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Materia
Alberto Strumìa
I. Che cos’è la materia? - II. La
materia come concetto filosofico-teologico - III. L’indagine
scientifica sulla materia - IV. Tra scienza e filosofia - V. Materia
e massa, campo ed energia - VI. Vuoto, materia ed energia -
VII. La materia e il problema del tutto e delle parti - VIII. Materia,
intelligenza e astrazione.
I. Che cos’è la materia?
Nel linguaggio comune siamo abituati a
designare con l’aggettivo “materiale” tutto ciò che può cadere sotto
la percezione diretta dei nostri sensi esterni: diciamo materiale
quello che si vede, si tocca, si odora, si gusta e di cui si può
udire il suono. Al livello macroscopico, cioè quello della nostra
scala umana, questa è una definizione operativa adeguata. Nel
linguaggio comune chiamiamo, poi, “corpi” gli oggetti (enti)
“materiali”, specialmente quelli solidi, ma in senso ampio anche i
liquidi e aeriformi, così come quelli che si possono osservare
indirettamente mediante degli strumenti (cfr. Artigas e Sanguineti,
1989, p. 3). Con il termine «materia» viene indicata indistintamente
una sorta di tessuto costitutivo dei corpi, indipendentemente da
come esso si differenzia nei diversi tipi di corpo.
La necessità di introdurre una simile
terminologia nasce, in prima istanza, dall’esigenza di distinguere
ciò che causa un’esperienza sensoriale da ciò che è all’origine di
un’esperienza di natura diversa, come quella interiore del pensare,
del provare emozioni, del ricordare e del volere, che si presenta
come fondamentalmente imponderabile, immateriale.
Le cose si complicano quando si passa ad
un’analisi più dettagliata che coinvolge fenomeni come la luce, o
ambiti di ricerca come il mondo microscopico, quello biologico, o
quello della mente umana. Solo un esame più attento permette, come
vedremo, di comprendere meglio le caratteristiche di questi “mondi”
e di precisare il significato del termine “materia” anche in
rapporto ad essi.
Storicamente si sono venuti a costituire due
approcci al problema della materia: un approccio che possiamo
chiamare “filosofico-metafisico” e un approccio che oggi
qualifichiamo come “scientifico”. Ciascuno di questi due modi di
accostare il problema, se condotto correttamente, ci offre degli
elementi molto significativi per rispondere alla domanda «che cos’è
la materia?», che sono tra loro complementari in quanto colgono lo
stesso oggetto da punti di vista diversi: quello
“quantitativo-relazionale” (scientifico) e quello “entitativo”
(filosofico). Vediamo di esaminarli entrambi, per quanto ci è
possibile.
II. La materia come concetto
filosofico-teologico
In questa sezione cercheremo di prendere in
considerazione la diversificazione “qualitativa”, diciamo meglio
“metafisica”, tra diversi modi di accostare l’indagine sulla materia
e di indicare anche quegli aspetti che riguardano più direttamente
la teologia e vengono trattati con ampiezza in altre voci ad essi
dedicati alle quali rinvieremo.
1. L’approccio fisico. Nell’antichità
classica, quando ancora scienza e filosofia non erano distinte e
incominciò a costituirsi il pensiero razionale e dimostrativo (circa
attorno al VI secolo a.C.), oltre la cultura del mito,
che si proponeva di comunicare delle verità fondamentali più che di
analizzare la struttura del cosmo, i filosofi ionici — come Talete,
Anassimene, Anassimandro, ecc. — poi chiamati anche “fisici”, in
quanto studiosi della natura
(gr. physis), si posero il problema di ricercare quali
fossero gli “elementi costitutivi” del mondo che cade sotto i nostri
sensi (cfr. Daumas, 1969, pp. 42-43, 181-184). L’esigenza della
mente umana era, allora come oggi, quella di ricondurre la
descrizione del mondo a pochi elementi costitutivi unificanti. Come
oggi i fisici ritengono che i quarks del “modello standard”
(cfr. H. Firetzsch, 1983; Cohen-Tannoudji e Spiro, 1988; Campi,
forze, particelle, 1991) siano i componenti fondamentali — anche
se sono pronti a cambiare modello se questo si dimostrasse
inadeguato e se ne trovasse uno migliore — questi antichi indagatori
del mondo fisico pensarono, più semplicemente, alla terra,
all’acqua, all’aria e al fuoco (i “quattro elementi”), in modo da
descrivere, con un dosaggio più o meno rarefatto di ciascuno di
questi elementi, ogni gradazione possibile di densità e pesantezza
sperimentabili, oltre alle differenti proprietà qualitative.
Empedocle pensò piuttosto ad una miscela opportunamente dosata di
questi stessi elementi. Per quanto oggi questa descrizione suoni
ingenua e, comunque troppo “qualitativa”, essa non differisce, nella
sostanza, dal punto di vista filosofico e metodologico, dal nostro
modo di procedere attuale. Infatti, allora come oggi, si ricercavano
degli elementi costitutivi che fossero “omogenei” rispetto a ciò che
si doveva descrivere e spiegare. Noi chiamiamo “riduzionistico”
questo metodo, che è quello, in fondo, più semplice da adottare. Per
spiegare la natura dei diversi corpi li pensiamo come formati a loro
volta di corpi più piccoli (microscopici) che si aggregano tra loro
e che non sono altro che frazioni minime di elementi che possono
essere trovati, in natura, anche in quantità macroscopiche. Per
questi antichi studiosi del mondo fisico una particella di “terra”
era fatta della stessa “terra” che potevano calpestare, così come,
per noi, una particella è “materia” allo stesso modo del tavolo su
cui poggiamo un libro da leggere. Nessuno direbbe che un protone o
un quark non sono materia! Il problema, piuttosto, sarà
quello di capire qual è la natura di questa materia che è comune
agli oggetti microscopici e a quelli macroscopici, se essa è un
costituente primario e irriducibile, o se è, a sua volta, effetto di
qualcos’altro.
Non a caso i costituenti elementari vengono
detti, talvolta, anche i “mattoni” di cui è fatto l’universo. E i
mattoni sono della stessa materia della casa intera. A riprova di
questa sostanziale omogeneità di impostazione sta una certa affinità
che oggi uno scienziato prova per un pensatore come Democrito (460
ca.-370 a.C.) che ideò la prima teoria atomica della materia.
2. L’approccio matematico. La posizione
di Pitagora (570-490 ca. a.C.) e dei suoi seguaci è particolarmente
interessante, anche dal punto di vista moderno, perché introduce la
matematica alla base della spiegazione della natura (cfr. Daumas,
1969, p. 183). In luogo degli “atomi”, in questo caso, compaiono i
“punti” che ci riportano ad una descrizione geometrica dello spazio
fisico. Noi saremmo condotti a pensare ai “punti materiali” della
moderna meccanica razionale, ma i pitagorici non avevano la
preoccupazione di descrivere l’aspetto ponderabile della natura,
quanto quella di coglierne l’ordine e l’armonia, la “musicalità”,
attraverso i rapporti numerici. In questo senso essi compirono un
passaggio da una descrizione “materialista” ad una descrizione
“astratta” o “ideale” del cosmo. E, dal momento che i pitagorici
conoscevano la corrispondenza tra i punti di una retta e i numeri,
la descrizione era nel contempo geometrica e aritmetica, o come si
suol dire “aritmo-geometrica”. La crisi dei numeri “irrazionali”,
però, non fu pienamente superata che secoli più tardi e questa
impostazione matematizzante, che aveva fondato l’intero sistema di
vita e di pensiero dei pitagorici, entrò in crisi e si bloccò per
molto tempo.
3. L’approccio metafisico. A questo
punto era maturo il passaggio dall’approccio fisico e/o matematico
all’approccio metafisico. La domanda con cui il problema della
comprensione della realtà fu affrontata, adesso, non era più: «Quali
sono gli elementi costitutivi?», ma «come è possibile il cambiamento
nelle cose?», il divenire. Noi facciamo esperienza
della variabilità delle cose e nel contempo della loro identità. La
ricerca sposta il suo obiettivo dall’indagine sui costituenti
(“mattoni”) dell’universo, ai “princìpi” che ne spiegano l’esistenza
e il mutamento. Questi princìpi non sono riconducibili a dei
componenti corporei, e quindi osservabili, ma sono di natura diversa
da quella dei corpi. Eppure vanno ipotizzati per ragioni di ordine
logico, per poter spiegare il comportamento delle cose e dei corpi
in particolare. Anzi alcuni di essi si presentano come
irrinunciabili ai fini della comprensione della realtà, in quanto,
provando a prescinderne si giunge a delle contraddizioni, o almeno,
a non essere in grado di procedere oltre un certo grado di
conoscenza ( Metafisica,
I).
Ogni corpo — e ciò è particolarmente evidente
nei viventi — durante la sua esistenza, in parte si trasforma e in
parte si mantiene inalterato, e conserva la propria identità. Se vi
fosse un solo principio alla base dell’essere, se vi fossero solo i
“mattoni” (materia), sostituendo questi con altri mattoni, il corpo
non sarebbe più lo stesso. Così non si potrebbe più dire che un
uomo, o un vivente, è sempre lo stesso vivente durante la sua vita,
dal momento che le particelle che lo costituiscono si ricambiano più
volte nel corso della sua esistenza. Allora occorre un altro
principio, oltre alla materia, che garantisca l’identità, il
permanere al di là del cambiamento dei costituenti materiali.
Aristotele (384-322 a.C.) chiamò “forma sostanziale” questo
principio, di tipo diverso dalla materia, che fa sì che un ente sia
quello che è e rimanga tale per tutta la sua esistenza.
Probabilmente il nostro concetto di informazione
è ciò che più si avvicina a quello aristotelico di forma.
Ci troviamo, così di fronte ad una descrizione
dei corpi che li vede come la sintesi (sinolo), la risultanza di due
princìpi costitutivi (co-princìpi, in quanto operanti insieme) che
non sono essi stessi corpi, ma sono di altra natura, non sono degli
“osservabili”, non sono omogenei con i corpi, ma ne rendono
possibile l’esistenza e il mutamento: la “materia” che è come la
base comune della corporeità e la “forma” che immette nella materia
le informazioni necessarie a far sì che essa divenga quel dato
corpo, con quelle date proprietà. Ecco la base della teoria
“ilemorfica” (per approfondimenti cfr. Artigas e Sanguineti, 1989,
cap. 3; Coggi, 1997, cap. 3). A questo punto occorre una
precisazione che è anche linguistica. Finora abbiamo impiegato il
termine «materia» per indicare qualcosa che è della stessa natura,
della stessa “stoffa” dei corpi, mentre con Aristotele fa la sua
comparsa una materia che è un “principio” di natura diversa, una
pura potenzialità di ricevere il principio attivo, informativo che è
la forma. Allora occorre distinguere tra questi due tipi di materia:
bisogna, dunque, parlare di una “materia prima” che è il “principio”
(la pura potenzialità di ricevere le forme) e di una “materia
seconda” che è quella già attuata dalla forma ed è della stessa
natura dei corpi osservabili, ne è il tessuto costitutivo. Questa
“materia seconda” non è altro che ciò che noi oggi chiamiamo
semplicemente “materia”, sia nel linguaggio comune che in quello
scientifico: essa è omogenea ai corpi, è una “cosa” (ens quod),
mentre la “materia prima” (come anche la “forma”) non è una “cosa”,
ma un principio mediante il quale (ens quo) le cose sono
tali.
Questo tipo di ricerca metafisica dei
costituenti del mondo corporeo richiede di concepire l’ente secondo
modi differenziati ( Analogia)
come ens quod oppure come ens quo e non in maniera
omogenea (univoca) come l’essere sempre identico a se stesso e privo
di mutamento di Parmenide, o il puro divenire di Eraclito, privo di
un’identità che permane, ma una gradualità di modi di essere ente
che comprende principi “potenziali”, come la materia prima, princìpi
“attivi” come la forma e “cose” già attuate in varia misura.
4. Materia e spirito: aspetti
filosofico-teologici. La filosofia, a differenza della fisica e
delle scienze naturali, ha visto comparire nel suo panorama storico,
al fianco dello studio dei corpi sensibili, anche l’analisi
dell’esperienza interiore dell’uomo, caratterizzata fondamentalmente
dalla sua intelligenza e volontà. Quest’analisi ha condotto ad
introdurre, oltre al concetto di materia, prima o seconda, anche un
principio totalmente immateriale, denominato solitamente spirito,
così come il termine anima.
Aristotele aveva già impiegato il termine “anima” per indicare la
forma sostanziale dei viventi distinguendo in essa una facoltà
vegetativa, una sensitiva (che l’uomo ha in comune con gli altri
esseri viventi) e una razionale propria dell’uomo.
Il termine «spirito», poi, verrà utilizzato
prevalentemente in senso generico, mentre il termine «anima», sempre
più frequentemente utilizzato per designare l’anima umana, denota il
principio spirituale di cui è dotato un individuo di natura
razionale, come una persona umana. Ancora, il termine Spirito è
impiegato in filosofia e teologia per indicare la natura di esseri
superiori all’uomo e totalmente immateriali quali gli angeli
e Dio.
Rinviamo alle voci corrispondenti per una trattazione approfondita
di questi argomenti, così come del loro rapporto con la materia.
Nella storia della cultura umana, nei suoi
rapporti col pensiero religioso, la materia è stata sovente
considerata un elemento legato alla corruzione, al degrado, al male,
vista in opposizione allo spirito e alle realtà immateriali in
genere. La filosofia di Platone non era estranea a questa visione:
il corpo, ad esempio, è visto come “prigione” dell’anima. Uno degli
apporti originali del cristianesimo, che riprende in questo
l’ebraismo, è considerare la bontà intrinseca della materia. La
dialettica fra il bene e il male viene trasferita dal paradigma
spirito/materia, in qualche modo estrinseco alla dimensione morale,
al cuore dell’uomo, cioè alla sua interiorità. È nota in proposito
la riflessione dei Padri della Chiesa (Ireneo, Tertulliano,
Agostino) contro il manicheismo e le dottrine dualiste in genere. La
materia e la corporeità sono buone, perché create, come le realtà
spirituali, da un unico Dio ( Creazione,
III.1). Il valore “teologico” della materia ed il suo ordinamento a
Dio si riflettono poi nella stessa opera di santificazione della
Chiesa, che affida alla “materia” dei sacramenti il compito di
significare in modo efficace l’ordine della grazia, come ad es.
l’acqua nel sacramento del battesimo, o anche di attualizzarlo, come
accade nella transustanziazione della materia del pane e del vino
nel sacramento dell’ Eucaristia.
In prospettiva filosofico-teologica, la materia
può venire a volte riduttivamente associata all’idea di materialismo, dalla quale va
però opportunamente distinta. L’assorbimento degli attributi dello
spirito nella materia o, al contrario, la spiritualizzazione della
materia, possono poi condurre a varie forme di panteismo.
Negli insegnamenti del magistero ecclesiastico si incontrerà
l’esortazione a non ritenere che tutto nel mondo sia materia,
disponendosi a riconoscere anche le opere dello Spirito. Queste
ultime, pur realizzandosi attraverso la visibilità e la sensibilità
della materia, nella loro origine la trascendono.
III. L’indagine scientifica sulla materia
La scienza moderna, che si fonda sul metodo
galileiano, abbandona l’approccio metafisico per riprendere,
rifondandoli e in un certo senso unificandoli, sia l’approccio
fisico dei filosofi ionici che quello matematico dei pitagorici.
Scopo di questa sezione non è tanto riproporre una descrizione
completa delle diverse teorie scientifiche della materia, quanto
quello di mettere in rilievo i mutamenti di concezione della materia
che i passaggi da un paradigma all’altro hanno comportato (per il
concetto, ormai classico, di “paradigma”, cfr. Kuhn, 1969).
1. La teoria atomica della materia. Il
successo della meccanica galileiana e newtoniana sembra suggerire,
in maniera naturale, una descrizione di tipo meccanico
(meccanicismo) di tutta la natura corporea. In quest’ottica lo
schema unificante più semplice, in grado di rendere conto delle
diverse densità dei corpi, dai solidi ai liquidi ai gas, era offerto
dall’atomismo di Democrito. Dopo che Dalton (1766-1844) fornì la
prima prova sperimentale probante della teoria atomica, essa ebbe la
dignità scientifica per affiancarsi alla meccanica di Newton già ben
affermata. Così, mentre la teoria atomica forniva una descrizione
della “struttura della materia”, sulla base della quale si sviluppò
tutta la chimica, la meccanica newtoniana rappresentava lo strumento
per descriverne la “dinamica”, l’evoluzione nel tempo; sulla base di
quest’ultima si svilupparono la teoria cinetica dei gas e, più in
generale, la meccanica statistica, che fornirono il modello
meccanico microscopico di quella teoria macroscopica che è la
termodinamica. Lo sviluppo della fisica classica può essere dunque
esaminato da due diversi punti di vista: quello che riguarda la
“struttura” della materia, di cui ci stiamo occupando in questa
voce, e quello che riguarda la sua “dinamica” ( Meccanica).
2. Materia e radiazione. La fisica
classica si è trovata, successivamente (a partire dal
XIX secolo), di fronte
anche ad altri fenomeni da indagare, come la luce, l’elettricità e
il magnetismo. Qual è la natura fisica della luce? È essa stessa
costituita da corpuscoli di materia, in questo caso di massa
estremamente piccola, tanto da apparire pressoché immateriale
all’osservatore? La teoria corpuscolare di Newton (1642-1727)
proponeva questo modello materiale della luce, ma non si accordava
del tutto con l’esperienza (le esperienze di misura della velocità
della luce, ad esempio evidenziavano che essa si propaga in un mezzo
rifrattivo con velocità c/n, dove c
@ 3
¥ 108 m/sec
è la sua velocità nel vuoto e n l’indice di rifrazione del
mezzo, anziché con velocità cn
come avrebbe richiesto la teoria newtoniana). La teoria
ondulatoria della luce di Huygens (1629-1695) proponeva, invece di
spiegare il fenomeno luminoso come una vibrazione meccanica,
periodica, che si propaga attraverso un “etere” pressoché
imponderabile e prevedeva (oltre alla corretta velocità di
propagazione nei mezzi rifrattivi) i fenomeni di interferenza poi
effettivamente osservati (esperimento di Young, 1810). Le equazioni
di Maxwell (1831-1879), che
governano i fenomeni elettrici e magnetici, consentirono di
interpretare la natura della luce sì come un fenomeno ondulatorio,
ma anziché di tipo meccanico, di tipo elettromagnetico.Ora, se la
natura della luce era ricondotta a quella di un’onda
elettromagnetica, il problema si spostava dalla meccanica
all’indagine sulla natura dell’elettricità e del magnetismo,
unificati da Maxwell.
Incomincia a farsi strada, con
l’elettromagnetismo, il concetto di «campo», come veicolo che
trasporta energia in una forma non riducibile, concettualmente,
all’energia cinetica della meccanica delle particelle, anche se
convertibile con questa. Il concetto di radiazione viene prima ad
affiancarsi e poi a contrapporsi a quello di materia e così pure il
concetto di energia, associata alla radiazione, si contrappone a
quello di materia. Si incomincia a parlare di energia non più come
proprietà “di qualcosa”, come un attributo del campo che la
trasporta, ma come “qualcosa”, come fosse un’entità autonoma quanto
lo è la materia e di natura in certo modo diversa da quest’ultima.
Questo modo di concepire l’energia è favorito anche dal fatto che
essa è soggetta ad una legge di conservazione come la massa: se
«nulla si crea e nulla si distrugge», come aveva stabilito Lavoisier
(1743-1794) per la massa-materia, ciò era vero anche per l’energia
che si conserva pur trasformandosi da una forma all’altra. In che
cosa differiscono materia ed energia nella fisica classica
dell’Ottocento? Certamente per due caratteristiche facilmente
individuabili. La prima di esse è che la materia è dotata di una
“massa”, mentre l’energia no; anzi è questa proprietà che consente
di definire la materia stessa, interpretando la massa come “quantità
di materia”. La materia è ciò che è dotato di massa, mentre
l’energia può sussistere anche autonomamente dalla materia sotto
forma di campo elettromagnetico, che non ha una massa, oltre che
essere trasportata dalle masse sotto forma di energia cinetica. In
secondo luogo, la materia si presenta sotto forma “discreta”, come
atomi e particelle (ioni, elettroni), mentre l’energia si presenta
come un “continuo”, sia quando è associata al moto di una particella
(energia cinetica) che quando assume la forma della radiazione.
3. Le teorie della relatività di Einstein.
Con la teoria della «relatività ristretta» (1905) di Albert Einstein
(1879-1955) viene stabilita la famosa equivalenza tra massa ed
energia ( Relatività,
teoria della, I), quantificata dalla formula E = m c2 e,
così, la prima, delle due proprietà sopra enunciate, che distingueva
la materia dall’energia, come veniva intesa allora, viene a cadere.
Da un lato la “massa” di una particella in quiete (massa a riposo)
viene a presentarsi essa stessa come una forma “concentrata” di
energia (energia a riposo), dall’altro lato la stessa energia
raggiante dimostra un carattere materiale, dal momento che possiede
proprietà inerziali e gravitazionali attraverso la massa E/c2 ad
essa associata. Contemporaneamente, l’abolizione dell’etere di
Lorentz da parte di Einstein, in quanto non osservabile e la sua
sostituzione con il “vuoto”, fa acquisire all’energia un carattere
di autosufficienza ancora più marcato. L’energia della radiazione
non ha più bisogno di un supporto, di un veicolo che la trasporta
(sostanzializzazione dell’energia).
La teoria della «relatività generale» (1916)
compie un altro passo molto interessante ai fini di un discorso
sulla materia. Essa associa le proprietà “metriche” (curvatura)
dello spazio-tempo — già unificati nella rappresentazione geometrica
spazio-temporale della relatività ristretta, operata da Minkowski —
alla distribuzione di massa-energia presenti nello spazio-tempo
stesso, sotto forma di materia e di campi non gravitazionali ( Relatività,
teoria della, II). Lo spazio e il tempo assoluti di Newton,
intesi come contenitori vuoti e preformati, nei quali viene a
collocarsi successivamente la materia, sono sostituiti con uno
spazio-tempo le cui proprietà metriche sono definite dalla presenza
della materia stessa. Già con la relatività ristretta lo spazio e il
tempo non venivano più descritti come due entità indipendenti, ma
come un’unica struttura geometrica a quattro dimensioni (di cui tre
spaziali e una temporale); con la relatività generale lo
spazio-tempo viene “incurvato”, in prossimità delle masse, e
descritto non più mediante la geometria di Euclide bensì grazie a
quella di Riemann (1826-1866), in maniera tale che le traiettorie
inerziali (geodetiche) dei corpi celesti, che in esso si collocano,
siano le stesse che si avrebbero in uno spazio-tempo privo di
curvatura, in cui è presente però la gravità. In tal modo la
curvatura viene a sostituire e quindi a descrivere gli stessi
effetti della gravità.
4. La meccanica quantistica. La meccanica
quantistica — pur portando con sé ancora molti problemi da chiarire,
legati ai paradossi che essa suscita (cfr. ad esempio, Selleri,
1987) — compie ulteriori passi di unificazione. Da un lato, già la
formulazione non relativistica della meccanica quantistica, con
l’equazione proposta nel 1926 da Schrödinger (1887-1961) attribuisce
proprietà ondulatorie anche alla materia, seguendo la via aperta nel
1922 da De Broglie (1892-1987); dall’altro, la formulazione
relativistica della meccanica quantistica, introduce, con il
concetto di «fotone», la discretizzazione dello spettro dell’energia
del campo elettromagnetico (elettrodinamica quantistica) — già
ipotizzata da Einstein nella sua celebre interpretazione
dell’effetto fotoelettrico (1905) che gli valse il premio Nobel — e
dei campi in genere (teoria quantistica dei campi).
In questo quadro la materia delle
onde-particelle e l’energia delle onde-fotoni, appaiono
concettualmente indistinguibili. Ma la meccanica quantistica
presenta ora un criterio di distinzione, nuovo, per la sua
formulazione matematica, e antico per il suo contenuto filosofico
(cfr. Cohen-Tannoudji e Spiro, 1988, pp. 131-132). Dal punto di
vista matematico il criterio è fornito dalle diverse statistiche
alle quali obbediscono le onde-particelle. Alcune di esse
(«fermioni», particelle di spin semintero), che seguono la
statistica di Fermi-Dirac — a differenza delle altre («bosoni»,
particelle di spin intero) che seguono invece la statistica
di Bose-Einstein — sono soggette al «principio di esclusione» di
Pauli che non permette a due particelle uguali, in uno stesso
istante e nella stessa posizione, di avere gli stessi numeri
quantici. Questo fatto viene interpretato come l’impossibilità per i
fermioni di compenetrarsi ed è riconosciuto, filosoficamente
parlando, come una proprietà caratteristica della materia, mentre i
bosoni che non sono soggetti a questo vincolo si comportano come la
radiazione. Tra i fermioni, infatti, troviamo le tipiche particelle
costitutive della materia (protoni, neutroni, elettroni, ecc.),
mentre tra i bosoni troviamo le particelle di campo, che trasportano
l’energia di interazione (fotoni, gluoni, particelle W e Z0,
e gravitoni dei quali ancora non si conosce sperimentalmente
l’esistenza).
Vale la pena notare
che, tra le altre importanti conseguenze della meccanica quantistica
relativistica, vi fu la previsione dell’esistenza delle
«antiparticelle» — la cosiddetta antimateria — sulla quale a volte
si è molto fantasticato. La previsione fu opera di Paul Dirac
(1902-1984), che trovò, oltre alla soluzione della sua famosa
equazione, corrispondente all’elettrone, sperimentalmente ben nota,
anche una soluzione che risultava identica a quella dell’elettrone
purché si cambiasse il segno del tempo (stesse proprietà: massa,
carica elettrica, spin, ecc.). In un primo momento si
interpretò questa soluzione come un elettrone che viaggiava
all’indietro nel tempo ( Tempo,
II.3). Quest’interpretazione, tuttavia, si rivelò non fisica;
infatti ci si accorse che, in alternativa, si poteva interpretare la
stessa soluzione come una particella, identica all’elettrone, che
viaggiava correttamente nel tempo ma possedeva una carica elettrica
di segno opposto. Questo elettrone positivo, o positrone, fu
effettivamente scoperto sperimentalmente. Più tardi si trovarono
delle antiparticelle corrispondenti a tutte le particelle
conosciute, anche per le particelle elettricamente neutre, che
possedevano tuttavia altri numeri quantici di segno opposto ed erano
capaci di “annichilarsi” con le rispettive particelle,
trasformandosi in energia raggiante. Rimase comunque il problema di
comprendere perché il nostro universo fosse costituito quasi
esclusivamente di materia piuttosto che di antimateria. Questo
problema della “rottura della simmetria” è forse uno dei problemi
più indagati dalla teoria delle particelle e della cosmologia
di questi ultimi decenni.
5. Organizzazione della materia:
informazione e complessità. Lo studio della materia nei viventi
è l’oggetto proprio della biologia. Tuttavia i raccordi con la chimica
e la fisica sono sempre stati notevoli, per diversi motivi.
Anzitutto perché una certa metodologia riduzionista imponeva di
ricondurre il più possibile tutte le scienze naturali alla fisica,
scienza galileiana per antonomasia ( Riduzionismo).
E a questo scopo l’anello di congiunzione tra biologia e fisica non
poteva essere rappresentato che dalla chimica organica. In secondo
luogo perché le grandi scoperte sperimentali e teoriche della
biologia molecolare, come il codice genetico del DNA ed il modello a
doppia elica di Watson e Crick (1953) costituivano una conferma di
grande rilievo in tal senso.
Recentemente, cioè da quando i fisici e i
matematici hanno ripreso sistematicamente lo studio dei sistemi non
lineari — studio iniziato da Poincaré e poi abbandonato per decenni
dopo la sua morte (cfr. Cini, 1994, pp. 51-55) — ed è nata la
scienza della complessità, che gradualmente
ha coinvolto tutte le scienze con le sue problematiche, il processo
riduzionista ha conosciuto una battuta di arresto e il rapporto tra
fisica e biologia è cambiato radicalmente. In certo senso oggi è la
biologia che incomincia a proporre un modello epistemologico alla
fisica e non più viceversa (cfr. Cini, 1994, cap. 3).
Il fatto che in un’equazione differenziale non
lineare la somma di due o più soluzioni non sia una generalmente
soluzione costituisce la base matematica della crisi del
riduzionismo, in quanto proibisce di decomporre una soluzione che
descrive una struttura complessa, o il “tutto” in soluzioni più
semplici che ne descrivono le “parti” come isolate. Questo primo ed
elementare carattere non riduzionistico dei sistemi non lineari
della fisica, trova un corrispettivo praticamente in tutte le
scienze (vedi infra, VII). Altri aspetti della complessità
riguardano invece la dinamica dei sistemi che, a causa della non
linearità, presentano il carattere della “impredicibilità” e, se
sono dissipativi, possono dimostrarsi capaci di
“auto-organizzazione”, grazie al fatto di essere sistemi aperti
interagenti con il mondo esterno con il quale scambiano materia,
energia ed entropia (cfr. Nicolis e Prigogine, 1991 e Cini, 1994,
pp. 127-139).
Un ruolo decisivo sembra essere giocato dalla informazione
che, inserendosi ai diversi livelli di organizzazione della materia
determina, in ciascuno di essi, dei caratteri che si diversificano
anche qualitativamente e non solo per aggiunte quantitative,
divenendo in questo modo irriducibili l’uno all’altro.
6. La materia e la mente. Un altro
problema scientifico che coinvolge la materia vivente e che ha
conosciuto un grande sviluppo in tempi recenti è quello del rapporto
mente-corpo:
si tratta di un’indagine che riguarda direttamente le scienze come
la biologia, la fisiologia, la psicologia insieme alla filosofia e
la teologia, in un quadro interdisciplinare che va sotto il nome,
ormai divenuto d’uso abituale, di «scienze cognitive».
Parallelamente al rapporto mente-corpo troviamo anche la
problematica della cosiddetta intelligenza
artificiale che coinvolge, in luogo delle scienze della materia
vivente, l’informatica e la teoria della informazione.
Le scienze cognitive si occupano di come si
forma la conoscenza intelligente nella nostra mente, nel suo
rapporto con il cervello e più in generale con il corpo, in vista di
una sua almeno parziale riproduzione mediante il computer. È
evidente come i problemi scientifici legati a queste ricerche
pongano in maniera ineludibile delle domande filosofiche, con
implicazioni teologiche, di grande importanza. Ne indichiamo due che
appaiono essere tra le più rilevanti: a) È possibile che un cervello
corporeo (o un computer) possa, con le sole risorse possedute dalla
materia, formare concetti universali astratti e quindi pensare come
un essere umano? Oppure occorre richiedere l’intervento di una
funzione non materiale esercitata da un’anima spirituale? b) È
possibile che un cervello corporeo (o un computer) possa con le sole
risorse possedute dalla materia, essere consapevole delle attività
che sta compiendo e quindi possedere un’autocoscienza come un essere
umano? Oppure occorre far intervenire una funzione non materiale
esercitata da un’anima spirituale?
Le due domande precedenti, ormai, sono oggetto
della discussione scientifica e metascientifica di fisici,
matematici, ingegneri, informatici, ma anche di filosofi e teologi.
Dal punto di vista di un approccio filosofico esse coinvolgono
direttamente i classici problemi dell’“astrazione” e della
“riflessione”, funzioni che la mente umana esercita abitualmente
(vedi infra, VIII).
IV. Tra scienza e filosofia
Cerchiamo ora di approfondire alcuni aspetti
filosofici, legati alle teorie scientifiche, come sono emersi nella
sezione precedente, precisando anche il significato dei termini e
mettendo in guardia da frequenti equivoci legati ad un uso improprio
delle terminologie che insorgono facilmente quando si passa
dall’ambito scientifico a quello filosofico e viceversa.
Una prima osservazione riguarda il metodo delle
scienze. Il XX secolo
ha visto un passaggio particolarmente significativo per quanto
riguarda il metodo scientifico che ha avuto ripercussioni notevoli
anche al riguardo del modo di concepire la materia. Si tratta del
passaggio da un atteggiamento fondamentalmente positivista ad un
atteggiamento di revisione dei fondamenti delle teorie scientifiche.
Questo mutamento di posizione, in alcuni casi, è stato una libera
scelta, altre volte è stato imposto in qualche modo, dallo stesso
evolversi della ricerca scientifica.
Un esempio del primo tipo, in cui il
cambiamento di atteggiamento metodologico è stato frutto di una
attenta riflessione e di una libera scelta, ci è offerto da Albert
Einstein. L’Einstein della «relatività ristretta» è
un’“operazionista”, nel senso in cui Bridgman ha teorizzato
l’operazionismo. Il padre della teoria della relatività introduce le
grandezze di cui fa uso definendole mediante le operazioni che
consentono di darne la misura sperimentale. Le ipotesi da cui parte
per costruire la relatività ristretta non sono altro che
codificazioni, in termini di leggi, di ciò che risulta
dall’esperienza. L’esperimento di Michelson-Morley (1887) non ha
evidenziato alcuna modifica delle leggi dell’elettromagnetismo
dovute al moto di traslazione della terra rispetto all’etere,
dunque: a) Il principio di relatività galileiano vale non solo per i
fenomeni meccanici ma anche per quelli elettromagnetici; b) la
velocità della luce è invariante per traslazione uniforme del
sistema di riferimento dell’osservatore. Il motivo per cui Lorentz
(1853-1928), che pure aveva dedotto le trasformazioni corrette, non
era riuscito ad arrivare alla teoria completa della relatività
risiede nel fatto che egli aggiunge, inconsapevolmente, ai due
principi precedenti, anche altri elementi non derivati
dall’esperimento, come la spiegazione meccanica della contrazione
dei regoli durante il moto.
La «relatività generale» nasce, invece non da
problemi sperimentali impellenti, in quanto la teoria della
gravitazione di Newton si accordava bene con l’esperienza (non a
caso le verifiche sperimentali della relatività generale richiedono
misurazioni estremamente fini), ma da un’esigenza di revisione dei
fondamenti della meccanica newtoniana, revisione che non era stata
compiuta neppure dalla relatività ristretta. Ciò che appariva
insoddisfacente era il fatto che le leggi della meccanica newtoniana
non fossero del tutto indipendenti dalla scelta dell’osservatore,
come invece accadeva per le leggi dell’elettromagnetismo, ma fossero
legate all’inerzialità del sistema di riferimento. In che modo si
potevano rendere equivalenti tutti i sistemi di riferimento?
Renderli tutti equivalenti avrebbe voluto dire renderli, in un senso
opportunamente generalizzato, tutti “inerziali”. La soluzione
matematica fu trovata nell’idea dell’incurvamento dello
spazio-tempo, facendo ricorso alla geometria riemanniana che rendeva
possibile un moto per inerzia lungo traiettorie geodetiche che non
sono più rette in senso euclideo.
Anche Werner
Heisenberg (1901-1976),
all’origine della sua “meccanica delle matrici”, adottò il metodo
operazionista: nella teoria dovevano comparire solo grandezze
osservabili. Un criterio senz’altro sicuro, tuttavia non
assolutizzabile, in quanto alcune variabili che non possono essere
osservate, a volte sono richieste per la consistenza logica della
teoria. E questi, nella meccanica di Heisenberg, sono i vettori
della base ortonormale dello spazio funzionale l2 che
corrispondono alle condizioni iniziali delle autofunzioni di
Schrödinger. In questo caso, a rinunciare al criterio assoluto
dell’esclusione di quantità non osservabili, Heisenberg fu condotto
dalla struttura stessa della teoria piuttosto che da una riflessione
epistemologica.
Le precedenti considerazioni rimandano in
definitiva la tema dei fondamenti metafisici delle teorie
scientifiche. Ogni teoria scientifica, con il suo formalismo
matematico, stabilisce delle “relazioni” (equazioni, leggi) che
legano tra loro delle “quantità” (grandezze): relazioni e quantità
non sono altro che “proprietà” degli oggetti fisici che si vogliono
descrivere. Il fatto che un oggetto fisico abbia certe proprietà
piuttosto che altre è sufficiente ad escludere un determinato modo
di concepire l’oggetto stesso nel suo complesso. E questo perché
“quantità” e “relazioni” non sono oggetto solo delle scienze, ma
anche della metafisica,
che le considera in quanto enti e, in particolare in quanto
“proprietà” (accidenti) di altri enti (sostanze). Così possiamo dire
che una teoria scientifica può accordarsi, più o meno bene, con una
certa “metafisica” ed escluderne altre. Gli elementi della
metafisica (metascienza) con cui una teoria scientifica meglio si
accorda costituiscono contemporaneamente: a) il quadro dei
fondamenti filosofici (logici e ontologici) che essa implicitamente
presuppone, b) il quadro filosofico entro il quale si concepisce
quella che solitamente viene chiamata l’“interpretazione” della
teoria stessa.
Nelle prossime sezioni cercheremo di esaminare
alcuni aspetti metafisici presupposti e utili all’interpretazione
delle teorie scientifiche della materia, alle quali abbiamo fatto
riferimento nella sezione precedente (cfr. Artigas e Sanguineti,
1989, pp. 60-71).
V. Materia e massa, campo ed energia
1. La tendenza alla sostanzializzazione di
massa ed energia nella fisica classica. L’interpretazione
meccanicista della fisica classica vede, da un punto di vista
filosofico, una confusione molto frequente fra “sostanza” e
“accidente”, cioè tra gli oggetti fisici e loro proprietà. Dal punto
di vista filosofico, ad esempio, la materia è “sostanza” in quanto
capace di sussistere per se stessa. La massa e l’energia, invece non
sono delle “cose”, non sono esse stesse sostanze, ma proprietà della
materia, vale a dire “accidenti”. Con l’apparire del concetto di
campo e la sua interpretazione come qualcosa di reale e non solo
matematico, nella fisica classica, c’è stata la tendenza ad
identificare il campo elettromagnetico stesso che si propaga
(radiazione) con la sua energia, trattando quest’ultima come se essa
fosse il campo stesso, cioè fosse una sostanza e non una semplice
proprietà del campo. Ciò può essere anche legittimo, se si vuole,
chiamare la radiazione con la denominazione di «energia
elettromagnetica», ma bisogna fare attenzione a chiarire quando, con
il termine «energia», si intende designare l’energia in quanto
“proprietà posseduta dal campo”, oppure il campo stesso. Una
terminologia equivoca è sempre rischiosa, soprattutto se si vuole
fare scienza. Del resto prima ancora della sostanzializzazione del
concetto di energia vi era stata, nell’interpretazione della fisica
classica, già la sostanzializzazione del concetto di massa che
spesso veniva intesa come sinonimo di “quantità di materia”. La
quantità è ciò che vi è di misurabile nella sostanza, è
l’osservabile per eccellenza ed è facile identificarla con
l’oggetto, con la sostanza stessa. In questo modo abbiamo la
massa-materia, da una parte, e l’energia-radiazione dall’altra.
L’energia si viene a trovare con una doppia faccia: è trattata come
“accidente” in quanto energia cinetica di cui sono dotate le masse
materiali e come “sostanza” quando si trova sotto forma di
radiazione. La massa, viceversa esiste solo sotto forma di materia
in quanto la radiazione ne è priva.
L’estremizzazione di questi processi di
interpretazione ontologizzante, della massa-materia da un lato, e
dell’energia-radiazione dall’altro, ha indotto un duplice
riduzionismo: verso il materialismo prima, e verso l’energetismo
poi. Tutto ciò ha una motivazione storica.
Comincereremo da alcune considerazioni sul materialismo.
Come bene osservava R. Masi, nel suo classico studio sulla
struttura della materia (Masi, 1957, cap. 3), «Il concetto di forma
che è alla base della dottrina ilemorfica e di tutta la fisica
aristotelica era stato frainteso dalla scolastica della decadenza:
la forma che nel pensiero genuino di Aristotele e di Tommaso
d’Aquino è una realtà incompleta e parziale, un “ens quo”, veniva,
invece descritta come una sostanza completa, un “ens quod”,
implicando così una sequela di contraddizioni» (p. 85). Il pensiero
nominalista dell’antica scuola di Oxford (sec. XIII)
aveva, ormai scalzato completamente la nozione di analogia,
rendendo univoca la ricerca dei principi su cui fondare la
comprensione dell’universo. Da questo punto di vista il metodo
dell’indagine era stato, di fatto, ricondotto al punto dal quale
partirono i filosofi ionici, anche se gli strumenti di osservazione
e quelli matematici erano evidentemente ad uno stadio molto più
avanzato. Per cui, respinta la nozione univocizzata e non più
genuinamente aristotelica di “forma”, i nuovi “filosofi della
natura”, come allora si chiamavano, non ebbero altra alternativa che
adottare come principio interpretativo dell’universo fisico la
“materia”, intesa altrettanto univocamente. Di conseguenza la fisica
newtoniana non poteva che nascere “materialista” per quanto riguarda
l’aspetto della descrizione strutturale del cosmo, “meccanicista”
per quanto riguarda la spiegazione dinamica e causale del suo
divenire e, infine, “riduzionista” per il modo di affronto del
rapporto tra il tutto e le parti. Il pensiero aristotelico e
tomistico, così frainteso, non potevano diventare che il nemico
principale da combattere, ai fini di una scienza rigorosa e certa,
che non poteva essere che sperimentale e matematizzata. «Di fronte
all’oscurità delle forme aristoteliche il meccanicismo rappresentava
una chiarezza senza pari: tutti i fenomeni naturali venivano
concepiti come combinazione di particelle di materia, collegate tra
di loro e in moto reciproco: l’universo diventava una grande
macchina, scomponibile in tante piccole macchine» (ibidem,
p. 86). Con lo svilupparsi della termodinamica il concetto di
energia acquistava un rilievo notevole, in parallelo a quello di
materia, ma la riconduzione della termodinamica a meccanica, operata
dalla teoria cinetica riaffermava il primato della materia e del suo
movimento.
La vera alternativa al materialismo della
meccanica newtoniana è legata all’elettromagnetismo di Maxwell: «Il
concetto di campo viene costruito senza adoperare il concetto di
particella; […] il campo di Maxwell non è fatto di particelle, pur
essendo reale» (ibidem, p. 91). Il fatto di sostanzializzare
l’energia del campo, che darà luogo all’«energetismo», comporta gli
equivoci e gli errori di concezione di cui abbiamo parlato sopra, ma
non solo: da un certo momento in poi ci sarà la tendenza,
nell’ambito della fisica classica, a ribaltare la direzione del riduzionismo
che mira a spiegare tutto in termini di materia e moto di
particelle, verso un nuovo riduzionismo che tende ad assumere,
invece, l’energia come principio fondante al quale ricondurre anche
la nozione di materia, concepita come una forma condensata di
energia. Nasce l’energetismo il cui primo sostenitore fu il chimico
W. Ostwald (1895): «Il carattere distintivo dell’energetismo è
l’abbandono del dualismo che ha regnato sino ad ora tra materia ed
energia. L’energia prende il posto del concetto più generale. Non
soltanto la materia deve sopportare il prevalere dell’energia, come
si vede nei trattati moderni di scienze naturali, ma le deve cedere
il posto senza condizioni» (cit. in Masi, 1957, p. 92).
2. La relatività ristretta, con
l’equivalenza tra massa ed energia, ristabilisce la simmetria: non
solo la materia, ma anche la radiazione (campo elettromagnetico) è
dotata di “massa” e questa si manifesta attraverso proprietà
inerziali e gravitazionali (si pensi alla deflessione dei raggi
luminosi in un campo gravitazionale). Si è sentito parlare più volte
di trasformazione di materia in energia, e viceversa, nei processi
nucleari. Se si intende, con questo, che una “sostanza” (una
frazione o tutta la materia di alcune particelle) si è convertita in
un “accidente” (una certa quantità di energia) si fa un uso
filosoficamente scorretto della terminologia, in quanto una
proprietà (accidente) come l’energia non può esistere se non come
proprietà di qualcosa, e la materia (sostanza) può convertirsi in
un’altra sostanza (mutazione sostanziale), non in un accidente (una
proprietà senza soggetto: un’energia di che cosa?). È corretto,
invece, affermare che vi è stata una mutazione in cui alcune
particelle hanno ceduto una frazione o tutta la loro “massa a
riposo” ai prodotti di reazione (altre particelle e/o radiazione)
che si è trasformata in energia cinetica ed energia
elettromagnetica.
Gli equivoci sono ingenerati da un duplice
errore di concezione: il primo consiste nel concepire il campo
elettromagnetico come qualcosa che non è “sostanza materiale”; il
secondo consiste nell’attribuire un carattere “sostanziale”
all’energia, in luogo della sostanzialità rimossa dal campo.
3. La meccanica quantistica. Se la
relatività ristretta ha unificato le due proprietà (accidenti) della
massa e dell’energia, la meccanica quantistica, nella sua versione
relativistica di “teoria quantistica dei campi”, tende a comporre
l’unità di materia e radiazione, in quanto ci presenta un complesso
di onde-particelle in cui la distinzione tra ciò che classicamente
si denotava come “materia” e ciò che si denotava come “radiazione”,
si assottiglia drasticamente. Materia e radiazione (nel senso lato
di campo di interazione: gravitazionale, elettromagnetico, forte e
debole, di cui si cerca l’unificazione) costituiscono più che due
entità contrapposte, due modi di attuarsi, se vogliamo due “specie”,
di un’unica realtà, dotata di massa-energia, che ne è in certo modo
il “genere”. Dal punto di vista della tradizione filosofica,
sembrerebbe naturale chiamare questo unico genere con il nome di
materia, intendendo che esso può attuarsi nelle due specie che
obbediscono alle due statistiche quantiche: i fermioni, dotati di
spin semintero, che rappresentano la materia nel senso classico
del termine e i bosoni, di spin intero, che costituiscono il
campo d’interazione. Dal punto di vista della fisica è più usuale
denotare questo “genere” come “campo”, che si attua nelle due
“specie” dei campi fermionici e dei campi bosonici.
VI. Vuoto, materia ed energia
Compare, inevitabilmente, a questo punto della
discussione, anche un altro antico problema: quello del “vuoto”
(cfr. A. Strumia, Il problema della creazione e le cosmologie
scientifiche, 1992). Che cos’è il vuoto? Può esistere? La
precisazione nell’uso dei termini può risparmiare molti equivoci che
più di una volta hanno tratto in inganno anche personaggi illustri.
Dal punto di vista metafisico il vuoto, in senso assoluto, è “vuoto
di ente” e come tale si identifica con il “nulla” (“non ente”,
“ni-ente”), un concetto coniato per identificare ciò che non esiste.
Metafisicamente il vuoto non esiste per definizione, perché ciò che
esiste, per il fatto che esiste è un ente. Il vuoto, inteso in senso
assoluto, è dunque una negazione assoluta, totale dell’ente. Il
vuoto in un senso relativo, non come negazione assoluta, ma solo
relativa, è la “privazione” di qualcosa in un certo soggetto e non
la negazione totale del soggetto. In questo caso il vuoto è, ad
esempio, “assenza di materia”, ma non di qualcos’altro. Spesso nelle
scienze si fa uso del termine “vuoto” in questo senso “privativo”:
in questo caso, però, non è legittimo il passaggio da questo
significato realtivo a quello assoluto, per trarre conclusioni di
carattere filosofico e teologico che risultano logicamente non
conseguenti.
Per la fisica classica il vuoto è, nell’ambito
della pura meccanica, una regione dello spazio in cui è assente la
materia (vuoto di materia): dove non sono presenti atomi e
particelle c’è il vuoto. Il modello planetario dell’atomo di
Rutherford conferma il fatto che lo spazio vuoto è prevalente nel
mondo fisico. Dove non c’è materia, la fisica classica ammette,
comunque, che possa esservi lo spazio, come pura estensione vuota e
non, dunque, il nulla. Lo spazio acquista una sua identità, diviene
una sorta di sostanza, che può esistere anche senza la presenza di
materia, anzi ne è il contenitore, in qualche modo preesistente. È
la concezione newtoniana dello spazio assoluto. L’elettromagnetismo
riempie questo spazio vuoto con l’etere che supporta il campo,
responsabile delle interazioni elettromagnetiche tra la particelle
materiali cariche e veicola l’energia elettromagnetica della
radiazione. Il vuoto è, allora, un “vuoto di materia”, ma non un
vuoto assoluto, in quanto è riempito dall’etere.
La relatività ristretta elimina sia l’etere che
lo spazio assoluto di Newton, ristabilendo il vuoto come “qualcosa”
che, comunque ha la proprietà di trasmettere la radiazione. Anzi, il
vuoto è, in certo senso il miglior “mezzo” in quanto, attraverso di
esso, tutti i segnali viaggiano alla massima velocità consentita
c, che è appunto la velocità della luce nel vuoto. Il vuoto
della relatività ristretta è, dunque, un “vuoto di materia”, ma non
di “radiazione”. È un vuoto che ha almeno una proprietà: quella di
trasmettere la radiazione, e come tale, non è il nulla, perché ciò
che ha delle proprietà è un ente sostanziale. Esso tuttavia non è
l’etere, né lo spazio assoluto, in quanto le misure di spazio e di
tempo non sono più assolute come nella fisica non relativistica. È
in qualche modo il campo stesso, che non è mai rigorosamente nullo,
a causa della presenza dei corpi, tra i quali il vuoto si estende, e
che si scambiano continuamente le loro mutue interazioni. E se non
esistessero né corpi né campi la relatività ristretta ci
permetterebbe di affermare che il vuoto di entrambi è comunque
qualcosa di reale? Ricordiamo che la relatività ristretta è una
teoria che definisce operazionisticamente i suoi concetti: se non
esistessero né corpi né campi non sarebbe possibile definire né
l’osservatore, né la misura, perché questi richiedono corpi per
identificare gli assi coordinati, regoli per le misure di lunghezza,
orologi a luce per le misure di tempo. Il vuoto di materia e di
campi non sarebbe osservabile e definibile, sarebbe un ente di
ragione.
La relatività generale identifica il campo
gravitazionale con le proprietà metriche dello spazio-tempo (tensore
metrico) e fa dipendere queste ultime dalla distribuzione della
massa-energia, cioè dalla presenza della materia e dei campi non
gravitazionali. In tal modo le proprietà geometriche dello
spazio-tempo sono determinate dai corpi e dai campi esterni (che
significativamente vengono detti cumulativamente “materia”) e dal
loro moto. Una concezione dello spazio e del tempo molto lontana da
quella newtoniana e, come è stato sottolineato da diversi autori,
molto più vicina a quella aristotelica. Nella visione aristotelica,
infatti, lo spazio è definito mediante la nozione di contatto (oggi
parliamo di interazione) tra corpi, che permette di introdurre il
concetto di distanza e il tempo è definito come numero che misura il
moto. Evidentemente le due concezioni non sono raffrontabili sul
piano matematico, ma qualitativo e metafisico. Qualcosa del genere
si ritrova in Lobacevskij: «Il “contatto” costituisce l’attributo
caratteristico dei corpi; ad esso i corpi debbono il nome di corpi
geometrici, non appena noi teniamo fissa l’attenzione su questa
proprietà, e non consideriamo invece tutte le altre proprietà, siano
esse essenziali o accidentali. […] In questo modo noi possiamo
concepire tutti i corpi della natura come parti di un unico corpo
globale, che noi chiamiamo spazio» (Lobacevskij, 1974, p. 73).
La relatività generale non solo non è
compatibile con lo spazio e il tempo assoluti di Newton (e con loro
trasposizione filosofica operata da Kant), come non lo è la
relatività ristretta: in più essa ci dice che lo spazio e il tempo
sono determinati dalla presenza della materia, dai corpi e dalle
loro mutue interazioni. Che cos’è allora il “vuoto” per la
relatività generale? Il vuoto è “vuoto di materia”, dove con materia
si intendono sia i corpi che i campi non gravitazionali. Il vuoto è
il campo gravitazionale libero descritto come uno spazio-tempo
riemanniano: di fatto è una pura astrazione perché l’universo è
riempito dalla materia-radiazione; tuttavia le equazioni di Einstein
della relatività generale possono essere scritte anche eliminando la
presenza di materia e di campi esterni, per il campo gravitazionale
libero. E ammettono anche la soluzione in cui il campo
gravitazionale è nullo, che corrisponde alla metrica dello
spazio-tempo della relatività ristretta che, così, si ritrova come
caso particolare. Ma in assenza di corpi e di campi, come si è già
osservato, non è possibile parlare né di osservatore né di misura e
quindi non è possibile parlare di spazio-tempo, per cui il vuoto
così inteso appare una pura astrazione, o comunque un concetto
limite.
L’elettrodinamica quantistica e la teoria
quantistica dei campi sostanzializzano ulteriormente il vuoto, in
quanto lo concepiscono come un’entità nella quale sono
“virtualmente” presenti coppie di particelle e antiparticelle che
possono essere portate allo stato osservabile (reale) a spese di
un’opportuna quantità di energia. Il vuoto così inteso non è certo
il nulla, ma semplicemente “vuoto di materia osservabile”. Grazie al
principio di indeterminazione di Heisenberg, tale materia può
divenire osservabile a patto che l’energia
DE richiesta allo scopo, venga estratta dal vuoto stesso in
un tempo non superiore a h/DE,
dove h è la costante di Planck ( Heisenberg,
III). Una simile fluttuazione quantistica del vuoto, secondo alcuni
autori, sarebbe responsabile della generazione dell’intero universo
dal “vuoto quantistico”, che ben inteso non è il “nulla”, ma è un
ente preesistente, in cui sono virtualmente presenti sia le coppie
di particelle-antiparticelle (materia) che l’atto necessario ad
estrarle ( Creazione,
III).
Qualcuno ha voluto riconoscere nel vuoto
quantistico la “materia prima” di Aristotele, ma non sembra questo
il caso, se non altro perché la materia prima, oltre a non avere
estensione in quanto non ancora “segnata” dalla quantità, a
differenza del vuoto che è comunque una regione spazio-temporale, è
pura potenza e richiede una causa adeguata “esterna” ad essa per
essere attuata in “materia seconda”, mentre il vuoto quantistico
sembrerebbe racchiudere in sé anche la capacità di attuare la
materia.
VII. La materia e il problema del tutto e
delle parti
Dal punto di vista dell’analisi metafisica
della struttura della materia le problematiche che sorgono dalla
fisica dei sistemi non lineari, e più in generale dalle scienze
della complessità, ci riportano direttamente al classico problema
del “tutto” e delle “parti” (per approfondimenti cfr. Sanguineti,
1986, parte III, cap. 2; Righetti e Strumia, 1998, pp. 73-76). Gli
altri aspetti legati alla complessità, come l’“impredicibilità”, il
“caos deterministico” e l’“auto-organizzazione” riguardano
prevalentemente la “dinamica” evolutiva della materia ( Complessità,
V; Determinismo/indeterminismo, II; Universo, IV.1).
1. Posizione e problematicità degli approcci.
Il problema del “tutto” e delle “parti”, così come oggi emerge dalle
scienze (nelle quali non di rado compare come problema
dell’«olismo») si può formulare in prima istanza nel modo seguente.
Consideriamo un dato oggetto (tutto) che chiameremo “complesso” in
quanto si presenta a noi molto articolato e difficile da esaminare
nel suo insieme; scomponiamo (sulla base di una regola assegnata)
l’oggetto di partenza in altri oggetti che chiamiamo “parti”, che
risultano più semplici da esaminare perché già noti all’indagine
scientifica. Si danno due possibilità alternative: a) l’oggetto
complesso viene spiegato esaurientemente, almeno entro certi limiti,
dall’indagine sulle sue parti prese come se fossero a se stanti;
b) l’oggetto complesso presenta proprietà e comportamenti che non si
spiegano mediante il solo studio delle sue parti componenti.
Il primo caso costituisce l’assunzione tipica
dell’approccio riduzionistico: il tutto viene spiegato completamente
attraverso le sue parti componenti. Potremmo anche dire con una
formula che scientificamente ha senso solo quando se ne definiscono
esattamente i termini, ma che ha comunque una sua forza espressiva,
che “il tutto è la somma delle parti”. Il secondo caso evidenzia
l’insufficienza, o l’impossibilità, dell’approccio riduzionistico
rinviando ad un approccio di tipo olistico. Distinguiamo
“insufficienza” e “impossibilità” perché possono presentarsi
entrambe queste due situazioni.
L’insufficienza compare quando si prende atto
che il tutto complesso non risulta spiegabile esaurientemente
mediante lo studio delle sue parti componenti in quanto possiede
delle proprietà che potremmo chiamare “d’insieme”, che sfuggono
all’indagine se non si considera il tutto nel suo complesso, perché
non sono rinvenibili nelle singole parti separate. Si può dire
allora, con una formula schematica, che in questo caso “il tutto è
più della somma delle sue parti”, ovvero contiene delle informazioni
nuove, rispetto a quelle contenute nelle parti, informazioni che lo
caratterizzano come “tutto” nel suo insieme. Nello schema
aristotelico si direbbe che il tutto possiede una forma che lo rende
“uno”, con delle proprietà nuove che nelle parti giustapposte non
sono presenti: non a caso il termine “forma” sta ricomparendo nel
linguaggio dei biologi e dei matematici (cfr. ad es., Thom, 1980),
insieme ad un interesse rinascente per gli scritti di Aristotele.
Ci si imbatte nell’impossibilità quando il
tutto complesso non è divisibile in parti più semplici, in quanto
qualche parte, o addirittura ogni parte, ha proprietà identiche, o
comunque, di un grado di complessità confrontabile con quello del
“tutto”, per cui la suddivisione non comporta nessuna
semplificazione. È un po’ quanto accade ad una calamita che, divisa
in due parti, non risulta semplificata nella sua struttura, ma dà
luogo a due nuove calamite simili a quella originaria. Con una
formula schematica possiamo dire che, in questo caso, “il tutto è
contenuto nelle sue parti”, e in un certo senso è “replicato in
tutte le sue parti”. È interessante notare come queste parti non
sono necessariamente identiche, ma possiedono delle somiglianze che
consentono di applicare al tutto e alle parti la stessa definizione.
In linguaggio filosofico diremmo che le parti hanno la stessa natura
del tutto.
Chiaramente queste dichiarazioni di
insufficienza dell’approccio riduzionistico non vanno spinte
all’esasperazione: c’è sempre una certa legittimità nel
riduzionismo, altrimenti sarebbe impossibile all’uomo la conoscenza,
perché l’intelligenza umana ha bisogno di dividere e comporre per
conoscere: non è sempre indispensabile studiare tutto l’universo nel
suo insieme per fare scienza su una sua parte, anche se in certi
casi ciò si rende necessario. Ne offre un esempio la recente
tendenza a collaborare della cosmologia con la fisica delle
particelle elementari quando l’indagine si spinge verso i cosiddetti
“primi istanti” dell’universo ( Cosmologia,
III, VI.1).
2. Alcuni esempi tratti da diverse scienze.
Data la sua importanza sia per l’analisi interna alle scienze
stesse, sia per le loro potenzialità di dialogo con altre forme di
sapere, deliniamo brevemente come la tematica del tutto e delle
parti viene riconosciuta ed affrontata in alcune delle principali
discipline scientifiche.
La biologia
si trova da sempre di fronte al fatto che il vivente mostra delle
proprietà che, anche dal punto di vista chimico-fisico, sono nuove
rispetto a quelle del non vivente. Il vivente, anche il più
semplice, non è descrivibile interamente mediante l’analisi delle
sue parti componenti. Un’affermazione del genere, vista nell’ottica
riduzionistica era considerata con sospetto e tacciata di vitalismo
perché sembrava introdurre un fattore animistico nella vita. Ma non
è questo il vero problema: il punto è piuttosto quello di vedere se,
nell’organizzazione della materia, una volta raggiunto un certo
grado di strutturazione organica (complessità) la materia stessa, se
opportunamente sollecitata da una causa esterna adeguata, tenda a
manifestare un livello nuovo di ordine non presente, di per sé, nei
componenti presi separatamente. A questo livello non basta più
l’analisi delle parti componenti — che è stata comunque utile e
necessaria fino a questo punto — ma occorre un’indagine del nuovo
livello d’insieme, del nuovo “tutto”.
Lo studio approfondito della molecola, più o
meno complessa, così come quello dei reticoli cristallini nei solidi
e dei conduttori elettrici (per citare solo pochi esempi), hanno
messo in evidenza come anche nella chimica
del non vivente le proprietà d’insieme di una struttura composta
complessa non siano del tutto deducibili dalle proprietà degli atomi
componenti. L’esistenza di orbitali molecolari con elettroni
completamente condivisi non permette di pensare più ad elettroni che
appartengono ad un atomo singolo. In un conduttore elettrico gli
elettroni di conduzione vengono condivisi addirittura tra tutti gli
atomi. Esistono, dunque, anche a livello chimico delle proprietà
d’insieme che il progredire delle ricerche rivela essere sempre più
significative.
Nell’ambito della fisica dobbiamo tenere
presenti i due classici aspetti che le sono propri: quello inerente
lo “strumento matematico” in se stesso e quello relativo alla
“spiegazione dell’osservazione”. Dal punto di vista matematico, dal
momento che la fisica si serve sempre di più della matematica per
formulare le sue leggi sotto forma di equazioni, i problemi sono
esplosi come conseguenza dei nuovi risultati della matematica che ha
dato risposte inaspettate ai quesiti della fisica. Ne parleremo
perciò tra poco, trattando della matematica. Dal punto di vista
dell’accordo tra ipotesi ed osservazione ci troviamo di fronte
contemporaneamente ad una vasta gamma di problemi che da sempre sono
stati considerati non risolti, o forse insolubili, nell’ambito della
meccanica classica, perché ritenuti troppo complicati. Nell’ambito
della meccanica quantistica rimangono poi quei problemi che, pur
trovando in essa degli strumenti di calcolo approssimato, che danno
risultati attendibili, sono fonte di paradossi nella loro
formulazione e comprensione.
Nella meccanica classica basti pensare, ad
esempio, alla complessità dei moti turbolenti nei fluidi: il
classico modello di Landau (1959) che sovrappone più moti convettivi
associati a frequenze sempre maggiori non prevede correttamente la
transizione alla turbolenza che si presenta come una proprietà del
tutto nuova rispetto alla convezione. Nella meccanica quantistica
alcuni eventi si presentano come “non separabili” anche se avvengono
a grandi distanze. Sembra trattarsi di uno di quei casi in cui il
tutto pare trovarsi in ognuna delle parti.
Nell’ambito della matematica il problema del tutto e delle
parti si presenta con molta chiarezza sotto entrambi gli aspetti
prima accennati. Per quanto riguarda l’aspetto dell’insufficienza, i
problemi legati alla non riducibilità del tutto alla somma delle
parti acquistano una formulazione chiara per il fisico teorico e per
il matematico quando osserva che le leggi evolutive che regolano la
quasi totalità dei processi della fisica sono formulate in termini
di equazioni differenziali non lineari. Ora, per le equazioni
“lineari” la somma di due o più soluzioni (chiamiamole “parti”) è
ancora una soluzione (chiamiamola “tutto”) del sistema, e viceversa,
una generica soluzione (tutto) si può scrivere come somma di più
soluzioni (parti); in fisica questa legge è conosciuta anche come
“principio di sovrapposizione”, ben noto ad esempio nel caso delle
onde che interferiscono sommando le loro oscillazioni. Per le
equazioni “non lineari” la precedente affermazione non è in generale
più vera, per cui si può dire, nel senso sopra indicato, che il
tutto non è ottenibile generalmente come somma di parti. Questo
accenno basti a indicare i legami tra tutti i comportamenti inerenti
alle teorie non lineari e che costituiscono aspetti diversi di
un’unica problematica. Ecco che le considerazioni che stiamo
svolgendo ci conducono verso il secondo aspetto del problema, quello
dell’impossibilità di operare una riduzione adeguata o, anche,
dell’indistinguibilità delle parti dal tutto: il tutto si ritrova
replicato in ogni sua parte. Un esempio tipico di questo secondo
aspetto ci è offerto dalla «geometria frattale» (cfr. Peitgen e
Richter, 1987). I «frattali», tra le altre proprietà, hanno quella
di essere “autosimilari”, cioè di riprodurre all’infinito, in ogni
loro parte, forme geometriche simili a quella del tutto; per cui non
è possibile, suddividendoli in parti sempre più piccole, isolare
delle forme che siano strutturalmente meno complesse del tutto. È
interessante notare come, in certi, casi come ad esempio
nell’insieme di Mandelbrot, la forma delle parti non è esattamente
identica, ma è simile a quella del tutto e ne conserva il grado di
complessità, che in questo caso, può essere quantificato mediante la
cosiddetta “dimensione frattale”.
Nella logica
il problema del rapporto tra il tutto e le parti si presenta
principalmente nel secondo dei due aspetti già menzionati, quello
per cui il tutto è rinvenibile, in qualche modo, come parte di se
stesso. Questo discorso ha a che fare con la “logica delle
collezioni”. La collezione di tutte le collezioni è il tipico
esempio di una collezione che contiene se stessa come elemento: in
questo caso una parte della collezione coincide con il tutto. In un
primo tempo la logica delle classi, sviluppata da Russell
e Whitehead
ha aggirato il problema escludendo dalla definizione di “classe” le
collezioni che contengono se stesse come elemento, per evitare le
tipiche contraddizioni che possono insorgere dallo loro
considerazione. È noto il paradosso di Russell che nasce quando si
tenta di definire un oggetto come «il catalogo dei cataloghi che non
citano se stessi». Tuttavia non tutte le collezioni che contengono
se stesse come elemento sono contraddittorie, come ad esempio
«l’insieme di tutti gli insiemi». Sembra dunque possibile costruire
una logica delle collezioni che contengono se stesse come elementi.
Spetta tuttavia forse all’informatica il merito di aver reso attuali
le ormai classiche problematiche di logica matematica, come quelle
legate al teorema di Gödel sulla coerenza e la completezza dei
sistemi assiomatici ( Gödel,
III), così come a rendere rappresentabili sullo schermo di un
computer degli insiemi — che fino a quel momento erano sembrati dei
veri e propri “mostri” matematici, a causa del loro contorno,
infinitamente tortuoso — come gli insiemi di Julia prima che se ne
vedesse la bellezza e l'eleganza su
un video a colori. Le indagini sulla cosiddetta intelligenza artificiale hanno
permesso di comprendere che l’informazione si può annidare a vari
livelli e che esistono delle gerarchie di informazione: il livello
inferiore risiede nella struttura hardware della macchina, i
livelli superiori nel software; il linguaggio di
programmazione, a sua volta, contiene informazioni, significative
per il programmatore, che ricadono in istruzioni di livello
inferiore eseguibili meccanicamente dai circuiti senza percepirle
come significative; il programma stesso nel suo insieme contiene
un’informazione di livello superiore legata allo scopo per cui è
stato scritto, che risiede nella mente del programmatore e in quella
dell’utente, e così via.
In tutte le scienze, dunque, sembra comparire
una struttura gerarchizzata di informazioni legate al grado di
complessità e quindi di unitarietà della struttura chiamata in
causa. Nell’ambito della filosofia aristotelico-tomista, come si è
già detto, il principio unitario di un ente è la forma, nel senso
che è stato precisato. Anche se non è ancora chiaro il percorso che
faranno le scienze, sembra abbastanza indicativo lo spostamento
dallo schema univocista del riduzionismo verso quello di una nuova
visione più soddisfacente. Oggi assistiamo, curiosamente, ad un
interessante mutamento, a causa del quale la stessa matematica, e
con essa le altre scienze, sembrano mostrare un concreto interesse
verso un ampliamento della razionalità che apre loro l’orizzonte,
finora disdegnato, della analogia.
VIII. Materia, intelligenza e astrazione
Le scienze cognitive si occupano di come si
forma la conoscenza intelligente nella nostra mente, nel suo
rapporto con il cervello e più in generale con il corpo, anche in
vista di una sua almeno parziale riproduzione mediante il computer ( Intelligenza
artificiale e
Mente-Corpo, Rapporto). Osservando, per esempio, la
metodologia delle ricerche scientifiche attuali sull’intelligenza
artificiale, dal punto di vista filosofico, ci troviamo subito di
fronte ad un duplice approccio: schematicamente possiamo parlare di
una via “platonica” e una “aristotelica”, facendoci perdonare un uso
un po’ schematico, ma molto significativo di questa terminologia di
lavoro. Come ha osservato suggestivamente A. Koyré: «Se tu reclami
per la matematica uno stato superiore, se per lo più le attribuisci
un valore reale e una posizione dominante nella fisica, sei
platonico. Se invece vedi nella matematica una scienza astratta che
ha perciò un valore minore di quelle — fisica e metafisica — che
trattano dell’essere reale, se in particolare affermi che la fisica
non ha bisogno di altra base che l’esperienza e deve essere
costruita direttamente sulla percezione, che la matematica deve
accontentarsi di una parte secondaria e sussidiaria, sei un
aristotelico. In questo dibattito non si pone in discussione la
certezza — neppure gli aristotelici avrebbero dubitato della
certezza delle dimostrazioni geometriche — ma l’Essere; e neppure
l’uso della matematica nella scienza fisica — nemmeno gli
aristotelici avrebbero mai negato il nostro diritto di misurare ciò
che è misurabile e contare ciò che è numerabile — bensì la struttura
della scienza e quindi la struttura dell’Essere. […] È evidente che
per i discepoli di Galileo, come per i suoi contemporanei e
predecessori, matematica significa platonismo» (Koyré,
1973, pp. 160, 163).
Dal punto di vista tecnico saranno i risultati
ottenuti a suggerire, in futuro, quale tipo di approccio preferire e
come correggerlo per migliorarlo.
a) L’affronto che chiamiamo, in qualche modo,
“platonico” è anche riduzionistico: si fonda su una teoria della
conoscenza come “anamnesi”, ricordo di idee innate che vengono
risvegliate dall’impatto con l’esperienza sensibile. In quest’ottica
l’intelligenza è ricondotta a quell’operazione che porta in primo
piano la “memoria” fino ad una sovrapposizione, almeno approssimata,
dell’idea con il dato sensibile dell’esperienza. Dal punto di vista
informatico questa concezione suggerisce la tecnica dell’immissione,
da parte dell’operatore, di quante più informazioni sia possibile,
nell’hardware della macchina: queste giocano un ruolo simile
a quello di idee innate, o come si preferisce chiamarle, in questo
caso, di concetti. Non si può negare che il termine “concetto” è
impiegato più di una volta in maniera piuttosto ambiziosa da quanti
si occupano di intelligenza artificiale e spesso sta ad indicare
semplicemente una qualche codifica immagazzinata nella memoria, che
renda possibile il riconoscimento di oggetti non proprio del tutto
identici tra loro, ricordando vagamente la nozione di universale.
Con questa strategia il sistema funziona bene fino a che non ci si
allontana dall’insieme dei dati immagazzinati, ma non sa riconoscere
certe somiglianze e non riesce a stabilire analogie. Si ottiene uno
scarso livello di universalità dei cosiddetti concetti.
b) Una seconda modalità di approccio si basa su
una metodologia capovolta rispetto alla precedente e più simile alla
concezione “aristotelica”, o almeno a quella empirista, in quanto si
fonda sull’ipotesi che la conoscenza non è innata, ma viene appresa
dall’esperienza mediante un processo che va dai sensi esterni al
cervello e alla mente. Si tratta di una metodologia che tenta di
mettere a punto delle tecniche di “apprendimento” di concetti da
parte della macchina.
Ma che cos’è un concetto? In entrambi i
precedenti approcci c’è la tendenza a far ricorso a due tecniche,
quella dell’approssimazione da un lato, e della modellizzazione
dall’altro. La “tecnica dell’approssimazione” si ricollega, in
qualche modo, alla nozione empiristica del concetto che si ritrova
nella filosofia di David
Hume (1711-1776): il concetto sarebbe come una sorta di dato
“singolare sfumato” e si cerca di realizzare questa sfumatura del
singolare in vista di una sua generalizzazione introducendo un
margine di errore permesso, che consente di fare rientrare dentro lo
schema rappresentativo più oggetti, anziché uno solo. La “tecnica
della modellizzazione” è certamente meno rudimentale di quella
dell’approssimazione e si fonda su un processo di vera e propria
“astrazione” (compiuta però in precedenza dall’uomo) volto ad
identificare gli elementi comuni a più dati singolari.
Sembra utile, oltre che interessante, un
confronto con la scienza cognitiva di Tommaso d’Aquino, fondata su
quella di Aristotele. Questa identificava, basandosi sull’esperienza
comune, tre operazioni proprie dell’intelligenza umana: la prima
operazione veniva detta simplex apprehensio e potremmo
convenire di traslitterare questa dizione in italiano come “semplice
apprensione”; la seconda operazione è il “giudizio” (iudicium);
la terza è il “ragionamento” (ratiocinium). Ciascuna di
queste operazioni agisce su un materiale di partenza ed elabora un
proprio prodotto che è oggetto di studio della logica. La semplice
apprensione parte dal dato sensibile fornito dai sensi e dal
cervello, diciamo complessivamente dal corpo, e fornisce come
risultato finale (o prodotto) il concetto. Il giudizio ha come
materiale di partenza il prodotto della prima operazione e opera
collegando insieme opportunamente i concetti elaborando una
proposizione o enunciazione. Infine il ragionamento collega insieme
le enunciazioni elaborate dalla seconda operazione, seguendo delle
regole di inferenza che garantiscono la correttezza della deduzione
(cfr. ad esempio, In “Peri hermeneias”, Proemio, n. 1). La
teoria dell’astrazione si colloca al livello della prima operazione,
in quanto per “astrazione” si intende quel processo che la mente
compie sul dato elaborato dal corpo, partendo da un elemento
sensibile singolare estraendone un prodotto informativo universale,
quale è, secondo questa teoria, il concetto (cfr. Summa
theologiae, I, q. 85, a. 1).
Questa operazione di carattere cognitivo, che
svincola, in qualche modo, l’informazione dal segnale fisico che la
trasporta, dalla rappresentazione fisiologica che si trova nel corpo
e nel cervello, dal punto di vista logico ha l’effetto di fornire il
dato nella forma di un “universale” (concetto), rimuovendolo dal
contesto materiale che lo delimitava e lo rendeva un “singolare”
concreto. Ed è proprio questa sua caratteristica di universalità a
qualificare il concetto come un principio di conoscenza, di natura
qualitativamente diversa da quella del dato sensibile materiale
presente nei sensi, nei nervi, nel cervello, come una polarizzazione
elettrica, come un’alterazione chimica, o altro, o in un circuito
elettronico come uno stato di un sistema binario. Il concetto si
presenta con una natura diversa, non riducibile a dato sensibile
materiale: esso è un contenuto informativo caratterizzato dalla sua
universalità e non materialità, non riducibile ad uno stato
cerebrale, anche se legato a questo. In quest’ottica l’universalità
non è ottenibile come genericità, nel senso di indeterminatezza,
alla Hume: l’universale non è un singolare approssimato, con un
margine di errore nei suoi contorni, ma è qualcosa di
qualitativamente diverso, essendo un’informazione non materiale.
Il contenuto dell’informazione non coincide propriamente con il
segnale che la trasporta, anche se non può prescindere da un veicolo
fisico (di natura elettrica, chimica, o altro). Per essere conosciuta
dalla mente umana l’informazione richiede di essere in qualche modo
estratta (“astratta”) dal suo veicolo per essere posseduta dalla
mente in forma immateriale (“intenzionale”). Si pone allora il problema
di come debba essere fatta la mente per compiere questa operazione
di astrazione di un’informazione non materiale, universale, dal
dato sensibile elaborato fino al suo stato cerebrale. La risposta
che viene data, nell’ambito di questa teoria, è che per compiere
un’operazione di astrazione di un principio non materiale, come
l’informazione, occorre una mente non materiale, per ragioni di
causalità adeguata. Tutto questo si fonda sulla concezione dell’universale
come informazione immateriale, in quanto la materia è per se stessa
individualizzante (principio di individuazione). Se questo modo
di accostare il problema è corretto non sembra che un computer da
solo, in quanto è materiale — o un cervello da solo, in quanto
è materiale — possa elaborare un concetto universale e astratto,
anche se può gestire delle informazioni ad esso legate, in tanto
in quanto viene fatto lavorare da un operatore che è dotato di una
mente immateriale. Ciò che la macchina, il corpo-cervello possono
al più produrre è una rappresentazione elettromagnetica, o elettrochimica
o altro che non contiene certamente la materia dell’oggetto osservato,
ma che è comunque ancora legata alla materia-energia di un segnale
fisico e come tale non è ancora universale. Nella concezione aristotelico-tomista
questa rappresentazione veniva detta phantasma e l’astrazione
del concetto universale dal phantasma particolare non poteva
essere compiuta da un organo corporeo, materiale, ma doveva essere
opera di un intelletto immateriale, che in quanto compiva tale operazione
veniva detto «intelletto agente». La macchina, può comunque manipolare
dei simboli (singolari) che per l’operatore hanno un significato
universale fornendo elaborazioni di ragionamenti e calcoli, mentre
i processi dell’intelligenza dell’uomo paiono non essere riducibili
a processi di calcolo (cfr. Penrose, 1996).
Alberto Strumia
Vedi: Chimica;
Complessità; Epistemologia; Materialismo; Meccanica; Meccanica quantistica;
Riduzionismo; Spirito.
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