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Steensen,
Niels (1638 - 1686)
Francesco Abbona
Giovanni Paolo II, Omelia e Discorso
in occasione della beatificazione di Niels Steensen, Roma 23.10.1988,
Insegnamenti XI,3 (1988), pp. 1304-1311 e pp. 1315-1318.
I. Cenni biografici - II. I contributi scientifici
- III. Il metodo di studio - IV. La personalità e le convinzioni
- V. Il pensiero filosofico - VI. Il rapporto scienza-fede.
Nel panorama scientifico del Seicento Niels Steensen occupa una posizione secondaria
rispetto ai grandi nomi di Keplero, Galilei, Newton, Cartesio, Pascal, eppure è una
personalità non meno geniale e certo delle più affascinanti di quel secolo così
decisivo per la storia della cultura. «È uno dei grandi spiriti della sua
epoca» (Gohau, 1990, p. 32). A renderlo tale non sono solo le sue scoperte
fondamentali in anatomia ed in altre discipline, che lui stesso inaugura come
paleontologia, geologia e cristallografia, ma soprattutto le sue qualità: spirito di
ricerca, rigore di metodo, unità di pensiero e di azione, onestà e integrità di vita.
In un'epoca in cui si stavano consolidando i nazionalismi, egli
percorse l'Europa con autentico spirito universale, che non ignora
il paese d'origine, ma sa integrarlo in una sintesi culturale di
più ampio respiro. Per questo è anche una delle personalità più
rappresentative ed interessanti dell'Europa del suo tempo, di attualità
anche per l'Europa di oggi.
I. Cenni biografici
Niels Steensen, in latino Nicolaus Stenonis, in italiano Niccolò
Stenone, nacque il 1° gennaio 1638 (calendario giuliano) a Copenhagen
da Steen Pedersen, discendente di una famiglia di pastori luterani,
orafo e fornitore della casa reale, e da Anne Nielsdatte. Niels
rimase orfano di padre all'età di 6 anni; la madre si risposò successivamente
altre due volte, sempre con orafi. Di salute cagionevole, il piccolo
Niels trascorse l'infanzia in compagnia di adulti, di cui seguì
con curiosità le conversazioni serie e gravi, ispirate ad un luteranesimo
praticato con fede e devozione. All'età di dieci anni fu avviato
agli studi primari nella scuola di Notre Dame. Qui sotto la guida
di appassionati insegnanti ricevette una buona educazione umanistica
e letteraria, apprendendo anche nozioni di matematica e scienze
naturali. La posizione della famiglia gli consentì di frequentare
famiglie illustri, tra cui quella di Simon Paulli, professore di
anatomia e medico personale del re. L'ambiente era austero, come
suggeriscono le massime sapienziali di casa Paulli: «Uomo,
ricordati dell'eternità! L'occhio di Dio è posato su di te».
«Vivi pensando alla morte, il tempo passa, noi non siamo che
ombre». Frequentava il laboratorio paterno, dove assisteva
e spesso partecipava alle operazioni che vi si svolgevano: misura
di volumi, saggi chimici, molatura di lenti, osservazioni al microscopio,
costruzione di macchine idrauliche.
La vita era dura e precaria: nel 1648 era finita la guerra dei trent'anni e di lì a
poco, nel 1657, sarebbe scoppiata la guerra con la Svezia. Nel 1654 la peste portò via un
terzo della popolazione di Copenhagen e metà dei compagni di Stenone, ma le pratiche
della carità cristiana erano vive: anche Stenone si era prodigato nella sepoltura dei
compagni.
A diciott'anni si iscrisse all'Università di Copenhagen, scegliendo come campo di
studi medicina e scienze naturali, mentre avrebbe preferito matematica e geometria. Tra i
professori ebbe i fratelli Thomas e Rasmus Bartholin: il primo era un famoso anatomo; il
secondo, allievo di Cartesio, coltivava la geometria cartesiana e le scienze naturali. Le
personalità che più ebbero influenza furono però Ole Borch e Simon Paulli, entrambi
cultori di scienze naturali e della sperimentazione. Il periodo era tutt'altro che
favorevole agli studi: il 9 agosto 1658 Copenhagen venne posta in stato d'assedio dalle
truppe del re svedese Carlo X Gustavo, per cui gli studi furono interrotti. Stenone,
arruolato nella difesa della città, si dedicò nei momenti liberi alla lettura nella
Biblioteca dell'Università ed in altre private. Dopo che l'assedio venne respinto (11
febbraio 1659), Stenone volle fare il punto sullo stato delle sue conoscenze e più in
generale della sua vita, e stese tra l'8 marzo e il 3 luglio 1659 una specie di diario,
che intitolò Chaos, testimone prezioso per comprendere la formazione e la
personalità dello Stenone.
Nel 1659, terminato il triennio di studi all'Università di Copenhagen, passò a
completare i suoi studi in Olanda, allora all'apogeo della potenza ed in pieno rigoglio
intellettuale e culturale, con cui la Danimarca intratteneva stretti rapporti commerciali
e culturali. Scelse come sede Amsterdam, dove poco dopo il suo arrivo (Pasqua del 1660)
fece la prima scoperta in anatomia: il dotto che porterà il suo nome, che trasferisce la
saliva dalla parotide alla cavità orale. Questa scoperta fu causa di una controversia tra
lui e il suo professore, Blasius, che cercò di appropriarsene; essa si concluse solo nel
1663, con il riconoscimento della paternità a Stenone. L'esperienza di Amsterdam lo
deluse, cosicché dopo aver sostenuto una dissertazione sulle acque termali, De Thermis,
nel luglio dello stesso anno si trasferì a Leida, sede di una celebre Università. Qui
trovò un ambiente stimolante e favorevole alle ricerche anatomiche, dove insegnavano
valenti studiosi, tra cui Francesco de la Boe (Sylvius) e Jan van Horne. Nel giro di tre
anni conseguì risultati ragguardevoli, consegnati in quattro dissertazioni (Observationes
anatomicae), che lo imposero all'attenzione dell'Europa scientifica. Per questi meriti
fu nominato dottore in medicina in absentia (4.12.1664).
Il soggiorno a Leida rappresentò un momento fondamentale anche sotto un altro aspetto.
L'ambiente intellettualmente vivo e tollerante, dove gli interessi scientifici si
intrecciavano con quelli filosofici e teologici, e la frequentazione di Baruch Spinoza
(1632-1677) furono all'origine di un profondo ripensamento delle convinzioni religiose. La
riflessione sulle sue esperienze in anatomia gli consentì di superare la crisi e di
rinsaldarsi nella fede dei padri. Nella primavera del 1664 ragioni familiari lo
costrinsero a ritornare a Copenhagen. Qui pubblicò tre dissertazioni, tra cui una De
musculis et glandulis in cui riassunse i risultati delle sue ricerche. La mancata
nomina a professore di anatomia e la morte della madre lo indussero a lasciare la città
nellagosto del 1664.
Si portò quindi a Parigi dove si trovavano alcuni suoi amici. Qui la fama di anatomo
gli aprì le porte del circolo di Melchisedec Thévenot, un mecenate umanista, che
raccoglieva l'aristocrazia intellettuale e scientifica di Parigi. Eseguì alcuni lavori di
embriologia e numerose dissezioni, che lo fecero altamente apprezzare, e tenne una celebre
conferenza sul cervello (Discours sur l'anatomie du cerveau). Anche in questo
soggiorno si manifestarono i vasti interessi di Stenone, in particolare quelli religiosi,
suscitati dal contatto con persone ed istituzioni cattoliche. Importanti furono i colloqui
con Maria Perriquet, cugina di Thévenot, alla cui azione egli attribuì un ruolo decisivo
nella sua evoluzione religiosa.
Verso la fine dell'estate del 1665 lasciò Parigi per un lungo viaggio in Francia, che
lo portò tra l'altro a Montpellier. Qui conobbe W. Croone, J. Ray e M. Lister,
naturalisti inglesi interessati alla geologia, che saranno fondatori o
membri della Royal Society. Saranno questi studiosi a far conoscere le opere di Stenone in
Inghilterra. Nel febbraio del 1666 si trasferì in Italia. Prima fu a Pisa, poi a Roma,
dove conobbe Kircher e Malpighi, e quindi a Firenze, ospite del Granduca Ferdinando II,
che lo nominò anatomo dell'ospedale di Santa Maria Novella. Iniziava il fecondo periodo
fiorentino di Stenone, da cui usciranno notevoli scoperte ed anche profondi cambiamenti
sia nella ricerca sia nella vita. L'accoglienza fiorentina fu così cordiale che Stenone
definirà Firenze «la mia seconda casa». Entrò in rapporto con le
menti più brillanti, che ruotavano intorno all'Accademia del Cimento e all'Accademia
della Crusca: Viviani, Redi, Magalotti. A Firenze poté continuare nel 1667 gli studi
anatomici e completare il secondo grande trattato sui muscoli (Elementorum Myologiae
Specimen). È di questo periodo la scoperta di nuovi campi di indagine, la geologia e
la mineralogia, in cui Stenone si lanciò con passione e metodo. Compì numerose
escursioni geologiche, percorrendo montagne e colline della Toscana, visitando saline e
miniere, dovunque raccogliendo materiale di studio. Nel bel mezzo di queste indagini, l'8
dicembre 1667, ricevette dal re Federico III l'invito a rientrare in Danimarca. Decise di
raccogliere rapidamente i risultati e le riflessioni in un piccolo trattato, in previsione
di uno più ampio (che non apparirà mai): De solido intra solidum naturaliter contento
dissertationis prodromus (1669), solitamente indicato come Prodromus.
In quello stesso periodo si verificò un avvenimento decisivo per la sua vita
spirituale. Il 2 novembre 1667, dopo lunghe approfondite riflessioni, decise di
abbracciare la fede cattolica. Il passaggio al cattolicesimo non modificò il suo stile di
vita né le sue ricerche, ma suscitò ripercussioni negative in ambito protestante. Di
fronte a critiche spesso ingenerose, Stenone intervenne più volte con scritti ora
apologetici ora polemici. Furono probabilmente queste reazioni a far sì che egli
lasciasse cadere l'invito del suo re a rientrare in patria, cui peraltro rimase sempre
profondamente legato.
Nell'autunno del 1668 intraprese un lungo viaggio per l'Europa. Prima visitò Roma e
Napoli, quindi risalì a Bologna, dove compì studi anatomici con Malpighi; fu poi a
Innsbruck, dove le ricerche anatomiche (De vitulo hydrocephalo) si accompagnarono
ad escursioni mineralogiche e geologiche in Tirolo e dintorni. Fu a Vienna. Visitò le
famose miniere di Scemnitz e Kremnitz, donde inviò minerali a Firenze. Da Praga si portò
in Olanda, dove rimase fortemente impressionato dalle condizioni di indifferenza, se non
di ateismo, di molti studiosi. Questo soggiorno fu all'origine
dell'accresciuto interesse per gli aspetti più propriamente religiosi. Nel luglio del
1670, dopo tre mesi di soggiorno olandese, rientrò a Firenze. Fu incaricato dal nuovo
granduca, Cosimo III, della catalogazione dei minerali delle collezioni toscane (Indice
di cose naturali). Nel contempo proseguì gli studi geologici con la visita di grotte
nei pressi dei laghi di Garda e Como, ma più abbondante fu la produzione di carattere
religioso e filosofico. È di questo periodo la lettera sulla Vera Philosophia
indirizzata a Spinoza, reformator novae philosophiae, che però non gli
risponderà. Dopo alcune esitazioni, decise di accettare l'invito del nuovo re di
Danimarca, Cristiano V, e rientrò in patria.
Nel luglio 1672, dopo otto anni di assenza, rimise piede a Copenhagen. Pur essendo anatomicus
regius, le sue lezioni e dissezioni si svolsero tuttavia in case private. Una sola fu
la dissezione pubblica, di cui fu pubblicato nel 1673 il Prooemium. Durante il
soggiorno si occupò anche del sistema muscolare degli animali e pubblicò la prima grande
monografia di zoologia: Historia Musculorum Aquilae (1673), che fu anche l'ultimo
lavoro scientifico di Stenone. Lo stato di incertezza personale, alcuni attacchi da parte
protestante, il restringimento della libertà religiosa lo convinsero ad abbandonare la
Danimarca per rientrare a Firenze, dove Cosimo III lo attendeva.
Nel Natale del 1674 lo troviamo a Firenze, dove fu nominato precettore del principe
ereditario, per il quale scrisse: Trattato di morale per un principe. L'interesse
religioso si concretò nella scelta del sacerdozio: il 13 aprile del 1675, giorno di
Pasqua, fu ordinato sacerdote. Da questa data fino alla morte (1686), Stenone non si
occupò più direttamente di scienza per dedicarsi interamente agli impegni del suo
ministero sacerdotale. Furono dodici anni di vita condotta nel più puro spirito
evangelico di povertà, dedizione agli altri e ascesi «per amor di
Dio». Furono anni molto duri, per le difficoltà obiettive dell'ambiente in cui
fu inviato ad operare, la Germania del Nord, e per le incomprensioni che gli vennero anche
dalla comunità cattolica. Pur mite di carattere, si dimostrò inflessibile in un caso di
simonia e comandò ai missionari di tenere linguaggio e comportamento evangelici nella
polemica contro i protestanti.
Il 26 settembre 1677, su richiesta del duca di Hannover, il cattolico
Giovanni Federico, Stenone fu nominato vescovo di Hannover; qui
strinse relazione con G.W.
Leibniz (1646-1716), bibliotecario dello stesso duca. Quando, nel
1679, a Federico successe il fratello protestante, Stenone fu chiamato
a Münster, dove rimase tre anni. L'intensa esperienza pastorale
in cui si prodigò senza risparmio gli suggerì il libretto: Parochum
hoc age (I doveri del pastore), che uscì nel 1684. Fu quindi
inviato ad Amburgo come vicario apostolico per il Nord Europa e
per l'ultima volta visitò Copenhagen. Chiamato dal duca di Schwerin
a dirigere la piccola comunità cattolica di quella città, vi si
trasferì. Qui trascorse l'ultimo anno di vita: morì il 25 novembre
1686 dopo dolorosa malattia. La salma riposa nella chiesa di s.
Lorenzo, a Firenze, dove fu trasportata nell'ottobre del 1687 per
disposizione del granduca Cosimo III. Niels Steensen fu proclamato
beato da Giovanni Paolo II il 23 ottobre 1988. Un passaggio dell'omelia
pronunciata in quell'occasione ne ritrae sinteticamente la vita:
«Ricercatore appassionato, scienziato di primo piano, non
soddisfatto mai delle pure ipotesi e sempre alla ricerca della piena
certezza, Steensen tuttavia fu mosso soprattutto dall'anelito verso
la scoperta della ragione ultima di ogni cosa: Dio».
II. I contributi scientifici
Fu detto che Stenone era come il re Mida: ogni cosa che toccasse,
la trasformava in oro, nell'oro della conoscenza. E difatti in tutti
i settori disciplinari che affrontò, lasciò una traccia duratura:
anatomia, geologia, paleontologia, cristallografia. Gli scritti
si distaccano nettamente da quelli dei suoi contemporanei per chiarezza,
concisione, forza di argomentazione, rifiuto di vane speculazioni,
evidente riflesso di un pensiero geniale, dalle idee chiare e distinte.
Riepiloghiamo quindi, in modo schematico, alcuni dei risultati più
significativi.
Impareggiabile anatomo, era di una grandissima abilità manuale e di eccezionale
chiarezza espositiva: «la cosa più straordinaria in lui è che egli fa tutto in
modo così evidente che uno è costretto a convincersi, e fa meraviglia che le stesse cose
siano sfuggite a tutti i precedenti anatomi» (Journal des Sçavans,
1665). Appena ventiduenne, scopre il dotto parotideo (che da lui prende nome), e nel giro
dei tre anni successivi compie una serie di importanti scoperte sulle ghiandole, da lui
definite un «capolavoro del Creatore», che farà dire a H. Moe,
storico della medicina: «rivoluziona le idee sulle ghiandole e ne fonda la
scienza». A lui spetta il merito di avere distinto tra ghiandole secernenti e
ghiandole linfatiche e di aver dato la corretta interpretazione della funzione secretiva
ghiandolare. Rettifica l'interpretazione data da Cartesio circa la formazione delle
lacrime e spiega la continuità della lacrimazione rispetto al pianto.
Anche sul cuore i suoi apporti sono decisivi: dimostra che il cuore
non è la fonte del calore innato, né sede dell' anima e dello spiritus
vitale, ma è vere musculus; fornisce la prima illustrazione dell'architettura
muscolare di quest'organo; descrive per primo le malformazioni anatomiche della tetralogia
di Fallot, riscoperta duecento anni dopo. Il libro De Musculis et Glandulis
Observationum Specimen del 1664 sarà definito «aureus libellus»
(Haller, 1760), mentre il lavoro Elementorum Myologiae Specimen, dal sottotitolo
rivelatore: seu musculi descriptio geometrica (1667), sarà considerato
«una svolta nella storia della fisiologia muscolare» (E. Bastholm, History
of Muscle Physiology, Copenhagen 1950). Stenone tenta infatti di applicare la
matematica alla soluzione di problemi fisiologici (concezione biomeccanica).
Anche il cervello «principale organo dell'anima» è oggetto delle
sue ricerche ed è al centro di una celebre lezione tenuta a Parigi, pubblicata con il
titolo Discours sul l'anatomie du cerveau (1669). Definita come «un
raggio di luce nell'oscurità» (O.J. Rafaelsen, in Poulsen et al., 1986),
questopera «è il vero punto di partenza dei moderni studi sul
cervello» (Darenburg, 1870, in Poulsen et al., p. 27); contiene una lucida
denuncia della radicale insufficienza delle conoscenze e delle idee preconcette sul
cervello ed è altresì un testo fondamentale per la metodologia di studio del cervello e
per le prime descrizioni di anatomia comparata. Interpreta le circonvoluzioni cerebrali
come sede delle funzioni superiori, contrariamente a Cartesio, che attaccato allo schema
interno-esterno non vi vedeva che una specie di imballaggio o involucro. Stenone si occupa
anche dell' organo riproduttivo femminile. Comparando gli organi sessuali di animali e di
esseri umani, scopre che gli organi detti «testes muliebres» sono
ovaie, destinate a produrre uova, trasportate nell'utero lungo le trombe uterine (tube di
Falloppio). Non mancano altri studi anatomici, tra cui indagini sull'embriologia del
pulcino; studio della muscolatura di un'aquila; anatomia dei selacei.
Il trattato Elementorum Myologiae Specimen del 1667 contiene due appendici
Canis carchariae dissectum caput e Dissectus piscis ex canum genere, dove la
dissezione di una testa di squalo lo porta quasi insensibilmente a ricerche prima
paleontologiche e poi geologiche. Dalla rassomiglianza dei denti di squalo attuali con le
glossopietre, oggetti duri di forma triangolare presenti in certi terreni, in particolare
a Malta, egli perviene ad una corretta interpretazione della natura dei fossili,
resti di animali marini vissuti in epoche precedenti. Già altri, tra cui Leonardo da
Vinci (1452-1519) e Fabio Colonna (1567-1640), si erano espressi in tal senso. Il merito
di Stenone è di averne dato una chiara dimostrazione e soprattuto di aver saputo cogliere
il significato della loro presenza collegandola ai sedimenti che li includono. Per questi
lavori Stenone è considerato il fondatore della paleontologia. «I princìpi
della ricerca così eccellentemente stabiliti da Stenone nel 1669 sono quelli che sin da
allora, consciamente o inconsciamente, hanno guidato le ricerche in
paleontologia» (T. Huxley, The Rise and Progress of Paleontology, 1881,
cit. in Poulsen et al., 1986, p. 187).
Dai fossili Stenone passa quindi ad occuparsi dell'ambiente del
loro ritrovamento, cioè dei sedimenti. I risultati delle sue ulteriori
ricerche e le considerazioni che ne trae sono consegnate nel Prodromus
del 1669. In questo breve, rivoluzionario trattato egli enuncia
i princìpi della geologia stratigrafica tuttora validi (il principio
della sovrapposizione degli strati; della orizzontalità iniziale
e della continuità laterale) e pone così le basi per la costruzione
della scala del tempo geologico. Nelle sue osservazioni applica
implicitamente il principio dell'attualismo, formulato oltre cent'anni
più tardi da Hutton (1795). Studia l'erosione; si occupa del problema
dell'origine delle montagne e ricostruisce le vicende geologiche
della Toscana. Per questi contributi è considerato Geologiae
Fundator (come scolpito sul monumento di fronte alla biblioteca
universitaria di Copenhagen). Dallosservazione dei cristalli
di quarzo e di ematite deduce la prima legge della cristallografia
la costanza degli angoli diedri generalizzata
nel 1783 da Romé de l'Isle. Respinge come fantasiose le spiegazioni
correnti sulla formazione dei cristalli e dimostra che essi crescono
per deposito di materia sulle facce, demolendo così l'idea diffusa
che si formino come le piante. Propone il corretto meccanismo di
crescita delle facce dei cristalli per strati e osserva il carattere
anisotropo della crescita. Per questo è considerato anche fondatore
della cristallografia. Per Schack A. Krogh, premio Nobel 1920 per
la medicina, il Prodromus e i trattati del 1667 sono gli
esempi più belli di come si origina e si sviluppa unidea scientifica
fino alla sua conferma attraverso prove irrefutabili. E lo storico
contemporaneo, Gohau (1990), annota: «la geologia gli deve
molto, anche se ci mise molto tempo per accorgersene, e non si sia
finito di riconoscere il suo merito».
III. Il metodo di studio
La frequentazione del laboratorio paterno, la sviluppata cultura
tecnica del suo paese, la diffusione del metodo cartesiano spiegano
l'importanza data da Stenone all'esperimento ed all'osservazione
come strumenti privilegiati di conoscenza nell'indagine dei fenomeni
naturali. In questo applicava l'insegnamento di uno dei suoi primi
maestri, Ole Borch: «L'esperienza è la vera via regale che
conduce alla conoscenza della verità». Non che sottovalutasse
l'importanza della teoria, anzi riconosce esplicitamente la necessità
di princìpi. Si legge nel manoscritto dell'opera di Stenone, Chaos:
«Nel campo delle scienze naturali noi non sappiamo nulla se
non attraverso esperimenti ed osservazioni, insieme con tutto quello
che può essere dedotto con i principi metafisici e meccanici».
Sono le teorie allora in vigore a suscitare le sue riserve perchè
non ancorate all'osservazione: «In questioni di scienze naturali
è bene non legarsi ad alcuna teoria, ma classificare con ordine
tutte le osservazioni, cercando di arrivare con la propria iniziativa
ad un risultato».
Il suo punto di partenza è l'assioma di Cartesio: De omnibus
dubitandum est. Scrive infatti nel Discorso sul cervello: «Io cerco
di seguire le leggi della filosofia che ci insegna a cercare la verità dubitando della
sua certezza, e a non accontentarci prima che si sia raggiunta conferma attraverso la
dimostrazione». Questo principio lo porta a contestare affermazioni dello stesso
Cartesio. A questi ed ai suoi seguaci, che sostenevano che gli animali non hanno anima né
sensazioni, replica: «Debbo confessare che non senza orrore sottopongo animali a
così lunghe torture (cioè alla vivisezione). I Cartesiani si vantano della certezza
della loro filosofia. Vorrei che rendessero anche me così certo, come essi sono, del
fatto che gli animali non hanno anima... » (cfr. Moe, 1994, p. 67). La
critica di certe posizioni contenute nel De Homine di Cartesio (pubblicato postumo
nel 1662) è vigorosa. A proposito della ghiandola pineale, luogo di incontro dell'anima e
del corpo, annota: «Quanto più teste apro, tanto meno così mi
sembra l'ingegnoso organismo ideato da Cartesio si accorda con le creature
stesse» (cfr. Moe, 1994, p. 69). Già da giovane mostrava indipendenza di
giudizio, al punto da commentare con ironia nel suo diario Chaos la fine del pur
amato Cartesio: «Quando in Svezia, colpito dalla febbre, volle curarsi secondo i
princìpi della sua filosofia, morì per continua ingestione d'acqua».
La verità rimane l'obiettivo della ricerca. Nello studio di fenomeni complessi, quali
ad esempio il cervello, riconosce che si rende necessaria l'azione di più competenze ed
invita gli studiosi ad unire gli sforzi «per conseguire qualche conoscenza della
verità, e questo dovrebbe invero essere il grande scopo per coloro che pensano e studiano
con onestà e serietà». Stenone è conscio della necessità di una visione
globale: «poiché la ricerca scientifica di più aree comporta che uno non possa
mantenere le varie aree isolate le une dalle altre, ma è obbligato a prenderne molte in
considerazione allo stesso tempo. E quanto più a lungo uno è occupato con il
particolare, maggiore è il numero degli elementi di cui manca nell'insieme»
(cfr. Poulsen et al., 1986, p. 116). Il lavoro dello studioso è duro e deve mirare ad una
conoscenza certa. Scrive Stenone nel Prooemio (1673): «[
] cercherò
di combinare esperienza e ragionamento in modo tale che se non tutti, almeno molti fatti,
quando tutto sia preso in considerazione, raggiungano la certezza della prova»
(cfr. Moe, 1994, p. 138). Tuttavia ammette che l'impresa non è facile soprattutto a causa
dei condizionamenti personali: «Poiché nulla è più difficile che metter da
parte i pregiudizi, anche opere moderne, sebbene sia stata applicata la più grande cura,
non risultano così indenni da non contenere traccia di idee preconcette; e se io volessi
fare eccezione a me stesso, meriterei la censura per il mio sfrontato orgoglio»
(ibidem). Il principio di studio degli oggetti naturali è formulato chiaramente:
«Dato un corpo dotato di una figura e prodotto secondo le leggi della natura
[qui si riferisce ai cristalli naturali], trovare nel corpo stesso la spiegazione del modo
e del luogo della produzione» (De solido... prodromus, 1669).
Il giudizio sulla medicina del suo tempo è severo. Leggiamo in Chaos:
«In medicina non impariamo che a pronunciare alcune parole, il cui significato
preso separatamente non è talvolta irragionevole, ma prese insieme non hanno senso
utile». E ancora: «Quale grande beneficio i nostri predecessori
avrebbero lasciato a noi e all'umanità, se solo tutti gli anatomi che spendono la loro
vita nel fare dissezioni avessero trasmesso ai successori solo risultati certi! La nostra
conoscenza sarebbe meno estesa, ma certo meno dannosa. La medicina che si basa su certi
princìpi potrebbe non avere successo nell'alleviare i dolori del malato, ma almeno non ne
aggiungerebbe» (cit. in Stenoniana (1991), p. 98). Un
posto particolare è riservato alla matematica, disciplina della massima certezza, regno
delle idee chiare e distinte. Nel lavoro sui muscoli egli dichiara: «L'idea base
della mia trattazione è di fare della miologia una parte della matematica, come lo sono
l'astronomia, la geografia, l'ottica» (cfr. Moe, 1994, p. 98). Con questa
impostazione riduttivistica dà l'avvio alla biomeccanica.
Conscio della complessità dei fenomeni naturali e della possibilità
di più interpretazioni, onestamente dichiara: «Mentre dimostro
la plausibilità del mio punto di vista, non intendo accusare di
disonestà coloro che sostengono tesi opposte. Lo stesso fenomeno
può essere spiegato in vari modi, invero la natura nei suoi processi
persegue lo stesso fine con mezzi diversi» (cfr. ibidem,
p. 108). Fu sempre ammirato per la sua modestia, che spesso era
una dotta ignoranza. A proposito delle prime dissezioni
della testa di squalo: «Non sono ancora arrivato ad un conoscenza
abbastanza solida in questo settore per poter presentare il mio
giudizio». Dopo anni di indagini sul cervello, inizia la sua
famosa lezione a Parigi (1665) confessando: «Signori, invece
di promettervi di soddisfare la vostra curiosità a proposito dell'anatomia
del cervello, vi confesso onestamente e francamente che non ne so
nulla». Ma nello stesso tempo demolisce tutte le supposte
conoscenze di cui dimostra l'inconsistenza, espone le conoscenze
sicure, frutto di osservazione, e pone le basi per un nuovo metodo
di indagine del cervello. Acutissimo ed ancora attuale è il suo
giudizio su questo organo: «È cosa certa che il cervello è
il principale organo della nostra anima e lo strumento con cui essa
compie cose meravigliose; essa crede di avere penetrato ciò che
è al di fuori di sé al punto che non c'è nulla al mondo che possa
limitare la sua conoscenza: eppure, quando rientra in casa sua,
non saprebbe descriverla e non vi si riconosce più» (OP, p.
3; MENTE-CORPO,
RAPPORTO).
Anche quando tratta di religione, Stenone applica lo stesso spirito
critico. Dibattuto tra confessione luterana e cattolica, si documentò
non sulle traduzioni latine, ma sui testi originali scritti in ebraico
e greco, lingue che aveva appreso in gioventù. E nel confronto tra
le confessioni religiose, utilizza un criterio che è ancora sperimentale:
Doctrinae veritatem vitae sanctimonia demonstrat (la santità
della vita dimostra la verità della dottrina, Lettera a Leibniz,
1675).
IV. La personalità e le convinzioni
Ad un primo rapido sguardo, la vita di Stenone appare segnata da
instabilità e provvisorietà. Certo essa fu movimentata, come risulta
dai numerosi viaggi che compì per l'Europa si calcola
che abbia percorso poco meno di 30000 Km, visite pastorali escluse,
in circa 27 viaggi al punto da essere definito dal Redi
«pellegrino del mondo per nativa curiosità». Fu per
le sue ricerche in Danimarca, Olanda, Francia, Italia, Germania,
Austria, ma non sostò in nessuna sede per più di tre anni, se si
eccettua Firenze. Fu, come quasi tutti gli studiosi del suo tempo,
uomo di molteplici interessi: scientifici, filosofici, religiosi.
La sua ricerca scientifica fu occasionale e molto differenziata,
spaziando dall'anatomia alla geologia. Un evento mutò radicalmente
la sua vita: non tanto il passaggio al cattolicesimo, quanto l'ordinazione
sacerdotale, avvenuta nel 1675, e due anni più tardi l'elezione
a vescovo. Questi eventi significarono l'abbandono della ricerca
scientifica a motivo della sua dedizione all'attività pastorale.
Il radicale cambiamento di vita diede luogo ad un dibattito sulle sue motivazioni,
sorto già dopo il suo passaggio al cattolicesimo nel 1667. Ci fu chi vide opportunismo,
inganno, ingenuità. Leibniz ironicamente gli chiese se aveva trovato la fede cattolica
«nel midollo delle ossa» e sentenziò: «Da grande
naturalista è diventato un mediocre teologo», ma dirà di lui: «Io lo
stimo oltre misura, ... e riconosco in lui zelo ispirato da vero amore per il
prossimo». Nel 1881 Capellini, al congresso internazionale di Geologia a
Bologna, espresse il suo interrogativo in forma rude «che desse un addio alle
scienze naturali e si facesse frate, non so perdonarglielo, né so rendermi ragione come
un tale addio non dovesse costargli grandissimo sacrificio», ma si fece
promotore di una lapide sulla tomba di Stenone a Firenze. Più recentemente fu avanzata
un'altra interpretazione: «negli anni della maturità abbandonò la scienza per
una carriera nella Chiesa» (J.G. Burke, Origins of the Science of Crystals,
Berkeley 1966). Per altri «abbandona le attività scientifiche per l'abito
talare forse perché non riesce a conciliare opere scientifiche con convinzioni
religiose» (Y. Gayrard-Valy, I fossili, orme di mondi scomparsi, Torino
1992) e dello stesso avviso sembra Morello (1979). Secondo altri, invece, è
«una scelta consapevole dell'impossibilità di conciliare due missioni, che non
potevano essere svolte altro che con una completa dedizione» (Cipriani, 1986).
Eppure, se cè una personalità fortemente unitaria, è proprio quella di
Stenone: modo di pensare, convinzioni religiose, metodo di studio, attività di ricerca,
comportamento personale sono così strettamente intrecciati da una logica interna,
conseguente ad ununica ispirazione di fondo, che se questa non viene colta, il senso
dell'agire risulta incomprensibile o per lo meno ambiguo. Ciò è dovuto anche al fatto
che Stenone espose il suo pensiero in modo non sistematico, ma occasionale, cosicché
possiamo ricostruirlo solo a partire dall'insieme dei suoi scritti.
Un'opera fondamentale per comprenderne la personalità giovanile e gli sviluppi della
maturità è un manoscritto, redatto a 21 anni, che intitolò Chaos, con
l'intestazione, significativa, «In nomine Jesu». È un documento di
grande interesse, in cui egli riporta citazioni, commenti, idee di esperimenti, progetti
di vita. Dimostra di avere letto un centinaio di opere scientifiche di 80 autori diversi,
tra cui Keplero, Galileo, Cartesio, Gassendi. Manifesta la sua adesione al metodo
cartesiano e alle teorie di Copernico, più che a quelle del connazionale
Ticho Brahe. Troviamo in questo scritto quella che sarà la convinzione pressoché
costante di tutta la sua vita: «Dio vede e provvede. Ogni cosa proviene
da Lui ed è per la gloria del Suo nome». E ancora: «Affidiamo tutto
alla provvidenza di Dio, non preoccupiamoci del domani, non diffidiamo del Suo aiuto.
Evitiamo la superstizione e guadagnamoci con il lavoro l'alimento per noi e per i poveri.
Accogliamo i doni di Dio senza farne cattivo uso». Questa fede non è passività
e abbandono, ma impegna il cristiano a indagare la natura per scoprirvi i segni della
grandezza del Creatore, anzi è da riprovare chi non fa uso della ragione a questo scopo.
Leggiamo ancora nella stessa opera: «Peccano contro la maestà di Dio coloro che
non intendono studiare le opere della natura, ma si accontentano di leggere le opere
altrui; in tale modo formano per sé nozioni immaginarie e, non solo si privano della
gioia di guardare le meraviglie di Dio, ma pure perdono il loro tempo che dovrebbe essere
speso per le necessità e a beneficio del prossimo, e affermano molte cose indegne di
Dio... D'ora in poi spenderò il mio tempo non in speculazioni, ma esclusivamente
nell'investigazione, in esperimenti ... ».
Queste convinzioni, formatesi nel pio ambiente famigliare, conosceranno una forte crisi
durante il soggiorno olandese, che egli riuscirà a sormontare grazie ai risultati delle
sue osservazioni anatomiche. Superato lo scoglio di un razionalismo pretenzioso, gli fu
più chiaro il senso del ricercare. Così si esprimerà nel Prooemio (1673):
«Questo è il vero scopo dell'anatomia, che attraverso l'ingegnosa struttura del
corpo gli spettatori siano portati a cogliere la dignità dell'anima e di conseguenza
attraverso le meraviglie del corpo e dell'anima, imparino a conoscere ed amare il Creatore
[
]. Pertanto la ragione è sollevata dalla contemplazione delle singole parti e dal
confronto di queste tra loro, a cercare il Creatore di così grandi meraviglie»
(OP, vol. II, p. 242).
Alcuni tratti della sua personalità sono propri della cultura danese in cui si era
formato: profondo senso religioso, inquietudine spirituale, spirito di concretezza, senso
di lealtà, valorizzazione della tecnica e della sperimentazione. Altri sono suoi
specifici: trasparenza di carattere, tensione verso unità di pensiero e di vita, acutezza
di giudizio, onestà intellettuale, spirito critico, indipendenza di giudizio,
sensibilità d'animo, affabilità di tratto. Un elemento molto importante, che forse
ereditò dall'ambiente di lavoro paterno, fu il senso della bellezza:
bellezza dei diamanti, delle perle, dei fiori, della mano, del corpo umano, la cui
contemplazione lo riempiva di gioia e meraviglia. Scrive nel Prooemio del 1673:
«Se un singolo tratto del viso umano è già così bello, e attira tanto
l'osservatore, quale bellezza non vedremmo, quale gioia non proveremmo se potessimo
osservare a fondo la meravigliosa costruzione del corpo e di lì arrivare
all'anima... ». Non è un caso che proprio in quella occasione, nella
dissezione del cadavere di una donna giustiziata, «orrenda maschera della
morte», abbia pronunciato le famose parole «Pulchra sunt quae
videntur, pulchriora quae sciuntur, longe pulcherrima quae ignorantur (Belle sono le cose
che si vedono, più belle quelle che si conoscono, bellissime quelle che si
ignorano)» (OP, vol. II, p. 254).
Una caratteristica costante della sua vita furono la ricerca della certezza e della
verità, e la coerenza. Riconobbe che oltre la certezza matematica esiste la certezza
morale, e che anchessa ha il suo fondamento nella ragione. Oltre queste esiste una
certezza divina, che è il punto di incontro della ricerca dell'uomo e del dono di Dio.
Tra le due certezze c'è continuità. Scrive a Leibniz: «Mi sembra che Dio nella
sua provvidenza mi abbia dato le conoscenze e le scoperte di naturalista come una specie
di grazia naturale, affinchè io fossi preparato a ricevere la grazia
sovrannaturale». Ma ammette: «Sed divina certitudo nemini nisi eum
experienti demonstrari potest (ma la certezza divina non può essere dimostrata a nessuno
se non a colui che ne fa esperienza)» (E, n. 73). Pervenuto a questa certezza,
ne trae con logica coerenza le conseguenze: «mi sento spinto dal profondo del
cuore ad offrire a Dio ciò che ho di meglio, e il meglio possibile». Decise di
offrire i giorni restanti della sua vita. «Dio... ti ha fatto vedere nella
natura ciò che era necessario per confutare errori di filosofi e medici... ti ha fatto
tanti doni... non arrestarti a questi doni, ma volgiti verso il Donatore! ... Egli ha
convertito la tua anima e ha messo in te l'ardente desiderio dell'eternità presso di Lui.
Quid retribuam Domino pro omnibus quae retribuit mihi? (cfr. Sal 116,12)»
(De actionum perfectione in generali). Si orientò verso il sacerdozio
«per poter presentare le azioni di grazie per i benefici ricevuti, l'espiazione
per i peccati commessi e ogni offerta che possa piacere a Dio» (lettera a
Kircher).
È doveroso qui accennare ai rapporti di Stenone con il mondo protestante. Oggetto di
critiche ed attacchi anche pesanti, rispose sempre con decisione in numerosi scritti, non
transigendo sui principi era convinto della verità della dottrina
cattolica , ma sempre rispettando l'interlocutore. Intervenne sempre e talora
duramente contro i giudizi ingenerosi e le intemperanze da parte cattolica. Vescovo ad
Hannover, seppe conquistarsi la stima dell'ambiente protestante e attirarsi la simpatia,
ricambiata, del vescovo luterano, di cui ammirava la pietà e la carità. C'erano speranze
di un riavvicinamento delle Chiese, e molti operavano in tal senso. Il più illustre
promotore era Leibniz, che più volte ne discusse con Stenone. Ma le posizioni e le
mentalità dei due erano troppo distanti. Stenone concluse avvertendo Leibniz, propenso a
soluzioni sincretistiche, che «chi asserisce di poter trovare la vera fede in
quasi tutte le religioni, stia attento a non ritrovarsi escluso da tutte [
]. Non è
in alcun luogo, chi vuole essere dovunque» (Angeli, 1996, p. 244). E fu di
fronte a cattolici e protestanti che la sera del 24 novembre 1686, prima di spirare, fece
pubblicamente la sua ultima confessione.
La scienza e il sacerdozio furono per lui due modi di realizzare
la stessa profonda aspirazione della sua vita, quale si era già
delineata nel suo diario Chaos. Come si era dato all'una
(«Il dovere di fare delle ricerche che ci insegnano la verità
richiede un uomo tutto dedito, che non abbia che quello da fare»,
Discorso sul cervello), così si dà tutto all'altra, dove
aveva trovato verità e pienezza di vita.
V. Il pensiero filosofico
Stenone occupa un posto singolare nel contesto filosofico del suo
tempo. Letture fin dal periodo della stesura di Chaos e contatti
successivi, soprattutto nei soggiorni di Leida, Parigi e Firenze,
lo avevano messo al corrente dei principali filoni di pensiero dell'epoca.
Come appassionato cultore di geometria e matematica, avrebbe potuto
essere attratto dalle idee neoplatoniche e pitagoriche che dominavano
soprattutto in ambito italiano, come studioso di cristalli avrebbe
potuto aderire all'atomismo che sembrava la dottrina più adatta
per spiegare i fenomeni da lui osservati. Stenone invece volle mantenere
separata la ricerca scientifica da passeggere idee filosofiche o
sistemi preconcetti e pervenire piuttosto a leggi ed osservazioni
comunque valide.
La riserva nei riguardi della filosofia trova una ragione nella sua esperienza
personale. Stenone era stato così affascinato dalla filosofia razionalista di Spinoza,
per cui conta solo il sapere che trova la certezza nella ragione, che sembra abbia pensato
di aderirvi e di lasciare nel contempo la medicina per la geometria, in quanto strumento
di solida conoscenza. Riuscì a superare il pericolo di «idolatrare il pensiero
umano» grazie alle sue scoperte, fatte proprio in quel periodo: «In un
modo meraviglioso, contro ogni attesa, Dio mi ha fatto comprendere e riconoscere la vera
composizione del cuore e dei muscoli. Così le loro [dei cartesiani] ingegnose costruzioni
sono state rovesciate senza una sola parola, semplicemente da preparazioni
anatomiche» (E, n. 72). Riconobbe che la sua fede aveva corso un grosso rischio,
ma ne era stato salvato «perchè Dio con le scoperte anatomiche mi fece
rinunciare alla presunzione filosofica e mi ricondusse poco a poco a ricevere l'amore
dell'umiltà cristiana, che è il più degno amore dell'anima ragionevole» (E,
n. 143). Già vescovo, Steensen scriverà a Leibniz nel 1677: «Se questi
signori, che quasi tutti gli studiosi adorano, hanno ritenuto come dimostrazioni
infallibili ciò che io in un'ora di tempo posso far preparare da un giovinetto di dieci
anni al punto che, senza alcuna parola, la sola vista fa crollare i più ingegnosi sistemi
di questi grandi spiriti, quale sicurezza posso avere delle altre sottigliezze di cui si
vantano? Voglio dire, se costoro nelle cose materiali esposte ai sensi si sono talmente
ingannati, quale sicurezza mi daranno di non ingannarsi allo stesso modo, quando trattano
di Dio e dell'anima?» (ibidem).
Era l'applicazione coerente del metodo cartesiano da lui seguito a fornirgli
argomentazioni contro le pretese degli stessi cartesiani. Però precisa: «Io non
critico il metodo di Cartesio, ma il cattivo uso che egli ne fa. Io debbo al metodo la
luce sulle mie idee preconcette; il suo cattivo uso avrebbe potuto allontanarmi dallo
studio della religione, ciò di cui si hanno molti esempi» (OT, vol. I, p. 390).
Stenone aveva infatti constatato che «molti si lasciano trascinare verso ciò
che è ancor peggio del cartesianesimo e, anche se non si allontanano dal cristianesimo,
lasciano che svanisca [
]. Questo si vede bene in Spinoza e seguaci, che dicono di
aver spinto la filosofia cartesiana ancora più lontano, ma in realtà l'hanno rovesciata
con il risultato di essere diventati perfetti materialisti [
]. E poiché al modo di
Cartesio non vogliono confessare la loro ignoranza sui rapporti tra anima e corpo, tra
ciò che è pensiero e ciò che è estensione, sono caduti nel più grave degli errori
pretendendo che pensiero ed estensione siano attributi della stessa sostanza [
]. Non
conoscendo che la materia, essi erigono a dio la somma di tutte le cose e permettono tutti
i godimenti dei sensi. Non essendoci libero arbitrio, la preghiera è vana, perchè la
morte non è seguita né da sanzione, né da ricompensa» (ibidem, p.
388).
La riserva nei riguardi della filosofia non significa però che egli escluda princìpi
interpretativi a priori. Quando disseziona la testa dello squalo, enuncia un criterio
importantissimo che gli consentirà di individuare la natura dei fossili: «Con
riguardo alla forma dei corpi [
], poichè questa corrisponde perfettamente a parti
di animali, la somiglianza delle forme sembra suggerire una somiglianza di
origine» (GP, p. 110). E a proposito degli esperimenti fatti in laboratorio:
«io non dubito che la Natura operi in modo simile nel seno della
Terra» (p. 112).
I criteri gnoseologici sembrano ispirarsi ad un realismo di tipo empirico. Dal Prooemio
(1673): «C'è chi accusa i sensi di non mostrare le cose come stanno in sé e di
darci una falsa o incerta impressione di ogni cosa [
]. Ma i sensi non sono intesi a
presentarci le cose come sono o a darci un giudizio su di esse; essi sono intesi a
trasmettere per l'investigazione della ragione quanto del carattere esterno delle cose è
adeguato per raggiungere una conoscenza delle cose che corrisponda alle necessità
dell'uomo» (cfr. Moe, 1994, p. 136). È sempre viva in lui la preoccupazione di
una conoscenza ben fondata. Sempre dal Prooemio: «allo scopo di evitare
errori, io non mi atterrò alla sola esperienza, né presenterò esclusivamente argomenti
di ragione, ma cercherò di raggiungere una combinazione di entrambi i punti di vista,
cosicché se non tutto, almeno molto di quello che dirò, possa contenere una certezza
dimostrabile» (cfr. Poulsen et al., 1986, p. 132).
Egli si avvicina dunque alla natura senza preconcetti di tipo magico-numerico,
e mutua da Cartesio e Gassendi
il concetto di «particelle impercettibili» come costituenti
dei corpi solidi e liquidi. Tuttavia si rifiuta di entrare nel merito
della costituzione ultima della materia
e si limita ad enumerare una serie di opinioni circa la questione
«se la materia consista di atomi, o di particelle che possono
cambiare forma in mille modi, o di quattro elementi, o di tanti
elementi chimici quanti sono necessari per spiegare la varietà di
opinioni dei chimici» (GP, p. 146). L'importante è aver trovato
una legge, o una relazione comunque valida: «Quello che io
ho proposto circa il movimento [delle particelle nei fluidi] si
accorda con ogni movente, sia che lo si chiami forma, o proprietà
emanante dalla forma, o Idea, o materia sottile comune o materia
sottile speciale, o anima particolare, o influenza immediata di
Dio» (ibidem).
VI. Il rapporto scienza-fede
Sulla base delle considerazioni sopra svolte, appare evidente che
non ci fu conflitto in Stenone tra fede religiosa e sapere scientifico.
Se tensione ci fu, fu tra visione religiosa e concezioni filosofiche.
Come la grande maggioranza degli studiosi del Seicento, Stenone
era cresciuto in un contesto culturale ove vigeva una triplice fede:
in Dio, nella intelligibilità del reale e nelle capacità della ragione
umana di raggiungere la verità.
I fermenti filosofici dovuti a Cartesio e soprattutto a Spinoza
avevano iniziato a mettere in dubbio quelle convinzioni. Furono
i risultati delle ricerche scientifiche a dimostrare a Stenone l'inanità
di certe speculazioni filosofiche e a riportarlo alla fede in Dio.
Si potrebbe pensare a lui come ad uno dei precursori della teologia
naturale, che si affermerà nel Settecento. La natura
è opera di Dio, e lo scienziato non fa che scoprire le meraviglie
di questa opera, meraviglie nascoste all'uomo comune. Nelle Observationes
anatomicae (1662) mette in risalto «con quale cura il
saggio Creatore degli esseri viventi abbia disposto affinchè nulla
inquini la testa, trono regale del corpo. Le cavità delle orecchie,
gli occhi e il naso debbono essere mantenuti umidi, e non c'è nulla
di superfluo in naso, occhio o bocca, quando uno vive secondo l'ordine
della natura».
Commentando le varie modalità di inserimento dei vasi linfatici nella vena cava,
annota, riferendosi al determinismo di Spinoza, che sosteneva la necessità del tutto:
«Da questa eccezionale varietà negli individui della stessa specie è facile
dedurre che, tra gli attributi della Divinità che noi possiamo conoscere attraverso lo
studio dei corpi, Dio creatore ha voluto proporci anche questi due: che Egli non è
trascinato dal caso, perchè segue una regola generale, e che nello stesso tempo Egli non
è costretto da alcuna necessità, perchè in ciascun individuo cambia liberamente le
condizioni particolari» (OP, vol. I, p. 142).
I risultati delle ricerche geologiche sono inseriti nella concezione
biblica del suo tempo ( GEOLOGIA,
IV-V). È interessante però osservare e questa è una
novità che il punto di partenza non è il racconto biblico,
ma l'osservazione della natura. La conclusione è che non solo non
c'è disaccordo con il racconto biblico, ma questo trova una conferma
dall'indagine dei fenomeni geologici. Anzi: «De prima terrae
facie in eo Scriptura et Natura consentiunt, quod aquis omnia tecta
fuerint; quomoda vero, et quando coeperit, et quanto tempore talis
exstiterit, Natura silet, Scriptura loquitur (Circa la prima forma
della Terra la Scrittura e la Natura concordano che tutto fu sommerso
dalle acque; in quale modo, quando iniziò e per quanto tempo rimase,
la Natura tace, la Scrittura parla)» (GP, p. 204). Creazione
e Diluvio sono eventi storici, ma solo del secondo è possibile rinvenire
tracce sicure sulla superficie terrestre. Egli riconosce però che
localmente possono essersi ripetuti fenomeni alluvionali, come in
Toscana, dove individua ben sei periodi alternantisi di deposizione
ed erosione. Ammette nel Prodromus che «le montagne
oggi esistenti non furono così all'inizio»: la Terra ha subito
un'evoluzione da quando si è formata, che continua tuttora.
Pur avendo il grande merito di avere introdotto i fondamentali concetti di
tempo e di evoluzione in geologia, Stenone non ha
elementi per mettere in dubbio la datazione, ritenuta al suo tempo in accordo con la
narrazione biblica, secondo cui la Terra avrebbe avuto un'età di circa 6000 anni. Difatti
scrive: «Quanto ai movimenti della terra, alle eruzioni di fuoco dalla terra ed
alle alluvioni fluviali e marine, si può facilmente mostrare che numerosi e vari
cambiamenti occorsero in 4000 anni» (GP, p. 211). Lo storico della geologia
Adams sostiene che Stenone, in certe conclusioni, specie geologiche, fu influenzato
dall'autorità ecclesiastica. L'affermazione non ha trovato finora riscontro, né rende
onore all'onestà intellettuale sempre mostrata dallo scienziato danese, che ben conosceva
il pensiero di Galileo e si era espresso fin da giovane a favore delle teorie copernicane.
Sapeva cioè distinguere il contenuto delle verità di fede da quello delle verità
scientifiche.
Come profonda era la sua passione per la scienza, altrettanto intensa era la sua fede.
Sono frequenti nei suoi scritti anche scientifici le note vibranti della sua personale
preghiera. Già le prime annotazioni giovanili, riportate nel manoscritto Chaos,
rivelano uno spirito profondamente religioso: «Conducimi, o Signore, per la
gloria del tuo nome. Dammi di poter fare qualcosa di buono con ordine e
costanza». «Dio mio, concedimi la forza di astenermi da ogni peccato,
soprattutto da ogni giudizio troppo affrettato e sconsiderato, e da affermazioni su cose a
me sconosciute o non perfettamente note». «Oggi ho fatto ben poco di
buono. Perdona, o Dio... Fa' che abbia sempre davanti agli occhi l'idea della morte, e
sulle labbra le parole: memento mori». E ancora: «Sii presente,
Gesù, con la tua grazia!».
La ricerca scientifica porta elementi di contemplazione al suo spirito riflessivo e la
spiritualità si affina. Già prima del passaggio alla confessione cattolica, a 25 anni,
redige la preghiera che porterà sempre con sè: «Tu, senza il cui cenno non
cade capello dal capo, foglia dall'albero, uccello dall'aria, né viene un pensiero alla
mente, una parola alla lingua, un movimento alla mano, Tu mi hai condotto finora su vie a
me sconosciute. Guidami ora, veggente o cieco, sul sentiero della Grazia. A Te è
certamente più facile accompagnarmi là, dove Tu vuoi che io vada, che a me tenermi
lontano da ciò, cui il mio ardente desiderio mi sospinge» (OT, p. 387).
La meraviglia di fronte alle bellezze della natura che egli stesso ha contribuito a
scoprire lascia il posto ad una meraviglia più profonda che si trasforma in gioia quando
si sente oggetto dell'attenzione speciale di Dio: «La grazia divina mi riempie
di una tale felicità che i miei amici possono vedere la mia gioia interiore da segni
esterni. Ma questa certezza divina non vale che per chi la esperimenta» (E, n.
73). Johann von Rose testimoniò che «erano evidenti la sua gioia e la sua
esaltazione, quando parlava della gloria di Dio e del bene delle anime, e lo faceva con
tanta grazia che anche gli eretici restavano catturati dal suo fascino, e spesso si
convertivano parlando con lui» (cit. in Stenoniana (1991),
p. 103). Al tempo del suo apostolato missionario in Germania scrive: «Quanto
meno l'umana speculazione si aspetta in materia divina, tanto più chiaro emerge alla luce
del giorno il disegno della Provvidenza. [
] In questioni apostoliche uno deve agire
in modo apostolico, afferrando le occasioni come vengono e lasciando l'esito alla clemenza
divina» (ibidem, p. 107).
Viene l'ora della sofferenza fisica. Sul letto di morte confessa: «Soffro
dolori indicibili e spero, mio Dio, che essi Ti inducano a perdonarmi, se non penso
costantemente a Te. Non Ti chiedo di liberarmi da questi dolori, bensì di concedermi la
grazia di saperli sopportare con santa pazienza. Se dalla Tua mano abbiamo accettato il
bene, perchè non dovremmo accettare anche il male? Sia che Tu ora voglia che io continui
a vivere oppure che io muoia, io voglio solo ciò che Tu vuoi, mio Dio. Sii lodato in
eterno, e sia fatta la Tua volontà!» (J. von Rose, La vie et la mort de
Sténon, cit. in Moe, 1994, p. 166). Il giorno prima di morire si preoccupa
dell'estinzione di un debito di 300 talleri e acutamente descrive i sintomi del suo male.
Chiude l'esistenza terrena con l'invocazione giovanile: «Jesu, sihi mihi
Jesus! Gesù, sii sempre per me Gesù».
Francesco Abbona
Vedi: GEOLOGIA.
Bibliografia:
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Nicolai Stenonis Opera Philosophica, 2 voll., a cura di V.
Maar, Copenhagen 1910; OT = Nicolai Stenonis Opera Theologica,
2 voll., a cura di K. Larsen e G. Scherz, Copenhagen - Friburg 1941-1947;
Opere scientifiche, a cura di L. Casella, Nuova Europa, Firenze
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Canonizationis Servi Dei Nicolai Stenonis Episcopi Titiopolitani
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Officio concinnata, F. Veraja, Roma 1974; G. SCHERZ, Steensen,
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Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze 1986; L. CASELLA ET AL.,
Niccolò Stenone: opere scientifiche, 2 voll., Nuova Europa,
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