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Dio
Giuseppe Tanzella-Nitti
Simbolo Niceno-Costantinopolitano,
DH 150; Concilio Lateranense IV, DH 800; Concilio Vaticano I,
DH 3001-3004; DH 3538; DH 3622; Humani generis, DH 3875-3876; Dei
Verbum, 3, 6; Nostra aetate, 1-2; Dignitatis humanae, 3; Giovanni
Paolo II, Io credo in Dio Padre Onnipotente. Catechesi del mercoledi,
II, a cura di S. Maggiolini, Piemme, Casale Monferrato 1987, pp.
10-115; Fides et ratio, 1-4, 13-15, 26-29, 34, 53, 93-97.
I. Nozione di Dio e problema di Dio - II.
La domanda su Dio nel contesto delle scienze naturali - III. Possibilità
di un discorso su Dio significativo per la razionalità scientifica
- IV. L'immagine del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo: i suoi
rapporti con la questione su Dio posta dalla filosofia e dalle scienze.
I. Nozione di Dio e problema di Dio
1. Nozione di Dio e domande ultime. Nello sviluppo della
cultura umana due questioni centrali si sono imposte alla ragione
reclamandole una certa spiegazione: l'esistenza del mondo e l'emergenza
dell'essere umano sul resto della realtà visibile. La riflessione
filosofica e sapienziale su tali questioni ha dato origine a ciò
che viene chiamato, rispettivamente, il problema cosmologico
ed il problema antropologico. Nel primo, la ragione si chiede
se il mondo abbia una causa che lo trascenda e quale sia questa
causa; nel secondo, se la vita umana abbia un significato e sia
portatrice di un progetto. Questi interrogativi vengono anche chiamati
domande ultime, per indicare che in esse si cerca il senso
e la ragione ultima delle cose. Sebbene nel corso del tempo
tali domande abbiano assunto connotazioni diverse, nella loro sostanza
si sono mantenute sorprendentemente invariate (esempi in Gaudium
et spes, 10; Nostra aetate, 1; Fides et ratio,
1-4, 26-27). Questi due problemi sono legati ad un terzo,
del quale rappresentano in certo modo l'accesso, e che viene indicato
come il problema di Dio.
L'analisi filologica e semantica dei termini «Dio»
o «divino, divinità» non fornisce particolari indicazioni in quanto
si tratta di nomi comuni, mentre nelle culture e nelle religioni
vengono utilizzati principalmente e originariamente nomi propri di
Dio. L'etimo del greco Theós non è ben conosciuto. Vi sono
deboli indizi che la parola Dio (lat. Deus, divinus)
derivi da una radice indoeuropea dyeuh (luce del giorno
oppure cielo,
come nel latino dies), mentre la parola God o Gott
pare collegata a hud (adorare). La nozione di Dio si incontra
associata, come osservato, alla ricerca di una risposta alle domande
ultime sul mondo e sull'uomo, ma non può ritenersi frutto delle
manifestazioni più elevate di pensiero. Essa, infatti, non riguarda
solo una conoscenza riflessa (filosofia speculativa), ma anche una
conoscenza basata su esperienze esistenziali semplici (filosofia
pratica, religione). In ogni caso, il riferimento a Dio e al divino
è presente lungo lo sviluppo di tutta la cultura umana, facendone
una costante antropologica fondamentale ( Religione;
Uomo, Identità biologica e culturale, IV). Di fatto, la
possibilità di un discorso filosofico o teologico su Dio rimanda
sempre ad una certa precomprensione dell'idea di Dio, quasi una
nozione verso la quale il pensiero umano si troverebbe naturalmente
predisposto. Anche Tommaso
d'Aquino pare alludere a questa conoscenza del tutto generale, senza
però discutere la sua origine, quando espone l'itinerario filosofico
delle sue celebri cinque vie, che si concludono con le affermazioni:
«e questo tutti chiamano Dio»: intelligunt (prima),
nominant (seconda), dicunt o dicimus Deum (terza,
quarta e quinta) (cfr. Summa theologiae, I, q. 2, a. 3 e a.
2, ad 2um).
In ambito
religioso-esistenziale, la nozione di Dio compare con la percezione
della coscienza morale, con l'esperienza del limite e della
dipendenza; in ambito filosofico, vi si accede come esercizio
riflesso della ragione. Nel primo ambito essa vi cerca un appoggio
concettuale per dirigersi dialogicamente ad un Essere supremo e
personale, mentre nel secondo ambito, l'accesso a tale carattere
presenta maggiori difficoltà. La religione si dirige verso l'idea di
Dio principalmente attraverso le categorie del sacro e della
trascendenza, quella di mistero (orizzonte di conoscenza e di vita
superiori), attraverso la ricerca di risposte alle domande di senso
e la speranza in una giustizia remuneratrice; la filosofia vi accede
preferenzialmente attraverso le categorie di Assoluto, di
Incondizionato, di razionalità ordinatrice, con il tentativo di
mettere a tema i problemi dell'origine e del fine, dell'intero e del
fondamento, e infine con la sua riflessione sulla libertà e la
responsabilità ad essa collegata. Ne deriva una certa varietà di
“immagini di Dio”, che coesistono con molteplicità non
contraddittoria, ma il cui discernimento si rende necessario al fine
del dibattito con le scienze perché, in buona misura, ne ha
condizionato storicamente gli esiti.
2. Dio, oggetto
della religione, della filosofia e della Rivelazione.
In entrambi gli ambiti, religioso e filosofico, l'idea del divino
prende avvio dall'esperienza dello stupore e della meraviglia (cfr.
Platone, Teeteto, 155d; Aristotele, Metafisica, I, 2),
che stimola la conoscenza filosofica ed introduce al mysterium
tremendum et fascinans dell'esperienza religiosa. Ogni domanda
su Dio è filosofica e religiosa al tempo stesso. Nell'accademia
platonica, la ricerca filosofica della verità non era disgiunta
dalla pratica religiosa della giustizia e del bene. Di fatto il
pensiero religioso ha preceduto quello filosofico e lo ha nutrito
continuamente con le sue categorie e le sue motivazioni. Una
categoria come quella della trascendenza, ad esempio, scaturisce da
un'esperienza di tipo religioso, senza la quale il pensiero
filosofico non potrebbe neanche tematizzarla. Le domande ultime di
cui la filosofia si occupa criticamente sono di fatto domande alle
quali le religioni dell'umanità avevano cercato anch'esse di dare
risposta. Il nome di Dio non è solo oggetto di speculazione
teoretica, ma anche di invocazione. Esprime il luogo di un “legame”
(re-ligo) fra l'uomo e quel fondamento che egli cerca come
risposta alle sue domande esistenziali. Il tema dell'accesso
all'Assoluto coinvolge pertanto tutte le dimensioni della persona
umana, non solo il suo intelletto, ma anche la sua
libertà-responsabilità, e quindi investe anche il suo comportamento
etico, le sue disposizioni psicologiche o morali. Un problema di Dio
suscitato all'interno di una riflessione filosofica sul sapere
scientifico, se colto coerentemente, dovrebbe interessare tutte
quelle dimensioni.
Nella classicità greca
la dimensione religiosa associata all'esercizio della filosofia non
coincideva con quella dettata dalla religiosità popolare e si
trovava spesso in conflitto con essa, sebbene ne mutuasse sovente il
linguaggio. Se nel primo caso il rapporto col divino si esprimeva
con un legame morale verso la ricerca della verità, nel secondo caso
quel legame riguardava la sfera delle necessità esistenziali
immediate, quella della vita vissuta e del sentimento. Una delle
novità del cristianesimo fu quella di proporre nel Dio di Gesù
Cristo un'immagine divina che avesse a che vedere sia con le ragioni
della verità che con quelle della vita (cfr. Ratzinger, 1971, pp.
71-72). Una volta entrato in contatto col mondo greco-romano, il
cristianesimo utilizzò come punto di partenza della propria
predicazione l'accesso al divino tematizzato dalla filosofia e non
il politeismo della religiosità popolare, riconoscendovi quelle
garanzie di universalità e quel riferimento ad un cosmo sotto gli
occhi di tutti (cfr. At 14,8-18; At 17,22-31),
ritenuti necessari per un adeguato appello alla ragione ( Gesù
Cristo, rivelazione e incarnazione del Logos, II).
Come la filosofia e la
religione, anche la teologia — che nell'originaria accezione
platonica indicava il discorso razionale su Dio e sul divino — ha un
proprio discorso su Dio. Essa utilizza come fonte specifica un
contenuto assolutamente unico, quello ricevuto da una comunicazione
personale di Dio all'uomo. Nella tradizione giudeo-cristiana, questa
comunicazione ha la forma di una Rivelazione storica e diviene fonte
di categorie religiose e filosofiche inedite. Essa è caratterizzata,
fin dalla creazione, dall'economia di una parola pronunciata da Dio
e rivolta all'uomo. Si manifesta inizialmente come una rivelazione
attraverso una parola cosmica (cfr. Gen 1,3.6.9; Sal
33,6.9); poi attraverso una parola di alleanza offerta ad un popolo
eletto (cfr. Dt 4,7-40), la cui memoria storica verrà
affidata al ministero profetico; poi, finalmente, grazie
all'irrompere nella storia del Verbo stesso fatto uomo, cioè con
l'incarnazione del Figlio di Dio. Sebbene ne riferiremo più
estesamente in chiusura (vedi infra, IV), occorre già
segnalare che il modo con cui la Rivelazione, e quindi la teologia,
parlano di Dio presuppone la nozione di Dio cui l'uomo ha accesso
attraverso l'esperienza religiosa ed attraverso la riflessione
filosofica (cfr. Fides et ratio, 36, 43, 73, 77).
Diversamente, l'intelligenza della parola rivelata ne verrebbe
irrimediabilmente sfuocata. In termini più generali, la rivelazione
storica del Dio di Israele giunta a compimento in Gesù Cristo,
presuppone una conoscibilità di Dio (spontanea o riflessa) a partire
dalla natura, perché la parola storica dell'alleanza e della
salvezza presuppone una parola cosmica, o almeno si comprende in
relazione ad essa.
3. Il pensiero
filosofico di fronte all'Assoluto e le vie per una conoscenza
naturale di Dio. Partendo dalle
riflessioni suscitate dai problemi cosmologico e antropologico, il
pensiero filosofico ha formulato lungo la storia alcune
argomentazioni note come “dimostrazioni dell'esistenza di Dio”.
Quelle che interessano l'ambito cosmologico muovono generalmente
dalla necessità di fondare catene causali (origine del moto,
passaggio dalla potenza all'atto, ecc.) per le quali si vuole
evitare un regressum ad infinitum, oppure dalla ricerca di
una soluzione al problema della contingenza (cercare un fondamento
necessario a ciò che non lo è) o, infine, dalla necessità di
spiegare l'origine dell'ordine e del finalismo osservati in natura.
Quelle di ambito antropologico muovono dalla percezione della
coscienza e della libertà individuali, che sottintendono imperativi
morali di cui si cerca un'origine fuori dell'uomo, oppure
dall'esperienza dell'autotrascendenza umana, che confrontata con gli
altri esseri viventi reclama una spiegazione, o anche dalla ricerca
di un garante morale per le proprie esigenze di giustizia e di
verità o, infine, dal tentativo di non soccombere allo scandalo del
male mediante il ricorso ad una logica superiore capace di darne
ragione. Non essendo questa la sede per sviluppare o valutare
criticamente queste o altre prove (riepiloghi e trattazioni in
Alfaro, 1981; Gonzalez, 1988; Fabro, 1989) vogliamo qui solo
accennare alcune suggestioni in rapporto al pensiero scientifico.
Uno dei motivi per cui
la razionalità scientifica ha manifestato una certa perplessità nei
loro confronti, causando spesso malintesi nei rapporti con la
filosofia, riguarda l'utilizzo del termine «dimostrazione», che le
scienze riservano a prove di carattere logico-formale collegate a
fatti sperimentali. In realtà si è sempre trattato di “vie”,
“argomenti” o “mostrazioni” non assimilabili alle dimostrazioni
delle scienze esatte, sia per il ricorso a cammini di astrazione
filosofica che richiedono di elevarsi verso una conoscenza che
trascenda l'ordine del dato empirico, sia, soprattutto, per
l'oggetto stesso, Dio appunto, che si incontrerebbe al termine
dell'argomentazione. Non cogliere il passaggio che quasi tutte
queste “vie” richiedono dal dato di esperienza (solitamente effetti
causali) ad un fondamento che trascende l'esperienza, conduce spesso
a travisarne il senso. Kant,
che confinava la certezza della conoscenza al solo ambito
della ragion pura, ritenne non si potesse concludere, a partire
dall'esperienza, l'esistenza di qualcosa che la trascendeva.
Ad esempio, sarebbe
erroneo interpretare la prima delle cinque vie proposte da Tommaso
d'Aquino (cfr. Summa theologiae, I, q. 2, a. 3), che fa
appello all'origine del moto come già in Aristotele (Metafisica,
XII, 6), all'interno di categorie scientifico-sperimentali, come se
si trattasse soltanto di un moto fisico: in questo caso l'origine
del moto materiale coinvolgerebbe la fonte dell'energia e quindi la
geometria dello spazio-tempo da cui essa ha origine, rendendo la
catena causale difficilmente trattabile e poco intelligibile. Perché
anche una mentalità scientifica possa cogliere come e dove avvenga
il passaggio trascendente al di là della causalità sperimentale,
andrebbe invece suggerito di notare come una catena di causalità
efficiente confluisce prima o poi verso un interrogativo
irriducibile su una causalità formale, cioè verso il “perché”
le proprietà dello spazio-tempo o dell'energia che vi è associata
sono proprio così e non altrimenti: questo secondo tipo di causalità
fonda l'ambito empirico, ma non è giustificabile all'interno di
esso.
La terza via suggerita da s. Tommaso, quella che prende le mosse
dalla contingenza, richiede anch'essa un trascendimento; ma in questo
caso, conduce a chiedersi non già “perché le cose sono in questo
modo e non in un altro” (interrogativo sulla causalità formale),
bensì semplicemente “perché, pur potendo non essere, le cose sono”
(interrogativo sulla contingenza). Il passaggio non presenta ambiguità
in rapporto al pensiero scientifico, in quanto individua un ambito
di riflessione che non interferisce con il piano dell'analisi empirica.
La domanda sulla contingenza del mondo si ritrova di fatto in molte
riflessioni di uomini di scienza (cfr. Wittgenstein Tractatus
logico-philosophicus, 6.522 e 6.44) e viene riconosciuta significativa.
Stephen Hawking, pur all'interno di un'impostazione non certo metafisica,
si chiederà ad esempio «chi ha infuso la vita nelle equazioni» perché
esse non solo descrivano il mondo, ma lo facciano esistere (Dal
Big Bang ai buchi neri, Milano 19938,
p. 196). La seconda via tomasiana, che propone un regresso lungo
la linea della causalità efficiente, dal punto di vista dei rapporti
col pensiero scientifico è assimilabile alla prima. Qualche precisazione
merita invece la quinta via basata sull'osservazione dell'ordine
e della finalità nel cosmo, esempio del più ampio argomento fisico-teleologico
al quale lo stesso Kant, critico nei confronti di tutte le altre
prove, prestava un certo rispetto. All'interno della odierna visione
di un universo in continua evoluzione fisica e biologica ( Evoluzione,
I), ove ordine e coordinamento sono il risultato del naturale sviluppo
delle forme, se ne potrebbe apparentemente banalizzare l'istanza
probativa. Ma il ricorso all'azione di leggi fisiche o biologiche,
tanto nel loro aspetto costruttivo come in quello selettivo, può
spiegare quell'ordine solo in ambito fenomenologico e descrittivo,
e non può rimuovere il senso di domande che operino secondo maggiori
gradi di astrazione. Ciò che sul piano dell'analisi fisica si manifesta
come razionalità, coerenza numerica, effetto di un gradiente o frutto
di una simmetria, o appare sul piano biologico come risultato di
coordinamento funzionale o di adattabilità, sul piano filosofico
può presentarsi ancora come finalità, ed in quello teologico rispondere
ad una domanda sul significato ultimo e sul senso.
In linea più generale,
un giudizio critico sulle prove cosmologiche circa l'esistenza di un
Assoluto non è praticabile, per definizione, dall'interno del metodo
scientifico-sperimentale. Tuttavia tali prove non appaiono
contraddittorie o insensate se viste dalla prospettiva di quel
metodo, perché l'esistenza di un ordine di conoscenza che oltrepassi
il dato empirico, per analogia, astrazione o trascendenza, è
riconosciuta compatibile con l'analisi delle scienze (vedi infra,
III.1). Per quanto riguarda le prove di tipo antropologico, esse non
suscitano speciale perplessità nell'ambito delle scienze naturali.
Si potrebbe ricordare in proposito ancora un'affermazione di Wittgenstein,
secondo la quale «noi sentiamo che anche una volta che tutte le
possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri
problemi vitali non sono ancora neppure toccati» (Tractatus
logico-philosophicus, 6.52). Una critica alla sensatezza del
problema antropologico, e al suo corrispondente accesso a Dio,
sarebbe possibile solo all'interno di una visione filosofica
riduzionista, ove tutte le manifestazioni della persona umana aperte
alla trascendenza, dalla libertà alla coscienza, dalla richiesta di
senso ultimo al disagio di fronte al male morale, vengano non già
descritte (cosa ovvia), ma ridotte (cosa assai meno ovvia),
all'ambito fenomenologico della fisiologia o della neurobiologia. Ma
in questo caso l'operazione non sarebbe condotta dalle scienze, che
invece percepiscono l'irriducibilità della esperienza mentale (mind)
alla fisiologia del corpo (body), o almeno colgono la
questione come un problema aperto ( Mente-Corpo,
Rapporto), bensì da una filosofia che
neghi la natura trascendente dell'essere umano, situandosi così in
un itinerario di esito nichilista; ne verrebbe perciò richiesto un
confronto critico con altre prospettive filosofiche, ma non con le
scienze.
L'utilizzo di vie per una conoscenza naturale di
Dio non è un'operazione filosofica volta a determinare la natura o
l'essenza dell'Assoluto. Il migliore pensiero filosofico si pone nei
confronti dell'Assoluto con l'atteggiamento dell'umiltà e
dell'ascolto, proprio di ogni percezione del mistero.
Conoscere cosa o chi sia Dio resta per la filosofia un problema
necessario ma insolubile. Se si desidera comprendere
l'Assoluto si confina quasi sempre l'idea di Dio all'interno di
canoni o pre-giudizi umani. Se ne rintracciano tentativi nei
presocratici, che identificavano il principio divino di tutto ciò
che esiste con l'acqua, l'aria, i quattro elementi o i numeri. Con
Anassagora, ma soprattutto con Platone e quindi con Aristotele, si
cerca di concettualizzarlo come intelligenza, sommo bene e suprema
vita spirituale. Nei sistemi filosofici della modernità incontreremo
la Sostanza assoluta di Spinoza o lo Spirito assoluto di Hegel.
Qualcosa del genere avviene anche quando si vuole negare Dio: le
filosofie che non restano aperte alla novità del reale e alla
possibilità del mistero, terminano con l'introdurre o
concettualizzare altri assoluti, come il “caso”, la “materia”, il
“nulla”, la “vita” o la “morte”. La filosofia cede allora il passo
all'ideologia, alla tentazione di porre un'idea umana alla
sommità delle ragioni del proprio capire e del proprio vivere.
Compito della vera filosofia è distinguere l'autentico mistero da
quelli che non sono tali. Nel suo “discorso su Dio”, la teologia
cristiana ha mantenuto uno speciale rapporto con la metafisica,
nelle sue prospettive sia platonica che aristotelica; il suo oggetto
proprio, l'ente in quanto ente e le cause ultime dell'essere, le
consente di restare aperta al reale senza determinare l'Essere di
Dio, ma solo indicandolo. Nel loro incontro con la cultura greca, i
primi autori cristiani recuperarono i tentativi della migliore
filosofia e li seppero leggere come “attributi” dell'Essere di Dio,
senza per questo esaurirne l'immagine trascendente, né dissolvere il
mistero: «Se vogliamo designare Dio e lo facciamo impropriamente
chiamandolo Uno, o il Bene, o l'Intelletto, o l'Essere stesso, o
Padre, o Dio, o Demiurgo, o Signore, non lo facciamo come proferendo
il suo nome, ma in mancanza di meglio prendiamo come appoggio queste
designazioni […]. Ogni singolo termine non può significare Dio, ma
tutti nel loro complesso sono indicativi della potenza
dell'Onnipotente» (Clemente di Alessandria, Stromata, V, 12,
82).
Considerata nei suoi
rapporti con la fede,
la conoscenza naturale di Dio aiuta la ragione a capire di Chi o di
cosa la Rivelazione cristiana stia parlando quando parla di Dio, ma
resta insufficiente, da sola, a generare l'opzione della fede, che è
opzione nella libertà dell'amore, opzione verso l'essere personale
di Dio. Tale opzione può realizzarsi solo contestualmente alle
modalità con cui si accoglie la Rivelazione come parola personale di
Dio, riconoscendola significativa alla luce della ragione e della
propria esperienza esistenziale. Si tratta di un'insufficienza
costitutiva, incompleta anche per un sapere credente: siamo di
fronte ad una conoscenza di Dio necessaria ma insufficiente.
II. La domanda
su Dio nel contesto delle scienze naturali
1. Modalità e
contesti dei riferimenti a Dio nella scienza contemporanea.
La domanda su Dio non è stata mai del tutto estranea all'attività
delle scienze. Isaac
Newton rispondeva così a Richard Bentley, che desiderava trovare
nella meccanica della gravitazione sistematizzata nei
Philosophiae naturalis principia matematica (1687) spunti utili
per le sue conferenze su scienza e religione: «Quando ho scritto il
mio trattato sul nostro Sistema, ho avuto un certo interesse a
vedere come tali Princìpi potessero risultare efficaci perché gli
uomini prendessero in considerazione la credenza in una Divinità;
nulla mi è più gradito, dunque, che tu li possa trovare utili per
questo fine» (Newton's Papers and Letters on Natural Philosophy,
a cura di I. Cohen, Cambridge 1958, p. 280). A partire dalla
fondazione del metodo scientifico e poi per tutta l'epoca moderna,
le scienze naturali hanno ospitato, spesso come terreno di dibattito
filosofico, molti aspetti della questione su Dio. Anche nell'epoca
contemporanea, con linguaggi e formulazioni proprie dell'odierna
visione del mondo, esistono modi con cui le scienze continuano a
chiamare in causa la nozione di Dio. «Attraverso il mio lavoro
scientifico — leggiamo in una pagina di Paul Davies — sono giunto a
credere sempre più fermamente che l’universo fisico è costruito con
un’ingegnosità così sorprendente che non riesco a considerarlo
meramente come un fatto puro e semplice. Mi pare che ci debba essere
un livello più profondo di spiegazione. Se si desidera chiamare tale
livello Dio è una questione di gusto e di definizione»
(Davies, 1993, p. 7).
Nel passaggio fra il
secondo e il terzo millennio la domanda su Dio, o comunque i
riferimenti più o meno diretti ad una sua nozione, sono
riconoscibili nella riflessione operata da varie scienze. La
biologia e la medicina ne ospitano il dibattito in collegamento con
le questioni legate all'etica della vita umana ( Bioetica).
Nel problema del rapporto
mente-corpo — che per bibliografia e ricercatori coinvolti vanta una
produzione interdisciplinare paragonabile solo a quella della
cosmologia — l'allusione a Dio è mediata dalla discussione sulla
irriducibilità dell'io individuale, la cui identità personale e
trascendenza sulla materia sono colte, con un passo ulteriore, in
riferimento ad un Altro-da-sé. Il tema dell'evoluzione è stato poi
una fonte tradizionale di confronto fra pensiero scientifico e
religione. Originariamente associato all'antropologia e alla
biologia, si è adesso spostato nel campo della cosmologia,
che di quelle discipline ha assorbito le istanze all'interno di una
visione ancor più totalizzante. La logica
e la matematica,
a motivo del loro maggiore collegamento genetico con la filosofia e
l'analisi del linguaggio, ospitano anch'esse riflessioni sul tema
dell'Assoluto, essenzialmente all'interno del problema dei
fondamenti. La meccanica
quantistica aveva già ingaggiato nella prima metà del XX secolo un
certo dibattito con la visione religiosa del mondo attraverso la
discussione sui princìpi di causalità e di indeterminazione; ora, in
apertura del XXI secolo, sembra voler essere lei a proporre quali
debbano essere i canoni decisivi per comprendere l'azione divina
nella natura, analogamente a quanto paiono fare le nuove
termodinamiche e le scienze della complessità.
Ma è nell'ambito della
fisica, in modo particolare in quello della cosmologia, che la
domanda su Dio appare emergere con inusitata insistenza. Uno sguardo
ai libri di divulgazione scientifica apparsi negli ultimi anni
mostra facilmente che riflessione sulla natura e discorso su Dio
sono, a partire da queste discipline, ancora legati insieme. Sono
ormai una legione gli scienziati autori di opere divulgative, o di
riflessione filosofica sulla scienza, con un titolo che coinvolge
esplicitamente tale legame: Dio e la nuova fisica (P. Davies,
Milano 1986), La mente di Dio (P. Davies, Milano 1993), Al
di là del Big Bang: Dio e le cosmologie quantistiche (W. Drees,
La Salle 1990), Terribili simmetrie. Dio è un geometra? (I.
Stewart, M. Golubitsky, Torino 1995), La fisica dell'immortalità.
Dio, la cosmologia e la resurrezione dei morti (F. Tipler,
Milano 1995), La particella di Dio (L. Lederman, D. Teresi,
Milano 1996), ecc. Sebbene l'impiego di questo genere di titoli
risponda oggi anche a motivi di successo editoriale ( Divulgazione,
III), ciò testimonia l'esistenza di una nuova sensibilità,
senza della quale non esisterebbe neanche uno specifico mercato. In
molte opere il termine God, quando non presente nel titolo di
copertina, si è ormai conquistato un posto nell'indice analitico,
guadagnandosi inaspettatamente uno spazio fra geometry e
Grand Unified Theories.
La cosmologia e la
fisica paiono coinvolgere una domanda su Dio in tre ambiti
principali, fra loro collegati. Il primo di essi riguarda il
problema dell'origine o, in termini più generali, il problema
delle condizioni al contorno. Il riferimento al possibile
ruolo di un Dio creatore, formulato in materia certamente riduttiva
rispetto ad un'immagine di Dio proveniente dalla filosofia o dalla
religione, viene invocato o almeno discusso per dare un fondamento
all'avvio dell'espansione originaria dello spazio-tempo, per
assegnare valori opportuni alle costanti di natura, per risolvere
l'irriducibilità del rapporto fra leggi fisiche del cosmo e
proprietà topologiche dello spazio. La nozione di Dio viene
introdotta in sostanza nel contesto tipico dei problemi di
incompletezza, logica oppure anche ontologica, assumendone diverse
sfaccettature. Dal punto di vista epistemologico, se questo primo
ambito ha il pregio di mettere in luce l'impossibilità da parte di
una scienza empirica di proporsi come una scienza completa
dell'intero ( Universo,
IV), disattende invece il contenuto teologico proprio del
concetto di creazione con le sue numerose implicazioni sul piano
filosofico ( Creazione,
III), correndo inoltre il rischio di “mitizzare” il problema
dell'origine, attribuendogli cioè l'onere di dispiegare, quasi di
rivelare, il senso dell'intera storia.
Il secondo ambito
riguarda il cosiddetto Principio
Antropico e la discussione interdisciplinare che ne è derivata.
Alcune interpretazioni di tale Principio ripropongono su scala
cosmica, e con il conforto di numerosi risultati sperimentali, il
celebre Argument from Design, familiare in filosofia. La
presenza di numerose coincidenze fisico-matematiche che hanno reso
possibile l'evoluzione ordinata del cosmo e la sua delicata sintonia
(fine tuning) sui parametri che hanno poi reso possibile una
chimica adatta alla vita ed il sorgere di ambienti ove potersi
sviluppare, deporrebbe a favore dell'esistenza di un Dio progettista
del mondo. Il tema, che ha progressivamente interessato a partire
dalle ultime decadi del XX secolo anche l'ambiente teologico in
dialogo con le scienze, reca con sé interessanti semi di revisione
della cosmovisione finora dominante, ma si presta facilmente a salti
di livello di astrazione nel confronto con la filosofia e con la
teologia. Il Principio Antropico (la denominazione di “Principio”
non è del tutto corretta, almeno nella sua formulazione debole,
in quanto esso non si propone come una chiave di lettura deduttiva,
ma indica sostanzialmente delle fattualità da leggere in termini di
coordinamento o di coerenza), al mostrare che le costanti e le
proprietà fisiche che rendono l’universo capace di ospitare la vita
sono proprietà originarie, cioè congenite, ha causato un sostanziale
cambio di vedute circa il posto dell'uomo nell'universo. Il
paradigma di un'evoluzione che vedeva nel progressivo cieco gioco
del caso e in una scala di tempi sufficientemente lunga, i
principali fattori responsabili per la comparsa della vita, mostra
oggi i suoi limiti. Di fatto, quanto è avvenuto nei primi 10-6 secondi
dall'inizio dell'espansione dell'universo è stato, ai fini di poter
poi creare una nicchia chimica per la biologia umana, assai più
determinante di quanto non lo sia stato il resto della sua storia
evolutiva. Le osservazioni collegate alla formulazione del Principio
Antropico non costituiscono però alcuna dimostrazione
scientifico-sperimentale della progettualità di un cosmo finalizzato
alla vita, né dell'esistenza di un Creatore: esse indicano invece
solo una “consonanza” con questa ipotesi. In primo luogo perché le
delicate condizioni fisiche e biologiche necessarie per la vita sono
in realtà delle condizioni necessarie ma non sufficienti per
la vita stessa. In secondo luogo perché l'analisi empirica non può
rivelare, con i soli metodi della scienza, l'esistenza di una
finalità o di un Creatore; così come la strategia di un giocatore di
scacchi può essere conosciuta solo con un maggior grado di
astrazione rispetto a quello identificato dal piano delle regole del
gioco, piano sul quale l'analisi empirica può mettere in luce solo
la legalità e la coerenza delle sue mosse.
Il terzo ambito in cui
riaffora la nozione di Dio è infine quello dell'intelligibilità
dell'universo. Partendo dal dibattito sullo status ontologico
delle leggi
naturali, una corrente di pensiero più incline al realismo ne ha
progressivamente sottolineato il valore oggettivo ed esterno al
soggetto conoscente, riaprendo l'interrogativo sulla razionalità del
cosmo e sulla non scontata “interpretabilità matematica” della
natura (Maxwell, Einstein, Wigner). Il tema dell'intelligibilità si
presenta a volta sotto forma di domande sul perché delle specificità
formali dei mattoni elementari dell'universo (particelle elementari,
stringhe, costanti di accoppiamento nelle leggi fondamentali, ecc.),
sul motivo in base al quale agiscano con successo criteri di
unificazione, o su quale sia l'origine della rigorosa identità su
scala cosmologica delle particelle elementari e delle costanti di
natura. Superata l'interpretazione riduttivista secondo la quale
tale intelligibilità debba essere il banale risultato di una
necessaria sintonia fra leggi cosmiche e leggi che regolano la mente
umana, perché forgiate dal medesimo processo evolutivo (inclusa
l'operatività dei suoi meccanismi di selezione), il tema è stato
riconosciuto oggi significativo (cfr. T. Torrance, Divine and
Contingent Order, Oxford 1981; J. Barrow, Perché il mondo è
matematico?, Roma-Bari 1992; P. Davies, La mente di Dio,
Milano 1993;
Leggi
naturali, IV.2). La postulazione di
livelli di spiegazione meta-matematici e meta-fisici coinvolge di
solito un riferimento, talvolta indiretto, alla nozione di Logos,
di razionalità universale, sebbene l'analisi empirica non abbia
ovviamente gli strumenti per discernere se si tratti di qualcosa di
immanente nel cosmo o trascendente rispetto ad esso, né tantomeno
per chiarirne l'incerta personalità.
Il motivo del perché
siano proprio la cosmologia e la fisica a suscitare in maniera più
esplicita un riferimento alla nozione di Dio deriva dal fatto che
tali discipline sono oggi in grado di porci di fronte all’universo
nella sua globalità. La scoperta del flusso di Hubble, quella
del fondo di radiazione cosmica, la riuscita applicazione della
nucleosintesi degli elementi chimici nella spiegazione
dell'evoluzione stellare, le reciproche conferme fra gli scenari
della microfisica e quelli dell’astrofisica, le odierne teorie di
grande unificazione e le loro conferme sperimentali nelle energie
finora accessibili ai nostri acceleratori, forniscono una base
sufficiente per trattare l’universo in un quadro fortemente
unitario, come un oggetto che risponde alla medesima logica su larga
scala ( Cosmologia,
II, IV). Di esso sappiamo che esiste un’unica storia capace di
legare il passato ed il futuro, capace di associare ciò che avviene
su scala locale con ciò che avviene, oppure è già avvenuto, su scala
cosmica. Questo stato di cose consente allo scienziato di accedere
quasi spontaneamente (e non di rado inconsapevolmente), dal livello
della causalità efficiente, proprio delle scienze naturali, a quelli
della causalità finale (problema dell'intero, in macrofisica) e
della causalità formale (problema della specificità e dei
fondamenti, in microfisica), che sono invece livelli propri della
metafisica, disciplina delle cause ultime e fondanti dell'essere ( Metafisica,
I). Il fatto che le scienze naturali non siano metodologicamente
attrezzate a concettualizzare simili trascendimenti e non possano
operarli negli ambiti indicati, non evita che esse li intravedano
dall'interno del loro dominio e, pertanto, che lo scienziato
possa, forse debba, parlarne. Non sorprende, pertanto, che un
astronomo possa affermare che «la cosmologia non è altro che la
ricerca del significato della nostra esistenza e del nostro destino»
(P. Benvenuti, in “Corriere della Sera”, 10.4.1990, p. 23).
Non va infine
dimenticata un'ulteriore modalità, sebbene assai diversa dalle
precedenti, con cui alcuni settori della scienza contemporanea
manifestano la loro apertura a forme di conoscenza ed
interpretazioni del reale più ampie, nelle quali trovano spazio
nuove dimensioni dello spirituale e del divino: ci riferiamo a
quella rappresentata dal misticismo della fisica. Resa nota
soprattutto attraverso l'opera di Fritjof Capra (Il Tao della
Fisica, Milano 1987) ed il movimento sorto a Princeton (R.
Ruyer, La gnosi di Princeton, Fiesole 1980), la nuova visione
mistica della scienza nasce dal desiderio di comprendere alcuni
paradossi sorti nella fisica delle particelle e nella meccanica
quantistica mediante il ricorso a filosofie religiose orientali,
essenzialmente l'induismo e il buddismo, capaci di supplire con la
loro visione del mondo forme logiche utili a tale scopo e
apparentemente non rintracciabili nel pensiero occidentale. Di
quelle cosmovisioni religiose si assumono successivamente le istanze
più profonde, facendone la chiave di lettura risolutiva del rapporto
fra l'uomo e la natura. Non mancano però evidenti ambiguità, come
quella di una riduzione della vera contemplazione — che lo studio
della natura certamente suscita — a pura sensazione, e l'incapacità
di accedere ad un'immagine di Dio o del divino la quale, per essere
a fondamento della logica del mondo, dovrebbe avere anche il
carattere dell'alterità ( Panteismo,
III). Con la prospettiva del “misticismo della fisica” si
intecciano certamente le proposte del
New Age, ma si collega anche un ampio movimento di riscoperta
della dimensione spirituale della scienza sorto recentemente in
ambiente statunitense (cfr. la rivista Science and Spirit,
Concord, New Hampshire). Quest'ultimo, senza sposare alcuna
specifica religione confessionale, si fa interprete di un nuovo
superamento del riduzionismo scientista ed intende aprire scienza e
scienziato alle dimensioni dello Spirito, sebbene assai
genericamente inteso ( Spirito,
IV.1). Occorre segnalare che fra i nuovi paradigmi interpretativi
proposti dal misticismo della fisica — alcuni dei quali già
presenti in parte nel cristianesimo, ma non riconosciuti tali a
causa del maggiore approfondimento che ciò avrebbe richiesto — ve ne
sono alcuni che vanno progressivamente affermandosi, perché godono
di una buona capacità esplicativa in campo scientifico. Andrebbero
citati ad esempio il comportamento dell'universo come
soggetto-oggetto di interazione globale, la composizione non
conflittuale di proprietà apparentemente opposte, la metafora della
grande danza in sostituzione del meccanicismo e del vitalismo (cfr.
Del Re, 2000).
2. L'ambito delle
scienze come terreno storico di confronto fra affermazione e
negazione di Dio.
Assumendo una prospettiva di carattere storico, si
può facilmente riconoscere come quasi tutte le discipline
scientifiche abbiano ospitato un certo dibattito circa il ruolo da
attribuire a Dio nella comprensione o nella giustificazione del
mondo, uomo compreso. A partire dall'epoca moderna, dapprima con
l'umanesimo, ma soprattutto con la fondazione metodologica delle
scienze, lo studio della natura si impone come un ambito di
riflessione critica sulla questione di Dio e diviene uno dei
principali terreni di controversia per la sua affermazione o
negazione ( Ateismo).
Le scienze naturali vanno progressivamente ospitando i nodi storici
e concettuali di tale dibattito. Il passaggio dal sistema
geocentrico a quello eliocentrico susciterà un invitabile confronto
fra l'immagine della cosmologia offerta dall'establishment
teologico-culturale (con le verità religiose che ne risultavano
associate), e la nuova immagine del cosmo. L'affermarsi della
ragione illuminista che, grazie al successo causato dalle loro
scoperte, cercherà come interlocutore privilegiato proprio le
scienze empiriche, porterà ad una concezione della natura ove potrà
certo sussistere un riferimento a Dio, ma esso risulterà ormai
separato dalla religione e dai modi tradizionali con cui questa ne
ha parlato ( Deismo).
Le scienze naturali, ancora, saranno il terreno di dibattito fra le
prime forme di non credenza della modernità, dal razionalismo al
positivismo, e il tentativo di affermare l'esistenza di Dio partendo
dall'ordine del cosmo.
Riveste particolare
interesse, in merito a quest'ultimo aspetto, il movimento denominato
“Fisico-teologia”, sorto alla fine del XVII secolo in ambiente
anglicano, il cui programma consisteva nel mostrare l'esistenza di
un disegno nelle opere della creazione (Argument from Design).
Sia la fisiologia dell'essere umano, come la biologia delle specie
inferiori, come l'ordine del cosmo nel suo insieme, servivano quale
punto d'avvio per risalire fino all'esistenza di una Intelligenza
divina, di un Architetto del mondo. Le maggiori opere nate
all'interno di questa corrente, al cui influsso non fu estraneo lo
stesso Newton, hanno titoli che spiegano da sé l'intento dei loro
autori: The Wisdom of God manifested in the Works of Creation
(1691) e Three Physico-Theological Discourses (1693) di John
Ray; Astro-Theology: or a demonstration of Being and Attributes
of God from a Survey of the Heavens (1715) di William Derham;
A Disquisition about the Final Causes of Natural Things (1688)
di Robert Boyle; Natural Theology: or, Evidences of the Existence
and the Attributes of the Deity collected from the Appearances of
Nature (1802) di William Paley.
In sede storica
andrebbe meglio chiarito il rapporto fra la nozione di Dio invocata
da questi autori e ciò che il pensiero successivo indicherà
criticamente come il Dio-tappabuchi (the God of the gaps).
Quest'ultima espressione cominciò ad utilizzarsi specie in
riferimento ad alcune considerazioni svolte nelle opere di Newton.
L'autore della teoria della gravitazione universale, è vero,
menziona Dio alla stregua di una causa che interviene nella
meccanica del cosmo quando non è possibile descriverne i fenomeni
mediante cause naturali, cosa che causò le puntuali critiche di Leibniz;
tuttavia, la prospettiva adottata dai fisico-teologi non era
necessariamente la stessa. Essi partivano dall'idea che se il mondo
era opera di una causa intelligente, ciò doveva avere effetti
visibili nelle creature e che le scienze naturali dovevano pertanto
proporsi come una fonte di sapere su Dio. Da questo punto di vista,
rappresentarono un tentativo certamente interessante di utilizzare i
risultati delle scienze all'interno della filosofia e della teologia
( Scienze
naturali, utilizzo in teologia). La loro metodologia
risultava all’epoca meno insolita e più facilmente accettabile di
quanto lo sarebbe stato oggi perché, nel XVIII secolo, scienza e
riflessione filosofica sulla scienza costituivano entrambe una
medesima disciplina, quella della “filosofia naturale”. Le
dimostrazioni dei fisico-teologi circa l'esistenza di un Artefice
divino avevano però l'ingenuità di insistere eccessivamente su quei
particolari di organizzazione, armonia e coordinamento, specie nella
struttura dei viventi, che non parevano riconducibili all'azione
delle sole forze della natura. Alcune delle loro argomentazioni,
come ad esempio la considerazione della meravigliosa complessità
dell'occhio umano, saranno destinate a sopravvivere a lungo
nell'apologetica ottocentesca. Tali spiegazioni poterono certamente
favorire l'idea del Dio tappabuchi quando non si prestò più
attenzione a separare i diversi livelli del discorso — empirico e
metafisico — consentendo così al progresso delle scienze di
rimuovere facilmente il Dio Architetto od Orologiaio non appena
divennero disponibili la giustificazione naturale o la completa
descrizione sperimentale dell'ordinamento di molte di quelle
strutture fisiche o biologiche.
Fra le conseguenze
storiche della Fisico-teologia, che non tardarono a manifestarsi,
due di esse rivestono un'importanza determinante ai fini di tutta la
questione su Dio nel contesto delle scienze. In primo luogo, il
dibattito fra teismo e ateismo andò progressivamente restringendosi
al terreno della razionalità associata all'analisi empirica,
lasciando drammaticamente fuori gioco altri importanti campi della
ragione umana e la loro capacità di accesso a Dio (cfr. Buckley,
1987). In secondo luogo, l'interpretazione evolutiva delle forme dei
viventi, affermatasi con Darwin,
non poté non assumere precisi connotati anti-religiosi, proprio
perché irrompeva in un contesto religioso, intellettuale e perfino
linguistico, dominato dall'argomento a partire dal disegno,
del quale le leggi della selezione naturale e dell'adattibilità
all'ambiente distruggevano adesso le basi ( Evoluzione,
III). In un diverso contesto filosofico e teologico, ove il discorso
su Dio fosse stato associato anche ad altri argomenti, o ne fosse
stato meglio spiegato il distinto grado di astrazione, la teoria
dell'evoluzione non avrebbe causato una simile frattura e la
teologia avrebbe potuto più facilmente operarne una rilettura alla
luce di quegli spunti già contenuti nelle sue fonti patristiche e
medievali.
Un esempio
paradigmatico di come le scienze della natura siano state un
passaggio obbligato del dibattito fra affermazione e negazione di
Dio è rappresentato dal meccanicismo ottocentesco. In un clima
filosofico dove leggi
naturali deterministiche e razionali venivano comprese come effetto
di una intelligenza, fonte di determinazione per tutto il cosmo, la
teologia stessa veniva inconsapevolmente portata a presentare il
meccanicismo come un'immagine dell'armonia e dell'ordine presenti
nella volontà di Dio: stabilità delle leggi e stabilità del Creatore
sussistevano o cadevano insieme. Quando nella presentazione di
quelle medesime leggi si giunse però ad insistere di più sul loro
carattere naturale, tralasciando ogni questione filosofica
sulla loro origine o sulla loro specificità formale — perché
questioni che avrebbero richiesto un maggiore grado di astrazione —
il meccanicismo si tramutò allora in una tesi contro l'esistenza di
Dio. Una volta compreso che il mondo poteva funzionare bene anche
solo grazie alla propria
autonomia, l'ipotesi Dio diveniva superflua, una conclusione
consegnata alla storia dalla nota risposta di Laplace a Napoleone.
Dal canto suo, l'idea che la scienza potesse utilizzare con successo
le nozioni di trasformazione, sviluppo o evoluzione, poteva
facilmente mettere in crisi l'idea di un Dio dator formarum,
responsabile della molteplicità e della armonia delle forme presenti
in natura, nel mondo inorganico come in quello dei viventi. In
mancanza di una adeguata teologia della creazione e di una corretta
immagine di Dio, la scoperta di dinamismi intrinseci della natura
mediante i quali spiegare l'origine delle proprietà e delle forme,
in chimica come in biologia, potè favorire in non pochi casi la
visione di un mondo senza Dio.
Nel XX secolo
l'attività delle scienze ha continuato ad ospitare importanti
dibattiti filosofici circa la “questione su Dio” e ne ha determinato
in certo modo il successivo evolversi. Faceva ad esempio appello ad
un materialismo
“scientifico” il tentativo di rimuovere il discorso su Dio mediante
il programma marxista di una Dialettica della natura (Engels,
1875, pubblicata nel 1925). Il rapporto fra religione e scienza sarà
tematizzato anche a partire dalla psicanalisi, che pur coinvolgendo
l'ambito delle scienze umane, volle intenzionalmente qualificarsi
come sapere di origine empirico ( Freud).
Muovendo invece dall'ambito della matematica e della logica, il
neopositivismo ha tentato di negare significato alla nozione di Dio
restringendo il valore della conoscenza a quanto empiricamente
verificabile ed esprimibile col linguaggio formale delle scienze ( Russell),
per farsi poi protagonista di quell’incompiuto programma di
riduzionismo sistematico all'empirismo logico costituito dall'Enciclopedia
universale della scienza unificata (1938) di Neurath, Carnap e
Dewey ( Positivismo,
II). È singolare che il superamento di simili visioni filosofiche,
le cui presunte implicazioni per la metafisica e la teologia non
erano affatto tacite, sarà operato da una critica interna e non
esterna al sapere scientifico.
Ma l'ambito di
discussione che ha dominato il panorama della seconda metà del XX
secolo è stato senza dubbio quello del rapporto fra caso e finalità,
un paradigma capace di inglobare dimensioni del problema provenienti
anche da aree disciplinari differenti ( Determinismo/indeterminismo;
Finalità). La tematica ha raggiunto il grande pubblico
soprattutto attraverso le tesi in ambito biologico di Jacques Monod
(Il caso e la necessità, Milano 1971) e Richard Dawkins (L'orologiaio
cieco, Milano 1988), anche se non sono mancati corrispettivi
ugualmente noti in ambito fisico-cosmologico (per es. S. Weinberg,
I primi tre minuti, Milano 1993; P. Atkins, La creazione,
Bologna 1985). Può ancora rientrare fra gli esempi di una questione
su Dio da decidersi riduttivamente all'interno di un paradigma
caso-finalità, l'alternativa fra un universo sorto casualmente dal
nulla, ove si possa rimuovere la dipendenza dal tempo (S. Hawking,
Dal Big Bang ai buchi neri, Milano 1993), e un universo
necessariamente legato ad una singolarità iniziale, le cui precise
condizioni al contorno rivelerebbero un progetto ed eventualmente un
Creatore. Nel contesto del Principio Antropico, il paradigma
generale agisce discriminando fra un unico universo orientato
finalisticamente alla comparsa della vita ed un insieme di infiniti
universi con parametri casuali, fra i quali solo quello con i
parametri casualmente giusti potrebbe avere osservatori intelligenti
e dunque un carattere apparentemente finalistico ( Pluralità
dei mondi, III).
Come nei precedenti
esempi del dibattito fra affermazione e negazione di Dio, anche
quello fra caso e finalità ha operato una trasposizione di categorie
filosofiche in ambito empirico. Termini come caso, finalità,
necessità o libertà appartengono di fatto al vocabolario filosofico,
a differenza di altre nozioni tipiche delle scienze esatte, come
probabilità, consistenza o coincidenza. Un dibattito presentato come
base scientifica per decidere l'alternativa pro o contro
l'esistenza di un Creatore, ha rappresentato in realtà un dibattito
fra filosofie differenti, l'una aperta ad una nozione di conoscenza
capace di trascendere l'ordine empirico, l'altra ridotta a limitarla
solo all'ambito dei fenomeni e delle apparenze, l'una aperta ad un
fondamento trascendente del reale capace di contenerne anche il
progetto ed il senso, l'altra impegnata in una fondazione immanente
autoreferenziale. Sulla filigrana dell'alternativa fra caso e
finalità, possono riconoscersi spesso i canoni di una disputa
filosofica fra realismo
e
idealismo. Di fronte all'immagine di una scienza aperta, nella quale
sorgono con frequenza problemi di incompletezza descrittiva, ma
anche ontologica, il soggetto conoscente può restare in ascolto del
reale, senza dire di più di quanto non possa dire, oppure cedere
alla tentazione di chiudere le incompletezze ricorrendo a visioni
aprioristiche, che assumono spesso l'aspetto di una “filosofia del
caso”. La novità sta nel fatto che simili alternative, il cui
terreno di incontro e di scontro era sempre stato la filosofia,
nascono adesso nelle scienze naturali e, da esse, muovono verso
l'ambito filosofico, l'unico ove può svolgersi un confronto
epistemologicamente significativo.
L'idea che l'immagine
scientifica del mondo sia stata o sia tuttora il terreno principale
ove debba giustificarsi l'esistenza di Dio e giocarsi il confronto
fra credenza e non credenza, presenta dei limiti evidenti. La
nozione di Dio, in realtà, assume significato dalla considerazione
di numerosi altri contesti e la sua immagine va valutata e compresa
sulla filigrana di un'antropologia e di una gnoseologia integrali,
non riducibili a quanto dettato dalla sola analisi delle scienze.
Allo stesso tempo, la teologia
non può trascurare l'esigenza di comprensione e di unità fra
discorso sul mondo e discorso su Dio, anche quando questa è
suscitata dal contesto della conoscenza scientifica. Essa è chiamata
a situare tale esigenza sui binari di una corretta epistemologia,
mostrando la valenza filosofica di molte riflessioni della scienza.
Ma la teologia è anche positivamente stimolata a riconoscere quali
sono i contesti cosmologici, alcuni di essi ereditati certamente dal
passato, nei quali essa propone non poche delle sue formulazioni. Le
vicende storiche del rapporto fra discorso sulla natura e discorso
su Dio potrebbero suggerirle di rileggerli, o eventualmente di
mutarli, alla luce della nuova immagine fisica del mondo, sia per
favorire la comprensibilità di quelle medesime formulazioni, sia per
prestare un migliore servizio alla dignità del loro oggetto ( Scienze
naturali, utilizzo in teologia, IV-V).
III. Possibilità di un discorso su Dio significativo per la razionalità
scientifica
1. Il significato
epistemologico di un discorso su Dio. In
un confronto fra teologia e scienze non è sufficiente segnalare che
la domanda su Dio conserva la sua perenne attualità. Occorre anche
approfondire quale discorso su Dio possa essere risconosciuto
significativo da una cultura modellata in buona parte dalla scienza
e dalla tecnica (cfr. Gaudium et spes, 5). Il discorso su
Dio, infatti, viene oggi valutato criticamente sullo sfondo delle
categorie tipiche della razionalità scientifica. Il successo
tecnologico da essa favorito accentua la portata critica di tale
valutazione, perché la nozione di un Dio creatore, onnipotente e
provvidente, comporta anche un dominio sul mondo e sui suoi effetti
visibili, proprio quegli effetti sui quali la tecnica reclama, e ci
ha abituato a riconoscere, il suo progressivo e sempre più
sofisticato controllo. A livello filosofico, si richiede che alla
nozione di Dio corrisponda un'area significativa di intelligibilità
e di senso, giudicata nel contesto dell'interpretazione scientifica
del mondo e del linguaggio che esprime una simile visione.
L'esclusione
dell'accesso al trascendente e di ogni riferimento alla nozione di
Dio all'interno dell'impresa scientifica trova la sua origine più
influente nella filosofia critica di Kant.
Una vera conoscenza sarebbe possibile solo nell'ambito della
ragion pura, cioè quella razionalità teoretica che viene nutrita
dall'esperienza delle scienze empiriche. In questo ambito non si può
né affermare, né negare il trascendente: l'idea di Dio è
un'antinomia, in quanto non è oggetto di possibile esperienza. La
nozione di Dio avrebbe significato solo nell'ambito della ragion
pratica, ove diviene oggetto di un postulato pratico, non di
conoscenza, qualcosa che può essere pensato, presupposto o invocato,
ma non conosciuto. La posizione di Kant non nega significato alla
nozione di Dio, ma sancisce che la razionalità scientifica ne resta
totalmente preclusa; ciò dovrebbe sgombrare simultaneamente il campo
da supposte dimostrazioni scientifiche di ateismo e, nell'intenzione
di Kant, aprirebbe anche lo spazio alla fede, intesa come incapacità
della ragione filosofica di dire Dio. Tuttavia, la profonda
divisione fra ragion pura e ragion pratica impedisce al filosofo di
Königsberg di vedere la scienza come fonte di interrogativi umani
che collegherebbero il mondo dell'esperienza con il problema
dell'esistenza. Sull'eredità della visione kantiana, un discorso su
Dio avrebbe senso unicamente nella sfera dei valori e dei fini (non
di rado oggi giustificata su basi puramente soggettive), in quanto
riguarderebbe asserti non comunicabili, carenti di validità
oggettiva e non falsificabili, cioè né veri né falsi. Secondo un
giudizio più severo, questa volta sull'eredità del neopositivismo
logico, tali asserti non avrebbero alcun senso in nessun contesto,
perché non esisterebbe altro tipo di conoscenza che quella
verificabile empiricamente.
Riteniamo che la
vicenda del pensiero scientifico contemporaneo abbia superato sia la
visione kantiana sia quella neopositivista, manifestando invece che
esiste un'area di senso e di intelligibilità, significativa anche
per la razionalità scientifica — perché colta partendo da una
riflessione interna al suo metodo — ove possa trovare spazio un
logos su Dio, con le sufficienti garanzie di universalità e
sensatezza. Lo si può mettere in luce seguendo livelli progressivi.
In primo luogo vi è
ormai un ampio consenso nel negare che gli unici asserti sensati
siano quelli limitati ai “fatti” delle scienze naturali trattati
all'interno di un linguaggio formale. Un passo importante in questa
direzione è stato compiuto da Wittgenstein:
non è possibile negare il problema del senso, anche se il fatto che
sia inesprimibile “all'interno del mondo dei fatti” ne fa uno
pseudo-problema; se solo potessimo prendere prospettiva dal mondo
logico dei fatti delle scienze ci accorgeremmo di esso, e
l'accorgercene possiamo indicarlo come qualcosa di mistico.
Il percorso filosofico tracciato dal filosofo viennese supera le
conclusioni della ragion pura, perché la domanda sul senso e
l'apertura all'indicibile nasce dall'analisi del conoscere
scientifico, e non fuori di essa come sostenuto da Kant, sebbene non
possa essere adeguatamente espressa; il meta-linguaggio nasce come
esigenza dei limiti del linguaggio riconosciuti all'interno del
linguaggio medesimo. Ma vengono superate anche quelle dei
neopositivisti. Wittgenstein aveva tracciato insieme ad essi una
linea di separazione fra ciò di cui si può parlare e ciò di cui si
deve tacere: «la differenza è soltanto che essi non avevano nulla di
cui tacere. Il positivismo sostiene — e questa è la sua essenza —
che ciò di cui possiamo parlare è tutto ciò che conta nella vita.
Invece Wittgenstein credeva appassionatamente che tutto ciò che
conta nella vita umana è proprio ciò di cui, secondo il suo modo di
vedere, dobbiamo tacere» (P. Engelmann, Lettere di Ludwig
Wittgenstein con ricordi di Paul Engelmann, Firenze 1970, p.
70). In tal modo il pensiero di Wittgenstein costituisce un punto di
arrivo ed un punto di partenza: concludendo la parabola
dell'empirismo logico, pone la base di avvio per una filosofia
capace di recuperare il significato del problema di Dio, anche se un
Dio di cui non si può ancora parlare, ma solo mostrare (cfr. R.
Pititto, La fede come passione. L. Wittgenstein e la religione,
Cinisello Balsamo 1997). Saranno poi i teoremi di incompletezza di
Gödel e le implicazioni filosofiche della complessità
a mostrare come il progetto di confinare una conoscenza completa e
coerente di tutta la realtà ai soli asserti della logica formale
nella loro corrispondenza con oggetti sensibili e misurabili non è
più scientificamente praticabile. Ci si scontrerà sempre con
due problemi fisiologici: l'incoerenza logica
dell'autoreferenzialità in un sistema aperto sul mondo reale e
l'intrattabilità matematica compiuta di molti “fatti” delle scienze
naturali.
In secondo luogo, si
riconosce oggi con maggiore facilità che alla base e al di là del
mondo dei fatti, oggetto del linguaggio delle scienze, vi sono dei
presupposti di carattere metafisico impliciti nella conoscenza
scientifica, senza dei quali la scienza stessa non sarebbe possibile
( Autonomia,
IV.1; Senso comune, II-III). Nozioni come essere e natura, o
come essenza ed esistenza, sono concetti metafisici che precedono e
che fondano ogni determinazione formale osservabile: essi rendono
possibile la scienza, ma la loro giustificazione è esterna al metodo
scientifico. La nozione di un Dio che sia causa dell'essere e delle
specificità formali della realtà naturale (cioè del perché il mondo
è così come è e non altrimenti) presuppone e rende intelligibile la
descrizione scientifica del mondo, ma non interferisce con essa. Non
è senza significato porre in collegamento tale chiarimento
epistemologico con “l'appello al mistico” suggerito da Wittgenstein
e da Popper,
qui proposto in successiva articolazione: «C'è davvero
l'inesprimibile. Esso si mostra, è il mistico: il mistico non è come
è il mondo, ma che il mondo è [esiste]» (L. Wittgenstein,
Tractatus logico-philosophicus, 6.44); «Come il mondo è — il
fatto che esso abbia una struttura, o che le sue regioni più lontane
siano tutte soggette alle stesse leggi strutturali — sembra in linea
di principio inesplicabile e quindi mistico» (K. Popper,
Poscritto alla logica della scoperta scientifica, Milano 1994,
p. 169). L'affermazione di uno spazio concettuale per un logos su
Dio, un mistico significativo anche nel contesto delle
scienze, è consistente con l'evidenza che l'universo esiste, ed
esiste con delle proprietà che la scienza non deduce totalmente dal
suo metodo, ma riceve e scopre per induzione.
Infine, la possibilità
di un discorso su di Dio che la razionalità scientifica riconosca
significativo è messa in luce dalle stesse aperture alla
trascendenza registrate dalle riflessioni di alcuni scienziati
contemporanei. L'impresa scientifica viene da molti di essi
considerata come una ricerca della verità che coinvolge tutta la
persona, che non preclude, anzi manifesta, l'accesso ad un Assoluto,
ad un logos colto come un'area di intelligibilità e di senso.
Lo scienziato pare percepire il reale fisico come un'alterità
oggettiva e coerente, caratterizzata da una specificità formale.
Il collegamento fra questa percezione e la nozione di Assoluto può
cogliersi considerando due aspetti di grande importanza
dell'attività scientifica: l'“esperienza dei fondamenti” e
l'“esperienza del sacro” (cfr. Cantore, 1987).
Lo scienziato è tornato a sorprendersi della sua capacità di dialogare
con l'universo. Sa che questo può essere compreso in termini matematici,
si presenta con leggi stabili nel tempo e nello spazio, possiede
particelle elementari rigorosamente identiche, proprietà fisico-chimiche
che seguono rigorose strutture di ordinamento, tutte cose che manifestano
una sorta di “fondamento di razionalità” col quale il ricercatore
viene inevitabilmente in contatto. Così lo esprimeva Albert Einstein:
«Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura
(per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come
un miracolo (Wunder) o un eterno mistero (ewiges Geheimnis).
Ebbene, ciò che ci dovremmo aspettare, a priori, è proprio un mondo
caotico del tutto inaccesibile al pensiero. Ci si potrebbe (di più,
ci si dovrebbe) aspettare che il mondo sia governato da leggi soltanto
nella misura in cui interveniamo con la nostra intelligenza ordinatrice:
sarebbe un ordine simile a quello alfabetico, del dizionario,
laddove il tipo d’ordine creato ad esempio dalla teoria della gravitazione
di Newton ha tutt’altro carattere. Anche se gli assiomi della teoria
sono imposti dall'uomo, il successo di una tale costruzione
presuppone un alto grado d’ordine del mondo oggettivo, e cioè un
qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi.
È questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle
nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti
e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza
di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo degli
dèi (entgöttert), ma anche dei miracoli (entwundert)»
(A. Einstein, Lettera a M. Solovine, 30.3.1952, in Opere
scelte, Torino 1988, pp. 740-741).
Riflessioni analoghe le
incontreremo 40 anni dopo in Paul Davies: «Per quanto le nostre
spiegazioni scientifiche possano essere coronate dal successo, esse
incorporano sempre certe assunzioni iniziali. Per esempio, la
spiegazione di un fenomeno in termini fisici presuppone la validità
delle leggi della fisica, che vengono considerate come date. Ma ci
si potrebbe chiedere da dove hanno origine queste leggi stesse. Ci
si potrebbe perfino interrogare sulla logica su cui si fonda ogni
ragionamento scientifico. Prima o poi tutti dobbiamo accettare
qualcosa come dato, sia esso Dio, oppure la logica, o un insieme di
leggi, o qualche altro fondamento dell'esistenza» (Davies,
1993, pp. 5-6). Siamo dunque di fronte ad una vera e propria
esperienza dei fondamenti, ad una percezione dell'Essere come
fondamento ultimo, riconosciuto al di là della razionalità
scientifica, ma segnalato da chi vi opera al di qua. Non è compito
della scienza dimostrare se l'intelligibilità e la coerenza del
cosmo risponda ad un disegno che contenga il senso del mondo, perché
ciò implicherebbe il riferimento ad una causalità finale
inaccessibile all'analisi delle scienze empiriche. È però assai
significativo che tali domande emergano in continuità con tale
analisi, come questioni che rimandano ad un'area di senso, ad
un logos nella scienza che si apre ad un logos su Dio.
Ma nella sua attività
lo scienziato coglie la realtà fisica anche come una sorta di
alterità dialogica. Con parole di Heisenberg, lo scienziato
«prende coscienza dell'ordine centrale [del mondo] con la stessa
intensità con cui si entra in contatto con l'anima di un'altra
persona» (W.
Heisenberg, Fisica e oltre, Torino 1984, p. 225). La natura
viene riconosciuta come meritevole di essere studiata, capace di
motivarne il corrispondente sforzo intellettuale, perché capace di
legare ad una verità ed una bellezza indipendenti dal soggetto
conoscente. L'atteggiamento del ricercatore diviene allora quello di
una religiosa riverenza e la sua attività lo pone di fronte alla
percezione di un Assoluto. Per questo non mancano scienziati che
hanno paragonato l'esperienza scientifica ad una esperienza del
sacro, capace di legare (re-ligo) e di condurre fino alle
porte del mistero (cfr. Cantore, 1987, pp. 155-196, 370-423;
Pedersen, 1988, pp. 125-140;
Mistero,
IV). Analogamente a quanto rilevava Wittgenstein a partire
dall'analisi del linguaggio, o Popper a partire dall'epistemologia
delle scienze, anche il fisico o l'astronomo possono imbattersi nel
mistico: «A volte, attraverso una forte, pressante esperienza
di intuizione mistica (a compelling experience of mystical
insight), si riconosce che al di là dell'ombra del dubbio si è
entrati in contatto con una realtà che giace nascosta sotto il
fenomeno. Ne siamo perfettamente convinti, ma non possiamo
trasmettere questa certezza. È una sorta di rivelazione privata» (E.
Hubble, The Nature of Science and Other Lectures, San
Marino - CA 1954). Siamo di fronte ad una visione dell'attività
scientifica che assomiglia ad un dialogo fra l'uomo e l'Assoluto.
L'immagine
dell'Assoluto percepito dalla razionalità scientifica e la
possibilità di parlarne sono senza dubbio espresse in modo
filosoficamente impreciso, sovente mescolato ad ambiguità e non
poche volte colorato di panteismo. La religiosità di Einstein,
ad esempio, fu certamente lontana dal Dio personale della Scrittura,
che il padre della relatività vedeva erroneamente caricato di
antropomorfismo; ma essa testimonia allo stesso tempo una percezione
del sacro, legata ad un'esperienza estetica, ad un mistero che
contenga il senso nascosto del mondo, ed ha come riferimento
gnoseologico una metafisica implicita, aperta sul reale e disposta
ad imparare dalla natura e dalle sue leggi. In definitiva, ritenere
che l'influsso della razionalità scientifica sulla filosofia e sulla
cultura debba necessariamente togliere spazio ad un discorso su Dio,
non darebbe ragione né del significato, né dell’essenza della vera
mentalità scientifica (cfr. Tanzella-Nitti, 1996). Essa è
un’attività di tutta la persona, capace di suscitare interrogativi
di carattere filosofico, anche se non ha gli strumenti adeguati per
rispondervi dall’interno del proprio metodo. Anche nel contesto
della razionalità scientifica odierna, il mondo continua a
manifestarsi come paradosso e mistero e continua ad
essere ragionevole chiedersi se il mondo abbia una spiegazione.
L'eventuale ricerca di questa spiegazione rimanda ad una nozione che
non è considerata un nonsenso ed apre pertanto la possibilità ad un
discorso significativo su Dio.
2. La fede in Dio da
parte degli scienziati: incidenza e caratteristiche.
La possibilità di un discorso su Dio significativo anche per il
mondo scientifico possiede un versante esistenziale e si collega
pertanto con la personale fede in Dio dello scienziato, cioè come
egli faccia dialogare, nell'unità della propria esperienza
intellettuale, ciò che sa con ciò che crede. Dal punto di vista
storico, andrebbe osservato che la necessaria autonomia metodologica
delle scienze non implicò alcuna richiesta di negazione di Dio, né
da parte dei primi scienziati della modernità, né da parte dei loro
predecessori medievali ( Autonomia,
IV). Professione di fede religiosa ed attività scientifica sono
coesistite senza strappi nella vita di quasi tutti i ricercatori,
almeno fino al termine del XIX secolo. Il graduale allontamento
dalla fede in Dio di una frazione significativa, ma non
maggioritaria, degli uomini di scienza della fine dell’Ottocento e
di buona parte del Novecento è dovuto al progressivo processo di
secolarizzazione che ha investito la società occidentale, non ad
istanze interne alla scienza stessa.
La percentuale di
scienziati che hanno rivestito un ruolo istituzionale nelle loro
chiese cristiane di appartenenza, ad esempio come chierici secolari
o regolari, è stata sempre piuttosto alta; utilizzando le circa
cinquemila biografie scientifiche del Dictionary of Scientific
Biographies (a cura di C. Gillispie, New York 1970-1980), questa
percentuale è dell'ordine del 10%, ma si avvicina addirittura al 30%
se ci si ferma agli inizi del XIX secolo. La documentazione finale
del volume curato da I. Tagliaferri ed E. Gentili (Scienza e
Fede. I protagonisti, Novara 1989) elenca circa 150 fra
sacerdoti e religiosi cattolici, nati dopo il 1600, la cui attività
scientifica può essere considerata di rilevanza internazionale,
mentre sono ben 80 i soli matematici ecclesiastici, ricercatori di
fama, che hanno operato nell'epoca moderna (cfr. P. Pizzamiglio,
Religiosi matematici, “L'insegnamento della matematica e delle
scienze integrate” 21 (1988), pp. 410-438). L'incidenza di tutte
queste figure di ecclesiastici nei laboratori e negli studi
scientifici non è direttamente utilizzabile ai fini di un'analisi
sulla fede degli scienziati in genere, ma testimonia perlomeno
l'esistenza di una consolidata facilità di rapporti fra pensiero
credente ed attività scientifica.
Seguendo i dati forniti
da un'indagine fra i ricercatori italiani (cfr. Ardigò e Garelli,
1989), circa il 55% di essi dichiara di credere in Dio ed il 23%
degli intervistati identifica la propria fede con il contenuto
esplicito del credo cattolico. Fra tutti, credenti e non, ben il 60%
ritiene però che attività scientifica e credo religioso non abbiano
punti di contatto significativi. Risulta interessante osservare che
per la gran maggioranza di essi (85%) la diffusione della mentalità
scientifica e del progresso tecnologico ha modificato il richiamo
alla trascendenza nella società e nella cultura, a testimonianza del
peso che la razionalità scientifica esercita sul comune modo di
pensare. Un'analoga ricerca compiuta in Francia, sebbene su un
campione più basso (cfr. Magnin, 1994), mostra che la metà degli
scienziati si professa credente, mentre del restante 50% la maggior
parte si dichiara “in ricerca”. Un numero assai alto è convinto che
la scienza non fornisce una comprensione esauriente della realtà
(80%) e per ben il 60% di essi l'attività scientifica spinge quanto
meno ad interrogarsi sull'esistenza di Dio. Ricerche analoghe
condotte negli Stati Uniti (cfr. E. Larson, L. Witham, Scientists
are still keeping the faith, “Nature” 386 (1997), pp. 435-436;
G. Easterbrook, Science and God: a Warming Trend?, “Science”
227 (1997), pp. 890-893) indicano una sostanziale stabilità nella
percentuale di scienziati credenti, attorno al 40%, dall'inizio del
XX secolo alla sua fine, e segnalano che per la maggior parte di
essi esiste un reale interesse per la religione.
Al di là delle
differenze e delle diverse sfumature nei dati assai sommariamente
citati, l'immagine dello scienziato odierno non lo mostra arroccato
su posizioni atee o conflittuali. Lo mostra piuttosto aperto al
dialogo, quando non già esplicitamente credente, consapevole del
peso culturale della propria attività scientifica. La generalmente
scarsa formazione religiosa non gli consente però di integrare bene
la propria fede o la ricerca di Dio di cui si sente protagonista con
le conoscenze provenienti dall'ambito dei suo studio, né possiede
un'immagine di Dio sufficientemente adeguata per poter realizzare
tale integrazione. Ne deriva una certa separazione fra credo
religioso ed esigenze etiche di tale credo, specie nell'ambito della
medicina e della biologia, o anche fra credo religioso e contenuti
dottrinali o teologici ad esso associati. Generale è però il
risveglio di interesse verso la religione, testimoniato dalla
crescente frequenza nelle attività interdisciplinari fra scienze,
filosofia e teologia. Numerose anche le associazioni di ambito
accademico od universitario espressamente dedicate al dialogo
scienze-teologia. Sorte specie in ambito anglosassone, ne
menzioniamo a scopo documentale alcune fra le più importanti: The
Center for Theology and the Natural Sciences (Berkeley,
California), The John Templeton Foundation (Radnor,
Pennsylvania), The Institute on Religion in an Age of Science
(Star Island, New Hampshire), The European Society for the Study
of Science and Theology. Non mancano neanche gli ecclesiastici
impegnati nella ricerca scientifica, certamente assai meno di quanti
non lo fossero nel XVIII secolo, ma sufficienti perché The
Society of Ordained Scientists, fondata a Cambridge da Arthur
Peacocke, possa contare oltre tremila membri in tutto il mondo.
Henry Margenau e Roy Varghese (1992) hanno offerto una stimolante
antologia, più volte ristampata, di interviste ad importanti uomini
di scienza aventi per oggetto la loro personale posizione sul
problema di Dio.
Per l'uomo di scienza,
come per ogni altra persona umana, il Dio a cui si presta la propria
adesione di fede viene creduto come il Dio di tutto e di tutti. La
sua immagine non può non riguardare l'intera sfera del reale, pena
lo svuotamento di significato della nozione di Dio. Analogamente, i
contenuti trasmessi e fatti propri dalla fede religiosa — che la
teologia cerca di penetrare in modo sistematico partendo dalla
Rivelazione — non possono non dialogare con il resto delle
conoscenze acquisite o acquisibili anche a partire dall'analisi
delle scienze, pena, in questo caso, la perdita della dimensione
conoscitiva della fede.
Riconoscere Dio come spiegazione ultima dell'uomo e del mondo, deve
condurre il soggetto, almeno come aspirazione, verso una certa unità
del sapere. La ricerca di una simile unificazione si fa senza dubbio
più ardua per l'uomo di scienza, a motivo della ricchezza di fonti
cui ha accesso e della profondità con cui egli le esplora, ma
proprio per questo diviene forse più necessaria. Il fatto che la
razionalità scientifica abbia influenzato il nostro modo di
comprendere la trascendenza o il trascendente, cosa sulla quale
scienziati e non scienziati sono sostanzialmente d'accordo, non può
condurre ad un modello di interazione dialettica o alternativa, ove
il procedere della conoscenza scientifica riduca sempre più il campo
dei contenuti della fede. Si richiede piuttosto il coraggio di una
continua rilettura dell'una alla luce dell'altra, come in
ogni processo aperto sul reale. Ma per questo occorre lo sforzo
della sintesi e dell'unità cercata nel centro della persona, non
bastano la simbiosi o la stratificazione.
IV. L'immagine del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo: i suoi
rapporti con la questione su Dio posta dalla filosofia e dalle scienze
Il contenuto della
Rivelazione giudeo-cristiana e la natura dell'immagine biblica di
Dio sono oggetto del trattato teologico sul «Mistero di Dio Uno e
Trino» (cfr. Auer, 1982; Kasper, 1985; Courth, 1993). Segnaleremo
sinteticamente in questa sezione solo alcuni temi collegati con
quanto precedentemente visto in sede interdisciplinare.
1. L'esistenza di
Dio, creatore del cielo e della terra, può essere riconosciuta dalla
ragione a partire dalle cose create. La
Rivelazione giudeo-cristiana parla in vari luoghi della possibilità
di conoscere l'esistenza di Dio Creatore a partire dalle creature
(cfr. Sap 13,1-8; Rm 1,18-20; At 14,16-17). Il
magistero della Chiesa ne ha riproposto più volte l'insegnamento
(cfr. Dei Filius, DH 3004; cfr. anche DH 3475, 3538; Dei
Verbum, 3 e 6; Donum veritatis, 10; Fides et ratio,
36, 53), senza per questo imporre quali specifiche vie, fra quelle
segnalate dal pensiero filosofico, debbano essere necessariamente
percorse. Il riferimento generale delle varie dichiarazioni
ecclesiali resta comunque quello di un cammino causale, tamquam
causam per effectus, presentato in vari contesti. Al di là delle
discussioni teologiche circa l'interpretazione da dare a questi
testi magisteriali, essi trasmettono senza dubbio l'insegnamento
basilare che la nozione di Dio è una nozione intelligibile
all'uomo. La parola che la Rivelazione consegna quando all'immagine
biblica del Dio di Israele, Signore e Salvatore del suo popolo,
associa il concetto di un Creatore, causa di tutto ciò che esiste,
non è parola che cade nell'anonimato. Nel parlare di Dio, la
Rivelazione cristiana non introduce una categoria ignota alla
ragione, ma propone un concetto che l'intelligenza umana può
cogliere con le sue forze a partire da ciò che conosce.
Considerato dalla
prospettiva della fede, l'insegnamento circa una conoscenza
naturale di Dio ribadisce che la fede stessa suppone la condizione
di questa possibilità da parte della ragione, garantendo così
l'istanza di universalità posta dal problema filosofico di Dio. Nel
discutere se tale conoscenza si dia realmente nella condizione
storica dell'uomo, entreranno in gioco le disposizioni morali del
soggetto e la considerazione delle ferite inferte dal peccato
(originale ed attuale) alla ragione. I luoghi biblici
tradizionalmente associati alla dottrina sulla conoscenza naturale
di Dio non mancano di segnalare il “chiaroscuro” in cui essa versa,
ed anche il suo storico venir meno proprio a causa del peccato (cfr.
Sap 13,1; Rm 1,21; At 17,27). Già nelle loro
apologie, i Padri
della Chiesa non mancarono di chiarire questo punto: per comprendere
la presenza e l'opera di Dio nel mondo occorre umiltà, giustizia e
rettitudine (cfr. s. Agostino, Confessiones, V, 3). Dal canto
suo, il Magistero lo ha ugualmente sostenuto (cfr. DH 3005).
Considerata dalla prospettiva della ragione, della conoscenza
naturale di Dio ne abbiamo già precedentemente riferito (vedi supra
I.3). Come segnalato, il riconoscimento dell'esistenza di Dio
non può poggiarsi su una prova di carattere scientifico-sperimentale.
Non soltanto, evidentemente, perché questo genere di prove valgono
solo per gli oggetti percettibili ai sensi e formalizzabili in termini
quantitativi, ma anche perché la conoscenza di Dio reclama un grado
di coinvolgimento del soggetto assai più esplicito e carico di conseguenze
sul piano esistenziale, di quello implicato quando si conosce mediante
prove di carattere esclusivamente sperimentale. Nella conoscenza
naturale di Dio, la ragione deve saper astrarre dalla misurabilità
e cogliere le cause dell'essere delle cose come punto di arrivo
di un cammino metafisico realista. «Quando si parla di prove dell'esistenza
di Dio, dobbiamo sottolineare che non si tratta di prove d'ordine
scientifico-sperimentale. Le prove scientifiche nel senso moderno
della parola, valgono solo per le cose percettibili ai sensi,
giacché solo su queste possono esercitarsi gli strumenti di indagine
di cui la scienza si serve. Volere una prova scientifica di Dio,
significherebbe abbassare Dio al rango degli esseri del nostro
mondo, e quindi sbagliarsi già metodologicamente su quello che
Dio è... Da ciò non deve tuttavia trarsi la conclusione che gli
scienziati siano incapaci di trovare, nei loro studi scientifici,
motivi validi per ammettere l'esistenza di Dio. Se la scienza, come
tale, non può raggiungere Dio, lo scienziato, che possiede un'intelligenza
il cui oggetto non è limitato alle cose sensibili, può scoprire
nel mondo le ragioni per affermare un Essere che lo supera» (Giovanni
Paolo II, Catechesi del mercoledi, 10.7.1985). Le prove
di carattere filosofico, seguano esse una via antropologica oppure
cosmologica, non causano da se stesse la fede, ma hanno solo la
capacità di disporre il soggetto a giudicare intelligibile e ragionevole
il contenuto della Rivelazione. Esse preparano il soggetto ad un'opzione
personale per la verità, al riconoscimento del Volto presente nel
mistero dell'Essere. Solo la Rivelazione biblica potrà svelare il
senso ultimo di quella opzione: la risposta ad una chiamata, la
donazione libera ad una Persona, l'entrata in una comunione di vita.
2. L'immagine
biblica del Dio d'Israele rivelatosi in Gesù Cristo.
La Rivelazione cristiana ci pone di fronte ad un'immagine di Dio in
continuità con quella proveniente dall'osservazione della natura o
tematizzata dal problema filosofico di Dio, ma comporta anche
un'eccedenza. Essa ci pone di fronte a categorie nuove, che superano
le aspettative della ragione e, in certo modo, dimostrano così di
costituire un pensiero originale, rivelato, non proveniente
da quell'orizzonte antropologico, ermeneutico o linguistico,
all'interno del quale la parola umana appare di solito confinata
(cfr. Ratzinger, 1971; Gilson, 1984). Siamo di fronte ad un Dio
presente sull'orizzonte e sul senso di tutta la storia e non solo
nel suo inizio. Ci spostiamo concettualmente da un Dio di cui l'uomo
può parlare, ad un Dio che parla all'uomo, da un Dio che si vorrebbe
interpretato, ad un Dio da cui lasciarsi interpretare.
Una prima novità
riguarda la coesistenza, nell'immagine di Dio, di un concetto di
portata familiare, rappresentato dall'appellativo di Padre, dal
desiderio di entrare in relazione con l'uomo (rivelazione del suo
nome, offerta dell'alleanza, incarnazione), ed un concetto di
portata cosmica, cui rimanda la sua onnipotenza, il suo “essere nei
cieli”, la sua pienezza di Essere. È la portata familiare della
visibilità del Figlio, accanto alla portata cosmica del suo essere
in tutto uguale al Padre invisibile (cfr. Gv 1,18; Gv
10,30); è, ancora, l'identità fra l'accessibilità di Gesù di Nazaret
e l'eternità del Cristo-Verbo incarnato. La vicinanza di Dio
all'uomo e la Sua disponibilità ad entrare in comunione con lui
— che nel NT raggiungerà insospettati traguardi nella proposta di
una filiazione adottiva mediante l'incorporazione al Figlio e la
copossessione del medesimo Spirito (cfr. Gal 2,20; Rm
8,10-11) — non diminuirà per questo i caratteri di universalità,
aseità o trascendenza associati all'Assoluto. Un pensiero
scientifico abitualmente attento proprio a non rinunciare a quei
caratteri cosmici quando debba parlare di un Assoluto colto
come verità e fondamento, può ritrovarli immutati nell'immagine del
Dio cristiano, nonostante la sua sconvolgente prossimità all'uomo e
alla sua storia.
In Dio trascendenza ed immanenza cessano di essere
concetti alternativi per divenire concetti correlativi. La novità di
questo rapporto dipende essenzialmente dalla novità della dottrina
della creazione ex nihilo sui et subiecti ( Creazione,
III.1, IV.1). La simultanea trascendenza ed immanenza di Dio nei
suoi rapporti con il mondo è infatti implicita nella concezione di
un Dio che sia simultaneamente Increato (e perciò
trascendente) e Creatore (e pertanto immanente come una causa nel
suo effetto). La filosofia greca non sapeva tenere unite queste due
proprietà: dell'Essere o del divino si predicava l'eternità,
l'immutabilità, l'assenza di principio, ma il rapporto con le
creature e nelle creature era affidato al Demiurgo. Furono i Padri
della Chiesa a mostrare la differenza del Dio cristiano rispetto
agli dèi pagani, i quali non verificavano la condizione di essere
allo stesso tempo increati e creatori. Solo un Dio che trascende il
mondo come Creatore increato, può essere veramente immanente in
tutte le cose, con l'intimità di chi ha in Sé la ragione fondante di
tutto ciò che esiste: «Deus interior intimo meo et superior summo
meo» (s. Agostino, Confessiones, III, 6).
La ragione scientifica
incontra difficoltà a comporre questi due poli, perché coglie i
concetti di trascendenza e di immanenza principalmente sotto
l'aspetto cosmologico, legandoli alla dimensione spazio-temporale.
Trascendenza vuol dire allora distacco, separazione, mentre
immanenza vuol dire presenza che sostiene dall'interno; la prima
risulta legata ad una dimensione di superamento storico e la seconda
ad una dimensione fissista. I due concetti manifestano pertanto una
certa alternativa. La stessa nozione di trascendenza viene
travisata, perché comprendendola solo come distanza di Dio dalle
creature, si finisce col porre i due termini — Dio e il creato —
sullo stesso piano, un piano spazio-temporale. La trascendenza di
Dio ha invece un significato più ricco. Essa non rimanda solo alla
separazione o all'incommensurabilità di Dio, ma principalmente alla
sua santità morale, all'imperscrutabilità delle sue vie. È questa
una “superiorità essenziale” di Dio e non semplice trascendenza
spaziale. L'immanenza divina, poi, non è limitata al sostentamento
metafisico di tutto ciò che esiste, ma coinvolge la conoscenza
intima delle cose, delle intenzioni più nascoste, la provvidenza
verso ciò che è piccolo e apparentemente privo di significato: non è
presenza/immanenza dimensiva, ma “sguardo amoroso di Dio” su ogni
creatura (cfr. Sal 139).
Infine, nel Dio
cristiano coesiste la rivelazione come pienezza di essere e come
amore, perché nel fondamento dell'essere vi è una comunione
personale, il mistero di una vita trinitaria. La capacità della
relazione, cioè soprattutto la libertà, appartiene al nucleo più
intimo della vita divina e coesiste anch'essa con i caratteri
cosmici dell'Assoluto. L'esistenza di una vera dimensione
relazionale paterno-filiale nella vita immanente di Dio, considerata
dal punto di vista del rapporto instaurato dalla creatura con Dio,
fa sì che all'Assoluto si possa dare del Tu senza che la
trascendenza della sua immagine ne venga impoverita. La religione
può dunque declinare un “io-Tu” rivolgendosi a Dio senza cadere nel
mito, perché tale declinazione viene resa possibile elevando questo
rapporto a partecipare di una relazione immanente preesistente, cioè
come “figli nel Figlio”. Ma anche la relazione fra l'Assoluto e la
creatura, che sul piano ontologico dovrebbe considerarsi solo una
relazione di ragione, acquista un nuovo realismo sul piano
dialogico. Dio si dirige alla creatura umana con tutto il realismo
di un vero dialogo paterno-filiale retto dalla logica dell'amore e
non con la semplice espansione del suo essere verso ciò che Egli ha
posto, nella creazione, fuori di Sé (ad extra). Dio parla al
mondo per Amore del Figlio, perché il Padre pronuncia eternamente
dentro di Sé (ad intra) questa Parola e la possiede
nell'amore del suo Spirito ( Spirito,
II).
Affermare che nel cuore
dell'Essere vi è il dialogo, e accanto alla sostanza vi è la
relazione, costituisce una novità per la logica aristotelica, in
base alla quale la sostanza è portatrice di significato e di
fondamento, mentre la relazione è solo un accidente. Nel pensiero
platonico, inoltre, la perfezione era associata all'unità
indivisibile: la molteplicità si presentava sempre come un degrado
proveniente dalla frammentazione di ciò che è puro e semplice. Nella
visione cristiana, invece, accanto alla sostanza divina si trova
necessariamente il dialogo; la relazione viene intesa anch'essa come
forma originaria di essere. Il mistero della vita trinitaria
suggerisce che l'unità ottenuta mediante la reciproca donazione che
si attua nella libertà dell'amore “è più grande” dell'unità di chi
resta Uno indiviso e non può porsi in relazione con alcuno. Nella
vita intima del Dio cristiano la molteplicità non impoverisce
l'unità, ma la fonda.
3. Il Dio di Abramo,
di Isacco e di Giacobbe è il Dio dei filosofi e degli scienziati.
Nel rapporto fra l'immagine di Dio offerta
dalla Rivelazione e il debole riflesso dell'Assoluto o del
mistico, intravisto dalla filosofia o dalle scienze naturali, la
teologia dovrebbe evitare due rischi opposti. Da un lato, quello di
ritenere che la prima immagine non abbia nulla in comune con la
seconda, proprio a motivo della eccedenza e della novità delle
categorie bibliche che ne delineano i tratti. Questa posizione si
coniuga con un approccio totalmente (ed esclusivamente) apofatico
all'Assoluto, ove la filosofia è compresa come “sapere di non
sapere” ed il mistero dell'Essere non soggetto ad alcuna
predicazione: un Dio così si può solo invocare, attendere che si
riveli, ma di Lui la ragione non potrebbe affermare proprio nulla,
neanche essere certa della sua esistenza. Dall'altro, vi è il
rischio di prendere le deboli determinazioni della ragione
sull'Assoluto come normative rispetto a quanto una rivelazione
divina potrebbe ragionevolmente dire, rivisitando così il programma
razionalista di ridurre la religione entro i limiti della pura
ragione, oppure riproponendo l'abbaglio di certa neoscolastica di
trasformare l'ineffabilità e l'indisponibilità dell'Essere nella
disponibilità di un Super Ente o, ancora, valutando la
significatività di ogni discorso su Dio solo all'interno
dell'antropologia, come voluto da una mal compresa svolta
antropologica della teologia. Per quando riguarda il suo rapporto
diretto col pensiero scientifico, siamo convinti che la teologia,
evitando i due rischi precedenti e navigando fra Scilla e Cariddi,
dovrebbe prendere coraggiosamente in esame, dopo un necessario
chiarimento epistemologico, sia la domanda su Dio sorta nel contesto
della razionalità scientifica, sia le deboli determinazioni che essa
va assumendo, nella certezza che se l’universo della scienza è
reale, allora deve essere necessariamente anche lo stesso universo
che Dio ha creato.
Questo tipo di
navigazione, sebbene più impegnativa, le assicura un minimo ma
importante raccordo di intelligibilità perché il suo discorso
su Dio — la cui giustificazione ultima giace sempre all'interno
della Rivelazione — sia significativo anche per la razionalità della
scienza. Una prova indiretta dell'importanza di non trascurare
questo raccordo ci è fornita dalla frattura che molti scienziati
avvertono fra una sorta di unconventional God, la cui nozione
si fa strada nelle loro riflessioni, e l'immagine del
conventional God associata alle religioni tradizionali. Quando
la teologia presenta un'immagine di Dio staccata da quell’itinerario
ascendente che ogni ricerca della verità sul mondo incarna ed
esprime, non solo corre il rischio di un nuovo fideismo,
ma paga anche il prezzo di un nuovo deismo,
come unica via di uscita lasciata alla ragione. Quanto qui
intendiamo equivale ad affermare senza ambiguità, riprendendo un
accostamento familiare, che il “Dio di Abramo, di Isacco e di
Giacobbe” è anche il “Dio dei filosofi e degli scienziati”.
Non si intende però contraddire la nota aspirazione pascaliana, che
avrebbe qui invece letto una disgiuntiva. Pascal parlava del Dio
des savants (dunque dei “dotti”) e si muoveva su un terreno
mistico ed esperienziale piuttosto che teoretico ( Pascal,
I.2): l’interlocutore verso il quale manifestava diffidenza era il
Dio di Descartes
ed aveva come obiettivo una critica alla superbia della ragione.
Sulla convenienza di intraprendere una simile e più impegnativa
navigazione pare esprimersi anche la Fides et ratio: «L'unità
della verità è già un postulato fondamentale della ragione umana,
espresso nel principio di non-contraddizione. La Rivelazione dà la
certezza di questa unità, mostrando che il Dio creatore è anche il
Dio della storia della salvezza. Lo stesso e identico Dio, che fonda
e garantisce l'intelligibilità e la ragionevolezza dell'ordine
naturale delle cose su cui gli scienziati si appoggiano fiduciosi, è
il medesimo che si rivela Padre di nostro Signore Gesù Cristo» (Fides
et ratio, 34).
Una nozione di Dio
colta come «fondamento e garante dell'intelligibilità e della
ragionevolezza dell'ordine naturale» si muoverebbe in un orizzonte
metafisico, ma non resterebbe confinata in un'onto-teologia
caratterizzata da un'immagine dell'Essere di tipo sostanziale. Essa
resterebbe aperta al suo svelarsi in progressivi e sempre nuovi
livelli di profondità dinamica, in accordo con l'itinerario di
inesauribile approfondimento delle verità naturali. Sarebbe
riconosciuta sempre come dono, perché la scienza ha la
consapevolezza di trovarsi di fronte ad una natura ricevuta, aperta
all'induzione e alla scoperta, non ad una physis chiusa in se
stessa, proprietaria delle ragioni ultime del proprio essere.
Analogamente, la nozione di Dio che emerge nelle scienze dalla
“percezione dei fondamenti” e dall'“esperienza del sacro” non si
colloca nella linea di una nozione-tappabuchi o in quella di un
Deus ex machina. Si tratta di una nozione associata ad un'area
di significato che trascende la razionalità scientifica, un logos
che non si presenta solo con i caratteri della ratio, ma
anche con quelli del verbum, in certa analogia con quanto
accade nel Logos divino, ove la parola razionale che sostiene
il mondo è inseparabile dalla parola che rivela e interpella ( Gesù
Cristo, Rivelazione e incarnazione del Logos, II). È un
logos il cui appello parte dalla natura ma termina nella
persona, perché capace di suscitare, almeno in via di principio,
domande ed esperienze di tipo esistenziale.
Compiuti gli opportuni scandagli epistemologici,
la navigazione della teologia può proseguire su una rotta più
propriamente dogmatica fino a sfociare nell'oceano del mistero del
Verbo incarnato. È questa l'alterità, il Logos, verso cui
ogni ricerca della verità — provenga essa dalle scienze, dalla
filosofia o dalla teologia — si sente in definitiva coinvolta ed
attratta. Poiché nel mondo della cultura scientifica rivestono un
interesse decisivo i canoni dell'universalità e della
generalizzazione, occorrerà anche spiegare in modo convincente i
rapporti fra il Logos cristiano e l'universalità della verità,
fra il discorso sul Dio di Gesù Cristo ed il discorso su Dio
presente nelle altre tradizioni religiose. Ciò vuol dire accettare
fino in fondo lo scandalo ed il rischio che comporta l'affermazione
che la pienezza di questo Logos su Dio è visibile e accessibile nel
volto umano di Gesù di Nazaret, che quell'universale ammette
un concretum storico e personale. È l'annuncio sconvolgente
che la verità è una Persona, è la risposta che chiarisce perché si
può parlare di amore per la verità e perché la verità, per essere
conosciuta, deve essere anche amata. «Evangelizzare è anzitutto
testimoniare, in maniera semplice e diretta Dio rivelato da Gesù
Cristo, nello Spirito Santo. Testimoniare che nel suo Figlio ha
amato il mondo, che nel suo Verbo incarnato ha dato ad ogni cosa
l'essere e ha chiamato tutti gli uomini alla vita eterna. Questa
attestazione di Dio farà raggiungere forse a molti il Dio ignoto,
che essi adorano senza dargli un nome, o che cercano per una
aspirazione segreta del cuore allorquando fanno l'esperienza della
vacuità di tutti gli idoli» (Evangelii nuntiandi, 26).
Non v’è dubbio che
senza l’ermeneutica offertaci dal mistero pasquale, cioè quel
“perché il Padre ha tanto amato il mondo”, non potremmo mai
raggiungere una vera comprensione del mistero del mondo, perché il
mondo non è il semplice effetto della dipendenza da un Assoluto
quale fondamento della sua esistenza e chiave del suo senso ultimo,
ma è l’espressione di un dono filiale. Essendo stata la
creazione voluta e realizzata nel mistero del Cristo (cfr. Col
1,16-17), la piena comprensione di tutto quanto procede dalla
creazione si rende possibile solo grazie all’azione dello Spirito
(cfr. 1Cor 2,1-14). Ma è proprio la corrispondenza in Cristo
tra creazione e salvezza a suggerire che l’ermeneutica pasquale, le
cui chiavi possiede solo lo Spirito, debba includere anche la
possibilità di avvicinarsi al senso del mondo attraverso la ricerca
dei suoi fondamenti naturali, mediante una conoscenza scientifica
che sappia restare aperta al mistero e alla logica di un dono.
Giuseppe Tanzella-Nitti
Vedi: Creazione;
Fede; Gesù Cristo, rivelazione e incarnazione del Logos; Natura;
Ragione; Religione; Spirito; Teologia; VeritA'.
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