Tu sei qui

La grandezza del Creato nelle combinazioni costitutive dell’Universo

Angelo Secchi
7 maggio 1877

da Lezioni elementari di fisica terrestre coll’aggiunta di due discorsi sopra la grandezza del creato…

Il presente brano è tratto dal discorso intitolato "La grandezza del creato nelle combinazioni costitutive dell'universo", tenuto all'Accademia Tiberina di Roma il 7 maggio 1877 e presentato in appendice alle Lezioni di fisica terrestre (postumo, 1879). Partendo dal coordinamento delle leggi fisiche e dai delicati rapporti che le reggono, l'A. sostiene che la vastità dell'universo e la lunghezza dei tempi coinvolti, nei loro mutui rapporti, mostrerebbe una loro combinazione "non accidentale ma diretta ad un fine". A sorprendere Secchi sono soprattutto le proporzioni e gli equilibri che egli vede agire nelle forze fisiche. Se le argomentazioni dell'A. risentono certamente di un approccio olistico e talvolta ingenuo ai fenomeni naturali, nondimeno esse mettono in luce la specificità e la costanza delle leggi, la cui forma filosofica egli vede trascendere la realtà materiale. L'anti-materialismo di Secchi va compreso nel contesto del forte materialismo ottocentesco che assegnava alal scienza l'impossibile compito di dimostrare l'autosufficienza della realtà naturale.

Nella lettura dell’anno scorso vi svolsi la grandezza del creato per ciò che spetta l’ampiezza dello spazio, e la lunghezza della sua durata nel tempo, quale per l’uno ce l’insegna l’astronomia e per l’altro la geologia. Da questi due elementi, spazio e tempo, come da due fattori, ne emerge una terza immensità d’ordine ancor più elevato, che chiamar potrebbesi immensità di combinazione. Se  i due fattori considerati a parte ci sorpresero per la loro vastità non concepibile alla debole nostra mente, il loro prodotto ci sorprenderà molto più, perché in esso vedremo recondito un principio superiore, che è la combinazione non accidentale, ma diretta ad un fine. La combinazione accidentale è la teoria di Epicuro, che, da gran tempo meritamente negletta ora cercasi di riabilitare (e che cosa non si riabilita ai tempi nostri?), cioè la teoria del caso: ma questa non è la combinazione della natura. Invece questa sempre ci mostra la tendenza ad un fine; il che rivela l’intelligenza, la sapienza, l’operazione dello spirito che governa la pura materia e la dirige. Essa è che ci presenta la parte più nobile della creazione, quanto è più sublime una fabbrica costruita che non un semplice cumulo di pietre, quanto una macchina supera un massello di metallo.

La parte relativa alle combinazioni contiene due rami, che nel linguaggio volgare della scienza costituiscono il 1° la chimica inorganica, il 2° la costituzione degli esseri organizzati; la 2° è la più importante.

Ogni corpo materiale che noi vediamo è un aggregato chimico: la sua composizione e struttura suppone un complesso di cause che lo tengono unito, che noi chiamiamo forze: la scienza fa sforzi erculei per entrare a riconoscere i principii da cui dipende la sua struttura; ma vincit adhuc natura latendi. Fu un passo immenso quello che fu fatto nello scorso secolo dai grandi lavoratori nella chimica, il definire cioè: che le quantità di materia elementare, che entravano a comporre i corpi, erano definite nelle loro proporzioni, e tutta l’infinità dei corpi poteva risolversi in un piccolo numero di sostanze non ancor dissociabili ai nostri mezzi, detti perciò elementi. Lungo e paziente lavoro ci volle per fissare questo gran vero!

[…]

Da tale progresso nella costituzione della materia risultò: che le relazioni tra corpo e corpo non si eserciterebbero più nel gran vano assoluto, come si credette altra volta e si tiene ancora dal volgo, che crede non esistente ciò che non colpisce il senso della sua vista o del suo tatto, ma si eserciterebbero per l’intermedio di un fluido non soggetto alla gravità, forse perché esso stesso è la causa della stessa gravità. Talché queste reazioni diventano un problema di pura meccanica e fluidi: problema però che ne’ suoi particolari per la soluzione supera le forze della nostra analisi, benché sia compreso  nella meccanica teorico-fondamentale. Addentrandoci così nell’interno della costituzione dei corpi noi ci perdiamo quella chiarezza e semplicità di soluzione, che avevamo troppo leggermente immaginato e sperato dalla soluzione di altri problemi. Se dietro le leggi della meccanica abbiamo potuto racchiudere in una sola formola tutti i movimenti dei corpi celesti il moto molecolare sfugge finora la nostra presa, e bisogna confessare la nostra presente incapacità di ridurlo a leggi definite.

Ma ciò non ci deve sconfortare. Le forme teoriche comprensive del gran problema celeste date da Newton dovettero essere precedute dai tentativi empirici e disordinati di Keplero: così sarà mestieri di premettere alla gran soluzione razionale dei problemi moleculari teorici leggi empiriche da scoprirsi con lunghe e pazienti investigazioni.

Già una qualche luce ci rischiara la via. Se Lavoisier co’ suoi contemporanei fissò le leggi delle masse dalle combinazioni, ora già si intravedono le leggi delle velocità cioè delle forze vive. I risultamenti preziosi del Favre, del Berthelot e di tanti altri sopra la quantità di calore svolto o assorbito, che accompagna ogni chimica combinazione è già un preparativo alla soluzione del gran problema. Finora non si teneva conto del volume elementare delle molecole, ma anche di questo comincia a rilevarsi l’importanza; e quando saranno ben conosciute le leggi ch regolano lo spazio, le masse e il tempo della meccanica moleculare, essa sarà suscettiva di essere rappresentata dalla geometria, come la meccanica celeste.

Allora la scienza adulta avrrà completamente dimostrata la falsità della scienza bambina di Epicuro, della casuale combinazione degli atomi e farà rilevare che dalle immense masse dello spazio stellare alle minime particelle dei corpi tutto è regolato da leggi definite di proporzioni determinate geometricamente in pondere, numero et mensura, e che caso non esiste, ma solo una mente regolatrice, che tutto stabilì, previde e regolò.

Il mondo inorganico ci comparisce così sotto una forma ben più complessa di quello che si credeva dagli antichi, anzi che non credevano gli stessi moderni. Sparisce il vuoto assoluto, si dimostra l’esistenza di un mezzo, che malgrado che modifichi tutti i nostri sensi, e perfino entri nella loro operazione e costituzione, noi non credevamo che esistesse. Il corpo elementare medesimo diviene un complesso esso pure composto di altri elementi, della cui natura e struttura non possiamo farci un’idea. Così, mentre credevamo essere arrivati a scoprire il fine, ci troviamo ancora al principio, e l’esperienza più s’immerge in queste ricerche, e sempre più trova l’abisso maggiormente profondo. Così ci disinganna quanto sia vano il voler concepire la struttura del mondo a priori, e mette in chiaro la vanità dell’opera di chiunque credesse poter spiegar tutto col rimettere in voga due termini usati in antico: non si avvedendo che la difficoltà appunto sta nel determinare che cosa sia quella materia e in che consiste quella forma, di cui ci parlano. Per questa parola intendevano in realtà gli antichi tutto ciò che noi intendiamo sotto il nome di forze, le quali possono essere o capaci di sussistere per se stesse, o accidentali e variabili. La questione appunto sta in determinare la natura di queste, e distinguere fra esse le loro nature; cosa da cui erano lontani essi non meno che noi.

Intanto però le leggi della composizione dei corpi inorganici ci hanno mostrato due cose fondamentali: 1° che oltre la materia detta pesante deve tenersi conto di un’altra che sfugge direttamente ai nostri sensi, cioè l’imponderabile; 2° che le combinazioni dell’una e dell’altra facendosi con leggi definite, tanto nella massa come nella forza viva, non possono essere opera del caso, ma di un principio dirigente. Che se si replicasse, come han fatto alcuni, che esse sono bensì opera del caso, ma che molte di queste essendo instabili di lor natura, non possono continuar a sussistere, e perciò periscono , mentre quelle che restano appunto restano perché sono di lor natura stabili, allora richiederemo, come fu fissata la legge di questa stabilità, da chi e quando; onde ritorneremo da capo.

Ma la parola più importante e ammirabile di queste combinazioni costitutive dell’universo è la parte organica, la quale è superedificata alle combinazioni inorganiche. Chi può non ammirare l’immensa serie di viventi in ambo i regni vegetale ed animale? quella mirabile varietà di piante, che le une messe in contatto colle affini costituiscono quella grande rete di esseri, che di tanta varietà veste la creazione? Non senza ragione dissi rete; perché le loro varietà partite da un punto si ramificano in modo che non sembrano allontanarsene indefinitamente, in una specie di serie lineare, ma invece qua e là ramificandosi vengono a toccarsi e ricongiungersi di nuovo, come le maglie di una vera rete.

[…]

Qualunque sia la teoria che uno abbracciar possa sopra la legge di queste trasformazioni nei corpi inorganici, nessuno, senza rinnegare la sua ragione, può confondere gli inorganici cogli organici, né gli sviluppi degli uni cogli sviluppi degli altri. Ora se pure per la prima classe potrebbe assumersi una necessità matematica e materiale, per questi non si può prescindere da una mente ordinatrice, da una causa distinta dalla pura materia, e dal puro movimento meccanico; perché chi dice organismo dice con questo stesso destinazione ad un fine, e questa non può nascere dalla pura materia formatrice, ma solo dalla intelligenza ordinatrice; in una parola dallo spirito e in fondo da quello spirito supremo che è Dio.

É l’operazione di questa mente, riconosciuta fino dai pagani nella loro filosofia, che si svolge nella coordinazione di quei fatti che costituiscono l’animale, dal momento in cui come germe è deposto nell’uovo materno, fino al punto che esso diviene capace di nutrire e riprodurre se stesso proseguendo un corso di vita con leggi costanti fino a ridursi in fine nuovamente in materia inorganica. E di questa mente non può farsi a meno, sia nello svolgimento delle forme successivamente perfezionantisi, come vorrebbero i trasformisti; sia nell’impianto di un ordine arbitrario e limitato dal Creatore, come ammettono i più rigorosi filosofi.

   

A. Secchi, La grandezza del Creato nelle combinazioni costitutive dell'universo, in Lezioni elementari di fisica terrestre coll’aggiunta di due discorsi sopra la grandezza del creato…Ermanno Loescher, Torino e Roma 1877,  pp. 205-211