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Pragmatismo
Michele Marsonet
Fides et ratio, 89.
I. Introduzione - II. Il pragmatismo di Peirce,
James e Dewey - III. Il pensiero di Richard Rorty - IV. Osservazioni
conclusive.
I. Introduzione
Il «pragmatismo» è una corrente di pensiero nata negli Stati Uniti
dAmerica nella seconda metà del XIX secolo. Il suo fondatore Charles S. Peirce
intese reagire sia alla sterilità dellinsegnamento filosofico allora impartito nei colleges
americani, sia a quella che egli considerava la inutilità della
tradizione metafisica imperante in Europa. Sin dallinizio, dunque, il pragmatismo
assume connotazioni anti-metafisiche, dinamiche ed essenzialmente pratiche. Nei primi
decenni del XX secolo il pragmatismo ha conosciuto una grande fioritura, in particolare
grazie allopera di John Dewey. Dopo un periodo di oblio dovuto al prevalere nelle
università americane del neopositivismo logico, a partire dagli anni 70 si è
sviluppato un «neopragmatismo» che attualmente ha in Richard Rorty il
suo maggiore esponente. Mette conto notare che questa nuova forma di pragmatismo si è
oggi diffusa anche nellEuropa continentale.
In generale, i pensatori pragmatisti ritengono che la ricerca della
verità
o della certezza assolute sia unimpresa priva di senso, mentre
attribuiscono grande importanza al problema delloggettività;
si tratta, tuttavia, di una oggettività-per-noi, vale
a dire di una nozione sempre legata ai punti di vista,
sia individuali che collettivi, a partire dai quali gli esseri umani
entrano in contatto con la realtà e la valutano. Se, per esempio,
si riflette sul modo in cui acquisiamo le nostre credenze, è a loro
avviso facile accorgersi che le convinzioni che intratteniamo circa
il modo in cui è strutturata la realtà, e quindi le nostre rappresentazioni,
percezioni e teorie, formano un sistema articolato.
Molto spesso, tuttavia, sorgono credenze nuove che non risultano
facilmente conciliabili con quelle precedenti. In questo caso lo
schema proposto dai pragmatisti per spiegare il nostro comportamento
di fronte alle novità ha un carattere marcatamente darwiniano ( DARWIN,
VI), e si basa sul concetto di lotta per la sopravvivenza
(non dissimile, in fondo, dal metodo congetture-confutazioni
proposto da Karl R. Popper). Ciò significa che, quando emerge una
credenza nuova, cerchiamo di collocarla nella rete di credenze più
antiche, ed è chiaro che se loperazione riesce non sorgono
problemi. Ma non sempre le cose sono così semplici, e può darsi
il caso che una credenza nuova risulti, da un lato, altamente plausibile
e, dallaltro, sia in grado di modificare in profondità il
sistema. Ed è per questo che si assiste ad una lotta per la sopravvivenza
tra teorie, credenze e visioni del mondo; soltanto le più adatte
sopravvivono, poiché danno vita a spiegazioni migliori della realtà
circostante.
Le due nozioni-chiave su cui si regge ledificio speculativo del pragmatismo sono
«utilità» e «prassi». Partendo dallassunto
che tutti gli esseri umani condividono un insieme di percezioni e di rappresentazioni, i
suoi rappresentanti sostengono che ciò offre una base oggettiva per lazione. Tale
oggettività è tuttavia diversa da quella classica, intesa come rappresentazione
perspicua di una realtà indipendente dal soggetto. Si tratta piuttosto di una
oggettività debole, basata essenzialmente su criteri
inter-soggettivi, che è anche lunica di cui disponiamo. Ecco dunque che si può
parlare di teorie migliori di altre, rammentando che esse sono
migliori soltanto nel senso che ci permettono
provvisoriamente di organizzare in maniera più adeguata le
percezioni sensoriali. La lotta tra credenze e teorie di cui prima si diceva impedisce
tuttavia di attribuire allaggettivo migliori alcun carattere di
assolutezza, poiché dobbiamo riconoscere il carattere perennemente contingente della
nostra conoscenza.
Ne consegue, tra laltro, che (i) il significato di un concetto
è interamente determinato dalle conseguenze pratiche
della sua applicazione, e (ii) occorre rinunciare ad ogni filosofia
prima per abbracciare una visione del mondo priva di presupposizioni
metafisiche. Anche se è opportuno rilevare che vi sono significative
differenze tra i vari esponenti della corrente, non vè dubbio
che esista fra essi un consenso di base sulle tesi (i) e (ii). Da
queste ultime i pragmatisti derivano pure (iii) linutilità
di ogni teoria cartesiana (dualistica) della conoscenza, e (iv)
la tendenza di fondo verso il naturalismo, vale a dire
la riduzione di tutta la conoscenza ad elementi puramente naturali.
Verità ed oggettività sono interne alle pratiche cognitive
degli individui in primo luogo, e dei vari gruppi sociali in secondo
luogo.
II. Il pragmatismo di Peirce, James e Dewey
Il fondatore della corrente Charles S. Peirce (1839-1914) era convinto
che, se si può dare, in maniera accurata, una definizione di tutti
i fenomeni sperimentali concepibili implicati dallaffermazione
(o dalla negazione) di un concetto, allora si è definito il suo
intero significato. Questultimo, dunque, è riducibile alle
conseguenze sperimentali della sua applicazione. Non a caso lo stesso
Peirce riconosceva che il pragmatismo è in fondo una forma di positivismo.
A differenza di questultimo, tuttavia, esso non intende eliminare
la metafisica
quanto, piuttosto, dar vita ad un nuovo tipo di metafisica scientifica
escludendo concetti ed espressioni prive di riferimento alla realtà.
Sul piano epistemologico Peirce, a differenza di Descartes
e con spirito tipicamente darwiniano, sostiene che vi è continuità
tra le credenze umane e le aspettative degli animali, cosicché le
nostre indagini sulla natura derivano in linea diretta dallesplorazione
animale dellambiente. Le credenze, quindi, altro non sono
che disposizioni a comportarsi in un certo modo, e soltanto
le esperienze negative possono indurci ad abbandonarle. Il metodo
scientifico, daltro canto, consiste nel tentativo costante
di collocare i giudizi percettivi che ci vengono imposti dallesperienza
in un modello esplicativo composto da tre tipi di ragionamento:
a) la «abduzione», che consiste nella formulazione di
ipotesi volte a spiegare fenomeni che pongono problemi; b) la «deduzione»
di conseguenze dalle ipotesi abduttive; e c) la «induzione»
mediante la quale le suddette ipotesi possono essere verificate.
Nonostante il suo approccio chiaramente fallibilista, Peirce ipotizzò
che, almeno in linea di principio, è possibile immaginare la fine
dellimpresa scientifica. Essa si verificherebbe quando venisse
raggiunto da parte degli scienziati laccordo definitivo
circa la reale struttura del mondo (o, meglio ancora, delluniverso
globalmente inteso). Ne deriva che la verità non è la
mera corrispondenza tra enunciati e fatti. Essa è, piuttosto, il
limite ideale e ipotetico cui si può immaginare che
la ricerca scientifica giungerebbe se venisse proseguita abbastanza
a lungo. Ogni verità che pretenda di essere superiore a (e più perfetta
di) quella appena delineata è a suo avviso una mera finzione metafisica.
William James (1842-1910), il secondo grande rappresentante del pragmatismo
classico, fu più sensibile di Peirce ai temi etici e religiosi.
Il pragmatismo è anche per lui un metodo per valutare e risolvere
i problemi intellettuali. Egli mostra unimpazienza tipicamente
americana per la speculazione astratta; la verità di un enunciato
filosofico si può stabilire solo a patto di appurare qual è la sua
valenza pratica, vale a dire chiedendosi che cosa accadrebbe se
esso fosse vero. Pertanto, proprio come accade per qualsiasi attività
umana, anche la filosofia deve proporsi di risolvere i problemi
che incontriamo nella pratica quotidiana. È famosa la definizione
che James ha fornito di «vero» come «ciò che è
appropriato nel senso della credenza». Anticipando quanto
avrebbe in seguito affermato il secondo Wittgenstein, James identifica
il significato (e il valore) di unidea con il suo uso
( WITTGENSTEIN,
II). Ciò è altrettanto vero per le teorie: esse sopravvivono nella
misura in cui ci aiutano a risolvere i problemi pratici. Per esempio,
non rientrano in tale novero le teorizzazioni aristoteliche sullessere-in-quanto-essere,
dal momento che la loro verità o falsità non ha a suo parere alcuna
conseguenza pratica sul nostro modo di agire nel mondo.
Le teorie sono soltanto strumenti, e vanno giudicate soltanto in
base al loro successo. Che differenza fa se la realtà è indipendente dalla mente oppure
dipende da essa? Secondo James non vè modo di rispondere a tale domanda, e la sua
sfiducia si estende quindi allintera storia della filosofia tradizionalmente intesa.
Come già per Peirce, ma con virulenza ancora maggiore, la metafisica viene condannata in
quanto inutile dal punto di vista pratico. Nel corso di una conferenza
tenuta nel 1907 alla Columbia University di New York, James affermò che è
possibile e lecito immaginare universi alternativi a quello che conosciamo: ad esempio, un
universo in cui linterazione causale potrebbe non esistere. Nella medesima occasione
il pensatore pragmatista definì il «vero assoluto» (vale a dire ciò
che nessuna esperienza successiva potrà modificare) come il «punto di fuga
ideale» verso cui immaginiamo che debbano convergere un giorno tutte le nostre
verità provvisorie. È tuttavia ovvio che tale giorno non è
specificabile, ragion per cui altro non possiamo fare che vivere nel presente, con ciò
che di vero abbiamo a disposizione oggi. La conclusione è che le grandi teorie
scientifiche e metafisiche del passato furono certamente strumenti adeguati per secoli, ma
ciò non ci impedisce di vedere che quei limiti sono stati oltrepassati dalla nostra
esperienza. Le cose che in passato si ritenevano assolutamente vere si sono poi dimostrate
vere soltanto in riferimento ai limiti di cui sopra, lasciandoci quindi con la
constatazione che verità e relativismo, lungi dallessere incompatibili,
costituiscano in realtà due facce della stessa medaglia. Ma i limiti stessi sono, in
fondo, casuali e contingenti, e nessun elemento aprioristico impediva ai nostri antenati
di superarli.
Come si diceva prima, James è molto più interessato di Peirce alletica e alla
religione. La connessione tra il vero e il
buono è assai evidente nel suo pensiero, ma assume una
connotazione ben diversa da quella classica. Se vero è ciò che funziona o comporta
risultati soddisfacenti sul piano dellesperienza, allora è ovvio che il
buono si identifica con quanto ci conviene
credere. Ecco quindi che dalla teoria pragmatica della verità discende una teoria
pragmatica delletica. Le distinzioni fra buono e
cattivo, giusto ed errato,
vero e falso si analizzano partendo dalle stesse premesse e
utilizzando la stessa metodologia. Si parte sempre da un problema concreto riguardante il
nostro comportamento, chiedendosi: È giusto compiere questa azione per ottenere
quel risultato?, e la risposta dipende dalle conseguenze
soddisfacenti o meno che lazione è in grado di garantire.
Per assurdo, e valutando nel modo migliore possibile la situazione in cui ci si trova ad
operare, il furto può apparire giustificato per risolvere un determinato problema
pratico. Tuttavia, dopo unattenta analisi della situazione, ci si renderà conto che
esso può causare conseguenze molto spiacevoli, ragion per cui il soggetto razionale sarà
portato a concludere che il furto non è dopo tutto una soluzione
che funziona ed è, di conseguenza, errata. È
tuttavia ovvio che James non è in grado di fornire princìpi morali assoluti e vincolanti
(né vuole farlo), anche in vista del fatto che si possono facilmente immaginare
situazioni in cui il furto paga (ad esempio, quando si è abbastanza sicuri
dellimpunità). La sua risposta alle obiezioni che gli furono rivolte è che
dobbiamo sempre partire da dove siamo; in altri termini, altro non
abbiamo a disposizione che ipotesi, e ciò significa che il punto di vista soggettivo è
comunque preponderante.
Dovrebbe essere facile, a questo punto, comprendere latteggiamento
di James in materia di religione, atteggiamento considerato scandaloso
da molti suoi contemporanei. Egli pensa infatti che sia del tutto
giustificato credere nel senso religioso del termine,
anche se ammette che tale atteggiamento non trova alcuna giustificazione
sul piano puramente razionale ( FIDEISMO).
Se non possiamo valutare unipotesi in base alla sola esperienza,
e se entrano in gioco emozioni e passioni, allora saranno ancora
una volta le conseguenze pratiche a decidere ciò che è giusto o
errato. Senza dubbio le credenze religiose non possono essere verificate
o falsificate in maniera empirica. Tuttavia è giusto accettarle
per gli effetti benefici che esse hanno sulla nostra vita. Occorre
pertanto staccarsi sia dai teologi, che invitano ad accettare la
verità di tali credenze senza poterle dimostrare, sia da certi scienziati
e filosofi, che si ostinano a valutarle in termini meramente scientifici.
Ancora una volta, James ci invita ad essere pragmatici chiedendosi
quali siano i loro effetti nella vita di ogni giorno.
Non vè dubbio, a suo avviso, che le credenze religiose abbiano effetti
largamente positivi. Ecco perché la «volontà di credere», titolo di
una delle sue opere più famose (The Will to Believe, 1897), svolge in questo
contesto un ruolo fondamentale. Lintellettuale pragmatista, anche se è in pratica
costretto a dubitare, non può assumere un atteggiamento dogmatico a tale riguardo. Egli
noterà che per molti individui le credenze religiose funzionano, nel
senso di assicurare una vita più felice. E, nella misura in cui assicurano questo
risultato, esse sono vere, anche se laggettivo non deve essere
considerato in assoluto, ma in riferimento a un certo gruppo di
persone. Secondo James, questo è il modo migliore per risolvere le controversie
religiose, rimuovendole dalla giurisdizione dei teologi e degli scienziati.
John Dewey (1859-1952) ha ridato nuova linfa al pragmatismo nel XX
secolo. Negando che esistano un soggetto ed un oggetto
della conoscenza nettamente separati sul piano ontologico ( IDEALISMO),
egli afferma che tale distinzione ha un carattere meramente pratico,
poiché i nostri processi cognitivi si collocano in un continuum
unitario consistente in una serie di stimoli e di aggiustamenti
riferiti alle situazione concrete. La conoscenza è dunque una transazione,
vale a dire un processo che non avviene fra termini fissi e definiti
in partenza, bensì fra termini che si determinano e si strutturano
nel processo stesso. Dewey ebbe in gioventù una formazione idealista
basata su Hegel e, soprattutto, su esponenti dellidealismo
britannico dellOttocento come Francis Bradley (1846-1924)
ed Ellis McTaggart (1866-1925). Più tardi conobbe il pragmatismo
di James e Peirce, apportando alla stessa corrente pragmatista contributi
di grande originalità. Tuttavia non rinunciò mai alla tesi di fondo
di derivazione hegeliana dellidentità
tra esperienza e storia.
Il suo pensiero passa ben presto dallidealismo a un naturalismo
assai marcato, in cui le relazioni tra soggetto e oggetto sono identificate
con i rapporti fra lorganismo e lambiente di cui esso
è parte integrante. È il processo evolutivo della natura a costituire,
analogamente a quanto accade nella filosofia di Peirce, il punto
di partenza per spiegare tutto il resto, ed è ancora tale processo
ad originare la varietà di forme di vita che noi conosciamo, tra
le quali vi sono pur sempre legami di continuità e non cesure. Dalloriginario
idealismo si passa, dunque, a un Hegel interpretato con lenti darwiniane.
Inoltre, dal punto di vista pragmatista la dimensione logica fa parte integrante della
dimensione pratica, dal momento che logica e prassi non possono essere separate
artificialmente da barriere rigide. In tale senso sussistono somiglianze tra la concezione
pragmatista e in particolare deweyana della logica (e del
linguaggio) e le tesi dellultimo Wittgenstein. Lattitudine critica di Dewey
nei confronti della logica formale di Frege e dei Principia Mathematica di
Russell e Whitehead va quindi cercata nel fatto che, a
suo avviso, questo tipo di logica non è in grado di catturare lenorme complessità
del mondo reale. Secondo la sua prospettiva la logica è significante soltanto nel più
vasto contesto della metodologia della ricerca, e in tale contesto essa gioca un ruolo
prezioso ma strumentale.
Anche per quanto riguarda la questione dei valori, Dewey adotta una linea di pensiero
nettamente naturalistica e anti-metafisica: le discussioni sui valori sono importanti, ma
la filosofia tradizionale le ha impostate in modo errato dando vita a pseudo-problemi.
Oggi siamo in grado di comprendere tutto ciò grazie alla scienza, che ci ha fornito
conoscenze assai maggiori di quelle che avevano coloro che ci hanno preceduto nel corso
della storia, e una filosofia degna di questo nome non può ignorare la situazione
attuale. La filosofia deweyana propone una visione del mondo che è, al contempo,
radicalmente empiristica, naturalistica e immanentistica: i valori hanno senso soltanto
nella misura in cui riflettono i processi reali della Natura. I valori sono dunque
fatti, che vengono scoperti al pari degli altri fatti e sono legati
alla nostra esperienza del mondo.
A partire dagli anni 30 del XX secolo, periodo in cui Dewey era
ancora in piena attività, il pragmatismo conobbe negli Stati Uniti
una fase di pesante declino. In Europa daltro canto, a parte
alcuni eccezioni, esso non era mai stato realmente popolare, ed
occorre attendere gli ultimi decenni per assistere ad una significativa
diffusione delle sue tesi oltre i confini statunitensi. Negli anni
30, il centro mondiale di irradiazione delle tesi neopositiviste
e analitiche si trasferì dallEuropa agli Stati Uniti dAmerica
dopo lavvento del nazismo in Germania. Si noti che neopositivismo
e pragmatismo non sono molto dissimili; entrambi nutrono un interesse
primario per la scienza, manifestano tendenze anti-metafisiche e
partono da presupposti empirico-naturalistici. Tuttavia i neopositivisti
erano scientisti, mentre per i pragmatisti la scienza
è solo una fra le tante forme di conoscenza possibili. Si verificò
quindi uno scontro tra monismo e riduzionismo neopositivista da
un lato, e pluralismo e anti-riduzionismo pragmatista dallaltro
( POSITIVISMO,
II).
Occorre attendere la pubblicazione nel 1951 del celebre articolo
di Willard Quine (1908-2000), Due dogmi dellempirismo,
che mette in crisi la rigida distinzione neopositivista tra analitico
e sintetico, per assistere ad una ripresa di interesse per il pragmatismo
nel contesto filosofico americano. Ma è soltanto a partire dagli
anni 70, con la svolta neopragmatista di autori come Nicholas
Rescher e Richard Rorty, che tale ripresa di interesse si riverbera
anche sul piano accademico. La svolta, condivisa in anni più recenti
anche da Hilary Putnam (n. 1926), conduce ben presto ad una rifioritura
del pragmatismo e alla diffusione capillare delle sue tesi in Europa.
Anche per i neopragmatisti dei nostri giorni vale losservazione
di William James secondo cui il soggetto conoscente non è uno specchio
che riflette in modo passivo un presunto ordine esterno
pre-esistente, bensì un attore che codetermina la verità.
Non si può quindi scindere con una cesura netta contrariamente
a quanto sostengono i neopositivisti i fatti
dai giudizi di valore. Ciò che è importante stabilire
è il primato della prassi: non esiste qualcosa come
il metodo in grado di risolvere ogni problema scientifico
e filosofico.
III. Il pensiero di Richard Rorty
Non vè dubbio che oggi il neopragmatismo è in larga parte
identificato con la filosofia di Richard Rorty (n. 1931), autore
i cui testi stanno attualmente conoscendo un grande successo anche
in Europa. Partito da posizioni analitiche, egli ha in seguito contestato
la svolta linguistica (linguistic turn) inaugurata
da Gottlob Frege (1848-1925) e poi proseguita da Betrand Russell
e Ludwig Wittgenstein. Rorty sostiene che tale svolta intendeva
assicurare alla conoscenza filosofica uno spazio a priori
nel quale né la storia né le scienze naturali e sociali potessero
interferire. Lanalisi linguistica veniva quindi considerata
una sorta di filosofia prima, e ciò spiega perché in
ambito analitico si sia verificata, invece della morte della metafisica
invocata dai neopositivisti logici, la rinascita di una metafisica
in cui il linguaggio diventa lelemento fondante ( POSITIVISMO,
II-III). Rorty pensa invece che la conoscenza non abbia bisogno
di alcun fondamento, in quanto è possibile dar vita ad una visione
della realtà priva di condizioni. La significanza di
un enunciato a suo avviso non dipende da una presunta corrispondenza
tra linguaggio da un lato e mondo dallaltro, bensì dai rapporti
di coerenza interna tra gli stessi enunciati. Il loro significato
dipende dalle pratiche sociali degli individui: è insomma
la nozione tardo-wittgensteiniana di «gioco linguistico»
a svolgere il ruolo di asse portante nel suo ragionamento. Linscindibilità
di osservazione e teoria conduce come aveva già osservato
Quine alla relativizzazione di ogni discorso sul mondo,
il che significa che non è lecito affermare che il mondo rappresenta
il criterio ultimo per distinguere il vero dal falso. In altre parole,
accettando lanalisi di Rorty risulta impossibile pena
la caduta nel ragionamento circolare separare il mondo
dalle teorie da noi costruite e utilizzate per parlarne.
Sul piano etico-politico ciò significa che ogni appello a criteri filosofici ultimi
porta in un vicolo cieco, poiché impedisce di vedere che la cornice del particolare gioco
linguistico in cui siamo inseriti è lunica prospettiva che ci è data; si può
senzaltro privilegiarla, ma il farlo senza comprenderne il carattere relativo
conduce a conseguenze spiacevoli. La verità pertiene agli enunciati e i nostri vocabolari
Rorty sostiene non vengono scoperti, ma
creati; ne risulta che ogni appello a fondamenti filosofici puramente
oggettivi conduce allautoindulgenza retorica o alla sopraffazione dei nostri simili.
Nessun gioco linguistico può quindi essere visto sotto la luce delleternità. Le
radici delle credenze umane non vanno dunque ricercate in modelli di tipo platonico o
cartesiano. Rorty li considera astorici e atemporali e, quindi, irrealistici. Tali radici
risiedono piuttosto nella conversazione, elemento fluido, dinamico e
in perenne divenire. La conversazione non cerca di fuggire dalla
storia inventando modelli eterni e fissando una fine
arbitraria delle pratiche umane. Credenze e valori non hanno fondamenti filosofici certi
né giustificazioni sicure. Quando la nostra visione del mondo che è poi
quella dellOccidente progredito e industrializzato viene contestata,
tutto ciò che possiamo fare è sottolineare i motivi pratici e sentimentali che ci
inducono ad adottarla, senza daltro canto essere in grado di avanzare una difesa
filosofica che la renda inattaccabile. Rorty propone un liberalismo da lui definito
«ironico, borghese e post-moderno», in fondo ripiegato su se stesso,
il quale non si propone affatto di convincere i suoi contestatori ricorrendo ad argomenti
forti che egli giudica impossibili. Al liberale ironico rortyano, che
ha definitivamente abbandonato il progetto di cercare o di costruire dei fondamenti, altro
non resta quale punto di riferimento che la specifica comunità in cui è cresciuto e
nella quale è stato educato seguendo norme e modelli localmente
condivisi. È soltanto in quella comunità che egli può a tutti gli
effetti riconoscersi e collocare il suo io, mentre deve nello stesso tempo rinunciare
allaspirazione, tipica di Dewey, di estendere la società liberale allintero
pianeta.
Lo scopo della filosofia è aiutare gli esseri umani a liberarsi dal linguaggio che
attualmente usano quando esso diventa obsoleto, e creare linguaggi nuovi che li pongano in
un rinnovato senso di sintonia con la realtà. Ecco perché non è possibile parlare di
princìpi eterni o di valori assoluti: «In questottica, la fondazione più
adeguata per una democrazia liberale sta nella convinzione dei suoi cittadini che le cose
andranno meglio per tutti, se a ogni nuova metafora sarà fornito un ascolto, se non si
riterrà nessuna credenza o nessun desiderio sacro a tal punto da rifiutare
automaticamente una metafora che lo metta in pericolo. [Occorre] ammettere che i termini
in cui fissiamo le nostre speranze e credenze comuni sono destinati a diventare obsoleti,
che avremo sempre bisogno di nuove metafore, di nuovi spazi logici, di nuovi gerghi, che
non esisterà mai un luogo definitivo di arresto del pensiero» (R. Rorty, Scritti
filosofici, vol. II, pp. 18-19).
Le rivoluzioni scientifiche che hanno modificato la storia, le rivelazioni che fondano
le grandi religioni diventano, allora, nullaltro che episodi di una conversazione
fluida, magmatica, inarrestabile e in perpetuo divenire. Le loro origini sono in ogni caso
umane, e ciò consente a Rorty di dar vita ad una riscrittura totale
della nostra storia. Storia che, daltro canto, si identifica in maniera pressoché
completa con la realtà: i confini tra lumano e il non-umano vengono annullati,
mentre il concetto di razionalità viene investito da una sorta di
mutazione genetica: «La prima volta che qualcuno disse lunica
legge è lamore oppure la terra gira intorno al sole,
in generale deve essergli stato risposto: allora, stai parlando in senso
metaforico. Ma, cento o mille anni più tardi, le stesse proposizioni possono
essere candidate a una verità letterale. Le nostre credenze, nel frattempo, sono state
ritessute per fare spazio a queste verità. Considerare le proposizioni metaforiche come
proposizioni che precorrono nuovi usi del linguaggio, usi che possono mettere in ombra o
cancellare vecchi usi, è considerare la metafora sullo stesso piano della percezione e
dellinferenza, piuttosto che attribuirle una funzione meramente
euristica o ornamentale. Più in particolare, è
considerare la verità come qualcosa che non si trova già al nostro
interno. Piuttosto, si tratta di qualcosa che può diventarci disponibile soltanto grazie
ad un genio dotato di particolare temperamento. Una tale concezione della verità
legittima le metafore dellascolto: una voce da lontano, un Ruf des Gewissens»
(R. Rorty, ibidem, pp. 20-21).
A partire da tali considerazioni in cui assolutamente tutto, inclusa la Rivelazione
cristiana, viene immanentizzato e relativizzato, Rorty avanza lutopia di una
democrazia diffusa a livello planetario, una sorta di cosmopoli in cui
multiculturalismo ed eterogeneità diverrebbero pratiche predominanti. Si tratta di una
società ci dice il nostro autore in cui la tortura, o la chiusura
di ununiversità o di un giornale, susciterebbero reazioni negative tanto a casa
nostra quanto in ogni altra nazione. In questo futuro di cui Rorty ammette apertamente il
carattere utopico le diverse tradizioni culturali non dovrebbero avere influenza alcuna
sulle decisioni di carattere politico. A quel livello, infatti, vi sarebbe una tradizione
sola: quella della costante vigilanza contro ogni tentativo dei ricchi e dei forti di
opprimere i poveri e i deboli. Alle tradizioni culturali non verrebbe mai consentito di
giustificare lineguaglianza delle opportunità. Il ruolo dei filosofi in una simile
utopia sarebbe utile, anche se tutto sommato marginale. Secondo Rorty, come toccò a
Tommaso dAquino mediare tra lAntico Testamento e Aristotele,
a Kant mediare tra il Nuovo Testamento e Newton, e a
Bergson e a Dewey mediare tra Platone e Darwin, così
potrebbe toccare in sorte ai filosofi del futuro tentare una mediazione fra il linguaggio
egualitario della nuova cosmopoli e quello esplicitamente anti-egualitario di molte
tradizioni culturali. Legualitarismo dovrà pertanto essere inserito lentamente nel
linguaggio delle tradizioni per far sì che cessi ogni distinzione tra i pochi che
possiedono la Verità e i molti che invece ne sono privi.
Con Rorty, dunque, il relativismo implicito nelle tesi dei pragmatisti
classici diventa evidente e programmatico. Non a caso egli parla
di «fine della filosofia», ed è considerato uno dei
principali esponenti, oltre che del neopragmatismo, anche di quello
che oggi si definisce «pensiero post-moderno». Rorty
è anche impegnato nelloperazione di riavvicinamento tra la
filosofia analitica e la tradizione ermeneutica: secondo la sua
interpretazione Ludwig Wittgenstein e Martin Heidegger non sono
affatto pensatori alternativi, bensì filosofi che, utilizzando
un linguaggio diverso, arrivano a conclusioni parzialmente analoghe.
IV. Osservazioni conclusive
In conclusione, per il pragmatismo vecchio e nuovo la filosofia
non è una ricerca della verità in sé, bensì uno strumento
per assicurare al genere umano una vita migliore. Poiché è impossibile
trovare dei fondamenti sicuri, siamo autorizzati a credere a ciò
che ci è utile. La filosofia ha pertanto un valore meramente
strumentale. La critica di fondo che si può rivolgere a questa corrente
del pensiero contemporaneo è piuttosto scontata. I pragmatisti parlano
della filosofia come strumento per migliorare la nostra
condizione, nel senso che essa dovrebbe aiutarci a condurre una
buona vita. Tuttavia, una volta abbandonata la nozione
di verità oggettiva, come è possibile definire in cosa
consistono tale miglioramento e tale bontà?
E in assenza di criteri oggettivi, come può il pragmatista appurare
quali teorie filosofiche ci sono realmente utili? Qual
è il criterio usato in questo caso? È piuttosto difficile sfuggire
allimpressione che egli ci fornisca dei metodi meramente arbitrari
per scegliere tra diverse alternative. La replica dei pragmatisti
è che non esistono risposte finali: questa è semplicemente la condizione
umana sin dalle origini della nostra storia. Non vè modo di
ancorare la verità di credenze e teorie a qualcosa che trascende
le nostre esperienze e necessità immediate. Si tratta di riconoscere
tale dato di fatto con onestà, senza continuare a coltivare le illusioni
generate dal pensiero filosofico e religioso tradizionale.
Abbiamo in precedenza osservato che il neopragmatismo oggi popolare
negli Stati Uniti e in Europa ha connotazioni prevalentemente rortyane,
mentre la riscoperta da parte di Putnam del pensiero di William
James è piuttosto recente. È tuttavia utile rammentare brevemente
la posizione di almeno un altro pragmatista dei nostri giorni, lamericano
Nicholas Rescher (n. 1928), il quale fornisce della corrente filosofica
oggetto della nostra analisi uninterpretazione assai diversa
rispetto a quella rortyana. Rescher distingue tra un più flessibile
«pragmatismo soggettivo» ed un «pragmatismo oggettivo»
più conservatore. A suo avviso coloro che si interessano al pragmatismo
dal punto di vista storico tendono a dimenticare che, sin dalle
sue origini, una sostanziale divaricazione è presente in questa
corrente di pensiero. Si tratta per lappunto di un pragmatismo
di tipo soggettivo che perviene a conclusioni relativistiche, e
di un pragmatismo oggettivo che concepisce le proprie tesi come
mezzi per raggiungere posizioni accettabilmente sicure sul piano
cognitivo. In entrambi i casi si cerca di garantire il pluralismo,
tanto a livello speculativo quanto nella condotta concreta degli
affari umani. Tuttavia il significato attribuito al termine «pluralismo»
è piuttosto diverso. Rescher vede in Peirce e C.I. Lewis i tipici
esponenti del pragmatismo oggettivo, mentre James, F.S.C. Schiller
e Rorty sarebbero i rappresentanti principali del pragmatismo soggettivo.
A Dewey viene infine attribuita una posizione intermedia. Anche
un pragmatista del primo tipo concepisce lefficacia pratica
come metro di giudizio delle proprie indagini; tuttavia non vi è
a suo avviso alcuna necessità di trarre conclusioni relativistiche
da questo quadro, poiché la presenza di una realtà naturale che
sottende i dati a nostra disposizione impone dei limiti precisi
alle nostre opinioni personali ( REALISMO).
Questi limiti sono oggettivi (per quanto non in senso
assoluto), e possono essere trascesi come fa Rorty
a livello verbale, ma non nella sfera delle deliberazioni razionali
che sottendono le nostre azioni.
Occorre infine rammentare alcune spiacevoli conseguenze che si possono logicamente
ricavare dalla visione etico-politica rortyana. Come già si è accennato in precedenza,
Rorty non concorda con i molti autori contemporanei che insistono sulla necessità di
rifondare la teoria della democrazia. La sua opinione è che la democrazia non abbia
né richieda fondamenti, e che lidea di trovare per essa
delle fondazioni filosofiche sicure sia profondamente errata. Non solo: egli non ritiene
la filosofia particolarmente rilevante ai fini dei comportamenti politici e morali, ed è
ad esempio possibile concordare con tutto quanto Nietzsche ha affermato, senza per questo
cessare di essere dei buoni liberaldemocratici. Daltro canto lintellettuale
che non adotta un approccio ironico alla realtà e alla vita «rischia di perdere
il senso della finitezza e della tolleranza che risulta dal capire quante visioni
sinottiche ci sono state e quanti pochi argomenti si possono dare per scegliere tra
loro». Si noti per inciso che qui è stato usato il verbo
«scegliere», e questo fatto ci porta nel cuore del problema che
dobbiamo dirimere analizzando il liberalismo ironico rortyano. La
scelta, infatti, è latto fondamentale che tutti noi dobbiamo
compiere quando si tratta di giustificare la visione del mondo cui diamo la nostra
adesione, e la scelta stessa non avviene sul nulla, né può essere compiuta basandosi
soltanto sullironia: occorre qualcosa di più che risalga, al contempo, alle ragioni
che lhanno determinata e alle conseguenze che da essa ci attendiamo.
Se ora rammentiamo che nella visione rortyana non esistono punti di riferimento
incrollabili, e che loggettività si raggiunge mediante il maggior accordo
inter-soggettivo possibile, non desta sorpresa il fatto che il filosofo americano non veda
strategie che possano appurare in modo sia plausibile che definitivo la superiorità di un
ordinamento sociale e politico rispetto ad un altro. Eppure, Rorty si dice certo
che la forma di vita cui hanno dato luogo le società liberaldemocratiche
dellOccidente sia la migliore fra quelle finora elaborate dallumanità nel
corso della sua storia. Tuttavia, se qualcuno gli chiede perché egli
manifesti certezza a questo proposito, il nostro autore si rifiuta di fornire risposte
precise. Da un lato, Rorty si rifugia nel quadro concettuale che gli viene fornito
soprattutto dal secondo Wittgenstein, affermando che la lotta per alleviare la sofferenza
degli altri non si basa su ragioni che chiunque può condividere, ma su un background
contingente che deriva dalla nostra particolare forma di vita. Dallaltro fa ricorso
ai buoni sentimenti, sostenendo che ciò che conta è una solidarietà umana affidata alla
volontà degli individui.
Ciò che insomma ci preme far rilevare è che il liberalismo ironico non è una
posizione che aiuti gli esseri umani a districarsi in situazioni che richiedono delle
nette scelte di campo. Esso può essere sostenuto da un intellettuale che ha già un ricco
patrimonio ideologico alle spalle, ma diventa inutile per un individuo più umile e meno
acculturato il quale, pur afflitto da gravi lacune sul piano dellistruzione formale,
si trova tuttavia di fronte alla necessità di compiere una scelta. Ladesione
rortyana alla liberaldemocrazia è, più che altro, un fatto
volontaristico, un appello ai sentimenti che, in quanto tale, è
passibile di cambiamenti di rotta anche drastici. Lappello di Rorty ai buoni
sentimenti non è in grado di confutare laffermazione che, se si parte da tali
premesse, il nostro vocabolario razionalistico e illuminista e quello usato, per esempio,
dai nazisti sono allo stesso livello, in quanto entrambi altro non rappresentano che modi
alternativi (ma egualmente legittimi) di descrivere i fatti.
Ovviamente Rorty si accorge che il problema esiste, e che se alla libertà non può
assegnarsi alcuno status morale e metafisico privilegiato diventa assai arduo
sostenere il liberalismo. La sua risposta, tuttavia, è ancora una volta sfuggente e fa
ricorso alla strumentazione offerta dalla filosofia del linguaggio wittgensteiniana. Egli
parla infatti di contrasto tra forme razionali e forme irrazionali di persuasione
allinterno di un gioco linguistico, giacché «quel che conta alla fine
sono i mutamenti di vocabolario e non i mutamenti di convinzione, il cambiare dei
candidati a un valore di verità e non il cambiare del valore di verità».
Assimila inoltre la razionalità alla coerenza interna, scordando il
fatto che le grandi dottrine totalitarie sono tuttaltro che incoerenti.
Di questo passo, se è vero come Rorty afferma che la fedeltà alle istituzioni
«non è più relativa a una giustificazione fondata su premesse ben note e
comunemente accettate ma anche non più arbitraria della scelta
dei propri amici o dei propri eroi. Questultima non avviene in riferimento a
criteri», allora è necessario concludere che la scelta a favore di un qualsiasi
modello socio-politico incluso quello liberaldemocratico è in
fondo equiparabile a quella della squadra o dellatleta per cui si fa il tifo: chi è
in grado di dire perché, in un certo periodo della nostra adolescenza, abbiamo scelto una
squadra piuttosto di unaltra? Se tutti i vocabolari sono allo stesso livello, e se
inoltre lunico criterio disponibile è quello dei buoni sentimenti, non vè
alcuna ragione di attendersi che gli individui preferiscano la democrazia a qualche tipo
di totalitarismo.
Michele Marsonet
Vedi: METAFISICA;
POSITIVISMO; RUSSELL, B.; WITTGENSTEIN, L.
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