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Idealismo
Alessandro Salucci
I. Lidealismo nella storia della
filosofia - II. Lidealismo tedesco ed i suoi influssi
sul pensiero contemporaneo - III. Idealismo e conoscenza scientifica:
la fisica classica e le matematiche - IV. Paradigmi idealisti in
alcune teorie scientifiche odierne - V. La teologia e il principio
idealista dellimmanenza - VI. Operatività della prospettiva
idealista in teologia: possibilità e valutazioni critiche.
Con il termine «idealismo» si intende genericamente
ogni filosofia che, interrogandosi circa la fonte della conoscenza,
la identifica con il pensiero, ovvero con lidea. Secondo la
prospettiva idealista, la conoscenza non riconoscerebbe la realtà
posta al di fuori del soggetto conoscente, perché considera come
reali soltanto i fenomeni interiori, quelli del soggetto, detti
anche «rappresentazioni o stati di coscienza». Lessere
è così determinato dal pensiero, indicato spesso anche col termine
spirito.
In questo senso lidealismo si oppone primariamente al materialismo,
il quale afferma che lessere esiste in sé come materialità,
e in seconda battuta al realismo,
il quale afferma invece la realtà dellesistenza di oggetti
anche al di fuori della mente conoscente. Assumendo come unico metodo
il «principio di immanenza», secondo il quale noi non
conosciamo direttamente la realtà, ma solo e soltanto le nostre
rappresentazioni di essa, la filosofia idealista pone alla base
della sua gnoseologia lasserto secondo cui un accesso immediato
ai dati dellesperienza da parte della nostra coscienza sarebbe
impossibile, o comunque dubbio. La posizione idealista, oltre a
determinare una sua gnoseologia, costruisce anche una sua metafisica:
infatti il principio di immanenza, contrariamente al realismo che
pone il fondamento del reale sullessere, sostiene che la realtà
è fondata sul pensiero. Questa concezione metafisica idealista ha
conseguenze notevoli sia nel campo dellantropologia, che della
teologia e della scienza. Il soggetto viene, in queste discipline,
ad essere predominante rispetto alla possibilità di una realtà esterna,
creata indipendentemente dal soggetto stesso.
I. Lidealismo nella storia della filosofia
1. Le radici dellidealismo nella filosofia antica.
Il primo uso filosofico del termine «idealismo» si deve
a Leibniz
(1646-1716) che lo impiegò per indicare la filosofia di Platone.
Sebbene nella storia della filosofia il termine «idealismo»
indichi solitamente un periodo che va dalla fine del Settecento
ai primi decenni del secolo successivo, la filosofia idealista ha
in realtà una estensione storicamente ben più ampia. Pur riconoscendo
che lidealismo tedesco di Hegel, Fichte e Schelling rappresenta
forse la sua massima consistenza teoretica, tale corrente filosofica
non può confinarsi in questo solo periodo, trattandosi di una visione
gnoseologica che percorre in modo trasversale, pur con diversità
di sfumature, tutta la storia del pensiero filosofico occidentale.
Lidealismo nasce in realtà con la filosofia di Platone (427 - 347 a.C.),
il quale sosteneva lesistenza di due mondi, quello del sensibile,
soggetto al divenire, e quello dellintelligibile, il «mondo
delle idee» (gr. hyperouránios), perfetto e immutabile.
Caratteristica della filosofia platonica è proprio la visione di
questa realtà soprasensibile, definita poi come «teoria delle
idee». Lindagine della natura (gr. physis), compiuta
dai presocratici, aveva cercato di dare una spiegazione del reale
partendo dalle sole cause meccaniche ( MECCANICA)
e materiali ( MATERIA).
Queste si esprimevano nella combinazione meccanicistica di quelli
che allora erano creduti i quattro elementi fondamentali della materia:
acqua, aria, terra, fuoco. Platone non riteneva, tuttavia, che queste
combinazioni fossero le vere cause; egli pensava infatti che la
causa del sensibile fosse da ricercarsi in qualcosa che è sopra-sensibile
(cfr. Fedone, 97b-98c). Per Platone il dato fisico
non si spiega restando nella dimensione del fisico, ma la causa
del sensibile è da ricercarsi nel sovra-sensibile,
nelle idee. Con il termine «idea» Platone «intendeva,
in un certo senso, qualcosa che si oppone al pensiero, vale a dire
ciò a cui il pensiero si rivolge quando pensa, ciò senza
cui il pensiero non sarebbe: insomma, lidea platonica non
è un pensiero, ma un essere, anzi quellessere
che è assolutamente, il vero essere»
(Reale, 1975, vol. II, pp. 39-40). Per Platone dunque lidea
è lessenza ontologica e non tanto il concetto logico. La concezione
idealistica di Platone si può ricavare, tra gli altri testi, dal
VII libro della Repubblica, dove è presentato il famoso «mito
della caverna» e dove sono descritti, con un procedimento
metaforico-mitico, i vari gradi della conoscenza umana, gradi ascendenti
che procedono dalla conoscenza sensibile a quella intelligibile.
È in queste pagine, e in quelle consimili degli scritti platonici,
che si pone la prima forma di idealismo intesa come un progressivo
rifiuto dellesperienza sensibile come base certa del conoscere,
per dare invece predominanza alle idee. Solo così, sosteneva Platone,
si sarebbe potuto sperare di passare dalla semplice «opinione»
(gr. dóxa) alla «scienza» (gr. epistéme).
Se quanto detto è ormai bagaglio comune, è oggi ancora discussa
la posizione di Platone a favore della realtà degli enti matematici.
Nella parte della Metafisica dedicata alla dottrina platonica
delle cause, Aristotele (384 - 322 a.C.) afferma, dopo
aver ricordato tra laltro che essa è al tempo stesso simile
e dissimile dalla teoria pitagorica, che per Platone, «oltre
che le forme sensibili e gli oggetti reali, esistono, come qualcosa
di intermedio, le entità matematiche, le quali differiscono dalle
cose sensibili perché sono eterne ed immobili, e differiscono dalle
forme ideali perché cè una pluralità di enti matematici che
si somigliano, mentre ogni forma ideale è per sé unica, individuale,
singolare» (Metafisica, I, 6, 987b). Per Aristotele,
quindi, Platone ammette lesistenza di idee archetipe
dei numeri dalle quali, in modo analogo alle altre idee, derivano
i numeri matematici. In effetti, in varie opere di Platone, dal
Filebo, alla Repubblica, alla Lettera VII,
troviamo un accenno allesistenza di numeri ideali che sono
archetipi dei numeri in uso ai matematici. In Platone si può dunque
supporre lesistenza dei numeri, ma con laccortezza di
ricordare che egli ne parla solo come idee archetipe, una concezione
del numero ben diversa dalla realtà matematica che ne deriva.
2. Cartesio e lepoca moderna. Nel contesto della
filosofia moderna il termine «idea» viene a modificarsi.
Se per Platone è qualcosa di reale, per i moderni è piuttosto una
rappresentazione mentale, ovvero lidea è più vicina
alla dimensione psicologica che non a quella ontologica.
Secondo molti storici del pensiero filosofico è solo con il periodo
moderno che lidealismo vede esplicitamente porsi i suoi termini.
In questo periodo troviamo, da una parte, il mondo dellesperienza
considerevolmente valorizzato, grazie alla scienza fisico-matematica,
che dopo Galileo
e Newton
aveva fondato proprio sulla esperienza la sua autonomia epistemologica
( ESPERIENZA,
III.3). Dallaltra parte abbiamo il pensiero inteso come intuizione,
che cerca in se stesso la certezza della sua verità e che avrà in
Cartesio
il suo difensore. Ma se lidealismo platonico si può identificare
come un idealismo oggettivo, quello del periodo moderno
si dovrà definire come un idealismo soggettivo, intendendo
con ciò che è nel soggetto che si pone il fondamento ultimo della
realtà.
Il ruolo assunto da Cartesio (1596-1650) nel compiere questo cambiamento di rotta è
notevole: con il suo cogito ergo sum egli capovolge lo schema gnoseologico
precedente, rendendo il conoscere (il soggetto) primario rispetto
allessere (loggetto). Introducendo il dubbio metodico,
rifiutando le certezze che non siano colte in modo chiaro e distinto, ossia in modo
immediato e intuitivo, attribuendo allo spirito «idee innate» che
esistono in esso come oggetti stessi della conoscenza, Cartesio si pone come il padre
remoto dellidealismo moderno, anche se di fatto è difficile catalogarlo come un
idealista puro. Nella dottrina gnoseologica di Cartesio, infatti, il
senso ha un certo grado di oscurità ed è contrapposto
allintelletto, facoltà delle «idee chiare e
distinte», che agiscono per il tramite dellintuizione e della deduzione al
fine di arrivare al vero sapere. Rimane però nella sua filosofia la difficoltà di
stabilire se a questi oggetti della mente corrisponda un effettivo oggetto nella realtà.
È per rispondere a questo problema che egli recupera, in parte, la dottrina delle idee di
Platone, mostrando così come il suo modo di pensare rifletta in profondità il suo
habitus di matematico.
Una diversa impostazione gnoseologica è stata quella di John Locke (1632-1704). Avendo
presente la mirabile sintesi operata da Newton (1642-1727), di cui per altro era amico, e
partendo non tanto dalla mera sensazione, quanto piuttosto dalla percezione
sensibile, che già nel suo essere percepita è atto di conoscenza, Locke
chiamerà «idea tutto ciò che lo spirito percepisce in se stesso o che è
limmediato oggetto della percezione, del pensiero o
dellintelligenza» (Saggio sullintelletto umano, II, 8).
Ammiratore profondo della fisica di Newton, Locke non pensò mai di negare
lesistenza della realtà fuori di noi (cfr. ibidem, IV, 11, 2), ma anzi pose
il fondamento della conoscenza nellesperienza sensibile. È dalla critica al
concetto di sostanza iniziata da Locke che successivamente, grazie a
George Berkeley (1685-1753), nascerà la forma ben nota
dellidealismo moderno. Nella sua critica a Locke, Berkeley fu portato a negare
lesistenza dei corpi in quanto sostanze e a dire che essi sono solo
idee. Tutta la sostanza sarebbe costituita da idee, la cui realtà
consiste nellessere percepite. Lesse est percipi diventerà, da quel
momento in poi, la formula tipica dellidealismo moderno. Non esistono che spiriti ed
idee, lo spirito è la sostanza attiva, lidea è loggetto inerte e passivo
della conoscenza, per cui le idee dipendono in un certo senso dallo spirito (cfr. Trattato
sui princìpi della conoscenza umana, 25). Ma, sottolinea ancora Berkeley, non tutte
le idee dipendono dal nostro spirito, infatti alcune dipendono da Dio.
Egli intende le idee come oggetti dellesperienza sensibile: la sua teoria delle idee
è una teoria che si riferisce non a tutto lessere, bensì solo al mondo sensibile.
Il salto qui operato, rispetto allidealismo platonico, è evidente. Dalla sua teoria
gnoseologica Berkeley trae come conseguenza la riabilitazione delle cause finali e la
critica al tempo e allo spazio assoluti di Newton, considerati dal vescovo irlandese pure
astrazioni.
Con Kant
(1724-1804) lidealismo si definisce in modo ancora più specifico.
Egli chiama la sua filosofia «idealismo trascendentale»,
per distinguerlo dallidealismo problematico di Cartesio e
da quello dogmatico di Berkeley. Nella Critica della ragion pura
si pone il problema della possibilità della metafisica, partendo
dalla domanda sulle condizioni di possibilità, per la scienza, di
arrivare ad una certezza (cfr. Prolegomeni ad ogni futura metafisica,
§ 4). Affascinato dalla fisica di Newton, egli ritiene che le
scienze attraverso le quali la ragione arriva a risultati certi
siano la matematica e la fisica. La loro caratteristica è quella
di fondarsi su princìpi necessari ed universali, a priori, e
non derivanti, quindi, dallesperienza. Lesperienza,
di cui la scienza pur si nutre, può dire solo che le cose
sono sempre andate così, ma non che devono andare
così. Se Locke ammette che le leggi della fisica sono delle
semplici generalizzazioni dellesperienza e perciò
nega alla fisica il carattere di scienza rigorosa Kant
non accetta questa posizione e afferma, al contrario, che quelle
della fisica e della matematica sono proposizioni in cui il predicato
aggiunge qualcosa al soggetto, chiamandole «giudizi
sintetici a priori». Tali giudizi sono possibili perché loggetto
su cui sono pronunciati è un «fenomeno», ovvero qualcosa
che deriva dai dati sensibili e da certe forme a priori che
ordinano tali dati in ununità oggettiva. Ciò comporta che
tutta la nostra conoscenza sia limitata ai fenomeni e che, di fatto,
non possiamo conoscere le cose in sé, i «noumeni». I
diversi fenomeni dellesperienza sensibile vengono organizzati
dal soggetto, che costruisce un mondo oggettivo unendo tra di loro
i fenomeni secondo le leggi dellintelletto che Kant chiama
«categorie». È lintelletto, dice Kant, che prescrive
le sue leggi alla natura e non viceversa ( LEGGI
NATURALI, III). Nellidealismo kantiano lo spazio e il tempo
non sono proprietà reali, ma strutture a priori della nostra
conoscenza, forme della nostra sensibilità, condizioni dellapparire
delloggetto al nostro intelletto. Dunque, punto capitale del
sistema kantiano è la definizione di «trascendentale»,
termine con il quale viene indicata la presenza attiva dello spirito
umano in ogni conoscenza che riguardi lesperienza. Così la
differenza tra lo scienziato e il filosofo viene a consistere nel
fatto che, mentre il primo si affida ad un approccio esperienziale,
alle percezioni del mondo materiale che gli derivano dai sensi,
il filosofo prende in esame il lavoro stesso dello scienziato, per
fargli comprendere che esso è solo una costruzione del suo spirito,
uninterpretazione dellesperienza sensoriale. Kant dunque
non nega lesistenza di una realtà esterna, anzi egli critica
lidealismo di Berkeley; in Kant si può parlare di idealismo,
ma non nel senso di negazione della realtà, quanto piuttosto di
accentuazione del ruolo del soggetto conoscente.
II. Lidealismo tedesco ed i suoi influssi sul pensiero
contemporaneo
1. Lidealismo tedesco di Fichte, Schelling ed Hegel.
La forma di idealismo successiva alla filosofia di Kant rappresenta
una continuazione e al tempo stesso una reazione
al pensiero del filosofo di Königsberg. Continuazione, perché prosegue
nellaffermare la conoscibilità dellessere, reazione
perché dà libero spazio e ampia creatività allo spirito.
Dopo Kant la posizione dellidealismo si può riassumere nellaffermazione
che «vi è solo lio e che ogni altra realtà è opera dellio».
Gli idealisti tedeschi prenderanno in considerazione solo la Critica
della ragion pura, e affermeranno che essa contiene in sé una
profonda contraddizione, segnalando che se tutto ciò che è conoscibile
è posto dal soggetto, allora dovrà esserlo anche la cosa in sé,
il «noumeno», affinché noi possiamo conoscerne lesistenza.
Lintervento del soggetto, del suo spirito, viene così ulteriormente
spostato: dal fenomeno al noumeno. Esso non solo crea la forma del
conoscibile, ma anche il contenuto della conoscenza, crea interamente
loggetto conosciuto e vi si identifica.
Opponendosi a Kant, J.G. Fichte (1762-1814) tenta lunione tra
fenomeno e noumeno, tra teorico e pratico, tra soggetto e oggetto.
Se per Kant lio, il soggetto, crea il conoscere, per lidealismo
tedesco, il soggetto crea lessere. Tutta la realtà è dunque
ridotta a pensiero. Se in Platone, accanto al mondo delle
idee si poneva il mondo delle cose, fatto di altrettanti
oggetti quante sono le idee, nellidealismo tedesco nulla esiste
al di fuori dellunica Idea; i singoli esseri delle cose non
sono che la modificazione dellunica sostanza, provvisorie
e fenomeniche manifestazioni dellAssoluto. Questa identificazione
di oggetto e soggetto, di essere e pensiero, di io e non-io, non
è, per gli idealisti tedeschi, immediata. Essa avviene attraverso
unintrinseca «opposizione dialettica» dello spirito.
Lo spirito si muove in un processo triadico di «tesi»,
in cui il soggetto pone se stesso, «antitesi», in cui
irriflessivamente si pone loggetto e infine «sintesi»,
in cui il soggetto, nella sua autocoscienza, riconosce di aver posto
in essere loggetto. Entro questo quadro lidealismo di
Fichte (cfr. in particolare i Fondamenti dellintera dottrina
della scienza, 1794) è detto «idealismo soggettivo»,
perché lIo è il principio di tutta la realtà e di tutta
la conoscenza, ed «idealismo etico», perché lattività
prima dellIo impone ad ogni individuo il compimento del dovere,
cioè la conquista della propria libertà. Nellomonimo «idealismo
oggettivo» di F.W. Schelling (1775-1854), loggetto (la
Natura) non è come per Fichte un ostacolo da rimuovere, ma una realtà
autonoma, inferiore sì allo spirito, ma solo per grado.
Lidealismo di Schelling è detto anche «estetico»,
perché a suo giudizio lidentità-unità dellAssoluto può
essere colta solo grazie allintuizione estetica. È interessante
notare come a differenza di Galileo e di Newton, per i quali la
natura è concepita materialmente e dominata dalle ferree leggi della
meccanica, per Schelling essa va intesa come una spiritualità dotata
di una inesauribile libera attività ( NATURA,
VII).
Nel pensiero filosofico di G.W.F. Hegel (1770-1831) si parlerà
invece di «idealismo assoluto», superamento dellidealismo
di Fichte e di Schelling in virtù della completa realizzazione del
finito nellinfinito. Per Hegel il principio di ogni realtà
è infatti la Ragione, o Assoluto, o Idea, da cui derivano sia il
mondo della natura che il mondo dello spirito. Lidealismo
hegeliano è detto anche «logico», perché il suo principio
fondamentale è lidentità di Ragione e Realtà: «tutto
ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale»
(Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, 1821).
Lopposizione alla logica aristotelica, ove pensiero e realtà
sono ben distinti, è qui evidente. La logica
è solo logica dellastratto e non si pone mai identità
fra metafisica e logica. Hegel accetta il concetto di Assoluto come
identità di Natura e di Spirito, e la Ragione viene intesa come
unità che contiene in sé tutto il reale. LAssoluto non è una
sostanza, un qualcosa di statico, come lo era per Spinoza
(1632-1677), ma è Pensiero, ovvero sviluppo dialettico. Perciò
per Hegel lunica vera realtà è la realtà della Ragione,
o, che è lo stesso, lunico vero essere è lessere del
Pensiero e lunico vero pensiero è quello dellessere.
Tutto ciò che esiste è una manifestazione dellAssoluto. Così
inteso, lidealismo non poteva non individuare un ritorno ad
una filosofia più umanistica che scientifica; non a caso Popper
ha potuto scrivere che «a partire dal sorgere dellhegelismo
si è determinato un pericoloso abisso tra scienza e filosofia»
(K. Popper, La natura dei problemi filosofici e le loro
radici nella scienza, in Congetture e confutazioni, Bologna
1972, p. 121). Lidealismo tedesco fu, di fatto, un tentativo
di mettere in crisi il rapporto che la filosofia di Cartesio aveva
stabilito tra matematica e filosofia, come quello che Francesco
Bacone e Kant avevano stabilito tra filosofia e scienza naturale.
2. Lidealismo post-hegeliano. Nel periodo che
va da Kant a Hegel lo sviluppo dellidealismo si può riassumere
in quattro diverse tappe sintetizzabili nelle seguenti tesi: a) non
cè conoscenza senza categorie (Kant); b) Non ci sono
categorie senza lautocoscienza che le produce, e lautocoscienza
produttiva deve essere assoluta (Fichte); c) Lautocoscienza
non è assoluta se non è identità di natura e di spirito (Schelling);
d) Questa identità non può essere cosciente se non è ragione
autocosciente, cioè Spirito, che rappresenta il principio concorde
del mondo (Hegel). Pur raggiungendo il suo apice con Hegel, lidealismo
troverà una sua prosecuzione anche nel pensiero filosofico successivo,
che possiamo raccogliere in due filoni principali.
Il primo di essi è rappresentato dal «neo-idealismo», sviluppatosi
in Italia grazie a Spaventa, Croce e Gentile, in Olanda ad opera di Bolland ed in
Inghilterra, nelle università di Oxford e di Cambridge. Oltre allo studio del rapporto
fra fenomenologia e logica, uno degli scopi principali del neo-idealismo italiano fu anche
quello di opporsi al positivismo e alla sua pretesa di spiegare
scientificamente tutta la realtà. Il neo-idealismo riconosce solo allo Spirito
lunica realtà assoluta attuantesi nella storia. Da qui derivano
limmanentismo dello Spirito e lidentità tra storia e filosofia, che darà poi
origine allo storicismo, nelle sue forme varie e complesse, ma comunque figlie della
fenomenologia hegeliana. Per Benedetto Croce (1866-1952) tutto il reale è vita o storia
dello Spirito, nulla è fuori dello Spirito (immanentismo), nulla è fuori della storia
(storicismo). Per Giovanni Gentile (1875-1944), invece il principio di tutta la realtà è
lIo universale, o Soggetto assoluto, che si attua come Assoluto Pensiero. Il
pensiero non è anteriore al pensare e dunque non nasce da un soggetto preesistente,
quanto piuttosto da un soggetto che è in quanto pensa e che nellatto del pensare
crea se stesso. LIo universale è, dunque, attualità pensante (attualismo) e
immanente in tutte le cose (immanentismo). In Francia, ad eccezione di Octave Hamelin e
Leon Brunschvig, lidealismo non ebbe un suo sviluppo degno di nota. Situazione un
po diversa in Inghilterra, dove fiorì, alla fine dellOttocento e nei primi
anni del Novecento, una scuola idealista al Balliol College di Oxford. Ma essa non
fu niente di più di un gruppo di singoli studiosi che si servirono dellidealismo
come filosofia ispiratrice. Tra essi ricordiamo E.J. Mc Taggart,
R.G. Collingwood e F.H. Bradley. La loro funzione fu comunque di una certa
importanza, perché furono proprio questi tre pensatori che segnarono il clima culturale
dellInghilterra allinizio del Novecento quando G.E. Moore e
B. Russell, fondatori della filosofia analitica, iniziavano i loro studi universitari
a Cambridge.
La seconda corrente originatasi dallidealismo post-hegeliano, anziché assumere
la filosofia idealistica, ne subisce un influsso indiretto e con essa, specie
nellopera di Husserl ed Heidegger, si confronta. Tutta la filosofia di Edmund
Husserl (1859-1938) è dominata dallidea di scienza. Egli proveniva dal mondo della
matematica e i suoi lavori partono dal tentativo di definire lente matematico.
Intenzionato a combattere lo psicologismo, Husserl si interessò molto alla coscienza che
per lui è sempre coscienza di qualcosa. In questa idea di coscienza
sta la distinzione tra soggetto e oggetto: il soggetto è il complesso dei fatti di
coscienza, come il percepire, il giudicare, il rappresentarsi, e loggetto è ciò
che in questi fatti si manifesta, come suoni, oggetti colorati, ricordi, immagini. I
nostri atti psichici si riferiscono sempre ad un oggetto (non vedo mai il
verde, ma solo un oggetto verde). Ma ciò non vuol dire che
in Husserl vi sia una visione realista.
A partire dalla pubblicazione delle Idee per una fenomenologia pura e una filosofia
fenomenologica (1913), Husserl comincia a porsi il problema di cosa sia la
realtà, e afferma che, per risolvere la domanda, bisogna porsi in un atteggiamento di
sospensione di giudizio (epoché) rispetto a tutto ciò che,
fino adesso, è stato detto dalle varie scienze o dalle varie scuole filosofiche. Ovvero,
dalla persuasione dellesistenza del mondo non bisogna dedurre nessuna proposizione
filosofica, perché alla base di ogni riflessione che voglia essere filosofica va posto
solo ciò che è intuito, ciò che è evidente di per sé. Lunica cosa di cui siamo
certi è lesistenza, non tanto del mondo esterno, ma della coscienza. Husserl si
interrogherà ancora attorno a questo tema e nei suoi ultimi scritti vi sono tracce di un
certo tipo di idealismo nella visione del rapporto tra sapere scientifico e sapere
filosofico. Queste sfumature idealiste sono evidenti, in particolare, quando si oppone
agli sviluppi causati dalla visione positivistica (e neopositivistica) della scienza,
intesa come rifiuto di ogni filosofia (cfr. La crisi delle scienze europee e la
filosofia trascendentale, 1954). Ma di fatto Husserl non definirà esattamente in cosa
consista questa sua coscienza, rendendo difficile la sua collocazione
nel panorama idealistico. Anche se definito da alcuni come idealista a causa del suo
recupero della filosofia di Cartesio e in parte di Kant, Husserl va in realtà oltre il
realismo e lidealismo, ed anche ammettendo un suo rapporto con la filosofia
idealistica esso non fu comunque né conflittuale né risolutivo.
Fu, piuttosto, Bertrand Russell (1872-1970), nella prima fase del suo
pensiero filosofico, che cercò nellidealismo una soluzione al suo problema cardine,
la ricerca dei fondamenti della matematica, con la domanda circa la
realtà del numero. Ma la posizione idealista durò ben poco perché allinizio del
Novecento labbandonerà per abbracciare, in opposizione, prima un realismo estremo
ispirato a Alexius Meinong (1853-1920), e poi un realismo più moderato. La modifica della
posizione di Russell circa lidealismo avverrà in seguito alla critica che
G.E. Moore (1873-1958) farà in La confutazione dellidealismo (1903)
della proposizione esse est percepi di Berkeley. Moore, muoverà alla proposizione
idealista una critica non tanto sul piano della logica o della metafisica, quanto
piuttosto sul piano della significanza linguistica facendo vedere come laffermazione
esse est percipi, di fatto non significhi alcunché, dando origine in tal modo a
quella importante corrente filosofica che dominerà il Novecento, la «filosofia
analitica», anchessa un prodotto derivante, pur indirettamente dalla
critica allidealismo.
Chi, invece, si confronterà in modo sistematico e profondo con
lidealismo tedesco sarà Martin Heidegger (1889-1976), impegnatosi
nel suo percorso filosofico a ridare alla filosofia la purezza incontaminata
delle origini. Il tentativo di Heidegger è quello di ripulire il
pensiero filosofico dalle scorie in esso inseritesi a causa dei
metodi e delle finalità della scienza. Riprendendo in esame il concetto
di scienza, come formulato da Fichte, Schelling ed Hegel, che avevano
assegnato alla sola filosofia la possibilità della razionalità,
egli ribadisce che la filosofia non si interessa e non può interessarsi
alla scienza positiva, perché la filosofia stessa è la vera scienza,
la vera via per giungere al sapere assoluto. Al pari degli idealisti
tedeschi, con Heidegger la filosofia torna ad essere la regina indiscussa
del pensare.
3. Il principio di immanenza alla base della posizione idealista.
Lungo tutto il suo articolato itinerario filosofico, largomento
specifico dellidealismo resta dunque il principio di
immanenza. Esso consiste nellenunciare il dato secondo
cui latto del soggetto (dellio) non produce nulla al
di fuori di sé, ma si pone allinterno stesso del soggetto
che lo ha posto. Secondo gli idealisti non si può pensare un essere
esistente fuori del pensiero; appena una cosa è pensata, per il
fatto che è pensata è presente nel mio io e non più allesterno.
Questa posizione fu ritenuta da Berkeley talmente evidente da imporsi
di per sé: «Certe verità sono così immediate, così ovvie per
la mente che basta aprire gli occhi per vederle. Tra queste credo
sia anche limportante verità che tutto lordine dei cieli
e tutte le cose che riempiono la terra, che insomma tutti i corpi
che formano lenorme impalcatura delluniverso non hanno
alcuna sussistenza senza una mente, e il loro esse consiste
nel venir percepiti o conosciuti» (Trattato sui principi
della conoscenza umana, § 6).
Il concetto di immanenza si oppone direttamente a quello di trascendenza, che
nellambito strettamente gnoseologico coincide con la prospettiva realista, cioè
nella possibilità di conoscere qualcosa di esterno al soggetto stesso. Lidealismo
coincide con la negazione di questa trascendenza gnoseologica. Lidealismo cioè nega
che la coscienza possa uscire dai propri limiti e riconoscere come esistente una realtà
esterna da sé. La conclusione idealista è dunque immediata: ciò che è conosciuto deve
essere nel pensiero e un oggetto che non fosse nel pensiero non sarebbe conosciuto, dunque
non possiamo conoscere realtà esterne al pensiero. Il filosofo americano C.S. Peirce
(1839-1914) rendeva così questo concetto: «Se mi si domanda se esistono realtà
interamente indipendenti dal pensiero, chiederei a mia volta che significa e può mai
significare tale espressione. Quale idea si può applicare a ciò di cui non si ha idea?
Poiché se possediamo una qualche idea di tale realtà, stiamo parlando delloggetto
di tale idea, che così non è indipendente dal pensiero. Evidentemente è del tutto fuori
del potere della mente avere unidea di qualcosa che è completamente indipendente
dal pensiero: questa idea dovrebbe tirare se stessa fuori da se stessa. Ora poiché tale
idea non cè, la predetta espressione non ha significato»
(C.S. Peirce, The logic of 1873, in Collected Papers, Cambridge 1966,
vol. II, p. 211).
Le sue forti risonanze gnoseologiche, specie per ciò che riguarda
il rapporto fra idea e realtà, permetteranno allidealismo
di accompagnare buona parte dellelaborazione dello stesso
pensiero scientifico. Ciò non avverrà solo allinterno di un
confronto filosofico con il realismo, ma coinvolgerà la scienza
in quanto tale: si pensi ad esempio ai rapporti fra realtà e modelli,
ai fondamenti della matematica, o infine al rapporto fra teoria
ed esperimento, la cui problematicità apparirà evidente nelle diverse
interpretazioni filosofiche date alla meccanica quantistica. Si
rende dunque necessaria unanalisi della prospettiva idealista
anche nellambito delle scienze.
III. Idealismo e conoscenza scientifica: la fisica classica
e le matematiche
La ripercussione, diretta o indiretta, dellidealismo sulle
scienze è riscontrabile in modo significativo almeno sotto tre aspetti:
a) nella definizione di ciò che si deve intendere per scienza;
b) nella formazione delle nozioni di cui si serve la scienza,
e propriamente della matematica; c) nellinterpretazione
delle teorie scientifiche. In particolare, per quanto riguarda gli
aspetti a) e b) esso si è manifestato prevalentemente come idealismo
di tipo platonico, o platonizzante, (vedi supra,
I.1), mentre, per quanto riguarda il punto c) si è presentato maggiormente
nella forma dellidealismo moderno, kantiano e post-kantiano
(vedi supra, I.2 e II.1-2). In questa e nella prossima sezione
cercheremo di dare un quadro essenziale dei principali punti di
vista epistemologici al riguardo, in relazione ai diversi momenti
delle teorie scientifiche matematizzate.
1. Idealismo e fisica classica. Nella fisica classica,
cioè la scienza galileiana e newtoniana, per lungo tempo modello
epistemologico di riferimento anche per tutte le altre scienze della
natura, la definizione di scienza ha coinvolto direttamente una
componente osservativa o sperimentale ed
una matematica. A partire da Galileo si è considerata
come scienza una descrizione-spiegazione matematica della natura
passibile di un controllo sperimentale. Il successo, storicamente
riscontrato, di questo modo di intendere le scienze della natura
ha segnato, come bene osserva Koyré, la vittoria dellidealismo
di stampo platonico sullaristotelismo. «Se
tu reclami per la matematica uno stato superiore, se per lo più
le attribuisci un valore reale e una posizione dominante nella fisica,
sei platonico. Se invece vedi nella matematica una scienza astratta
che ha perciò un valore minore di quelle fisica e metafisica
che trattano dellessere reale, se in particolare affermi che
la fisica non ha bisogno di altra base che lesperienza e deve
essere costruita direttamente sulla percezione, che la matematica
deve accontentarsi di una parte secondaria e sussidiaria, sei un
aristotelico. In questo dibattito non si pone in discussione la
certezza neppure gli aristotelici avrebbero dubitato
della certezza delle dimostrazioni geometriche ma lEssere;
e neppure luso della matematica nella scienza fisica nemmeno
gli aristotelici avrebbero mai negato il nostro diritto di misurare
ciò che è misurabile e contare ciò che è numerabile
bensì la struttura della scienza e quindi la struttura dellEssere.
[
] È evidente che per i discepoli di Galileo, come per i suoi
contemporanei e predecessori, matematica significa platonismo. [
]
Il Dialogo e i Discorsi [e dimostrazioni sopra
due nuove scienze] ci narrano la storia della scoperta o meglio
della riscoperta del linguaggio parlato dalla Natura. Ci spiegano
la maniera di interrogarla, cioè contengono la teoria di quella
ricerca sperimentale in cui la formulazione dei postulati e la deduzione
delle loro conseguenze precede e guida losservazione. Questa
poi, almeno per Galileo, è una prova di fatto. La nuova
scienza è per lui una prova sperimentale del platonismo» (Koyré,
1973, pp. 160, 163, 167).
Questo orientamento delle scienze naturali verso lideale matematico non nasce
improvvisamente con Galileo, o con Cartesio, ma segue un lungo itinerario di preparazione
che vede, già nel XIII secolo, nel dibattito acceso tra la scuola di Parigi di
orientamento prevalentemente aristotelico e la scuola di Oxford di orientamento più
platonico, le sue radici remote (cfr. Crombie, 1970; Hackett, 1994). Tra i rappresentanti
di questa scuola, assolutamente convinti della necessità di elaborare tutto il sapere in
questottica di matematizzazione vi è Ruggero Bacone (1214-1292)
che così si esprimeva in proposito: «Ora nella matematica ci è possibile
giungere ad una verità completa senza errore e ad una certezza universale senza ombra di
dubbio, poiché in essa si procede per dimostrazioni necessarie (in ea convenit haberi
demonstrationem per causam propriam et necessariam). E la dimostrazione fa
conoscere la verità. [
] Soltanto nella matematica ci sono dimostrazioni nel vero
senso della parola (per causam necessariam); e perciò soltanto nellambito e
in virtù di questa scienza luomo può giungere alla verità. [
] Nella sola
matematica si raggiunge la certezza piena. Per la qual cosa risulta che se nelle altre
scienze vogliamo, comè nostro dovere, arrivare ad una certezza che escluda ogni
dubbio, e ad una verità, che escluda ogni errore, è necessario che la matematica diventi
il fondamento del nostro conoscere, in quanto da essa preparati possiamo giungere alla
piena certezza e alla verità anche nelle altre scienze» (The Opus
maius of Roger Bacon, a cura di J.H. Bridges, Oxford 1897-1900, vol. I, pp.
105-106). In questo senso, linflusso dellidealismo platonico ai fini del
costituirsi della scienza moderna si traduce nellidea della
matematizzazione: per le scienze il mondo delle idee platoniche non è
altro che un empireo matematico.
Il successo delle scienze galileiane, tuttavia, dovrà pagare il
prezzo di un graduale spostamento verso il nominalismo, con la perdita
dell analogia,
del realismo
e del valore conoscitivo della scienza stessa che tenderà sempre
più ad essere guardata come uno strumento di calcolo e di previsione,
piuttosto che come una conoscenza vera (o almeno verosimile) della
realtà. Linflusso dellidealismo platonico
sulla scienza tenderà a congiungersi, nel tempo, con lidealismo
nel senso moderno e soggettivistico. Così
Kant cercherà uninterpretazione filosofica aprioristica dello
spazio e del tempo assoluti di Newton, identificandoli con la struttura
propria del modo di conoscere del soggetto, piuttosto che con proprietà
esterne e oggettive.
2. Idealismo platonico e matematica. Un altro aspetto
dellidealismo platonico nelle scienze, tuttora assai rilevante,
riguarda direttamente le matematiche. La sua operatività può cogliersi
nelle risposte che si darebbero alle domande seguenti: a) gli
enti matematici hanno unesistenza puramente mentale, o anche
unesistenza oggettiva, esterna alla mente umana, collocata
in un qualche mondo delle idee? b) Come si formano le nozioni
matematiche nella nostra conoscenza? Per quanto queste domande possano
sembrare remote, esse hanno riacquistato grande attualità, riportando
alla ribalta, nellambito della riflessione sul pensiero scientifico,
i nomi di Platone e di Aristotele, che paiono aver sopravanzato,
a partire dallultimo decennio del XX secolo, quelli di Cartesio
e di Kant, che sembravano da tempo regnare, pressoché incontrastati,
come padri fondatori della vera filosofia critica.
I grandi nomi della matematica, della fisica e delle scienze in genere, quando si
pongono tali domande, riflettendo da filosofi, tendono a schierarsi o per una soluzione di
tipo platonico-idealistico o per una di tipo empiristico-astrattiva. Si riscontra con
facilità la tendenza, quasi naturale, dei matematici verso lidealismo platonico:
gli enti matematici hanno una dignità e una bellezza che reclama uno status
ontologico extramentale. Si tratta spesso di un entusiasmo di natura estetica, poco
fondato su argomenti veramente dimostrativi, ma estremamente significativo. Valga per
tutti, come esempio, una riflessione appassionata di Roger Penrose: «Quanto sono
reali gli oggetti del mondo matematico? Da un certo punto di vista
pare che in essi non possa esserci niente di reale. Gli oggetti matematici sono solo
concetti; essi sono le idealizzazioni naturali dei matematici, spesso prodotte sotto lo
stimolo dellordine apparente di certi aspetti del mondo che ci circonda, ma sono
nondimeno idealizzazioni mentali. Possono essere altro che mere costruzioni arbitrarie
della mente umana? Al tempo stesso, questi concetti matematici sembrano avere non di rado
una profonda realtà, del tutto sottratta alla volontà di un qualsiasi matematico. È
come se il pensiero umano fosse guidato verso una qualche verità esterna eterna: una
verità dotata di una realtà propria, e che è rivelata solo in parte a ciascuno di noi.
[
] La matematica è invenzione o scoperta? Quando un matematico ottiene i suoi
risultati sta solo producendo complesse costruzioni mentali che non hanno alcuna realtà
di fatto, ma la cui potenza ed eleganza sono semplicemente sufficienti a ingannare persino
i loro inventori, inducendoli a credere che queste mere costruzioni mentali siano
reali? Oppure i matematici scoprono davvero verità già
esistenti: verità la cui esistenza è del tutto indipendente dalle
attività del matematico? Io penso che a questo punto dovrebbe essere chiaro al lettore
che io aderisco alla seconda concezione, almeno per quanto riguarda strutture come i
numeri complessi e linsieme di Mandelbrot» (Penrose, 1998,
pp. 133-136).
Ma, supposto che esista un mondo delle idee, di per sé esistenti
in senso platonico, almeno per quanto riguarda le idee matematiche,
in che modo noi possiamo conoscerle? In altri termini ci si chiede:
ogni tipo di conoscenza procede dai sensi (nihil est in intellectu
quod prius non fuerit in sensu, recita ladagio scolastico)
e poi giunge per astrazione alla mente in forma di concetti universali
(tesi aristotelica); oppure le idee e in particolare
le idee matematiche giungono alla mente per unintuizione,
o illuminazione diretta, non contaminata dalla materia e dai sensi
(tesi platonica)? Ecco come lidealismo ontologico si riflette
in un idealismo gnoseologico, nellindagine sulla formazione
della conoscenza matematica. È interessante osservare come il ritorno
allidealismo platonico, da parte di alcuni matematici e fisici,
parta dallesigenza di un recupero delloggettività contro
il soggettivismo dellidealismo moderno, e si fondi su una
dichiarazione di realismo il realismo esagerato
di Platone che attribuisce unesistenza extramentale alle idee
in opposizione allidealismo soggettivista che nega la realtà
come tale al di fuori del soggetto e del pensiero. Una scienza totalmente
soggettivistica e arbitraria, puramente convenzionale, e priva di
contenuto conoscitivo è inaccettabile per lo scienziato che ad essa
dedica le sue migliori energie.
IV. Paradigmi idealisti in alcune teorie scientifiche odierne
Rispetto a quanto non facesse già la fisica di Newton, la fisica
del XX secolo ha attribuito alla matematica un ruolo sempre più
significativo, anche per il fatto che essa si è progressivamente
allontanata dalle esperienze dirette, su scala umana. Velocità elevatissime
come quella della luce, che entrano in gioco nella teoria della
relatività speciale, dimensioni e tempi enormi, che emergono nella
cosmologia della relatività generale, dimensioni piccolissime che
figurano nella microfisica governata dalla meccanica quantistica,
sono tutte cose ben lontane dalle nostre esperienze quotidiane.
Ciò ha fatto sì che la fisica, e le scienze da essa dipendenti,
si spostassero ulteriormente verso lidealismo platonizzante.
Ma a questo punto è entrata in gioco nel pensiero scientifico, giustamente
o abusivamente, anche quellaltra corrente che è lidealismo
in senso moderno: cartesiano, kantiano e post-kantiano.
1. Idealismo e relatività. Per quanto riguarda la teoria
della relatività,
si deve dire che essa è stata a volte associata ad un idealismo
soggettivistico. La relatività delle misure di spazio e di tempo,
della simultaneità, ecc., hanno condotto talvolta a ritenere che
in questa teoria non esistano elementi oggettivi, indipendenti dal
soggetto misurante, e che essa legittimi pertanto lidealismo,
il relativismo e il soggettivismo. Uninterpretazione idealista
della relatività generale fu proposta da Gödel,
appassionato cultore della filosofia di Kant, basandosi su una soluzione
delle equazioni di Einstein, da lui trovata, nella quale non è possibile
una sincronizzazione globale del tempo
e in cui, addirittura, è concepibile viaggiare nel passato, diversamente
da quanto accade per le soluzioni cosmologiche di tipo fisico. Ma
la soluzione di Gödel rimane solo una curiosità matematica, non
realizzabile, di fatto, fisicamente (cfr. Gödel, 1958).
Le teorie della relatività si possono considerare, al contrario,
delle teorie degli invarianti, o degli assoluti. Esse
mirano e riescono a dare una formulazione delle leggi fisiche del
tutto indipendente dalla scelta dellosservatore. Mentre la
meccanica di Newton era applicabile solo dai cosiddetti osservatori
inerziali, nella sua forma definitiva la relatività (generale)
giunge a leggi applicabili da qualsiasi osservatore. Linterpretazione
soggettiva dello spazio e del tempo come a priori del soggetto
conoscente, proposta da Kant, non è qui più concepibile. La relatività
generale tende inoltre a riavvicinarsi alla concezione aristotelica,
piuttosto che a quella platonica, del moto, dello spazio, del tempo
e della materia ( MECCANICA,
II.2). Essa può invece rispecchiare un certo idealismo platonico,
se non addirittura pitagorico, per il fatto di inquadrare tutta
la fisica in una schema geometrico, di ispirazione spinoziana. Lo
stesso Einstein, infatti, dichiarava di sentirsi, in un certo senso
vicino alla concezione filosofica panteista ( EINSTEIN,
II).
2. Idealismo e meccanica quantistica. La questione
dellidealismo soggettivistico ha assunto invece
un ruolo rilevante nellinterpretazione della meccanica
quantistica. A differenza di quanto accaduto in altri ambiti, sono
qui gli stessi scienziati ad aver definito come idealista
o realista la loro interpretazione, optando per un deciso
schieramento filosofico. Condivisero uninterpretazione
realista personaggi come Einstein, De Broglie, Schrödinger, Bohm,
mentre sul versante dellinterpretazione idealista troviamo
Bohr, Heisenberg, Born. Sarà linterpretazione di questi ultimi
a prevalere, come ufficiale, sotto il nome di «interpretazione
della scuola di Copenhagen». Rimandiamo ad altre voci la discussione
dettagliata di queste interpretazioni ( MECCANICA
QUANTISTICA VI.1; MECCANICA, III.3; DETERMINISMO/INDETERMINISMO,
II.3). Qui osserviamo che, nellaccostarsi al problema, occorre
tener presente due elementi: a) da un lato, le convinzioni
filosofiche dichiarate dallautore che si autodefinisce idealista
o realista, con il significato che egli dà ai rispettivi
termini, non necessariamente identico a quello inteso dalle corrispondenti
correnti filosofiche; b) dallaltro lato, ciò che effettivamente
si intende dire con idealismo e realismo
quando ci si riferisce ad uninterpretazione di una teoria
scientifica. Se il primo aspetto è interessante per il biografo,
è piuttosto il secondo aspetto che interessa da vicino lindagine
epistemologica.
Seguendo la visione ufficiale della scuola di Copenhagen, vale
la pena puntualizzare che linterpretazione della meccanica
quantistica viene considerata idealista secondo un duplice
motivo. Da un punto di vista sperimentale, in
quanto il dato osservabile appare non separabile dallapparato
di misura, e la misura che ne risulta è leffetto combinato
dellazione del soggetto sulloggetto: «Ciò può
far apparire come se noi avessimo introdotto un elemento soggettivo
nella teoria, come se noi intendessimo dire: ciò che accade dipende
dal nostro modo di osservarlo, o dal fatto che noi losserviamo»
(Heisenberg, 1998, p. 65). Tutto questo ricorda, abbastanza
da vicino, lidealismo kantiano secondo cui la cosa in sé («noumeno»)
non è conoscibile, ma ciò che conosciamo («fenomeno»)
è il risultato del combinarsi degli a priori del soggetto
con loggetto indagato. E ciò anche da un punto di vista teorico,
in quanto non è possibile trovare un modello unico, veritiero e
adeguato alla realtà, che descriva interamente un oggetto quantistico,
ma si deve ricorrere a schemi matematici complementari e mutuamente
escludentisi, quali quello di onda e quello di particella,
che vengono applicati alternativamente. Una simile situazione fa
pensare ad uninconoscibilità della realtà, ad una scienza
debole dal punto di vista gnoseologico, e ad unepistemologia
strumentalista (cfr. Kuhn, 1969).
3. Paradigmi idealisti della cosmologia teorica. Lo statuto
epistemologico della cosmologia
è piuttosto peculiare. Occupandosi dello studio delluniverso
su grande scala, a differenza di altri settori delle scienze fisiche
o chimiche essa lavora su sistemi non riproducibili
in laboratorio e tenta di dedurre le proprietà su scala cosmica
a partire da conoscenze verificabili su scala locale. Si tratta
inoltre di una scienza che fa largo impiego di modelli, indicati
appunto come «modelli cosmologici». Nella loro formulazione
teorica si deve spesso ricorrere a molteplici assunzioni e le soluzioni
proposte giocano il ruolo di casi particolari allinterno di
generalizzazioni assai ampie ( COSMOLOGIA,
V). La cosmologia si presenta dunque non solo come «la scienza
delluniverso», ma anche come «la scienza delle
assunzioni che devono essere fatte affinché sia possibile poter
formulare una scienza delluniverso» (Heller, 1986).
Dovendo necessariamente inglobare nei suoi modelli anche regioni
dello spazio e del tempo non accessibili alle osservazioni, la cosmologia
tende infine a spostare i propri criteri di verità dallambito
della verificabilità a quello della semplice coerenza interna. La
sua peculiarità epistemologica favorisce limpiego di alcuni
paradigmi di tipo idealista secondo due principali procedure: a)
il tentativo di dover concettualizzare luniverso come un tutto,
e dunque confrontarsi con il problema filosofico dellintero
( UNIVERSO);
b) lastrazione ideale di porre in essere a priori,
con un determinato modello cosmologico, il proprio oggetto di analisi
(che coincide con tutto il reale fisico), muovendosi poi in modo
deduttivo verso gli osservabili del modello, se questi esistono.
Conservando la terminologia finora adottata, si deve dire che ciò
dà luogo a paradigmi sia di tipo platonizzante, che di tipo soggettivistico.
Intendendola come parte seppur peculiare delle scienze fisiche,
è ragionevole supporre che lo statuto scientifico della cosmologia dipenda dalla sua
capacità di mantenere un certo rapporto con le osservazioni (cosmologia osservativa) e di
formulare dei «modelli di universo» che si mantengano aperti alla
falsificazione o, comunque, ad una verifica sperimentale. Quando ciò venga a mancare,
essa migra inevitabilmente dal campo delle scienze fisiche a quello della logica
matematica. La domanda realista sulla verità fisica dei modelli formulati si trasforma
allora in una domanda idealista sulla loro coerenza logica, secondo i canoni di una if-then
science (se alcune assunzioni inverificabili sono vere, allora lo sono anche le
conclusioni che da esse si traggono). Ma, rispetto a quanto accade nelle teorie
assiomatiche della matematica, abbiamo qui una differenza assai importante! Loggetto
dellastrazione non è più solo lente in quanto numerabile, ma è ora tutto
il reale fisico; e su tutto il reale fisico, i vari modelli cosmologici, reclamano le
loro implicazioni. Così facendo è il soggetto a porre loggetto, e a porlo nel suo
più alto grado possibile.
Fanno implicito riferimento a questo stato di cose i momenti in cui
la cosmologia parla di universi paralleli o di pluralità
di mondi senza connessione causale fra loro, almeno a partire
da un certo momento in avanti; oppure quando si fanno ipotesi sulle
condizioni quantistiche delluniverso prima del Big
Bang ( COSMOLOGIA,
VI) o sul suo futuro stato dopo leventuale Big Crunch
nel quale potrebbe concludersi la sua evoluzione, se lenergia
gravitazionale sarà sufficiente a richiamarne lespansione.
Si cerca infine di ricostruire un passato che giace al di là di
orizzonti di osservabilità di crescente severità, quali
sono l«epoca del disaccoppiamento fra materia e radiazione»
e, ancor prima, l«era di Planck». La divulgazione
scientifica, particolarmente attiva in questo settore delle scienze,
esalta spesso il ricorso implicito a tali paradigmi i quali, inevitabilmente,
sono già operativi in ambito metodologico.
Allinterno della cosmologia esistono correnti epistemologiche
impegnate a ricordare il necessario legame con le osservazioni (già
con W. McCrea negli anni 1960, più recentemente G. Ellis, W. Stoeger,
M. Heller). Trascurare questo aspetto porrebbe questa disciplina
nella difficile situazione di non essere più ritenuta, in senso
stretto, come una scienza galileiana, perché avrebbe a che fare
solo con modellizzazioni matematiche, di valore assolutamente equivalente,
non verificabili e quindi indecidibili. Tale riconduzione
della cosmologia allambito osservativo, però, presenterà sempre
dei limiti fisiologici, dovuti proprio al suo specifico oggetto
formale, quello di cercare di accostarsi alluniverso nella
sua globalità. Ciò dà origine ad una sorta di princìpi di
indeterminazione, operativi anche in cosmologia. Ad esempio,
esisteranno sempre diversi modelli cosmologici compatibili con il
medesimo insieme di dati osservativi, lasciando ancora aperta la
scelta sul quale di essi, allinterno di grandi famiglie di
soluzioni parametrizzate, sia il più corretto. Inoltre, ogni modello
non potrà mai essere esauriente e nel suo tentativo di dare una
descrizione completa del reale fisico incontrerà sempre dei «problemi
di incompletezza». Se il framework adottato è quello
delle equazioni di campo della relatività generale, tali equazioni
non contengono al loro interno la definizione della propria topologia.
Per calcolare la probabilità che una certa metrica sia quella giusta,
e dar così ragione del perché la geometria dell'universo sia questa
e non un'altra, si richiede la definizione previa delle costanti
di natura e delle leggi fisiche da usare. Se invece vogliamo calcolare
perché le proprietà dell'universo le sue leggi fisiche
e le sue condizioni al contorno sono proprio quelle
osservate e non altre, si richiede la scelta previa di un'opportuna
geometria per lo spazio-tempo. Siamo di fronte alla necessità di
una determinazione, per così dire, esterna al sistema
in studio. Tale determinazione potrebbe essere certamente favorita
da un legame con le osservazioni, offrendo così un aggancio di tipo
realista, ma potrebbe non esserlo per limiti fisiologici del modello
o della famiglia di modelli utilizzati, e così far ricadere la scelta
su assunzioni di tipo idealista, lasciando che lo scienziato si
affidi a criteri di tipo platonizzante, come la semplicità, la simmetria
o lestetica, oppure di tipo soggettivistico, come quello di
sostituirsi alla mente di Dio o di volerne riconoscerne
a tutti i costi lazione finalistica, ciascuno secondo la propria
personale visione del mondo.
4. Visione riassuntiva. Idealismo e realismo nel metodo delle
scienze: la ricerca delloggettività. A conclusione delle
considerazioni riguardanti linflusso dellidealismo,
nelle sue diverse forme, sul pensiero scientifico (cfr. III e IV),
in particolare sulle matematiche e le scienze matematizzate, vale
la pena evidenziare che la tendenza naturale, per il pensiero scientifico,
pare essere piuttosto quella realista. Lidealismo, là dove
esso si è infiltrato, ha in fondo operato come un indebolimento,
più o meno esplicitamente riconosciuto, del processo conoscitivo.
Per il loro stesso metodo, le scienze mirano infatti ad evidenziare
proprietà oggettive, andando alla ricerca, il più possibile,
degli invarianti. Così la matematica e la fisica indagano
quelle leggi che risultano essere indipendenti rispetto a gruppi
di trasformazioni compiute dal soggetto e che, pertanto, possono
essere attribuite come proprie alloggetto. Nella fisica newtoniana
le leggi risultavano indipendenti dalla traslazione uniforme del
sistema di riferimento dellosservatore, nella relatività generale
sono indipendenti da qualunque tipo di trasformazione regolare,
e nella meccanica quantistica comparirà anche lindipendenza
rispetto a delle regole di simmetria. Se la formulazione
di una legge non segue certe proprietà di invarianza viene ritenuta
inadeguata, in quanto non evidenzia caratteristiche proprie
delloggetto.
A volte si incontrano difficoltà matematiche nel compiere questo
tipo di ricerca (basti pensare al problema ancora aperto dellindipendenza,
o meno, della stabilità dalla scelta della norma dello
spazio delle fasi nei sistemi ad infiniti gradi di libertà), e queste
stimolano a cercare teorie matematiche più generali, in grado di
permettere di formulare con la generalità richiesta una certa legge
di natura. Ma che cosa fare quando soggetto e oggetto, apparato
di misura e fenomeno da misurare appaiono inseparabili?
Le recenti indagini sulla complessità,
propongono una visione nuova del rapporto tra soggetto osservatore
e oggetto osservato: la loro inseparabilità non viene interpretata
come unazione che introduce un inevitabile soggettivismo nella
conoscenza, quanto, piuttosto, come unindicazione della necessità
di considerare come un tutto lapparato di misura e loggetto
misurato, come fossero un unico ente, e dunque limpossibilità
di esaminarli come parti separate. Non possediamo, attualmente,
una teoria della complessità che ci consenta di dire come deve essere
svolta questa indagine: essa sembra tuttavia costituire una nuova
sfida per la scienza che apre la strada alla considerazione di livelli
diversificati dellente e prelude ad una razionalità più ampia
di quella univocista che finora ha dominato il campo delle scienze
matematizzate.
V. La teologia e il principio idealista dellimmanenza
La prospettiva idealista non è estranea ad implicazioni di carattere
teologico, riconoscibili principalmente in tre grandi aree: la teoria
della conoscenza, il rapporto fra lio e il mondo, il rapporto
fra verità e storia. Fra le implicazioni dellidealismo non
va dimenticata la severa critica alla religione mossa alla teologia
dalla cosiddetta sinistra hegeliana.
1. La valutazione del principio di immanenza da parte della
teologia. In ambito gnoseologico, il principio idealista dellimmanenza,
quale punto di partenza di ogni coscienza e conoscenza dellio,
non trova riscontro nella Rivelazione giudeo-cristiana, né nella
tradizione teologica. Il messaggio biblico ricorda con chiarezza
che la prima fonte di conoscenza per luomo è lascolto
della parola di Dio, una parola che viene riconosciuta nella natura,
nella storia e nella Scrittura. Lio non è principio del conoscere,
né ancor meno dellessere, perché luomo non può autocomprendersi
se non come creatura dipendente da un Creatore, che è Creatore di
tutto e di tutti ( CREAZIONE,
II). Diversamente da quanto accade in religioni quali linduismo
o nel buddismo, per il cristianesimo le soluzioni ai grandi problemi
dellesistenza devono essere cercate non tanto guardando in
se stessi, ma dirigendo lo sguardo al reale, alle opere di Dio,
alla natura e alla storia. Con ciò la Rivelazione biblica non nega
che lessere umano possa, anzi debba cercare Dio nellintimità
della propria coscienza un cammino, questo, che ha anchesso
fondamento biblico ed una specifica tradizione teologica, da
s. Agostino fino a
Newman , ma vuole sottolineare il fatto che la coscienza
personale non è la misura né lorizzonte di comprensione di
ogni verità e conoscenza. Linteriorità dellessere umano
è presentata con la maggiore dignità possibile, quella di essere
limmagine di un Dio personale, ma non come il principio dellesperire
e del conoscere.
La non praticabilità di un radicale principio di immanenza in teologia
non equivale a sottovalutare limportanza del soggetto. Il
valore della persona umana, apice della natura creata, destinatario
dellamore creatore e redentore di Dio secondo
un antropocentrismo il cui senso ultimo viene rivelato
da un corretto cristocentrismo è nella Rivelazione biblica
fuori discussione. Ma lessere umano non è la misura ultima
del bene e del male, né della verità delle cose: egli deve lasciare
che sia Dio, al quale egli deve lorigine ed il contesto del
proprio essere, a narrargli il senso dellesistenza;
e deve farlo come il bambino fa con la madre, perché il suo esperire
e conoscere può darsi, inizialmente, solo entro lorizzonte
di chi gli ha trasmesso la vita. In sede filosofica, o anche teologico-naturale,
laccesso a Dio attraverso la propria coscienza, lesperienza
della libertà e della propria auto-trascendenza, non sono disgiunti
dallaccesso a Dio attraverso la natura e le esperienze ad
essa collegate: itinerario antropologico ed itinerario cosmologico
sono due versanti di una medesima ascesa ( DIO,
I.3). Il riferimento al reale offre al soggetto la garanzia che
ciò che esperisce dentro di sé non sia confinato in un soggettivismo
incomunicabile, ma sia parte di unesperienza universale, comune
a tutti gli uomini.
2. La critica alla religione: Dio come proiezione della coscienza
e dellinconscio. È dallidealismo post-hegeliano,
ed in collegamento con il principio di immanenza, che avrà origine
una delle più forti espressioni dellateismo. La critica consisterà
nel sostenere che religione e teologia non sono altro che antropologia
camuffata: lessenza divina sarebbe in fondo una proiezione
dellio, dellessenza umana, concettualizzata e venerata
come fosse altro-da-noi.
Sarà questa la tesi di Ludwig Feuerbach (1829-1880), col quale si compirà
un'inversione completa dell'Assoluto divino di Hegel: lo Spirito
Assoluto che l'uomo è in grado di riconoscere alla guida del mondo
e della storia non è altro che il medesimo spirito umano fatto assoluto:
il sapere dell'uomo su Dio non sarebbe altro che il sapere che l'uomo
ha di se stesso. Per Feuerbach (L'essenza del cristianesimo,
1841), ogni discorso su Dio è semplicemente la «proiezione
ideale» di un discorso umano, lingenuo riflesso dei
desideri dell'uomo. L'infinito appartiene all'uomo e non a Dio:
la «coscienza dell'infinito», propria di ogni religione,
non è altro che la «coscienza dell'infinità della coscienza
umana». Giunge così alle sue estreme conseguenze quel processo,
cominciato durante l'Illuminismo, secondo cui la religione veniva
dapprima ridotta entro i limiti della ragione ( KANT,
II), per essere poi totalmente interpretata in termini filosofici
immanenti.
Una critica analoga è mossa da
Sigmund Freud (1856-1939). Basandosi sulla psicologia del profondo,
egli afferma che la religione risponde essenzialmente alle ansie
di sicurezza dell'uomo. Condurre una vita in balia dell'angoscia
e del timore è per l'uomo insopportabile e, pertanto, mediante una
«fuga dalla realtà», egli trova rifugio nell'onnipotenza
di Dio. L'operazione mediante la quale si cerca questa rassicurazione
fittizia assume il carattere di una nevrosi: la religione,
come ripetutamente affermato in Totem e Tabù (1913), sarebbe
pertanto una malattia (una nevrosi ossessiva, per la precisione),
a volte utile per evitarne una peggiore, ma pur sempre una malattia.
Come per Feuerbach, anche per Freud i contenuti essenziali della
religione sono il risultato di una proiezione dei desideri
del soggetto, ma con la differenza che tali desideri non sarebbero
più frutto di una coscienza riflessa, bensì del nostro «inconscio»,
che li utilizza per costruire una fittizia realtà sovrasensibile.
Il senso di colpa nei confronti di Dio (coscienza del peccato) sarà
anch'esso una proiezione, quella dell'autorità paterna che si trasfigura
nell'immagine di una paternità divina. La religione, nel suo insieme,
individuerebbe pertanto una «fase infantile dell'umanità»,
alla quale dovrebbe poi subentrare in futuro una «fase scientifica»,
quando il genere umano sarà capace di prescindere da queste false
sicurezze, per rivolgersi a quelle assai più vere recategli dalle
scienze ( PROGRESSO,
II).
A tali obiezioni la teologia ha risposto evidenziando la natura
eccedente e sovrabbondante della Rivelazione
cristiana rispetto alle aspettative e ai desideri delluomo,
provengano questi ultimi dalla sua coscienza o dal suo inconscio.
Tale eccedenza si manifesta sia sul piano ermeneutico e linguistico,
che su quello antropologico ed esistenziale. Le categorie bibliche
del discorso su Dio non dipendono interamente da precomprensioni
filosofiche, ma rappresentano una certa novità. Esse coniano concetti
nuovi e rivelano unimmagine di Dio che, pur soddisfacendo
ciò che la ragione chiederebbe, di fatto ne sorpassano lorizzonte.
Basti pensare alla rivelazione dellessere come comunione e
come libertà (mistero trinitario), o alla composizione del rapporto
dialettico fra trascendenza e immanenza (già nel Dio di Israele
e poi, soprattutto, nellincarnazione del Verbo), solo per
fare alcuni esempi. Sul piano antropologico, la salvezza offerta
da Dio alluomo, il suo contenuto e la sua logica, offrono
alla stessa ragione i segni e la garanzia che un Dio che venga così
incontro alluomo non sia leco della sua coscienza. La
storia della salvezza si realizza al di là di ogni aspettativa umana:
essa non è in questo solo eccedente, ma include anche le dimensioni
del paradosso e dello scandalo (cfr. 1Cor 1,17-31).
3. Il metodo dellimmanenza e la sua operatività in teologia.
Ben distinto dal principio di immanenza, si è sviluppato in teologia,
a cavallo fra il XIX e il XX secolo, il «metodo dellimmanenza»,
quale tentativo di un discorso su Dio e sulla fede che parta dalle
lecite aspettative del soggetto. In questo caso, lio
non è colto come principio di comprensione della realtà, ma come
soggetto che deve riconoscere la significatività delle domande alle
quali la Rivelazione divina intende dare una risposta. Sulla scorta
di quanto già tentato da Pascal
(1623-1662), il metodo dellimmanenza si attesta così in ambito
apologetico a partire da M. Blondel (1861-1949), per confluire poi
nel personalismo francese, specie con E. Mounier e J. Mouroux, e
dare origine a correnti convergenti in diverse aree linguistiche.
Pensatori accomunati dallidea di suscitare nelluomo
la consapevolezza di essere un enigma a se stesso, un
problema che può essere decodificato e risolto solo grazie alle
risposte provenienti dalla
fede in Gesù Cristo. Il metodo dellimmanenza troverà unapplicazione
originale anche in Paul Tillich (1886-1965), attraverso «il
metodo delle correlazioni». Tra luomo e Dio esisterebbe
una tensione massima, ma anche una profonda correlazione come quella
fra finito ed infinito: il metodo teologico dovrebbe esplicitare
la dialettica che soggiace alla tensione fra la ragione che interroga
e Dio che rivela, sistematizzata entro cinque grandi correlazioni
rappresentate dalle coppie Ragione/Rivelazione, Essere/Dio, esistenza
umana/Cristo, vita/Spirito, storia (mondo)/Regno (Chiesa). Per Tillich
si può capire ciò che Dio dice solo se si è fatta la previa esperienza
della domanda esistenziale alla quale la Rivelazione offre una corrispondente
risposta.
In termini più ampi, la rivalutazione del soggetto in ambito teologico
guarda con favore al personalismo, ma segnala i forti
limiti del soggettivismo. Ci si muove così alla ricerca
di un delicato equilibrio, le cui tensioni venivano già colte dal
pensiero di Kierkegaard (1813-1855). Si desidera in sostanza evitare
che la religione o la stessa Rivelazione vengano assorbite nei confini
dellesperienza personale, come richiesto dalle correnti moderniste,
ma conservare al contempo la consapevolezza che le risposte cristiane
agli interrogativi delluomo debbano divenire esperienza viva
in un soggetto. Da parte sua, il magistero cattolico è più volte
intervenuto per chiarire lambiguità della posizione soggettivista,
specie in rapporto al problema della verità,
del realismo conoscitivo e dei giudizi della coscienza (cfr. Pio
X: Lamentabili, DH 3420, 3458; Pascendi, DH 3477-3478;
Pio XII, Humani generis, DH 3882-3883; più recentemente,
Veritatis splendor, 4, 32-34, 63, 106), condividendo allo
stesso tempo, anzi sviluppando, le migliori prospettive personaliste
(cfr. Gaudium et spes, 22; Redemptor hominis, 13-14).
4. Lesegesi esistenziale. Allinterno del tema
della centralità dellio, quale eredità di una delle principali
prospettive idealiste, va infine citata unulteriore applicazione,
questa volta in ambito esegetico, dalla quale la teologia cattolica,
ed in parte anche quella riformata, si sono andate progressivamente
distanziando a partire dalla seconda metà del XX secolo. Si tratta
del metodo dell«esegesi esistenziale» proposto
da Rudolf Bultmann (1884-1976). Per il teologo tedesco, la Rivelazione
(che nel pensiero dei riformatori è quasi sempre sinonimo di Sacra
Scrittura) ha una tale attualità esistenziale da
non aver bisogno di fondarsi su fatti avvenuti tempo addietro. Essa
fa appello alla vita presente di ogni uomo ed acquista significato
nella misura in cui il soggetto la riconosce interiormente capace
di formulare tale richiamo. Il procedere del tempo ha separato e
separa inevitabilmente il Gesù della storia dal Cristo
della fede ( VANGELI,
I) ed è ormai impossibile operare fra i due una ricomposizione.
Questa separazione non costituirebbe per Bultmann un problema, perché
la Scrittura è sempre un parola pronunciata al presente,
un atto mediante il quale Dio si rivela al destinatario
di quel messaggio, invitandolo ad accoglierne la salvezza.
Se la posizione di Bultmann può avere il pregio di rivalutare la
valenza esistenziale e la perenne contemporaneità della parola di
Dio, fino a farne una regola della sua esegesi, ha però il grave
difetto di indebolire la dimensione storico-realista della Rivelazione
biblica, staccando la fede da ogni legame con la ragione.
La dimensione oggettiva della Parola viene così completamente assorbita
da una dimensione soggettivista; e ciò non solo più perché la Rivelazione
viene accolta nel soggetto, ma perché, in prospettiva
tipicamente idealista, viene posta in atto, creata,
da colui che la annuncia e da colui che la riceve. Di conseguenza,
si conclude erroneamente che conoscere ciò che effettivamente Gesù
di Nazaret abbia realmente predicato, non avrebbe paradossalmente
più alcun significato per la salvezza degli uomini.
VI. Operatività della prospettiva idealista in teologia: possibilità
e valutazioni critiche
1. Esiste unidea del cristianesimo? Un influsso sul
metodo e la riflessione teologica può essere riconosciuto anche
nella prospettiva idealista che sposta lattenzione dal soggetto,
che pone lIdea, allIdea in se stessa, concepita come
Assoluto che esprime in modo unificante e razionale tutto il reale
(Hegel). In sintonia con tale visione, prenderà corpo la concezione
che la religione cristiana sia lo sviluppo di unIdea e lautodispiegamento
di essa nella storia. Mentre la ragione kantiana vede nella persona
di Gesù Cristo lideale morale dellumanità, in cui trovano
massima espressione le precedenti forme di vita etica (cfr. La
religione nei limiti della semplice ragione, 1793), lidealismo
di Schleiermacher (1768-1834) vi legge larchetipo perfetto
delluomo inabitato da Dio. Per questultimo, il cristianesimo
è la religione ideale verso cui la religiosità naturale dellumanità
necessariamente tendeva, prima con forme semplici e imperfette,
e poi con forme progressivamente più evolute (cfr. Discorsi sulla
religione, 1799; La fede cristiana, 1822). Il cristianesimo
viene fatto così corrispondere ad unIdea unitaria e unificante,
ma a prezzo di inevitabili esiti immanentisti e storicisti. Lidealismo
vede la religione come un grande processo storico-ideale, orientato
dal basso verso lalto (oppure sviluppato linearmente lungo
il corso della storia), ma non lascia che sia Dio ad interpretare
la storia, né gli consente di venire incontro alluomo lungo
strade inedite che sorpassino, o perfino sconvolgano, il progressivo
auto-sviluppo della coscienza religiosa umana, eretta essa stessa
ad Assoluto.
A questa visione, che in coabitazione col razionalismo dominerà la teologia tedesca
dellOttocento, reagirà la teologia cattolica nella prima metà del XX secolo, con
K. Adam (1876-1966) e poi con R. Guardini (1885-1968), mostrando che il cristianesimo non
risponde ad unIdea, ma ad una persona, la persona di Gesù Cristo.
Il problema della essenza del cristianesimo, posto con Schleiermacher
e sbrigato criticamente da Feuerbach, viene ora sensatamente risolto rimandando alla sua
fonte, Gesù Cristo, non come archetipo delluomo innalzato da Dio, come voleva
Schleiermacher, ma come vero Dio che viene incontro alluomo. Al cristianesimo non si
accede per astrazione, ma attraverso il realismo dellIncarnazione: «Non
c'è determinazione astratta di tale essenza. Non c'è alcuna dottrina, alcuna struttura
di valori morali, alcun atteggiamento religioso od ordine di vita, che possa venir
separato dalla persona di Cristo, e dei quali poi si possa dire che siano l'essenza del
cristianesimo. Il cristianesimo è Egli stesso; ciò che per mezzo suo perviene agli
uomini, e la relazione che per mezzo suo l'uomo può avere con Dio» (Guardini,
1987, p. 83).
Il programma hegeliano di riunire tutto il reale in una sola Idea
razionale sarà tuttavia fonte positiva di ispirazione per una teologia
che ne correggerà listanza immanentista, capovolgendola in
chiave trascendente e riconducendola nella logica gratuita del mistero
di Dio. Avrà così luogo, dopo gli incerti tentativi della teologia
romantica, un interessante recupero di importanti intuizioni idealiste
in chiave estetica, prima con M.J. Scheeben (1835-1888) e poi con
altri autori, fino alla proposta più recente di H.U. von Balthasar
(1905-1988). Nella sua opera I misteri del cristianesimo
(1865), Scheeben offrirà una grande sintesi teologica ove le dottrine
ed i misteri consegnati dalla Rivelazione cristiana, richiamandosi
ed illuminadosi gli uni gli altri, danno origine ad ununica
amalgama, ad un sistema superiore, certamente penetrato da una sola
idea, ma unidea che è posseduta in pienezza solo dal Logos
ed è perciò indisponibile alla natura umana, che può accedervi invece
nel dono e nella logica della grazia. Nella Estetica teologica
(1975-1980) di von Balthasar, la Rivelazione e la sua credibilità
si impongono per la loro attraente bellezza, per la grande coerenza
del disegno di Dio, una coerenza capace di recuperare e dar ragione
anche del momento drammatico, non come mero superamento di una contrapposizione
dialettica, ma come svelamento del senso dellesistente e come
processo che riproduce la grande logica archetipa del mistero pasquale
di Cristo.
2. La teologia trascendentale di K. Rahner. Merita un cenno
a parte la proposta di una «teologia trascendentale»
avanzata da Karl Rahner (1904-1984), ispirata alla sintesi che Joseph
Maréchal fa tra la filosofia trascendentale di Kant e il pensiero
di s. Tommaso d' Aquino (cfr. Le Point de Départ de la Métaphysique,
Paris 1949), circa la quale egli non vuole però presupporre un giudizio
di compatibilità con il cristianesimo. Secondo il teologo tedesco
(cfr. Uditori della parola, 1941; Corso fondamentale sulla
fede, 1976), lintima costituzione dellessere umano
è quella di un «esistenziale soprannaturale», cioè un
trascendentale a priori ontologicamente disposto alla autocomunicazione
di Dio. Ancor più, ogni essere umano rappresenta, nella sua verità
più profonda, le condizioni di possibilità dell'Incarnazione. Mantenendo
una certa corrispondenza fra essere e conoscere,
Rahner sostiene che il conoscersi delluomo come luogo dellautocomunicazione
di Dio, sebbene non disgiunto dalla propria libertà, definisce in
fondo il suo stesso essere, perché di quella autocomunicazione luomo
rappresenta insieme la condizione di possibilità e levento.
Ad una prospettiva «trascendentale» verrebbe chiamata in primo
luogo la teologia fondamentale, perché invitata a riflettere sulle condizioni di
possibilità, nel soggetto credente, dei contenuti della fede rivelata, per poter mostrare
meglio la corrispondenza fra lessenza formale di una rivelazione divina,
generalmente intesa, ed il modo in cui questa si sia attualizzata nel cristianesimo. La
ragionevolezza del cristianesimo non è una dimostrazione estrinseca, che si imponga
allesperienza come dal di fuori, bensì il riconoscimento che il cristianesimo è la
spiegazione più profonda di ciò che luomo è. Si può così
dare alla fede una fondazione razionale, facendole prendere la forma di una corrispondenza
fra la trascendentalità e la storicità
dellessere umano; fra una conoscenza atematica, mediante la quale egli si
auto-riconosce come il luogo della rivelazione-comunicazione di Dio, e una conoscenza di
tipo categoriale, mediante la quale egli comprende come tale rivelazione-comunicazione si
sia effettivamente data nella storia della salvezza. Tale corrispondenza indirizza al
riconoscimento dellavvento storico di un Salvatore, come manifestazione definitiva
della rivelazione soprannaturale già operante nelluomo stesso.
Sebbene limpostazione rahneriana abbia il valore di saper
mettere in evidenza la globalità e la universalità
della verità cristiana, che diviene così interlocutrice di tutti
gli uomini una preoccupazione, questa, che potrebbe
accomunarlo a Balthasar, ma con un utilizzo filosofico della prospettiva
idealista che certamente lo distanzia dal teologo svizzero
laccento posto sulluomo anche in sede gnoseologica ed
epistemologica può terminare riducendo la cristologia,
e in certa misura la stessa teologia, ad antropologia, giungendosi
così a parlare di «svolta antropologica» (cfr. Fabro,
1974). Risulta inoltre meno facile linquadramento del mistero
del peccato allinterno dei rapporti fra luomo e Dio,
ed occorrerà far ricorso a categorie nuove per comprendere la gratuità
della grazia, categorie che in parte distanziano la posizione di
Rahner da quanto affermato dalla maggior parte della tradizione
teologica.
3. Verità e storia. La forma storica della Rivelazione
giudeo-cristiana come storia della salvezza consentirà
infine anchessa un certo recupero delle istanze di rivalutazione
della storia avanzate da alcune correnti idealiste. Il Novecento
filosofico, ma anche teologico, non potrà più accostarsi allantropologia
prescindendo da categorie storiche, anche sulla scorta di una progressiva
consapevolezza dei risultati delle scienze ( GEOLOGIA;
EVOLUZIONE). Se in alcuni teologi cattolici, fra cui lo stesso Rahner,
la rivalutazione della storia
agirà come pungolo per cercare approfondimenti e campi di dialogo
con la cultura profana, in altri autori, specie fra i riformatori,
lassunzione di una prospettiva storica dominerà a tal punto
da dare origine ad uno storicismo che ingloberà anche limmagine
di Dio ed i suoi rapporti con il mondo. Allinterno dello specifico
oggetto teologico tale impostazione porterà a vedere unesplicarsi
della Trinità divina nella storia del mondo (J. Moltmann),
mentre nei riguardi dei rapporti fra teologia e scienze essa darà
luogo, specie in ambito anglosassone, ad una «teologia del
processo» ispirata alla filosofia di A.N.
Whitehead. Gli autori cattolici, invece, cercano piuttosto una sintesi,
difficile ma non impossibile, fra prospettiva storico-fenomenologica
e prospettiva metafisica, essendo questultima maggiormente
incline alla priorità dellessere sul divenire, a quella dellessenza
sulla relazione, e alla possibilità di accedere dal fenomeno al
fondamento.
La persistenza dellinflusso idealista sarà riconoscibile nella
teologia di W. Pannenberg (La Rivelazione come storia,
1961), ove si ripropone lo schema hegeliano di una verità pienamente
svelata solo al termine della storia, del senso delle parti esclusivamente
alla luce del tutto, del primato delléschaton sulla
conoscenza che abbiamo delloggi. Ad essa von Balthasar opporrà
una teologia della storia ove il tutto si rivela nel frammento,
ove la logica dellintero si rende accessibile nella bellezza
della parte. Viene così riportato alla ribalta il rapporto fondamentale
fra verità e storia, che attraversa non solo la teologia, ma anche
l ermeneutica.
Un rapporto che il cristianesimo riconosce non conflittuale alla
luce dellincarnazione del Verbo, pienezza dei tempi e verità
fatta persona (cfr. Gal 4,4; Gv 14,6; TEMPO,
IV); un rapporto, infine, che la recente riflessione di Fides
et ratio (1998) inquadra, in ambito filosofico prima che teologico,
parlando dellemergenza della verità il cui accesso
da parte della ragione resta pur sempre parziale e limitato
sul flusso cangiante delle interpretazioni e della storia (cfr.
nn. 11-12; 87).
Alessandro Salucci
Vedi: EPISTEMOLOGIA;
MATEMATICA, VALORE SAPIENZIALE DELLA; PANTEISMO; REALISMO; SPIRITO;
STORIA; VERITÀ.
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