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Progresso
Gualberto Gismondi
Paolo VI, Populorum progressio, 26.3.1967;
Gaudium et spes, 9; 23, 26, 33-39, 63-66, 73; Ad Gentes, 12; Apostolicam
actuositatem, 7; Inter mirifica, 5; Redemptor hominis, 15-16; Sollicitudo
rei socialis, 27-31. Giovanni Paolo II: Allocuzione all'Organizzazione
delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO),
Parigi, 2.6.1980, Insegnamenti III,1 (1980), pp. 1636-1655; Lettera
al Direttore della Specola Vaticana, 1.6.1988, OR 26.10.1988, pp.
5-7. Giovanni Paolo II, Discorsi alla Pontificia Accademia delle
Scienze: 29.10.1990, Insegnamenti XIII,2 (1990), pp. 961-967; 31.10.1992,
Insegnamenti XV,2 (1992), pp. 456-465; 28.10.1994, Insegnamenti
XVII,2 (1994), pp. 562-569. CTI, Fede e inculturazione, 8.10.1988,
EV 11, 1347-1423.
I. Usi e significati del termine - II. Progresso
come tema generale, storico e filosofico - III. Il dibattito
epistemologico nel XX secolo - IV. Tre secoli di dibattito sul progresso:
riflessioni e osservazioni - V. La nozione di «progresso» nei documenti
ecclesiali - VI. Progresso scientifico e rapporti fra scienza
e fede.
I. Usi e significati del termine
Qui all'inizio accenniamo solo ad alcuni significati e usi del
termine, il cui concetto verrà meglio precisato e approfondito dall'intera
esposizione. La parola «progresso» fu molto usata nei dibattiti
culturali e lo è tuttora nel discorso comune. Il suo significato
generale per la storia umana fu discusso durante tutta la modernità.
Il suo significato specifico per la scienza fu approfondito, più
criticamente, dall'epistemologia e dalla storia delle scienze, dalla
metà del XIX a tutto il XX secolo. Poiché il significato generale
aiuta a comprendere quello specifico, esaminiamo il primo per passare,
poi, a quello specifico per la scienza. Etimologicamente «pro-gresso»
(lat. pro-gredi) indica un cammino in avanti, un movimento
in una data direzione e, soprattutto, un «avanzamento», un graduale
sviluppo e passaggio a qualcosa in più o in meglio. In questo senso
può applicarsi a tutto: conoscenze, idee, metodi, oggetti, congegni,
opere, relazioni sociali, costumi, stili di vita, ecc. Nel concetto
di progresso, le idee di «miglioramento» e «perfezionamento» possono
essere intese in senso generale oppure specifico. Il loro contrario
è il «regresso» o arretramento, decadenza, ritorno a stadi primitivi
o meno avanzati. La nozione di «evoluzione»
che, generalmente, viene riferita ai fatti naturali e biologici,
può considerarsi un loro sinonimo.
Il progresso riguarda soprattutto lo specifico umano: intelligenza,
volontà, capacità e opere che ne conseguono. In senso generale fu
riferito alla storia universale del genere umano intesa come
avanzamento continuo e unilineare; accumulo omogeneo di conoscenze;
miglioramento illimitato delle condizioni morali e materiali. In
senso specifico fu riferito soprattutto alle scienze sperimentali
moderne e alle loro conseguenze: sviluppo omogeneo e cumulativo
delle diverse conoscenze; accrescimento intellettuale e morale,
mediante le verità scientifiche; felicità umana come
benessere materiale ecc. Questa visione del progresso raggiunse
il suo culmine dal secolo XIX alla metà del XX, divenendo la «seconda
coscienza dell'uomo europeo» (cfr. Sasso, Progresso, 1980,
p. 636) e la «fede» di intellettuali e classi dirigenti. Come tale
fu inculcata nelle masse ed applicata in ogni ambito: cultura,
storia, civiltà, istituzioni,
scienze, tecnica, mass-media, ecc. Finì pure per invadere
gli ambiti politico, sociale, teologico ed ecclesiale (ove cominciarono
ad utilizzarsi termini quali progressisti, conservatori,
reazionari). Tale espansione ne iniziò il declino, che
fu affrettato, poi, dagli usi indiscriminati, polemici e ideologici,
del concetto, che lo resero sempre più vago, ambiguo e insignificante.
II. Progresso come tema generale, storico e filosofico
1. Il problema nell'era antica. L'analisi filosofica e storica
del concetto evidenzia problemi complessi, in cui s'intrecciano
e sovrappongono posizioni contrastanti, negative o positive, di
cui non è facile fissare l'ordine storico e logico. Nell'antichità,
l'idea non fu del tutto ignota, ma rimase sacrificata da suggestioni
mitiche. Nel V secolo a.C., i successi in matematica e medicina
portarono i Greci a collegare scienza e progresso. Le guerre (ad
es. del Peloponneso) favorirono, invece, il pessimismo. Comunque,
nella riflessione sugli eventi cosmici e umani prevalevano le idee
di decadenza del mondo e dell'umanità, del ciclo perenne degli eventi
(mito delleterno ritorno), del fato inesorabile
e del cieco caso. Per stoici e neo-platonici, il termine indicava
il miglioramento personale, morale e ascetico. La rivelazione biblico-cristiana
introdusse alcune idee che divennero fondamentali per il concetto
di progresso: visione unitaria dell'umanità; salvezza come storia
universale; storia orientata dalla Provvidenza verso un fine positivo;
concezione lineare del tempo; successione degli eventi storici;
esigenza di miglioramento morale e spirituale, ecc. ( TEMPO,
IV). La speranza e l'ottimismo cristiano verso il futuro ultimo
dell'umanità sono tuttora considerati il primo nucleo semantico
dell'idea di progresso.
La loro esplicitazione in contenuti più concreti e specifici, tuttavia,
dovette attendere il verificarsi di fattori culturali e condizioni
storiche assai diverse rispetto a quelle dellantichità. Nei
primi secoli dell'era cristiana, quindi, si alternarono atteggiamenti
diversi e valutazioni opposte riguardo al progresso o declino, umano,
morale e storico. Nel De civitate Dei, trattando del posto
dell'uomo nel cosmo, nel tempo e nella storia, s.
Agostino (354-430), sottolineò la polivalenza e ambiguità delle
scoperte umane per il destino ultimo, distinguendo quelle necessarie
e utili da quelle dannose o pericolose. Valorizzò, quindi, l'intelligenza
investigatrice e l'operosità umana. Le sue idee, importanti nella
cultura occidentale, sono considerate utili pure per il pensiero
scientifico. Esse influirono su tutto il medioevo, in cui si riprese
pure l'idea del progresso come impegno personale volto a migliorare
non solo la conoscenza ma, soprattutto, il comportamento morale,
religioso e spirituale. Secondo s.
Tommaso d'Aquino (1224-1274), «per la ragione umana sembra naturale
giungere per gradi dall'imperfetto al perfetto» (Summa theologiae,
I-II, q. 97, a. 1).
2. Era moderna: progresso e storia. Il contesto mutò radicalmente
nella modernità, che dibatté filosoficamente il «progresso storico»
dell'uomo e dell'umanità, intrecciando o sovrapponendo interpretazioni
positive e negative. Nell'umanesimo e rinascimento il pensiero europeo
si concentrò sugli aspetti della vita terrena. Nel secolo XVII,
emerse il sapere scientifico-sperimentale, salutato come conoscenza
ideale e perfetta. I suoi sostenitori più convinti furono i precursori
dell'ideologia del progresso. F. Bacone (1561-1626) vedeva il sapere
sperimentale come cumulativo e capace di impieghi utili. Cartesio
(1596-1650), per il suo Discorso sul metodo (1637), voleva
un titolo più significativo e pretenzioso: Progetto di una scienza
universale capace d'innalzare la nostra natura al massimo grado
di perfezione. L'identità della natura e il carattere cumulativo
del sapere divennero le basi della teoria del progresso umano. L'illuminismo
francese propugnava un fideismo ideologico nel progresso, molto
utopico e astratto, inteso come motore della storia e destino dell'umanità.
Nella seconda metà del secolo XVIII, epoca d'oro dell'illuminismo,
la fede nel progresso permeava ogni ambito.
Essa fu divulgata in Francia da Turgot (1727-1781) e Condorcet (1743-1794),
in Germania da Lessing (1729-1781), Herder (1744-1803) e Kant (1724-1804),
suscitando interesse ed entusiasmo. Voltaire (1694-1778), Diderot
(1713-1784), Turgot e Condorcet sostenevano un progresso positivo
garantito dal potere della ragione, luce dello spirito
umano ( ENCICLOPEDISMO).
Solo alcuni ammettevano l'alternarsi di progressi e decadenze (visione
ondulatoria). Per i più, il progresso era continuo, omogeneo e cumulativo
(visione lineare). Nel XVII secolo, le guerre dette di religione
fecero apparire proprio le religioni come il maggior ostacolo al
progresso umano (Voltaire). Dal secolo XVIII alla prima metà del
XIX queste idee condizionarono il rapporto fra scienza e progresso,
pur non mancandone altre, meno propagandate di quelle illuministe.
Bossuet (1627-1704), ad esempio, nel Discours sur l'histoire
universelle (1681), proponeva il concetto agostiniano di progresso
come provvidenza. Altri lo vedevano come una crescita spirituale,
morale e conoscitiva. Queste idee, con sfumature e sottolineature
diverse, giunsero fino a Kant ed Hegel, senza avere molto seguito.
Occorsero i crolli degli ottimismi razionalisti e positivisti, i
tragici eventi, capovolgimenti e minacce dei secoli XIX e XX e l'angoscia
e disperazione che ne conseguirono, per renderle di nuovo attuali.
Nella modernità, tuttavia, vinse la linea di Condorcet che auspicò,
senza però attuarla, una scienza sperimentale del progresso.
Kant elaborò una
teoria del progresso umano e una legge delle civiltà, in cui i progressi
cognitivi fanno superare i limiti e i difetti del presente e progredire
verso il fine ultimo dell'umanità. Compito del sapere teorico-pratico
era di prevedere e orientare il destino, mentre la filosofia potenziava
le conoscenze scientifiche e capacità tecniche con cui l'uomo domina
la natura e perfeziona la propria libertà. La storia, quindi, era
un continuo progresso verso la maggiore libertà umana, mentre la
ragione pratico-politica faceva avanzare verso progressi necessari
(cfr. Ch. Wild, Die Funktion des Geschichtsbegriff im politischen
Denken Kants, Philosophische Jahrbuch 77 (1970),
pp. 260-275). Nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia
(1837) Hegel (1770-1831) sottolineò la coscienza storica che fonda
la storia, ne indicò direzione e significato e legittimò il progresso
di tutto il genere umano, mediante le scienze naturali, la tecnica
e le istituzioni giuridiche (tr. it. Firenze 1947, vol. I, p. 164).
Questi ambiti di progresso sono gli stessi indicati dai filosofi
francesi, da Turgot a Comte.
3. Era moderna: progresso e scienza. Simili ottimismi eccessivi
sul progresso, le sue forme e i suoi strumenti di dominio della
storia e delle forze naturali, provocarono significative reazioni
critiche. All'idea che il progresso richiede la critica scientifica
alla ragione filosofica (cfr. Oeing-Hanhoff, 1982, p. 1678)
si contrappose quella opposta, che il progresso esige una critica
filosofica alla razionalità scientifica. Essa s'impose sempre
più fino a che, nella seconda metà del secolo XIX, la critica filosofica
e storica poté concentrarsi sui compiti, limiti, metodi e condizioni
di esercizio della razionalità scientifica. Essa mise in luce l'ambiguità
e problematicità del concetto di progresso, inteso sia in senso
generale-globale per la storia umana, che specifico-settoriale per
le scienze e la tecnica. Per approfondire il rapporto fra progresso
e scienze, si rivisitarono i pensieri, atteggiamenti e giudizi dei
fondatori della scienza moderna. La vecchia storiografia
aveva attribuito loro le idee che ora sono maggiormente criticate:
progresso lineare cumulativo; ragione scientifica volta a sconfiggere
superstizioni, religioni, teologia, rischi e mali; progresso inarrestabile
e irreversibile delle scienze come legge necessaria della storia;
ostacoli sempre provvisori e superabili; natura totalmente dominabile;
illimitate capacità creative dell'uomo; scienza come valore centrale
della storia universale; scienze e tecnica come modelli universali
del progresso, ecc.
La critica storica mostrò, invece, che tali attribuzioni non erano sostenibili. Alcune
risultavano ideologiche e propagandistiche o proprie di tempi posteriori. Comunque non
erano reperibili nelle opere dei maggiori scienziati quali Keplero,
Galilei, Newton, o filosofi quali F. Bacone, Boyle,
Cartesio, Pascal, Leibniz. Si ritrovano, piuttosto, nel pensiero
ideologico e politico-sociale del secolo XIX e nei positivisti e idealisti che, pur
discordi su tutto, concordavano nel culto al progresso. Saint-Simon
(1760-1825), Proudhon (1809-1865) e Comte (1798-1857), padri del pensiero sociologico,
avversarono particolarmente la religione, sostituendo alla fede cristiana nella
Provvidenza un fideismo laico nel progresso. Essi applicavano il più rigido determinismo
fisicista al progresso tecno-scientifico umano e sociale, e propugnavano l'oggettivismo
metodologico, l'esclusione sistematica della soggettività e una rigorosa
specializzazione. Tutte queste tesi, poco meno di un secolo dopo, avrebbero subito le
critiche più severe dell'epistemologia e della storia delle scienze. Nel frattempo, la
cultura scientista propagava i miti del progresso illimitato e le utopie della definitiva
sconfitta di mali, dolori, ingiustizie e negatività.
Tra i secoli XVIII-XX, l'idea del progresso tecno-scientifico guidò
pure la rivoluzione delle macchine e delle industrie, che fece considerare
«progresso» anche i bisogni più artificiali e superflui. Occorse
del tempo per scoprire che questi, essendo inesauribili, irrazionali
e coercitivi, sprecano in modo crescente risorse, energie e tempo.
Il progresso tecno-scientifico in funzione dell'economia e dell'industria
mostrava la sua radicale ambiguità. Da un lato migliorava il tenore
di vita, debellando malattie, epidemie, carestie e altri mali per
cui, senza di esso, l'umanità non sarebbe sopravvissuta. D'altro
lato peggiorava la vita con numerosi regressi: inquinamento dellaria,
acqua e suolo; origine di malattie e di morti da civiltà;
spreco di risorse; possibile annientamento del mondo e dell'umanità.
Si esige, dunque, orientamento e controllo. Le moderne società industriali
avevano inoltre sperequazioni e ingiustizie. Per eliminarle, Karl
Marx (1818-1883) teorizzò le leggi di un progresso inesorabile,
necessario, iscritto oggettivamente nella materia. Per attuarlo
nella storia, il marxismo si proclamò l'unico detentore della conoscenza
scientifica e della sua realizzazione politica ed economica ( MATERIALISMO,
II).
4. Era contemporanea: declino inarrestabile dell'idea di progresso.
L'evoluzionismo darwiniano mutò radicalmente l'idea del progresso,
inteso come avanzamento della storia e dell'umanità verso una direzione
desiderabile. Lo ridusse, invece, a una successione casuale, interminabile
e cieca, priva di significato cosmologico e di senso storico. In
questo modo vanificava proprio quell'idea di razionalità del cosmo
e della storia che aveva ispirato la scienza moderna ( EVOLUZIONE,
III; DARWIN, II-IV). Ne comprometteva pure il progetto originario
di «scoprire la verità per migliorare il futuro dell'umanità» (Crombie,
1976, p. 35). Di conseguenza, Spencer (1820-1903) tentò di recuperare
il vecchio senso del progresso, come illimitato miglioramento dell'umanità,
mediante il «darwinismo sociale». Dal 1858, operando le più fantasiose
estrapolazioni, applicò i canoni evolutivi a tutti i fenomeni umano-sociali
(cfr. Rossi, 1976, pp. 83-85). F. Engels (1820-1895) cercò di integrare
tale evoluzionismo scientista con le idee marxiane e la storia umana,
intesa come storia puramente naturale. Questi ibridismi
ideologici, intensamente propagandati, divennero popolari, avvallando
l'immagine superficiale di un secolo XIX portabandiera del progressismo.
In esso, invece, se ne preparò la fine. In campo filosofico, Schopenhauer
(1788-1860) denunciava il progresso come un'illusione o, peggio
ancora, come il frutto di un'irrazionalità che avrebbe prodotto
catastrofi e mali di portata planetaria.
Nel suo saggio Sull'utilità e il danno della storia per la vita
(1874), F. Nietzsche (1844-1900) criticava radicalmente la mentalità
progressista, dall'illuminismo al positivismo.
Le sue idee furono poi riprese dalla scuola di Francoforte. Le scienze
antropologiche ed etnografiche confutavano ogni ottimismo, progressismo
ed evoluzionismo. Ricercatori, epistemologi, filosofi e storici
della scienza muovevano critiche sempre più acute e rigorose ai
pregiudizi che identificavano scienza e progresso. Filosofi come
Windelband, Rickert, Dilthey, Bergson,
Husserl, Mounier, Heidegger, fisici e matematici come Mach, Avenarius,
Poincaré, Duhem,
Einstein, Planck,
Bohr e Born, e sociologi come Weber denunciavano i dogmatismi scientisti
dell'oggettività assoluta, neutralità, materialità, leggi ineluttabili,
meccanicismo, determinismo, ecc. Le scienze dello spirito (scienze
idiografiche) prendevano coscienza della propria peculiarità,
distanziandosi da quelle naturali (scienze nomotetiche)
e confutandone i presunti oggettivismi e sostanzialismi. La vecchia
fiducia kantiana in un progresso ineluttabile e costante del mondo
e della storia sbiadiva nella vita e nei dibattiti filosofici, storici,
culturali, scientifici e sociali.
III. Il dibattito epistemologico nel XX secolo
Nel secolo XX, gli sconvolgenti mutamenti nelle scienze fisiche,
i tragici interrogativi sollevati dagli inutili massacri
delle guerre mondiali e locali, l'olocausto ebraico e nucleare,
il ricorrere di devastanti crisi economiche, il susseguirsi di barbare
e tiranniche dittature ed infine la guerra fredda, distrussero ogni
residuo d'ingenua fiducia nel progresso. Il dibattito generale si
spense. Ciò avrebbe consentito di concentrare l'attenzione sul progresso
delle e nelle scienze, in condizioni storiche e contesti
socioculturali assai diversi dall'epoca precedente. Ormai il mondo
appariva trascinato da eventi incontrollabili che ispiravano sgomento
e pessimismo. Razionalità scientifica, tecnica, economica o industriale,
erano criticate e accusate di opprimere le persone, violare la natura,
imporre la tirannia delle macchine. Ai temi del progresso subentravano,
sempre più, quelli dell'alienazione, emarginazione, restrizione
e soppressione della libertà, perdita di valori, fini e significati,
sopravvivenza. La modernità era accusata di portare a una nuova
barbarie. La vecchia identificazione razionalista-positivista
della scienza con il progresso sopravviveva nei media, nella
scuola e, in parte, nel linguaggio comune. Si moltiplicavano le
critiche alle attività e imprese tecnoscientifiche, ritenute negative
per il pianeta e regressive per la specie umana.
I rapporti fra progresso delle scienze e condizione umana focalizzavano
l'interrogativo se la scienza possa dirsi un progresso in se stessa
o solo rispetto a un generale progresso umano. Di fronte a conoscenze
scientifiche più numerose, ampie e rigorose rispetto al passato,
ci si chiedeva in che consisteva il loro progresso e come valutarlo.
Il dibattito si spostava da un generico e ipotetico progresso delle
scienze, a un più concreto e specifico progresso nelle scienze.
Questa discussione, assai più interessante e complessa, è tuttora
in pieno svolgimento e verrà esaminata nelle prossime sezioni. Il
capovolgimento di mentalità, idee, temi e problemi, dovuto a più
di un secolo e mezzo di dibattito sul progresso, lo si può ricavare
confrontando due significative affermazioni. La prima è del filosofo
illuminista M.J. de Condorcet nella sua opera Esquisse d'un tableau
historique des progrès de l'esprit humain (1792-1793): «verrà
il tempo in cui sulla terra il sole splenderà solo su uomini liberi,
i quali non riconoscono sopra di sé altro signore se non la ragione,
giacché tiranni e schiavi, preti e loro strumenti ottusi e ipocriti
esisteranno solo nei libri di storia o sulle scene dei teatri» (Paris
1963, p. 345). La seconda è del fisico contemporaneo M. Born, Nobel
per la fisica nel 1954, secondo il quale «le scienze della natura
hanno distrutto, forse per sempre, i fondamenti etici della civiltà»
(Erinnerung und Gedanken ein Physikers, Universitas
23 (1968), p. 273). Entrambe si commentano da sole.
1. Progresso scientifico come problema epistemologico. La
seconda delle due precedenti citazioni esprime bene lo spirito che,
nella seconda metà del secolo XX, animava il dibattito sul progresso
scientifico. Messe da parte le grandi visioni sul futuro storico
dell'umanità, si provvide a focalizzare i concreti aspetti epistemologici
ed euristici dell'attività scientifica. Si precisarono pure le componenti
semantiche dell'idea di progresso: «avanzare», «mutare», «migliorare».
Avanzare non significa necessariamente mutare in meglio o migliorare,
poiché pure le malattie avanzano, ma peggiorano la salute (regresso).
Neppure il mutare è un progredire, poiché ovunque, compreso nelle
scienze, s'incontrano alternativamente progressi, regressi e declini.
I termini: «migliorare» e «meglio» implicano un giudizio di valore
che non è, necessariamente, di tipo etico ( ETICA
DEL LAVORO SCIENTIFICO). Ciò premesso, si notava che i progressi
non si potevano presumere né postulare, ma esigevano, ogni volta,
dimostrazioni e valutazioni epistemologiche che non sono misurazioni
matematiche. Con questo, decadevano pure i dogmatismi sul
progresso lineare e cumulativo della scienza; circa
lunione sostanziale fra verità di fatto (componente
empirica) e spiegazioni (componente teorica); sull'inconfutabilità
delle verità scientifiche e sul progresso unilineare e omogeneo
delle conoscenze. La nuova impostazione esigeva, soprattutto, nuovi
modi e criteri per valutare i progressi interni. La
loro ricerca, a sua volta, sollevava nuovi problemi di fondo sulla
scienza, i suoi orizzonti concettuali, il suo valore di verità,
la sua validità metodologica ( EPISTEMOLOGIA).
Tali problemi, pur non trattando direttamente di contenuti, dati,
spiegazioni o di valore cognitivo, tuttavia li condizionano fortemente.
La crescente complessità
delle conoscenze esige maggior consapevolezza dell'attendibilità,
valore logico e metodologico di dati, concetti, princìpi ecc. I
criteri per accertare questi aspetti interni, tuttavia, non si possono
elaborare a un livello interno, bensì ad un livello
metateorico, ove l'esigenza di significato rende ancor
più difficile valutare i progressi. Tale difficoltà diviene massima,
infine, a livello metafisico, quando si vogliono unificare diverse
spiegazioni dei fatti, mediante pochi concetti fondamentali. È il
caso di coloro, ad esempio, che volevano spiegare ogni processo
fisico solo con la materia e il movimento ( MECCANICA,
IV). Mach, Einstein ed altri mostrarono, però, che questo era un
pregiudizio metafisico (cfr. Agazzi, 1976, pp. 93-96). L'esigenza
di criteri interni, metateorici e metafisici, dunque, rende incerta
la valutazione dei progressi cognitivi interni alle scienze, o nella
scienza. La valutazione dei progressi della scienza in rapporto
agli altri ambiti (etico, sociale, pratico, politico, ecc.) esige,
invece, un confronto diverso, fra differenti attività, prese sia
singolarmente che nel loro insieme. In tal caso, i criteri per valutare
un'attività, nella prospettiva del progresso umano globale, devono
riguardare il bene e l'utilità autentica di persone, società e culture.
Si è già visto che il dibattito moderno mostrò l'inesistenza di
un progresso storico del genere umano, globale e continuo in tutti
i settori. Ciò che ai criteri interni di un singolo settore o di
una scienza può apparire un progresso, per altri ambiti (etica,
società, cultura, politica ecc.) o per l'insieme, può essere un
regresso.
Il collegamento dei criteri interni di un sottosistema a quelli degli altri
sottosistemi e dell'intero sistema, non è mai spontaneo né automatico, ma problematico,
esigendo un acuto discernimento critico. A sua volta, il passaggio da valori e criteri
cognitivi a quelli deontologici esige nuovi e adeguati modi di espressione. I progressi o
regressi della scienza, quindi, vanno valutati in base alle esigenze e ai valori
generali del sistema globale e a quelli specifici degli altri sottosistemi, ordinati
secondo la loro importanza e significato, per il bene effettivo di persone, società e
culture. Tutto ciò è indispensabile e decisivo per valutare globalmente ogni progresso.
Esperienza storica, critica epistemologica e riflessione filosofica confermano che, nel
valutare globalmente un progresso, nessun legittimo criterio (interno, metateorico,
metafisico, esterno, deontologico o sociale) può essere escluso. La valutazione comporta
vari passi. Nel primo si devono considerare i progressi interni, o nella scienza.
Essi distinguono ogni disciplina dagli altri ambiti, senza separarla, ma valorizzandone le
reciproche relazioni. Ogni scienza ha il diritto di valutare i propri progressi in base ai
propri criteri cognitivi, ponendo il valore cognitivo come suo criterio di progresso. È
ciò che la costituzione Gaudium et spes riconosce come sviluppo delle conoscenze
secondo la legittima autonomia della scienza (cfr. n. 36; cfr. anche Discorso alla
Pontificia Accademia delle Scienze, 31.10.1992, n. 13). Non significa, tuttavia, il
diritto di farne il valore assoluto, supremo o superiore a ogni altro. È pure indebito
identificare (o confondere) i progressi nella scienza con quelli della
scienza.
Nel secondo passo si deve stabilire la scala dei valori relativi
a persone, società e culture, che le scienze non possono decidere,
ma devono rispettare. Nel terzo passo si cerca d'inserire l'attività
scientifica e le sue conseguenze nel contesto del sistema globale
di valori che ne giudica e valuta i risultati (progressi o regressi).
Le scale deontologiche sembrano le più adeguate a contestualizzare
i valori, armonizzandoli in configurazioni ottimali.
In questo contesto sistemico, ottimale significa massima
realizzazione dei valori prioritari, mediante la massima realizzazione
di quelli subordinati. I princìpi metafisici non ostacolano né tale
realizzazione, né la logica interna del discorso scientifico, né
escludono a priori alcuna categoria o immagine del mondo.
Il proprio della metafisica,
infatti, nel ricercare la verità, è il vaglio critico, senza soste
e fino in fondo, di tutti i princìpi, a partire dai propri e di
ogni ragione, a partire dalla propria, nell'ottica dei primi princìpi
e dei fini e valori ultimi.
2. 1960-1970: il confronto fra fondamentalismo e scetticismo.
Queste idee, fino agli anni '60 e '70, dovettero lottare contro
i dogmatismi del progresso scientifico lineare, omogeneo e cumulativo.
Prima che Thomas Kuhn (1922-1996) presentasse la scienza come «struttura
piuttosto sgangherata, con scarsa coerenza fra le sue diverse parti»
e come un «rompicapo» (Kuhn, 1969, pp. 72, 57-58), dominava incontrastata
lidea di vederla come un edificio armonioso, dalle basi solide
e insostituibili, in costante e ordinata crescita da una verità
all'altra. I sistemi teorici apparivano successioni di dati fondamentali,
secondo categorie fisse e norme stabili di valutazione razionale.
Alcuni filosofi avevano addirittura fissato i criteri del progresso
scientifico: dignità cognitiva di una teoria (principio di verificabilità
di Ayer); misura del suo potenziale di spiegazione (potere sistematico
di Hempel); misura del suo grado di conferma (logica analitica di
Carnap). I tentativi di applicarli, tuttavia, fallirono, spingendo
gli storici delle scienze a definirli una «caricatura dello sviluppo
reale della scienza» (Cohen, 1976, p. 108), in quanto idee e immagini
che non reggevano più. Il dubbio coinvolgeva tutti i problemi dell'unitarietà
e della costanza del progresso scientifico. I fondamentalismi
positivisti e scientisti avevano troppo semplificato i problemi
del confronto fra le teorie scientifiche e quelli della razionalità
scientifica. La reazione, quindi, fu talmente forte da negarne persino
la possibilità. Kuhn la negava in base alla loro diversità di norme
e obiettivi, Feyerabend (1924-1994) in base all'incommensurabilità
dei loro linguaggi. Ciò, però, apriva la strada allo scetticismo.
Una maggior riflessione, tuttavia, mostrò che alla base degli eccessi, sia dei
fondamentalisti che degli scettici, vi era lo stesso pregiudizio di ritenere i problemi
scientifici non influenzabili dalle circostanze storiche né dai mutamenti culturali.
Popper (1902-1994) ne riconosceva l'importanza per il progresso nelle scienze,
ma in termini troppo generici. Non ponendo limiti al carattere congetturale della
conoscenza accumulata nel suo «terzo mondo» (o mondo tre) e rinunciando a ogni
esigenza di coerenza, finiva per ammettervi pure le congetture contraddittorie. In questo
modo, non vi erano criteri per comporre la generalità e uniformità dei princìpi
razionali con la particolarità e mutabilità dei problemi, criteri e dati scientifici.
Per rimediarvi, Toulmin (n. 1922) ipotizzò un'idea di progresso darwiniano,
rivelatosi subito generico e inconsistente. Lakatos (1922-1974) sostenne che la ricerca di
un criterio per distinguere le ipotesi scientifiche da quelle non scientifiche (criterio
di demarcazione) era inseparabile da quella per distinguere fra ipotesi migliori e
peggiori (criterio di preferenza). Rimproverò a Popper di confrontare solo ipotesi
singole e propose, invece, di confrontare i loro insiemi o sequenze. Infine, definì il
progresso come «comprensione sempre più profonda» di quanto accade in un'area della
natura, anziché «informazione sempre più precisa», allo stesso livello.
Dimenticò, tuttavia, che il tema del progresso scientifico riguardava
i valori e non i fatti. In più, gli storici della scienza mostrarono
che molte sequenze reali di eventi non si adattavano al suo schema,
per cui il progresso scientifico non poteva essere valutato. All'altro
estremo, matematici e fisici volevano addirittura «misurarlo». Non
trovando una via diretta, proposero di partire dalla ridondanza
dei dati sensibili, per poi eliminarla progressivamente, mediante
codici. Ammisero, però, che la valutazione quantitativa comporta
un itinerario ipotetico e complesso, di cui è difficile prevedere
la durata, essendo irto di problemi e difficoltà. Altri ammisero
di non sapere neppure dove cominciare invitando, al massimo, solo
a sperare un giorno di riuscirvi (cfr. Toraldo di Francia,
1976, p. 156). I dubbi e le negazioni sul confronto fra teorie scientifiche,
sollevati negli anni '60-'70, si ripercossero sul dibattito degli
anni '80-'90, in cui si cercò di circoscrivere il problema della
commensurabilità e di impostarlo secondo nuove prospettive.
3. 1980-1990: le prospettive semantiche oltre fondamentalismi e
scetticismi. Di queste ne esamineremo due. La prima muove dall'idea
che l'unico criterio per accertare la verità di una teoria scientifica
sia la sua applicabilità o riproducibilità tecnica.
Il nesso fra mediazione teorica (significati) e riproducibilità
tecnica (apparati tecnico-strumentali) svela la dimensione ermeneutica
della scienza, differenziandola dagli altri saperi e impedendole
di diluirsi in un'indistinta ermeneutica universale del sapere ( ERMENEUTICA,
VIII). L'epistemologia non potrebbe dire se le teorie sono, di
diritto, incommensurabili o meno. Può solo asserire che, in
un dato momento dello sviluppo scientifico, non si riesce ancora:
a) ad istituire correlazioni problematiche, concettuali, strumentali
e tecniche fra alcune teorie; b) a scegliere fra ipotesi incompatibili,
non potendo tradurre in modalità tecnico-operative, le loro mediazioni
concettuali. Rispetto alle proposte dibattute fra Popper, Kuhn,
Feyerabend, Lakatos, Toulmin, ecc., quest'impostazione consente:
a) di accettare le teorie scientifiche come descrizioni di aspetti
o livelli reali del mondo reale; b) di respingere il fallibilismo
che giudica false tutte le vecchie teorie. Queste rimarrebbero vere,
anche se superate da quelle aventi maggior profondità, evitando
l'incommensurabilità, che conduce al relativismo epistemologico
e fa sostituire, anziché progredire, concetti, teorie e strumenti.
Si evita pure un progresso meramente cumulativo, privo di nessi
concettuali fra successive acquisizioni.
Questa visione del progresso delle teorie scientifiche si può così riassumere: a) le
variazioni di significato e di riferimento rimangono strettamente legate fra loro e agli
apparati tecnici (strumenti), che garantiscono la riproducibilità dei risultati
sperimentali; b) tali variazioni segnano un progresso, solo se provocano maggior
determinatezza semantica e referenziale nel passaggio da una teoria all'altra; c) tale
maggior determinatezza dev'essere strettamente connessa alla possibilità di operare
tecnicamente sulla realtà. La concezione ermeneutica mostra il sapere scientifico come
una spirale ove le applicazioni passate (di termini, concetti, teorie,
princìpi metodologici, ecc.) sono essenziali a comprendere quelle nuove che, con le loro
prospettive, reinterpretano le precedenti applicazioni e comprensioni. Questa
spirale ermeneutica consente di comprendere il progresso scientifico, poiché
permette di giudicare migliore quella teoria scientifica che riesce a unire le altre in un
insieme coerente e a collocarle in una narrazione storica intelligibile. Deve spiegarne in
modo nuovo, non solo la natura, ma anche il precedente modo di comprenderla (cfr.
MacIntyre, 1980, pp. 69-73). A sua volta, la riproducibilità tecnica
distingue le scienze empiriche dalla loro storiografia. Quando il confronto è possibile,
è migliore la teoria che fornisce una sintesi migliore, sia della storia della scienza
che delle applicazioni tecniche (cfr. Buzzoni, 1995, pp. 92, 207, 220-227).
La seconda prospettiva è, sotto certi aspetti, analoga, ma imposta il problema in
termini diversi. Neppure essa pretende di essere definitiva, ma cerca di legare il
discorso filosofico-epistemologico qualitativo alle esigenze culturali e
umano-esistenziali più profonde. La presenteremo qui nei termini utilizzati da Boniolo (Metodi
e rappresentazioni del mondo, 1999). Tale prospettiva considera sufficiente ogni
teoria che risulti coerente e soddisfacente al momento in cui è formulata (cfr. ibidem,
pp. 6-11). La scienza, infatti, come ogni espressione umana, è comprensibile solo se
collegata al mondo quotidiano della vita (Lebenswelt). Premesso che si può parlare
di pensiero filosofico progressivo o regressivo, in senso non globale, ma solo locale,
l'autore considera la logica come indispensabile, ma insufficiente. Il
ragionamento deduttivo vale solo per le teorie scientifiche, non per la
dinamica scientifica, che richiede invece la forma argomentativa. Secondo
Boniolo, queste premesse dovrebbero evitare i vicoli ciechi delle precedenti dispute fra
Popper, Kuhn, Lakatos e gli altri (cfr. ibidem, pp. 23, 39, 59-60). Il problema del
progresso scientifico si risolverebbe, allora, mediante le nozioni di: «area
semantizzante», «rete intenzionale» e «rete reale». Area semantizzante sarebbe
l'insieme delle regole sintetizzate nel concetto e sufficienti ad afferrarne il senso.
Più essa è ampia, più consente di afferrare profondamente i sensi del concetto. Essa,
tuttavia, rispetto all'enorme complesso dei concetti, rimane sempre una porzione molto
ridotta delle proprietà che appartengono ai vari livelli cognitivi del soggetto.
Pertanto, può essere afferrata solo entro una rete conoscitiva.
Di qui i concetti di «rete». «Rete intenzionale» è l'intreccio delle proprietà
intenzionali, i cui nodi sono dati dagli enti intenzionali; «rete reale» è l'intreccio
delle proprietà reali, i cui nodi sono dati dagli enti reali (entità) (cfr. ibidem,
pp. 337-339). Per conoscere un oggetto, dunque, occorre un concetto con cui denotarlo e
un'area semantizzante in cui collocarlo. Ciò basta per gli enti intenzionali. Per quelli
reali, invece, si esigono pure le procedure sperimentali. Conoscere l'intenzionale,
quindi, significa costruire, fra gli elementi del livello intenzionale, le stesse
relazioni costruite fra gli elementi del livello concettuale. Conoscere il reale significa
imporre al reale un sottoinsieme di relazioni intenzionali, fra gli enti intenzionali, in
modo da costituire relazioni reali fra gli enti reali. Ogni teoria, dunque, è una porzione
di rete concettuale o una parte di un tutto interdipendente. Per questo, la costruzione di
una nuova teoria scientifica (nuova porzione) non soppianta mai totalmente la vecchia, né
esige la sua scomparsa. Poiché non conosciamo fatti singoli, ma solo i loro insiemi
strutturati in un dato modo, dobbiamo sempre muovere dalle strutture che già li
rappresentano. Se esse non bastano, dobbiamo riordinarle, per adeguarle alla situazione
empirica totale (cfr. ibidem, pp. 341-347). Un vero avanzamento della
conoscenza empirica si ha solo quando un'effettiva modifica dell'insieme dei concetti di
proprietà comporta un'effettiva modifica dell'insieme dei concetti di
ente.
Ciò significa che alcuni concetti, che prima erano presenti, ora
non lo sono più, mentre altri prima assenti, ora sono presenti.
Le rappresentazioni rivelatesi totalmente inadeguate a rappresentare
la realtà verranno ricordate solo a livello storico. Riguardo alla
realtà, ogni teoria elabora gli aspetti o esplicita i nodi,
che le altre non possono sviluppare nello stesso modo. Quest'impostazione
del problema fa apparire le teorie e le rappresentazioni scientifiche
non più come semplici formalizzazioni volte a raggruppare e ordinare
i risultati empirici conosciuti, ma come «significati conoscitivi
volti a evidenziare, semanticamente e intersoggettivamente, determinati
aspetti della realtà» (ibidem, pp. 375-377). Ciò porta a
distinguere fra l'aspetto epistemologico e quello gnoseologico.
Entità od oggetti fisici non sono realtà in sé, ma sotto l'aspetto
epistemologico sono modelli ossia finzioni, mentre sotto l'aspetto
gnoseologico sono nodi di proprietà reali o di aspetti della realtà,
resi significativi dall'osservazione. Le teorie, invece, sotto l'aspetto
epistemologico servono a rendere regolari (trattati da regole) gli
aspetti delle realtà irregolari, mentre sotto l'aspetto gnoseologico
servono a rendere significativa una parte della realtà. Le teorie
che propongono enti non osservabili per principio vanno
criticate. Quelle che propongono enti non osservabili per
motivi tecnologici, o restano incerte per sempre, o potranno
divenire verificabili, direttamente o indirettamente (mediante gli
effetti) (cfr. ibidem, pp. 380-384). Non potendo prevedere
con certezza gli sviluppi futuri del dibattito posto in questi termini,
e perdurando i pareri discordi su quello posto nei termini precedenti,
occorre continuare la ricerca, le riflessioni e gli approfondimenti.
IV. Tre secoli di dibattito sul progresso: riflessioni e osservazioni
Gli elementi affiorati nella lunga discussione sul progresso, sia
in senso generale che in senso specifico, ci consentono ora di sottolineare
gli aspetti di maggior rilievo per il rapporto fra scienza e fede.
In primo luogo è emerso che nell'idea generale di progresso confluirono
numerosi pregiudizi, fra cui vanno ricordati i seguenti. Le concezioni
secolaristiche della storia che vedevano le religioni come superstizioni
(Voltaire) e le scienze e tecniche come unici fattori per migliorare
l'umanità (Enciclopédie). Le idee della superiorità assoluta
della civiltà europea (tardo-illuministi); del progresso generale
accelerato da ogni progresso particolare (Condorcet); dello sviluppo
dello spirito umano dalla religione alla filosofia e alla scienza
(Turgot, Comte); dell'evoluzione come massima espressione del progresso
(Spencer). Tali concessioni e idee produssero una visione del progresso
come miglioramento illimitato, cumulativo, unilineare e universale,
esteso a tutte le condizioni intellettuali, morali, culturali, sociali
e materiali del genere umano e della storia. Nel Settecento tale
idea era ancora flessibile e prudente, mentre nella prima metà del
secolo XIX fu presa come legge rigida e necessitante dell'evoluzione
lineare, verso il massimo benessere e felicità. Dalla metà del secolo
XIX questa rigidezza dogmatica fu oggetto di critiche sempre più
severe che portarono al suo abbandono.
In secondo luogo è emerso che il dibattito sul progresso, accompagnandosi allo
sviluppo della scienza, ne condizionò fortemente l'immagine e la comprensione. Vennero
indebitamente sovrapposti problemi generali, riguardanti la storia umana e problemi
specifici, interni alla scienza (fondazione, presupposti, rigore e valore di verità dei
dati, concetti, teorie, metodi, ecc.). Per la riflessione epistemologica e la ricerca
storica sulle scienze, tuttavia, i problemi rilevanti, erano quelli interni e specifici.
Essi dovevano precedere o, comunque, nettamente distinguersi da quelli generici.
Sviluppando una seria discussione su questioni come quelle del valore di verità del
sapere scientifico, della natura della sua verificabilità, del suo carattere di sapere
pubblico e democratico, dell'attendibilità della scienza come dominio razionale sul mondo
e conquista della natura, si sarebbero evitati o ridimensionati pseudoproblemi come la
superiorità dei moderni sugli antichi, l'assoluta diversità della propria epoca o quello
circa il destino dell'umanità, del tutto estranei al discorso sulle scienze e
inconcludenti. In terzo luogo è emerso che il discorso critico sulle scienze, fino
alla metà del secolo XIX, fu estremamente limitato e guidato da filosofie inadeguate.
Solo il declino delle idee illuministe, razionaliste e positiviste, consentì di vedere
l'inconsistenza di un progresso continuo e omogeneo generalizzato a tutta l'umanità. La
perdita d'interesse per questo problema consentì alla critica epistemologica e storica
alla scienza, divenuta più matura, di proporre il problema specifico del progresso
all'interno delle scienze.
Oggi sembra in aumento il numero degli operatori scientifici e
dei filosofi competenti e consapevoli di problemi epistemologici.
Nella fisica, ad esempio, vi è una maggiore consapevolezza della
difficoltà di raggiungere risposte definitive, teorie unificate
globali. In tutti i campi, molti ritengono che le incertezze non
mancheranno mai e che i progressi consistono, soprattutto, nel rimettere
in discussione le precedenti certezze. In quasi tutte le scienze
si ritiene che quando si pensava di aver raggiunto un punto indubitabile,
si scoprì che la realtà è diversa. Perciò, non ci si attendono risposte
definitive e la scienza appare un processo continuo, certamente
capace di conoscere alcuni aspetti irreformabili della realtà, ma
sempre disposto ad approfondimenti, e meno sicuro di quelle che
considerava certezze assolute. Sul progresso delle teorie si nota
che i criteri di una buona teoria semplicità, eleganza, controllabilità,
potere unificante quasi mai si possono soddisfare tutti insieme,
restando ideali puramente regolativi. Nella cosmologia
si riconosce che gli eventi iniziali non possono inviarci nemmeno
un messaggio e che le cosmologie che postulano più universi, le
cui distanze superano quella percorsa dalla luce nel tempo che corrisponde
all'età del nostro universo, sanno più di speculazione che di scienza
( IDEALISMO, IV.3; PLURALITÀ
DEI MONDI, III).
Quanto al rapporto fra attività scientifica e progresso personale,
culturale e sociale, manca tuttora un'adeguata riflessione euristica,
gnoseologica ed etica. Se verrà svolta, sarà comunque ben diversa
da quelle della modernità che abbiamo esaminato. Essa costituirà
un impegno primario per il nuovo secolo e millennio. Sui problemi
di fondo in esso coinvolti, fede e pensiero cristiano hanno molti
elementi utili da proporre, che esponiamo ora, qui, dopo alcune
precisazioni storiche e teoriche.
V. La nozione di «progresso» nei documenti ecclesiali
Come prima precisazione, ricordiamo che anche riguardo ai documenti
ecclesiali bisogna distinguere il senso del termine «progresso»:
se inteso cioè in modo generale, riguardo a tutta la storia, o in
modo specifico, riguardo alle scienze. Inoltre occorre collocare
i vari documenti nel loro esatto contesto culturale. In quelli anteriori
al Concilio Vaticano II il termine «progresso» non ricorre con molta
frequenza. Fra essi fu soprattutto la proposizione n. 80 del Sillabo
(8.12.1864), ad essere letta da alcuni come «opposizione cattolica
al progresso» (Angelini, 1982, p. 1222). In realtà, la proposizione
condannata affermava: «il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi
e accordarsi col progresso, il liberalismo e la recente cultura»
(DH 2980). Riguardava, quindi, il progresso in senso generale,
comera inteso dal liberalismo e dalla cultura contemporanea,
che in quegli anni, tuttavia, cominciava ad essere già criticato
e confutato. Quanto al progresso in senso specifico,
ossia riguardante le scienze, Pio IX, già nella lettera Tuas
libenter (21.12.1863) all'arcivescovo di Monaco e Frisinga,
aveva respinto l'accusa che la Sede Apostolica vi si opponesse (DH
2875). Tale idea la ribadì ancora nel Sillabo (cfr. DH 2912,
2913), riconoscendo il valore delle scienze e dei loro progressi,
ma sollevando critiche e riserve a un'idea di progresso generalizzato
che era comunque ambigua, e che in quegli anni, i notevoli pensatori
che abbiamo indicato, e non solo essi, cominciavano già a discutere
e criticare.
Il Concilio Vaticano I, a sua volta, nella Costituzione dogmatica Dei Filius
(24.4.1870) respingeva l'idea che i dogmi dovessero mutare secondo i progressi scientifici
(cfr. DH 3043), perché la dottrina cattolica da sempre ritiene impossibili oggettivi
contrasti fra fede e ragione (cfr. DH 3004-3005). Ciò vale pure per il decreto Lamentabili
(3.7.1907) in cui questa volta Pio X respingeva l'idea di dover adeguare ai progressi
delle scienze la dottrina cristiana su Dio, sulla creazione, la rivelazione, la
dottrina sul Verbo incarnato e sulla redenzione (cfr. DH 3463-3465). Ciò che tali testi
giustamente rifiutavano è il concordismo e la confusione dei piani su
cui si muovono i due diversi discorsi della fede e della scienza. Letti correttamente,
anticipano il giudizio dell'epistemologia contemporanea, che considera le acquisizioni
scientifiche parziali, provvisorie e sempre rivedibili. Pertanto, non contrastavano il
progresso scientifico, ma le sue indebite interpretazioni che sarebbero state respinte, un
secolo dopo, dallo stesso pensiero laico. Quanto al Concilio Vaticano II, affrontò i temi
del progresso ampiamente e in diversi documenti. Il termine ricorre in molti luoghi: Ad
gentes 12; Apostolicam actuositatem 1, 4, 7; Gravissimum educationis 1,
3, 8, 11, 12; Inter mirifica 2, 5, 12, 13; Nostra aetate 2; Presbyterorum
ordinis 17, 19; Gaudium et spes 4-7, 9; 20, 23, 35, 37, 39, 56-57, 62, 64, 73; Lumen
gentium 65.
È soprattutto il testo di Gaudium et spes ad esaminarne maggiormente
i vari aspetti. Considerato il divario fra organizzazione temporale
e progresso spirituale (n. 4) e fra mentalità tecnoscientifica,
cultura e modi di pensiero (n. 5), esso annota che il progresso
economico, da solo, non migliora le persone, né i loro rapporti.
Non attua, quindi, la giustizia e la fraternità, ma può dar loro
una base materiale (nn. 6, 35). La negazione di Dio ( ATEISMO)
e della religione
può essere favorita da un certo progresso tecnoscientifico ma, soprattutto,
deriva da filosofie e ideologie (nn. 7, 20). La storia mostra non
solo progressi, ma anche regressi (n. 9). Il progresso umano, quindi,
se favorisce le relazioni, il dialogo fraterno, la dignità spirituale
e la comunitarietà (n. 23), è un bene per l'uomo e può servire alla
felicità umana (n. 37). Rimane, tuttavia, soggetto alle tentazioni
del potere e della potenza, vanità, malizia, superbia ed egoismo.
Non va confuso, quindi, col Regno di Dio, pur potendo favorire il
bene della società (n. 39). Il rapporto fra progresso, cultura,
scienze e tecnica è espressamente considerato ai nn. 56-57. Il progresso
tecno-scientifico va distinto dalla conoscenza delle «intime ragioni
delle cose». Non coincide con essa e non può neppure darla. Offre,
tuttavia, importanti valori positivi per la cultura scientifica,
quali: gusto per le scienze, rigorosa fedeltà al vero, necessità
di collaborare con gli altri operatori scientifici, solidarietà
internazionale, coscienza delle proprie responsabilità e migliori
condizioni di vita. Esso è pure fondamentale per uno sviluppo economico
orientato al servizio dell'uomo (n. 64) e per quello socio-culturale
rivolto al bene comune (n. 73). Nei testi finora citati il termine
«progresso» è indicato esplicitamente, mentre in molti altri ne
sono espressi i contenuti o le descrizioni. La più significativa
lo presenta come l'«ingente sforzo col quale gli uomini nel corso
dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita»
(n. 34). Questa definizione è valida per ogni forma di progresso
comunque inteso: storico-umano o scientifico, in senso globale e
generale o in senso specifico e particolare, per gli apporti generali
o per gli specifici contributi di scienze e tecnica. Essa è ben
lontana dagli eccessi, esagerazioni e assolutizzazioni dei secoli
XVIII e XIX, consentendo approfondimenti realistici e positivi.
Esprime gli stessi caratteri che hanno consentito alle grandi encicliche
sociali, da Rerum novarum (Leone XIII, 15.5.1891) a Centesimus
annus (Giovanni Paolo II, 1.5.1991) di affrontare in modo propositivo
anche i problemi del progresso economico e sociale.
Riguardo al progresso di scienze e tecniche, pure i documenti magisteriali
più recenti hanno sottolineato la grande ricchezza che questo costituisce
per tutto il mondo attuale ricordando, tuttavia, che scienze e tecniche
da sole non possono spiegare l'origine trascendente e il fine ultimo
dell'esistenza umana. Devono perciò tener conto degli interrogativi
metafisici e morali da loro resi sempre più vivi e urgenti, perché
sovente conoscenze ritenute scientificamente certe devono confrontarsi
con la verità integrale sull'uomo. In tali casi occorre evitare
contraddizioni fra la constatazione scientifica e la verità integrale
e obbiettiva dell'uomo, superando la tentazione di ritenere la spiegazione
unica ed esaustiva. Il mito del progresso non deve far ritenere
moralmente buona qualsiasi ricerca o applicazione, senza aver soppesato
a sufficienza il bene autentico che procura alla duplice dimensione
corporale e spirituale dell'uomo (cfr. Discorso alla Pontificia
Accademia delle Scienze, 28.10.1994, nn. 2-3, 5). La comunità
scientifica è tenuta a mantenere l'ordine dei fattori, situando
gli aspetti scientifici nell'ambito di un umanesimo integrale che
tenga conto di tutte le dimensioni (metafisiche, etiche, sociali,
giuridiche) che s'impongono alla coscienza. Quando si tratta dell'uomo,
i problemi superano l'ambito della scienza, che non può spiegarne
la trascendenza, né dettare le regole morali che derivano dalla
centralità e dignità primordiali della persona nell'universo. Spetta
quindi all'intera comunità umana promuovere l'integrazione umanistica
e antropologica (cfr. ibidem, nn. 5-6, 9).
VI. Progresso scientifico e rapporti fra scienza e fede
Queste puntualizzazioni sono essenziali per impostare correttamente
i problemi del progresso nell'ambito dei rapporti fra scienza e
fede. Abbiamo visto che il clima culturale si è schiarito dopo che
il pensiero laico riconobbe l'inconsistenza e improponibilità di
un progresso generale, continuo e costante della storia, dell'umanità
e della scienza. Il pensiero cristiano, quindi, può guardare serenamente
agli esiti del dibattito. Le accuse alla fede e alla Chiesa di contrastare
il progresso, e i conseguenti sensi di colpa o inferiorità di alcuni
credenti, si rivelano infondati. Emerge, al contrario, che le critiche
e resistenze opposte dal pensiero cristiano erano legittime e motivate.
Forse dovevano essere ancor più vigorose, perché si sono mostrate
pure valide a orientare il dibattito sul progresso nelle
e delle scienze verso la giusta direzione e verso forme più
realistiche e corrette. Attualmente due di esse appaiono più valide
e importanti. La prima è l'invito rivolto allepistemologia,
alla filosofia e alla storia delle scienze a focalizzare sempre
più la loro attenzione sugli elementi specifici e interni all'attività
scientifica. Oggetto e scopo di tale attenzione è il confronto fra
ipotesi, teorie, metodi, logiche e modelli, per valutare quelli
preferibili e le ragioni di tale preferenza. Esso riguarda i problemi
interni alla scienza che, per gli aspetti puramente
scientifici, coinvolgono gli operatori scientifici specializzati
nelle specifiche discipline e, per gli aspetti metascientifici,
coinvolgono gli epistemologi, filosofi e storici della scienza.
Nei vari campi, come si è visto, i problemi non sono ancora del tutto
chiariti, per cui vi sono, e forse vi saranno sempre, posizioni
diverse o discordi. Superate le vecchie impostazioni idealiste,
positiviste e neo-positiviste, rimangono da discutere quelle falsificazioniste,
convenzionaliste, strumentaliste, ecc. che, in molti aspetti, dovranno
essere corrette, integrate o superate. Il loro maggior rischio è
di facilitare forme di relativismo e scetticismo condivise e diffuse
dal pensiero postmoderno. Vi è poi il secondo aspetto del problema
che, più in generale, riguarda il valore di verità e il significato
della conoscenza scientifica (problema euristico, ermeneutico
e gnoseologico) e il valore etico-morale dell'attività
scientifica (problema etico e sociale). Questi problemi non sono
più puramente interni alla scienza, coinvolgendo pure dimensioni
e implicazioni etiche, culturali e sociali. La loro soluzione, quindi,
non può essere affidata solo agli operatori scientifici, ad epistemologi
e storici della scienza, poiché esige un discorso assai più ampio
e articolato, che chiama in causa pure filosofi, moralisti e teologi
( CULTURA; ETICA DEL
LAVORO SCIENTIFICO; TECNOLOGIA). Anche a questo riguardo la fede,
il pensiero cristiano e i documenti ecclesiali offrono indicazioni
particolarmente utili. Essi sono fortemente interessati al problema
della verità delle scoperte e delle applicazioni (biologia, biogenetica
ecc.), sempre più numerose, che incidono direttamente sulla persona,
i suoi pensieri e azioni ( BIOETICA).
Esse rendono più urgente l'esigenza di rispettare tutto ciò che
è umano e consentire socioculture più armoniose. Si insiste, quindi,
perché le teorie rispondano alle esigenze della serietà scientifica,
ossia di seri e solidi fondamenti. È pure decisivo discernere ciò
che, in un determinato campo e in un dato stadio della scienza,
può considerarsi acquisito, dotato di probabilità, oppure imprudente
e irragionevole, e quindi da respingere (cfr. Discorso alla Pontificia
Accademia delle Scienze, 31.10.1992, n. 13).
Riguardo allo sviluppo, Giovanni Paolo II ha sottolineato due aspetti. Il primo
riguarda ciò che appartiene all'orizzontalità dell'uomo e della creazione
(cultura, ricerca, tecnologia ecc.). Il secondo riguarda ciò che appartiene alla
verticalità, ossia a quanto è più profondo nell'uomo, dà senso all'essere
e all'agire, si colloca tra la sua origine e il suo fine, lo trascende e lo volge al
Creatore. Tali aspetti non sono uniformi, rettilinei e armoniosi. Tuttavia sono entrambi
necessari, per cui vanno gestiti saggiamente. Infine, l'intelligibilità attestata dalle
ricerche e scoperte delle scienze e dalle invenzioni e innovazioni tecnologiche non mostra
il mondo come puro cháos, ma come kósmos, ordine e leggi che è possibile
apprendere e pensare. Rinvia pure a quel «Pensiero trascendente e Logos originario» di
cui ogni cosa porta l'impronta (cfr. Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze,
31.10.1992, n. 14). Quest'impostazione dà pieno senso a un discorso sul progresso
umano, se esso riguarda il bene che può servire alla vera felicità dell'uomo
e il male che vi attenta, perseguendo potere, vanità e malizia (cfr. Gaudium et Spes,
n. 37). In questo senso esige una profonda riflessione antropologica ed etico-morale. Dà
pure senso a un discorso sul progresso culturale, se esso riguarda le grandi
speranze e le numerose antinomie di difficile soluzione finora analizzate. Soprattutto, se
riguarda pure il pericolo che la fiducia nelle scienze e nelle tecniche illuda l'uomo di
poter bastare a se stesso e lo distolga dai valori superiori (cfr. nn. 56-57). Infine, dà
pure senso a un discorso sul progresso scientifico, se riguarda una ricerca
veramente conforme a tutte le esigenze euristiche e morali finora indicate. A queste
condizioni, non vi potrà mai essere vero contrasto con le vere esigenze dell'uomo e della
verità e, quindi, della fede (cfr. n. 36). Come conclusione, appaiono molto pertinenti le
precisazioni del Catechismo della Chiesa Cattolica che, sotto diversi aspetti,
puntualizzano lo stato attuale del problema (cfr. nn. 2293-2294). Esse servono pure a
un'ulteriore riflessione sull'autentico progresso della scienza, della tecnica e della
cultura.
Dice la prima: «La ricerca scientifica di base, come la ricerca applicata,
costituiscono un'espressione significativa della signoria dell'uomo sulla creazione. La
scienza e la tecnica sono preziose risorse quando vengono messe al servizio dell'uomo e ne
promuovono lo sviluppo integrale a beneficio di tutti; non possono tuttavia, da sole,
indicare il senso dell'esistenza e del progresso umano. La scienza e la tecnica sono
ordinate all'uomo, dal quale traggono origine e sviluppo; esse, quindi, trovano nella
persona e nei suoi valori morali l'indicazione del loro fine e la coscienza dei loro
limiti» (CCC, 2293). La seconda aggiunge: «È illusorio rivendicare la neutralità
morale della ricerca scientifica e delle sue applicazioni. D'altra parte, i criteri
orientativi non possono essere dedotti né dalla semplice efficacia tecnica, né
dall'utilità che può derivarne per gli uni a scapito degli altri, né, peggio ancora,
dalle ideologie dominanti. La scienza e la tecnica richiedono, per il loro stesso
significato intrinseco, l'incondizionato rispetto dei criteri fondamentali della
moralità; devono essere al servizio della persona umana, dei suoi inalienabili diritti,
del suo bene vero e integrale, in conformità al progetto e alla volontà di Dio» (CCC,
2294). Ciò delinea bene il senso di un progresso autentico che rispetti, senza
confusioni, le esigenze della fede, della scienza, dell'umanità e della cultura.
Gualberto Gismondi
Vedi:
CULTURA; EPISTEMOLOGIA; ERMENEUTICA; ETICA DEL LAVORO SCIENTIFICO;
ETICA DELLO SVILUPPO; STORIA.
Bibliografia:
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