> >
Miracolo
Giuseppe Tanzella-Nitti
Concilio di Efeso, DH 260; DH 2753; DH 2779; Concilio Vaticano I, DH 3009, 3034; Pascendi, DH 3485; Humani generis, DH 3876; Dei Verbum, 4; Lumen gentium, 5; Giovanni Paolo II , Catechesi sul significato dei miracoli, 11 novembre 1987 - 13 gennaio 1988 ; PCB, Istruzione sulla verità storica dei Vangeli, DH 4404 ; CDF, Istruzione sulle preghiere per ottenere da Dio guarigione, 23.11.2000, OR 24.11.2000, p. 7.
I. Dimensione religiosa dei miracoli e specificità
cristica del miracolo - II. I miracoli narrati dai Vangeli: storicità
e significato - III. Il miracolo nellinsegnamento e nella
tradizione ecclesiale - IV. La critica del pensiero filosofico e
di alcune correnti bibliche alla possibilità e al significato del
miracolo - V. Possibilità e conoscibilità del miracolo nel contesto
della razionalità scientifica - VI. Presenza e attualità del miracolo
nellesperienza della fede - VII. Osservazioni conclusive:
il miracolo nella dinamica del rapporto fra scienza e fede.
I. Dimensione religiosa dei miracoli e specificità cristica del
miracolo
Come la nozione di mistero,
anche quella di «miracolo» (dal lat. miror, meravigliarsi)
ha per ambito naturale ed originario quello religioso, sebbene ambedue
si prestino ad una varietà di comprensioni e di impieghi lessicali
che ne hanno fatto inevitabilmente migrare il significato anche
verso altri contesti. Miracolo indica qualcosa fuori dellordinario,
che rimanda ad una sfera di possibilità e di attività che oltrepassano
quanto luomo è abituato a conoscere ed esperire nella sua
vita quotidiana. Di qui il suo naturale collegamento con un ambito
di forze e di possibilità che appartengano a qualcosa o a qualcuno
che sia altro-dalluomo, e dunque la comprensione
del miracolo come un intervento degli dèi o di Dio nel mondo degli
uomini. Sotto questo profilo, il miracolo accompagna da vicino la
fenomenologia della religione
e ne condivide in qualche modo gli esiti. Può essere cioè espressione
di genuina apertura alla trascendenza e alla possibilità di una
rivelazione divina, confortata in ciò da un corrispondente giudizio
di ragionevolezza filosofica; oppure degenerare in una credulità
separata dallesercizio della razionalità, ansiosa di trovare
il divino in ciò che non è tale, o peggio cercando di assoggettarlo
ai propri scopi, imitandone le opere nella contraffazione e nella
pratica della magia ( MISTERO,
V). La nozione di miracolo rimanda principalmente allidea
di prodigio o di opere portentose, appunto
a motivo del suo riconoscimento quale intervento del divino che
irrompe negli spazi e nei tempi dellordinario; ma non trascura
un certo collegamento anche con lidea di meraviglia e di stupore
di fronte alla natura, al reale, alle cose, volendo con ciò indicare
quella semplice esperienza con cui luomo accede a strati più
profondi di intellezione e di contemplazione dellessere, mostrandosi
così capace di riconoscere il divino anche in ciò che è ordinario.
È in questo senso che parliamo, ad esempio, del miracolo della
vita o del miracolo della tecnica, rimandando
in questultimo caso, indirettamente, alla nostra sorpresa
di fronte allintelligenza umana che ha reso quella tecnica
possibile.
In questo contributo cercheremo di sviluppare maggiormente quegli aspetti del miracolo
più sensibili ad un confronto con le scienze, rimandando il lettore alla prima sezione
della Bibliografia per una trattazione generale del tema (cfr. in particolare, in chiave
storica: Marcozzi, 1957; per una prospettiva successiva al Vaticano II: Latourelle, 1987,
1990 e 1995; Uricchio 1988; Lorizio, 2000). La valenza interdisciplinare del miracolo è
palese sia nei confronti del pensiero filosofico che di quello scientifico. Come vedremo,
la sua comprensione ed il suo riconoscimento si rapportano, già in ambito filosofico, in
modo assai stretto alla nozione di leggi naturali e
allepistemologia che vi soggiace, mentre in ambito teologico sorgono i temi della
significatività del miracolo come segno di credibilità della fede in un mondo dominato
dalla razionalità scientifica e dellaccesso storico a tale genere di eventi,
principalmente ai miracoli di Gesù di Nazaret, ai quali la tradizione ecclesiale ha
sempre attribuito grande importanza per suffragare la sua fede nella natura divina del
Cristo, Verbo incarnato. Su un livello diverso, e in qualche modo interno alle scienze, si
potrebbe anche porre la questione di quali siano la natura ed il valore del
paranormale; alla teologia, dal canto suo, può convenire in alcune
circostanze operare un chiarimento circa la specificità del
soprannaturale nei confronti di altre manifestazioni o fenomenologie
che non sono di sua competenza. È probabilmente a causa di queste delicate relazioni e
dellampiezza del campo semantico sotteso (fonte talvolta di forti ambiguità), che
la teologia pare aver ridotto alquanto, negli ultimi decenni, luso della parola
«miracolo» nella sua terminologia. Potrebbe forse sorprendere che
nelle quattro grandi costituzioni del Concilio Vaticano II il termine compaia soltanto due
volte (cfr. Lumen gentium, 5; Dei Verbum, 4), inducendo qualcuno a pensare
che si stia forse vivendo unepoca di crisi di confidenza nei
riguardi del miracolo. È comunque vero che la teologia e il Magistero della Chiesa hanno
progressivamente concentrato la loro riflessione ed il loro insegnamento essenzialmente
sui miracoli di Gesù, segnalando che questi rimandano alla sua persona, al soggetto che
li compie, del quale rivelano qualcosa: non sarebbe possibile parlare
pertanto dei miracoli senza un approccio teologico integrale a Gesù di Nazaret e al
mistero della sua reale identità.
La teologia ha compiuto in tal modo una riconduzione ermeneutica
dei miracoli al Miracolo, collocando il
cuore di questultimo nella resurrezione
di Gesù Cristo, evento e mistero che rappresenta come lapice
della Rivelazione divina, alla luce della quale è possibile comprendere
il senso globale della sua Incarnazione, passione e morte di croce,
come pure dellinvio dello Spirito Santo alla Chiesa ( SPIRITO,
II). Si impone pertanto una distinzione teologica fra miracoli e
Miracolo. La teologia, in sostanza, non avrebbe alcun interesse
a parlare dei miracoli come puri eventi straordinari e portentosi,
se non in riferimento a ciò che essi rivelano di Gesù Cristo e a
ciò che Gesù Cristo rivela per mezzo di essi. Tale riconduzione
è importante anche ai fini della discussione interdisciplinare,
in quanto il terreno sul quale la teologia è chiamata a dare ragione
del miracolo non può mai restringersi alla sua attendibilità storica
o, per la sua natura di evento inspiegabile, alla sua verificabilità
scientifica: in teologia il miracolo deve restare ancorato al suo
significato di segno che interpella luomo, che rimanda ad
unirruzione di Dio nella storia, segno la cui finalità non
è sorprendere luomo provocando la sua ammirazione, ma mostrargli
tutto il suo amore salvifico liberandolo dal peccato e dalla morte.
La comprensione del miracolo cristiano non si limita ad inverare
la conclusione che Dio è in mezzo a noi, ma vuole far davvero
intendere che Dio è per noi.
II. I miracoli narrati dai Vangeli: storicità e significato
1. Terminologia dei miracoli nella Sacra Scrittura. NellAT
i termini più usati per indicare gli interventi miracolosi
di Dio (cfr. Uricchio, 1988) insistono sui concetti di «segno»
(eb. ôt ), di «opera prodigiosa» (eb. môpet),
ma anche di «grandi gesta di Dio» (eb. gedulôt);
è invece meno presente lidea di meraviglia come semplice fatto
straordinario che sorprende. Numerosi nei libri del Pentateuco e
in quelli storici, quantitativamente minori in quelli profetici,
pressoché assenti nella letteratura sapienziale se non come memoria,
i miracoli si addensano principalmente nel contesto della liberazione
del popolo di Israele dallEgitto (Libro dellEsodo).
La loro narrazione permane frequente nei successivi contesti bellici
che segnano dapprima lepoca dellaffermazione del regno
di Davide e poi la divisione del regno di Israele, fino al secondo
esilio (specie in Giudici, nei due Libri di Samuele,
nei due Libri dei Re). Ne emerge limmagine di un Dio
onnipotente, che esercita la sua piena signoria sulla
storia; protegge Israele e lo educa allosservanza della Legge,
correggendo ed istruendo perché questi si mantenga fedele allalleanza
e possa così restare depositario di un piano di salvezza in favore
di tutte le genti. Ma gli interventi di Dio nella storia non sono
mai confinati entro la dimensione della pura onnipotenza. Essi sono
collegati ad un messaggio, ad un insegnamento, allinstaurazione
di un nuovo rapporto con Dio: è infatti principalmente a questi
contenuti che levento miracoloso dispone ed intende orientare.
Al miracolo è collegata la fede,
come condizione del suo riconoscimento, manifestazione delladesione
delluomo alle opere salvifiche di Dio. Autore del miracolo
è sempre Dio, anche quando i miracoli vengono compiuti da uomini:
né Mosè né i profeti compiono miracoli in loro favore o per risolvere
situazioni di impaccio: è Dio che li opera attraverso di essi e,
pertanto, i miracoli si realizzano in un clima di fede, di preghiera,
di fiducia nellalleanza.
Nei libri del NT il miracolo viene principalmente indicato con
limpiego di quattro termini ricorrenti (cfr. Rengstorf, 1979
e 1981; Grundmann, 1966; Uricchio, 1988): «potere miracoloso»
o «atto di potenza divina» (gr. dynamis), «segno»
(gr. semeîon), «prodigio» (gr. téras)
e «opera miracolosa» (gr. érgon). In continuità
con quanto affermato dallAT, il miracolo, anche quando presentato
come opera prodigiosa, resta sempre un segno di Dio
che a Dio rimanda: in questo caso il miracolo è soprattutto segno
di Cristo, che rivela il suo mandato messianico, come ben
sintetizzato dalla domanda dei discepoli del Battista rivolta allo
stesso Gesù: «Giovanni il Battista ci ha mandati da
te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un
altro?. In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie,
da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi.
Poi diede loro questa risposta: Andate e riferite a Giovanni
ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli
zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti
risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato
è chiunque non sarà scandalizzato di me!» (Lc
7,20-23). Lidea di miracolo come segno è specialmente presente
in Giovanni, che ripercorrerà nei primi capitoli del suo Vangelo
i miracoli che accompagnarono lEsodo del popolo eletto ponendoli
in collegamento con i miracoli ed i discorsi di Gesù, concentrandosi
estesamente su sette segni-miracoli narrati in ordinata sequenza,
dalla trasformazione dellacqua in vino a Cana (cfr. Gv
2,1-11) fino alla resurrezione di Lazzaro (cfr. Gv 11,38-44).
Matteo e Giovanni parleranno delle «opere del Cristo»
e delle «opere di Dio», quelle che Gesù compie su mandato
del Padre e che il Padre opera in lui. Paolo insisterà di più sulle
opere della potenza divina, centrate sul dono della giustificazione
ottenuta dalla redenzione di Gesù Cristo. In misura ancor più marcata
di quanto già accadeva nellAT, i miracoli del NT si realizzano
necessariamente nellorizzonte della fede: la fede che Gesù
può compiere tali opere è in realtà fede in Gesù, cioè nella
sua divinità e nella sua origine dal Padre. Anche i miracoli compiuti
dagli apostoli e narrati dagli Atti continuano ad essere
miracoli di Gesù, per i quali si richiede fede in Gesù: «Pietro
gli disse: Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti
il letto. E subito si alzò» (At 9,34; cfr. At
3,6).
2. I miracoli di Gesù. Unanalisi comparata dei quattro
vangeli rivela non meno di 40 diverse narrazioni di miracoli compiuti
da Gesù (a parte una decina di apparizioni del risorto), alle quali
vanno aggiunte una trentina di miracoli o eventi portentosi di varia
natura riportati dagli Atti degli Apostoli (cfr. Geisler,
1999, pp. 484-486). È possibile che dei medesimi eventi siano stati
riportati dai diversi evangelisti con delle differenze tali da farli
apparire eventi diversi ed in questo caso il numero globale andrebbe
ridotto di alcune unità. Il peso della presenza di queste
narrazioni allinterno del materiale redazionale utilizzato
dagli evangelisti è, comunque, assai rilevante: non possono essere
pertanto considerate come qualcosa di circostanziale. Risalta il
caso del vangelo di Marco, nel quale i racconti dei miracoli di
Gesù occupano il 31% del testo globale e giungono al 47% se si escludono
gli ultimi 6 capitoli riguardanti la passione di Cristo (cfr. Latourelle,
1990, p. 754). La loro narrazione è talmente intrecciata con lesposizione
di precisi insegnamenti e con la descrizione delle reazioni dei
presenti, anchesse occasione di ammaestramento da parte di
Gesù, che sarebbe assai difficile operare una sorta di separazione
fra la predicazione di Gesù e le opere di Gesù,
attribuendovi un diseguale valore storico od ermeneutico. Il teologo
sa bene che questa stretta correlazione è un carattere intrinseco
alla Rivelazione stessa, «la cui economia si realizza con
eventi e parole intimamente connessi (gestis verbisque intrinsece
inter se connexis)», secondo la nota espressione della
Dei Verbum, 2. Esempio illustrativo in proposito è la guarigione
di un paralitico riportata dai tre sinottici (cfr. Mt 9,2-7;
Mc 2,3-12; Lc 5,18-26), nella quale linsegnamento
di Cristo circa il potere divino che egli ha di perdonare i peccati
degli uomini (e la corrispondente fede in tale potere) viene volutamente
associato al compimento di un miracolo: «Che cosa andate ragionando
nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i
tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che
il Figlio delluomo ha il potere sulla terra di rimettere i
peccati: io ti dico esclamò rivolto al paralitico
alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua» (Lc
5,23-25).
I miracoli di guarigione sono certamente i più numerosi. Fra essi
vanno annoverate 3 resurrezioni di esseri umani già cadaveri (la
figlia di Giairo, il figlio della vedova di Naim e Lazzaro di Betania).
Non mancano tuttavia numerosi miracoli operati su elementi della
natura o in rapporto ad essi: tramutazione di uningente quantità
di acqua in vino da tavola, almeno due diverse moltiplicazioni di
pani in favore di diverse migliaia di persone, pesca di pesce in
proporzioni (e circostanze) miracolose, episodi nei quali Gesù interviene
per sedare una tempesta, cammina sulle acque, o fa approdare istantaneamente
una barca sulla riva. Tranne rari casi nei quali vengono comandate
operazioni supplementari a completamento di quanto egli
opera (cfr. Gv 9,7), le guarigioni hanno sempre un carattere
immediato e concernono una varietà di patologie: ristabilimento
repentino da forti febbri, recupero stabile della vista, delludito
e della parola, interruzione di emorragie croniche, sospensione
di crisi epilettiche, guarigione istantanea dalla lebbra, recupero
di funzionalità motorie in seguito a paralisi o a malformazioni
congenite (analisi dettagliate in Leone, 1997, pp. 43-133). Fra
i miracoli di guarigione andrebbero probabilmente annoverati anche
gli esorcismi sui demoni, sebbene sia probabile che la mentalità
dellepoca attribuisse alcune malattie, in particolare lepilessia,
alla presenza invasiva di spiriti maligni ( ANGELI,
III.2). Lesegesi contemporanea non può escludere che alcuni
dei miracoli narrati possano essere riletture post-pasquali
della divinità di Gesù Cristo, alla cui piena consapevolezza i discepoli
giunsero solo dopo la sua resurrezione: in questo caso la narrazione
di unopera prodigiosa avrebbe avuto come finalità quella di
offrire un contesto letterario in cui trasmettere un particolare
insegnamento relativo alle due nature, umana e divina, del Cristo.
Ma anche se così fosse (ne sarebbe un classico esempio la seconda
pesca miracolosa, aggiunta dopo la prima conclusione del Vangelo
di Giovanni: cfr. Gv 21,1-14), la quantità di miracoli di
Gesù riportati dagli evangelisti, e la fitta trama narrativa in
cui essi si intrecciano con il resto delle opere e della vita del
Messia, depongono a favore del fatto che si trattò, per la gran
maggioranza di essi, di episodi realmente accaduti, di cui i discepoli
furono storicamente testimoni.
3. Storicità e realismo delle narrazioni evangeliche. Nellanalisi
della storicità dei miracoli è possibile applicare la medesima criteriologia
impiegata nei riguardi delle narrazioni evangeliche nel loro insieme,
in modo particolare i criteri di attestazione multipla, di continuità
e discontinuità ( VANGELI,
II; cfr. anche Latourelle, 1987, pp. 79-97). Dei miracoli si parla
in diverse fonti del NT e secondo differenti forme letterarie: da
resoconti dettagliati ed estesi, a riassunti sommari e sintetici;
con citazioni parentetiche allinterno di episodi di diversa
natura, o con relazioni ad essi espressamente dedicate. Negli Atti
troviamo frasi che lasciano intendere come, a prescindere dagli
schieramenti a favore o contro il riconoscimento di Gesù come Messia
risorto, il fatto che Gesù di Nazaret avesse trascorso in pubblico
alcuni anni, operando guarigioni e miracoli in mezzo al popolo,
fosse cosa ben nota a tutti (cfr. At 2,22: «come voi
ben sapete»; At 10,38-39). Il criterio di conformità
o continuità che attribuisce cioè maggior valore alle
narrazioni che manifestino continuità con lambiente storico-contestuale
in cui si ritiene siano sorte pare ben verificato dal
legame fra miracoli e predicazione del Regno, che veniva
da tutti considerata lattività profetica per eccellenza (esemplare,
al riguardo, la pericope di Mt 4,23-25, oltre allauto-proclamazione
messianica di Lc 4,16-21). Il miracolo è assai spesso associato
alla richiesta di conversione interiore e si impone pertanto come
opera salvifica sul corpo e sullanima; viene seguito dallinvito
di annunciare le opere di Dio, di glorificarlo e testimoniarlo con
la vita, tutti elementi che pongono lattività di Gesù in continuità
con quella dei Maestri di Israele (cfr. Mt 11,20-24; Lc
10,13-15). Al tempo stesso il miracolo rappresenta lirruzione
di qualcosa di nuovo, che interrompe molti degli schemi abituali
presso i giudei e non può essere perciò interpretato come semplice
costruzione letteraria sorta a partire dalla comunità in cui Gesù
visse e operò. Sono infatti elementi di discontinuità il suo accostarsi
ai lebbrosi per curarli (una malattia considerata impura presso
gli ebrei), le numerose guarigioni compiute in giorno di sabato,
lautorità con cui Gesù realizza tali opere, in nome proprio
e in forza di una virtù che appartiene a lui solo.
A favore della storicità, si potrebbero aggiungere ai precedenti criteri
alcune considerazioni relative allo stile di Gesù nella
sua attività taumaturgica ( VANGELI,
III). Le sue opere nascono dalla sensibilità verso la sofferenza
umana, non dal desiderio di compiere gesti appariscenti: la sua
attività è orientata al bene della persona e non ad ottenere riconoscimenti
pubblici. Anche quando i miracoli vengono compiuti con la finalità
dichiarata che i presenti credano nella sua origine divina dal Padre
(come nella resurrezione di Lazzaro: cfr. Gv 11,42), il loro
scopo ultimo resta la conversione dei cuori verso la nuova logica
del Regno di Dio (cfr. Mt 12,28), non la gloria umana del
Cristo. Si tratta di narrazioni piuttosto sobrie, talvolta perfino
scarne, allinterno delle quali Gesù si muove secondo la sua
abituale personalità , senza necessità di trasfigurarsi (quando
lo farà non sarà per compiere miracoli: cfr. Mt 17,1-8 e
paralleli). Significativo, in proposito, il rimprovero di Gesù allinsolita
proposta di alcuni discepoli di punire con una pioggia
di fuoco dal cielo (limmagine è mutuata dallAT) delle
città che non avevano accolto la loro predicazione (cfr. Lc
9,54-55). In modo analogo, egli biasima latteggiamento di
coloro che, per decidersi a credere, cercano soltanto segni e prodigi
(cfr. Gv 4,48). «La discrezione che circonda lattività
taumaturgica di Gesù è in armonia con il contesto e il significato
dei suoi miracoli. Nessuna ricerca di sé, non vi è ma un miracolo
che egli compia per mettere in risalto la sua persona. Cristo rifiuta
le esibizioni clamorose e divertenti che Erode gli aveva richiesto.
Dai miracolati esige il silenzio. Quando il popolo è esaltato, Gesù
si nasconde. Dopo la moltiplicazione dei pani chiede ai suoi discepoli
che si allontanino per sfuggire alla febbre messianica che si impadronisce
della folla» (Latourelle, 1987, p. 89). A coloro che gli chiedono
un segno fuori contesto, volendo ad esso attribuire
lonere della prova della verità delle sue parole, risponderà
parlando del segno per eccellenza, quello della sua resurrezione
(cfr. Mt 12,38-39; Gv 2,18-22). Identico atteggiamento
sarà mantenuto al momento supremo della morte: lui che ha fatto
miracoli per gli altri non accetterà la sfida di compiere miracoli
per se stesso, scendendo dalla croce (cfr. Mc 15,29-32).
In merito al realismo delle narrazioni e al rapporto fra esperienza soggettiva e
accadimento oggettivo, va rilevato che coloro che, pur presenziando ai suoi miracoli, non
vollero credere in Gesù, lo fecero non per scarsa convinzione circa la
verità degli eventi osservati: le guarigioni non vengono ritenute
trucchi, né Gesù viene accusato di dolo. Le critiche dei presenti
seguono altre direzioni: questuomo, affermano gli avversari, non è da
Dio perché il potere di scacciare i demoni gli è stato dato dal demonio
stesso, o perché compie miracoli di sabato, contravvenendo alla Legge. Coloro che
non credono, non è che non credano ai suoi miracoli: si fermano in
realtà proprio ad essi, non andando al di là del prodigio e non cogliendo quanto esso
rivela del soggetto che lo compie e della sua missione salvifica. Un realismo tutto
particolare lo assume lepisodio della guarigione del cieco nato riportata dal quarto
Vangelo (cfr. Gv 9,1-39). Il miracolato viene sottoposto ad un minuzioso
riconoscimento: prima verificando che si tratti del mendicante a tutti noto, e non di
qualcuno che semplicemente gli assomigli; poi interrogando linteressato circa le
precise modalità con cui è avvenuta la guarigione; infine, vengono interpellati i suoi
genitori, per ottenere informazioni sulla natura congenita e non transitoria
dellinfermità. Una volta assodata, con un nuovo interrogatorio, la realtà
dellevento, il dibattito si sposta sullidentità di Gesù, su come un
peccatore che non rispetta il sabato possa aver compiuto un simile prodigio.
Un ulteriore elemento di interesse per un giudizio circa la storicità dei miracoli è
che la Chiesa primitiva rifiutò alcune narrazioni della vita di Gesù, qualificandole
come «vangeli apocrifi», proprio per via di unanomala presenza
di fatti prodigiosi. Questi ultimi si differenziavano dai miracoli narrati dai Vangeli
canonici innanzitutto perché non rispecchiavano la finalità salvifica e la chiamata alla
conversione associate al miracolo, insistendo invece su azioni prodigiose realizzate solo
per suscitare meraviglia, o senza adeguate motivazioni; i miracoli apocrifi venivano
spesso rivestiti di un significato forzosamente simbolico e traslato, oppure si
attardavano in descrizioni enfatiche e mirabolanti, distanziandosi dallo stile sobrio e
storico-narrativo proprio dei vangeli già accolti dalla Chiesa.
Ricordando infine che il nucleo essenziale del kérygma apostolico
(o annuncio primitivo) fu che «Gesù è il Cristo, il Figlio
di Dio morto per i nostri peccati e risorto dai morti» (esempi
in At, 2,22-24; At 10,36-43; 1Cor 15,3-5),
va riconosciuto che i miracoli occupano in tale annuncio limportante
ruolo di attestare lidentità del soggetto. Da questa dipendeva,
nellintenzione degli apostoli, la verità della redenzione
ed i suoi effetti universali per il genere umano. Se i vangeli furono
scritti per testimoniare la divinità di Gesù Cristo (cfr. Mc
1,1; Lc 1,1-4; Gv 20,30-31), le narrazioni dei miracoli
costituiscono una parte intrinseca di tale testimonianza; non sembra
pertanto possibile potervi prescindere senza perdere allo stesso
tempo lintero contenuto, la credibilità e la portata salvifica
di quanto i loro redattori intendessero trasmettere.
III. Il miracolo nellinsegnamento e nella tradizione ecclesiale
Nella tradizione cristiana il miracolo non è mai stato identificato
meramente con un fatto prodigioso o inspiegabile. Tale caratteristica,
da sola, non è sufficiente né pertinente a qualificarne la natura
teologica e religiosa. Lo rammentava già molto tempo addietro, con
vivaci esempi tratti dal contesto scientifico dellepoca, Tommaso
dAquino: «La parola miracolo deriva da meraviglia. E
la meraviglia sorge dinanzi a effetti evidenti le cui cause rimangono
occulte: così capita di meravigliarsi a chi vede uneclisse
di sole e ne ignora la causa, come fa osservare Aristotele [cfr.
Metafisica, I, 2]. Può darsi però che la causa di un fatto
sia nota a qualcuno pur rimanendo occulta ad altri. Allora il fatto
può riuscire meraviglioso per alcuni, ma non per tutti: come di
uneclisse di sole resta meravigliato lignorante, ma
non lastronomo. Il miracolo, invece, è un fatto totalmente
meraviglioso, poiché ha una causa veramente occulta per tutti. E
tale causa è Dio. Quindi le opere compiute da Dio fuori dellordine
delle cause da noi conosciute vengono dette miracoli» (Summa
theologiae, I, q. 105, a. 7). Nel De Potentia Dei (cfr.
q. 6, a. 2), in luogo delleclisse Tommaso pone come esempio
la calamita che attira il ferro, cosa che allinesperto potrebbe
sembrare un miracolo, perché azione apparentemente contro natura,
ma in realtà non ha nulla di miracoloso, perché conforme alla natura
della calamita.
Il miracolo deve essere dunque in grado di puntare verso una causa
corrispondente ed adeguata, che possa essere riconosciuta, in modo non ambiguo,
nellazione personale di Dio. Lazione divina, in quanto personale, non si
esaurisce nel semplice fatto prodigioso in quanto tale, ma possiede una dimensione ed una
finalità rivelative, è una comunicazione in favore delluomo. La teologia ha
tentato di sistematizzare i tre precedenti criteri (carattere inusuale, azione divina e
dimensione intenzionale) distinguendo nella fenomenologia del miracolo tre aspetti:
psicologico, ontologico e semiologico. Il primo di essi indica la dimensione di sorpresa e
di meraviglia di fronte ad un evento totalmente inaspettato, mediante la quale il soggetto
si pone psicologicamente in una situazione di ascolto e di apertura ad una rivelazione del
divino. Deve tuttavia trattarsi di unopera la cui realizzazione sia ontologicamente
possibile solo a Dio, e dunque in certo collegamento con il suo potere creatore (donare
lessere, la vita, manifestare signoria ed onnipotenza su un creato che gli
appartiene perché da lui dipende in modo radicale). La sua funzione non è stupire o
sconcertare, ma trasmettere un messaggio: è un segno portatore di intenzionalità, che
limmagine biblica di Dio assicura essere unintenzionalità benevolente e
salvifica. Il contenuto trasmesso partecipa delle diverse valenze di cui si avvale il
linguaggio, e dunque può includere anche una dimensione simbolica (una guarigione
corporale, ad esempio, può rimandare simbolicamente alla capacità di conferire una
salvezza spirituale, una moltiplicazione dei pani rimandare al cibo spirituale
dellEucaristia, ecc.).
Se nella teologia medievale può esservi stata la tendenza a privilegiare
laspetto ontologico, uno degli intenti della corrente modernista fu precisamente
quello di attenuarlo, oscillando fra uninterpretazione materiale-sensibile ed una
spirituale-simbolica del miracolo, non riuscendo però a comporne in modo convincente le
due dimensioni, oggettiva e soggettiva. A partire da M. Blondel si fa strada una loro
composizione più equilibrata mediante la rivalutazione dellaspetto semeiotico, che
ha successivamente acquistato, con K. Adam e R. Guardini, una forte connotazione
cristocentrica. Classificati tradizionalmente allinterno dei «motivi di
credibilità» della fede (cfr. DH 2779, 3034, 3876), il Concilio Vaticano II ha
preferito parlare dei miracoli in termini di «segni di salvezza»,
perché il loro riconoscimento ed il loro utilizzo apologetico non venisse separato dal
loro significato salvifico, ed in particolare da Gesù Cristo. Lunica volta che la Dei
Verbum ne utilizzerà il vocabolo, lo farà allinterno delleconomia
dellunica rivelazione/attestazione di Dio datasi già in pienezza in Cristo:
«Perciò Egli [Gesù Cristo], vedendo il quale si vede il Padre, con il fatto
stesso della sua presenza e con la manifestazione di Sé, con le parole e con le opere,
con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua resurrezione di tra
i morti, e infine con l'invio dello Spirito Santo, compie e completa la Rivelazione e la
corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle
tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» (n. 4). I
miracoli sono segni di Cristo attraverso i quali egli trasmette dei
precisi contenuti: amore misericordioso per luomo, desiderio di ridonargli la vita,
volontà di restaurare un ordine sconvolto dal peccato, proporsi come alimento eucaristico
per le folle, instaurare uneconomia sacramentale che utilizzi segni sensibili, far
recuperare agli uomini, con la vista e ludito, la capacità di vedere e di ascoltare
di Dio, o di camminare secondo le sue vie. La resurrezione è il miracolo ed il
«segno» di Cristo per antonomasia (cfr. Mt 12,39), con il quale
egli significa e mostra non solo la vocazione eterna delluomo, ma anche il destino
della natura ad essere trasfigurata ed elevata mediante una nuova creazione.
Nelle dichiarazioni del Magistero ecclesiale non troveremo, neanche
in passato, una definizione del miracolo, ma solo chiarimenti
riguardanti i suoi contenuti e la sua finalità. Se ne sostiene la
storicità e la non assimilazione a narrazioni di ordine puramente
simbolico o perfino mitologico (cfr. DH 3009, 3034, 4404); il valore
di prova, certamente in sinergia con altri fattori, per muovere
gli uomini verso la fede (cfr. DH 2753, 2779); la non praticabilità
di una posizione ove la fede sia pronta a riconoscere il miracolo,
ma la ragione ne neghi la conoscibilità sulla base di un agnosticismo
scientifico (cfr. DH 3485). In ogni caso, vi si rintracciano nel
complesso i criteri psicologico, ontologico e semiologico, benché
espressi in modo non sistematico. La definizione del miracolo è
dunque lasciata alla teologia, la quale deve valutare con prudenza
anche il problema di soluzione non immediata
della sua riconoscibilità nellordine dei fenomeni naturali
e della corrispondente epistemologia che ne verrebbe implicata (vedi
infra, V). Non deve comunque sorprendere che, in sintonia
con il suo metodo ed ambito specifici, nel suo approccio al miracolo
la teologia ne focalizzerà principalmente la dimensione religiosa.
Latourelle (1987) propone una formulazione strutturata e concisa
definendo il miracolo come «un prodigio religioso, che esprime
nellordine cosmico (luomo e luniverso) un intervento
gratuito e speciale del Dio di potenza e di amore, che rivolge agli
uomini un segno della presenza ininterrotta nel mondo della sua
Parola di salvezza» (p. 373).
IV. La critica del pensiero filosofico e di alcune correnti bibliche
alla possibilità e al significato del miracolo
Come tale, il miracolo è stato ed è oggetto di critica sia da parte
del pensiero filosofico, che di quello scientifico. Esiste inoltre
una critica di natura biblico-ermeneutica allinterno del pensiero
teologico, dovuta essenzialmente ad autori protestanti, riguardante
lautenticità dei miracoli riportati dalla Scrittura ed il
loro valore apologetico. È significativo osservare che tanto la
critica filosofica come quella biblico-ermeneutica intendono poggiare
in ultima analisi su considerazioni tratte dallambito delle
scienze.
1. Alcune critiche del pensiero moderno e contemporaneo.
Fra le principali posizioni filosofiche va ricordata lopinione
di Spinoza (1632-1677), che dedicherà ai miracoli un intero capitolo
del Trattato teologico-politico (cfr. cap. VI, I Miracoli).
La sua visione panteista di ununica sostanza, nella quale
Dio e natura coincidono, lo porta a negare il carattere eccezionale
o contro natura dei miracoli, e questo semplicemente
perché lattività della natura coincide con lattività
di Dio: in natura non può esservi nulla di straordinario, in quanto
tutto ciò che accade, accade necessariamente ( PANTEISMO,
II.2). Limmutabilità delle leggi naturali è tale che anche
quando esse contravvenissero al loro corso, non si tratterebbe di
una violazione, ma della manifestazione di un comportamento necessario:
di conseguenza, il miracolo è per Spinoza unassurdità. David
Hume (1711-1776) dirigerà la sua critica al miracolo sul terreno
epistemologico e su quello storico-religioso, principalmente dalle
pagine delle sue Ricerche sullintelletto umano (cfr.
cap. X, Dei miracoli). Se il miracolo viene definito come
una violazione delle leggi di natura, la nostra esperienza
diretta della loro stabilità ed immutabilità ci porta a concludere
egli argomenta che una persona di buon senso
non può ragionevolmente prestargli credito. Inoltre, le testimonianze
tramandateci sui miracoli non sarebbero attendibili, trattandosi
di narrazioni originatesi e poi trasmesse allinterno di contesti
religiosi e mitici, i cui fondamenti sono progressivamente venuti
meno col progresso delle conoscenze razionali. Se per Spinoza il
miracolo era assurdo, per Hume il miracolo è semplicemente incredibile.
Va notato che la sua ferma convinzione della ferrea immutabilità
delle leggi di natura coesiste con la sua nota negazione del principio
di causalità, per cui lenfasi viene posta non sulla necessità
filosofica (come in Spinoza) ma sulla più assoluta assenza di esperienza
contraria, e dunque in unottica tipicamente empirista. La
sua critica non si presta pertanto ad essere semplicisticamente
aggirata insistendo sulla natura eccezionale del miracolo cioè
come qualcosa che viene riconosciuto proprio in quanto contraddice
la comune esperienza ordinaria perché ciò che egli sostiene
è la non ragionevolezza del prestar fede a questo tipo di accadimenti
( HUME,
IV.1).
Nellomonima voce del suo Dizionario filosofico, Voltaire
(1694-1778) parla del miracolo come di una contradictio in terminis,
una sorta di insulto a Dio, perché gli si ascriverebbe
loperazione di correggere, attraverso i suoi interventi miracolosi,
quanto egli stesso ha creato e posto in essere. Già prima di Voltaire,
Pierre Bayle (1647-1706) aveva svolto argomenti analoghi nei quali
la negazione del miracolo non è indice di una negazione di Dio,
ma di una certa immagine che di Lui vorrebbero dare la credulità
popolare e le religioni che la alimentano. In questi autori prende
voce laspra critica rivolta dal deismo
alle religioni rivelate; si riconosce in Dio solo larchitetto
delluniverso ed il garante delle leggi di natura (così come
dellordine morale), la cui mal compresa trascendenza sulla
storia e sullesistenza impedisce di riconoscerlo presente
nelle vicende degli uomini o attento ad ascoltarne le invocazioni.
Sarà nel XIX secolo quando la critica al miracolo confluirà nella
negazione di Dio ad opera dell ateismo
positivo e del materialismo moderno. I miracoli sono visti come
il segno di una credulità direttamente proporzionale allinfluenza
della religione sulla mentalità popolare ed inversamente proporzionale
al progresso della scienza. Nei pensatori della sinistra hegeliana
la religione, ormai intesa come mito, viene rimpiazzata dalla razionalità,
ma anche dalle potenzialità creative, dello Spirito idealista, giungendo
ormai a teorizzare unopera purificatrice della scienza nei
confronti delle credenze irrazionali ( SPIRITO,
III).
In epoca recente va menzionata, anche per la sua influenza sul
contesto delle scienze naturali, la critica al miracolo operata
da Anthony Flew (n. 1923). Radicalizzando la prospettiva di Hume
e muovendosi allinterno della critica contemporanea circa
la non falsificabilità e dunque assenza di valore conoscitivo
probante degli asserti religiosi, il filosofo ateo inglese
insiste sulla non storicità, incredibilità e non riconoscibilità
del miracolo (cfr. Miracles, in The Encyclopedia of
Philosophy, New York 1972, vol. V, pp. 346-353). I miracoli
non sarebbero impossibili da un punto di vista logico, ma lo sono
da un punto di vista scientifico: essi presupporrebbero la fede
nellesistenza di Dio (se Dio esiste, allora è logico che possano
esserci dei miracoli), ma non la dimostrerebbero alla ragione, e
dunque non avrebbero alcun valore apologetico. Egli ritiene di poter
fondare questultima affermazione epistemologicamente, mettendo
in luce un circolo vizioso: se possiamo stabilire levenienza
di un miracolo solo sulla base di una prospettiva scientifica e
solo come superamento di essa (sospensione o violazione di leggi
di natura scientificamente conoscibili), allora, proprio per questo,
il miracolo resta per noi qualcosa di inconoscibile e di irriconoscibile
in sede razionale, e dunque se ne preclude qualsiasi
utilizzo in chiave apologetica. Ci riserviamo di riprendere più
avanti i nodi di questa critica (vedi infra, V, VII), ma
indichiamo per ora due elementi di interesse: in primo luogo essa
segnala che il giudizio sul miracolo, in senso stretto, non appartiene
ad una epistemologia delle scienze naturali (e in questo Flew ha
ragione); in secondo luogo si restringe la significatività apologetica
al significato che un certo evento o narrazione assume per la razionalità
empirica (e in questo Flew non ha ragione), dimenticando che lappello
alla ragionevolezza può essere rivolto anche attraverso altre forme
di razionalità, ugualmente significative per il soggetto.
2. La critica biblico-ermeneutica e la valenza esistenziale
dellaspetto semiologico. Sul versante biblico, a partire
dalla fine dellOttocento la critica al miracolo è confluita
allinterno del programma di «demitizzazione» della
Sacra Scrittura e del Nuovo Testamento in particolare, prima con
Adolf von Harnack (1851-1930) e poi con Rudolf Bultmann (1884-1976).
Per questultimo, il citato programma ha un duplice riferimento:
da una parte riconoscere nei racconti dei miracoli della Scrittura
le forme letterarie di tradizioni extrabibliche di guarigioni prodigiose,
come ad esempio quelle realizzate da Esculapio ed Epidauro (semidei
greco-romani) o da Apollonio di Tiana (filosofo e taumaturgo divinizzato
da Settimio Severo), dovute in realtà a fenomeni del tutto naturali;
dallaltra avvertire che i racconti stessi non reggerebbero
al confronto con la mentalità scientifica contemporanea e le conoscenze
acquisite sulla struttura della materia e delle sue leggi.
Con frase provocante, ben nota e più volte riportata in letteratura, Bultmann
ribadisce: «Non ci si può servire della luce elettrica e della radio, o far
ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinici, e nello stesso tempo
credere al mondo degli spiriti e dei miracoli propostoci dal Nuovo Testamento»
(in Nuovo Testamento e mitologia, a cura di H.W. Bartsch, Brescia 1973, p. 110). In
linea con la prospettiva più generale della sua «esegesi
esistenziale», il teologo protestante tedesco propone una distinzione fra Mirakel
e Wunder, attribuendo al primo la tradizionale nozione di evento
prodigioso e al secondo lidea di una meraviglia che il
soggetto sperimenta quando osserva un determinato avvenimento, per lui esistenzialmente
significativo, con gli occhi della fede. Il Mirakel non ha alcun interesse per la
fede poiché si tratta di qualcosa alla cui verità non possiamo accedere e di cui è
assai più ragionevole dubitare che credere, mentre il Wunder esprime
lintensità del nostro particolare rapporto con Dio, che ci conduce a riconoscerne
lazione in fatti del tutto naturali (e dunque non prodigiosi), con i quali egli
interpella la nostra fede e ci svela un particolare messaggio. Il miracolo cessa di essere
un evento concreto di carattere oggettivo, per divenire un orizzonte di comprensione di
natura soggettiva e personale. Un simile riconoscimento soggettivo
avrebbe inoltre il vantaggio di poter condurre la ragione umana a constatare in ogni cosa
lazione di Dio e la testimonianza delle sue meraviglie.
Il tentativo di Bultmann vorrebbe così superare la difficoltà contemporanea di
proporre i miracoli come deroghe allordine delle leggi naturali (eccezioni che la
mentalità scientifica riterrebbe non possibili), non obbligando linterlocutore a
prestar fede a narrazioni incredibili, ma orientandone piuttosto la sensibilità verso il
riconoscimento di segni soggettivamente ed esistenzialmente
significativi. Esso reca però con sé uninevitabile conseguenza. Assieme ai
miracoli viene indebolita (quando non del tutto rimossa) la storicità della vita e della
predicazione di Gesù Cristo, che con quei miracoli risultava strettamente intessuta,
assimilando facilmente nel proprio processo demitizzante anche lIncarnazione e la
Resurrezione, la cui corretta comprensione e collocazione storica hanno per il
cristianesimo un valore fondativo. Inoltre, si conflittualizza innecessariamente il
rapporto col pensiero scientifico: sebbene sia infatti corretto non far ricadere sulla
scienza lonere del riconoscimento del miracolo (in quanto possiede dimensioni
teologiche, spirituali ed esistenziali, cui la scienza non accede, vedi infra,
VI.2), lo è assai meno ritenere che la scienza debba inderogabilmente negarne ogni
evenienza. In linea più generale, la distinzione fra Mirakel e Wunder
ricopia da vicino la distinzione tipica dellesegesi
bultmaniana fra il Gesù della storia e il Cristo della fede, prestandosi alle
medesime limitazioni: come infatti non avrebbe senso una fede in Cristo privata di ogni
legame fondativo con la storia di Gesù, così una meraviglia che non trovi la sua origine
in eventi storici miracolosi (la cui comprensione esistenziale può però certamente
dipendere dalle disposizione del soggetto) finirebbe col dissolversi in un generico
sentimento di stupore, il cui appello non parte più dal reale, ma unicamente
dallesperienza interiore, quando non da semplici stati danimo.
In questottica appare più equilibrato e di maggiore interesse il pensiero di
Maurice Blondel (1861-1949). Come prima accennato, egli ha posto lattenzione sul
valore di segno che il miracolo riveste per il soggetto, rivalutando
così le sue dimensioni personaliste ed esistenziali nelle quali, in
definitiva, si gioca lopzione della fede ma senza per questo rinunciare
al suo legame con la storia. A prima vista, laspetto semiologico potrebbe apparire
preponderante rispetto a quello ontologico, come si legge in questa pagina de LAzione
(1893): «In effetti bisogna intendersi sulla natura dei simboli espressivi che
soli possono apportare alluomo, dallesterno, la risposta positiva che egli
reclama. Essi non potrebbero essere che dei segni ambigui, precisamente perché
loriginalità sovrana della vita interiore ammette unicamente quello che essa ha in
qualche modo digerito e vivificato. [
] qui sta il miracolo: afferrare lessere
sotto le apparenze sensibili; ammettere che un atto particolare, contingente e limitato,
possa contenere luniversale e linfinito; prendere, nella serie dei fenomeni,
un fenomeno che cessa completamente di appartenere ad essa. Le grandezze spirituali non
hanno niente di quello sfoggio che imponendosi ai sensi costringe allassenso, niente
di quellevidenza che violenta lintelligenza senza salvare la piena libertà
del cuore. Ciò che di esse è visibile agli occhi ed è evidente al pensiero sembra
contraddire e nascondere la loro invisibile bellezza. Sicché sarebbe quasi più facile
credervi senza lapporto del sensibile e del ragionevole presente in esse»
(tr. it. Cinisello Balsamo 1993, p. 502). Ma dimensione fattuale e dimensione intenzionale
restano ugualmente collegate, come possiamo leggere in un testo di qualche anno dopo,
perché levento che il soggetto giudica come miracolo interseca
anche gli ambiti della filosofia e della fisica, oltre che essere un segno rivolto al
soggetto stesso: «Lungi dal negarne la realtà o la discernibilità, mi sono
sempre premurato di stabilire che il miracolo non è soltanto un prodigio fisico
pertinente esclusivamente ai sensi, alla scienza o alla filosofia, ma che esso è nello
stesso tempo un segno rivolto ad ogni uomo, un segno di ordine spirituale e di carattere
morale e religioso, un segno che non rivela tanto lesistenza della Causa prima (di
cui i fatti naturali possono bastare a rendercene certi), quanto la bontà di un Dio-Padre
che segna il suo intervento speciale e che autentica così un dono
soprannaturale» (Revue du Clergé français, 15.4.1904, p.
405).
In definitiva, il miracolo partecipa a pieno titolo della dinamica
esistente fra la fede e la ragione, subendo i vari contraccolpi
che le diverse comprensioni di quel rapporto possono concepire.
La sua portata storica e oggettiva viene negata non solo allinterno
di una prospettiva deista (e in definitiva scettica), ma anche in
una visione razionalista atea oppure fideista. Vi è poi chi cerca
pazientemente di comporre le dimensioni psicologico-semiologiche
ed ontologiche del miracolo, senza per questo trascurare il suo
necessario ed imprescindibile referente cristologico, nella convinzione
che il giudizio del soggetto, e dunque la sua opzione esistenziale
verso la fede, possa essere guidato anche dalle conoscenze che egli
attinge dallordine fisico e metafisico. Questultima
posizione, senza dubbio più impegnativa, deve assumersi anche lonere
di porre a tema, in modo razionalmente significativo, la questione
della ri-conoscibilità del miracolo.
V. Possibilità e conoscibilità del miracolo nel contesto della
razionalità scientifica
Il dibattito sulla significatività del miracolo nel contesto della
razionalità scientifica si rende difficoltoso per due motivi, già
emersi nella critica di Anthony Flew, ma legati in realtà alla tradizione
logico-empirista allinterno della quale buona parte degli
scienziati imposta di solito il dibattito fra scienze e religione.
Il primo di essi è ritenere che giudizi come «questo evento
è (o non è) un miracolo» oppure «questa narrazione circa
loccorrenza di un miracolo è (o non è) credibile» siano
formulabili in modo compiuto mediante la sola razionalità scientifica;
il secondo è rappresentato dalla minore sensibilità sebbene
oggi in crescita laddove retrocede lo scientismo verso
unepistemologia che sia al tempo stesso scientifica e personalista,
attenta al rigore della logica e capace di riconoscere lesistenza,
oltre lorizzonte del metodo empirico, di significati e di
ragioni aventi valore universale e comunicabile. Daltra parte,
la teologia non può omettere, su questo specifico punto, il dialogo
ed il confronto con le scienze naturali, risolvendolo semplicisticamente
in termini di non-sovrapposizione di ambiti, come sembra oggi richiesto
da taluni autori. Linterazione pare inevitabile, sia perché
lo sfondo contestuale delle leggi di natura (e dunque
delle scienze) continua ad essere un riferimento obbligato, sebbene
non lunico, per una riconoscibilità teologica del miracolo
che non si esaurisca in mera simbologia o puro evento psicologico,
sia perché la comunità credente continua a manifestare la sua fede
nei miracoli ed il magistero ecclesiale a giudicarne lattendibilità
anche sulla scorta di pareri richiesti ad uomini di scienza. Riteniamo
che il punto in questione, per la teologia, si riassuma nei seguenti
termini: una volta chiarito alla scienza che non le si chiede né
un una definizione né un giudizio sul miracolo, può la teologia,
nel suo approccio al miracolo e nelle eventuali definizioni/espressioni
che di esso fornisce, prescindere totalmente da un riferimento allordine
naturale, così come questo viene conosciuto dalle scienze?
1. Possibilità e riconoscimento del miracolo: implicazioni filosofiche
di alcune prospettive. Un primo importante elemento da rilevare
è che un buon numero di teologi e di scienziati preferiscono concepire
unazione di Dio attraverso le leggi di natura,
già conosciute o in parte ancora sconosciute, piuttosto che sottoscrivere
la tesi di unazione contraria oppure al
di sopra del comportamento della natura. Secondo il biblista
X. Léon-Dufour «Dio sta allorigine del mondo, non lo
contraddice: ne è anzi lautore e il restauratore. Nella prospettiva
biblica non si può vedere nel miracolo una deroga alle leggi
della natura, perché sarebbe mettere Dio il Creatore in contraddizione
con se stesso. Voler fare di Dio una causa prima che
soppianta le cause seconde sarebbe come collocare Dio
fuori del mondo ed in concorrenza con gli elementi naturali»
(I miracoli di Gesù secondo il Nuovo Testamento, Brescia
1980, p. 24). Tale modo di vedere il miracolo sarebbe, per questo
autore, espressione di una mentalità pre-scientifica, qualcosa di
inaccettabile per luomo moderno. In campo interdisciplinare,
Arthur Peacocke ha sostenuto la non viabilità di una nozione teologica
di miracolo che voglia ergersi in qualche modo sullordine
naturale, suggerendo pertanto di interpretare in modo esclusivamente
simbolico tutto ciò che nella Sacra Scrittura pare alludervi (cfr.
Stannard, 1998, pp. 164-168).
In linea con tale concezione, alcuni scienziati credenti ritengono
invece di poter difendere la possibilità del miracolo
proteggendolo così dalle accuse di irrazionalità
semplicemente osservando che il comportamento della natura è assai
più complesso e creativo di quanto si possa immaginare, espressione
di potenzialità per noi in massima parte sconosciute, cosa che renderebbe
plausibile lidea di eventi apparentemente eccezionali, ma
in realtà dovuti al modo ordinario, sebbene per noi insolito, con
cui Dio agisce attraverso gli elementi naturali. Dal canto loro,
alcune correnti teologiche paiono vedere in questa nuova visione
epistemologica una base sufficiente per superare la concezione tradizionale
del miracolo come sospensione delle leggi di natura
o deroga al loro stabile funzionamento (cfr. Borasi,
1987). Una variante di tale visione sta nellaffermare che
lanalisi delle scienze lascia ampi spazi allimpredicibilità
e allindeterminazione: i processi fisici o biologici non si
realizzano secondo leggi ferree ed immutabili, ma avvengono in un
mondo di relazioni e di interazioni che è impossibile determinare
e conoscere fino in fondo ( LEGGI
NATURALI, IV): in questa rete cangiante e sempre creativa di fenomeni,
lazione di un Creatore che sorprende la nostra attenzione
con un evento inaspettato non sarebbe contro-natura, né al di sopra
di essa, ma sarebbe ancora unazione con la natura e attraverso
la natura. Secondo altri, la scienza potrebbe parlare del miracolo
come una configurazione di eventi, ovvero una serie
di coincidenze di fenomeni di per sé naturali, ma che nel loro inaspettato
accadimento coordinato trasportano il segno ed il messaggio intenzionale
di un Creatore personale; o anche si potrebbe confinare lazione
divina ai nostri processi psicologici e mentali, ritenuti più duttili
rispetto alle leggi di natura: ciò che esternamente apparirebbe
come un miracolo (ad es. la trasformazione di acqua in vino) sarebbe
in realtà solo il risultato di una nostra impressione soggettiva
causata dallinfluenza di Dio sulla nostra sfera psichica o
sensibile (cfr. Stannard, 1998, pp. 169-170).
Se le precedenti concezioni sembrano avere il vantaggio di presentare il miracolo in
termini più intelligibili per la mentalità scientifica, la teologia non avrebbe però
più alcun motivo di dirigersi allosservazione empirica come una delle fonti per il
suo riconoscimento. Non si potrebbe in questo caso eludere neanche la critica di Flew in
merito alla irrilevanza apologetica dei miracoli, almeno se il dibattito viene
confinato allinterno di una razionalità scientifica come Flew la intende: se la
scienza spiega o spiegherà ciò che la teologia
chiama miracoli, non si vede allora quale ruolo essi abbiano nella
dinamica della preparazione alla fede o nelleconomia della rivelazione divina.
Riletti alla luce di questa visione non-interventista, i tre aspetti
caratteristici del miracolo (psicologico, ontologico e semiologico) risulterebbero così
reinterpretati. Laspetto psicologico rimanderebbe in fondo alla sorpresa del
soggetto di fronte al miracolo dellessere, alla bellezza della natura e alla
gratuità delle sue leggi o dei suoi processi; quello ontologico risulterebbe pienamente
assorbito nella radicale dipendenza da Dio di ogni cosa lungo tutto larco
dellesistenza: il miracolo non sarebbe una nuova azione creativa
di Dio, diversa da quella con cui Egli crea e mantiene in essere tutte le cose;
laspetto semiologico rimanderebbe invece non tanto ad un determinato contenuto
storico e concreto, quanto piuttosto alla lettura che il soggetto farebbe di un certo
evento, riconoscendovi lattualità di una parola divina che rivela e interpella in
modo costante e continuo. Ma dalla prospettiva del confronto fra teologia e razionalità
scientifica, si vuole affrontare non solo il problema della
possibilità del miracolo, ma anche quello del suo
riconoscimento. Riassumendo, risolvere il primo (non è irrazionale
per la scienza che avvengano cose inconsuete), con certo guadagno rispetto alla posizione
di Hume, sembra dover condurre la teologia a rinunciare di risolvere il secondo. Ma già
avvertiva Pascal che «se non vi fosse una regola per discernerli [i miracoli]
sarebbero inutili, e non ci sarebbe ragione di credere» (Pensieri, n.
823).
Il riconoscimento del miracolo risulterebbe così affidato solo
a criteri soggettivisti e difficilmente comunicabili: se tutto,
anche gli eventi miracolosi, si snoda e si svolge secondo il corso
della natura, non diviene più possibile riconoscere la firma
di Chi abbia creato la natura stessa, e perciò sia superiore ad
essa, riavvicinandoci così alla prospettiva che fu già quella di
Spinoza. Ma così facendo, il miracolo perderebbe, paradossalmente,
proprio quegli aspetti semiologici e personalisti reclamati da quanti
vorrebbero il superamento di una sua comprensione puramente ontologica.
Seppur riconoscibile in chiave soggettivista ed emotiva, il suo
messaggio verrebbe infatti spersonalizzato, perché lintera
fenomenologia del miracolo risponderebbe ad un certo automatismo,
si giocherebbe entro lorizzonte chiuso di un rapporto solo
filosofico fra la natura e Dio, lasciando da parte proprio luomo
ed il peso religioso della sua esistenza. Viene così capovolta la
richiesta di Blondel che il miracolo non debba essere tanto un segno
che riveli lesistenza della Causa prima essendo
questultima già testimoniata dai fatti naturali
come tali quanto una concreta manifestazione della bontà
di Dio che interviene in modo speciale nella storia degli uomini
autenticando i suoi doni. Il fatto che tutto sia
naturale, non equivale a dire che tutto lo fa la natura:
una comprensione soddisfacente del miracolo deve poter puntare ad
un soggetto distinto dalla natura. Se una concezione non-interventista
(per usare lespressione prima introdotta), affiancata da unopportuna
articolazione metafisica fra Causa prima e cause seconde, è senza
dubbio adeguata per comprendere e illustrare il rapporto fra creazione
ed evoluzione, o in generale lautonomia di un mondo creato
( CREAZIONE,
V; AUTONOMIA, II), siamo dellavviso che essa resti ancora
insufficiente quando la teologia voglia spiegare, in un contesto
significativo anche per la razionalità scientifica, cosa sia il
miracolo e quale ruolo esso abbia nella storia della salvezza.
2. Alcuni spunti per una teologia del miracolo significativa
per la razionalità scientifica. Non potendo qui affrontare la
tematica di quale teologia del miracolo debba oggi essere
sviluppata sulla teologia del miracolo nei suoi aspetti
generali, oltre a quanto prima esposto (vedi supra, II-III),
il lettore potrà trovare approfondimenti nella sezione teologica
della Bibliografia ci limiteremo a segnalare alcuni
spunti di maggior interesse per il dialogo con le scienze naturali.
Innanzitutto non andrà mai dimenticato il necessario riferimento cristologico
del miracolo, di ogni miracolo. Sia i miracoli evangelici, sia quelli
con cui Dio può continuare a rivelarsi e a interpellare luomo
nella storia (vedi infra, VI), si manifestano in una natura
che mantiene un legame progettuale, filosofico e salvifico, col
mistero del Verbo incarnato. Essi rivelano il modo con cui il creato
appartiene a Cristo e riceve da lui senso e consistenza
( GESÙ
CRISTO, RIVELAZIONE E INCARNAZIONE DEL LOGOS, II). I miracoli non
sono una violenza sulla natura né il risultato di un rapporto di
forza fra il Verbo incarnato ed un creato che gli si sottomette;
i miracoli manifestano piuttosto lordinabilità, semiologica
ed ontologica, del creato a Cristo; sono perciò segno
della futura trasfigurazione cosmica ed anticipo escatologico, quasi
una garanzia che la nuova creazione, che ha in Cristo
il suo autore ed anticipatore, sia davvero ontologicamente
possibile. In tal senso ogni miracolo che avviene in natura,
e non solo i miracoli evangelici, conserva un rapporto con la Resurrezione
di Gesù Cristo, primizia di un nuovo cielo e di una nuova terra
(cfr. Is 65,17; 2Pt 3,13; Ap 21,1; RESURREZIONE,
VI).
In secondo luogo, operare un certo rimando, per alcuni aspetti del miracolo, al corso
abituale dei processi che avvengono in natura, sottolineando la presenza di unazione
divina nel creato che si esprime attraverso il linguaggio ordinario della creazione è
unoperazione teologicamente corretta. Già lAT impiegava alcuni dei termini
abitualmente associati al miracolo, come le «grandi gesta» (eb. gedulôt)
e le «meraviglie» (eb. niplaôt) del Signore, anche in
contesti di carattere cosmico, volendo con ciò porre lattenzione sul
miracolo delle opere della creazione o su quello della cura
provvidente di Dio su tutte le cose. Tutto ciò è in fondo sempre un segno che colpisce
ed attrae il soggetto, una prova della dipendenza ontologica delluniverso dal suo
Creatore, il veicolo di un appello, di un richiamo di Dio alla creatura. Non ci pare
invece sufficiente, né teologicamente plausibile, che lintera teologia
del miracolo venga assorbita allinterno della Provvidenza ordinaria di
Dio. Tale visione non darebbe ragione dellessenza del miracolo, come segno di Dio
che si impone, che meraviglia e che scuote, intercettando le vie degli uomini, non
semplicemente assecondandone silenziosamente il cammino.
Il discorso si presta certamente a sfumature ed approfondimenti, perché
non tutto quanto luomo percepisce come un intervento miracoloso
di Dio deve necessariamente richiedere azioni divine che sorpassino
il corso della Provvidenza ordinaria ( CREAZIONE,
IV.3). Molti degli eventi che soggettivamente (e sinceramente) chiamiamo
miracoli, potrebbero avere una spiegazione che non richieda alcun
trascendimento dellordine naturale. Non vi sarebbe, secondo
noi, alcun inconveniente nel pensare che il passaggio del Mar Rosso
durante lesodo degli ebrei dallEgitto sia stato reso
possibile dalla favorevole contingenza di una bassa marea protrattasi
per un tempo appena sufficiente, o che una guarigione insperata
per la quale un sincero credente ha rivolto la sua preghiera a Dio
si sia realizzata grazie alle potenzialità di recupero dellorganismo
del malato. La percezione psicologica del miracolo resta in questi
esempi inalterata e valida, mentre i suoi aspetti ontologici riconfluirebbero
nellazione di cause ordinarie. Ma applicare questa lettura
a tutto quanto la teologia chiama «miracolo» non basterebbe,
né sarebbe corretto. Levento di Cristo, ed i miracoli che
a lui puntano o da lui promanano, sono, al pari di tutta la storia
della salvezza, unirruzione di Dio nellesistenza degli
uomini. I miracoli manifestano anche il carattere dellimmediatezza,
eventi istantanei che si pongono al di sopra del corso della natura,
ponendo luomo di fronte alla sua responsabilità di riconoscere
in essi la presenza, e come la firma del Creatore. Sono opere compiute
anche per sorprendere, ma certamente per muovere verso la fede.
È in fondo il senso dei richiami di Gesù raccolti da Giovanni: «credetemi:
io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per
le opere stesse» (Gv 14,11). O anche: «Se non
avessi fatto in mezzo a loro le opere che nessun altro ha mai fatto,
non avrebbero alcun peccato...» (Gv 15,24). Queste
opere potenti (gr. érga) non sono solo
i miracoli perché si riferiscono a tutto levento
terreno di Cristo, precipuamente la sua morte e resurrezione
ma esse sono anche i suoi miracoli.
In terzo luogo, sotto il profilo terminologico non vi è necessità di insistere sui
concetti di «sospensione delle leggi di natura» oppure di una loro
«deroga», né parlare di eventi «contro natura».
Alcuni preferiscono impiegare la nozione di «ripristinazione dellordine di
natura» (cfr. Borasi, 1987, p. 388), che avrebbe il vantaggio di offrire un
collegamento con lazione redentrice di Cristo, che riordina una natura sconvolta dal
peccato delluomo, ma avrebbe forse lo svantaggio di presentare il normale corso
degli eventi naturali come qualcosa di imperfetto (oltre a dover spiegare in modo
convincente come il peccato delluomo realizzi cambiamenti nellessere della
natura e non solo nei nostri rapporti con essa). Preferiamo suggerire limpiego di
espressioni come «trascendimento» o
«trasfigurazione» della natura, la cui causa ultima ed efficiente
risiede senza dubbio nella resurrezione di Cristo, ma anche, lecitamente, di
«liberazione» o di «elevazione». Le
«doglie del parto» di cui parla Paolo, nelle quali la creazione intera
geme attendendo la manifestazione cosmica e definitiva della redenzione già operata da
Cristo (cfr. Rm 8,22), non sono le sofferenze legate ad una guarigione o al
recupero di un danno ricevuto, ma quelle di una nuova nascita, di una generazione che
libera ricreando. Paul Tillich parlava del miracolo come «estasi della
natura»; comunque lo si voglia indicare, esso manifesta la rivelazione delle
potenzialità di una natura creata capace di essere associata al mistero
dellumanità di Cristo, unumanità che, risiedendo
dalleternità «alla destra del Padre», è norma non solo della
creazione naturale, ma anche dellelevazione e della trasfigurazione che in Lui è
prefigurata.
Infine, il giudizio di riconoscimento del miracolo, come prima
accennato, non è di pertinenza della scienza, semplicemente perché il miracolo è
nozione teologico-religiosa, non scientifica. Per sincerarsene basterebbe pensare che
qualunque definizione si dia di «miracolo», essa conterrà sempre un
riferimento a Dio come soggetto agente, e ciò è sufficiente per dispensare la scienza
dallonere della prova, trattandosi di un agente che non appartiene al suo dominio di
indagine. Cosa può concludere allora la scienza in merito alla loro eventuale occorrenza?
Riteniamo che essa può giungere non solo alla conclusione di trovarsi di fronte ad un
evento le cui cause le sono ignote sebbene ciò sia il requisito minimo
richiesto per laccertamento di un miracolo nei processi canonici (vedi infra,
VI.2), va anche ricordato che le cause della maggior parte delle patologie mediche sono
tuttora sconosciute ma può spingersi anche un po più oltre. In alcuni
casi infatti, il riconoscimento scientifico potrebbe concludere di trovarsi di fronte ad
un evento inusitato, che contraddice lesperienza comune, che sorprende ben al di là
di quanto suggerirebbe una semplice ignoranza nellordine delle cause: è quanto
avverrebbe, ad esempio, nella guarigione istantanea di una grave malformazione congenita o
nellosservazione della reversibilità di un fenomeno certamente irreversibile. Se
invece la fenomenologia in questione non è, in generale, ben conosciuta, lo scienziato
potrà solo suggerire un giudizio prudente, nel quale si affermi semplicemente che, in
base alle conoscenze oggi acquisite, un certo evento resta inusitato ed inspiegabile.
Il giudizio delle scienze, e prima ancora di esse quello del senso
comune, viene così proposto alla persona. È questultima,
nella ricchezza della sua esperienza intellettuale e nella varietà
delle sue fonti di sapere che non si esauriscono in
quella della razionalità scientifica di tipo empirico-sperimentale
a dover prendere una decisione, ponendosi con la sua coscienza e
la sua responsabilità di fronte al mistero dellesistenza e
dellAssoluto ( UNITÀ
DEL SAPERE, V). La persona può riconoscere tale segno sufficiente
o insufficiente per individuarvi una rivelazione di Dio, ma se ne
assume al contempo la corrispondente responsabilità. Questa sarà
tanto maggiore quanto più chiaro appaia il segno proposto alla sua
attenzione. Vi sono infatti eventi la cui causa oggi non si conosce
ma potrebbe conoscersi in futuro, altri che si impongono per il
loro carattere immediato e contrario alla comune esperienza, ed
altri ancora i quali, assai ragionevolmente, non potranno né oggi
né mai essere spiegati ricorrendo a cause naturali, ma che per la
loro stessa fenomenologia si impongono come unazione di Dio
nella storia. È questo il caso, fondamentale ed essenziale, della
resurrezione di Gesù Cristo, il segno per eccellenza, di fronte
al quale ogni uomo è responsabilmente tenuto a prendere posizione.
3. Azioni di Dio secondo natura e contro natura: la prospettiva
di Tommaso dAquino. Un ultimo spunto riguarda la critica
mossa dal pensiero filosofico, e poi raccolta da parte del pensiero
scientifico, circa la supposta contraddittorietà di unazione
di Dio che superi lordine naturale, essendo tale ordine creato
e sostenuto da Dio stesso. Quanto osservato da Voltaire e dal deismo
(vedi supra, IV.1) e poi implicitamente ripreso da coloro
che trovano poco logico vedere nei miracoli nuovi interventi
di Dio nella natura, era stato già oggetto di riflessione da parte
di Tommaso
dAquino (1224-1274). Secoli prima Agostino
(354-430) ne aveva offerto una soluzione parziale, semplicemente
ricordando che norma della natura è Dio stesso, introducendo
al contempo una distinzione tra prodigiosità dellevento in
se stesso e prodigiosità che dipende della conoscenza che noi abbiamo
di esso, puntualizzazione questultima che verrà utilizzata
poi da altri autori, fra cui A. Flew, per mostrare la provvisorietà
del concetto di miracolo. «Noi infatti aveva affermato
Agostino pensiamo che tutti i portenti siano contro natura,
ma in verità non lo sono. Non può essere contro natura ciò che avviene
per la volontà di Dio, perché la volontà delleccelso Creatore
è la natura di qualsiasi essere creato. Il portento dunque non avviene
contro natura, ma contro quella natura che a noi si manifesta»
(De civitate Dei, XXI, 8,2).
Sviluppando il pensiero di Agostino, Tommaso sosterrà la tesi che loperare di
Dio non può mai dirsi contro natura. «Siccome lordine
naturale è stato posto nelle cose da Dio, ciò che egli opera fuori di questordine
non è contro natura. Per ogni essere, dice s. Agostino [Contra
Faustum, 26, 3], è naturale tutto ciò che è fatto da colui dal quale
deriva ogni misura, numero e ordine della natura. [
] Dio ha impresso un
ordine stabile nelle creature, in modo però da riservarsi una motivata libertà di agire
altrimenti. Egli perciò non muta quando opera qualcosa al di fuori di tale
ordine» (Summa theologiae, I, q. 105, a. 6, ad 1um e 3um). La quaestio
6 del De Potentia Dei, interamente dedicata al tema dei miracoli (cfr. anche Summa
theologiae, I, q. 105, aa. 6-8; Contra Gentiles, III, cc. 101-102), partendo
dallaffermazione agostiniana che Dio non fa nulla contro natura, perché ciò che
Dio fa è la natura di ogni cosa, si propone di mostrare che i miracoli non sono effetto
di una volontà volubile, ma una sorta di interplay fra azione di Dio nella sua
provvidenza ordinaria e azione di Dio fuori di essa, senza che ciò generi tensione o
contraddizione nelloperare divino: «Dio non agisce andando contro le leggi
della natura a causa di una volontà mutevole: Dio infatti dalleterno ha previsto e
ha voluto fare ciò che opera nel tempo. Perciò ha fissato il corso della natura in modo
tale da preordinare nella sua volontà eterna che talvolta avrebbe agito contro tale
corso. Nellagire andando oltre il corso della natura, Dio non elimina totalmente
lordine delluniverso, in cui consiste la sua bontà, ma solo
lordinamento di una causa particolare al suo effetto» (De Potentia,
q. 6, a. 1, ad 6um e 7um). Il miracolo non è una correzione della
creazione, come ironizzato dal deismo settecentesco, ma una manifestazione e quasi una
continuazione del medesimo potere creatore: «Larte di Dio non si manifesta
in modo esaustivo nella creazione; dunque Dio in forza di essa può fare qualcosa in modo
diverso da quello del corso della natura. Non si può allora concludere che agisce contro
la sua arte se opera contro il corso della natura: infatti anche un artigiano può
realizzare unaltra opera con la sua arte in modo diverso da come ha fatto in
precedenza» (De Potentia, q. 6, a. 1, ad 12um).
Linsistenza di Tommaso sulla dimensione ontologica del miracolo
può essere spiegata come tentativo di aiutare linterlocutore
a riconoscere, nel miracolo, la presenza dello stesso Creatore.
È la natura di alcune opere determinate, possibili esclusivamente
a Colui che ha creato il mondo, a motivare meglio di altri criteri,
di ordine personale o soggettivo, la preparazione delluomo
ad accogliere la rivelazione di Dio (praeambula fidei). Lappello
ad un superamento delle forze e delle potenzialità della
natura è, in conseguenza di ciò, esplicito, secondo una gradualità
di forza probante: «Un fatto può superare le forze della natura
in tre modi. Primo, nella sostanza stessa del fatto, che la natura
non può assolutamente compiere [
]. E tali fatti tengono il
primo posto fra i miracoli. Secondo, un fatto può superare le forze
della natura non per la cosa prodotta, ma per il soggetto in cui
viene prodotta: come ad es. la resurrezione dei morti, la guarigione
dei ciechi e simili. Infatti la natura può causare la vita, ma non
in un morto; dare la vista ma non a un cieco. E questi fatti occupano
il secondo posto fra i miracoli. Terzo, un fatto può superare le
forze della natura soltanto per il modo e per il procedimento con
cui è prodotto: come quando per es. uno guarisce istantaneamente
dalla febbre per virtù divina, senza cure e fuori del decorso normale
della malattia in casi simili, oppure quando laria si condensa
immediatamente e cade la pioggia per la sola virtù divina e senza
lintervento di cause naturali, come avvenne alle preghiere
di Samuele e di Elia. E fatti di questo genere occupano lultimo
posto fra i miracoli. Tuttavia, ciascuna di queste serie di miracoli
ammette diversi gradi, a seconda del diverso grado in cui vengono
superate le forze della natura» (Summa theologiae,
I, q. 105, a. 8; cfr. Contra Gentiles, III, c. 101). Si tratta
di riflessioni che mantengono ancor oggi una certa attualità in
merito al dialogo con le scienze, per la loro ordinata sistematicità.
Sono le scienze naturali che, pur non dovendo formulare alcun giudizio
su cosa sia o non sia un miracolo, possono invece conoscere e descrivere
le forze della natura al punto di segnalare in modo
non ambiguo ciò che «le supera per la sostanza stessa del
fatto», ciò che pare inusitato nel soggetto e ciò che pare
contraddire lesperienza comune in quanto al modo con cui tali
eventi si realizzano. Siamo di fronte ad un moderno approccio statistico
alla plausibilità di una certa affermazione, il cui intervallo
di confidenza può essere valutato in modo crescente: spetta
alla responsabilità della persona in ricerca (in questo caso in
ricerca di Dio e delle sue rivelazioni nella storia), stabilire
il grado di certezza sufficiente per motivare un suo interesse ragionevole
verso il miracolo, riconosciuto come significativo per preparare
lopzione libera della fede.
VI. Presenza e attualità del miracolo nellesperienza della
fede
1. Avvengono anche oggi i miracoli? La domanda non è retorica
e basterebbero a provarlo due considerazioni. La prima è che varie
fonti storiografiche raccolgono, almeno a partire dal XVII secolo,
numerose testimonianze di episodi ritenuti inspiegabili, in massima
parte guarigioni, avvenuti in un contesto di preghiera
e di fede religiosa, sui quali anche losservazione scientifica
ha potuto offrire una certa documentazione. Un ruolo speciale lo
rivestono in proposito (anche per il loro impatto sullopinione
pubblica) le guarigioni miracolose segnalate a Lourdes (Francia),
sul luogo delle apparizioni mariane del 1858. La seconda è che la
Chiesa cattolica contempla uno specifico procedimento processuale
per verificare lattribuzione di un miracolo allintercessione
di coloro per i quali sono state istruite, dopo la loro morte, cause
di beatificazione e di canonizzazione, procedimento che a partire
da Benedetto XIV (1740-1758) riceve una precisa codifica nella legislazione
della Chiesa. I processi canonici di questo genere sono stati innumerevoli,
ciascuno corredato da opportuna documentazione, per la cui valutazione
ed analisi la Chiesa si avvale necessariamente di commissioni di
esperti di ambito medico-scientifico.
È indubitabile che il tema del miracolo continui ad appartenere
alla vita di fede della Chiesa e, non di rado, il miracolo sia invocato dalla preghiera
dei credenti. Tale invocazione resta però soggetta a diverse valenze, non escluse
manifestazioni che possono anche distanziarsi sensibilmente dallautentica vita
religiosa cristiana, quando perdono ad esempio il loro necessario riferimento
cristologico-salvifico e divengono scomposta espressione di richiesta di fatti
prodigiosi ricercati per fini utilitaristici, o che comunque contraddicono
aspetti centrali della Rivelazione cristiana. Osservazioni al riguardo vengono offerte dal
documento della CDF, Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione
(24.11.2000). Allinterno di un autentico orizzonte di fede, poi, non va dimenticato
il ruolo del miracolo spirituale, rappresentato essenzialmente da
quelle conversioni del cuore che il popolo di Dio chiede per sé e per gli altri, che è
possibile anche sperimentare sotto forma di frutti dello Spirito, realtà che certamente
sfuggono ad ogni formalizzazione o statistica. In questo genere di
miracoli sussiste laspetto di evento inusitato ed oggettivo (ad
es. il modo radicale, improvviso e stabile, con cui si intraprende un cammino cristiano
fino a quel momento sempre rifiutato), come quello semiologico (ad es. il segno o
messaggio che con tale evento Dio voglia rivolgere a qualcuno), ma laspetto
ontologico riguarda un ordine diverso, quello della grazia. Siamo evidentemente di fronte
ad eventi circa i quali nulla viene chiesto alla scienza, in quanto non vi sono coinvolte
né leggi di natura né fenomenologie oggetto di esperimenti empirici, sebbene il senso
comune, e forse anche la psicologia della religione, possano ugualmente
cogliere la presenza di qualcosa di inconsueto o straordinario. Tuttavia, proprio a motivo
della mancanza di un preciso sfondo empirico sulla base del quale
valutare loccorrenza di qualcosa che eccede lordine naturale, i cosiddetti
miracoli spirituali non sono contemplati nella cause di canonizzazione dei santi, e pur
riconoscendone il valore per la vita della fede non si attribuisce loro un valore
probativo ai fini processuali.
Per quanto riguarda le guarigioni mediche, che rappresentano la
gran maggioranza di ciò che la Chiesa ancor oggi qualifica col termine
«miracolo», quelle avvenute a Lourdes, per quasi 150
anni dallinizio della devozione mariana in quel luogo, sono
state molteplici (oltre un migliaio quelle reclamate), ma esistono
riconoscimenti canonici per solo una sessantina di esse. Fra le
più note, va menzionata quella di Marie Ferrand, una malata di peritonite
tubercolare seguita in prima persona dal medico agnostico Alexis
Carrel (1873-1944), premio Nobel per la medicina nel 1912, testimone
oculare nel 1902 dellevento che doveva poi rivelarsi determinante
per la sua conversione al cristianesimo (cfr. Carrel, 1980; PREGHIERA,
VII). Salvino Leone (1997) offre una tavola sinottica delle guarigioni
inspiegabili, ufficialmente accertate dalla Chiesa, verificatesi
dal 1858 al 1976 nella cittadina francese. I casi più frequenti
riguardano vari generi di neoplasie, sclerosi a placche e tubercolosi
polmonari, ma sono registrate anche guarigioni immediate da fratture
esposte e da cecità. Dario Composta (1981) ha raccolto un ampio
campionario, questa volta di carattere generale, di fatti straordinari
esaminati dalla Chiesa dal 1920 al 1970. Di taglio più divulgativo
è invece lindagine pubblicata da Alfred Läpple, che presenta
a livello antologico la documentazione relativa ad oltre una ventina
di miracoli avvenuti in vari luoghi, per i quali esiste adeguata
documentazione storica (cfr. Läpple, 1995). Si riporta, fra laltro,
la resurrezione del quattordicenne Girolamo Gerin, annegato nel
1623 ad Ornay presso Ginevra, ed avvenuta il giorno successivo al
ritrovamento del corpo, in seguito alla richiesta di intercessione
di s. Francesco di Sales (1561-1622), miracolo che papa Alessandro
VII (1655-1667) poté formalizzare proprio in occasione della canonizzazione
del santo francese. Noto al grande pubblico e storicamente ben documentato
da autorità governative e civili è anche il miracolo di Calanda
(presso Saragozza), del quale fu protagonista nel 1640 un giovane
spagnolo, Miguel Juan Pellicer, al quale ricrebbe in modo inspiegabile
la gamba destra tre anni dopo la sua amputazione, resasi necessaria
a causa di un grave incidente. Per la vastità della devozione e
la relativa inspiegabilità del fenomeno, questa volta non più nellambito
delle guarigioni, va ricordata anche linsolita formazione
dellimmagine della Madonna di Guadalupe, apparsa nel 1531
su un tessuto grezzo di tela di iuta come prova dei messaggi di
conversione spirituale consegnati allindio Juan Diego, e che
fino ad oggi permane in ottimo stato di conservazione secondo modalità
tuttora sconosciute. Fra gli eventi di maggiore risonanza pubblica
va infine menzionato il cosiddetto miracolo del sole,
avvenuto Fatima il 13 ottobre 1917, interpretato dalla maggioranza
dei presenti come conferma delle apparizioni mariane a Cova da Iria.
Il fenomeno (moti anomali del sole sulla sfera celeste), non venne
però registrato da alcuna fonte scientifica e fu oggetto di descrizioni
spesso contrastanti, che sembrano risentire della presenza di fattori
di tipo psicologico, spingendoci ad avanzare qualche riserva sulla
sua natura di evento fisico oggettivo.
2. La valutazione dei miracoli nelle cause ecclesiastiche di
canonizzazione. Significativo esempio di analisi interdisciplinare
è il ruolo probatorio dei miracoli nei processi canonici di beatificazione
e canonizzazione (cfr. Gutiérrez, 1998). Riformato da Giovanni Paolo
II (Divinus perfectionis Magister, 25.1.1983), per la valutazione
dei miracoli il rito processuale ha mantenuto limpostazione
generale ricevuta da Benedetto XIV (Opus de Servorum Dei beatificatione
et Beatorum canonizatione, 1747). La presenza di una prova di
questo genere risponde al desiderio della Chiesa di suggellare con
un avvallo che abbia Dio per autore (vedi supra, III) quanto
essa può concludere circa la santità di vita entro gli
abituali limiti di certezza propri di ogni ricostruzione storica
con il processo sulle virtù eroiche che precede quello sul miracolo.
La prova del miracolo e quella delle virtù hanno un valore complementare:
il primo intende assicurare la firma divina in un giudizio
(la salvezza e la visione beatifica di un fedele defunto) di cui
solo Dio stesso può conoscere lesito; la seconda assicura
che il fatto straordinario non perda il riferimento con la santità
cristiana, e dunque con un contesto spirituale e religioso, pena
la riduzione del fatto miracoloso a qualcosa di semplicemente portentoso
(o perfino magico).
Perché la Chiesa potesse formulare unattestazione del fatto miracoloso, il
decreto di Benedetto XIV richiedeva la simultanea presenza di sette criteri (cfr. Leone,
1997, p. 35). Essi sono: occorre che la malattia sia considerata grave e seria, cosa che
renda la sua cura impossibile o almeno assai difficile; il fatto straordinario non può
sovrapporsi a ciò che potrebbe ragionevolmente considerarsi linizio di una
guarigione naturale; non devono essere state realizzate cure mediche alluopo e, se
applicate, queste non devono aver recato alcun effetto positivo; la guarigione deve essere
avvenuta in modo immediato ed istantaneo; in modo totale e definitivo; non a seguito di
crisi fisiologiche che talvolta risolvono certe patologie in modo inaspettato e repentino
(ad es. mediante lespulsione di corpi estranei, di umori dannosi, ecc.); la
malattia, infine, non deve ripresentarsi dopo un certo tempo. Sebbene risentano del
linguaggio del tempo, i criteri di papa Lambertini ci pare mostrino un notevole rigore
formale ed una rispettosa attenzione alla metodologia delle scienze.
Oggi come allora non viene richiesto ai periti medici alcun giudizio
se sia avvenuto un miracolo, o su cosa sia un miracolo, ma soltanto
che ci si trovi di fronte ad un evento, percettibile dai sensi,
che vada al di là dellordine delle cause naturali conosciute,
almeno secondo ciò che potremmo chiamare lo stato dellarte
del momento. Nella valutazione della prova, «il caso deve
innanzitutto essere corredato dalla documentazione necessaria perché
i componenti della Consulta medica siano in grado di stabilire la
diagnosi precisa, la terapia adoperata e la prognosi, per dare,
infine, il proprio parere sulla modalità della guarigione: il caso
proposto potrà passare allesame dei Consultori teologi e,
successivamente, dei Membri della Congregazione [delle Cause dei
santi] solo se, per quanto concerne la modalità della guarigione,
la maggioranza dei periti medici avrà risposto che essa appare inspiegabile
secondo le loro conoscenze scientifiche» (Gutiérrez, 1998,
p. 502). Osserviamo al proposito che per numerosi eventi straordinari
consegnatici dalla storiografia (si pensi al miracolo di Calanda
o alle prime guarigioni di Lourdes a metà del secolo XIX), il progresso
pur notevolissimo sperimentato dalla medicina negli ultimi due o
tre secoli non ha mutato lo stato dellarte al
punto da doverne oggi riformare il giudizio. Osserva Leone (1997),
che «per rispondere allambigua domanda cosa ne
pensi la medicina di tali fatti possiamo dire che non è inerente
al suo statuto epistemologico, cioè alla sua specifica natura, pensare
alcunché di questi fenomeni. In un certo senso, data la natura empirico-sperimentale
(e non speculativa) di tale disciplina essa mantiene una sovrana
impassibilità» (p. 38). Lautore precisa però
che diversa è la condizione di chi esercita la medicina, ed occorre
evitare che, «qualora questa si confronti con tali fenomeni,
si assumano due atteggiamenti opposti ma entrambi scorretti. Da
un lato laccanimento positivista per cui il medico,
nellaccertare il fatto cerca in tutti i modi di trovare vie
per poter escludere, anche con artifici funambolici, levento
inspiegabile [
]. Dallaltro lingenuità fideista,
per cui si cerca di favorire il ricorso a uninterpretazione
non naturale del fenomeno, magari forzando alcuni dati e pronti
a scoprire tracce di soprannaturale in ogni evento relativo alla
malattia o al malato in questione» (pp. 38-38). A ciò noi
aggiungiamo che se la medicina può restare impassibile,
il coinvolgimento personale del medico, come ricercatore sincero
della verità delle cose, non riguarda soltanto, in negativo, il
rischio di cadere in uno dei due opposti atteggiamenti segnalati,
ma può tradursi, positivamente, anche nel desiderio di voler
capire di più, forse accedendo, come nel caso di Alexis Carrel,
ad orizzonti di comprensione del proprio oggetto di
studio, luomo e la vita umana, più vasti e meno riduttivi
e perciò, proprio per questo, più veri ( MEDICINA,
V-VI).
3. I miracoli eucaristici: un caso particolare nel rapporto
fra scienza e fede. La conversione eucaristica non può, in senso
stretto, considerarsi un miracolo perché il cambio sostanziale
del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù Cristo ( EUCARISTIA)
non è qualcosa che si impone ai sensi in modo inconsueto e prodigioso.
Non viene cioè verificato uno dei tre aspetti tradizionalmente associati
allapproccio teologico al miracolo (vedi supra, III).
La teologia ed il magistero ecclesiale parlano pertanto dell'Eucaristia
come un mistero e non come un miracolo. Lungo la storia
sono stati tuttavia trasmessi alcuni fatti inconsueti ed osservabili
che implicavano cioè fenomeni sperimentabili
collegati al culto e alla presenza dell'Eucaristia. È quanto viene
comunemente indicato col nome di «miracoli eucaristici».
Ne viene dato un riepilogo in alcune antologie classiche sull'Eucaristia
(dettagliatamente in A. Piolanti, L'Eucaristia. Il mistero dell'altare
nel pensiero e nella vita della Chiesa, Roma 1957, pp. 1025-1061;
alquanto sommario invece il contributo di Birot, Miracoli eucaristici,
in I. Biffi, Enciclopedia eucaristica, Milano 1964, pp. 819-830).
Di simili fatti straordinari ne esistono cenni anche in alcune opere
patristiche. In epoca medievale e moderna vengono ricordati casi
di ostie consacrate che hanno sanguinato: Lanciano (sec. VIII),
Ferrara (1171), Alatri (1228), Firenze (1230), Bolsena (1264), Berlino
(1510); conservate apparentemente intatte per lunghissimo tempo:
Morrovalle (1562), Favernay (1618), Siena (1730); guarigioni prodigiose:
Parigi (1725), spesso durante momenti di adorazione o benedizioni
eucaristiche in santuari mariani a Loreto, Lourdes e Fatima. L'attendibilità
storica dei documenti ha un valore diseguale, ma in alcuni dei casi
menzionati è stato possibile procedere ad analisi scientifiche delle
corrispondenti reliquie. Assumono in proposito particolare interesse
per le scienze i fatti accaduti a Lanciano, Bolsena e Siena.
Quanto accaduto nel sec. VIII a Lanciano, nel monastero dei santi Legonziano e
Domiziano, concerne l'esperienza di un monaco basiliano il quale, assalito da dubbi sulla
presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, fu testimone durante la celebrazione della s.
Messa della conversione sensibile delle specie eucaristiche in carne e sangue. Le reliquie
di tale conversione si conservano oggi nella chiesa di s. Francesco. Sottoposti ad analisi
chimico-biologiche, i frammenti di carne hanno rivelato la natura di fibre muscolari
identificate come tessuto di miocardio, mentre i grumi di sangue coagulato quella di
sangue umano di gruppo AB, cioè lo stesso rilevato sulla Sindone di
Torino. Descrizione dettagliata della storia del miracolo e delle analisi possono trovarsi
nel resoconto di B. Sammaciccia, Il miracolo eucaristico di Lanciano (Lanciano,
1976).
Il miracolo eucaristico di Bolsena, rappresentato da Raffaello in un noto affresco
della stanza di Eliodoro nei palazzi Vaticani, avviene in circostanze analoghe. Sempre
durante la celebrazione della s. Messa, su un altare della chiesa di s. Cristina, un
sacerdote desideroso di accrescere la propria fede nella presenza reale di Cristo nel
sacramento vede grondare sangue dall'ostia consacrata. Ne restano tracce sul lino usato
come corporale oggi conservato nella Cattedrale di Orvieto sui
marmi e sulle pietre dell'altare e del pavimento della cappella della martire a Bolsena.
Il miracolo ha luogo nello stesso anno (1264) in cui papa Urbano IV, residente a
quell'epoca in Orvieto, accetta le insistenti richieste della Beata Eva di Saint Martin e
promulga la festa del Corpus Domini. Per la ricostruzione storica si può vedere
l'opera classica di A. Lazzarini (Il miracolo di Bolsena. Testimonianze e documenti dei
sec. XIII e XIV, Roma 1952).
Infine a Siena, un gran numero di ostie consacrate furono sottratte
nel furto sacrilego di una pisside il 14 agosto 1730. Ritrovate
pochi giorni dopo ed esposte all'adorazione dei fedeli con grande
solennità, il culto popolare ne ostacolò la consumazione sacramentale,
dando inconsapevolmente inizio ad una venerazione che si protrasse
nel tempo. A partire da quel momento, quasi 250 ostie permangono
incorrotte e possono essere adorate dai fedeli nella Basilica di
s. Francesco della città toscana (resoconto storico in G. Odoardi,
Il miracolo eucaristico di Siena, in Piolanti, op. cit. 1957,
pp. 1035-1061). Varie ricognizioni avvenute lungo gli anni hanno
constatato l'inspiegabile conservazione delle specie del pane, confermata
da alcune degustazioni devotamente compiute e da ripetute analisi
chimiche (cfr. S. Grimaldi, Uno scienziato adora, Siena 1956).
Pur nella loro diversità, la natura miracolosa di quanto viene riportato
dagli avvenimenti di Lanciano, di Bolsena e di Siena, consiste nella
presenza di effetti visibili collegati ad un comportamento anomalo
delle sostanze. Nei primi due casi, si tratterebbe della presenza
di effetti sperimentabili di un cambio sostanziale, mentre nel secondo
della permanenza sperimentabile di caratteristiche che non paiono
associabili al comportamento di una sostanza ordinaria.
VII. Osservazioni conclusive: il miracolo nella dinamica del rapporto
fra scienza e fede
I miracoli, e ci riferiamo in primo luogo alla resurrezione e ai
miracoli di Gesù Cristo, dal cui peculiare rapporto con il cosmo
discende anche la comprensione di ogni altro miracolo, sono e restano
segni di credibilità della fede ed insieme segni di salvezza. Una
loro interpretazione puramente simbolica, soggettivista o metaforica
sarebbe teologicamente insufficiente e si distanzierebbe dal contenuto
della Rivelazione cristiana, come essa ci viene trasmessa dalla
Chiesa. Da questo punto di vista, riteniamo che le affermazioni
del Concilio Vaticano I (1870) mantengano ancor oggi la loro attualità:
«Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo
si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione:
cioè fatti divini e in primo luogo i miracoli e le profezie che,
manifestando in modo chiarissimo lonnipotenza e la scienza
infinita di Dio, sono segni certissimi della divina rivelazione
adatti ad ogni intelligenza» (DH 3009). Quel medesimo Concilio
ritenne non conforme al deposito rivelato reputare che «i
miracoli non possono mai essere conosciuti con certezza, né servire
per provare efficacemente lorigine divina della religione
cristiana» (DH 3034).
La relativa problematicità dellepistemologia scientifica circa
linterpretazione delle leggi di natura non è tale da obbligare la teologia ad una
cesura con le scienze, orientandola verso definizioni o comprensioni del miracolo che
perdano ogni riferimento con losservazione scientifica della natura. Questo
riferimento dalla teologia verso le scienze non è qualcosa che
sta o cade con le leggi di natura (o con la comprensione che noi
possiamo avere di esse). Piuttosto, sta o cade con il realismo della nostra conoscenza
della natura, cioè con la nostra capacità di porci di fronte al reale come qualcosa di
non ambiguo, sul cui comportamento la nostra intelligenza può trarre conclusioni senza
dubbio parziali e perfezionabili, ma vere, ed in certa parte anche irreformabili. È
questa lepistemologia, a nostro avviso, con cui sta o cade una
spiegazione teologica del miracolo che si rivolga anche alla razionalità delle scienze.
Nella dinamica fra fede e ragione, i miracoli non bastano, da soli, a determinare
lopzione della persona umana verso la fede. I Vangeli mostrano una chiara
circolarità fra fede e segni: i segni sono compiuti affinché si
creda, ma per riconoscerli come segni occorrono opportune disposizioni del cuore. Come
già segnalava Blaise Pascal, i miracoli danno prove ma non sono assolutamente probanti,
scuotono ma da soli non bastano alla fede. È necessario il giudizio del cuore, non solo
la razionalità della logica, ed occorre il dono della grazia (cfr. Pensieri, nn.
803, 843). Tuttavia, si potrebbe precisare meglio che le disposizioni necessarie per
riconoscere i miracoli sono unapertura alla fede, non una
manifestazione di fede già formata: essi mantengono il loro appello come preamboli alla
fede. Sebbene da soli siano insufficienti né sono determinanti, la persona può
ragionevolmente impiegarne lappello nella logica di quella «strategia per
convergenza di indizi» che così bene seppe esporre J.H. Newman.
Litinerario della ricerca di Dio è quello di non fermarsi ai miracoli, ma di
saperne cogliere lintimo nesso e dai miracoli, risalire
pazientemente e con passione verso il Miracolo di Gesù Cristo stesso,
della sua identità e credibilità, della sua resurrezione; solo questo
miracolo può, da solo, qualificare come pienamente
ragionevole e umanamente adeguata unopzione verso la fede il cui
prodursi compiuto resta sempre un dono di grazia.
La teologia può superare gli opposti scogli dellinterventismo e di un anonimo
naturalismo, oltre i quali è possibile continuare il suo percorso di intellectus fidei.
Il giudizio che esistono fatti che superano lordine naturale
continua ad essere significativo anche per la razionalità scientifica. Il discernimento
del miracolo resta unimportante, per certi versi attraente, attività
interdisciplinare, non perché orientata alla ricerca di stranezze, ma per comprendere
fino a che punto Dio può trasfigurare ed elevare una natura che ha creato in Cristo e in
vista di Cristo, e fino a che punto la natura è capace di rivelare
tale ordinamento e centralità cristocentriche.
Concludiamo con due domande finali. Possiamo dire che la vita è un
miracolo? O, anche, che l universo è un miracolo? Se, come abbiamo
rilevato, non riteniamo sia lecito assorbire la nozione di miracolo
nei processi complessi, emergenti, e sempre imprevedibili e creativi della natura, quando
consideriamo luniverso e la vita nella loro singolare e sorprendente
unicità luniverso in quanto la totalità di ciò
che è posto in esistenza e la vita come la mia vita personale ed
irripetibile si fa allora strada una nuova riflessione. Gli aspetti
psicologici, ontologici e semiologici, caratteristici del miracolo, paiono tutti
verificati. Si tratta in ambedue i casi di fatti sensibili, sperimentabili, ma certamente
straordinari, la cui gratuità sorprende al di là dellordine
della natura: lo diciamo nel senso che luniverso rimanda oltre se stesso e la mia
esistenza personale rimanda oltre la vita come tale; il loro autore è Dio, perché di Lui
portano entrambi la firma, anzi limmagine; entrambi sono per noi un segno che
attraverso due itinerari della ragione, cosmologico ed antropologico, ci recano un
messaggio: quello della presenza del Creatore, anzi del mio Creatore:
«Sei tu che hai creato le mie viscere / e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
/ Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; / sono stupende le tue opere, / tu mi
conosci fino in fondo. / Non ti erano nascoste le mie ossa / quando venivo formato nel
segreto, / intessuto nelle profondità della terra. / Ancora informe mi hanno visto i tuoi
occhi / e tutto era scritto nel tuo libro; / i miei giorni erano fissati, / quando ancora
non ne esisteva uno» (Sal 139,13-16).
Giuseppe Tanzella-Nitti
Vedi: FEDE; LEGGI
NATURALI; MISTERO; NATURA; VANGELI.
Bibliografia:
Aspetti teologici: A. MICHEL, Miracle,
in DTC, vol. X, 2, coll. 1798-1858; C.S. LEWIS, Miracles,
London 1947 [tr. it. La mano nuda di Dio, GBU, Roma 1987];
V. MARCOZZI, Il miracolo, in "Problemi e orientamenti di
teologia dommatica", Marzorati, Milano 1957, vol. I, pp. 105-142;
W. GRUNDMANN, Dynamai e Dynamis, in GLNT, vol. II, 1966,
coll. 1473-1556; J. MORALES, El milagro en la teología contemporanea,
"Scripta Theologica" 2 (1970), pp. 195-220; K.H. RENGSTORF, Semeîon,
in GLNT, vol. XII, 1979, coll. 17-171; IDEM, Téras, in GLNT,
vol. XIII, 1981, coll. 1123-1156; R. LATOURELLE, Miracolo,
in NDT, 19823, pp. 931-945; R. GUARDINI, Miracoli
e segni (1959), Morcelliana, Brescia 1985; G. SEGALLA, La
cristologia soteriologica dei miracoli nei sinottici, "Teologia"
5 (1987), pp. 147-151; R. LATOURELLE, Miracoli di Gesù e teologia
del miracolo, Cittadella, Assisi 1987; F. URICCHIO, Miracolo,
in NDTB, 1988, pp. 954-978; H. VERWEYEN, Il miracolo in teologia
fondamentale, in "Gesù rivelatore", a cura di R. Fisichella,
Piemme, Casale Monferrato 1988, pp. 196-207; R. LATOURELLE, Miracolo,
in DTF, 1990, pp. 748-771; R. LATOURELLE, Du prodige au miracle,
Editions Bellarmin, Montreal 1995; J.L. GUTIÉRREZ, I miracoli
nell'apparato probatorio delle cause di canonizzazione, "Ius
Ecclesiae" 10 (1998), pp. 491-529; J.Y. LACOSTE, Miracle,
in "Dictionnaire critique de Théologie", Puf, Paris 1998, pp. 733-738;
G. LORIZIO, Una prospettiva teologico-fondamentale, in "Interpretazioni
del reale", a cura di P. Coda e R. Presilla, PUL-Mursia, Roma 2000,
pp. 27-54.
Aspetti interdsciplinari: C.S. PEIRCE, The
Laws of Nature and Hume's Argument against Miracles, in "Values
in a universe of chance. Selected Writings of Charles S. Peirce",
Doubleday, Garden City (NY) 1958; P.C. LANDUCCI, La verità dei
miracoli, "Divinitas" 20 (1976), pp. 204-208; A. CARREL, Viaggio
a Lourdes, Morcelliana, Brescia 1980; D. COMPOSTA, Il miracolo:
realtà o seggestione? Città Nuova, Roma 1981; G. BLANDINO, Miracolo
e leggi della natura, "Civiltà Cattolica" 133 (1982), I, pp.
224-238; C. BORASI, Un'analisi epistemologica del miracolo,
"Asprenas" 34 (1987), pp. 375-395; S.L. JAKI, Miracles and Physics,
Christendom Press, Front Royal (VA) 1989; R. SWINBURNE, Miracles,
Macmillan, New York 1989; A. LÄPPLE, I miracoli. Documenti e
verità dagli archivi della Chiesa, Piemme, Casale Monferrato
1990; N.L. GEISLER, Miracles and the Modern Mind, Baker,
Grand Rapids (MI) 1992; A LÄPPLE, Inchiesta sui grandi miracoli
della storia, Piemme, Casale Monferrato 1995; P. DELOOZ, Les
miracles, un défi pour la science?, Duculot, Bruxelles 1997;
S. LEONE, La medicina di fronte ai miracoli, EDB, Bologna
1997; R. STANNARD, La scienza e i miracoli. Conversazioni sui
rapporti fra scienza e fede, Longanesi, Milano 1998; N. GEISLER,
Miracle, in "Baker Encyclopedia of Christian Apologetics",
Baker books, Grand Rapids (MI) 1999, pp. 449-488; J. EARMAN, Hume's
Abject Failure. The Argument against Miracle, Oxford Univ. Press,
Oxford - New York 2000.
|