne la trasformazione; nella sua
continua tensione verso mete sempre maggiori di conoscenza e di
volizione che costruiscono la sua storia.
Ma la peculiarità dellessere umano si riconosce in modo più
generale nella sua capacità di cultura
e nella presenza di una dimensione religiosa ( RELIGIONE),
che lo conduce ad interrogarsi sul senso dellesistenza, sulla
libertà e la moralità dei suoi atti, sullorigine e sul fine
di tutte le cose.
Fin dagli albori dellepoca classica, la riflessione filosofica
ha segnalato il motivo di tale emergenza nella presenza, nelluomo,
di un anima
spirituale che trascende la materia e che lo pone pertanto in una
condizione unica rispetto agli altri animali, conducendo così a
definirlo, con Aristotele, come «animale razionale».
Le narrazioni delle origini trasmesse dalle religioni
della terra ne suggeriscono, sebbene con racconti di significati
assai diversi, un suo collegamento con un mondo divino, dal quale
lessere umano avrebbe tratto in definitiva la sua origine.
La rivelazione biblica colloca lunicità e lemergenza
delluomo nella sua condizione di creatura fatta a immagine
e somiglianza di un unico Dio ( CREAZIONE,
II; VITA, IV), secondo una dignità che il messaggio del NT arricchirà
con la vocazione a conformarsi al Dio-uomo, Gesù
Cristo, la cui incarnazione e redenzione costituiscono la definitiva
rivelazione e compimento della verità delluomo.
Lo studio della ricostruzione storica della comparsa e dello sviluppo
delluomo sulla terra, attraverso la paleoantropologia, la
biologia, letnologia e le discipline ad esse collegate, ha
pertanto offerto un terreno di dibattito fra la religione e le scienze,
specie a partire dal XIX secolo, quando si è cominciato a comprendere
che tale ricostruzione poteva essere svolta solo in un quadro evolutivo,
fatto di lunghi sviluppi e di lente trasformazioni ( EVOLUZIONE).
Nel mondo occidentale, tale dibattito ha preso forma dapprima nel
confronto, e poi nel tentativo di composizione, fra la narrazione
biblica dellorigine delluomo ed i dati provenienti dalle
scienze. In questo contributo ci occuperemo di questo tema secondo
un itinerario principalmente paleoantropologico ed evolutivo, teso
ad individuare lidentità biologica e culturale dellessere
umano, per accedere poi ad alcune risonanze di ordine filosofico
e teologico, lasciando alle altri voci di questopera il compito
di percorrere itinerari complementari, ma non indipendenti. Analogamente
a quanto accade nel confronto fra scienza e fede in altre discipline,
come ad esempio la cosmologia, i cammini esplorati dalla scienza
per risalire ad una spiegazione degli inizi non vanno
visti in alternativa dialettica con quanto, attraverso fonti e metodi
diversi da quelli delle scienze sperimentali, luomo apprende
circa le sue origini.
II. Le fasi dellevoluzione umana
1. Dati scientifici di base e metodologie. La ricerca sulle
origini dell'uomo si avvale oggi di molte osservazioni, specialmente
in campo paleontologico, che inducono a ricostruire su nuove basi
i percorsi evolutivi che hanno preparato la comparsa dell'uomo sulla
terra. Questa appare molto tardiva nel corso della evoluzione. I
precursori dei Vertebrati vengono riconosciuti in forme vissute
nel Cambriano 500 milioni di anni fa. I primi pesci risalgono a
450 milioni di anni fa, a 350 milioni di anni fa i primi Anfibi
e poi i Rettili. Il Terziario, che incomincia 200 milioni di anni
fa è l'era dei Rettili, dei Mammiferi e degli Uccelli. Circa 65
milioni di anni fa si ritrovano le prime forme di Primati. Nell'ambito
dei Primati si disegna, verso la fine del Terziario, intorno a 3-4
milioni di anni fa, una linea particolare che porta all'uomo. La
documentazione paleontologica venuta alla luce nel corso di un secolo
e mezzo, pur non essendo in grado di rispondere a tutti gli interrogativi
che si pongono sulle origini dell'uomo, fornisce le basi di una
teoria evolutiva sufficientemente fondata. A suggerire l'evoluzione
biologica e anche l'evoluzione umana non sono soltanto argomenti
di analogia, tratti dalla morfologia e dalla fisiologia comparata
a cui facevano ricorso Darwin
e gli altri evoluzionisti del secolo scorso. Vi sono elementi forniti
dalla biochimica, dalla genetica molecolare, e soprattutto i fossili
umani che attestano forme di vita del passato che hanno preceduto
e preparato le forme attuali viventi.
Se l'evoluzione, come evento, viene suffragata da molti elementi, una spiegazione
pienamente soddisfacente delle cause e dei meccanismi con cui si è realizzata non è
stata però ancora raggiunta. Spesso il darwinismo viene preso come sinonimo di evoluzione
o di teoria evolutiva. In realtà il darwinismo, anche nella sua versione (o sintesi)
moderna che vede nella casualità delle mutazioni genetiche e nella selezione naturale il
meccanismo di tutta levoluzione, rappresenta solo una possibile spiegazione di
momenti del processo evolutivo. Essa appare ben fondata a livello microevolutivo, ma non
viene ritenuta soddisfacente per rendere ragione dellevoluzione nel suo insieme,
specialmente per le direzioni privilegiate che in essa si individuano, per cui si vanno
ricercando anche altri meccanismi.
Per quanto si riferisce alla comparsa dell'uomo, la teoria evolutiva
dispone di una copiosa documentazione che attesta un lungo cammino
segnato da forme via via più evolute, che però si sono estinte.
Lungo questo cammino si osservano reperti che si fanno più simili
alla forma umana e che si può ritenere appartengano ad antenati
dell'uomo. La paleontologia cerca di individuare la linea che ha
portato alle prime forme umane e attraverso tappe successive fino
all'uomo attuale. Questa linea non è ancora ben conosciuta e nel
suo percorso appare piuttosto multilineare o reticolata, anche se
sembra svilupparsi, specialmente dopo la comparsa della prima forma
umana, su un unico ceppo africano (monofiletismo). La paleontologia
cerca inoltre spiegazioni dei meccanismi e delle modalità con cui
si è svolta l'evoluzione tenendo presenti i cambiamenti dell'ambiente.
2. Gli Ominidi più antichi: gli Australopiteci. Fu la savana
africana, a est della grande valle del Rift, l'ambiente
in cui si svilupparono i più antichi Ominidi del Pliocene, gli «Australopiteci»,
circa 4-5 milioni di anni fa, dando origine alla linea evolutiva
che avrebbe infine portato all'uomo. Questi praticavano già, anche
se in modo imperfetto, il bipedismo, ma avevano familiarità con
l'ambiente arboreo, come è dimostrato dalla lunghezza degli arti
superiori, specialmente nelle forme più antiche, e dalle articolazioni
dei segmenti degli arti. Le dimensioni della scatola cranica non
erano superiori a quelle delle attuali scimmie antropomorfe africane.
Le forme più antiche sono conosciute dai reperti venuti alla luce
nell'Afar in Etiopia (Australopithecus afarensis, 3,2 milioni
di anni fa, nota al pubblico col nome di Lucy), a Laetoli
in Tanzania (3,6 milioni di anni), ad Aramis in Etiopia (Australopithecus
ramidus, 4,4 milioni di anni), ad Allia Bai e Kanapoi nel Kenya
(Australopithecus anamensis, 3,9 milioni di anni), a Bahr-el-gazahl,
nel Chad (Australopithecus bahrelgazalensis, 3,2 milioni
di anni fa) e anche nel Sud Africa (3,2 milioni di anni). Si tratta
di forme australopitecine arcaiche.
Altri Australopiteci sono rappresentati da forme gracili, come
le prime australopitecine segnalate nell'Africa australe (Taung,
Sterkfontein Makapansgat) risalenti ad un periodo fra 3 e 2 milioni
di anni fa, e dalle forme robuste ritrovate sia nell'Africa australe
(Australopiteco robusto di Swarktrans e Kromdraai) sia nell'Africa
orientale (Australopiteco Boisei e Australopiteco etiopico), risalenti
a unepoca tra 2,6 e 1,8 milioni di anni fa. Anche le forme
più antiche erano bipedi, ma si arrampicavano facilmente sugli alberi.
Le forme robuste, caratterizzate da un potente apparato masticatorio,
dovevano avere un'alimentazione particolarmente coriacea; più duttile
e opportunista la dieta delle forme gracili. Per l'epoca degli Australopteci
più recenti (2,5 milioni di anni fa) sono state segnalate anche
pietre scheggiate, ma si ha l'impressione di non trovarsi di fronte
a una lavorazione sistematica e progressiva della selce, quale si
osserva con lHomo habilis, per cui gli oggetti eventualmente
manipolati o usati non assumevano il significato che hanno con l'uomo.
Forse potrebbe parlarsi di una forma di precultura,
ma, in ogni caso, gli Australopiteci non vengono considerati di
livello umano. Pare però che l'Australopithecus anamensis
fosse più decisamente bipede e ad esso, secondo alcuni autori, potrebbe
ricollegarsi la linea evolutiva umana. Altri, invece, preferiscono
ricollegarla allAustralopithecus afarensis.
3. Le forme di Homo habilis. È ancora oggetto di discussione
a quale forma australopitecina (se all'afarense, a quella africana
o all'anamense) possa ricongiungersi la linea rappresentata dalla
fase successiva, quella di Homo habilis. A partire da 2,5-2
milioni di anni fa in Africa orientale e anche nel sud Africa vissero
accanto agli Australopiteci degli Ominidi che si distinguono da
essi per una maggiore cerebralizzazione e per le tracce di comportamento
culturale che ci hanno lasciato. È la fase di Homo habilis,
documentata da vari reperti in Tanzania, Etiopia, Kenya e nel Sud
Africa. Il recente rinvenimento di un frammento di mandibola nel
Malawi, riferibile ad un Homo habilis di circa 2,5 milioni
di anni fa, potrebbe attestare una migrazione piuttosto antica dall'Africa
orientale verso il Sud Africa. La denominazione di Homo habilis
è motivata da un certo sviluppo della capacità cranica e dalla presenza
di alcune forme di abilità manuale. Secondo Tobias (1992), la capacità
cranica mostrerebbe un aumento di oltre il 40% rispetto alla specie
precedente: ne sono state ritrovate di circa 700 cc
nellHomo habilis di Olduvai e di 800 cc
nella forma più cerebralizzata del Turkana denominata anche Homo
rudolfensis. Insieme con i reperti sono stati trovati anche
ciottoli lavorati, scheggiati lungo il margine di una o di entrambe
le facce (chopper e chopping tools). Ci troviamo di
fronte alla più antica lavorazione della pietra. Essa viene ritenuta
intenzionale, espressione di un livello intellettivo che, secondo
molti studiosi, corrisponderebbe a quello umano.
Con la presenza dellHomo habilis è attestata anche
l'organizzazione del territorio: vengono identificate aree che corrispondono
a capanne costruite e frequentate dall'uomo a scopo di abitazione
o di lavorazione della selce o preposte alla spartizione del cibo.
Un ulteriore elemento di sicuro interesse è un certo sviluppo delle
aree cerebrali del linguaggio articolato (area del Broca, per la
relativa muscolatura, e area del Wernicke, per la comprensione del
linguaggio); tale sviluppo è stato desunto dal calco endocranico
sul quale sono state identificate le relative impronte cerebrali.
Sono questi diversi elementi che inducono molti autori a ritenere
che con lHomo habilis sia stato raggiunto il livello
umano.
4. Homo erectus. A partire da 1,6 milioni di anni fa si
cominciano ad osservare in Africa delle forme più cerebralizzate,
anche se con aspetti di una certa rozzezza. Le più antiche sono
state ritrovate nell'Africa orientale (Kenya, Etiopia, Tanzania),
ma si diffusero presto sia nel Sud che nel Nord Africa e passarono
poi in Eurasia, ove evolveranno nel corso di centinaia di migliaia
di anni. La denominazione di erectus non deve trarre in inganno;
non è un attributo funzionale, quasi che la stazione eretta sia
stata acquisita con queste forme. È piuttosto un ricordo storico
degli antichi fossili di Giava (Pithecanthropus erectus)
ritrovati alla fine del XIX secolo (tra cui un femore tipicamente
umano e una calotta molto primitiva). Per le forme più antiche di
Homo erectus dellAfrica è stata recentemente proposta
la denominazione di Homo ergaster. Vengono classificati
come Homo erectus i fossili umani che si ritrovano fino a
200.000-100.000 anni fa, quando cominciano ad osservarsi caratteristiche
che preannunziano le forme di Homo sapiens. Il cranio di
Homo erectus ha tratti anche più massicci e robusti rispetto
a quello di Homo habilis, specialmente nelle formazioni sopraorbitarie
e nell'occipitale, ma è più cerebralizzato (si passa da 800 cc
a circa 1100 cc). Inoltre, è accompagnato da manifestazioni
culturali più progredite: industrie bifacciali (oltre a quelle su
ciottolo), industrie su scheggia e, in fase più avanzata, manufatti
di lavorazione Levallois.
Dalla culla dell'Africa orientale, dove i reperti di Homo erectus sono
documentati in vari ritrovamenti in Etiopia e in Kenya, specialmente intorno al Lago
Turkana, e in Tanzania, egli si è poi diffuso nel Sud Africa (Swartkrans, Saldanha,
Rhodesia) e nell'Africa settentrionale: Ternifine (Atlantropo), Thomas, Salè,
Sidi-abder-rhaman, Rabat. Ma, già in epoche assai antiche, lHomo erectus si
è spostato in Asia e in Europa. Per l'Asia i reperti più noti sono quelli di Giava, con
i numerosi ritrovamenti di Pitecantropi avvenuti dal 1891 fino ai giorni nostri. Sono
state proprio le scoperte dei Pitecantropi a caratterizzare una parte importante della
storia della Paleontologia umana. A Giava sono stati messi in luce, in diversi strati (dal
Pleistocene inferiore al Pleistocene superiore), reperti di diversa morfologia, alcuni
sicuramente non umani e altri umani, questi ultimi con qualche aspetto primitivo che
richiama le forme di erectus africane, ma con caratteristiche proprie. L'epoca a
cui risalgono le forme più antiche è ancora controversa (1,9 o 1,2 milioni di anni fa),
sebbene la connessione con le forme africane sia fuori discussione e ritenuta al momento
molto antica. Se ad essi si aggiungono i reperti del Sinantropo, rinvenuti a Cho-kou-tien,
non lontano da Pechino, a partire dal 1929, e quelli di altre località della Cina
(Longtandong, Jinniushan, Yuanmou, Yiyuan, Yiunxian, ecc.), si ha l'impressione di
trovarsi di fronte a una evoluzione a carattere regionale, che ha seguito tappe e ritmi
propri ed è sfociata nelle forme di Homo sapiens arcaico, presenti nelle stesse
regioni asiatiche intorno a 200.000-100.000 anni fa.
Per l'Europa, recenti scoperte ci portano ad epoche assai più antiche di quella a cui
veniva fatto risalire solo qualche anno fa lHomo erectus, con la
denominazione di Homo heidelbergensis, rappresentato dalla mandibola di Mauer,
risalente a circa 600.000 anni fa. A Dmanisi, in Georgia, è stata segnalata una mandibola
risalente a 1,2 milioni di anni fa. A Ceprano, nel Lazio, è stato scoperto un cranio di Homo
erectus di 800.000 anni fa. Numerosi fossili umani trovati ad Atapuerca, in Spagna,
attestano la presenza umana nella penisola iberica nella stessa epoca. Essi
presenterebbero caratteristiche tali da differenziarli dall'erectus africano (pur
derivando da esso), tanto che è stata proposta la denominazione di Homo antecessor.
Queste forme potrebbero ritenersi antenati sia di Homo heidelbergensis, e
attraverso di esso degli uomini di Neandertal, sia della forma moderna
di Homo sapiens. Ma, a parte le connessioni filetiche delle forme più antiche, la
presenza di Homo erectus in Europa è ben documentata da vari reperti che si
distribuiscono in varie località e in diverse epoche, fino alle forme pre-neandertaliane
di 100.000 anni fa (a Tautavel, Bilzinsgleben, Petralona, Steinheim, Swanscombe,
Montmaurin, Fontèchèvade, Castel di Guido, ecc.).
La cultura dellHomo erectus denota un sicuro livello
umano. Le industrie litiche, sia quelle bifacciali che su scheggia,
attestano una lavorazione intenzionale secondo un preciso progetto.
Si può notare l'accuratezza con cui vengono ottenuti i manufatti
acheuleani (Paleolitico inferiore), nei quali la lavorazione è estesa
a entrambe le facce e ai margini con opportuni ritocchi. Si può
cogliere, oltre alla funzionalità dello strumento, il concetto di
simmetria che i costruttori di questa industria dovevano
possedere. Anche la lavorazione su scheggia dimostra un perfezionamento
mediante la tecnica Levallois, con la quale veniva predeterminata
sul nucleo la forma del manufatto che si voleva ottenere. Con la
presenza dellHomo erectus si ha anche la domesticazione
del fuoco, a partire da almeno mezzo milione di anni fa. Pare documentato
il trattamento di crani per qualche rituale funerario, forse di
antropofagia (ad esempio, nel Sinantropo). Lorganizzazione
dello spazio abitato, sia all'aperto che in grotta, è bene attestata.
L'economia, come in tutto il periodo del Paleolitico, si basa sulla
caccia e sulla raccolta.
5. La comparsa dellHomo sapiens. Il passaggio delle
forme di erectus a quelle di Homo sapiens non fu netto,
ma graduale, tanto che alcuni reperti sono classificati tra gli
erectus evoluti o tra i sapiens arcaici.
Questo passaggio viene collocato tra i 200.000 e i 100.000 anni
fa. La forme più antiche di sapiens (Homo sapiens
arcaico) non sono più attualmente viventi. Tra queste vanno inclusi
anche i Neandertaliani europei e del vicino Oriente, vissuti tra
100.000 e 37.000 anni fa, i quali però si sono estinti senza lasciare
discendenza. Le radici dell'umanità attuale, indicate come specie
Homo sapiens sapiens (ben noto nei reperti del Paleolitico
superiore europeo, quali Cro-Magnon, Chancelade, Combe Capelle,
ecc.), vengono riconosciute in alcuni reperti di uomini vissuti
intorno a 90.000 anni fa in Palestina, a loro volta derivanti da
forme africane di Homo sapiens arcaico. Lo sviluppo di Homo
sapiens sapiens appare piuttosto rapido, quasi esplosivo:
a partire da 35.000 anni fa esso è presente nei vari continenti,
compresa l'America e l'Australia. La cultura della forma sapiens
è certamente assai evoluta, sia nelle industrie su pietra e anche
su osso (queste ultime specialmente nel Paleolitico superiore),
sia nelle raffigurazioni dell'arte parietale e mobiliare, sia nelle
pratiche funerarie, di cui le più antiche inumazioni sono state
riconosciute a Skuhl e Qafzeh, in Palestina, risalenti a 90.000
anni fa. Anche presso i Neandertaliani veniva praticata la inumazione.
Il corredo funerario, frequente, e anche la posizione dellinumato,
spesso rannicchiato, rivelano una particolare attenzione per il
defunto.
È interessante osservare che, in alcune regioni, la forma moderna si
ritrova accanto a quella neandertaliana: così in Israele tra i 90.000
e 40.000 anni fa e in alcune regioni europee intorno a 35.000 anni
fa. Comunque, l'affermarsi della forma moderna non viene interpretato
da molti autori in termini di evoluzione locale (almeno in senso
generalizzato a tutte le regioni della terra), ma viene sempre riferito
a una diffusione sviluppatasi a partire da un unico centro africano.
Secondo tale teoria, chiamata «teoria della sostituzione»,
è dallAfrica che la forma moderna si sarebbe diffusa negli
altri continenti, intorno a 100.000 anni fa, sostituendo
le forme di Homo erectus e i Neandertaliani ivi presenti.
La teoria si accorda con evidenze offerte dalla biologia molecolare,
e precisamente dallo studio del DNA mitocondriale ( GENETICA,
II.1), da cui emerge la maggiore antichità del ceppo africano moderno.
Si parla così di «Eva africana». Ad analoghe conclusioni
pare si giunga in seguito a recentissime analisi del DNA del cromosoma
Y, per cui alcuni parlano di «Adamo africano». Una seconda
teoria, denominata «teoria della continuità», sostiene
invece la derivazione della forma moderna da Homo erectus
nelle diverse regioni. A ciò indurrebbero a pensare il dato paleontologico,
specialmente in alcune regioni, come il lontano Oriente, e anche
certi ritrovamenti dell'Est europeo.
Il problema è complesso e vanno evitate le semplificazioni eccessive.
Per quanto riguarda l'Europa, si ammette la sostituzione
dei Neandertaliani con forme provenienti dal vicino Oriente. A sostegno
di questa ipotesi vengono anche portate recenti analisi del DNA
di reperti neandertaliani, che escluderebbero i Neandertaliani dall'ascendenza
dell'uomo moderno. Se questo è vero, sembra però da escludersi una
interpretazione troppo rigida della derivazione africana con totale
sostituzione delle forme preesistenti. Pare da ammettersi qualche
mescolanza, a volte limitata, altre volte in maggiore misura, con
le forme esistenti sul territorio. Ciò può essere detto soprattutto
per alcune regioni. Dall'Africa sono partite diverse ondate
di umanità nei periodi della preistoria. In ogni caso debbono
ammettersi cambiamenti microevolutivi locali in relazione ai diversi
fattori, specialmente geografici.
III. La cultura, rivelatrice dellumano nelluomo
I problemi aperti in tema di evoluzione umana sono molti: la connessione
filetica con gli Ominidi che hanno preceduto la comparsa dell'uomo,
la determinazione della soglia umana, il processo relativamente
rapido di cerebralizzazione, il successo evolutivo della forma sapiens
e altri ancora. Rimandando il lettore, per i temi più particolareggiati,
alla Bibliografia finale (cfr. Coppens, 1988; Piveteau, 1993, Facchini,
1995), vogliamo qui accennare soltanto ad un aspetto particolarmente
attinente al nostro tema: la identificazione della soglia
umana. L'uomo ha fatto il suo ingresso nel mondo senza rumore, nota
Teilhard
de Chardin: quando lo incontriamo è già una folla. Riconoscerne
gli inizi appare dunque arduo. Ci accosteremo qui al
tema nei suoi aspetti fenomenologici e paleoantropologici, lasciando
alle sezioni successive lemergenza della dimensione religiosa
(vedi infra, IV) ed un confronto con i dati biblici e la
teologia (vedi infra, V).
1. Novità biologiche e discontinuità culturale. Tra l'uomo
e l'animale vi è una certa continuità, ma vi sono delle novità anche
solo sul piano biologico. Il pensiero corre allorganizzazione
cerebrale, certamente più complessa che in qualunque altro essere
del mondo animale, ma più ancora al comportamento dell'uomo, inteso
in senso globale. Allelemento biologico, comune a tutti i
viventi, nelluomo si accompagna lelemento comportamentale
di natura diversa, cioè la cultura. Lo studio dellevoluzione
umana e delluomo preistorico non è solo lo studio delle sue
modificazioni fisiche e biologiche, ma anche della sua cultura.
Tra luomo e il mondo animale vi è una continuità biologica che
giustifica lappartenenza della specie umana, dal punto di
vista tassonomico, allordine dei Primati. Tale continuità
non esclude novità e peculiarità anche sul piano biologico, che
appaiono e possono essere interpretate come discontinuità. Valga
per tutte lesempio che, attualmente, non vi sono altri Primati
che praticano il bipedismo. Lo sviluppo cerebrale umano, sia in
senso quantitativo che qualitativo, è un fenomeno unico nel mondo
dei viventi, nonostante le differenze tra il genoma umano ( GENETICA,
II) e quello dello scimpanzé siano soltanto dellordine del
5%. Ovviamente si tratta di stabilire che cosa corrisponda a quel
5% sul piano biologico e comportamentale; se si fa riferimento alle
proprietà biochimiche (proteine), la differenza pare contenersi
nellordine dell1-2%. Per quanto concerne i più antichi
fossili umani, lo studio paleontologico mette in evidenza nellHomo
habilis alcuni elementi che fanno pensare a qualche discontinuità
anche sul piano fisico (ad esempio laumento cerebrale del
40% rispetto agli Australopiteci). Ma non è facile parlare di discontinuità,
non conoscendo tutti i possibili passaggi intermedi.
Lelemento di maggiore discontinuità è però rappresentato
dal comportamento culturale, cioè da attività che non sono riconducibili
a fenomeni, proprietà o leggi di ordine biologico, ma si collocano
piuttosto in un ambito extrabiologico. Certamente non possono esservi
dubbi sul livello umano degli esseri che nel Paleolitico superiore
ci hanno lasciato raffigurazioni nelle grotte o di quelli che 90.000
anni fa incominciarono a seppellire i morti; ma l'attribuzione del
livello umano soltanto all'umanità degli ultimi 100.000 anni pare
una stima assai limitante e non giustificata.
2. Progettualità e simbolizzazione. La «progettualità»
significa la capacità di progettare, di agire intenzionalmente con
certi comportamenti che tendono a raggiungere uno scopo che ci si
prefigge. La progettualità rivela originalità, capacità innovative
e creative, sia che si esprima nella lavorazione di una selce o
nella costruzione di un riparo o nella manipolazione degli alimenti.
E quello che avviene nella tecnologia,
che può essere strumentale, abitativa, alimentare. La tecnica non
è sconosciuta nel mondo animale. Pensiamo al castoro che costruisce
le dighe, o all'ape che costruisce celle esagonali di altissima
perfezione, o agli uccelli che costruiscono il nido. Ma in tutti
questi casi non ci sono innovazioni, non c'è un progresso, una evoluzione.
Si tratta di comportamenti che appaiono fissati dal DNA o dall'imprinting.
Manca una intelligenza di tipo astrattivo, che abbia la capacità
di proiettarsi nel futuro, di progettare, di innovare, di conservare.
La progettualità è anche segno di autodeterminazione e di libertà.
La «simbolizzazione» è un'altra caratteristica essenziale
della cultura ( SIMBOLO,
V). La capacità simbolica consiste nell'attribuire a un segno, a
un suono, a un oggetto un valore, un significato che va oltre il
segno (ad esempio un grido, come reazione a uno stimolo doloroso,
non è un simbolo ma un segnale). Mediante la simbolizzazione vengono
anche arricchite di valori le realizzazioni della tecnica. La progettualità
si lega alla simbolizzazione. Infatti ciò che viene ottenuto con
la tecnica, oltre a rispondere a un progetto, assume un valore di
segno o richiamo a qualche utilizzazione o impiego. Lo strumento
acquista un valore in quanto strumento, perché richiama la funzione
alla quale è destinato. Si può parlare di simbolismo funzionale,
perché lo strumento o la realizzazione tecnica assumono un significato
nella loro oggettività, in quanto rimandano, nell'intenzione di
chi lo costruisce e nella mente di chi lo osserva, a una utilizzazione
o funzione particolare o generale (ad esempio il tagliare, il raschiare).
Lo strumento ed i prodotti dellattività umana entrano a far
parte dellimmaginario delluomo ed assumono un significato
nel suo contesto di vita.
Vi sono espressioni di simbolismo che consentono di comunicare, di stabilire delle
relazioni non soltanto con riferimento immediato a stati emotivi, ma anche a situazioni
lontane nel tempo (memoria dell'evento e proiezione sul futuro). Esse si collocano nella
sfera del sociale, della comunicazione interpersonale. Ciò si realizza sia nelle risposte
a bisogni biologici, che vengono arricchite di nuovi significati (l'abito ha funzione
protettiva di richiamo o estetica; la mensa è un modo per soddisfare bisogni biologici,
ma anche di comunicazione, ecc.), sia in modo del tutto peculiare mediante il linguaggio,
la scrittura e altre forme di comunicazione, che costituiscono i sistemi simbolici
caratteristici delle società umane. Mediante la parola si realizza una comunicazione in
assenza delle cose a cui ci si riferisce, astraendo da ciò che cade immediatamente sotto
i sensi. È così che avviene la comunicazione del proprio mondo interiore e delle proprie
esperienze. La comunicazione simbolica mediante il linguaggio rappresenta l'ambiente in
cui si stringono i rapporti sociali e si formano nuovi sistemi di comunicazione. Si ha
così un simbolismo sociale.
Infine vi è un simbolismo in cui la comunicazione riguarda interiorità
della persona senza particolari relazioni a bisogni o eventi. Si
può trascendere la dimensione biologica e anche di comunicazione
sociale, quando ci si porta nella sfera dell'arte, della religione
e dell'etica. Possono esserci anche espressioni che hanno qualche
riferimento alla vita biologica e sociale, ma si ha indipendenza
e trascendenza rispetto al bisogno biologico e sociale. Si può dunque
parlare anche di simbolismo spirituale (vedi infra,
IV.2). Giustamente, Deacon (1997) parla dell'uomo come di una «specie
simbolica». Progettualità e simbolizzazione vanno viste congiuntamente,
come espressioni dell'intelligenza umana astrattiva e dello psichismo
umano: esse costituiscono il nucleo essenziale della cultura e rappresentano
come due facce di una stessa medaglia. Inoltre, proprio in quanto
espressioni creative, possono svilupparsi ed accrescersi nelle loro
realizzazioni, che vengono trasmesse nella società per via extraparentale.
Se questa è la cultura, dobbiamo ritenere che, in senso proprio,
si ha cultura solo nell'uomo. È quindi un linguaggio improprio quello
che la attribuisce anche agli animali, indicando con tale termine
un qualunque comportamento appreso, anche per imitazione o per apprendimento
casuale e non ereditato biologicamente: una posizione, questa, che
si ritrova in diversi autori, fra cui Cavalli Sforza e Feldman (1981).
3. Il problema della soglia umana sullo sfondo delle origini della cultura. Quando
nell'Ominide si manifesta la capacità di progetto e di simbolismo è segno che la
scintilla dell'intelligenza si è accesa in lui. Ma quando ciò è avvenuto? Quando
possiamo ritenere di trovarci di fronte a manifestazioni che lasciano intendere capacità
di progetto e di simbolizzazione? È il problema della individuazione della soglia umana,
uno dei più ardui della paleoantropologia. Dobbiamo riconoscere che le origini dell'uomo
e della cultura sono avvolte nell'oscurità più profonda.
Ciò che caratterizza la cultura è lessere espressione di uno psichismo che è
autocoscienza, autodeterminazione, e quindi libertà. Lo psichismo riflesso non è un
reperto che fossilizza; se ne conservano però le tracce, per luomo preistorico come
per luomo di oggi. Lo psichismo umano è anche percezione del
tempo, non solo come memoria del passato (anche gli animali possono
averla), ma anche come previsione e programmazione del futuro. La capacità previsionale
è propria delluomo e porta alla conservazione e al miglioramento dei suoi prodotti.
Essa significa apertura verso un futuro da conoscere e da costruire coscientemente e
liberamente, anche predisponendo tecniche adeguate. Questo atteggiamento interiore è
rivelato dal comportamento, dai segni che ci fanno cogliere queste peculiarità dell'uomo,
in una parola dalle manifestazioni culturali, in un approccio che potrebbe dirsi non
filosofico, ma piuttosto fenomenologico o propriamente antropologico. È essenzialmente
alla cultura che si deve l«umanizzazione», che, come ha
osservato Martelet (1998), designa il modo con cui luomo, apparso nel cuore della
natura, comincia a segnarla con la sua presenza, mentre
l«ominizzazione» rappresenterebbe solo quel segmento di
evoluzione anatomo-morfologica e psichica che ha condotto fino alluomo.
Espressioni di cultura si trovano nella storia evolutiva dell'uomo non solo nelle fasi
recenti con lHomo sapiens che seppellisce i morti e affresca le pareti delle
grotte, ma anche con lHomo erectus o lHomo habilis. Già sono
state ricordate le manifestazioni culturali che accompagnano le forme umane più antiche:
esse sono costituite essenzialmente da industrie litiche o testimonianze sul modo di vita
che depongono per uno psichismo umano. Ma fin dalle antiche forme di erectus si
hanno delle manifestazioni che non sono solo di ordine strumentale: esistono segni
intenzionali lasciati su ossa di grandi mammiferi che fanno pensare ad una qualche
attività simbolica (come a Bilzinsgleben, 400.000 anni fa, in un reperto di bovide di
epoca rissiana trovato a Pech de lAzé, ecc.; cfr. Facchini, 1998). L'uomo faber
è anche sapiens, si rivela sapiens nell'essere faber, anche a
partire dallindustria su ciottolo. Essa, nella sua varietà, rivela una
progettualità e, indirettamente, anche una capacità astrattiva simbolica. Quello che
importa è il significato che lo strumento assume nell'immaginario del suo artefice, il
quale non si accontenta dell'uso immediato, ma lo conserva e lo perfeziona. Luomo
tecnologico, costruttore di utensili, è anche inventore di simboli, symbolicus e loquens
al tempo stesso: la stessa tecnologia viene trasmessa mediante il linguaggio. Ciò che
più convince sull'antichità della forma umana, oltre allo strumento in sé (non c'è mai
un usa e getta, come in alcuni Primati che utilizzano pietre o
bastoni), è il contesto in cui si realizzano e vengono utilizzate le tecniche; sono la
continuità e il progresso che si osservano nelle industrie litiche e nella organizzazione
del territorio, nelle forme che si susseguono da Homo habilis a Homo erectus
e Homo sapiens.
Il significato della cultura, nellidentificazione dell'«essere
umano» e delle sue peculiarità, risulta da alcune caratteristiche che vogliamo
qui sottolineare. La prima di esse è che la cultura si presenta come una
strategia adattativa. Essa entra come elemento determinante nei
processi di adattamento, modificando l'ambiente e mediante accorgimenti che adattano
l'organismo all'ambiente. Sia la capacità progettuale che il simbolismo nella
tecnologia, come nella vita e nellorganizzazione sociale e nel
linguaggio rappresentano fattori di adattamento dell'ambiente all'uomo e
dell'uomo all'ambiente. Mediante la cultura si allenta la selezione naturale, anche se
essa continua ad operare. Rispetto alle altre specie l'uomo va controcorrente, perché
innesta altre strategie adattative ed evolutive, contrastando, in qualche misura, la
stessa selezione naturale ai fini della sopravvivenza. Se l'uomo è sopravvissuto rispetto
agli Australopiteci, che si sono estinti, è stato grazie alla cultura (cfr. Coppens,
1984, 1988).
In secondo luogo, la cultura rappresenta una sorta di ambiente
della specie umana. L'uomo nasce, vive e cresce in una cultura. Realizza il suo rapporto
con l'ambiente mediante la cultura. Essa rappresenta una vera specializzazione sul piano
ecologico e caratterizza il rapporto trofico e funzionale della specie umana con l'habitat,
cioè la nicchia ecologica della specie. In questo senso, emblematicamente, la cultura
può essere ritenuta la nicchia ecologica dell'uomo.
Ma la cultura è anche segno di trascendimento evolutivo. Questa
idea si riallaccia al pensiero di Dobzhansky sulla linea della concezione di Teilhard de
Chardin. Secondo Dobzhansky, è da ammettersi una discontinuità, un trascendimento
evolutivo nel passaggio dalle forme precedenti alla forma umana. Infatti le regole della
società umana non sono più quelle biologiche, pur continuando ad essere vigenti, in
altri livelli, leggi di ordine biologico. Riteniamo che questa discontinuità sia da
ricollegarsi essenzialmente alla cultura. Essa è stata preceduta, sempre secondo
Dobzhansky, da un primo trascendimento che si è avuto nel passaggio dal mondo inorganico
alla struttura vivente.
In definitiva, è possibile vedere la cultura come rivelatrice
dell'umano nell'uomo. Con questa affermazione vogliamo sottolineare
che lo specifico dell'uomo sta nella sua attitudine alla cultura,
cioè nella sua capacità progettuale e simbolica, più
che nelle diverse espressioni culturali in quanto tali, che possono
variare nel tempo, anche in relazione ai cambiamenti dell'ambiente.
Le realizzazioni possono essere diverse, ma ci sono sempre progettualità
e simbolismo, che rappresentano le costanti della cultura. Dal punto
di vista antropologico, l'umano si manifesta in questa capacità,
che non è statica, bensì dinamica ed evolutiva. È proprio il divenire,
il progredire delle espressioni della cultura che rivela la vera
natura dell'uomo, il suo volto profondo. Si tratta di un comportamento
che trascende l'aspetto puramente fisico-biologico e offre un raccordo,
sul piano filosofico, per poter essere interpretato come espressione
di spiritualità e quindi in discontinuità ontologica
con il mondo animale (vedi infra, IV; V.3).
IV. Lemergenza dellhomo religiosus
Lorigine della religione
è un argomento assai dibattuto nel mondo umanistico e scientifico,
affrontato con approcci e metodi diversi, nei quali finiscono spesso
col prevalere o determinate impostazioni ideologiche o la trasposizione
di sistemi religiosi di popoli attuali, primitivi oppure evoluti,
alluomo preistorico. La domanda essenziale è rappresentata
dal chiedersi se il senso religioso e del sacro sia riferibile alla
struttura originaria dellesperienza umana o sia invece il
prodotto di scelte culturali rese necessarie, o comunque suggerite,
in una società via via più evoluta e complessa. La paleoantropologia
cerca di offrire il proprio contributo mediante lanalisi dellattività
concettuale delluomo preistorico, particolarmente le sue pratiche
funerarie e le sue rappresentazioni artistiche.
1. I diversi approcci al problema della religiosità umana.
Il più classico è rappresentato dalla scuola evoluzionistica.
Questa partiva dal presupposto che nella fase primordiale dell'umanità
non vi fosse alcuna forma di religiosità e che lidea religiosa
comparisse in uno stadio successivo, col procedere dellevoluzione
storica. Le varie fasi suggerite da Lubbock (1834-1913) erano le
seguenti: ateismo, feticismo (o teriomorfismo), culto della natura
(o totemismo), shamanismo, idolatria (o antropomorfismo). L'idea
di Dio
apparirebbe solo in una fase successiva. A una concezione evoluzionistica
si ispirò anche E. Burnett Tylor (1832-1917), il quale propose uno
sviluppo del senso religioso a partire dall'animismo, passando per
il feticismo, l'idolatria, il politeismo e sfociando infine nel
monoteismo. Condividono lapproccio evolutivo studiosi come
Morgan (1818-1881) e, più recentemente, Sir James Frazer (1854-1941).
Con uno schema che ricorda il positivismo
di A. Comte (1798-1857), si partirebbe dalla magia come prima manifestazione
dello spirito umano, per giungere poi alla religione ed infine alla
scienza.
Nell'approccio sociologico di Emile Durkheim (1858-1917) la
religione è una proiezione della società, unemanazione della coscienza collettiva.
È la società stessa che creerebbe il sacro, distinguendolo dal profano e indicandolo
istituzionalmente nel Totem. Lapproccio è condiviso da Marcel Mauss
(1873-1950), Henri Hubert (1872-1927) e, in parte, da Lucien Lévy-Bruh1 (1875-1939).
Il metodo etnologico di Andrew Lang (1844-1912), contro l'animismo
di Tylor e la mitologia naturistica di Max Müller (che vedeva l'origine della religione
nei fenomeni della natura), pose la credenza in un Dio superiore agli inizi della
religione, analogamente con quanto egli osservava presso popoli molto primitivi, come gli
Australiani e gli Andamanesi. Lidea fu ripresa da Wilhelm Schmidt (1868-1954) che
sostenne, sulla base di tradizioni orali raccolte presso gruppi primitivi dell'America,
dell'Africa e dell'Australia, che la prima forma di religione fosse il monoteismo, cioè
la credenza nell'Essere supremo, da ricollegarsi a una rivelazione primitiva.
Il funzionalismo di Bronislaw Malinowski (1884-1942) cerca il
significato della religione nell'ambito della sua funzione
allinterno di una determinata civiltà, in relazione cioè ai bisogni fondamentali
di quel gruppo sociale. Esisterebbe allora, con R. Thurnwald (1866-1954), una certa
correlazione tra le espressioni della religione e le diverse forme economico-sociali.
Dalla credenza generale nella sacralità degli animali (teriomorfismo) durante il periodo
dei popoli predatori, si passerebbe al totemismo delle culture dei cacciatori, alla
personificazione animistica della divinità nelle culture agricole; la credenza in dèi
supremi sarebbe invece specifica dei popoli dediti allallevamento.
Raffaele Pettazzoni (1877-1955) ha studiato la comparsa e lo sviluppo della religione
con un metodo storico, comparando i dati offerti dalle religioni
classiche dei Greci, dei Romani, dei Germani, degli Slavi, e occupandosi in particolare
del monoteismo, a partire dal mondo dei popoli primitivi. Secondo Pettazzoni l'idea che la
credenza in un Essere supremo (generalmente uranico) si sia formata in un dato punto
presso una famiglia umana e si sia poi diffusa sulla terra, come sostenuto da Schmidt, non
sarebbe verosimile. I popoli primitivi attuali che possiedono questa credenza appartengono
a una grande varietà di aree culturali e rappresentano formazioni distinte maturatesi
attraverso processi di durata considerevole. Diversamente dallidea di un monoteismo
primitivo, limmagine di un Essere celeste superiore non avrebbe subito un lento
degrado storico, ma avrebbe immediatamente assunto colorazioni religiose diverse, a
seconda dei vari ambienti culturali in cui sorse.
Un approccio fenomenologico al problema delle origini delle
religioni ( RELIGIONE,
III.1) è quello operato da Nathan Söderblom (1866-1931), Rudolf
Otto (1869-1937) e Gerardus van der Leeuw (1890-1950). Per questi
autori la parola chiave della religione sarebbe il «sacro»,
ancor più del concetto di «Dio». Una religione può realmente
esistere senza una concezione precisa della divinità, ma non esiste
alcuna religione senza la distinzione tra sacro e profano. Viene
così superata la distinzione fra stadio magico e stadio religioso
( MISTERO,
V). Per Otto l'idea del sacro affonda le sue radici nelle profondità
dell'animo umano, in una sorta di rivelazione interiore
che porta ad apprezzare il valore del numinoso, del mistero tremendum
et fascinans, che si manifesta in fatti e avvenimenti.
Un approccio più completo, definito di tipo ermeneutico, è quello
di Mircea Eliade (1907-1986). Introducendo il concetto di «ierofania»,
cioè di «manifestazione del sacro» ed utilizzando gli studi
comparativi di Georges Dumézil su concetti, miti, riti e divinità del mondo indoeuropeo,
egli propone un metodo, integrale: storico, fenomenologico ed ermeneutico. Molto
importante è allora non soltanto descrivere il fenomeno, ma interpretarlo, decifrarne il
messaggio, a partire dalla propria esperienza interiore e da quella che matura nella
comunità. Il sacro è un elemento di una struttura della coscienza,
non un momento della storia della coscienza. Questa realtà, comunque
si manifesti o sia percepita come oggetto, è il «Totalmente Altro»,
che trascende il mondo. La storia delle religioni non è che un accumulo di ierofanie, di
cui occorre cercare il significato attraverso un approccio fenomenologico.
Su questa linea, che vede come essenziale all'uomo l'esperienza del sacro, così da
farne homo religiosus, si colloca il contributo di Julien Ries (n. 1920),
particolarmente per quanto si riferisce alle grandi religioni di epoca protostorica e
storica, nelle quali la «teofania» prende il posto della ierofania
(cfr. Ries 1982). Si tratta sempre di un'esperienza del sacro in cui lhomo
religiosus si muove in un universo simbolico di miti e di riti, ricollegati non più a
elementi cosmici e numinosi, ma a rivelazioni dirette o teofanie. Per la comparsa della
dimensione religiosa dell'Homo sapiens, Gilbert Durand (1992) ha sottolineato
l'importanza della simbolizzazione e dei suoi percorsi antropologici nell'immaginario
umano.
Alcuni degli approcci appena ricordati hanno il limite di voler
affrontare il problema della comparsa della religiosità sulla base
di comparazioni o estrapolazioni, non scevre a volte da influssi
ideologici. Più libero e metodologicamente più corretto appare il
metodo fenomenologico, come pure quello ermeneutico, anche se non
si basano su documentazione fossile. È possibile formulare anche
un approccio che utilizzi gli elementi forniti dalla Paleoantropologia
e dalla Preistoria: sebbene sia forse oggi il più lacunoso, esso
pare al tempo stesso il più adeguato. In questa linea possono essere
ricordati i contributi di Breuil, Bergounioux, Nougier, Muller-Karpe,
Boné, Blanc, Leroi-Gourhan. Anche l'etnologo Schebesta, pur seguendo
il metodo storico, non ha trascurato la preistoria. È appunto con
un approccio di tipo e globale, che la paleoantropologia può offrire
un contributo allo studio dellemergenza del sacro, e dunque
delle manifestazioni dellhomo religiosus nei lunghi
periodi del Paleolitico.
2. Simbolismo, senso spirituale e senso religioso. Un contributo
importante di questultimo approccio sta nella possibilità
di studiare il sorgere ed il significato del simbolismo primitivo.
Il senso religioso si lega infatti strettamente al simbolismo. Il
mondo simbolico dell'uomo non è incominciato con la pratica della
sepoltura e con l'arte. Anche le attività, le industrie, le forme
di comunicazione, i rapporti con il territorio si legano alla capacità
astrattiva dell'uomo e sono cariche di simboli, perché assumono
un valore in se stesse e rimandano ad altro, all'immaginario dell'uomo,
alla sua capacità creativa. In questo modo l'uomo arricchisce di
significati le espressioni della cultura e le riunisce in un universo
di valori. Come abbiamo già visto (vedi supra, III.2), si
può parlare di un simbolismo funzionale e di un simbolismo
sociale, riconoscibili nella fase di Homo erectus e
per molti aspetti anche in quella di Homo habilis, ma anche
di un simbolismo spirituale, cui ci si accosta mediante
manifestazioni del senso estetico.
Il senso estetico si può cogliere anche in una lavorazione bifacciale quando essa si
svincola dalla pura funzionalità (tagliare, raschiare o incidere) e si manifesta in epoca
assai più antica di quella corrispondente alle raffigurazioni artistiche del Paleolitico
superiore, come quelle ben note di Altamira, di Lascaux e di Niaux. Assieme al simbolismo
delle pratiche funerarie (vedi infra, n. 3), il simbolismo presente nelle varie
forme artistiche (vedi infra, n. 4) trascende la sfera dei bisogni individuali e
sociali, per divenire, appunto, un simbolismo spirituale. In queste
forme di simbolismo si possono inquadrare certi segni ritrovati in oggetti preistorici
molto antichi, anche se di difficile interpretazione. Si tratta di incisioni di diverso
genere, ma certamente intenzionali, come quelle rinvenute su un frammento di costola di
bovide a Pech de l'Azé, quelle a zig-zag su un frammento osseo ritrovato a Bacho-Kiro
(Bulgaria), o quelle presenti a Bilzinsgleben e risalenti a circa 400.000 anni fa, già
ricordate poco sopra. Non conosciamo il significato di queste incisioni, ma il loro
carattere simbolico è fuori discussione. A favore del simbolismo estetico o spirituale
può essere portato anche l'uso dell'ocra rossa, probabile immagine del sangue e della
vita, che risale ad epoca più antica delle sepolture neandertaliane o del Paleolitico
superiore, segnalata in vari siti preistorici del Paleolitico inferiore.
A nostro modo di vedere, i presupposti essenziali per il simbolismo e il senso
religioso sono presenti dove ci sono segni di un'attività astrattiva, di uno psichismo
riflesso. La capacità simbolica dell'uomo incluso il simbolismo
spirituale è riconoscibile nelle manifestazioni della cultura, anche in
quelle di ordine strumentale. Negli artefatti costruiti dall'uomo, infatti, si rivela
unintelligenza che non è incorporata all'opera (per così dire), ma precede
l'opera, perché ha pensato e voluto lo strumento quasi come una terza
mano. Anche la primitiva tecnologia, quando esprime creatività e
intenzionalità, rivela autocoscienza. E nel momento in cui ha avuto coscienza di sé,
l'uomo non può non aver percepito la sua differenza rispetto agli altri esseri che aveva
attorno, non può non essersi posto domande su di sé e sulla realtà
esterna. Quando emerge tale coscienza, vi è già la capacità di
stupirsi di fronte alla volta del cielo stellato e al
movimento degli astri, per la bellezza di un tramonto e per la potenza dei fulmini o della
lava incandescente di un vulcano. E accanto allo stupore nasce la percezione di qualcosa
che lo sovrasta e lo trascende, di fronte al quale egli si sente impotente e di cui ne
ignora la natura. Sono questi i sentimenti che ispirano il senso del sacro, come
riconoscimento di forze superiori, comunque esse possano identificarsi, anche in forme
mitiche o magiche. È per questo che Eliade ritiene giustamente che l'esperienza del sacro
sia intrinseca all'esperienza umana e costituisca un elemento fondamentale della struttura
della coscienza. «Di conseguenza, dal momento in cui le opere dell'uomo
preistorico ce lo rivelano come un essere che possiamo definire umano, siamo costretti a
riconoscergli anche una certa religiosità» (Boné, 1988).
L'idea di «ierofania», proposta da Mircea Eliade e
ripresa da Julien Ries per descrivere lo sviluppo del senso del
sacro nell'uomo preistorico, ha una sua plausibilità, oltre che
una indubbia efficacia. Ciò dovrebbe valere per l'uomo fin dalle
sue origini, anche per la fase di Homo habilis, non
solo per quella di Homo erectus del Paleolitico inferiore,
in cui vengono segnalate alcune attività a carattere simbolico che
possono essere di ordine cultuale o magico-religioso. La continuità
culturale, oltre che somatica, che si osserva tra habilis
ed erectus depone a favore di un livello concettuale comune,
quali che possano esserne le espressioni. L'uomo si rivela dunque
sapiens già in quello stadio in cui viene definito faber
per la sua tecnologia. In realtà come ricordato
sopra è faber perché sapiens, fin dalle
origini, perché fa emergere la coscienza riflessa e la capacità
simbolica, che ispirano anche il senso religioso e del sacro.
3. Le sepolture delluomo primitivo. Anche l'uomo preistorico,
come quello moderno, deve essersi posto il problema della morte,
come destino ineluttabile. Ciò in forza della sua capacità astrattiva
e progettuale, di proiettarsi cioè nel futuro. L'istinto di autoconservazione
diventa allora nell'uomo bisogno di protezione, desiderio di sopravvivenza.
Non si deve pensare che la coscienza della morte sia sorta con le
prime sepolture più antiche conosciute, che vengono fatte risalire
a circa 100.000 anni fa. Già certi rituali funerari delle epoche
precedenti lasciano intendere che l'uomo non è rimasto indifferente
di fronte alla morte e ha sviluppato le sue capacità dì simbolizzazione
attraverso gesti e operazioni che non si collegano a necessità immediate
della specie.
La mancanza di vere sepolture per lunghissimi periodi del Paleolitico ha indotto a
pensare che l'uomo abbandonasse sul posto i cadaveri, all'aperto, come del resto viene
segnalato anche per qualche gruppo umano attuale. Non si può però neppure escludere che
vi fosse qualche attenzione per il defunto, di cui non si è conservata traccia. In
realtà sono le sepolture in grotta quelle che ci hanno lasciato testimonianze, e pare che
l'inumazione in grotta non sia stata praticata per lungo tempo.
Quando l'uomo comincia la pratica della sepoltura, si può dire che la morte ha
cambiato significato per lui. È difficile immaginare le ragioni che
hanno indotto a sotterrare i cadaveri. Preoccupazioni di igiene? Protezione del cadavere
dalle fiere in segno di affetto? Precauzioni per un ritorno del defunto? Allestimento di
una dimora ed equipaggiamento per una vita oltre la morte? Propiziazione e desiderio di
protezione da parte del defunto? Forse non c'è una risposta unica, valida per tutti i
casi, anche perché le sepolture dell'uomo preistorico non seguono tutte un medesimo
rituale, pur rispondendo a una evidente intenzionalità. Alcuni esempi potranno qui essere
opportunamente richiamati.
Le sepolture più antiche che attualmente si conoscono sono quelle della Grotta di
Qafzeh e di Skhul in Palestina, per le quali è stata indicata un'età di 90.000 anni.
Nella grotta di Qafzeh sono stati trovati i resti scheletrici di una ventina di individui
accompagnati da industria musteriana (cultura del Paleolitico medio che deriva il suo nome
dalla stazione preistorica di Le Moustier in Francia). Fra gli altri viene segnalata una
sepoltura duplice con una giovane donna adagiata sul fianco, con le mani raccolte sul
ventre e le gambe flesse, e un bambino deposto ai suoi piedi. Un'altra sepoltura conteneva
lo scheletro di un adolescente adagiato sul dorso, con le braccia flesse e le mani ai lati
della testa che tenevano le corna di un grande cervide. Sul petto frammenti di uova di
anitra e tracce di fuoco e un blocco calcareo sulla regione addominale; le gambe erano
ripiegate. Ci troviamo forse di fronte a un'offerta fatta al morto perché il morto la
porti con sé? Alcuni attribuiscono al corredo di questa tomba una particolare importanza
dal punto di vista simbolico e spirituale in ordine alla vita futura: il cervo che perde
le corna a primavera e le rigenera potrebbe avere avuto, come presso alcuni popoli di
epoca storica, un significato di fertilità e immortalità.
In alcuni depositi neandertaliani sono state ritrovate sepolture accompagnate da
corredo. Sepolture di neandertaliani, sempre in Palestina, sono state trovate ad Amud e
Tabun. A Teshik-Tash, nell'Uzbekistan, sono stati ritrovati resti di un fanciullo
neandertaliano che giacevano accanto a cinque trofei di corna di stambecco. A Shanidar, in
Irak, sono stati ritrovati resti di vari individui, tra cui un bambino, riferibili a
diversi livelli cronologici, il più antico dei quali risale a 70.000 anni fa, il più
recente a 45.000 anni fa. In una delle sepolture di Shanidar l'inumato era stato deposto
in un letto di fiori e circondato da fiori, come è dimostrato dall'analisi pollinica.
Sono quindi ben documentati l'attenzione e il culto del defunto.
Per l'Europa la documentazione sulle sepolture neandertaliane è assai ricca e
significativa, sebbene, soprattutto per i primi ritrovamenti dell'inizio del secolo, il
rilevamento planimetrico non sia sempre stato effettuato. Nella Grotta di La Chapelle
(Corrèze, in Francia) fu scoperto nel 1908 lo scheletro di un anziano con la testa a
ovest e i piedi a est, il braccio sinistro steso, il destro sollevato verso la testa,
protetta da grandi ossa di animali, e accanto ad essa le ossa della zampa di un bisonte. A
La Ferrassie sono stati ritrovati resti scheletrici riferibili a due adulti e a cinque
bambini, questi ultimi in fosse tronco-coniche. Sulla testa e sulle spalle di un adulto
erano poste delle pietre piatte. La pietra di copertura di una tomba portava incisioni di
piccole coppe, il cui significato rimane incerto.
La pratica della sepoltura continua nel Paleolitico superiore, arricchendosi di nuovi
elementi, soprattutto nel corredo. Si possono ricordare i vari reperti di Cromagnon, di
Combe Capelle, di Cueva Morin, di Grimaldi, della Moravia. A Cromagnon, sulla superficie
di focolari aurignaziani (cultura del Paleolitico superiore) giacevano cinque scheletri,
accompagnati da abbondanti conchiglie e denti perforati. A Combe Capelle lo scheletro era
adagiato in una fossa: la testa, circondata da numerose conchiglie, era orientata a Nord,
mentre altre conchiglie si trovavano sulla tibia e all'altezza della terza vertebra
dorsale; ai piedi erano poste selci di tipo musteriano e micocchiano. Nella Grotta di
Grimaldi sono state ritrovate varie sepolture, alcune delle quali con corredo molto
abbondante (collane di conchiglie, selci, bastoni del comando, ecc.). Anche la scelta
degli elementi di corredo rivela precisi simbolismi. Essi non esprimono solo la coscienza
della morte, ma anche la pietà verso il defunto, il pensiero della sopravvivenza,
strumenti che possano accompagnarlo in un'altra esistenza, forse il desiderio di
trascendere la morte.
La posizione dell'inumato varia da sepoltura a sepoltura: in posizione di riposo,
spesso rannicchiata (Grimaldi, Predmost) o con gli arti più o meno flessi (La Chapelle,
La Ferrassie, Chancelade, ecc.); con diverse interpretazioni possibili: lintento di
impedirne il ritorno fra i vivi, l'idea di restituirlo alla terra nella posizione fetale,
limitazione della posizione dormiente. Altrettanto dicasi per l'orientamento verso i
punti cardinali: a volte verso il Nord (Barma Grande) o l'Ovest (Grotta dei Fanciulli di
Grimaldi) o verso il Sud (Arene Candide). In varie sepolture musteriane e del Paleolitico
superiore è documentato l'uso dell'ocra rossa, in cui viene riconosciuto, come abbiamo
già segnalato, un simbolismo con possibile riferimento al sangue e quindi alla vita.
Probabilmente non ogni seppellimento aveva un effettivo contenuto
mistico-religioso, così come non ogni sepoltura moderna può indicarlo.
Anche nelle società attuali possono esservi religioni senza interramento
del cadavere e interramenti del defunto senza particolari concezioni
religiose. La necessità di questa distinzione è stata richiamata
da vari autori (cfr. Leroi-Gourhan, 1970, Boné, 1978). Ma il sentimento
religioso può ritenersi presente quando, oltre all'attenzione verso
il defunto, ci troviamo in presenza di documenti che hanno evidente
contenuto simbolico, come trofei e parti di animali, selci, conchiglie,
sostanze colorate, ecc., che rimandano a credenze in forze ed entità
che trascendono i bisogni vitali immediati. A noi sembra che, se
anche non possiamo stabilire a quali convinzioni religiose fosse
legata la fede nell'aldilà, in molti casi si osservano comportamenti
a carattere rituale (offerte, posizionamento), che hanno attinenza
con il sacro e rimandano certamente ad una sfera soprannaturale.
4. Larte paleolitica e la religione. L'animo religioso
dell'uomo preistorico si esprime in modo particolare anche nelle
raffigurazioni di arte mobiliare e parietale che nel Paleolitico
superiore accompagnano gli uomini fossili di forma ormai moderna.
Neppure per questo periodo è però possibile riconoscere una religione
strutturata, come sistema di credenze. Sembra infatti che il simbolismo
piuttosto vario e complesso di tante rappresentazioni rimandi a
contenuti che appartengono alla sfera religiosa e sociale dell'uomo
preistorico, senza però che si riesca a cogliere un sistema religioso
in quanto tale.
L'apogeo dell'arte del Paleolitico superiore viene riconosciuto nelle raffigurazioni
parietali del periodo maddaleniano (intorno a 15.000 anni fa), ma l'arte figurativa non
compare in questa epoca, perché già intorno a 40.000-30.000 anni fa si ritrovano in
varie regioni di Europa statuette di animali, come mammuth e renne (Germania), con incise
figure e simboli non decifrabili; anche in Africa (Tanzania) si hanno raffigurazioni
rupestri che esprimono indiscusse capacità artistiche. La raffinatezza delle forme induce
a ritenere che non si tratti delle prime rappresentazioni. Anche le pitture della grotta
Chauvet in Francia, recentemente scoperte e datate a 30.000-32.000 anni fa, rivelano,
oltre che temi figurativi di indubbio interesse, un significativo livello artistico.
Sull'arte del Paleolitico superiore si è sviluppata un'ampia letteratura. Ci pare
importante qui accennare soltanto ai principali temi figurativi e alle interpretazioni che
sono state proposte in riferimento ai possibili contenuti religiosi, anche se rimane ardua
l'esplorazione del mondo interiore dell'uomo preistorico, attraverso oggetti, incisioni o
pitture. Non si tratta di riunire insieme tanti elementi come le tessere di un mosaico,
quanto di cogliere, soltanto attraverso alcuni segni che ci sono stati lasciati, una
struttura complessa, come la spiritualità, il mondo interiore e la vita sociale dell'uomo
preistorico.
Nellarte mobiliare sono numerosi i temi figurativi riferiti alla donna, alla
maternità e alla procreazione, esaltandone le corrispondenti caratteristiche anatomiche,
forse in segno di culto o di percezione di una qualche sacralità connessa alla
trasmissione della vita. Nellarte parietale sono frequenti le scene di caccia. La
diversa frequenza degli animali rappresentati induce a pensare che le raffigurazioni non
si riferissero soltanto ad animali utili alluomo per il suo sostentamento, ma
avessero anche un valore simbolico, di carattere religioso o in relazione alla vita
sociale. Per molte delle raffigurazioni di caccia sono state proposte delle
interpretazioni magico-religiose, non solo di propiziazione, ma anche di culto della
fertilità: non era infatti importante solo procurarsi la selvaggina, ma anche assicurarsi
che questa non venisse mai meno nei cicli biologici degli animali, che erano certamente
conosciuti dagli uomini preistorici. Il riferimento a riti magico-religiosi trova
riscontro nella raffigurazione di costumi, maschere, danze e cerimonie particolari. Vari
autori hanno fatto notare che non ci troviamo di fronte a rappresentazioni di
azioni, quanto piuttosto di scene.
Senza dubbio si tratta di un simbolismo complesso. Sarebbe fuorviante ricondurlo a un
unico sistema o a una interpretazione globale. Ciò si può dire sia per l'arte parietale
che per quella mobiliare. Nessun sistema è capace, né lo sarà mai, di rendere conto a
un tempo di tutti gli aspetti dell'arte preistorica. Quando l'interpretazione si chiude in
un sistema, essa tende a piegare i fatti per farli coincidere con la teoria. Certamente,
pur nell'evidente significato artistico di tante rappresentazioni, non si tratta di arte
per l'arte. Come fu già osservato a suo tempo da Ernst Cassirer, nelle sue origini e nei
suoi primi inizi l'arte appare connessa con il mito ed anche nella sua
successiva evoluzione non sfugge mai interamente al dominio e al potere del pensiero
mitico e religioso (cfr. G. Forni, Studi di ermeneutica, Bologna 1985).
Nell'arte del Paleolitico superiore si possono riconoscere sia il carattere magico che
il simbolismo sessuale, elevati a una dimensione sacrale o sociale, anche se non è facile
stabilire dove finisce la magia e dove comincia il senso religioso, collegato forse anche
a rituali di vario genere, tra cui quelli di iniziazione. La vita e gli interessi
dell'uomo preistorico vengono interiorizzati nell'arte preistorica in un sistema di
credenze che noi non conosciamo, ma che non doveva essere unico e forse neppure così
organico come si troverà nelle epoche successive.
Nella mentalità dell'uomo preistorico i bisogni vitali venivano
fortemente umanizzati e si intrecciavano con la vita sociale, per
cui non è improbabile che le diverse attività e sfere dell'uomo
(dalla caccia all'iniziazione, dalla procreazione alla organizzazione
del clan) potessero avere una dimensione religiosa. La propiziazione
delle forze e degli elementi della natura, per tanti aspetti ancora
arcani e in competizione con l'uomo, si mescolava con le esigenze
di successo e di sicurezza del gruppo. Le grotte possono ben considerarsi
i santuari della preistoria, nei quali i grandi artisti
dell'epoca ci hanno lasciato soltanto alcuni frammenti della vita
interiore e sociale del gruppo. Alla religiosità cosmica, che l'uomo
aveva ereditato dalle epoche precedenti ( CIELO,
I), si aggiunge forse una nota più naturalistica e anche sociale,
che idealizza e trascende le immediate esigenze biologiche. Non
dobbiamo dimenticare che l'uomo che ha affrescato le caverne del
Paleolitico superiore è quello che seppellisce i suoi morti e guarda
all'oltretomba con timore misto forse a speranza.
V. Origini delluomo, teorie dellevoluzione e rivelazione
biblica
Nel rapporto fra pensiero scientifico e Rivelazione biblica, gran
parte dei temi ricorrenti si riallacciano al paradigma dellevoluzione,
che nelle vedute della scienza contemporanea tende a spiegare tutta
la realtà, cosmica, biologica e umana ( EVOLUZIONE,
I). La dimensione dinamica della realtà fisica e biologica, il disegno
e/o la casualità nei processi biologici, la comparsa dell'uomo,
l'unità filetica della specie umana, sono argomenti che possono
avere implicazioni sul piano biblico e teologico. Difficoltà possono
venire sia dalla scienza che dalla fede religiosa: dalla scienza,
qualora essa volesse pretendere di rispondere a tutti gli interrogativi
che si pongono sulle origini e sul significato dell'universo e dell'uomo;
dalla religione, qualora volesse assumere un analogo atteggiamento
totalizzante in ordine alla descrizione delle modalità con cui si
è formato l'universo e sono comparse le specie viventi. Dalla assolutizzazione
di modi parziali di conoscenza derivano equivoci e incomprensioni
che hanno spesso contraddistinto i rapporti tra scienza e fede nell'epoca
moderna, soprattutto nel XIX e nella prima metà del XX secolo. Non
si può far dire alla scienza quello che non può dire,
perché esorbita dalla sfera delle sue conoscenze, né si può far
dire alla Bibbia quello che essa non vuole dire, perché
non rientra nel suo messaggio religioso.
Rimandando anche ad altri luoghi di questopera ove vengono
affrontate tematiche analoghe ( CREAZIONE,
II e V; FINALITÀ, VI; MAGISTERO, V.2; SACRA SCRITTURA, V), intendiamo
qui riepilogare, alla luce del nostro specifico oggetto, alcune
istanze di ordine teologico che paiono chiamate in causa dalle moderne
vedute sullevoluzione: a) il rapporto fra creazione ed evoluzione;
b) il disegno di Dio sulla creazione e il finalismo; c) le origini
dell'uomo.
1. Creazione ed evoluzione. Sul piano biblico-teologico
la teoria evolutiva in quanto tale non ha rilevanza se non in relazione
al principio della creazione. Di per sé il concetto di evoluzione
si oppone a quello di fissismo (inteso come comparsa immediata di
ogni singola specie) non a quello di creazione. Evolve quello che
già esiste. Non avrebbe senso negare la creazione in forza dell'evoluzione,
anche se non è mancato chi ha sostenuto questa posizione, specialmente
fra alcuni scienziati materialisti. Per valutare la sua conciliabilità
o meno con le teorie evolutive, il concetto di creazione richiede
qualche approfondimento .
La creazione riguarda tutta la realtà esistente, il cielo e la terra, le piante, gli
animali e l'uomo. Quanto al modo con cui la realtà creata viene da Dio l'analisi
letteraria delle prime pagine della Genesi fa emergere il carattere narrativo e simbolico
del racconto. I sei quadri in cui viene presentata la creazione nel primo racconto della
Genesi vogliono sottolineare come il Dio della creazione è il Dio d'Israele, il Dio
dell'alleanza. Si tratta sempre di un messaggio religioso, non scientifico, in cui il
nucleo duro, essenziale, non è costituito dalle allegorie o immagini letterarie, ma dalla
verità sullorigine delle cose mediante un atto creativo di Dio che segna l'inizio
del tempo e della storia, affermando una radicale dipendenza di tutta la realtà dal
Creatore: una dipendenza che si prolunga nel tempo in una creazione
continua (che consiste nella conservazione dellessere creato), anche se
questo concetto poteva non essere presente, con tutta la sua valenza filosofica, nella
mente dellautore sacro. Laffermazione teologica della creazione, dunque, non
riguarda solo gli inizi delle cose: l'essere creato mantiene una radicale dipendenza dal
suo Creatore, a tal punto che esso svanirebbe se venisse meno la volontà di Dio che l'ha
posto nell'esistenza.
L'evoluzione suppone la creazione. L'attività creatrice di Dio è immanente alle cose
e nello stesso tempo la trascende; essa fa esistere le cose con proprietà e leggi
proprie. Vari pensatori cristiani, sebbene con prospettive a volte diverse, si sono
sforzati di mettere in luce proprio questa articolazione. «Non
unevoluzione creatrice osservava Nicolas (1978) ma una
creazione che si esprime completamente solo attraverso l'evoluzione»; una
creazione, ancora, che Teilhard de Chardin chiamava «un atto coestensivo a tutta
la durata dell'universo». A questo proposito riveste un particolare interesse
quanto affermato da Giovanni Paolo II in occasione di un Simposio su Fede cristiana e
teoria dell'evoluzione (26.4.1985): «non creano ostacoli una fede rettamente
compresa nella creazione e un insegnamento rettamente inteso dell'evoluzione: l'evoluzione
infatti presuppone la creazione; la creazione si pone nella luce dell'evoluzione come un
avvenimento che si estende nel tempo come una creatio continua ,
in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come Creatore del cielo e
della terra» (Insegnamenti, VIII,1 (1985), p. 1132). Come farà
ancora Giovanni Paolo II nellimportante messaggio alla Pontificia Accademia delle
Scienze del 22 ottobre 1996, si può ormai parlare di creazione anche in un quadro ove
«nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria
dellevoluzione una mera ipotesi» (EV 15, 1350).
In questo quadro concettuale levoluzione non rappresenta un problema, purché si
ammetta che tutta la realtà è creata da Dio e anche il suo sviluppo corrisponde a un
disegno di Dio, comunque esso si realizzi. L'evoluzione non rende superflua la creazione.
Se una teoria evolutiva venisse presa come pretesto per negare la creazione, si compirebbe
un'operazione scorretta, un salto ingiustificato verso il materialismo,
passando così dal piano scientifico a quello filosofico. Il concetto di creazione rientra
nella metafisica, è una categoria filosofico-teologica, mentre quello di evoluzione è
una interpretazione scientifica della storia dei viventi nelle epoche passate.
Il messaggio del NT, quello della teologia giovannea e paolina
in particolare, sottolinea un importante aspetto della creazione,
che le fa acquistare un carattere dinamico, proiettandola verso
un futuro che sta oltre la dimensione nel tempo. Nella Lettera
ai Colossesi si parla del piano divino di una creazione vista
nella prospettiva dell'incarnazione: «Tutte le cose sono state
create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte
le cose e tutte sussistono in Lui» (Col 1,16-17). Cristo,
Verbo incarnato, è all'inizio delle cose, e nello stesso tempo è
al termine della vicenda storica iniziata con la creazione ( GESÙ
CRISTO, RIVELAZIONE E INCARNAZIONE DEL LOGOS, II). È nella luce
di Cristo, uomo-Dio, che si può cogliere il senso pieno della creazione
e dell'uomo: come nota Bouyer (1977) «è per la proiezione
nel tempo di quell'immagine eterna di Dio che è il suo Figlio, che
l'uomo viene all'esistenza».
2. Il disegno di Dio nella creazione: finalismo o casualità?
Il concetto di universo ordinato secondo determinate leggi
naturali e proprietà della materia, emerge dallosservazione
empirica, anche se è da ammettersi un largo margine di indeterminatezza
o casualità in molti fenomeni a livello di micro e macrocosmo. Se
si guarda ai processi evolutivi che hanno portato alle strutture
attuali del mondo inorganico e dei viventi sorge spontanea la domanda
sulla finalità del cosmo.
I meccanismi che si suppongono nella teoria sintetica dell'evoluzione per spiegare le
origini e lo sviluppo della vita sono improntati a un rigoroso indeterminismo o a una
aleatorietà di fenomeni che si ritiene siano intervenuti, sia pure corretti dalle
necessità dettate da altre forze, come la selezione naturale. Se i mutamenti evolutivi
sono accidentali, come sostiene il darwinismo, e si affermano le necessità imposte
dall'ambiente, che pure è mutevole, sembrerebbe non esserci spazio per un disegno, che,
qualora emergesse, sarebbe del tutto apparente. Nel pensiero di Darwin e
di quelli che lo seguono in modo dogmatico è quanto potremmo chiamare non
più evoluzione, ma «evoluzionismo» vi è la negazione di
ogni disegno o finalismo nell'evoluzione. Alla base del processo evolutivo vi sono le
piccole variazioni di una popolazione, quelle che nella genetica vengono individuate nelle
mutazioni, negli errori nella replicazione del DNA, e queste appaiono casuali, non
orientate, così come i fattori esterni che operano la selezione naturale. Ovviamente
casuale non significa che non vi siano delle cause fisiche: viene però escluso il disegno
generale, una mente distinta dal mondo, capace di abbracciarlo con un unico sguardo. Anche
l'uomo sarebbe un evento del tutto fortuito.
Nella teoria darwiniana si ammette una teleonomia, nel senso che certi
comportamenti o funzioni si affermano e si conservano perché favorevoli,
ma non perché siano orientati a un fine. Altrettanto nella trasformazione
della specie: il finalismo sarebbe solo apparente. In realtà è la
selezione naturale, secondo J. Monod la necessità (cfr. Il caso
e la necessità, Milano 1970), il gran demiurgo che fa emergere
i programmi e le direzioni evolutive dando l'impressione di finalità
da raggiungere. Viene quindi esclusa una teleologia ( FINALITÀ,
V). Le linee evolutive si formano per selezione naturale come avviene
nella selezione artificiale operata dagli allevatori. I neodarwinisti
parlano non di ortogenesi, ma di ortoselezione. F. Jacob (cfr. La
logica del vivente, Torino 1971), mitigando le posizioni di
Monod, ammette che nellevoluzione vi siano dei programmi,
ma si affretta a precisare «che nessuna mente ha pensato».
Rigorosamente darwiniana la posizione espressa anche di recente
da Mayr, uno dei padri della teoria sintetica dell'evoluzione. Posizioni
più mitigate, nel senso di ammettere qualche orientamento o direzionalità
nell'evoluzione, sono state espresse da Simpson, Dobzhansky e Ayala.
Simpson parla di una forza direzionale che agisce nei processi evolutivi.
Dobzhansky ammette una evoluzione direzionale, anche se non necessariamente
diretta, e non esclude una tendenza globale del processo evolutivo.
Ayala parla di una teleologia interna, indeterminata, ed esclude
che il processo evolutivo sia puramente aleatorio. In sostanza anche
l'uomo, come qualunque altra specie vivente, viene visto come un
evento fortuito, come il prodotto dalla combinazione di eventi genetici
ed esterni del tutto casuali. Non quindi il vertice della creazione,
come insegna la rivelazione biblica. La rivoluzione copernicana
in biologia sarebbe data dal fatto che l'uomo è stato detronizzato
e dovrebbe essere considerato alla stregua di ogni altra specie
animale. Dinanzi ad una simile concezione non si può nascondere
limpressione di una certa visione pregiudiziale: ricorrere
al caso per spiegare tutto il processo evolutivo, nelle sue diverse
direzioni che hanno portato in tempi relativamente brevi alle classi
degli esseri viventi, appare il riconoscimento dell'ignoranza dell'uomo
o il rifiuto pregiudiziale di altri orizzonti conoscitivi, improntato
più a ideologia che a scienza.
Le implicazioni teologiche del problema sono evidenti. Se, secondo
la rivelazione, è da ammettersi un disegno superiore di Dio nella
creazione, come si può conciliare il processo evolutivo, in cui
emergono sia direzioni evolutive sia eventi che appaiono determinati
da fattori casuali? Il problema si pone in modo tutto particolare
per l'uomo che viene presentato come il vertice della creazione,
quasi coronamento dell'opera di Dio. Il problema del finalismo e
del caso è in realtà un problema filosofico, prima che teologico
o scientifico ( DETERMINISMO/INDETERMINISMO).
Ma anche fra gli scienziati che pure ammettono levoluzione
non si riscontrano posizioni univoche. Secondo Grassé (1979) per
spiegare le direzioni evolutive occorre cercare altre cause, oltre
a quelle che sono individuate dalla genetica evoluzionistica nelle
mutazioni aleatorie dei geni. Chi può dire se quanto viene oggi
sostenuto dalla genetica molecolare, cioè lindeterminismo
delle mutazioni, costituisce lultima parola sui fattori genetici
dellevoluzione biologica?
Sul piano paleontologico la storia evolutiva mette in evidenza lo sviluppo della linea
umana nel ceppo dei Primati dopo la formazione dei grandi phyla e delle classi del
mondo vegetale e animale. In particolare, Teilhard de Chardin riteneva che l'ominizzazione
rappresentasse come la freccia dell'evoluzione dei viventi. Tutto si
svolge come se l'uomo rappresenti veramente il punto di arrivo di un processo evolutivo,
ha osservato Piveteau (1983): si tratta allora soltanto di un'apparenza oppure è nascosto
un finalismo reale? Quali allora i possibili collegamenti con quanto, in cosmologia, viene
segnalato dal Principio Antropico? Ma in qualunque modo sia avvenuta la
comparsa dell'uomo, la sua posizione tra i viventi rimane unica. Lo riconoscono tutti gli
scienziati, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose. Questa unicità gli deriva
non tanto dalla conformazione fisica (le differenze morfologiche da altri Primati non sono
molto rilevanti), quanto dall'autocoscienza e dallo psichismo riflesso che lo
caratterizzano, in definitiva dalla cultura di cui è capace. In realtà, se un disegno
superiore non è sostenibile con dimostrazioni scientifiche, perché esorbita dalla sfera
empirica, neppure la sua esclusione è sostenibile in base ad argomenti scientifici.
Se nel processo evolutivo emergono orientamenti e strutture ordinate, è anche vero che
le nuove strutture lasciano dietro di sé tanti fallimenti, perché le forme non adatte
allambiente, che si modifica anchesso, soccombono inevitabilmente a causa di
agenti fisici e biologici, per lasciare il posto a quelle più idonee a sopravvivere e a
riprodursi. La lotta per lesistenza ha caratterizzato levoluzione biologica
che in questo modo, attraverso la selezione, ha portato a nuove forme viventi, anche più
complesse, sebbene non si debba pensare a un fronte evolutivo ovunque avanzante. La logica
della natura può apparire crudele, ma in realtà si realizzano nuovi equilibri, tra le
specie e lambiente, che fanno apparire un ordine dellinsieme della
natura, ottenuto in un incontro competitivo e interattivo fra i vari componenti
dellecosistema. In questo quadro, postulare una causa finale per le leggi che
governano la materia e le strutture viventi, attraverso le quali si realizza questa
armonia più generale, continua ad essere ancora ragionevole. Non si tratta di una
dimostrazione scientifica, ma di un ragionamento logico. Sul piano strettamente
scientifico vi sono studiosi che hanno ammesso un finalismo globale senza escludere la
casualità di eventi accidentali.
Secondo Teilhard de Chardin l'evoluzione è andata avanti a tentoni, tra il gioco dei
grandi numeri e la casualità. Riprendendo il suo pensiero, Ludovico Galleni (1992)
ipotizza un modello evolutivo probabilistico «che segue delle linee
preferenziali che non sono strettamente determinabili, ma probabili», per
chiedersi poi: «Questo universo che non dà origine al pensiero seguendo un
cammino rigidamente programmato, ma che avanza dolcemente, per tentativi, non potrebbe
essere il modello di universo più adatto ad accogliere la nascita di una creatura
libera?».
Non è necessario pensare che ogni mutamento abbia avuto un significato, un fine. Di
fatto alcuni di essi hanno consentito o favorito il formarsi di direzioni privilegiate
nella evoluzione. Nella discussione su caso e finalità occorre poi distinguere tra
finalità di determinate strutture biologiche, dovute a fenomeni di auto-organizzazione e
di coordinamento (ad esempio locchio per vedere, larto adatto
allarrampicamento o alla stazione eretta, la dentatura per incidere o masticare,
ecc.) e finalismo inteso come progetto globale su larga scala. Possono esserci finalità
particolari senza finalismo. Ganoczy (1997) ricorda che mentre la teleonomia riconosce
finalità particolari per processi evolutivi rispondenti a leggi di ordine fisico e
chimico, anche non predicibili, «il discorso relativo a un fine ultimo
dellevoluzione non può assolutamente cadere nella sfera di competenza della scienza
empirica». In ogni caso il finalismo dovrebbe essere visto come qualcosa
a posteriori, e non a priori.
Non è contraddittorio che la creazione comporti determinismo e caso. Osserva Paulot
(1992): «Il caso è indeterminato in rapporto a noi e
indeterminabile se iscritto nella natura stessa della materia, ma è conosciuto da Dio: il
necessario e l'indeterminato sono entrambi creature di Dio». Con un certo
antropomorfismo di indubbia efficacia la creazione viene immaginata da A. Gesché (1997)
come un gioco di Dio: essa non è fatta a caso, ma voluta perché sia
se stessa, perché sia quella che sarà. Essa «ha la forza di rispondere a un
disegno di cui Dio non ha voluto determinare da solo il contenuto». Si chiede in
proposito Ruiz de la Peña: «In questo universo Dio potrebbe avere giocato ai
dadi, lasciando che la materia esplorasse le sue diverse possibilità e ne sviluppasse
una? Fenomenologicamente il mondo sarebbe il risultato di processi aleatori;
fenomenologicamente, perché in ultima analisi, il corso e risultati di fatto della
cosmogenesi sarebbero previsti e voluti dall'intelligenza divina» (Ruiz de la
Peña, 1988, p. 139). Sulla metafora della creazione come gioco sono state sviluppate da
J. Arnould (2000) interessanti riflessioni.
Riassumendo, anche rimanendo nella prospettiva aperta dalle osservazioni
della scienza, non si può nascondere l'impressione che ci si trovi
di fronte a un finalismo reale e non apparente. Esso, almeno su
un piano generale, potrebbe essere stato ottenuto per cause di ordine
fisico o biologico in parte ancora sconosciute (leggi fisiche e
chimiche, princìpi d'ordine, proprietà della materia vivente che
non conosciamo, fattori esterni) che determinano canali preferenziali
entro cui agiscono le circostanze accidentali o, al limite, per
l'intreccio di eventi genetici casuali, specialmente macromutazioni,
e della selezione, operanti su programmi biologici che via via si
formano e portano a strutture più organizzate realizzando ugualmente
un disegno su scala più ampia (cfr. Facchini, 1995).
3. La comparsa dell'uomo e la sua spiritualità. La Sacra
Scrittura afferma che nella creazione delluomo c'è stato un
intervento particolare di Dio. Egli, creato «a immagine e
somiglianza di Dio» (Gen 1,26), porta in sé una trascendenza
rispetto alle altre creature, che gli deriva dal principio spirituale
che lo anima. La solennità con cui viene narrata la sua creazione,
sia nel primo che nel secondo racconto della Genesi, l'alito di
vita che viene inspirato nella creta preparata da Dio, la superiorità
e i compiti che gli vengono assegnati nei confronti delle altre
creature non lasciano dubbi sulla peculiarità della persona umana.
Alla luce di questa verità, come valutare un processo evolutivo esteso alla forma
umana? A prescindere dal momento in cui è stata raggiunta la soglia umana, si può
parlare di un emergere dell'uomo dal mondo animale? Il problema è stato affrontato in
varie occasioni dal magistero della Chiesa. L'insegnamento più basilare si trova tuttora
nell'enciclica Humani generis di Pio XII (1950), ove si afferma che nell'ipotesi
evolutiva deve essere fatta salva la creazione «immediata» dell'anima
da parte di Dio (DH 3896). Questo punto va tenuto fermo dal credente. Del resto, ammessa
la spiritualità dell'uomo, non sarebbe pensabile che un essere veramente
umano possa derivare nella sua totalità da un antenato animale per semplice
evoluzione biologica. Occorre ammettere un intervento o una intenzionalità
particolari di Dio. Ciò del resto si verifica nella generazione di ogni essere
umano, il quale nella sua totalità non è prodotto dai genitori, ma richiede un
intervento speciale di Dio creatore, perché il principio spirituale,
l anima, non può derivare dai genitori. C'è una certa analogia tra
la animazione che si ha nel processo generativo e
l'ominizzazione che si realizza nel processo evolutivo. Ritroviamo
questa idea in una Catechesi di Giovanni Paolo II: «Non basta
levoluzione a spiegare lorigine del genere umano, come non basta la causalità
biologica dei genitori a spiegare da sola la nascita di un bambino. Pur nella trascendenza
della sua azione, sempre rispettosa delle cause seconde, Dio crea
lanima spirituale del nuovo essere umano, comunicandogli il suo soffio vitale (cfr. Gen
2,7) attraverso il suo Spirito che è il datore della vita. Ogni
figlio va visto dunque ed accolto come un dono dello Spirito Santo» (Catechesi
del mercoledì, 27.5.1998, Insegnamenti, XXI (1998), p. 1053).
Nellanimazione vi è un intervento creativo di Dio
nel momento in cui si realizza l'organizzazione di una forma vivente
tale da comportare i caratteri di vita umana. C'è quindi una connessione
necessaria, per volontà di Dio creatore, tra la disposizione della
struttura biologica della vita umana e il concorso divino che crea
l'anima. Tale intervento divino rientra in quell'azione creatrice
con cui Dio vuole e mantiene secondo il suo disegno la realtà con
le sue caratteristiche e proprietà, comprese quelle di ordine spirituale.
Nella generazione umana si realizza qualcosa di superiore alla dimensione
biologica, perché Dio creatore così vuole attraverso le cause seconde
che sono i genitori (per il rapporto fra causa prima e cause seconde
AUTONOMIA,
II.1). Anche pensando che la vita umana del bambino derivi immediatamente
dai genitori nella sua totalità di corpo-anima-psiche e nella sua
totalità personale ed è per questo che il Magistero
della Chiesa afferma che Dio chiama i genitori «ad una speciale
partecipazione del suo amore ed insieme del suo potere di Creatore
e di Padre» (Familiaris consortio, 28)
ciò non può significare che il principio spirituale si formi dai
gameti dei genitori. Nel momento in cui si genera una nuova vita
umana si ha un trascendimento, per volontà di Dio creatore, rispetto
agli elementi che si uniscono.
Nella ominizzazione si può ritenere che si sia verificato qualcosa
di analogo, che vi sia stato cioè un intervento speciale di Dio in un essere vivente,
voluto da Dio e da lui orientato sia pure attraverso cause seconde
alla formazione di una vita veramente umana. È come se l'essere animale giungesse ad uno
stato di crisi che fa sì che sia necessario che cambi e appaia in lui
un essere nuovo (cfr. Nicolas, 1978). Secondo questo modo di vedere, ciò divenne
possibile quando, attraverso i mutamenti biologici, si raggiunse un'organizzazione
cerebrale tale da supportare uno psichismo riflesso e consentire la comparsa di una vita
umana. Ora, se il processo dell'evoluzione va considerato come un solo atto divino che
abbraccia tutte le forme della natura per crearle e farle agire secondo le loro leggi e
proprietà, l'atto con cui Dio crea l'anima umana e fa esistere il primo uomo può essere
visto allora come ciò che dà a tutto quanto lo precede il suo senso e
coronamento, non per un determinismo ineluttabile, ma per un disegno esplicito
di Dio.
A questo proposito Giovanni Paolo Il ha affermato: «Dal punto di vista della
dottrina della fede, non si vedono difficoltà nello spiegare l'origine dell'uomo, in
quanto corpo, mediante l'ipotesi della evoluzione [
]. È cioè possibile che il
corpo umano, seguendo l'ordine impresso dal Creatore nelle energie della vita, sia stato
gradatamente preparato nelle forme di esseri viventi antecedenti. L'anima umana, però, da
cui dipende in definitiva l'umanità dell'uomo, essendo spirituale non può essere emersa
dalla materia» (Catechesi, 16.4.1986). Lesistenza di una
discontinuità, «di una differenza di ordine ontologico» tra l'uomo e
l'animale viene ribadita anche nel già citato messaggio alla Pontificia Accademia delle
Scienze del 22 ottobre 1996 (cfr. EV 15, 1353). È così che l'uomo può considerarsi
frutto, ad un tempo, dell'evoluzione biologica e di un concorso particolare creativo di
Dio: è creatura di Dio sia in forza della sua condizione fisica comune agli altri esseri
viventi sia a motivo del singolare principio spirituale che gli è proprio.
Questa concezione dell'evoluzione, aperta al trascendente, non può essere esclusa
dalla scienza, perché le nozioni di creatura, di Creatore e di spirito
non entrano nel dominio della scienza; e nello stesso tempo non può essere esclusa dal
testo sacro e dalla fede, anche se possono rimanere aperti alcuni problemi. Non è però
compito della teologia individuare in quale fase dell'ominizzazione sia comparso l'uomo.
È questo un compito della scienza, la quale utilizza tutte le conoscenze che si possono
avere sia sul piano morfologico, sia soprattutto sulle manifestazioni della cultura che
contraddistinguono l'uomo.
Oltre allanimazione, che comporta una discontinuità ontologica tra
lanimale e luomo vi è un altro aspetto che può avere rilevanza sul piano
teologico: quello del «monogenismo», cioè della derivazione
dellumanità da ununica coppia, alla quale la teologia lega tradizionalmente
la dottrina del peccato originale per spiegarne la propagazione a tutta lumanità. A
questo riguardo va osservato che, mentre non può essere messa in discussione
luniversalità del peccato a partire dagli inizi dellumanità e il bisogno
universale della salvezza che viene da Cristo, la natura della trasgressione che nelle sue
conseguenze avvolge tutta lesperienza umana e si accresce con lapporto di
tutti gli uomini appartiene al mistero del peccato. Uno stretto legame fra universalità
del peccato originale e monogenismo può risultare quasi ovvio nel testo sacro, ma alcuni
teologi (fra questi K. Rahner, Il problema dellominizzazione, Brescia 1965)
hanno ritenuto di non poterlo dedurre in modo apodittico.
Il Magistero ha precisato alcuni termini della questione nella citata
enciclica Humani generis, dicendo che «non si vede
come poter comporre» un abbandono del monogenismo con la dottrina
sul peccato originale (DH 3897; SACRA
SCRITTURA, V.3). Ma ciò che oggi non si vede potrebbe,
secondo alcuni, vedersi in futuro. J. De Fraine ritiene che loscurità
che impedisce di vedere oggettivamente come il poligenismo possa
conciliarsi con la Rivelazione non sarebbe necessariamente definitiva
(cfr. Adamo e la sua discendenza, Roma 1966). Per H. Haag
si deve distinguere tra la storicità dei particolari del racconto
biblico e la storicità dellirruzione del peccato nellumanità
(cfr. Dottrina biblica della creazione e dottrina medievistica
del peccato originale, Brescia 1970). Di converso, non va dimenticato
che lipotesi del monogenismo da un punto di vista scientifico
non può essere esclusa in modo assoluto e che la possibilità di
unorigine monogenetica del corpo umano è ammessa anche da
alcuni autori.
Al termine di questo itinerario ci siano consentite alcune osservazioni conclusive.
La vera alternativa non è tra evoluzione e creazione, bensì tra due diverse visioni
di un mondo in evoluzione luna dipendente da un Dio trascendente e Creatore,
laltra autosufficiente, capace di crearsi e trasformarsi, per una sorta di potenza e
intelligenza immanente. Non siamo dunque di fronte ad una alternativa fra lettura
scientifica e rivelazione cristiana, ma tra una visione atea e materialista ed una visione
religiosa di tutta la realtà, aperta al trascendente. Non è quindi in gioco una visione
della realtà dal punto di vista della scienza.
La conciliabilità tra teoria evolutiva e fede cristiana resta vera anche se la teoria
risultasse in seguito falsa. Essa può rientrare in un quadro armonioso di tutta la
creazione. Riconoscere Dio all'interno dell'evoluzione dell'universo è in coerenza con un
azione divina che generalmente si serve, per i suoi disegni progettuali, di cause seconde,
ed è in fondo una visione molto più attraente che non lasciare tutto al caso.
Lidea di un disegno generale, che emerge a posteriori anche a
seguito di eventi di tipo non deterministico, è ragionevole, anche se lesistenza di
disegno globale non è rigorosamente dimostrabile allinterno del solo metodo
scientifico sperimentale.
Il fatto che la creazione sia affidata all'uomo ne accresce la grandezza e le
responsabilità anche sul piano bio-ecologico. Luomo è lessere che ha un
significato per sé stesso e fa assumere un significato alla realtà che lo circonda. La
sua peculiarità non deriva dal livello morfologico evolutivo o dai prodotti della
cultura, ma dalla sua capacità di generare cultura, fondata sulla progettualità e sulla
simbolizzazione. La sua grandezza nel disegno generale di Dio, deriva dalla sua capacità
di conoscere Dio, dalla sua libertà, dalla sua vocazione a conformarsi a Gesù Cristo,
prototipo e vera immagine di ogni uomo. Luomo ha il compito di prolungare la
creazione di un mondo in evoluzione voluto da Dio, assumendone la gestione e divenendo
egli stesso protagonista di una evoluzione delle risorse della natura nelle loro
potenzialità, a lode di Dio e a servizio dei suoi simili. Questo impegno delluomo,
animato dallo Spirito di Cristo, orienta tutta la realtà cosmica e umana verso le mete
finali della storia in cui Cristo ricapitolerà in sé tutta la realtà creata da Dio e la
consegnerà al Padre per leternità.
Fiorenzo Facchini
Vedi: ANIMA;
CREAZIONE; CULTURA; EVOLUZIONE; SIMBOLO; SPIRITO; VITA; DARWIN,
C.
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