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L'epifania lunare di James B. Irwin

Diego Santimone

  

L’epifania lunare dell’astronauta James B. Irwin (Apollo 15)

 «Quando siamo partiti ero assolutamente concentrato sulla sfida di realizzare un volo perfetto. Stavo pensando soltanto all’aspetto scientifico, non avevo alcuna idea del viaggio spirituale che avrei fatto. Sarebbe andato ben oltre la mia immaginazione più sfrenata il pensare che questo volo non mi avrebbe appagato totalmente, che sarei ritornato sulla Terra come una persona diversa, destinata ad un volo più alto» (Irwin 1983, p. 16).

James Benson Irwin (1930-1991) è cresciuto a Salt Lake City, dove amava scalare e sciare sulle montagne d’intorno. L’amore per le altezze, gli spazi aperti, l’esplorazione l’avrebbero poi accompagnato anche nella sua carriera di pilota collaudatore nell’USAF, nonostante il trasferimento in Texas lo avrebbe proiettato in un paesaggio che difficilmente gli restituiva il ricordo delle sue amate montagne da adolescente. Dopo un matrimonio durato appena due anni a causa del suo attaccamento al lavoro, nel 1959 si sposò con Mary, dalla quale ebbe cinque figli.

Nel 1966 venne selezionato come astronauta dalla NASA, e dopo diversi ruoli tecnici e di backup, ricevette l’assegnazione alla missione Apollo 15, la quarta sul suolo selenico, come pilota del Modulo Lunare (LEM) insieme al comandante David Scott e al pilota del Modulo di Comando Alfred Worden.

Il 26 luglio 1971, circa due anni dopo la missione di Apollo 11, Irwin partiva con i suoi due compagni alla volta della Luna. Durante il viaggio di andata patì per l’angusto spazio del Modulo di Comando Apollo, ma non appena giunsero in orbita lunare il pilota del LEM fu ammaliato dal fascino della superficie butterata che si estendeva sotto di loro come la promessa di una terra ampia, aperta, da esplorare. Ricorderà in seguito le montagne lunari: «Potevo vedere la loro bellezza e mi sentivo come se potevo quasi raggiungerle e toccarle» (Kendrick 2013, p. 106).

Il LEM atterrò ai piedi dei Monti Appennini, catena montuosa che costituisce il bordo sud-est del Mare Imbrium. Scott ed Irwin stettero quasi tre giorni sulla superficie lunare, effettuando tre passeggiate lunari.

Di fronte alla difficoltà di installazione degli equipaggiamenti sul suolo lunare Irwin si ritrovò a pregare per il successo dell’operazione. Cristiano non troppo fervente fino a quei giorni, nell’intimo gradualmente stava realizzando la portata di quell’evento in cui si trovava coinvolto: «Ho iniziato a realizzare che il viaggio sulla Luna sarebbe stato solo l’inizio. Era semplicemente un passo che apriva numerose porte di un servizio più grande, il servizio a Dio e alle persone in tutto il mondo» (Irwin 1983, p. 16).

Durante la seconda passeggiata lunare Irwin trovò una pietra molto diversa da quelle che lo circondavano, leggermente colorata e composta da cristalli. Dopo averla vista Scott disse «Penso che abbiamo trovato ciò per il quale siamo venuti qui» (Kendrick 2013, p. 106): originaria della crosta primordiale della Luna, la pietra sarebbe stata poi datata dell’età di quattro miliardi di anni, coetanea alla nascita del sistema solare. Il Sacro Graal dei geologi lunari. La stampa l’avrebbe battezzata “la Roccia della Genesi”, e Irwin fu convinto di averla trovata per volere divino.

Nella terza passeggiata Irwin osservò le montagne degli Appennini illuminate dal sole e parlando a Scott citò l’incipit del salmo 121: «Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?... beh, di sicuro un po’ di aiuto l’abbiamo anche da Houston!» (Wilford 1991). Battuta a parte, come affermerà più tardi egli sentì che «l’inizio di una specie di cambiamento radicale stava prendendo vita dentro di me» (Kendrick 2013, p. 107).

Il tempo passa anche sulla Luna, ed il duo di Apollo 15 dovette prepararsi a rientrare nel LEM per l’ultima volta: «Ora è tempo di prepararsi per tornare a casa. Ma prima ho alcuni minuti non pianificati. Corro attorno al modulo lunare e compio alcuni ampi balzi, insomma, come un bambino. Ragazzi, che divertimento! Poi mi fermo e penso a dove mi trovo. Mi sento in soggezione per cosa l’uomo ha realizzato attraverso la tecnologia. Ma in me sta avvenendo anche qualcos’altro. Come mi guardo intorno alla creazione di Dio, sperimento la sensazione travolgente della Sua presenza. Sento Dio che mi sta chiamando a Sé, e che lui mi darà una nuova missione quando questa sarà terminata» (Irwin 2004, p. 37). È l’epifania lunare, il rivelarsi del Divino nella vita di James Irwin, che saltella con la semplicità e la gioia di un bimbo sulla Luna. Da lì in poi nulla sarebbe stato più come prima. Anche Scott, anni più tardi, testimonierà questo cambiamento: «Jim fu molto colpito. Effettivamente prima della Luna era un buon oratore, ma dopo divenne straordinario. Era molto credente. Gli accadde davvero qualcosa» (Smith 2006, p. 364).

Dopo aver lasciato un piccolo memoriale agli astronauti e cosmonauti morti e una Bibbia sul pannello di comando del rover lunare, un gesto voluto da Scott, i due uomini rientrarono nel LEM e si prepararono a tornare in orbita lunare per il rendez vous con il Modulo di Comando presidiato da Worden.

Dopo l’aggancio dei due veicoli, durante l’intensa attività di sistemazione dei campioni di rocce lunari e dell’equipaggiamento prima di abbandonare il LEM al suo destino e di ritornare verso la Terra, erano ormai 23 ore che Scott ed Irwin non dormivano: il medico di volo a Houston notò dalla telemetria dei sensori biometrici che Irwin indossava l’irregolarità del battito cardiaco diagnosticando un bigeminismo, che però l’assenza di peso e l’atmosfera di ossigeno pure contribuirono a mitigare. Il ritmo cardiaco infatti tornò rapidamente nella norma. Nonostante l’episodio, durante il viaggio di ritorno Irwin si sentì «completamente a casa» (Kendrick 2013, p. 107), dormendo meglio e senza il fastidio dato dalla claustrofobia, dimostrando un benessere psicofisico.

Quando il modulo di comando Apollo ammarò, Irwin uscendo immerse la faccia nell’acqua dell’oceano Pacifico: la missione era conclusa con successo. «Apollo 15 ha esplorato la superficie della Luna con il potere di Dio e di Gesù Cristo» (Noble 2000, p. 184). «Quando terminammo la nostra missione, ho ringraziato gli uomini che hanno progettato e costruito il nostro veicolo spaziale, coloro che ci hanno aiutati a operare durante il volo, i compagni americani che hanno pagato per il nostro viaggio, i cari amici in giro per il mondo che hanno pregato per il nostro successo, e ho ringraziato Dio per averci permesso di lasciare la terra e di esplorare una parte dei Suoi cieli. Le medaglie che portammo su Apollo 15 avevano inciso “Il volo dell’uomo lungo la vita è sostenuto dal potere della sua conoscenza”. Ora so che il mio viaggio lungo la vita è stato sostenuto dal potere del mio conoscere Gesù Cristo» (da un volantino di High Flight Foundation).

Qualcosa di nuovo infatti si apriva ormai nella vita di Irwin, che dopo tre mesi dal viaggio lunare si fece battezzare presso la Chiesa Battista di Nassau Bay (Houston, TX), con la quale collaborò molto in seguito con testimonianze e riflessioni personali. Caratteristica dei suoi interventi era di presentare ed interpretare in chiave cristiana la sua esperienza astronautica. Per esempio: «Mentre Dave Scott ed io eravamo sulla superficie, Al Worden orbitava attorno alla Luna nel Modulo di Comando. Era sempre là fuori. Ci parlavamo tutti i giorni. Era il nostro passaggio di ritorno per la Terra. Senza di lui saremmo stati condannati, il nostro LEM non era progettato per volare attraverso lo spazio e rientrare nell’atmosfera. È la stessa cosa con i cristiani. Siamo ciascuno parte di un corpo più grande, e funzioniamo meglio quando lavoriamo insieme L’uomo non è fatto per vivere da solo. [….] Come Houston era in grado di vedere qualcosa che necessitava di regolazione sulla mia tuta EVA, così è l’onnipresente Spirito Santo, nostro Compagno e Consolatore, sempre disponibile ad aiutarci nei nostri problemi spirituali» (Irwin 1983, pp. 31 e 39).

L’equipaggio di Apollo 15 portò sulla Luna del materiale filatelico non autorizzato per guadagnarci qualcosa con i collezionisti e quando uscì la notizia al termine della missione scoppiò uno scandalo, per il quale la NASA richiamò ufficialmente gli astronauti con l’intenzione di non farli più volare. Irwin però aveva già comunicato di voler lasciare il corpo astronauti e nel 1972 si dimise dall’USAF. Ora aveva una nuova missione da svolgere. Nel giugno 1972 considerò di entrare nella Billy Graham Evangelistic Association ma lo stesso Graham gli fece notare che la possibilità che un astronauta diventasse ministro era «così unica» (Kendrick 2013, p. 119) che avrebbe dovuto istituire una organizzazione propria. Con l’aiuto del reverendo battista William H. Rittenhouse (convinto che «la sua testimonianza [di Irwin, ndr] potrebbe avere un profondo impatto per la gloria del Signore Gesù Cristo», Kendrick 2013, p. 119) fondò la High Flight Foundation, una organizzazione no-profit cristiana il cui nome si rifà all’omonima poesia dell’aviatore John Gillespie Magee Jr., una cui copia è stata portata sulla Luna da Irwin: «Ho creato High Fligh Foundation per dire a tutti gli uomini che Dio esiste, non soltanto sulla terra ma anche sulla Luna» (Noble 2000, p. 184). Lo scopo era quello di favorire le testimonianze cristiane degli astronauti in tutto il mondo, annunciando un messaggio di pace a tutte le nazioni. Concretamente Irwin realizzò un museo spaziale itinerante (ed evangelizzante), la distribuzione di Bibbie sui voli di linea, la donazione delle bandiere che volarono su Apollo 15 a diversi leader mondiali; organizzò testimonianze nelle scuole, l' accompagnamento alle famiglie dei militari del Vietnam, la ricerca di antichità bibliche, promosse programmi per combattere la povertà. Affermò: «Credo che Dio abbia voluto che io andassi sulla Luna perché io potessi tornare indietro e fare qualcosa di più importante della mia vita che volare con aerei o astronavi. È per questo che io ora viaggio ovunque nel mondo per incontrare le persone, per raccontare loro del mio viaggio ed anche della mia relazione con Dio» (Irwin 2004, p. 44).

La famiglia di Irwin partecipò attivamente ad High Flight Foundation, in quanto la nuova vita di fede di James coinvolse anche la moglie Mary ridonando al loro matrimonio vitalità e fortezza, come ritenuto da entrambi.

I contatti con la Southern Baptist Convention continuarono, ed Irwin frequentò la Chiesa Battista di Nassau Bay così come diversi astronauti NASA, che collaborarono poi anche con la sua associazione.

James Irwin venne istituito ministro battista a Nassau Bay il 10 febbraio 1985 (Ginga 2005, p. 67 e ss.). Per il ventennio successivo si sarebbe dedicato all’evangelizzazione: «Una relazione personale con Gesù Cristo è il vero inizio della vita cristiana. Tutti gli altri eventi della nostra esistenza impallidiscono in importanza – anche camminare sulla Luna – comparate con lo sviluppare una giornaliera, intima relazione con Cristo. […] Credo che Gesù che cammina sulla terra è più importante dell’uomo che cammina sulla Luna» (Irwin 1983, p. 93).

In linea con i Southern Baptist, verso la fine degli anni Settanta, Irwin aderì ad un conservatorismo dottrinale ed alla difesa concordista dell’inerranza biblica: «nel 1978 lo stesso astronauta che ha scoperto la Roccia della Genesi vecchia di quattro miliardi di anni sulla superficie della Luna e percepì in questa scoperta il lavoro della Provvidenza appoggiò un testo fondamentalista che argomentava che la Luna, allo stesso modo della Terra, è stata creata da Dio non più di 10000 anni fa» (Kendrick 2013, p. 120).

Questo approccio al testo biblico spiega l’adesione nel 1976 agli intenti di Eyrl Cummings, autore di 17 spedizioni sul monte Ararat in Turchia alla ricerca dei resti dell’arca di Noè. Offrendosi di aiutarlo, circa un anno dopo partì con lui, dapprima verso il monte Nebo in Giordania alla ricerca dell’arca dell’Alleanza mosaica, poi in Turchia per il monte Ararat; in entrambi i casi le spedizioni non ebbero successo.

Nel 1982 Cummings propose ad Irwin che High Flight Foundation organizzasse una spedizione per la ricerca dell’arca sempre sull’Ararat. Durante la spedizione l’astronauta della Luna cadde in un dirupo e rischiò di morire. Durante la convalescenza in ospedale rispose ad un giornalista che desiderava confrontare il viaggio spirituale sull’Ararat con quello tecnologico dell’Apollo: «Penso che per essere soddisfatti uno debba avere una relazione personale con Dio, perché è la cosa più importante. Potremmo chiamarla mistica. Io la chiamerei una relazione spirituale e personale con Colui che ha creato noi e l’ambiente nel quale viviamo. La vita acquisisce più significato quando uno ha una relazione personale con Cristo, quando scopre che è amato» (Irwin 1985, p. 87). Terminata la prima spedizione, ritentò l'impresa nel 1983 e nel 1984. Nel 1985 scriveva: «L’arca sarà ricercata anno dopo anno. È un mistero che continuerà a vivere fino a quando non sarà riscoperta. Come il sorriso della Monna Lisa, la vera risposta circa l’arca ci ha eluso per secoli. Ma chissà… magari l’anno prossimo!» (Irwin 1985, p. 95).

Irwin collegò più volte la scoperta della Roccia della Genesi sulla Luna con la ricerca dell’Arca in Turchia, marcando l’approccio concordista e creazionista alla lettura biblica: «[Questa roccia] conferma il fatto che la Terra e la Luna siano state create allo stesso tempo, dando prova scientifica della storia di creazione di Genesi 1, 14-18». (Irwin 1983, 50). E proseguiva: «Poiché ho partecipato alla missione Apollo che ha trovato la Roccia della Genesi sulla Luna, sento veramente che Dio mi vuol permettere di trovare qualcosa anche di più importante del libro della Genesi sulla Terra» (Irwin 1985, p. 15). Una ricerca, quella dell’arca, il cui successo avrebbe portato un ripensamento delle teorie scientifiche: «Per quanto ne so, l’arca di Noè esisteva. Non c’è dubbio a riguardo. Se noi trovassimo le prove dell’arca di Noè e convincessimo la comunità scientifica a riguardo, forse ripenseranno l’origine della Terra» (Kendrick 2013, p. 120).

Ma nonostante gli sforzi, dell’arca non trovò traccia: «è più facile camminare sulla Luna. Ho fatto tutto il possibile, ma l’arca continua a sfuggirci» (Wilford 1991). «Non trovammo niente. “Molti sono i progetti nel cuore di un uomo, ma è l’intento di Dio che prevale” (Prov 19, 21)» (Irwin 1985, p. 38).

Di fronte all’insuccesso, il trionfalismo supposto inizialmente nell’eventualità di una scoperta dell’arca venne ridimensionato alla luce del Vangelo di Luca: la scoperta dell’arca «avrebbe cambiato l’uomo o la sua visione di Dio o della Bibbia? […] Alcuni pensano che sarebbe stato un punto di svolta contro l’umanesimo. Altri che non avrebbe avuto un grande effetto. Che cosa ci suggerisce la Bibbia a proposito? Probabilmente la lezione più adeguata è la parabola del ricco e di Lazzaro (Lc 16, 22-31)» (Irwin 1985, p. 93).

Il concordismo biblico e l’inclinazione creazionista non vietarono però ad Irwin di sostenere e promuovere il volo spaziale umano, anzi: «Alcuni si chiedono se all’uomo sia permesso di viaggiare nello spazio. Potrebbe visitare la Luna e Marte? Alcuni credono che se Dio fosse stato favorevole all’uomo nello spazio, l’avrebbe messo Lui. In realtà, Dio lo ha già messo, sul suo bellissimo, azzurro pianeta. La Terra è come un’astronave. Si muove attraverso lo spazio. Ha un suo proprio sistema di controllo dell’atmosfera. Ha una fonte di calore. È uno dei pianeti del nostro sistema solare. Siamo già creature spaziali! È una questione di prospettiva» (Irwin 1983, pp. 43). Una missione universale, quella spaziale, che spalanca le porte del cosmo e vivifica la cura per la Terra e l’umanità intera: «[Dio] è colui che ha creato le leggi della scienza che rendono possibile il volo spaziale. Con Dio a guida delle nostre vite, non solo possiamo esplorare gli altri pianeti, possiamo avere speranza per questo pianeta. Con il Suo aiuto, tu ed io possiamo avere parte nel rendere la Terra un posto migliore per tutti noi» (Irwin 2004, p. 44).

Irwin ebbe due attacchi di cuore durante gli anni del suo ministero: il bisogno di riprendersi da queste crisi compromise anche alcuni progetti di High Flight Foundation che non videro mai la luce.

Il terzo ed ultimo attacco di cuore nel 1991 fu il suo “GO” al lancio per il volo finale. In occasione della sua morte, a riconoscimento alla sua attività di evangelizzazione e promozione della pace nel mondo, il re di Giordania Hussein I scrisse: «Il suo illustre successo come un astronauta e la sua profonda fede e devozione per il servizio di Dio, hanno fatto di lui una figura stimolante che sarà rimpianta da tutte le persone in tutte le parti del mondo» (Irwin 2004, p. VIII). La famiglia di Irwin ha portato avanti le attività di High Flight Foundation fino ad oggi, proseguendo la missione che l’astronauta di Apollo 15 aveva realizzato a partire da quella epifania lunare. In un volantino degli anni Ottanta James Irvin si congeda con questa intenzione: «Pregherò che tu mentre leggi questo, affiderai la tua vita al Maestro e lascerai che egli guidi le tue impronte». Anche quelle sulla Luna. O chissà dove.

 

Indicazioni bibliografiche

J. Bergman, "Colonel James Irwin: creationist astronaut", The Institute for Creation Research, 31 ottobre 2013. 
H. Ginga, My destiny with God. God has used for our liberation two American presidents in 1962 and 1969, AuthorHouse, Bloomington (IN), 2005.
M. Irwin, The Moon is not enogh. An astronaut’s wife finds peace with God and herself, Zondervan Publishing House, Gran Rapids (MI), 1978
J. Irwin, More than earthlings. An astronaut’s thoughs for Christ-centered living, Broadman Press, Nashville (TN), 1983.
J. Irwin, More than an ark on Ararat. Spiritual lessons learned while searching for Noah’s ark, Broadmann Press, Nashville (TN), 1985.
J. Irwin, Destination: Moon. The spiritual and scientific voyage of the eighth man to walk on the Moon, The Vision Forum Inc., San Antonio (TX), 2004.
O. Kendrick, To touch the face of God. The sacred, the profane and the American  space program, 1957-1975, The Johns Hopkins University Press, Baltimora (MD), 2013.
D. Noble, La religione della tecnologia. Divinità dell’uomo e spirito di invenzione, Edizioni di Comunità, Torino, 2000.
A. Smith, Polvere di Luna. La storia degli uomini che sfidarono lo spazio, Cairo Publishing, Milano, 2006.
J. Wilford, "James B. Irwin, 61, ex-astronaut; founded religious organization", The New York Times, 10 agosto 1991.