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Bellezza
Wil Derkse
Giovanni Paolo II, Lettera agli Artisti,
4.4.1999, OR 24.4.1999.
I. Semplicità ed eleganza: una visione storica
di insieme - II. La richiesta di semplicità e bellezza nelle formulazioni
della scienza - III. Alcune riflessioni filosofiche su semplicità
e bellezza - IV. La bellezza e il divino.
La nozione di «bello» (lat. pulchrum; gr. kalós)
nelle sue diverse accezioni attraversa tutta la storia del pensiero occidentale, come
concetto legato a valori estetici, logici, etici e religiosi. Il bello è definito come il
piacevole dei sensi, lutile o il corrispondente allo scopo, il buono, il vero,
lidea o il suo tralucere, il divino e la sua epifania, ma anche larmonico, il
proporzionato, luno nel molteplice. Lidea dellaffinità del bello con il
bene, è presente nel pensiero di Socrate, dominante in Platone nel Simposio,
precisata e differenziata da Aristotele nella Metafisica (cfr. XIII, 3),
riaffermata da Plotino. Tale idea riemerge nelletica ed estetica di Shaftesbury, e
influenza attraverso Schiller tutto il pensiero dei Romantici. La nozione platonica di
bello delineata nel Fedro e nel Simposio alimenta le discussioni
rinascimentali sullamore, attraversa il classicismo di Winckelmann, la metafisica di
Schelling e la filosofia di Schopenhauer. Lidea del bello come armonia, proporzione,
unità nella molteplicità, di probabile origine pitagorica, sostenuta da Platone e da
Aristotele, compare anche nellestetica di Tommaso dAquino,
sebbene questi non dedichi al pulchrum unattenzione particolare. Il bene è
cercato dalla volontà ed ha ragione di causa finale, mentre nel bello trovano riposo la
vista e lintelletto ed ha principalmente ragione di causa formale (cfr. Summa
theologiae, I, q. 5, a. 4; I-II, q. 27, a. 1 ad 3um): nel bello, esteticamente inteso,
lintelletto scorge gli elementi dellintegrità, compiutezza e perfezione, la
proporzione fra le parti, la consonanza con il soggetto, e dunque una particolare
chiarezza ed intelligibilità.
Linterpretazione metafisica del concetto di bellezza in quanto
proporzione, armonia, unità nella molteplicità, è connessa anche
al problema della teodicea come in Agostino
e in Leibniz.
Il valore estetico o poetico del bello diventa dominante nelle meditazioni
settecentesche e diventa tema centrale della Critica del Giudizio
di Kant, ove la bellezza della natura, fuori dallambito dellarte,
diventa un concetto indipendente, che si realizza negli elementi
della realtà che possono essere cose, piante, fiori, animali, paesaggi,
ma anche persone, atti mentali o morali di esse. In Kant
il sentimento del bello è legato al sentimento del sublime, strumento
di percezione della perfezione e del senso del mondo, di cose belle
o brutte, quindi chiave di accesso alla perfezione misteriosa del
cosmo e di Dio. In questo senso, la bellezza in quanto armonia e
proporzione cosmica diventa una delle chiavi di interpretazione
comuni alla filosofia e alla scienza, entrambe tese verso la ricerca
della semplicità di un principio, luna attraverso il linguaggio
metafisico della trascendenza, laltra attraverso il linguaggio
della matematica e linterpretazione delle leggi
naturali in termini di ordine, coerenza ed unificazione.
I. Semplicità ed eleganza: una visione storica di insieme
1. Introduzione. Semplicità ed eleganza sono nozioni usate comunemente nel
linguaggio quotidiano. Vi è una notevole quantità di proverbi, massime e frasi nelle
quali sono implicati i concetti di semplicità e eleganza. La
«semplicità» intesa come virtù sembra essere unidea dominante
in svariati campi: nel carattere e nei comportamenti umani, nel modo di offrire una
spiegazione o di presentare una teoria, nello stile in generale e nelle arti.
L«eleganza», spesso usata in contesti simili, mette specialmente
in risalto la componente della scelta umana. Semplicità ed eleganza unite insieme sono
viste come idee guida che aiutano ad ottenere dei risultati, nel senso più generale, che
rispondono o si adattano in modo eccellente ad una data situazione reale. Già in questo
uso spontaneo della nozione di semplicità ed eleganza non mancano alcune tensioni: le
nozioni sono infatti collegate allattività umana, i cui risultati sono valutati
secondo la loro corrispondenza con la realtà; la semplicità, e specialmente
leleganza, sono il risultato di allenamento e disciplina, ma possono facilmente
mutare nel loro contrario quando non appaiono come caratteristiche
naturali del soggetto; la semplicità e leleganza non sono
facilmente raggiungibili, ma questo non dovrebbe scoraggiare. Le nozioni di semplicità,
di eleganza ed anche quella della bellezza sono spesso unite, nel linguaggio comune, alla
maestria, che le collega alle arti e alle scienze.
Nella storia della filosofia e della scienza, la semplicità e in
minor grado leleganza, sono presenti come ideali e princìpi
dagli inizi fino allepoca contemporanea. Nel corso della storia
della scienza, il significato e limportanza di queste nozioni
hanno avuto accenti del tutto differenti, anche se alla loro base
si può osservare una certa continuità. La richiesta di semplicità,
come rivelativa di una certa eleganza e bellezza, è collegata con
il campo della spiegazione di qualcosa (quando questa
è tale da richiedere un minimo di elementi esplicativi), e più in
particolare con il ragionamento e la dimostrazione
(con la richiesta di un minimo di assiomi e di passaggi logici),
con il metodo e il procedimento (dove risponde
a criteri di economia e di minima azione), e infine con la teoria
(con un numero più piccolo possibile di ipotesi, cause o assunzioni).
Lesigenza di questo minimo è controllata dallesigenza
di adeguatezza. La motivazione o la fondatezza di questa esigenza
di semplicità può derivare da fonti differenti: dalla convenzione
e dallutilità pragmatica, dallesperienza che la semplicità
può essere di un valore euristico, da una motivazione estetica,
da convincimenti od impegni di carattere ontologico, da ipotesi
metafisiche o teologiche.
2. Aristotele e il pensiero antico. Come avviene per molte
altre idee e nozioni che giocano un ruolo predominante nella filosofia
e nella scienza, forse non tanto la nascita quanto la maturazione
della nozione di semplicità appare già nellopera di Aristotele
(384-322 a.C.). Da un punto di vista storico, parlare di un rasoio
di Aristotele è più esatto che parlare del rasoio di
Ockham. In prospettiva storica, Aristotele è anche responsabile
del fatto che quella di semplicità sia una nozione con più risvolti,
complessa e forse anche confusa. Il suo abbondante uso di alcune
forme del principio di parsimonia, di economia o di semplicità può
e deve essere riconosciuto in vari campi ed ha molteplici caratteristiche:
come un principio di assunto ontologico minimale (nella Fisica),
come una regola metodologica (negli Analitici Posteriori),
come un criterio per la teoria-valutazione (nel De Coelo
e nella Fisica), come un espediente euristico (negli scritti
di biologia), come una sorprendente caratteristica delloperare
della natura, che dà soddisfazione estetica e gioia intellettuale
(le opere biologiche). E, inoltre, egli collega la richiesta di
semplicità nelle sue svariate forme, con la razionalità e intelligibilità
della natura ( FINALITÀ,
VII; LEGGI NATURALI, IV.2). In una pagina della Metafisica,
Aristotele risponderà ad alcuni filosofi i quali negavano che la
matematica potesse parlare del bene e del bello. Egli replica che,
se in apparenza la matematica non parla del bello, in realtà essa
considera proprio quelle che sono le supreme condizioni e le forme
del bello: «Le matematiche parlano del bene e del bello e
li fanno conoscere in sommo grado: infatti, se è vero che non li
nominano esplicitamente, ne fanno tuttavia conoscere gli effetti
e le ragioni [
]. Le supreme forme di bello sono lordine,
la simmetria e il definito, e le matematiche le fanno conoscere
più di tutte le altre scienze» (XIII, 3, 1078a 32-39).
Dalla prospettiva della sua personale teoria della conoscenza, la semplicità come una
caratteristica ontologica ed epistemica può essere qualificata come principio piuttosto
che come un assioma o una regola. Essa non era vista come un semplice obiettivo, ma come
il culmine, faticoso da raggiungere, di un tentativo intellettuale di ricerca di ciò che
sta al principio. In questa indagine sui princìpi lintuizione giocava un ruolo
importante, attirata dalla soddisfazione intellettuale che accompagna i progressi nella
giusta direzione. In questo processo la semplicità agisce come catalizzatore euristico.
Buona parte dei contenuti dellattuale dibattito epistemologico sulla semplicità
possono essere collegati con gli argomenti più rilevanti del corpus aristotelico:
la semplicità quale criterio in entrambi i contesti della scoperta e della
giustificazione (per usare un linguaggio moderno), come indicatore di bellezza e di
verità, come avente aspetti euristici, metodici, ontologici, metafisici e religiosi.
Questi testi informano altresì sul fatto che la nozione della razionalità del mondo,
dellordine cosmico, della finalità e delleconomia sono collegate nel pensiero
metafisico da una certa circolarità.
Ma Aristotele non era certamente il solo rappresentante del pensiero
antico a sostenere il concetto di semplicità. Egli stesso considera
la semplicità come principio permanente nella matematica; anche
nellastronomia greca si possono trovare molti esempi nei quali
la semplicità e leconomia svolgono un ruolo importante ( ASTRONOMIA,
I). Gli studi dei cieli (iperuranio) sono collegati in questa scienza
al Divino e alle caratteristiche del Divino, in primo luogo la sua
semplicità e la perfezione. Il ruolo dominante del cerchio e delle
sfera nellastronomia greca possono essere collegati con queste
caratteristiche. Il concetto di mondi perfettamente ordinati, limportanza
del numero e della bellezza del metodo astronomico riflettono la
perfezione divina e la semplicità. Questa convinzione ha da allora
sempre accompagnato la ricerca scientifica. Lapplicazione
del criterio di semplicità in astronomia ha condotto anche a rapporti
dialettici che hanno poi giocato un ruolo perenne, come la tensione
tra la semplicità dei princìpi (sia qualitativi che quantitativi)
e di alcuni concetti basilari, da un lato, e la comodità e la semplicità
richiesta dalle operazioni e dai calcoli, dallaltro; la tensione
tra la vera conoscenza dei fatti, che può compromettere la semplicità,
e la tentazione autodistruttiva di introdurre delle ipotesi ausiliarie
con lo scopo di salvare a tutti i costi la semplicità.
Termine dotato nel mondo antico latino di connotati positivi e
negativi, e comunque collegato con una scelta, leleganza divenne
al tempo di Cicerone (106-43 a.C.) una virtù morale e intellettuale.
Il vir elegans di Cicerone era uno specialista nellarte
dello scegliere. La scelta legata al gusto poteva e doveva essere
una caratteristica naturale (anche se in gran parte prodotto di
allenamento e disciplina) della condotta di un uomo in molti ambiti:
linguaggio, retorica, arte, amicizia, moralità, scienza. Il buon
gusto in questo senso comporta dei giudizi buoni e prudenti,
non è soggettivo e irrazionale, bensì il risultato di una competenza
morale e intellettuale. Questa caratteristica di fondo è presente
anche quando parliamo di una dimostrazione elegante,
di un esperimento elegante, e di uno stile elegante.
Elegantia nel senso ciceroniano è opposta alleleganza
come apparenza superficiale, artificiale e studiata. È invece collegata
a ciò che è adatto e appropriato senza superficialità (il concetto
di elegantia è in relazione col principio di parsimonia)
e senza semplificazioni inadeguate. La nozione di elegantia
è usata sempre nel contesto del comportamento e dellattività
umana e nei prodotti che ne conseguono, come libri o teorie, ma
solamente in quanto essi sono aderenti in modo adeguato alla realtà.
3. Il pensiero medioevale e il rasoio di Ockham.
Roberto Grossatesta (1175-1253) è stato una delle figure cardine
tra lincompleta eredità del pensiero antico e la scolastica.
Avido lettore, traduttore e commentatore di Aristotele, ecletticamente
interessato e portato allo studio dei fenomeni naturali, egli collega
il concetto di economia di pensiero, metodo e natura da un lato,
con quelli di bellezza, luce e Creazione dallaltro. Grossatesta
può essere considerato il padre fondatore della scuola di scolastica
francescana di Oxford, insieme a Ruggero
Bacone, Duns Scoto, Ockham e Chatton, e ai loro (assai differenti)
eredi. Specialmente Guglielmo di Ockham (1280-1349), ma anche gli
altri rappresentanti del periodo scolastico hanno mostrato una crescente
attenzione al principio di parsimonia. Questo era però accompagnato
da un cambiamento di enfasi; lontana dagli accenti più forti derivati
dalla teologia, la parsimonia era soprattutto collegata alla spiegazione
e alle asserzioni ontologiche presenti nella dimostrazione e nella
spiegazione. La reificazione dei concetti, come anche
lintroduzione di parva res, quali cause reali, dovevano
essere scartati perché elementi superflui. Questo accento di enfasi
sugli aspetti logici non mise completamente in ombra i lati estetici
e metafisici della nozione di semplicità, specialmente in connessione
con Dio e la Natura, compresa come creazione di Dio. Sarebbe errato
asserire che linterpretazione di Ockham del principio di semplicità
debba essere etichettata come antimetafisica. Il dibattito tra Ockham
e Chatton sul principio di parsimonia è un preludio al dibattito
contemporaneo. Il termine rasoio, collegato al principio
di parsimonia, risale probabilmente al Rinascimento; la formula
latina entia non sunt multiplicanda sine necessitate non
si trova negli scritti di Ockham. Tuttavia è possibile dimostrare
una continuità tra lattenzione di Ockham alle nozioni di semplicità
e parsimonia e le sue successive riformulazioni e reinterpretazioni
fino al XX secolo.
4. Semplicità ed eleganza nella nascita e sviluppo della scienza
moderna. Questa continuità nelluso della semplicità e
delleleganza come idee-guida verrà poi mostrata anche dalla
scienza moderna, la cui nascita è spesso interpretata nei termini
di una rivolta contro laristotelismo e la scolastica. Ma,
come vedremo nella prossima sezione (vedi infra, II.2), nelle
raccomandazioni dei nuovi rivoluzionari, nei loro metodi
e concetti, si può intravedere una continuità con il periodo precedente,
per il fatto che la parsimonia e la semplicità sono prese in considerazione,
e spesso espresse con massime e frasi già incontrate nel periodo
scolastico, derivanti dal pensiero greco, specialmente da Aristotele.
La raccomandazione alluso della semplicità guida molti successi
teoretici, nei quali una crescita di semplicità ed unificazione
è accompagnata da una crescita del campo di applicazione e della
intuizione delle regole fondamentali. Le teorie centrali di Newton,
Maxwell o Einstein mostrano questo sviluppo. A partire dalla fine
del XVIII secolo in avanti, laspetto estetico della semplicità
nella scienza, espresso dallesigenza di eleganza nelle teorie,
nel metodo e nella sperimentazione, è sempre più accentuato. Come
esempio paradigmatico di questo atteggiamento, gli scritti di Einstein
danno una grande quantità di esempi (vedi infra, II.3). Nellesame
di questo atteggiamento è sorprendente che tutti gli elementi presenti
nelluso implicito ed esplicito di Aristotele del principio
di semplicità abbiano ancora un ruolo nel discorso scientifico moderno:
come espediente euristico, come minimo impegno ontologico, come
criterio di scelta teoretica o di rifiuto teoretico, come elemento
di stile e metodo, come fonte di soddisfazione intellettuale, come
indicatore della razionalità e intelligibilità del mondo.
Gradualmente, la nozione di semplicità, e in notevole minor grado
quella di eleganza, è diventata oggetto di riflessione tra gli scienziati
stessi e tra i filosofi della scienza. Specialmente nella discussione
di questi ultimi, essa era condotta con analisi e valutazioni divergenti:
semplicità come mito, come questione di convenzione, come indicatore
di bellezza, come indicatore di verità, come principio naturale
di minimo impegno, come unespressione della razionalità della
natura. Il rifiuto della semplicità da parte di coloro che la ritenevano
un mero mito è stato falsificato dalluso vivace e fecondo
fattone dalla scienza, come mostrato in modo convincente dalla storiografia,
sebbene limpiego della semplicità nel metodo scientifico sia
difficile da caratterizzare, sistematizzare o anche quantificare.
Apparentemente la semplicità è una nozione complessa ed essenzialmente
relativa, che appartiene più al campo della phrónesis
che a quello dellepistéme. La discussione tra i filosofi
della scienza ha tuttavia condotto ad una certa chiarificazione:
sono state distinte varie forme di semplicità, e nellambito
di ciascuna forma possono essere valutati vari gradi di semplicità.
Nella ricostruzione delle decisioni concernenti la scelta teorica,
risulta difficoltoso soppesare questi fattori, specialmente perché
altri fattori, apparentemente di tipo non-razionale (estetico, supposizioni
metafisiche, ecc.), giocano un ruolo supplementare e complesso da
sbrogliare. In tempi recenti è stata prestata una maggiore attenzione
al ruolo e allo status di questi fattori estetici, linvestigazione
dei quali ha condotto ad un nuovo apprezzamento dei cosiddetti fattori
non logico-empirici, ed anche personali ( POLANYI,
II), che sono presenti in ogni scelta teorica.
II. La richiesta di semplicità e bellezza nelle formulazioni della
scienza
1. Esperienza estetica ed estetica delle formulazioni. Il breve
itinerario storico qui tracciato evidenzia come, fin dallantichità,
il lavoro di studio e di interpretazione della natura
sia stato testimone di una particolare convergenza fra semplicità
e conoscenza; in tale convergenza la bellezza, nel suo aspetto di
eleganza, di armonia e di rapporto fra le forme, gioca un ruolo
particolare. Il sorgere della scienza moderna non ha rappresentato
alcuna interruzione in questa prospettiva. Come mostrato già tempo
addietro da A. Lamouche (1955), gli scienziati che hanno reso onore
al principio di semplicità, vedendovi un principio euristico
di verità e di comprensione del reale, sono così numerosi che vi
sarebbe bisogno di un intero volume solo per raccoglierne le citazioni
salienti. Da Copernico ad Einstein, le riflessioni degli scienziati
sulla natura e sulle formulazioni fisico-matematiche che rappresentano
i fenomeni osservati, ripropongono in modo ricorrente cinque attributi:
semplicità, eleganza, armonia, ordine ed unità, presentati quasi
sempre in relazione ad una precisa convinzione circa la razionalità
e lintelligibilità del mondo ( LEGGI
NATURALI, IV.2). Il linguaggio e le modalità con cui si utilizzano
questi attributi assomiglia sorprendentemente ad espressioni che
possiamo facilmente incontrare nelle opere di Aristotele o di alcuni
autori della scolastica medioevale.
Il rapporto fra bellezza e pensiero scientifico è però, in certo
modo, più ampio e profondo di quanto non facciano pensare le sole
formulazioni delle scienze naturali. Esso nasce in primo luogo dalla
semplice osservazione della natura, luogo di una singolare esperienza
estetica. Lo scienziato si rende poi conto, poco a poco, che buona
parte di tale bellezza risponde a criteri di simmetria e di armonia
rappresentabili in termini geometrici o matematici. Sorta in prima
istanza nellambito della musica, ove la bellezza dellarmonia
veniva messa in relazione con specifici rapporti matematici fra
le frequenze e le ampiezze dei suoni quanto già operato
da Pitagora troverà ancora eco in Keplero,
il cui trattato sulle posizioni e le orbite planetarie porterà il
significativo titolo Harmonices Mundi (1619) ,
il legame con la matematica e la geometria sarà poi riconosciuto
nella ricorrenza di alcune forme (è il caso ad esempio della spirale
di Archimede), o di alcuni rapporti fra lunghezze (come nel caso
della sezione aurea, o della serie del Fibonacci, questultima
rintracciabile nelle strutture dei vertebrati e nelle ramificazioni
dei vegetali). Veicolo privilegiato di questo dialogo fra geometria
e bellezza è stata larchitettura e, in tempi più recenti,
lingegneria. Così come avveniva per le cattedrali del passato,
anche nelle sofisticate strutture dei ponti o degli aerei della
civiltà contemporanea, la bellezza e larmonia dellestetica
sono spesso direttamente proporzionali alla quantità di scienza
che essi contengono. Limmutato appello allesperienza
estetica a partire dallosservazione scientifica è oggi testimoniato
dalla grande diffusione e successo delle figure costruite con la
tecnica dei frattali o delle immagini di nebulose e galassie trasmesse
in tutto il mondo dallHubble Space Telescope, solo
per citare due esempi noti anche al grande pubblico.
2. La bellezza nella storia della scienza: alcuni esempi.
Un aspetto del quale intendiamo qui occuparci più da vicino è quello
del rapporto che la semplicità e la bellezza mantengono con il linguaggio
della scienza, specie con le sue formulazioni teoretiche. Un legame
che può giungere fino al punto da fare affermare a Paul Dirac che
«è più importante che le proprie equazioni siano belle,
piuttosto che esse combacino con gli esperimenti», perché
«se si lavora con la prospettiva di rendere belle le equazioni,
e si possiede una profonda intuizione, si è certamente sulla strada
del vero progresso nella conoscenza scientifica» (Dirac, 1963,
p. 47). Risalendo alla nascita della scienza moderna presentata
da alcuni come una rivoluzione istigata da Copernico,
avviata da Keplero e da Galileo e finalmente realizzata in modo
compiuto da Newton occorrerebbe segnalare che tutti
questi rivoluzionari erano sostanzialmente daccordo
con Aristotele, almeno fino a quando il discorso aveva per oggetto
la semplicità, lordine e bellezza del cosmo. Nellesporre
il suo sistema eliocentrico, Niccolò
Copernico scrive: «In mezzo a tutti sta il Sole. Chi, infatti,
in questo bellissimo tempio, porrà questa lampada in altro luogo,
migliore di quello da cui può illuminare tutto nello stesso tempo?
[
] Troviamo così in questo ordinamento unammirevole
simmetria del mondo ed un sicuro nesso armonico fra il movimento
e la grandezza degli orbi, quale altrimenti non è possibile trovare»
(De Revolutionibus Orbium caelestium, I, cap. X). E proprio
riferendosi al sistema copernicano, Keplero afferma di «averne
contemplato lincantevole bellezza con una gioia incredibile»
(cfr. Opera Omnia, Frankfurt 1858, vol. VI, p. 116). La proposta
di Copernico di porre il sole al centro del suo sistema rispondeva
infatti ad un criterio di semplicità, quello di ridurre il numero
di epicicli necessari per riprodurre il moto apparente dei pianeti.
Analogamente a quanto fece Galileo, cercando nei suoi esperimenti
del moto sui piani inclinati delle leggi che regolassero laumento
della velocità nel modo più semplice possibile (cfr. Opere,
Firenze 1968, vol. VIII, p. 197; GALILEO,
II); o Newton, la cui legge di gravitazione universale intendeva
rispondere ad un grande criterio di unificazione, quello di collegare
lattrazione gravitazionale dei corpi sulla terra con quanto
avveniva fra i corpi celesti. Si tratta di un modo di procedere
ben testimoniato da aforismi ripetuti in numerose occasioni da Keplero:
«la natura ama la semplicità
ama lunità
nulla vi è in essa di ozioso o di superfluo
la natura sceglie
sempre, per le sue operazioni, la via più facile.
» (cfr.
Opera Omnia, vol. I, pp. 112ss), tutte espressioni facilmente
rintracciabili anche nella filosofia della natura di Aristotele.
In epoca moderna lesempio forse più limpido di bellezza e
di simmetria nella formulazione di una teoria scientifica è quello
delle equazioni dellelettromagnetismo dovute a J. Clerk
Maxwell (1831-1879). La sua teoria unifica diversi gruppi di fenomeni
del campo elettrico e magnetico, la cui natura sembrerebbe, in apparenza,
indipendente. Una delle equazioni che maggiormente esprime lalto
valore estetico della teoria è quella che pone in relazione le costanti
dielettrica ε0 e diamagnetica μ0
del vuoto con la velocità della luce c, secondo lespressione
c2 ε0 μ0 =1, ricavata
su basi puramente teoretiche e poi confermata dalle misurazioni
sperimentali. Nellambito della chimica,
a partire dalla metà del XIX secolo e poi soprattutto con lavvio
della fisica atomica allinizio del XX secolo, gli scienziati
hanno assistito a come, in natura, si andava configurando ciò che
oggi conosciamo come la «Tavola periodica degli elementi»,
il cui primo sviluppo si deve nel 1870 a D.I. Mendeleev e L. Meyer.
La Tavola rappresenta un singolare esempio di semplicità, coerenza
interna e potere esplicativo. Basata sullordine progressivo
del peso atomico, secondo multipli aventi per unità lelemento
più semplice, lidrogeno, i luoghi occupati dai vari elementi
chimici riproducono periodicamente, a livelli di crescente complessità,
le proprietà chimiche dei vari elementi, in relazione puntuale come
si conoscerà più tardi con la struttura degli orbitali
elettronici associati ai nuclei dei diversi elementi ( MATERIA,
III). Siamo di fronte ad un unico elemento descrittivo
in grado di riunire e collegare fra loro le proprietà dei 92 elementi
riscontrati in natura, dallidrogeno alluranio, più quelle
degli elementi sintetizzabili in laboratorio. Sia la scoperta degli
isotopi, sia quella della struttura fine degli orbitali elettronici
non hanno modificato lo schema di partenza, ma lo hanno arricchito
mantenendone la logica. Ciò fa sì che per uno studente di chimica
del XXI secolo, sebbene sia in possesso di una quantità assai maggiore
di conoscenze, il compito di inquadrare ed ordinare queste informazioni
sia, in un certo senso, più facile di quanto non fosse per uno studioso
di chimica allinizio del XIX secolo.
Ulteriori esempi di eleganza e di bellezza nelle teorie fisiche
sono quelli della teoria atomica di Bohr (1913), che era in grado
di spiegare la complicata struttura degli spettri di emissione degli
atomi eccitati, in termini di una ordinata sequenzialità basata
su un preciso gruppo di «numeri quantici». Così la teoria
dei cristalli, che ipotizzava che le regolarità osservate su base
macroscopica fossero il riflesso di regolarità presenti su scala
microscopica, a livello della struttura ordinata dei reticoli atomici
e molecolari in cui essi risultavano formati. I criteri di simmetria
si impongono poi nellambito della meccanica analitica, ove
le simmetrie di traslazione, di rotazione, di similitudine e autosimilarità
si possono legare in modo semplice ed elegante con le invarianze
e le leggi di conservazione. Vi è poi tutto il panorama della descrizione
frattale, fondata su regole di simmetria e di replicazione. La moderna
meccanica
quantistica esprime la maggior parte delle sue formulazioni allinterno
di una «teoria dei gruppi» ove è ancora la simmetria
fra le proprietà delle varie particelle a giocare un ruolo fondamentale
per prevederne lesistenza prima ancora della loro scoperta
sperimentale.
3. Il caso di Einstein. Un discorso a parte merita in proposito
Albert
Einstein (1879-1955). Uno dei suoi più famosi biografi, Abraham
Pais, sostiene che, sia le teorie speciale e generale della Relatività,
sia la sua costante ricerca di una teoria unificata dei campi,
avevano origine da una precisa preoccupazione estetica: «Einstein
fu condotto alla teoria della relatività ristretta soprattutto da
considerazioni di carattere estetico, vale a dire da criteri di
semplicità. Questa splendida ossessione non lavrebbe più lasciato
per il resto dei suoi giorni. Lo avrebbe portato alla sua conquista
più grande, la relatività generale, e anche al suo fallimento, la
teoria unitaria dei campi» (A. Pais, Sottile è il
Signore.... La scienza e la vita di A. Einstein, Torino
19912, p. 155). Indagando sulle affermazioni di Einstein
durante un periodo di circa quarantacinque anni di attività scientifica,
si possono riconoscere un certo numero di aspetti collegati fra
loro, che poggiano tutti su una medesima base ontologica, quella
di vedere nella semplicità una guida euristica, sia in termini di
metodo che di principi. Nella sua opinione, le buone teorie dovevano
avere unorigine semplice.
Egli fu sempre particolarmente attratto dalla valenza estetica della
teoria dellatomo di Bohr, utilizzata negli anni 1910-1920,
ritenendo che il fatto che questo scienziato fosse riuscito con
tatto ed istinto a scoprire le leggi principali delle righe spettrali
e dei gusci delle orbite elettroniche, legando tutto ciò al significato
e al potere esplicativo che tale teoria assumeva per la chimica,
rappresentava «quasi un miracolo» e «la più alta
forma di musicalità nella sfera del pensiero» (cfr. ibidem,
p. 442). Analogo fu il suo giudizio nei riguardi della teoria della
radiazione termica di Planck, che Einstein vedeva giustificata sulla
base della sua semplicità e delle sue analogie con la teoria classica
( PLANCK,
V). Durante il suo sforzo per trovare una unificazione fra il campo
elettromagnetico e quello gravitazionale, era sorretto dalla completa
fiducia che quel legame doveva essere presente in natura,
in quanto lesperienza compiuta fino allora giustificava il
presentimento che in natura si attualizzasse lideale della
semplicità matematica. Si tratta di unassunzione di carattere
ontologico, che avrebbe certamente incontrato il consenso
di Platone e di Aristotele. La semplicità pareva svolgere per lui
una triplice funzione: come segno di validità, come guida euristica
e metodologica, come strada da seguire verso lunificazione
delle leggi, quasi una riproposizione in termini moderni della convinzione
degli antichi simplex ratio veritatis, la semplicità ha ragione
di verità.
Lassunzione ontologica circa la semplicità è però accompagnata,
e in qualche modo causata, da un impulso di natura estetica. Commentando
il suo lavoro alla teoria unificata, Einstein scriveva che «il
suo scopo non era né di inglobare linesplicato né di risolvere
alcun paradosso. Si trattava solamente di una ricerca di armonia»
(cfr. ibidem, p. 37). Motivi di carattere estetico ed emotivo
hanno certamente giocato un ruolo assai importante nellorigine
e nello sviluppo delle teorie einsteiniane. Egli stesso lo riconosceva
nei suoi discorsi e nelle sue lettere, conscio che molti suoi colleghi
ne fossero al corrente. Così si esprimeva in una lettera indirizzata
a Max
Planck in occasione del 60° compleanno di questi: «Il desiderio
di contemplare [
] larmonia prestabilita è la fonte dellinfaticabile
perseveranza e costanza con cui vediamo Planck dedicarsi ai problemi
più generali della nostra scienza, senza lasciarsi distrarre da
traguardi più allettanti e più facili da raggiungere. Ho spesso
sentito dire di colleghi propensi ad attribuire questo atteggiamento
a uneccezionale forza di volontà e disciplina; credo che ciò
sia del tutto falso. Lo stato emotivo che rende possibili tali risultati
è simile a quello delle persone religiose o innamorate; la ricerca
quotidiana non trae origine da un progetto o da un programma, ma
da unesigenza immediata» (ibidem, pp. 40-41).
Giudicato su basi più generali, latteggiamento del padre
della Relatività verso la semplicità e leleganza, appare senza
dubbio equilibrato. Non si tratta di unossessione, ma di un
principio-guida che lesperienza ha mostrato valido e che solo
lesperienza stessa, in futuro, potrebbe mostrare insufficiente
( ESPERIENZA,
IV). A questo rispetto la fede scientifica nel realismo
e nelloggettività della natura pare restare il paradigma principale
di tutta la riflessione einsteiniana. Egli, ad esempio, giudicava
uno dei suoi tentativi di unificazione «una teoria molto bella,
ma dubbia» e considerava le prime formulazioni della statistica
quantistica di Bose «una deduzione elegante, ma la cui sostanza
resta oscura». Una delle sue ultime formulazioni delle equazioni
di campo veniva da lui qualificata nel dicembre del 1954 «la
teoria relativistica del campo logicamente più semplice, il che
non significa però che la natura non debba ubbidire a una teoria
di campo molto più complessa» (cfr. ibidem, pp. 368,
450, 374). Unaffermazione forse profetica, se rapportata agli
odierni sforzi teoretici per giungere ad un formalismo di unificazione
generale (GUT), ove assistiamo allintroduzione di spazi multidimensionali
sempre più complicati, ma anche, in certa misura, sempre più generali
ed eleganti, come depone il relativo successo degli spazi 10-dimensionali
in alcune versioni delle contemporanee teorie delle superstringhe.
III. Alcune riflessioni filosofiche su semplicità e bellezza
La domanda sulla bellezza rappresenta uno dei ponti
più interessanti per superare il divario fra materie scientifiche
e discipline umanistiche che contraddistingue la cultura contemporanea,
anche se importanti segni di riavvicinamento si sono verificati
negli ultimi decenni. Si tratta infatti di una questione che accomuna
i grandi scienziati e gli artisti (o almeno la maggioranza di questi
ultimi...). La descrizione che Van den Beukel fa delle equazioni
di Maxwell, definite un «miracolo di bellezza, di concisione
e di concentrata espressività» (De Dingen hebben hun geheim,
Baarn 1990, p. 31), potrebbe ugualmente applicarsi ad un quartetto
darchi di Haydn oppure a un sonetto di Shakespeare. Il ruolo
della bellezza è dunque certamente assai generale. Oltre alla matematica
e alle scienze naturali, anche in psicologia, in sociologia o in
economia, diverse teorie o princìpi sono stati scelti a motivo del
loro valore estetico.
1. Dimensioni oggettive e soggettive della bellezza. La
riflessione sulla bellezza è carica di una dimensione fortemente
personalistica. Già con Pitagora o con Platone si dovrebbe dire
che lattrazione estetica ha rappresentato una delle principali
radici di ogni attività speculativa e che una parte considerevole
di ogni impresa intellettuale è dominata da una passione estetica
piuttosto che da un freddo e distaccato interesse di tipo razionalista.
A volte, tali passioni hanno potuto perfino accecare, se pensiamo
che la diffusa convinzione riguardo la perfezione della circolarità
delle sfere celesti o delle orbite planetarie doveva poi entrare
in conflitto con la realtà dei fatti. Non sarebbe ragionevole, ad
esempio, cercare di ricondurre tutta la fisica quantistica ad ununica
coppia di particelle elementari; o anche, per un malinteso desiderio
di semplicità riduttivista, ritenere che la legge della domanda
e dellofferta sia in grado di spiegare tutta leconomia,
oppure che la libido freudiana sia la chiave di tutta lattività
della psiche.
Secondo una certa corrente psicologica, tutta la ricerca di bellezza
nelle arti creative e nello studio della natura sarebbe in fondo
governata dalle medesime leggi mentali. In un simile approccio di
tipo idealista, la bellezza, lesistenza di simmetrie, di leggi
e di relazioni sarebbe solo il risultato della nostra macchina
cerebrale, non qualcosa di realmente presente nella natura
in se stessa, in fondo a noi inaccessibile senza il
contributo della mente ( IDEALISMO).
Se tale contributo fosse descritto proprio come il porre ordine
in dati complessi di qualsivoglia genere, allora larte potrebbe
essere considerata come lattività di ordinare
i fenomeni visibili e sensibili in genere, mentre la scienza consisterebbe
nellattività di ordinare i fenomeni mentali, cioè in definitiva
lo stesso pensiero. A questa prospettiva si potrebbe però obiettare
chiedendosi perché i canoni estetici siano capaci di guidare così
correttamente lo scienziato verso la comprensione della realtà.
Se le intuizioni sintetiche ed unificanti hanno successo
è perché la natura stessa ammette di essere unificata e compresa
nelle sue simmetrie. Sebbene nei canoni estetici possano esservi
dei cambiamenti storici e culturali (ciò che oggi sarebbe accettato
come bello ed elegante potrebbe non esserlo in futuro), vi è una
percezione di fondo del bello che pare resistere alle epoche e ai
cambiamenti ed accomunare gli uomini nel loro approccio al reale.
Il rapporto fra soggetto ed oggetto, come quello fra verità
e bellezza, non sono facili da decodificare. Possiamo però affermare
che gli elementi estetici della scienza sono indicatori sia di bellezza
che di verità. Allinizio gioca un importante fattore la dimensione
soggettiva, guidata dallintuizione, con le sue capacità di
unificare e di sintetizzare, riportando allunità ciò che in
natura (nelle osservazioni o in una teoria) sembra disperso e sconnesso,
o riconoscendo dei modelli e delle forme ricorrenti (patterns)
in ciò che a prima vista apparirebbe casuale e caotico ( FINALITÀ,
II). Tuttavia, tale processo di riconoscimento intuitivo è stimolato
da un ritmo, da una specie di armonia, in collegamento
con la nostra sensibilità per la proporzione e per la misura, il
cui significato è per metà estetico e per metà razionale. Sorprende
lenorme quantità di processi naturali che sono descrivibili
in termini di frequenza, cioè come fenomeni che ammettono
unanalisi in cicli. Attraverso il ritmo la natura è capace
di produrre il nuovo da ciò che sembrerebbe sempre uguale ed il
complesso da ciò che è più semplice. In una simile concezione, alla
quale certamente plauderebbero Pitagora, Grossatesta e Keplero,
luniverso intero può essere in fondo visto come una composizione
musicale cosmica, che la scienza deve decomporre per comprendere
e spiegare, e poi ricomporre al momento di operarne le sue applicazioni.
2. Semplicità estetica ed epistemica. Un ulteriore elemento
di chiarezza può essere quello di distinguere fra una semplicità
epistemica ed una estetica. La prima appare
come qualcosa di razionale, misurabile e confrontabile, e riguarda
il contesto della giustificazione di una teoria; il
secondo tipo di semplicità non è formalizzabile in termini puramente
razionali, non è quantificabile, ed appartiene al contesto
della scoperta. La semplicità estetica è legata alla ricerca
della bellezza nelle sue dimensioni principalmente speculative,
teoriche ed intellettuali, mentre quella epistemica riguarda forme
di semplicità nozionale, semiotica, semantica, sintattica. Per E.
Sober (1975), queste due forme sarebbero in realtà la stessa cosa
perché mostrano la stessa struttura logica. Ma la semplicità estetica
finirebbe allora con lessere irrilevante per l epistemologia
e dunque assorbita in quella epistemica, una conclusione verso la
quale Dirac e Einstein, per citare due nomi autorevoli, sarebbero
in forte disaccordo. McAllister (1989) propone di classificare la
semplicità come un indicatore di bellezza, assieme alla
simmetria, allinterpretabilità analogica ( ANALOGIA)
e alla consistenza con princìpi di ordine metafisico; vi sarebbero
poi indicatori di verità, quali la consistenza interna
e con altre teorie fisiche, la capacità di predizione e lefficacia
pragmatica. Tali indicatori apparterrebbero a due categorie differenti
e non sarebbero fra loro mescolabili. Mentre i primi indicatori
sarebbero soggetti a cambiamenti storici, i secondi avrebbero una
maggiore stabilità. Gli indicatori di bellezza sarebbero inoltre
preferiti da scienziati di indole conservatrice.
Riteniamo che le posizioni, in qualche modo estreme, segnalate
dai due autori citati possano essere superate. Numerosi esempi presi
dalla storia delle scienze potrebbero infatti giustificare due osservazioni
critiche: primo, molti scienziati sperimentano la bellezza, la semplicità
e la tensione verso la verità come qualcosa di estremamente interrelato
ed inestricabilmente congiunto; secondo, i canoni estetici non sono
totalmente riducibili al livello epistemologico, rappresentando
essi la causa non solo della ricerca scientifica, ma
anche delle rivoluzioni che questa ha conosciuto nel corso della
storia, come ben mostrato ad esempio dal copernicanesimo. Lo stesso
McAllister, in un lavoro di poco successivo, riconoscerà un maggiore
collegamento fra i due indicatori prima menzionati, proprio sulla
base di alcuni esempi storici (cfr. McAllister, 1990). Il rapporto
fra gli aspetti oggettivi e soggettivi della percezione della bellezza
nelle scienze viene così riepilogato da Cantore (1987): «La
bellezza scientifica non è astratta, bensì decisamente concreta
perché scoperta negli oggetti osservabili, effettivamente esistenti.
Non è inoltre meramente intellettuale perché consiste di modelli
che possono essere percepiti da sensi educati, almeno indirettamente
[
]. È una bellezza che si può cogliere adeguatamente solo
per mezzo della ricerca intellettuale e tuttavia una
bellezza che sta alla base della comune bellezza sensibile e la
rende possibile» (p. 152).
3. Visione riassuntiva. La riflessione filosofica mostra
che esiste una intricata relazione tra ruolo assunto dalla semplicità
e dalla bellezza, da un loro status epistemologico oggettivo,
e le supposizioni gnoseologiche del soggetto che conosce e ricerca.
La pretesa che il successo della semplicità come metodo nel contesto
dellindagine e della giustificazione possa essere fondata
sullordine innato e sulla semplicità della natura, implica
una epistemologia realista ( REALISMO).
Sotto tale punto di vista, la semplicità è un ponte
tra il concettuale e il reale, e il senso di semplicità e di bellezza
sono un segno della risonanza tra la razionalità umana
e la razionalità dellordine cosmico. Lo sforzo della ricerca
scientifica cerca di giungere ad unarmonia tra queste due
sfere, una ricerca in cui la semplicità faccia da guida. Da questo
punto di vista la capacità di cogliere la semplicità è unintuizione
quasi metafisica capace di far percepire al soggetto ciò che è adatto
e giusto ( SENSO
COMUNE). Da questa prospettiva, un indicatore di bellezza deve essere
identificato con un indicatore di verità. Attribuire un tale ruolo
alle richieste di semplicità e di bellezza nella scienza non è spesso
accettato da chi mantiene un punto di vista strettamente legato
al positivismo.
Nondimeno, la storiografia della scienza indica che la maggior parte
degli scienziati aderiscono implicitamente o esplicitamente ad una
epistemologia realista, nella quale quelle richieste sono assai
più che un mero strumento pragmatico. Labbondanza di indicazioni
provenienti dalla storia della scienza su questo argomento ci presenta
lappello alla semplicità e alla bellezza come un risultato
che deve essere rispettato, anche considerando le profonde radici
e la Wirkungsgeschichte (la storia degli effetti) della nozione
di semplicità.
La ricerca della semplicità, tuttavia, deve sempre essere controllata.
Come osservava in modo provocatorio A.N.
Whitehead, «il compito della scienza sta nel cercare le spiegazioni
più semplici dei fatti complessi; ma è facile cadere nellerrore
di credere che i fatti sono semplici, poiché la semplicità è la
meta della nostra ricerca. Il motto di ogni filosofo della natura
dovrebbe essere: cerca la semplicità e diffida di essa»
(Il concetto della natura (1920), Torino 1975, p. 146). È
una comune tentazione intellettuale ed un pericolo che ha divorato
molti importanti studiosi, quello di andare a cercare lintera
realtà dalla prospettiva di un principio sostenuto con passione
(vedi supra, n. 1). La semplicità, dunque, non dovrebbe essere
idolatrata: la nozione contiene antropomorfismi, ed implica selezione,
riduzione, idealizzazione, costruzione e spesso distorsione e mutilazione.
Un rasoio con così tante lame andrebbe usato con prudenza,
con buon gusto intellettuale e giudizio. La frequente combinazione
delle nozioni di semplicità ed eleganza deve essere letta come il
segnale che il buon senso deve controllare la semplicità. Lelegantia,
in quanto arte di scegliere ed espressione di buon senso (phrónesis),
è di un grado persino più alto della semplicità come criterio scientifico
(epistéme). Il senso importante della scelta competente e
prudente rende gli scienziati consapevoli di quello che la semplicità,
lordine o la bellezza escludono quando tali nozioni sono usate
operativamente. Questa consapevolezza dovrebbe essere tanto più
accentuata quanto più è complesso ciò che si presenta allattenzione
della mente.
IV. La bellezza e il divino
1. La domanda sulla bellezza come domanda religiosa. Molti
scienziati hanno saputo compiere il passo che separa il riconoscere
una dimensione estetica nellimpresa scientifica dal riconoscere
che, accanto ad essa, vadano considerati anche fattori di carattere
religioso. Se nellunità dellesperienza personale
del ricercatore coesistono competenza scientifica, sensibilità estetica
ed uninclinazione religiosa, diviene allora difficile poter
marcare una netta linea di separazione fra questi diversi domini.
Unespressione concisa di questa coesistenza possiamo rintracciarla
in un commento di Lord Rayleigh: «Vi sono alcune prove che
richiedono assenso, altre che conquistano ed affascinano lintelletto:
esse evocano una gioia ed un irrefrenabile desiderio di ripetere:
Amen, Amen» (cit. in Huntley, 1970, p. 6). Dimensione estetica
e dimensione religioso-esistenziale della natura sono fra loro legate
anche in una pregnante considerazione di Henri Poincaré: «Lo
scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia
perché trova piacere nel farlo; e vi trova piacere perché la natura
è bella. Se la natura non fosse bella, non sarebbe meritevole di
essere conosciuta, e neanche la vita sarebbe meritevole di essere
vissuta...» (cit. in S. Chandrasekhar, 1979, p. 25).
Le capacità della ragione, il fascino e la gioia intellettuale,
ed il desiderio di adorare, hanno costituito, per alcuni scienziati,
passi successivi di unidentica linea ascendente. Lesperienza
di un uomo di ricerca di fronte alle meraviglie della natura non
è inferiore a quella provata di fronte alla bellezza di una teoria
o di un esperimento, particolarmente riuscito, da lui ideato: fra
queste due esperienze di bellezza è impossibile operare una precisa
separazione.
Nellambito filosofico (qui generalmente inteso), critica razionale
e religione sono certamente da distinguere. Con le parole del filosofo
olandese Frits Staal, «esistono due diversi approcci al reale,
quello critico-filosofico e quello religioso, mentre il primo cerca
di apporre una carica di senso al minor numero di oggetti possibile,
il secondo cerca di fare esattamente il contrario» (Over
zin en onzin in filosofie, religie en wetenschap, Amsterdam
1986, p. 12). La validità e lopportunità di tenere distinti
i due ambiti non è qui in discussione, tanto più che quanto Staal
osserva per la filosofia è applicabile in misura ancor maggiore
alla scienza. Osservando poi le cose da un punto di vista pratico,
questa distinzione è confermata dai fatti. Nella descrizione degli
esperimenti, nelle pubblicazioni scientifiche, nei formalismi matematici
e nelle costruzioni tecnologiche non vi è spazio o quasi per ambiguità,
considerazioni emotive, apprezzamenti estetici od opinioni religiose.
Tuttavia, quando noi ci dirigiamo a considerare le motivazioni
del fare scienza, o anche le valutazioni dei suoi risultati,
i suoi metodi e i suoi fondamenti, allora non è del tutto inconsueto,
per lo scienziato, addurre anche elementi di carattere religioso,
mettendoli in relazione con quellimpresa umana, più ampia
e generale, che è la ricerca della verità. Per Van den Beukel, «la
scienza, larte e la religione, si occupano tutte del mistero
dellesistenza umana, di quanto lo circonda e delle loro reciproche
relazioni» (De Dingen hebben hun geheim, Baarn 1990,
p. 131). La scienza è parte della cultura, tanto quanto lo sono
larte e la religione. Esse non vanno considerate estranee
o nemiche (vi sono molteplici evidenze storiche che quel gap
cui ci riferivamo prima sia stato molte volte superato), ma devono
piuttosto sostenersi e stimolarsi lun laltra ( DIALOGO
SCIENZE-TEOLOGIA). Che ciò sia possibile, lo mostra proprio la storia
della scienza e la portata che in essa hanno avuto i criteri di
bellezza, semplicità ed eleganza. Non sorprende pertanto che questi
tre diversi ambiti, supposti erroneamente separati, possano intrecciarsi
anche nei loro giochi linguistici: «La cultura
reclama delle opere di una grande bellezza... la poesia che non
contiene alcuna parola superflua
le equazioni di Maxwell,
eloquenti gioielli di bellezza matematica
la semplicità, riscattata
dai fenomeni caotici, nella quale Newton riconosceva la semplicità
del Creatore. Meraviglie che fanno meravigliare luomo»
(ibidem, p. 174).
Grande estimatore del principio di semplicità, Isaac
Newton ne sottolineò progressivamente limportanza nelle tre
edizioni dei Principia, compiendo nellOttica
un passo in più, fino a formulare in proposito delle domande fondamentali.
Dopo aver biasimato i filosofi più recenti responsabili
di moltiplicare ipotesi egli afferma: «il compito principale
della filosofia naturale è di argomentare muovendo dai fenomeni
senza immaginare ipotesi, e dedurre le cause dagli effetti, finché
arriviamo alla vera Causa prima, che certamente non è meccanica;
e non solo al fine di sviluppare il meccanicismo del mondo, ma soprattutto
al fine di risolvere questi e analoghi problemi: [
] Donde
viene che la natura non fa nulla invano, e da dove deriva tutto
lordine e la bellezza che vediamo nel mondo?» (Opticks,
17304, Query 28, tr. it. Torino 1978, p. 576).
Newton si chiede se queste proprietà derivino da qualche operazione
diretta di Dio e, come già Aristotele ed Ockham, cerca delle basi
teologiche per postulare la semplicità della natura ( DIO,
II.2). Non per questo il padre della legge di gravitazione andrà
visto come lultimo dei sopravvissuti di un genere di scienziati
credenti ormai in via di estinzione: si tratta di considerazioni
impegnative che continuano ad interessare anche gli scienziati di
oggi sebbene vada qui ricordato che limmagine
che Newton aveva di Dio non era in accordo con quella rivelata dalla
Scrittura. Per gli scienziati non credenti, osserva John Polkinghorne,
lincontro con la bellezza razionale attraverso
la scienza è simile ad unesperienza religiosa, e nei credenti
esso ha comportato un diffuso ritorno alla teologia naturale, almeno
tra i fisici (cfr. Spiritual Growth and the Scientific Quest,
in The Way, October 1992, p. 256).
Un esempio contemporaneo di come la domanda sulla bellezza sia
sopravvissuta fino ai nostri giorni ci è offerto dal fisico Henri
Margenau, che sottolinea la problematicità di poterla sbrigativamente
risolvere in termini di casualità o di lotta per la sopravvivenza,
i due paradigmi più spesso utilizzati per dare ragione delle forme
e delle varietà osservate in natura: «Perché cè tanta
bellezza nella natura? Noi non crediamo che la bellezza stia solo
nellocchio dello spettatore. Alla base delle esperienze di
bellezza, o almeno di alcune, ci sono dei caratteri oggettivi, come
i rapporti fra le frequenze delle note di un accordo maggiore, la
simmetria fra le forme geometriche, il fascino estetico della giustapposizione
di colori complementari. Nessuno di questi ha un valore di sopravvivenza,
ma tutti sono frequenti in natura, in una misura pressoché incompatibile
col caso. [
] Noi ammiriamo lincomparabile bellezza di
una foglia dacero in autunno, col suo rosso intenso, le nervature
azzurre e i bordi dorati. Si tratta per caso di qualità utili alla
sopravvivenza quando la foglia è in disfacimento?» (Il
miracolo dellesistenza, Roma 1987, p. 44).
2. La bellezza nella Scrittura e nella riflessione teologica.
La Rivelazione ebraico-cristiana intende fornire una risposta alla
domanda sulla causa della bellezza in una pagina del Libro
della Sapienza. Lautore sacro biasima coloro che dalla
contemplazione delle opere create non furono capaci di risalire
al suo Artefice, «ma o il fuoco o il vento o l'aria sottile
o la volta stellata o l'acqua impetuosa o i luminari del cielo considerarono
come dei, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza,
li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore il loro Signore,
perché li ha creati lo stesso Autore della bellezza. Se sono colpiti
dalla loro potenza e attività, pensino da ciò quanto è più potente
colui che li ha formati. Difatti dalla grandezza e bellezza delle
creature per analogia si conosce l'autore. [
] Occupandosi
delle sue opere, compiono indagini, ma si lasciano sedurre dall'apparenza,
perché le cosa vedute sono tanto belle» (Sap 13,2-5.7).
La Sacra Scrittura contiene numerosi riferimenti alla bellezza,
specie nel contesto della lode a Dio nelle opere della creazione,
nei Salmi e nei Libri sapienziali in genere. Viene
celebrata anche la bellezza della persona (cfr. Gen 12,11;
39,6; 1Sam 16,12), quella dellamore umano (cfr. Ct
1,14; 4,7; 7,6), la bellezza della legge e della casa di Dio (cfr.
Prv 3,17; 22,18; Nm 24,5), la bellezza delle opere
che luomo, in virtù della sua dignità trascendente, è in grado
di compiere. Ma va soprattutto notata una convergenza fra bontà
e bellezza, al punto che i due termini divengono quasi intercambiabili.
Al cadere di ciascuno dei sei giorni che ritmano la narrazione della
creazione (cfr. Gen 1,9-31), lespressione ebraica «e
Dio vide che era cosa buona» nel caso della creazione
delluomo e della donna «era cosa molto buona»
viene infatti tradotta, nella versione greca dei LXX, «e vide
che era cosa bella (gr. kalós)». Non ci si distacca
dal testo biblico se si afferma che il cielo e la terra vengono
in fondo presentati come unopera darte,
nella quale lessere umano occupa un vertice. Quando larte
o la scienza colgono il mondo nello stesso modo, ne stanno intuendo
il suo carattere creaturale, che rimanda allintenzione e al
progetto di un Artista. La bellezza, infine, a volte può ingannare.
Il male può presentarsi con le sembianze di un bene apparente o
di un bello che resta confinato nella sfera del sensibile, ma non
penetra più in profondità: gli uomini possono fermarsi alla apparenze,
mentre Dio legge i cuori (cfr. 1Sam 16,7). Il bello non è
esentato di confrontarsi con il reale e di tornare ad esso.
La teologia cristiana ha ripreso lestetica del messaggio biblico facendovi
confluire lapproccio platonico e di buona parte della filosofia antica, predicando
così la convergenza fra bontà, verità e bellezza. Assieme allunità, quei tre
attributi formano i quattro classici «trascendentali
dellEssere», che la teologia accorda sommamente a Dio, come causa e
pienezza dellessere, per venire poi da Lui partecipati, secondo diversi gradi di
perfezione, alle creature. Tali trascendentali vengono anche predicati come
attributi di Dio, modi diversi con cui la ragione umana cerca di
accostarsi alla sua natura, ma che in Lui si identificano in una somma unità e
semplicità. In un simile quadro teologico non vi è conflittualità, in linea di
principio, fra verità e bellezza, perché il bello diviene una strada per giungere al
vero, e la conoscenza della verità conduce allesperienza della gioia e della
bellezza. La verità è rivelata dalla bellezza e la bellezza è il frutto della verità.
Se il bello può sviare dal vero bene lo fa per un errore di giudizio dovuto ai limiti e
alla fallibilità del soggetto. Va qui anche ricordato quanto la teologia scolastica
(debitrice in questo sia alla filosofia platonica che a quella aristotelica) affermava
sulla semplicità di Dio. Quando ci si accosta alla comprensione
dellEssere di Dio come Atto puro, se ne predica la somma
semplicità: in Lui non vi è composizione alcuna fra materia e forma,
perché in Dio non cè materia ed Egli è forma in forza della sua essenza, né fra
essenza ed esistenza, perché il suo essere è lesistere (cfr. Summa theologiae,
I, q. 3, aa. 2 e 4). Nella teologia di Tommaso dAquino il bene avrà però una certa
priorità sul bello, e le due nozioni non si identificano: «il bene riguarda la
facoltà appetitiva, essendo il bene ciò che ogni ente desidera, per cui ha carattere di
fine, poiché il desiderare è come il muoversi verso una cosa. Il bello, invece, riguarda
la facoltà conoscitiva: belle infatti sono dette quelle cose che, viste, destano piacere.
Per cui il bello consiste nella debita proporzione, poiché i nostri sensi si dilettano
nelle cose ben proporzionate [
]. E poiché la conoscenza avviene per assimilazione,
e la somiglianza daltra parte riguarda la forma, il bello propriamente si ricollega
allidea di causa formale» (ibidem, q. 5, a. 4, ad 1um). Nella
teologia contemporanea è in corso da vari anni un processo di rivalutazione del
trascendentale del pulchrum, come carattere proprio della rivelazione divina e via
di accesso a Dio, specie, in ambito cattolico, con H.U. von Balthasar (cfr. Gloria.
Unestetica teologica, 1961-1965). La bellezza viene messa soprattutto in
rapporto con la Gloria (eb. kabod Jahvè), di cui il creato è manifestazione;
Gloria che costituisce anche lappello primario alla conoscenza che luomo può
avere di Dio, perché epifania della sua intima natura ed estasi che lo rapisce
invitandolo a partecipare della vita divina.
Sul rapporto fra teologia e bellezza va infine ricordata la Lettera
agli Artisti (1999), nella quale Giovanni Paolo II sviluppa
il parallelo fra bontà e bellezza, fra esperienza estetica ed esperienza
religiosa ( ESPERIENZA,
V.1). In un brano diretto agli artisti, ma che potrebbe senza forzature
essere applicato anche agli uomini di scienza, si legge: «Ogni
autentica ispirazione racchiude in sé qualche fremito di quel soffio
con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dallinizio lopera
della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano
luniverso, il divino soffio dello Spirito creatore si incontra
con il genio delluomo e ne stimola la capacità creativa. Lo
raggiunge con una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme
lindicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie
della mente e del cuore, rendendolo atto a concepire lidea
e a darle forma nellopera darte. Si parla allora giustamente,
se pure analogicamente, di momenti di grazia, perché
lessere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza
dellAssoluto che lo trascende» (n. 15). Vi si ricorda
il ruolo della «bellezza cifra del mistero e richiamo al trascendente»
e dunque come via per la conoscenza di Dio, pur ricordando, con
Agostino, che la bellezza delle cose create non può appagare pienamente
il cuore umano, ma suscita in esso unarcana nostalgia di Dio
(cfr. n. 16). Come per lo scienziato, così per ogni uomo «la
bellezza è ciò che entusiasma al lavoro», motivandone lo sforzo
e la ricerca. Ed è proprio in forza del suo legame con lesperienza
religiosa e con laccesso a Dio, che in questa medesima lettera
Giovanni Paolo II ripropone e fa propria la celebre frase di Dostoévskij,
quando nel suo romanzo Lidiota fa affermare al principe
Myskin: «la bellezza salverà il mondo».
Wil Derkse
Vedi: ANALOGIA;
ESPERIENZA; LEGGI NATURALI; MISTERO; NATURA.
Bibliografia:
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de simplicité dans les mathématiques et dans les sciences physiques,
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Un'estetica teologica, vol. I: "La percezione della forma" (1961),
Jaca Book, Milano 1985; C. VON WEIZSÄCKER, Die Einheit der Natur,
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