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Cinema
Claudio Siniscalchi
I. Trascendenza e fantascienza in 2001:
Odissea nello spazio - II. Il messaggio di Star Trek
- III. Extraterrestri e clima New Age - IV. Da Guerre
stellari a Matrix, ovvero la sopravvivenza del mito.
Il cinema è oggi uno dei luoghi ove confluiscono i più importanti
fenomeni che investono la società, la cultura, il costume. Non è
pertanto estraneo né alle scienza, di cui veicola l'immagine del
mondo attraverso i suoi soggetti e le sue sceneggiature, né alla
religione, di cui conserva i grandi contenuti morali, anch'essi
mediati e - come per la scienza - non di rado trasfigurati,
dalle regole del linguaggio cinematografico. Il cinema è anche il
luogo ove, come già accaduto per la letteratura, sopravvivono i
grandi miti e le grandi narrazioni, se ne ospitano gli eterni conflitti,
se ne offre, più o meno inconsapevolmente, un'ermeneutica. Non poche
tematiche di carattere religioso ed esistenziale nascono nel cinema
all'interno di un contesto scientifico o fantascientifico, ed attraverso
il linguaggio cinematografico giungono al grande pubblico. Lo studio
dei rapporti fra cinema e religione o fra cinema e pensiero scientifico
possiede ormai un'ampia bibliografia. Vogliamo qui solo segnalare
alcuni esempi significativi di come il grande schermo ne abbia ospitato
il loro reciproco confronto.
I. Trascendenza e fantascienza in 2001: Odissea nello spazio
Nel 1962 Thomas Kuhn pubblicava un libro destinato ad influenzare
in maniera determinante il dibattito epistemologico relativo alla
filosofia della scienza e allo studio delle scienze sociali. Il
fortunato saggio di Kuhn si intitolava La struttura delle rivoluzioni
scientifiche (tr. it. Torino 1974) e concorse a determinare,
a livello planetario, la diffusione di una visione relativista della
conoscenza, con toni che si ponevano in aperto contrasto con la
comune logica della razionalità scientifica. L'autore dell'opera
esponeva la celebre tesi secondo la quale la storia della scienza
non avanzerebbe in linea di continuità, ma procederebbe per strappi,
denominati "rivoluzioni scientifiche", nel corso delle quali una
determinata visione del mondo, indicato come il "paradigma dominante",
cesserebbe di operare, per lasciare spazio ad una nuova visione,
i cui punti di contatto con la precedente sarebbero scarsissimi,
se non addirittura inesistenti. L'autore, scomparso nel 1996, ha
dedicato notevoli energie, specialmente nel corso dell'ultimo quindicennio
della sua intensa attività intellettuale, a confutare le interpretazioni
distorte della sua opera, sostenendo che il suo autentico punto
di vista - sebbene alcune sue formulazioni ambiguamente espresse
potessero lasciar presupporre una visione relativista della scienza -
era ben altro, e le sue intenzioni reali certamente contrarie ad
ogni forma di relativismo.
Al capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio (2001:
A Space Odissey, 1968) è successo invece l'opposto rispetto
al noto testo di Kuhn. Di quest'opera complessa, ambigua e
affascinante è stata esaltata soprattutto la natura
"razionalista", ottimisticamente "progressista" e
benevolmente favorevole nei confronti della potenza liberatrice
della scienza. Il film è stato addirittura interpretato, anche in
campo cattolico, come un'opera dedicata al mistero di Dio (cfr.
Comuzio, 1980). Ovviamente, la visione del mondo di Kubrick espressa
in questo film era ben diversa; il geniale e trasgressivo regista,
con le sue opere sempre in anticipo rispetto ai tempi, non voleva
realizzare, in pieno "sessantotto", un film "razionalista".
In realtà egli voleva fare il contrario: un film in opposizione
alla "razionalità" dominante. In una sua precisa analisi, lo
studioso di cinema e semiologia Ruggero Eugeni sottolinea che 2001:
Odissea nello spazio «è da considerarsi un grande poema epico
della "Ragione", cioè la ricostruzione in chiave mitologica e
immaginaria della storia della Razionalità occidentale come
strumento propriamente umano di progresso, di civiltà, di ordine,
di pace, di avanzamento della conoscenza e di dominio del mondo. Fin
qui il progetto sembrerebbe tipicamente illuministico, teso a
cantare il mito della Ragione. Ma Kubrick affronta questo epos
con scetticismo e ironia profondi e demistificanti. E così, punto
per punto, egli smonta gli assunti dell'ottimismo positivista,
individuando dietro il mito della Ragione, la presenza
dialetticamente attiva dei suoi opposti» (Eugeni, 1995, pp. 70-71).
A chiarire ogni dubbio sull'argomento è il
capitolo dedicato a 2001:
Odissea nello spazio, contenuto nella informatissima biografia
su Kubrick dell'australiano John Baxter, nella quale viene riportato
il testo di un telegramma inviato allo scrittore di fantascienza
Arthur C. Clarke (che lavorerà poi con il regista alla stesura
della sceneggiatura del film) da Roger Caras, dirigente della
Columbia (produttrice del film Il
dottor Stranamore), dopo aver pranzato con il regista inglese.
Com'è noto, lo scrittore sarà poi autore del romanzo dal titolo
omonimo che uscirà quasi in contemporanea con il film (2001:
a Space Odyssey: a Novel, London 1968). Nel testo, datato 1964,
leggiamo: «Stanley Kubrick - Dottor Stranamore - Orizzonti di
Gloria ecc. - Interessato a fare film su Extraterrestri - Stop -
Interessato a te» (Baxter, 1999). Dunque Kubrick voleva fare un
film sulla vita extraterrestre.
Successivamente, Baxter riporta un parere di Clarke, sempre del
1964, su cosa intendeva fare il regista nel suo film, i cui temi
sarebbero stati: a) le ragioni per credere nell'esistenza di
forme di vita extraterrestri intelligenti; b) l'impatto (e
forse persino la mancanza di un impatto per certe zone) che una
simile scoperta potrebbe avere sulla terra nel prossimo futuro (cfr.
ibidem). Queste
informazioni sono riportate anche in un'altra informatissima
biografia su Kubrick dell'americano Vincent Lo Brutto. Nel denso
capitolo su 2001: Odissea
nello spazio, dal titolo Il
viaggio definitivo, anche Lo Brutto (1999) conferma il fatto che
Kubrick volesse fare un film sulla esistenza degli extraterrestri.
Ora, come possano conciliarsi gli
extraterrestri con la razionalità scientifica (e magari anche con
il problema di Dio), è difficile ipotizzarlo. Le intenzioni di
Kubrick si rispecchiano perfettamente nel suo capolavoro, un'opera
dalla quale quasi per filiazione sono partite tutte le gemme del
recente e commercialmente fortunato filone della "fantascienza
hollywoodiana". Con 2001:
Odissea nello spazio, Kubrick anticipava una cultura
relativista, antirazionalista ed antiscientifica, che sarebbe
dilagata nei trenta anni successivi, e che ha usato la fantascienza
e l'industria culturale, in special modo quella cinematografica e
televisiva (anche se il discorso dovrebbe essere esteso al settore
dei fumetti e della letteratura popolare) per veicolare a livello di
massa, come avrebbe detto Kuhn, il nuovo "paradigma" emergente.
Con il suo film, Kubrick fece breccia nel cuore di una nuova
generazione che stava venendo alla ribalta su finire degli anni
Sessanta, una generazione desiderosa di sentir parlare di nuove
forme di spiritualità, e scettica nei confronti della scienza, del
progresso, della razionalità e del consumismo sfrenato. Del resto
lo stesso Lo Brutto osserva che «la sequenza della Porta delle
Stelle, che conclude il film, fece sì che i figli dell'Età
dell'Acquario attribuissero a "2001" la palma del film degli
anni Sessanta per antonomasia». E poco dopo, ritornando
sull'argomento, scrive: «Per i figli di McLuhan, "2001" aveva
un potere spirituale e religioso, gli spettatori fissavano lo
schermo e restavano a fissarlo [...]. In una sala un giovane corse
verso lo schermo durante la scena della Porta delle Stelle e ci si
tuffò attraverso urlando "Vedo Dio!"» (Lo Brutto, 1999, pp.
325, 335). Ma quale Dio stava vedendo quel giovane rapito dalla
forza persuasiva dell'immaginario kubrickiano? Uno dei tanti
"figli dei fiori", forse sotto l'effetto di qualche
stupefacente, veniva trasportato da quel fascio di luce bianca che
sullo schermo stava proiettando qualcosa di talmente divino, da
somigliare a Dio. Non si trattava certo, però, del Dio della
tradizione giudeo-cristiana, ma piuttosto del Dio già caro agli
adepti della Jesus Revolution
californiana, che di lì a poco avrebbero cominciato ad accostare
Gesù Cristo a Buddha, mescolando misticismo ed extraterrestri, gli
angeli con l'antico potere terapeutico dei cristalli, la musica rock
e pop con il cinema di
fantascienza.
Mentre alcuni cosmologi stavano diventando i nuovi teologi del
nostro tempo - basta soltanto ricordare la popolarità di Stephen
Hawking e la discussione attorno al ruolo di Dio suscitata dalle
sue teorie (
Dio, II.1) -,
i registi dei film di fantascienza diventavano i maggiori divulgatori
popolari delle idee e delle suggestioni suscitate dai risultati
della nuova cosmologia. La data fatidica per questo genere di cinematografia
è il 1977. Quell'anno due giovani registi statunitensi, non ancora
famosi, realizzavano due opere che avrebbero segnato il successo
popolare e planetario di un nuovo modo di intendere Dio, la Creazione,
la nostra immagine dell'universo: Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg e il primo
episodio di Guerre stellari (Star Wars) di George
Lucas.
Tornando al film di Stanley Kubrick, per comprenderne appieno il
suo significato, si deve sottolineare il fatto che ci troviamo davanti
ad un'opera al contempo profetica per le tematiche culturali e spirituali
affrontate, ma anche intimamente connessa al suo tempo, tempo in
cui l'uomo sta prodigiosamente avvicinandosi, attraverso i progressi
della tecnologia, alla conquista dello spazio. Infatti, il 20 luglio
1969 un uomo per la prima volta metteva il piede sulla Luna, trasportato
dalla navetta spaziale Apollo 11. Un antico sogno, grazie allo
sviluppo delle conoscenze aerospaziali compiute nel corso della
seconda metà del XX secolo, finalmente si materializzava. I mezzi
di comunicazione di massa amplificarono in maniera formidabile questa
notizia, elevandola alla massima potenza e facendola diventare una
vera e propria icona della mitologia audiovisiva del Novecento.
Le avventure spaziali capaci di inchiodare milioni di spettatori
contemporaneamente in tutto il mondo davanti al piccolo schermo,
erano già entrate, con familiarità, nell'immaginario collettivo.
Anche Paolo VI, dalla Specola
Vaticana, aveva assistito in tempo reale all'evento, benedicendo
quella nuova frontiera conquistata. La fantascienza veicolata dalle
immagini, un genere a metà strada fra l'estetica e la scienza, aveva
colto un successo internazionale un anno prima che Neil Armstrong
poggiasse i suoi piedi sulla Luna, attraverso il film di Kubrick,
e segnava con ciò un vero e proprio punto di svolta, battendo così
una strada che avrebbe fatto la fortuna dell'industria del divertimento
hollywoodiana e che sarebbe servita a propagare a livello di massa
nuove idee in riferimento al rapporto fra l'uomo e Dio.
II. Il messaggio di Star Trek
Se a livello cinematografico 2001: Odissea nello spazio indica la nascita di un nuovo modo di rappresentazione
del fantastico, occorre però ricordare che qualche anno prima un
evento televisivo, destinato ad avere grande successo nei trent'anni
successivi, aveva preparato favorevolmente il pubblico a familiarizzare
con storie ambientate in tempi e galassie del futuro. L'evento si
era materializzato sul piccolo schermo, trasmesso per la prima volta
dalla americana NBC nel settembre del 1966. Stiamo parlando della
prima puntata della interminabile serie di Star Trek, che
riuscì ad incantare, trascinandoli magicamente, spettatori di ogni
età, ceto e cultura, a bordo della nave spaziale Enterprise,
per un'avventura ormai quasi quarantennale all'interno del cosmo,
grazie ai numerosissimi proseguimenti. Dagli anni Sessanta ad oggi
la Enterprise si è adattata, nella forma e nella tecnologia,
per soddisfare aspettative e conoscenze di almeno tre generazioni
di spettatori. Da quel prototipo del 1966 sono state create altre
tre serie televisive (composte da numerosissimi episodi) e persino
ben nove film per le sale cinematografiche, baciati più o meno da
notevole successo. Ricordiamo qui per documentazione i nove episodi
di fiction che ne sono derivati: Star Trek (Star Trek - The
Motion Pictures, 1979, di Robert Wise); L'ira di Khan
(The Wrath of Kahn, 1982, di Nicholas Meyer); Alla ricerca
di Spock (The Search for Spock, 1984, di Leonard Nimoy);
Rotta verso la Terra (The Voyage Home, 1986, di Leonard
Nimoy); L'ultima frontiera (The Final Frontier, 1989,
di William Shatner); Rotta verso l'ignoto (The Undiscovered
Country, 1991, di Nicholas Meyer); Generazioni (Generations,
1994, di David Carson); Primo contatto (First Contact, 1996, di Jonathan Frakes) ed infine Insurrezione
(Insurrection, 1998, di Jonathan Frakes). Commenti sulle varie "letture"
culturali e filosofiche di Star Trek, assieme ad un'ampia
bibliografia, possono trovarsi nelle recenti opere di Franco La
Polla (1997 e 1999).
Il genere di fantascienza contemporanea, partendo da 2001: Odissea
nello spazio, ha prodotto due differenti modi per riflettere
su tematiche inerenti alla scienza e alla fede. La prima riguarda
la serie di Star Trek; la seconda è relativa alla serie,
probabilmente ancora più fortunata della prima nell'immaginario
collettivo, di Guerre stellari. Partiamo da Star
Trek. «Non c'è niente di più complesso e, purtroppo, di meno
studiato - osserva Angelina M. Campani in un suo saggio -
dei rapporti tra teologia e scienza in Star Trek» (cfr. Campani,
1998, p. 35). L'ideatore della serie, Gene Roddenberry, è un appartenente
alla Chiesa Battista convertitosi ad un umanesimo di natura meramente
etica. Per questa ragione qualcuno ha individuato in Star Trek
la marcata presenza di un sostrato teologico di tipo panteista,
dove Dio non è che una entità spersonalizzata ( Panteismo,
III). Ma questo è un modo riduttivo di vedere i rapporti tra scienza
e fede presenti in Star Trek. Angelina M. Campani è
di tutt'altro avviso, sostenendo che in Star Trek, in conclusione, troviamo non un'idea panteistica di Dio,
ma il fatto che Dio finisce per essere la destinazione ultima del
viaggio umano, viaggio compiuto in un futuro dominato sempre di
più dalla tecnologia
e dalla scienza (e l'Enterprise ne è il laboratorio sofisticato).
Si tratta però di un futuro, si badi bene, dove nell'uomo non viene
spenta la sete spirituale, in favore di una esistenza sconsacrata
e puramente razionalista. Il saggio citato si chiude con le seguenti
parole: «Questa visione teologica richiama le speculazioni scientifico-teologiche
del gesuita francese Teilhard de Chardin, per cui la storia dell'uomo
traccia un tenace itinerario attraverso il quale avviene l'inevitabile
incontro tra Dio e l'uomo. Per Chardin, come forse involontariamente
per Roddenberry, quest'incontro è il senso intimo, la rivelazione
profonda delle finalità della scienza e della storia umana» (p.
42).
Come ha dimostrato in un suo studio il fisico e
astronomo Lawrence M. Krauss, il mondo idealizzato da Star Trek è sì frutto di una costruzione fantastica, ma ha una sua
base altamente scientifica (cfr. Krauss, 1996). La serie ideata dal
texano Roddenberry non utilizza in abbondanza, come d'uso nel
genere di fantascienza contemporanea, gli effetti speciali. In Star
Trek tutto avviene quasi sempre all'interno dell'Enterprise. Al riguardo Mario Palmaro in un saggio intitolato La
filosofia di Star Trek, osserva che la serie è «tutt'altro
che banale, ricca di elementi non convenzionali, nuovi per il
genere: si potrebbe dire che l'azione, l'avventura, sono un
elemento importante, ma non decisivo di Star
Trek. Roddenberry nutre ambizioni più grandi: impostare un
discorso etico, antropologico, sul futuro dell'uomo, e sui
rapporti che l'umanità intende tenere con il mondo che è là
fuori, oltre il sistema solare» (Palmaro, 1998, p. 568). In questo
lavoro Palmaro si dilunga sulla questione di Dio e della Tradizione
all'interno della serie. «Esiste una verità sull'uomo - scrive -
destinata a non mutare con il passare dei secoli: è questo il
segnale assolutamente "antimoderno" che Star
Trek vuole lanciare allo spettatore. Il relativismo non ha
ancora intaccato, come una ruggine mortale, le lamiere dell'Enterprise [.]. Nelle vicende di Star Trek, il vulcanico Spock incarna il primato della logica, della
scienza, della razionalità: e, tuttavia, in ogni episodio sono
pascalianamente le "ragioni del cuore" a rivelarsi decisive, più
forti e più importanti per risolvere qualsiasi dilemma etico» (p.
569).
Attraverso un rapido schizzo dei ritratti dei suoi principali protagonisti,
così Palmaro riepiloga la filosofia che soggiace le varie avventure
e ne caratterizza la scelta di obiettivi e situazioni: «Giustamente
il ponte di comando dell'Enterprise è stato paragonato a
un focolare, frequentato da una famiglia modello, nella quale il
valore della libertà - così sbandierato anche dalla produzione
cinematografica di questi anni - non è mai disgiunto da quello
della responsabilità. Responsabilità verso i compagni di viaggio,
ma soprattutto verso se stessi, i propri doveri che rispondono a
un'idea nobile di uomo. In questo senso, il capitano Kirk incarna
la figura del Re Saggio, del sovrano esigente che ma la sua nave
e il suo equipaggio. James Kirk ci ricorda Ulisse, per la sua ansia
di conoscere nuovi orizzonti accompagnata dal desiderio struggente
di far ritorno a Itaca. Per Kirk la casa è l'astronave, un posto
dove tornare, dove qualcuno ti attende perché, in fondo, tutte le
mille occupazioni quotidiane - compresa una missione spaziale! -
sono solo il segno di un esilio che si deve risolvere in un ritorno
liberatore. Rispetto a Ulisse, però, vi sono alcuni importanti elementi
di novità. Nell'universo greco l'avventura di Odisseo è essenzialmente
un ritorno, un susseguirsi affascinante di accadimenti che tuttavia
sono subiti dal protagonista. È solo nell'orizzonte ebraico che,
invece, l'avventura si unisce all'idea di una "meta", capace di
assegnare un senso umano al viaggio: come non c'è meta possibile
per chi non voglia mettersi in viaggio, così un viaggio autentico
è impossibile per chi non si prefigga una meta. L'homo viator
è colui che si mette in cammino per "scoprire". Ma lo scoprire
non consiste semplicemente nel percepire nuovi fatti o nuovi dati,
quanto piuttosto nel dare loro un "significato": Erik il Rosso sbarcò
sulle coste americane molto tempo prima di Colombo, eppure questo
gesto non significò "scoprire". Scopre solo colui che è mosso dall'urgenza
di stabilire significati. Il capitano Kirk incarna l'ansia dell'uomo
che possiede una triplice fiducia nella realtà: che essa sia conoscibile,
che meriti di essere conosciuta, e che sia conoscibile grazie
a una conoscenza inventiva. Forse non potremo mai salire
a bordo di astronavi come l'Enterprise, ma da questo piccolo pianeta azzurro siamo riusciti a
investigare il cielo notturno e a svelarne grandi meraviglie. Se
la fisica non può darci ciò di cui abbiamo bisogno per vagare nella
Galassia, ci dà ciò di cui abbiamo bisogno per portare la galassia
fino a noi. Sì, in Star Trek c'è Blaise Pascal, anche se
gli americani non lo sanno» (ibidem, pp. 570-571).
III. Extraterrestri e clima New Age
Abbiamo detto che Star Trek culturalmente è molto diverso
rispetto alla saga di Guerre stellari o ai tanti prodotti,
nobili o meno nobili, della fantascienza contemporanea. Attraverso
la fantascienza - è opportuno sottolinearlo - sono state
veicolate negli ultimi venti anni idee antirazionaliste, antiscientifiche,
magiche, gnostiche, neo-spiritualiste e quant'altro. In sintesi
stiamo parlando di quella nebulosa che va sotto il nome onnicomprensivo
di New
Age. L'illuminismo condannò l'astrologia a vantaggio della astronomia.
Fu lo stesso Colbert, fondatore dell'Accademia di Francia, a decretare
la messa fuori insegnamento dell'astrologia dalle università. La
ragione e il progresso scientifico avrebbero soppiantato questa
forma di conoscenza irrazionale. Almeno questa era la convinzione
degli illuministi. All'alba del XXI secolo si può tranquillamente
sostenere che l'astrologia - sotto il segno dell'Acquario -
si è ripresa una certa rivincita e che per molti spettatori la scienza
è stata soppiantata, nell'immaginario collettivo, da quella forma
di scienza bizzarramente estrapolata che è poi in definitiva la
fantascienza.
Tanto per indicare un esempio concreto di
grande successo, si può considerare il film di Robert Zemeckis Contact (1997). Il protagonista di questo film è una scienziata
anomala (interpretata da Jodie Foster), in lotta contro la comunità
scientifica ufficiale. Le sue ostinate ricerche tentano di
dimostrare che nell'universo esistano altre forme di vita. Nel
vuoto vengono mandati segnali di ogni tipo, attraverso sofisticate
antenne, con la speranza che qualcuno risponda. Il film parte da una
base scientifica. Esiste in realtà un grande progetto di ricerca
statunitense, denominato SETI (Search
for Extraterrestrial Intelligence), che consiste nello
scandagliare con potentissime antenne lo spazio, con la speranza di
ricevere segnali e messaggi intelligenti al di là del sistema
solare ( Extraterrestre,
Vita, II.3). Nella realtà nessun tipo di messaggio Ë stato
ottenuto, ma il film rompe ogni barriera, costruendo un racconto
dove entità di intelligenza superiore rispondono, mettendosi in
"contatto" con la protagonista, al fine di risolvere una sua
insopprimibile domanda. Dove troveremo le persone care che ci hanno
lasciato? La ragazza ritroverà il padre amato e perduto in
giovanissima età. Una volta queste risposte le davano i teologi;
oggi le forniscono a milioni di individui in tutto il mondo, con
tono accattivante e persuasivo, le comunicazioni di massa attraverso
i grandi film di fantascienza.
Il tema era stato presentato con forza nel 1977
in Incontri ravvicinati del
terzo tipo di Spielberg. Il regista prende di petto gli
extraterrestri facendoli uscire dall'alveo della rappresentazione
negativa, per metterli al fianco dell'uomo (l'operazione gli
riuscirà, ancora meglio, qualche anno dopo con E.T.).
Nel film Spielberg struttura una storia dove dopo il primo tipo di
incontro da parte degli uomini con gli UFO (avvistamento), e il
secondo (raccolta di prove assolutamente certe della loro
esistenza), si arriva al terzo, al contatto vero e proprio.
L'incontro con gli extraterrestri avviene in un luogo protetto,
che gli scienziati avevano preparato per il grande momento. Una
pacifica astronave riconsegna - in un clima sereno, ricco di
luci - diversi uomini misteriosamente scomparsi in passato.
Li riconsegna così come li ha presi, senza che un minuto della loro
vita sia trascorso, e su quella astronave spaziale montano alcuni
scienziati. Insieme, uomini ed extraterrestri, costruiranno un mondo
migliore.
«Già negli anni Quaranta - osserva Cecilia Gatto Trocchi -
varie personalità hanno sostenuto di essere entrate in contatto
con gli extraterrestri. Su questa moda si è sviluppata una nuova
sensibilità che fa dei messaggi degli extraterrestri il punto di
forza di gruppi a sfondo spirituale e mistico, spesso non molto
numerosi ma assai attivi» (Gatto Trocchi, 1998, p. 217). Si
parlava prima di una sorta di antirazionalità che prende però avvio,
nella rappresentazione cinematografica, dal medesimo contesto scientifico,
quasi una scienza incitata a guardare a forme non razionali. Uno
degli "ufologi" protagonista di Incontri ravvicinati del terzo tipo (il regista François Truffaut,
che recita nel film di Spielberg) è proprio questo: uno scienziato
che crede all'esistenza di "mondi paralleli", abitati da extraterrestri
con i quali si può dialogare. Razionale e irrazionale: eccolo, servito
su un piatto d'oro, sotto le sembianze di una favola di celluloide,
buona per i bambini come per gli adulti, il senso profondo di Incontri
ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of theThird
Kind, 1977) film che segna l'affermazione della New Age
cinematografica.
IV. Da Guerre stellari a Matrix, ovvero la sopravvivenza del mito
Storie di celluloide con protagonisti uomini proiettati in mondi
fantastici e avventure incredibili, impegnati a conquistare cieli
stellari, galassie e spazi infiniti, hanno di fatto consentito un
pesante sfondamento della razionalità e incrementato il processo
di demitizzazione iniziato in Occidente fra gli anni Cinquanta e
Sessanta, portando di conseguenza, ad una divinizzazione, radicalmente
relativista e pienamente postmoderna, dell'umano. Star Trek,
ovviamente, è estraneo a questo processo culturale, ma c'è una serie
di fantascienza ancora più fortunata, che ne ha incrementato lo
sviluppo successivo: stiamo parlando della saga di Guerre stellari.
Questo prodotto tipico del consumo culturale di massa degli anni
Ottanta si deve all'ingegno dell'americano George Lucas, che nel
1977 costruisce il prototipo della serie, Guerre stellari
(Star Wars), al quale faranno seguito altri due celebri film:
L'impero colpisce ancora (The Empire Strikes Back,
1980, regia di Irvin Kershner) e Il ritorno dello Jedi (Return
of the Jedi, 1983, regia di Richard Marquand). A questi primi
tre film, usciti nuovamente nelle sale di tutto il mondo (e in una
nuova versione in videocassetta rimasterizzata) per celebrare il
ventennale della prima proiezione, Lucas ha deciso di far seguire
una prologo della storia, composto da altri tre lungometraggi. Il
primo è già stato realizzato e lanciato sul mercato nel 1999, con
il titolo Episodio I. La minaccia fantasma (The Phantom
Menace).
L'ideatore, regista e produttore di Guerre stellari ha rilasciato nel corso del tempo numerose
interviste per sostenere che la sua creatura cinematografica è
stata determinata soprattutto per spingere gli uomini a riflettere
sulla problematica di Dio. Parlando di un tema centrale della sua
creazione - la "Forza" - Lucas ha dichiarato: «La
Forza si è evoluta nei numerosi sviluppi dei personaggi e della
trama. Volevo un concetto di religione basato sulla premessa che
esiste un Dio e che esistono il bene e il male. Iniziai a distillare
l'essenza di tutte le religioni in quella che io pensavo fosse
un'idea di base comune a tutte e altrettanto comune al pensiero
primitivo. Volevo sviluppare qualcosa che fosse aconfessionale ma
che potesse sembrare una vera religione. Io credo in Dio e credo
nell'esistenza del bene e del male. Credo anche che esistano dei
dogmi di base che nel tempo si sono sviluppati in certezze, come
"non uccidere". Io non voglio offendere gli altri. La filosofia
che permea la mia opera è "Non fare agli altri .". La Forza
l'ho messa nel tentativo di risvegliare nei giovani una
spiritualità più legata all'idea di un Dio, che a qualche
specifica religione. Puoi dire "ci credo" oppure "ci penso".
L'importante è farsi domande» (Star
Wars. Guida al film, RCS, Milano 1999).
In una recente dichiarazione rilasciata in
occasione dell'uscita di Episodio I.
La minaccia fantasma, ha affermato: «Ho messo nel film una
forza che risveglia un certo tipo di spiritualità nei giovanissimi.
Si tratta però più di un credere in Dio che in un particolare
sistema religioso. L'ho fatto apposta per costringere i bambini a
chiedere spiegazioni su questo grande mistero. Vedere intorno a me
gente che non ha la curiosità di domandarsi se esiste o no Dio mi
sembra la peggiore cosa che possa capitare» (Guerre stellari avvicina i bimbi a Dio, "Il Giornale",
21.4.1999). Lucas è davvero convinto che questa nuova serie di Guerre stellari sia il miglior strumento per avvicinare le giovani
generazioni al mistero divino, attraverso il genere della
fantascienza. Infatti così prosegue nella dichiarazione: «Ciò che
voglio è sentire gente che mi dice: mi sto guardando attorno, sono
molto curioso di sapere e non avrò pace fin tanto che non scoprirò
una risposta. Se non sarò in grado di trovarla morirò tentando di
scoprire il mistero della creazione del mondo. Guerre stellari tenta di distillare tutti i quesiti che la religione
può porre e ritrasforma in un unico concetto, quello che esiste un
grande mistero. Mi ricordo che quando avevo dieci anni e chiedevo
alla mia mamma come mai se c'è un solo Dio esistono tante
religioni. A tutt'oggi non ho ancora trovato una risposta e la mia
conclusione è che tutte le religioni sono vere. Sono convinto che
esiste un Dio, non ci sono dubbi su ciò. Non sono sicuro, però,
chi sia questo Dio e cosa sappiamo di lui» (ibidem). Ma a quale Dio fa riferimento George Lucas? Al Dio della
Rivelazione giudeo-cristiana oppure ad un'altra forma di divinità
che governa i destini della terra? Il suo pensiero pare
sufficientemente chiaro al riguardo: al regista non interessa
nessuna religione in particolare, ma ritiene che il contesto
dell'universo e dei suoi mondi, i cui orizzonti lontani la
fantascienza rende accessibili e manipolabili, sia capace di
suscitare il tema di Dio e di riproporre, in forme mitologiche ancor
prime che etiche, l'eterno confronto fra il bene e il male.
La vastità del successo della saga di Lucas è
impressionante: nella classifica dei più alti incassi di tutti i
tempi registrati negli Stati Uniti, Guerre
stellari è secondo con 461 milioni di dollari, superato solo da
Titanic; Il ritorno dello Jedi è settimo con 309, L'impero colpisce ancora nono con 290; considerando invece il
mercato mondiale, Guerre
stellari è sempre secondo con 797, dietro a Via
col vento; L'impero
colpisce ancora è tredicesimo con 431 e Il
ritorno dello Jedi quattordicesimo con 413 milioni di dollari.
La stragrande maggioranza di quanti hanno provato a decifrare il
successo di Guerre stellari lo ha fatto utilizzando chiavi di lettura legate
specialmente alla struttura narrativa, all'abbondante uso di
effetti speciali, al fascino suscitato dalle radici mitologiche.
Ma c'è un elemento - sin troppo
evidente - sul quale si riflette poco. In Guerre
stellari Lucas riesce abilmente a riproporre una storia che
apparentemente può sembrare una ennesima variazione del "canone
biblico", quello cioè in cui esiste una chiarissima distinzione
tra il Bene e il Male ed in cui l'uomo si muove entro un orizzonte
segnato dalla presenza di Dio, mescolandola anzi piuttosto
stravolgendola, con una forte contaminazione di elementi di natura
religiosa provenienti dall'Oriente, rivelati ad esempio dal fatto
che l'uomo pare depotenziare la forza divina a tutto vantaggio
della forza umana. In questo senso si può parlare di Guerre
stellari come di un genere di "fantamistica", con
l'extraterrestre assurto a immagine di Dio. In Guerre
stellari, è vero, viene continuamente invocata la Forza, che
nelle avventure spaziali pare possedere un potere divino
onnipotente. Ma la Forza, secondo Lucas, non ha valori assoluti, in
quanto può essere al contempo positiva o negativa. La Forza dunque,
essendo neutra, può servire al raggiungimento sia del Bene che del
Male. Tutto dipende da come la mente - quindi la soggettività,
intesa come strapotere dell'umano - utilizzi la Forza
stessa. In una scena del film quanto detto è spiegato chiaramente:
Yoda, un piccolo elfo, insegna a Luke Skywalker ad utilizzare il
potere della mente (c'è piena concordanza con il buddismo zen e
Yoda è una limpida visualizzazione di un "maestro") per
affrontare e volgere a proprio vantaggio le difficoltà incontrate,
rapportandosi con la Forza in modo soggettivo, trovandola solo in se
stesso. Osserviamo incidentalmente che nella Sacra Scrittura un
simile contesto non sarebbe possibile. Nell'episodio di Sansone ad
esempio (cfr. Gdc cc.
13-16), l'eroe israelita possiede una forza straordinaria, ma la
utilizza in un primo tempo malamente, seguendo la passione per
Dalila, e solo successivamente, quando entrerà in un rapporto umile
e confidente con Dio, la adopererà per raggiungere uno scopo
giusto.
Chi è riuscito, dopo il grande successo
planetario di Guerre stellari,
a portare alle estreme conseguenze quanto avviato dal regista George
Lucas sono stati i fratelli Wachowski nel loro film di culto Matrix
(il film è del 1999 e all'opera seguiranno almeno altri due film
per il cinema). Anche in questo film vediamo come la spiritualità
orientale venga di fatto mescolata ad un fortissimo impianto
biblico, ed offerta agli spettatori sotto forma di religione
virtuale, propagata anche grazie alla rete di Internet, dove i
cultori di Matrix possono
sbizzarrirsi. In particolare il protagonista di Matrix, Neo, ha un fortissimo parallelismo con la figura di Gesù
Cristo, di cui sembrerebbe voler impersonare la figura di Salvatore
messianico. Vediamo soltanto alcuni sorprendenti parallelismi:
Cristo viene annunciato da varie profezie -
Neo viene annunciato mediante una profezia liberatrice
dell'Oracolo; Cristo è indicato da Giovanni Battista - Neo è
indicato da Morfeo; Cristo deve salvare l'umanità - Neo ha per
missione la salvezza dell'universo. Gesù Cristo, come Neo,
riunisce dei discepoli. Cristo viene venduto da Giuda per danaro -
Neo viene venduto da Chyper in cambio di un'esistenza migliore;
Cristo viene messo a morte per mano delle autorità del Tempio -
Neo a causa degli agenti di Matrix; Cristo risorge per l'amore del Padre e con la forza dello
Spirito Santo - Neo risorge per l'amore di una donna con un nome
originale, Trinity, sempre al suo fianco durante le sue peripezie
terrene. Cristo ha poteri taumaturgici durante la vita terrena e
divini dopo essere risorto - Neo ha poteri speciali in vita e
diventa onnipotente dopo la risurrezione. Infine, come Cristo
ascende al cielo, Neo lo imita nel volo finale del film. Si potrebbe
continuare ancora a lungo nella descrizione delle similitudini
presenti nella migliore visualizzazione cinematografica del Cristo
secondo la New Age
attraverso la figura di
Neo, ma un parallelo del genere si potrebbe anche fare con il
piccolo Anakin Skywalker di Episode I della serie di Guerre
Stellari.
Se la modernità del cinema (storicamente affermatasi tra la fine
degli anni Cinquanta e in tutto il decennio successivo) aveva messo
al centro dei propri interessi il problema dell'eclissi del sacro,
la fase successiva, che potremmo chiamare la "postmodernità del
cinema", ha strettissime attinenze con la tematica del risveglio
e del ritorno del sacro (
Esperienza, V.1).
Due sono le tendenze che caratterizzano questa nuova fase della
cinematografia, dai contorni ancora labili, pur se già ben definiti
nei tratti essenziali. Da una parte assistiamo ad un ritorno di
interesse per tematiche di natura escatologico-esistenziale ancorate
alla tradizione culturale dell'Occidente giudeo-cristiano; dall'altra
assistiamo ad una massiccia attrazione per forme alternative di
nuove spiritualità, di natura sincretista e gnostica, mescolate
ad abbondanti dosi di irrazionalità e ricche di interesse per le
religioni orientali, tipiche della New Age. Ormai gli schermi
contemporanei, oltre che di extraterrestri, sono popolati anche
di angeli;
ma se gli angeli de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel
über Berlin, 1989) di Wim Wenders sono ancora radicati nella
tradizione biblica, gli angeli che affollano la City of Angels
(1998) di Brad Silberling, protagonisti della volgarizzazione in
stile New Age del precedente film, non lo sono certamente più. E per le
stesse ragioni gli schermi sono popolati di astronavi spaziali.
Ma il mondo di Star Trek, sviluppato scientificamente oltre
ogni misura, non ha ancora deciso di fare a meno di Dio, mentre
Guerre stellari questo passo lo ha già compiuto.
Claudio Siniscalchi
Vedi:
DIVULGAZIONE; EXTRATERRESTRE, VITA; MITO; NEW AGE.
Bibliografia:
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"Letture" n. 4, 1980; A.C. CLARKE, 2001 Odissea nello spazio
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The Twentieth Century Extraterrestrial Life Debate and the Limits
of Science, Cambridge University Press, Cambridge (UK) 1996,
cap. 5: "Extraterrestrials in Literarture and the Arts", pp. 222-266;
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Idee per un'etica della comunicazione, F. Angeli, Milano 1998;
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TROCCHI, Nomadi spirituali. Mappe dei culti del nuovo millennio,
Mondadori, Milano 1998; M. PALMARO, La filosofia di Star Trek,
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Il Dio della California. La New Age cinematografica, Ente
dello Spettacolo Editore, Roma 1998; C. SINISCALCHI (a cura di),
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Spettacolo Editore, Roma 1998; J. BAXTER, Stanley Kubrick. La
biografia, Lindau, Torino 1999; J. BAXTER, George Lucas.
La biografia, Lindau, Torino 1999; A. FUMAGALLI, Cinema dei
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Editrice Punto Zero, Bologna 1999; V. LO BRUTTO, Stanley Kubrick.
L'uomo dietro la leggenda, Editrice Il Castoro, Milano 1999;
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Editore, Roma 2000; C. SINISCALCHI (a cura di), Il cinema: immagini
per un dialogo tra i popoli e una cultura della pace nel Terzo Millennio,
Ente dello Spettacolo Editore, Roma 2000.
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