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Logica, teoria dell’indagine

John Dewey
Einaudi, Torino 1949
pp. 700
ISBN:
8806398679

L’autore e il contesto dell’opera

John Dewey, l’ultimo grande esponente del cosiddetto pragmatismo americano, diede alla stampa nel 1938 l’opera che alcuni considerano il coronamento del suo lavoro filosofico: Logic: The Theory of Enquiry. Alla soglia del suo ottantesimo compleanno, Dewey ci offriva in questo corposo scritto una esposizione unitaria e complessiva della sua teoria logica che, come indicato nella prefazione, era tuttavia stata sviluppata lungo i precedenti quarant’anni (cfr. p. 25). [1] Come vedremo di seguito, essa abbraccia anche la sua epistemologia e teoria della conoscenza, in cui egli esprime la sua visione metafisica. In questo articolo faremo una presentazione delle idee che consideriamo più significative tra quelle che Dewey sviluppa nella Logica. Non pretende di esserne quindi né una recensione esaustiva né un riassunto.

Nell’alveo della corrente pragmatista, Dewey concepiva la sua missione come un tentativo di applicare i principi del naturalismo empirista alle perenni tematiche della filosofia, allo scopo di eliminarne i falsi problemi e di chiarirne i concetti. Essa si concretizza nell’abbandono del dualismo soggetto-oggetto sviluppato dall’epistemologia moderna, e l’adozione al suo posto di un approccio che vede la conoscenza come un adattamento attivo dell’uomo al suo ambiente circondante (environment). Ciò vuol dire che la conoscenza non è per Dewey una funzione vitale di natura teoretica ma essa ha una valenza eminentemente pratica, perché implica non solo il passivo adeguarsi dell’organismo alle condizioni ambientali (environing conditions), sotto delle pressioni ad esso esterne, ma anche l’attiva modifica dello stesso ambiente per adattarlo ai propri bisogni e desideri nel modo più efficace possibile. Se l’interazione fra organismo e ambiente — in cui l’uno e l’altro cambiano in continuazione — è il modo fondamentale di esistenza dell’uomo, allora i confini tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto si sfumano. Diventa per tanto impossibile parlare o pensare all’essere di una realtà conosciuta indipendentemente dal fatto di essere conosciuta, perché la conoscenza implicherebbe di per sé la modifica della realtà che si conosce.

Ciò che Dewey chiama logica, come spiega lo stesso sottotitolo dell’opera, è la sua teoria dell’indagine, vale a dire, la sua filosofia della scienza. La ricerca è il processo che rende chiara e definita una situazione esistenziale che era prima percepita come problematica, superando in questo modo lo stato iniziale di perplessità. La comprensione della razionalità di questo processo, cioè della logica stessa della scienza, nonostante il suo carattere tecnico, è necessaria per poter comprendere il peso e il significato degli altri temi sviluppati nella sua poliedrica produzione filosofica, a causa della natura pratica ed esistenziale del sapere. In effetti, questa intuizione fondamentale è l’orizzonte su cui si stagliano le riflessioni di questo pensatore americano riguardanti i più svariati ambiti della conoscenza, dalla filosofia della scienza all’estetica, dalla pedagogia a la teoria politica. Nell’introduzione all’opera, Dewey enuncia con chiarezza i tratti generali della sua concezione della logica, che svilupperà con dettaglio lungo tutto il trattato: (1) i principi logici sono regole  pratiche o abiti inferenziali per portare avanti con successo l’indagine; (2) i principi logici sono dei postulati, validi in quanto e nella misura in cui essi servono a raggiungere gli obbiettivi della ricerca; (3) la logica è una teoria naturalistica, nel senso che c’è una continuità tra le operazioni fisiche, quelle biologiche e l’operazione di ricerca razionale; (4) la logica è una disciplina sociale, che nasce e dipende da un background culturale; e infine (5) la logica in quanto teoria dell’indagine, cioè in quanto indagine dell’indagine, è autonoma, perché non dipende da altro che dell’indagine stessa (cfr. pp. 31-57).

La concezione pratico-esistenziale del sapere teoretico nella cornice del pensiero di Dewey fa sì che l’autore metta in dubbio sin dalle prime pagine la posizione epistemologica che distingue fra metodologia dell’indagine e logica, ritenendo la prima applicazione della seconda (cfr. p. 35). In queste coordinate, assumere che la logica sia indipendente dell’uso che di essa si fa, oppure che il metodo scientifico sia semplicemente logica applicata e che per la comprensione della logica in se stessa il metodo scientifico sia irrilevante, non regge. Tra la logica e il metodo scientifico scorre un rapporto di circolarità dialettica: l’una informa l’altra. Con le parole dello stesso Dewey: «tutte le forme logiche (con le loro proprietà caratteristiche) nascono attraverso il lavoro d’indagine e concernono il controllo dell’indagine in vista dell’attendibilità delle asserzioni prodotte. Questa concezione va più in là della semplice affermazione che le forme logiche si esplicano o vengono alla luce quando riflettiamo sui processi d’indagine in uso. Naturalmente significa anche quello, ma altresì che le forme logiche hanno origine nelle operazioni di ricerca. Per usare un’espressione adatta, il senso ne è che, mentre l’indagine dell’indagine è causa cognoscendi delle forme logiche, la primitiva indagine è essa stessa causa essendi delle forme poi rivelate da quell’indagine ulteriore» (p. 34). Dalla prospettiva di questo pragmatista possiamo vedere la logica — nelle sue diverse forme storiche, sia aristotelica sia moderna, sia formale sia materiale, sia deduttiva sia induttiva — come il tentativo di chiarificazione o di codificazione delle costrizioni normative che scopriamo come risultato delle nostre ricerche, tanto quelle riuscite come quelle fallimentari. Perciò, la logica è la teoria dell’indagine.

Dewey condivide con quelli che distinguono nettamente metodologia della ricerca e logica l’asserto che ogni ricerca che voglia arrivare a conclusioni valide debba soddisfare i requisiti logici, ma nega invece l’affermazione che detti requisiti logici gli vengano imposti dal di fuori (cfr. p. 36). L’indagine fornisce alla teoria logica una materia di carattere esperienziale, cioè, le attività d’indagine, il domandarsi, il giudizio, la risoluzione di problemi. Il giudizio retrospettivo sul successo o fallimento di queste attività, svolte nel tentativo di uscire dallo stato di perplessità e avere un’idea chiara della situazione, servono a correggere le forme logiche senza che la loro correttezza venga imposta dal di fuori dell’indagine stessa. Vale a dire, i requisiti logici dell’indagine si originano nell’indagine stessa perché la ricerca è anche un processo di feedback auto-correttivo. In questo senso, tutti i concetti formalizzati, non solo quelli logici ma anche per esempio quelli giuridici, «nascono dalle transazioni (transactions: interazioni) normali, non vengono loro imposti dall’alto o da qualche fonte esterna ed a priori. Ma quand’essi son formati risultano anche formativi; essi regolano la condotta specifica delle attività donde si sviluppano» (p. 154).

I concetti di situazione, idea e fatto

Nella teoria dell’indagine di Dewey il concetto di situazione (situation) gioca un ruolo fondamentale. Una situazione è una “totalità contestuale” che conforma lo sfondo di esperienze e giudizi su oggetti ed eventi. La situazione è generativa d’ambiente (environing). Anzi, essa implica l’ambiente (environment). In questo consisterebbe il suo aspetto che potremmo chiamare oggettivo. Ma al contempo essa è esperimentata (experienced), perché è pervasa di qualità sentite dagli organismi o soggetti che si trovano in essa. L’esperienza è per Dewey un tipo d’interazione tra organismi e ambienti. Questo sarebbe invece il suo aspetto soggettivo. Una situazione sarebbe dunque una specie di microcosmo dotato di una particolare completezza e unità, come quando si parla per esempio colloquialmente del “mondo del calcio”. Proprio perciò, le situazioni non sono mai assolute: esse sono relative agli agenti e alle loro pratiche. Dipendono dai bisogni, dalle abilità e dagli abiti degli agenti ingaggiati in una pratica condivisa, che si genera e al contempo genera la situazione. Gli aspetti rilevanti o irrilevanti di una situazione non possono essere definiti al di fuori della stessa pratica che viene svolta in essa. Da tutto ciò che si è finora detto si può capire che, nonostante il fatto che le situazioni siano relative agli agenti e alle pratiche che in esse si svolgono, l’idea di situazione non è una semplice espressione di soggettivismo, perché essa esprime anche gli aspetti oggettivi delle interazioni tra l’agente e l’ambiente. In questo senso possiamo dire che le situazioni non si riducono a stati mentali degli agenti, ma sono anche elementi concreti del mondo naturale.

Sebbene quest’opera di Dewey non contenga un glossario con le definizioni precise dei termini che egli usa, lungo il suo trattato descrive e definisce gradualmente ciò che vuol significare quando parla di indagine. La concezione più basica della ricerca viene espressa nelle prime pagine della presentazione del libro, come abbiamo anche accennato all’inizio di questa presentazione: essa è «intesa come determinazione di una situazione indeterminata» (p. 26). Dewey concepisce cioè l’indagine come il tentativo di superamento di una situazione informe, confusa, ciò che in altri scritti meno tecnici chiama “una perplessità”. Tuttavia, un po’ più avanti, all’inizio della seconda parte (La struttura dell’indagine), nel capitolo sesto, intitolato “Il modello (pattern) dell’indagine”, ne fornisce una definizione più elaborata: «Indagine è la trasformazione controllata o diretta di una situazione indeterminata in altra che sia determinata, nelle distinzioni e relazioni che la costituiscono, in modo da convertire gli elementi della situazione originale in una totalità unificata» (p. 157). La ricerca è il tentativo deliberato di trasformazione di una situazione che l’agente sperimenta come indeterminata o che gli genera perplessità in una situazione in cui detta perplessità viene risolta, la situazione viene sperimentata come determinata, chiara e si arriva a uno stato di risoluzione della perplessità o indeterminazione. Tuttavia, anche se l’indagine trasforma una situazione da indeterminata in determinata, risolta e certa, per Dewey non c’è ragione per pensare che la scienza si muova nel suo insieme da una minore a una maggiore certezza e determinazione, vale a dire, da una situazione con più problemi ad una con meno. Le situazioni non sono statiche, perché le nuove condizioni e i nuovi risultati possono creare e di fatto creano nuovi problemi, e la scienza si muove inoltre costantemente per trovare nuovi problemi da risolvere.

Altri concetti importanti per capire la logica di Dewey sono quelli espressi con i termini idea (idea) e fatto (fact). Per questo filosofo pragmatista idea è qualsiasi strumento concettuale — vale a dire, teoretico — che ha un ruolo nel processo di ricerca. Invece, un fatto è una condizione osservata come presente nella situazione o evento in corso. Le idee esprimono le possibilità di una situazione concreta, sia al momento presente che in futuro. Le idee sono “suggerite” all’agente dalla determinazione stessa dei fatti o dalla formulazione d’un problema. La suggestione prende corpo e solidità, passando a diventare idea, con il confronto con nuovi fatti per mezzo di esami dettagliati della situazione e della sperimentazione empirica, oppure essa si indebolisce e si scompare. Detto con le parole di Dewey, «la suggestione diventa un’idea quand’è esaminata in rapporto alla sua attitudine funzionale (functional fitness), alla sua capacità di fungere da mezzo per risolvere una situazione data». Tuttavia, come segnala qualche riga più avanti, la prova finale della pertinenza dell’idea ai fatti è la sua capacità predittiva e ordinativa degli stessi, cioè il «suo impegno in operazioni volte a stabilire, per mezzo di osservazioni, fatti non precedentemente osservati, e ad organizzare questi ultimi con altri fatti in un tutto coerente» (p. 164). Nuovamente, la cornice epistemologica — e dobbiamo aggiungere anche metafisica — dell’indagine, così come la concepisce Dewey non permette una definizione indipendente di questi due concetti (idea e fatto), perché ambedue si sviluppano in rapporto biunivoco: i cambiamenti nella determinazione dei fatti provocano nuove suggestioni e idee, modificando le ipotesi della ricerca. Alla rovescia, le nuove suggestioni “suggeriscono” nuove osservazioni e prove, che svelano fatti nuovi, oppure ne modificano l’entità. In questo modo, il pragmatismo di questo autore si discosta dalla visione tipica del nominalismo empirista riguardo alle categorie empiriche, perché i matters of fact particolari dipendono dalle ideas e viceversa.

Le fasi dell’indagine

Soprattutto nella seconda parte della Logica, Dewey tratteggia le diverse fasi dell’indagine, che  seguendo Matthew Brown possiamo ordinare in questi cinque momenti (Brown 2012):

1. L’osservazione raccoglie dati o determina i fatti pertinenti per riunire le condizioni fissate della situazione che ha destato perplessità.

2. In questo modo si istituisce il “problema” che specifica ciò che desta perplessità oppure che manca di determinazione, in modo tale da poterlo specificare come tale.

3. Nascono le “suggestioni”, cioè le ipotesi o abbozzi delle idee per risolvere il problema.

4. La ragione, attraverso l’uso dei diversi tipi di giudizio, mette le ipotesi in rapporto con teorie e sistemi concettuali più generali, coordina le osservazioni e le ipotesi, suggerisce nuove osservazioni e propone delle prove sperimentali.

5. La sperimentazione mette le ipotesi e le idee alla prova nel contesto della situazione previamente definita, in un rapporto di interazione tra l’agente e l’ambiente.

Questi cinque momenti sono sempre provvisori, possono — e devono — essere rivisti molte volte durante il corso dell’indagine. La ricerca implica dunque un avanti-indietro continuo e, come abbiamo segnalato previamente, per Dewey essa non arriva mai a un risultato definitivo.

D’altronde, la cornice naturalistica della filosofia dell’autore gli permette di considerare i presupposti epistemologici dell’indagine validi per tutte le situazioni, non solo per l’analisi del mondo della natura. Proprio perché la ricerca porta all’azione, e di conseguenza trasforma gli habitat, gli abiti e le culture umane, riformando costantemente le pratiche dell’umanità, non è compatibile con la posizione di Dewey l’idea che i valori che guidano la ricerca nell’ambito sociale e culturale siano qualcosa di fisso e definitivo, vale a dire, degli a priori precedenti all’esperienza. Perciò, nell’epistemologia che si plasma nella Logica, la divisione tra giudizi pratici e teoretici non distingue due mondi di esperienza. Per Dewey tutti i giudizi scientifici e descrittivi sono in fondo giudizi su qualcosa che va fatto, sia immediatamente che nel futuro. Di conseguenza, la forma logica fondamentale è quella del giudizio pratico. Anzi, egli identifica un nuovo tipo di giudizi, che chiama “giudizi di valutazione pratica” (judgments of practice), che mette a fondamento del ricercare. Questi giudizi non possono essere ridotti a meri giudizi descrittivi, né a proposizioni di fatto. È vero che ci sono giudizi più pratici di altri, in cui la valutazione gioca un ruolo maggiore o minore, implicito o esplicito. Tuttavia, tutti i giudizi di fatto richiedono per Dewey una valutazione, non nel senso di dover applicare alla situazione dei valori prefissati, ma perché occorre sempre riflettere sulla qualità o valore di qualcosa riguardo al raggiungimento dello stato di determinazione a cui punta l’indagine.

Oltre alla struttura generale del processo di ricerca, la seconda parte della Logica è dedicata all’analisi dettagliata dei diversi tipi di giudizio, il modo della loro costruzione, ecc. La terza parte sviluppa invece la sua teoria delle proposizioni (esistenziali, universali e relazionali) e dei termini che le compongono e delle relazioni tra di loro. La quarta parte, infine, si sofferma a lungo sul metodo scientifico e la logica che gli sottostà, mettendo alla luce il rapporto non solo fra logica e scienze naturali (ragionamento matematico, induzione, deduzione, valore dell’esperimento, causazione e causalità, ecc.), ma anche la logica delle indagini sociali e nella ricerca filosofica stessa.

Osservazioni conclusive

Come molte delle grandi opere della filosofia, il magnum opus di Dewey presenta dei chiaroscuri. Non è possibile soffermarsi criticamente a giudicare ognuna delle sue affermazioni e posizioni, perché implicherebbe cercare di emettere un giudizio globale su di un sistema di pensiero, che va al di là degli obbiettivi di questa presentazione. Comunque, tra gli aspetti positivi del suo lavoro si trova la sua capacità di integrare la ricerca scientifica dentro un modello in cui si vede la sua comune matrice con le diverse modalità di problem solving, sia teoretiche che pratiche. Anche se la sua visione olistica dell’indagine offre delle prospettive di comprensione molto interessanti, essa implica tuttavia l’applicazione di un certo riduzionismo metodologico al momento di affrontare la realtà nella sua complessità, a cui il postulato naturalista su cui poggia la posizione di Dewey non fa giustizia. I limiti del pensiero di Dewey sono le debolezze dello stesso approccio pragmatista. Il confronto con le posizioni di questo autore ci aiuta a capire meglio le radici concettuali del naturalismo che pervade la filosofia della scienza contemporanea.

Isaac Levi fa notare, nel suo saggio sulla Logica, il fatto che Dewey postula l’inizio dell’indagine con il dubbio o perplessità, e alla fine della stessa tale dubbio o perplessità viene rimosso, ma non si specifica purtroppo sotto quali condizioni la perplessità venga rimossa e venga raggiunto lo stato di certezza. Tutto resta a livello formale, senza poter parlare delle condizioni o criteri concreti che garantiscano una certezza che potremmo chiamare “oggettiva” o per lo meno “intersoggettiva”. Questo fatto mette in luce la debolezza maggiore a livello epistemologico delle posizioni utilitariste e pragmatiste in filosofia, cioè la natura strumentale della conoscenza, che fa sì che la ricerca della verità e l’eliminazione dell’errore non abbiano un senso in se stessi, perché la ricerca è funzionale all’uso e all’utilità per il potenziamento vitale. Ciò vuol dire che per Dewey il valore delle teorie scientifiche non dipende dal fatto che esse siano vere o false: benché gli scienziati possano perseguire la verità come la meta delle loro ricerche, tuttavia lo sforzo dell’indagine non serve ad altro che alla loro soddisfazione vitale e a quella dell’insieme sociale che ne beneficia (Levi 2013: 99). Ma questo orizzonte finale della ricerca ci lascia davvero soddisfatti?

 

Bibliografia 

Brown, M. J., John Dewey’s Logic of Science, «HOPOS: The Journal of the International Society for the History of Philosophy of Science» 2/2 (2012), pp. 258-306.

Burke, F. T. – Hester, D. M. – Talisse, R. B. (a cura di), Dewey’s Logical Theory: New Studies and Interpretations, Vanderbilt University Press, Nashville 2002.

Field, R., John Dewey, in Internet Encyclopedia of Philosophy.

Hildebrand, D., John Dewey in Standford Encyclopedia of Philosophy.

Levi, I., Dewey’s Logic of Inquiry, in M. Cochran (a cura di), The Cambridge Companion to Dewey, Cambridge Univ. Press, Cambridge 2013, pp. 80-100.



[1] I riferimenti all’opera seguono la paginazione della traduzione italiana.

Francisco Fernández Labastida
Professore associato di Storia della Filosofia Contemporanea, Pontificia Università della Santa Croce, Roma