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Copernico,
Niccolò (1473 - 1543)
Juan Casanovas
Paolo VI, Lettera al card. Wyszynski
nel V centenario della nascita di N. Copernico, 23.1.1973, Insegnamenti
XI (1973), pp. 61-63; Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia
Accademia delle Scienze, 31.10.1992, Insegnamenti XV,2 (1992), pp.
456-465; Lettera al Rettore Magnifico dellUniversità
di Ferrara per il 450° della pubblicazione del De Revolutionibus,
20.9.1993, in Copernico e la questione copernicana in Italia,
Firenze 1996, pp. XI-XIII.
I. Introduzione e cenni biografici - II. Il sistema
copernicano - III. I rapporti con la filosofia della natura - IV.
Diffusione del copernicanesimo.
I. Introduzione e cenni biografici
1. Genesi e influsso del De Revolutionibus: la
astronomia di Copernico e il copernicanesimo. Niccolò Copernico
era già sul punto di morire quando, nel 1543, i suoi amici pubblicarono la sua unica
opera: il De Revolutionibus Orbium caelestium libri VI, ovvero il trattato
«Sulle rivoluzioni degli orbi celesti». Lopera, divisa in
sei libri, è dedicata a Papa Paolo III (1534-1549). Il titolo fa riferimento a
concetti dellastronomia antica: per Copernico, il termine revolutio denotava
le rotazioni costanti e uniformi delle sfere celesti, chiamate anche
«orbi», le quali trascinano con sé i pianeti. Ma lopera di
Copernico fu in realtà una vera e propria rivoluzione: in astronomia,
perché spiegò elegantemente una questione fondamentale sul movimento dei pianeti e aprì
il cammino alla conoscenza delle dimensioni del sistema solare; in fisica, perché
eliminò lipotesi di un centro del mondo e cambiò lidea della gravitazione;
in filosofia, perché apriva la mente ad una nuova concezione del mondo, del quale
luomo non occupava più il centro, e delluniverso, immenso
e difficile di capire. Copernico era cosciente dei grandi cambiamenti che stava per
introdurre, ma forse non ne intuì per intero il significato, che trascendeva
lambito stesso dellastronomia.
Copernico aveva trascorso molto tempo preparando questo lavoro e, come scrive nella Prefazione,
era questa «unopera che indugiava presso di me non già da nove anni
soltanto, ma ormai da quattro volte nove anni» (tr. it. Torino 1975,
p. 11). Molti anni prima, verso il 1510, Copernico aveva scritto un Commentariolus,
nel quale proponeva già un sistema planetario centrato sul sole. Questo piccolo
commentario non fu stampato, ma rimase sotto forma di manoscritto. Più tardi, nel 1540,
mentre si preparava la stampa del De Revolutionibus, il suo discepolo Georg Joachim
Rethicus (1514-1576) pubblicava la Narratio Prima, una sorta di anteprima in forma
di lettera nella quale presentava un riassunto del lavoro astronomico di Copernico allo
scopo di sondare le possibili reazioni che esso avrebbe potuto
provocare. Ad istanza di Rheticus, Copernico finalmente approvò la stampa della sua
opera, che fu poi pubblicata a Norimberga nella tipografia di Johann Petreius. Si dice che
la prima copia arrivò fra le mani di Copernico lo stesso giorno della sua morte, il 24
maggio del 1543. È da notare che, pur essendo Copernico di fede cattolica, ciò non
impedì che fosse Rheticus, di confessione protestante, a preparare la stampa del De
Revolutionibus. Petreius affidò il compito della correzione delle bozze ad Andreas
Osiander (1498-1552), pastore protestante e cultore della matematica, che credette
opportuno scrivere anchegli un Prefazio in forma di lettera, del quale
parleremo più avanti (vedi infra, II.3).
Già allinizio della sua opera, Copernico propone quale fondamento
lipotesi di un movimento di traslazione della terra intorno
al sole, e di conseguenza anche uno di rotazione della terra intorno
al proprio asse. Questa concezione è ormai universalmente nota con
il nome di «copernicanesimo». Il resto della sua opera
è dedicato a dimostrare che era possibile creare unintera
astronomia, cioè un impianto matematico-descrittivo,
basata su questo principio. Conviene notare che, alla fine del Cinquecento,
gli astronomi accettarono la proposta di Copernico, pur ritenendo
lipotesi fondamentale ancora qualcosa di assurdo.
In altre parole, accettarono lastronomia copernicana, mantenendo
però forti reticenze nei riguardi del copernicanesimo. Questa astronomia
fu presto abbandonata allinizio del Seicento, perché ancora
fondata su molti concetti antichi, come lo erano ad esempio gli
«orbi solidi cristallini» che, girando con velocità
uniforme, trascinavano con sé i pianeti. Alla fine del Cinquecento,
grazie alle osservazioni del danese Tycho Brahe, vi furono progressi
spettacolari che rovesciarono molti vecchi schemi contenuti ancora
nella astronomia copernicana. In compenso, si fece strada,
se pur lentamente, lidea delleliocentrismo. Con gli
studi di Johannes Kepler e di Galileo Galilei, il copernicanesimo
diventò il centro di un duro scontro soprattutto fra i filosofi
tradizionali di eredità aristotelica e la nuova scienza fisico-matematica,
allora nascente, fino a richiedere lintervento del SantUffizio
di Roma.
2. La vita e lattività di Copernico. Niccolò Copernico era nato il 19
febbraio 1473 a Torun in Polonia, in una regione sul confine con la Prussia, frequente
oggetto di contestazioni territoriali da parte dei cavalieri teutonici e del Regno della
Prussia Orientale. Copernico scriveva normalmente in lingua latina, come era usanza
ovunque in Europa, però i suoi scritti minori erano redatti anche in tedesco, la lingua
parlata in famiglia. Non si conservano scritti in lingua polacca. Alletà di sei
anni venne a mancargli il padre e da quel momento uno zio materno, Lucas Watzenrode
(1447-1512), che doveva diventare presto vescovo di Warmia, assunse la responsabilità
della sua educazione. Copernico fu inviato allUniversità di Cracovia, dove studiò
fra il 1491 e il 1495 con la finalità di prepararsi ad una carriera insieme ecclesiastica
e civile. A Cracovia fu introdotto per la prima volta alla matematica e
allastronomia. Nel 1495 suo zio gli procurò una canonicato nella cattedrale di
Frombork (il canonicato non implicava a quel tempo lobbligo di ricevere
lordinazione sacerdotale), e questo gli assicurò una comoda posizione economica,
che gli permise, tra laltro, di fare un viaggio in Italia per completare la sua
formazione. Copernico cominciò con lo studio del Diritto Canonico presso la prestigiosa
Università di Bologna, fra il 1496 e il 1500, dove aveva studiato prima di lui lo zio
Lucas. Tutti i biografi fanno notare che a Bologna egli prese alloggio presso il
professore di astronomia Domenico Maria di Novara (1454-1504), con il quale,
probabilmente, condivise gli interessi per questa disciplina e che forse aiutò pure nelle
sue osservazioni astronomiche e nella preparazione dellalmanacco annuale
astrologico. Troviamo Copernico a Padova dal 1501 al 1503 come studente di medicina. I
futuri medici di allora dovevano frequentare anche un corso di astronomia, giacché tale
disciplina si considerava imprescindibile per conoscere quali fossero le condizioni
astrali più favorevoli per le cure e la somministrazione delle medicine (non si trattava
di astrologia come la intenderemmo oggi, ma rispondeva semplicemente allidea, allora
diffusa, dellinflusso naturale dei corpi celesti sui fenomeni di generazione,
trasformazione e corruzione che avvenivano sulla terra). Senza completare gli studi di
medicina, Copernico si trasferì allUniversità di Ferrara, dove prese il dottorato
in Diritto Canonico e poté così tornare in Polonia con un titolo accademico.
Rientrato in Polonia cominciò ad aiutare suo zio, vescovo della diocesi di Warmia,
sulla costa del Mar Baltico, in diversi compiti amministrativi, divenendo anche suo medico
personale. Lo zio Lucas pensava di preparare suo nipote a succedergli nel governo e nel
ministero della diocesi, ma questi rinunciò e declinò la proposta di essere ordinato
sacerdote. Fu allora che tornò alla cattedrale di Frombork per riprendere nel 1510 il suo
compito di canonico e lì rimase fino alla morte. Non si conosce il motivo preciso per il
quale Copernico non intendesse divenire sacerdote. Forse non ne sentiva la vocazione, o
forse avvertiva la necessità di disporre di più tempo per completare il suo libro De
Revolutionibus. Fu infatti in quegli anni che incominciò a distribuire ai suoi amici
il manoscritto, conosciuto con il titolo di Commentariolus, nel quale proponeva per
la prima volta la sua ipotesi delleliocentrismo. A Frombork passò il resto della
sua vita fino al 1543, ove la morte lo colse il 23 maggio.
Copernico divideva il suo tempo fra gli impegni di canonico amministratore dei beni
della chiesa cattedrale e lo studio necessario alla composizione del De Revolutionibus.
La sua vita non sembrava quella di un astronomo professionista. La sua
reticenza nel pubblicare la sua opera può indurre a pensare che egli avesse paura di
divenire bersaglio della derisione di tutti, come lui stesso confessa nella Prefazione:
«Mentre, dunque, andavo valutando fra me e me queste cose, il disprezzo, che
dovevo temere per la novità e lassurdità di questa opinione, per poco non mi
spinse ad abbandonare affatto lopera compiuta. Ma gli amici me ne distolsero,
sebbene esitassi a lungo ed anche riluttassi: e fra questi primo fu Nicola Schönberg,
cardinale di Capua, celebre in ogni campo del sapere; vicino a lui quellinsigne
personaggio che tanto mi ama, Tiedemann Gliese, vescovo di Culm, così assiduo nelle
lettere sacre e in tutte le buone lettere. Questi, infatti, spesso mi esortò e con
rimproveri di quando in quando rivoltimi mi spronò a pubblicare questo libro e a
permettere che fosse finalmente data alla luce unopera che indugiava occulta presso
di me non già da nove anni soltanto, ma ormai da quattro volte nove anni»
(p. 11).
Ma è probabile che questa paura non fosse dovuta solo alla novità dellipotesi
eliocentrica, ma anche, forse, al fatto che il De Revolutionibus era soprattutto un
vero trattato completo di astronomia, con nuove teorie dei movimenti dei singoli pianeti
basate sulleliocentrismo e corredato di tavole numeriche. Leliocentrismo non
bastava proporlo: egli aveva intuito la possibilità che esso spiegasse la
«seconda anomalia» del moto dei pianeti (vedi infra, II.2), ma
ciò doveva ora provarlo. E tentò di farlo con un lavoro gigantesco che probabilmente
assorbì tutto il suo tempo; un lavoro del quale, da buon perfezionista, pare non fosse
mai soddisfatto.
II. Il sistema copernicano
1. Lo stato dellastronomia nel Cinquecento. Parlare dellastronomia
anteriore a Copernico è lo stesso che parlare di Claudio Tolomeo (100-165): questi
scrisse nel II secolo d.C. ad Alessandria di Egitto la sua opera principale, conosciuta
con il nome di Almagestum (Almagesto), corruzione araba del titolo
greco Megale Syntaxis, cioè «grande composizione». LAlmagesto
era un trattato quasi completo di astronomia, scritto in un linguaggio altamente
geometrico. Tolomeo poté fare uso del trattato di geometria di Euclide (ca. 300 a.C.) e
dei lavori di Menelao (ca. 100 d.C.), che aveva fornito le formule per la risoluzione dei
triangoli sferici. In più, Tolomeo disponeva dei lavori dellastronomo Ipparco
(190-120 a.C.) e dei dati degli astronomi babilonesi. Per molti secoli nessuno fu in grado
di imitare lAlmagesto, unopera che rimase in fondo insuperata fino al De
Revolutionibus. Dopo la caduta dellimpero romano, lastronomia, già poco
coltivata dai romani, aveva attraversato un lungo periodo di abbandono in Occidente. Le
biblioteche erano state distrutte o disperse ed era poco frequente la conoscenza delle
opere matematiche e astronomiche scritte in lingua greca.
Ma lastronomia greca non fu persa perché coltivata dagli arabi. Finalmente,
proprio attraverso di loro, questa letteratura astronomica passò in Europa, probabilmente
durante loccupazione della Spagna. A partire dal sec. XII vi fu una grande
attività nelle diverse scuole di traduttori dallarabo al latino, a Siviglia e a
Toledo. Così, già nel 1175, Gherardo da Cremona traduceva lAlmagesto. Solo
nel Quattrocento appare la prima traduzione diretta dal greco, tuttavia assai imperfetta e
in alcune parti non comprensibile. Tutta lastronomia del medioevo restava in gran
parte ispirata allopera di Tolomeo, ma liberamente modificata e aggiornata. Essa era
comunque poco studiata, perché opera altamente tecnica, e la sua lettura richiedeva una
profonda conoscenza della geometria di Euclide. Tutto ciò, aggiunto al fatto di disporre
di traduzioni di scarsa qualità, rendeva lAlmagesto una lettura riservata a
pochi.
Le cose cambiarono con il Rinascimento umanistico. Lastronomo
viennese George von Peuerbach (1423-1461) fu pregato di realizzare
una traduzione dellAlmagesto direttamente dal greco
per sostituire le traduzioni allora disponibili, poco soddisfacenti.
Peuerbach morì prima di terminare il suo lavoro che fu continuato
da Johannes Müller, più conosciuto con il nome di Regiomontano (1436-1476).
Quello che fu dato alle stampe a Venezia nel 1473 non fu proprio
una traduzione dellAlmagesto, ma piuttosto un riepilogo-sommario
dellopera, con il titolo di Epytoma Ioannis a Monteregio
in Almagestum Ptolomei. Questopera fu quella che probabilmente
ebbe più influenza su Copernico e rappresentò la sua introduzione
allastronomia matematica. Ciò che nellEpitome
del Regiomontano richiama lattenzione, è il rigore scientifico
e matematico dellopera, che la distanziava enormemente dallingente
letteratura a lui contemporanea dedicata allastronomia astrologica,
priva di contenuto scientifico. Lo scritto del Regiomontano segue
Tolomeo anche per il fatto di evitare argomentazioni filosofiche,
dando soprattutto importanza alle dimostrazioni geometriche.
2. Verso leliocentrismo. Era evidente che lastronomia tolemaica
necessitava di una profonda revisione. Al contrario di quanto accadeva nei riguardi della Fisica
e della Metafisica di Aristotele, che per i filosofi del tempo erano ritenute
definitive, lAlmagesto di Tolomeo non fu mai ritenuto intoccabile. Alcune
questioni non erano completamente sviluppate, o addirittura presentavano soluzioni
erronee. In particolare, preoccupava la teoria tolemaica del movimento lunare. Tolomeo
aveva elaborato una teoria che prediceva abbastanza bene le posizioni della luna, dalla
quale seguiva però che la distanza terra-luna doveva variare quando si trovava in
opposizione o in quadratura (luna piena o un quarto di luna) con un rapporto di due a uno.
In conseguenza, si sarebbe dovuta osservare una variazione del diametro apparente della
luna, cosa che, invece, non accadeva. In altre parole, Tolomeo era riuscito a costruire un
modello geometrico che rendeva conto delle posizioni della luna, ma non poteva essere una
teoria esatta, né completa. Durante il medioevo, gli arabi avevano proposto molte
modifiche, con piena libertà, a parecchi punti dellastronomia tolemaica, sia per i
parametri con i quali si ricalcolavano le tavole dei movimenti dei pianeti, ma soprattutto
per quanto riguardava la teoria geometrica dei pianeti, della luna e del fenomeno della
precessione degli equinozi. Lastronomia era dunque considerata un campo
libero, con numerose possibilità di perfezionamento. Sfortunatamente,
pochi possedevano un dominio della geometria e del calcolo della trigonometria sferica
necessari per questo tipo di lavoro.
Il modello geometrico più semplice richiedeva che il sole si muovesse uniformemente
lungo un circolo avente per centro la terra. Però una più accurata osservazione mostrò
che il movimento del sole, ad esempio, non era uniforme lungo le diverse stagioni
dellanno: era questa la cosiddetta «prima anomalia». Questa si
poteva spiegare semplicemente spostando il centro del circolo dal centro della terra
(eccentrica) o, in modo equivalente, facendo orbitare il sole lungo un piccolo circolo
(epiciclo) con centro nel grande circolo (deferente). Ma questo semplice modello non
bastava per i pianeti che mostrano uno strano comportamento intorno al loro
«punto di opposizione» (quando cioè si trovavano in direzione
opposta, sulla sfera celeste, a quella occupata dal sole). Nella prospettiva tolemaica un
pianeta superiore, nel suo movimento annuale intorno alla terra, prima
di trovarsi in opposizione al sole, si ferma sul riferimento del fondo stellare della
sfera celeste («prima stazione»), per invertire poi il senso del suo
movimento («movimento retrogrado» da est verso ovest); dopo
lopposizione, si ferma una seconda volta («seconda stazione»),
per riprendere il suo normale movimento da ovest verso est. Tolomeo, seguendo Ipparco,
escogitò per i pianeti uno schema geometrico che spiegava, allinterno della
precisione delle osservazioni dellepoca, questo strano fenomeno conosciuto con il
nome di «seconda anomalia».
Copernico non era soddisfatto di questo schema tolemaico. La sua principale obiezione
era che il modello di Tolomeo non teneva conto dellassioma ritenuto fondamentale per
lastronomia antica e cioè che «tutti i movimenti dei cieli devono
essere circolari e con velocità uniforme, oppure una composizione di tali
movimenti». Si possono addurre diverse teorie filosofiche a sostegno di questo
assioma, ma sempre resta il fatto che nessuno immaginava un movimento periodico perpetuo,
che non partecipasse del movimento circolare. Semplicemente Copernico non comprese che il
movimento periodico dei corpi celesti, perpetuo e senza attrito, non derivava da rotazioni
di orbi celesti con un moto circolare e uniforme. Lobiezione di
Copernico a Tolomeo era dunque un problema di fisica ed egli si propose pertanto di
purificare lantica astronomia da questo difetto.
Fu allora che Copernico cominciò a pensare di cercare delle soluzioni alternative.
Nella prefazione al De Revolutionibus, egli fa notare che sempre fu permesso agli
astronomi matematici di immaginare delle costruzioni geometriche; di conseguenza, lui si
prendeva ora la stessa libertà, quella di costruire unastronomia diversa supponendo
differenti ipotesi. Da questo breve testo, introduttivo a tutta lopera, si deduce
che Copernico aveva cercato di leggere tutti gli antichi autori di astronomia, e che, come
afferma esplicitamente, si era ora deciso a rivederne i trattati. Egli cita alcuni di
questi autori, come Iceta (Nicetum) di Siracusa (IV sec. a.C.), che proponeva una
terra in movimento. Trovò un testo di Plutarco che sosteneva che anche il pitagorico
Filolao di Crotone (V sec. a.C.) avrebbe ammesso una terra in moto. È interessante far
notare che Copernico conosceva Aristarco di Samo (ca. 310-230 a.C.), del quale Archimede
afferma che ammetteva la rotazione della terra attorno al proprio asse e il suo movimento
di rivoluzione intorno al sole, ma non si conoscono bene le ragioni per le quali Copernico
cancellò poi dal suo manoscritto la menzione ad Aristarco.
Non va dimenticato che lo stesso Tolomeo dedica il capitolo VII del Libro I
dellAlmagesto allipotesi delleliocentrismo. Afferma
esplicitamente che «questa ipotesi può benissimo spiegare tutti i fenomeni
celesti dal punto di vista geometrico»; tuttavia, egli non la usa soltanto
perché essa va contro la fisica della caduta dei gravi, i quali tendono al centro della
terra, ma soprattutto perché una rotazione della terra causerebbe dei grossi disturbi
rilevabili sulla sua superficie, a causa delle forze centrifughe che ne deriverebbero.
Dunque leliocentrismo non era unipotesi nuova nella letteratura astronomica,
ma non ebbe seguito perché non vi fu nessuno in grado di costruire unastronomia
matematica alternativa a quella di Tolomeo. Leliocentrismo rimase solo un
suggerimento, ma senza sviluppo pratico.
Copernico cominciò probabilmente a cercare diverse combinazioni di
epicicli, deferenti ed
eccentricità, per costruire un modello del sistema solare totalmente
diverso, che rispettasse però il principio dei moti circolari uniformi. Swerdlow e
Neugebauer (1984), basandosi su alcune annotazioni trovate sui libri della biblioteca di
Copernico, hanno tentato di ricostruire i passi che sarebbero stati seguiti dal canonico
polacco (cfr. p. 56). Non offriamo in questa sede tale verosimile ricostruzione per
la sua complicazione tecnica, rimandando il lettore interessato alla consultazione degli
studi citati in bibliografia. Qui faremo attenzione soltanto ad alcuni aspetti del
problema.
Tolomeo fu obbligato a complicare la sua teoria planetaria con ipotesi che erano
difficili da spiegare, come ad esempio la supposizione che il raggio
vettore del pianeta nellepiciclo dovesse sempre puntare verso il sole.
Come mai, in questa supposizione, il sole entrava in un modo così rilevante? Questo era
il mistero che Copernico doveva risolvere. Riuscì a farlo in un modo semplice ed
elegante. Egli ridusse ad un effetto di «parallasse» il movimento
retrogrado mostrato dai pianeti, cioè alla diversa direzione
apparente dei pianeti che sarebbe risultata dal movimento di un osservatore che si fosse
mosso insieme alla terra. A questa scoperta ne segue immediatamente
unaltra, anchessa di grande portata per lo sviluppo ulteriore
dellastronomia. Copernico fu il primo a dare una precisa informazione
sullordine dei pianeti e sulle loro distanze relative al sole.
Era noto che il sistema tolemaico non dava nessuna idea sullordine e sulle distanze
relative delle varie sfere tra loro. Simmaginavano gli orbi celesti uno contiguo
allaltro, con lo spazio appena necessario perché negli interstizi potessero
collocarsi gli epicicli. Naturalmente, dal movimento della terra intorno al sole sarebbe
anche seguito che la terra girava intorno allasse individuato dai due poli
terrestri, e che il movimento diurno del cielo era allora, in realtà, un movimento
apparente, cioè il riflesso del moto terrestre.
Tutto il resto del Libro I dellopera di Copernico
fu un tentativo di dimostrare come si potesse ora costruire unintera
astronomia basata su queste nuove e ardite ipotesi, unastronomia
che fosse pure dello stesso livello matematico di quella tolemaica.
Fu questo uno sforzo enorme, che si mostrò però effimero, non riuscendo
egli nellintento di ridare un nuovo assetto teorico al moto
di tutti i pianeti, ciascuno di per sé considerato, mediante un
opportuno riaggiustamento di tutti i parametri e di tutti i dati
osservativi, nuovi o già conosciuti.
3. Il significato delle ipotesi nellastronomia antica.
Gli astronomi erano abituati a fare complicate costruzioni geometriche, perché i loro
calcoli numerici fossero il più possibile vicini alle misure osservate o, come si diceva,
perché si potessero «salvare le apparenze». Questa fu una
caratteristica generale di tutta lastronomia antica, che non poche volte era stata
oggetto di critica da parte di molti filosofi. Le prove geometriche e matematiche non
avevano allepoca nessun valore argomentativo in «cosmologia»
(disciplina che apparteneva alla filosofia, non alla matematica), e quindi le prove
addotte dagli astronomi non erano tenute in gran conto ai fini di una costruzione di un
sistema del mondo.
Anche alla luce di tale stato di cose, il De Revolutionibus viene preceduto da
un breve scritto, una sorta di avvertenza per il lettore, in forma di
lettera intitolata Ad lectorem de hypothesibus huius operis, per rispondere alle
possibili critiche che lopera avrebbe potuto suscitare. Questo scritto era anonimo e
fu ritenuto per molto tempo come uscito dalla penna dello stesso Copernico. Oggi sappiamo,
grazie alla testimonianza di Keplero, che fu invece scritto da Andrea
Osiander, che assieme a Rheticus aveva preparato la prima edizione dellopera di
Copernico (vedi supra, I.1). Scrive Osiander: «È proprio
dellastronomo mettere insieme con osservazione diligente e conforme alle regole, la
storia dei movimenti celesti; poi le loro cause, ossia non potendo in alcun
modo raggiungere quelle vere escogitare e inventare qualunque ipotesi, con la
cui supposizione sia possibile calcolare quei medesimi movimenti secondo i principi della
geometria, tanto nel futuro quanto nel passato [
]. Non è infatti necessario
che queste ipotesi siano vere, e persino nemmeno verosimili, ma è sufficiente solo
questo: che presentino un calcolo conforme alle osservazioni» (tr. it.
pp. 3-5). Se Osiander la pensava così, mostrava di non aver capito la portata
dellopera del suo maestro, poiché le sue considerazioni sono in evidente
contraddizione con tutto il contesto della Prefazione scritta da Copernico e
dedicata a Paolo III.
Ben prima di Tolomeo, Apollonio di Perga (262-190 a.C.) aveva dimostrato
che, tanto se si usa una teoria basata sullepiciclo, tanto
se si usa uneccentrica, si ottenevano gli stessi risultati
numerici. Consapevole di questo fatto, Tolomeo ritenne che queste
costruzioni geometriche servivano per la spiegazione
dei fenomeni del cielo, senza poter dire nulla sulla vera natura
dei corpi celesti o sulla struttura del sistema solare. Tale convincimento
nei confronti dellastronomia era dovuto principalmente ai
filosofi della natura. Questi ultimi guardavano allastronomia
matematica come qualcosa di utile, al più, ai soli fini dellastrologia.
Si potrebbe citare in proposito Cesare Cremonini (1550-1631), professore
di filosofia della natura a Padova e contemporaneo di Galileo, il
quale ebbe a precisare «che lastronomia al più dice
dove si trovano gli astri però non ne sa niente della loro natura
o che cosa siano» (possiamo osservare incidentalmente che
qualcosa di simile continua ad avvenire anche in parte della scienza
contemporanea). Per lo studio della natura degli astri si usava
dunque un metodo basato sulla discussione filosofica. Questo è in
fondo il senso del prologo di Osiander, il quale vuole rivendicare
per lastronomo la libertà di immaginare i modelli geometrici
che ritiene opportuni, e così porsi al riparo dalle possibili critiche
dei filosofi. E questa fu linterpretazione di molti per ovviare
le difficoltà filosofiche che incontrava il movimento della terra
quando, nel 1616, un decreto del SantUffizio permetteva in
astronomia luso dellipotesi copernicana purché non la
si prendesse come la situazione reale ( GALILEO,
II.2).
Tutte le costruzioni geometriche o modelli planetari dellantichità
erano frutto di diverse combinazioni che però lasciavano intatta
la fisica di Aristotele, insegnata in tutte le università europee
dellepoca ( UNIVERSITÀ,
I.2). È evidente che per Copernico la parte più fondamentale delle
sue ipotesi, la rotazione e la rivoluzione della terra, dovesse
essere qualcosa di reale, cioè doveva trattarsi di ipotesi
fisicamente vere. Perciò il copernicanesimo si presentò,
fin dallinizio, come qualcosa di inaccettabile da parte dei
filosofi della natura. Copernico dedicherà per questo parecchio
spazio nel Libro I della sua opera per mostrare che non vi
erano assurdità filosofiche nella sua teoria; anzi,
egli si preoccupa di rispondere agli argomenti contrari alleliocentrismo,
già elencati da Tolomeo (vedi infra, III). Il merito di Copernico
fu quello di intuire il nuovo sistema solare e di difenderlo
malgrado rimanessero dei punti oscuri, come punti ancora più oscuri
erano daltra parte presenti nella teoria tolemaica.
Copernico non avrebbe mai accettato la visione ex suppositione di Osiander.
Basta leggere il suo prologo e soprattutto il Libro I, dove egli presenta il
nuovo ordine dei pianeti. Egli comprende e sostiene che le sue ipotesi
devono riscontrarsi in natura. Dichiarare la rotazione della terra, eliminare lidea
di un centro del mondo, sostenere lorbita della terra intorno al
sole, erano affermazioni che, qualificate come assurde dai suoi contemporanei, suscitavano
delle obiezioni alle quali però, come abbiamo visto, Copernico tenta di rispondere con
argomenti di convenienza ed analogie, non potendo ancora contare su una fisica ed una
teoria dinamica. Per il canonico polacco non vi era in sostanza alcun dubbio sulla
realtà del nuovo sistema planetario. Una situazione simile è forse
quella verificatasi, secoli dopo, nella fisica moderna, quando Niels Bohr, nel 1913,
presentò un modello dellatomo di idrogeno che interpretava molto bene le righe
spettrali osservate, ma era forzato ad ammettere che la sua teoria risultava in
contraddizione con le leggi della radiazione conosciute nella fisica del suo tempo. Dopo
pochi decenni, con il progresso della ricerca, si giungerà alla conferma
dellintuizione iniziale.
In sostanza, Copernico rivendica il diritto dellastronomo di fare
cosmologia, contestato dai filosofi suoi contemporanei. Lo esprimono
in modo netto le schiette parole della sua Prefazione: «Mathematica
mathematicis scribuntur si lasci scrivere ai matematici di matematica».
La visione negativa circa lastronomia matematica presente
allepoca si trascinò durante molto tempo. Settanta anni dopo, quando il
SantUffizio chiederà un parere ad una Commissione di esperti in merito alla nota
questione galileiana, gli interpellati risponderanno che laffermazione del moto
della terra era «falsa e assurda in filosofia»; cioè non era stato
ancora compreso che vi era una scienza emergente una scienza basata su
dimostrazioni matematiche, ma che non era più solo matematica che col passare
tempo avrebbe occupato un posto importantissimo. Non cè dunque da meravigliarsi se
il decreto contro il copernicanesimo del 1616 dirà che questo si poteva usare soltanto
come ipotesi, ammettendo quindi quelle ipotesi di cui parlava la
lettera di Osiander.
Segnaliamo infine che questo stato di cose, assieme allatteggiamento mantenuto da
Copernico nei confronti della sua opera, vengono così riassunti in una lettera di
Giovanni Paolo II preparata in occasione del 450° anniversario della pubblicazione
del De Revolutionibus Orbium caelestium: «La sua intuizione fondamentale
scaturì dalla scoperta delle contraddizioni inerenti al sistema tolemaico: egli dimostrò
che il fatto di porre la terra al centro dei movimenti celesti costituiva un errore
matematico. Dai suoi calcoli trasse la convinzione della giustezza della teoria
eliocentrica, anche se non gli riuscì di dimostrarla irrefutabilmente con i fatti. Ebbe
la prudenza del ricercatore, al quale manca ancora la prova definitiva delle sue tesi, ma
rivelò anche il coraggio dello scienziato che sa proporre spiegazioni più soddisfacenti,
pur scostandosi dalle rappresentazioni tradizionali del cosmo» (Lettera al
Rettore dellUniversità di Ferrara, 20.9.1993, pp. XI-XII)
III. I rapporti con la filosofia della natura
1. Il ruolo della matematica. Alcuni storici della scienza sembrano ignorare
il ruolo fondamentale avuto dalla matematica nella scoperta di Copernico. Si insiste più
spesso sullo sviluppo del pensiero filosofico e scientifico del Cinquecento quale
principale sottofondo delleliocentrismo, come se questo ne fosse quasi una
conseguenza naturale. Non si può invece ignorare che leliocentrismo nacque
dallesigenza di risolvere un problema astronomico e che questo fu risolto con una
tecnica matematica (cfr. Swerdlow e Neugebauer, 1984, p. 59; Poppi, 1996,
p. 45).
Per capire latteggiamento dei filosofi della natura nei confronti dei matematici,
si può ricordare che già Tolomeo si sentì obbligato a sottolineare, nel prologo
dellAlmagesto, limportanza delle prove matematiche rispetto alle prove
desunte dalla filosofia della natura. Questa discussione doveva trascinarsi ancora per
molto tempo, con Cristoforo Clavio (1537-1612) e Keplero (1571-1630), per acquistare poi
importanza soprattutto al tempo di Galileo (1564-1642). E ciò non tanto perché le
novità contraddicevano i princìpi della fisica di Aristotele, quanto piuttosto perché i
filosofi si ritenevano superiori, quanto alla razionalità del loro metodo, per giungere a
conclusioni maggiormente attendibili sulla realtà dei modelli astronomici.
Il carattere matematico del De Revolutionibus appare con chiarezza in molte sue
pagine. Più raramente, come nel capitolo X del Libro I, ci troviamo di fronte
a riflessioni di carattere filosofico, quando Copernico tratta
dellordine dei pianeti e offre un commento alla nuova posizione
del sole, collocato al centro del mondo di allora: «In mezzo a tutti sta il
Sole. Chi, infatti, in questo bellissimo tempio, porrà questa lampada in un altro luogo,
migliore di quello da cui può illuminare tutto nello stesso tempo? Per la verità non a
caso alcuni lo chiamano lucerna del mondo, altri mente, altri rettore. Trismegisto [lo
chiama] Dio visibile, lElettra di Sofocle lonniveggente. Così certamente,
come assiso su un soglio regale, il Sole governa la famiglia degli astri che lo attornia
[...]. Troviamo così in questo ordinamento unammirevole simmetria del mondo e un
sicuro nesso armonico fra il movimento e la grandezza degli orbi, quale altrimenti non è
possibile trovare» (tr. it. p. 99-101).
Copernico era cosciente delle difficoltà fisiche incontrate dalleliocentrismo.
Cercherà ad esempio di rispondere a Tolomeo in merito agli effetti
centrifughi che si sarebbero dovuti avvertire sulla superficie
della terra a causa del suo moto di rotazione, osservando che anche
le sfere celesti ruotano (e con velocità plausibilmente maggiori)
senza disperdersi nello spazio (cfr. lib. I, cap. VIII);
ma la forza centrifuga era conosciuta solo da un punto di vista
qualitativo, non fisico-dinamico, e quindi non era possibile dare
una risposta soddisfacente. La conseguenza più grave delleliocentrismo
proveniva piuttosto dalla teoria generale del moto aristotelico.
Per Aristotele, i corpi gravi o pesanti, tendevano naturalmente
verso il centro della terra, mentre quelli leggeri, come il fuoco,
si dirigevano invece verso lalto. Questo non era che una descrizione
dellesperienza quotidiana, ordinaria ed immediata: questi
movimenti erano naturali, insiti nella materia, e si svolgevano
in linea retta. Aristotele intendeva però dare una spiegazione a
questo fenomeno. Per lui, i gravi tendevano al centro del
mondo, e non proprio al centro della terra. La
ragione di questa distinzione stava nellidea che anche la
terra, un corpo grave lei stessa, sarebbe caduta al centro del mondo.
Dunque il centro della terra giaceva già nel centro del mondo, ma,
strettamente parlando, senza identificarsi del tutto con esso. Se
una parte della terra, o la terra tutta intera, fosse stata spostata,
questa sarebbe comunque nuovamente caduta al centro
del mondo. Dunque, secondo questa teoria, era lesperienza
a dirci che la terra non poteva essere in movimento, perché si vedevano
i gravi cadere sempre verso il centro della terra, e non sarebbe
stato così se la terra fosse stata in movimento.
2. La concezione della Gravità. Dal fatto che nelleliocentrismo
la terra non si trovava più nel centro del mondo, ne seguiva inevitabilmente
una altra conseguenza per lintero sistema solare, e cioè che
la gravità non è più causata dallo spazio, cioè dalla sua particolare
geometria, secondo la quale i gravi tendevano a cadere
nel centro del mondo, mentre i leggeri a salire in alto. Ponendo
il sole nel centro del mondo e sostenendo il movimento della terra,
Copernico fu allora obbligato ad ipotizzare che il fenomeno della
gravitazione fosse una proprietà della materia, una sorta di affinità,
una reciproca attrazione. Non è più il centro del mondo che attira
i gravi verso il basso, ma il loro moto è dovuto ad una affezione
della materia verso ciò che le è simile. In altre parole, la materia-grave
attira ed è attirata da materia similmente grave. È vero che già
Nicola Cusano (1401-1464) aveva parlato di un universo senza centro,
con i corpi celesti in movimento relativo ( CUSANO,
III). Però Cusano, figura prominente dei Concili della sua epoca,
legato del Papa e vescovo di Bressanone, aveva affermato questa
ipotesi per motivi filosofico-teologici legati al suo sistema di
pensiero. Non consta che Copernico fosse a conoscenza delle affermazioni
di Cusano, ma, in ogni caso, si vedeva costretto ad arrivare alla
medesima conclusione per il fatto di attribuire un movimento di
traslazione alla terra intorno al sole. Nel cap. IX del Libro I,
Copernico spiega la sua idea della gravità terrestre con una sorta
di metafora, affermando chiaramente che tutti i corpi celesti sono
centri di attrazione della materia: «Credo che
la gravità non sia altro che una certa brama naturale (appetentiam
quandam naturalem), attribuita alle parti dalla divina provvidenza
dellartefice di tutte le cose, affinché si uniscano nella
loro unità ed integrità congiungendosi in forma di globo. E questa
inclinazione è credibile sia insita anche nel Sole, nella Luna e
negli altri splendori erranti, cosicché per la sua efficacia essi
restano in quella rotondità con cui si presentano, sebbene in molti
modi effettuino i loro circuiti» (tr. it. p. 83).
Gli stessi fenomeni che noi osserviamo sulla terra si dovrebbero dunque osservare anche
sulla superficie degli altri astri. Ma con queste affermazioni Copernico era
inevitabilmente (e prematuramente) obbligato ad entrare in un campo inesplorato della
fisica. Egli non sta ancora proponendo una legge di gravitazione universale, ma
semplicemente la tendenza di corpi simili a riunirsi: per il momento, inoltre, egli poteva
soltanto supporre che gli astri fossero simili alla terra in quanto centro di caduta dei
gravi, né poteva comprendere la meccanica del moto che risultava collegato a tale
attrazione.
La nuova concezione non conduceva ad una rottura col passato in merito
ad una comprensione della gravità, perché si trattava in fondo di
estendere i fenomeni di caduta osservati sulla terra anche ad altri
astri. Il cambio radicale stava piuttosto nel fatto che la caduta
non avveniva più verso il centro del mondo, ma aveva
luogo perché i gravi erano attirati dalla massa della terra. Le
implicazioni di questa conseguenza andavano al di là del suo programma
di rinnovare lastronomia. Copernico preferì attenersi alla
sua soluzione della «anomalia seconda» e alla scoperta
delle dimensioni relative del sistema solare, con il nuovo ordine
dato ai pianeti, sperando che un giorno si sarebbero potute dare
delle risposte di natura più propriamente fisica. Gli autori che
seguirono Copernico dovettero accettare la sua nuova concezione
dellattrazione terrestre senza capirne fino in fondo il motivo
e la portata. Solo Keplero
ne parlerà nellIntroduzione della sua opera Astronomia
Nova seu physica coelestis (1609), andando anche oltre la discussione
di Copernico, ma la fisica non era ancora pronta per dare la risposta
cercata. Questa fu riservata ad Isaac Newton (1642-1724) con la
pubblicazione, nel 1687, dei suoi ben noti Philosophiae Naturalis
Principia Mathematica ( NEWTON,
II).
IV. Diffusione del copernicanesimo
1. La progressiva accettazione delleliocentrismo e la
sua definitiva prova fisica nelle osservazioni di parallasse annua.
È interessante considerare quale fu la reazione degli astronomi
immediatamente dopo la pubblicazione del De Revolutionibus.
Questi accettarono con entusiasmo la novità della revisione dellastronomia
operata da Copernico con lintroduzione di moti circolari e
uniformi. Anche perché, come prometteva Andrea Osiander nel suo
scritto già citato accluso allopera di Copernico, il libro
del canonico polacco conteneva molte nuove osservazioni. Il P. Cristoforo
Clavius, astronomo del Collegio Romano ( SPECOLA
VATICANA, I) e autore di un commentario al De Sphaera
di Giovanni di Sacrobosco (XIII sec.), aveva chiamato Copernico
«Astronomiae Restitutor Egregius», volendo
con ciò indicare che dopo tanti secoli era stato il primo a scrivere
un libro di astronomia dello stesso livello dellAlmagesto.
Non dobbiamo però pensare che una volta pubblicato il De Revolutionibus
tutti gli astronomi si affrettassero a seguire il nuovo sistema
planetario, né che questo fosse un criterio per distinguere i buoni
dai cattivi astronomi (un errore di valutazione che commettono molti
studiosi di storia dellastronomia). In realtà le cose andarono
diversamente. Se però teniamo conto del fatto che il De Revolutionibus
era la prima opera astronomica seria dallepoca di Tolomeo,
e che conteneva nuove osservazioni, era ovvio che gli astronomi
la accettassero almeno come un libro di astronomia, malgrado certe
ipotesi iniziali che ripugnavano alla fisica del tempo.
Erasmus Reinhold (1511-1553) pubblicò appena otto anni dopo la morte di Copernico le Tavole
Pruteniche (Tubingen, 1551), così chiamate perché dedicate al duca Alberto di
Prussia, basate sui dati osservativi del De Revolutionibus, per sostituire le Tavole
Alfonsine (1253) che allora cominciavano ad essere obsolete e non più affidabili.
Basta però leggere il prologo delle nuove Tavole per vedere che Reinhold accettava
pienamente e con entusiasmo lastronomia copernicana, aggiungendovi tuttavia:
malgrado le ipotesi assurde. Fu questo latteggiamento generale,
perché la maggioranza degli astronomi credevano nella astronomia di
Copernico (cioè nella matematica che essa permetteva di ricostruire), ma non nella sua
cosmologia. In altre parole, ritenevano giusto lavvertimento
contenuto nella Prefazione di Osiander, che presentava lopera copernicana
come una proposta matematica utile a semplificare i calcoli, ed il sistema eliocentrico
come una pura ipotesi geometrico-matematica, non come un nuovo sistema del mondo. Tale fu
latteggiamento ad esempio della cosiddetta Scuola di Wittenberg. Lastronomo
bolognese Giovanni Antonio Magini (1555-1617) espresse giudizi analoghi nelle sue Effemeridi
astronomiche del 1582. Riteniamo che tale atteggiamento fosse a quel tempo
giustificato, perché, sebbene il copernicanesimo spiegava a meraviglia certi fenomeni
celesti, lasciava nondimeno molte questioni aperte. È proprio dello scienziato valutare
le evidenze delle teorie rimanendo aperto a nuovi, ulteriori contributi, senza vincolarsi
ostinatamente ad un sistema che sa non essere ancora né maturo, né pienamente
confermato.
Lastronomia di Copernico durò pochi anni, perché verso la fine del Cinquecento
il grande astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601) cominciò un programma di osservazioni
astronomiche molto accurate dalle quali ne derivarono Tavole assai migliori e precise.
Brahe ideò allo stesso tempo un sistema planetario che porta il suo nome, quasi identico
a quello di Copernico: i pianeti girano intorno al sole, e questo intorno alla terra, la
quale però è fissa nel centro del mondo. Sebbene tale sistema possa oggi apparire un
passo indietro, nel bel mezzo delle incertezze delleliocentrismo copernicano
incertezze che sussistevano per la mancanza di una fisica che potesse darne
ragione esso aveva il vantaggio di includere nuove e migliori osservazioni.
Per altro, lo stesso Brahe avanzò alcune obiezioni nei riguardi del copernicanesimo. Egli
notava, ad esempio, che lassenza di una parallasse annua delle stelle (il movimento
periodico annuale che ogni stella avrebbe dovuto mostrare se osservata dalla terra quando
questa fosse soggetto di un moto orbitale annuale) obbligava a collocarle ad una distanza
in quel momento inimmaginabile. Cosa ci farebbero allora tanti spazi vuoti nel firmamento?
Inoltre, con una risoluzione di non più di un minuto primo darco corrispondente
alle osservazioni ad occhio nudo, ci si riteneva capaci di misurare, entro queste
dimensioni, il vero diametro angolare di molte stelle brillanti. Questa misura (angolare),
rapportata alla grandissima distanza cui si sarebbero dovute trovare le stelle, in quanto
non mostravano alcuna parallasse nonostante un ipotetico moto terrestre di rivoluzione
attorno al sole, avrebbe condotto a dedurre delle dimensioni stellari reali (lineari)
così grandi che a quellepoca diventavano difficili da credersi. Fu questo il motivo
per il quale Tycho Brahe propose un sistema analogo a quello di Copernico, ma
rovesciato, nel senso che la terra era ancora fissa (evitando così i
problemi di natura fisica cui andava incontro leliocentrismo) ed il sole girava
intorno alla terra trascinando con sé i diversi pianeti. Questo sistema incontrò il
favore di molti astronomi fin dal suo sorgere, ma soprattutto dopo il citato decreto del
SantUffizio che nel 1616 vietava di sostenere il copernicanesimo come realtà
fisica, permettendone soltanto lutilizzo ex suppositione.
Alla fine del Cinquecento entrò in scena il giovane astronomo tedesco Johannes Kepler,
che lavorò con Tycho Brahe fino alla morte di questultimo e poté giovarsi delle
sue osservazioni. Keplero, decisamente copernicano fin dallinizio, da quelle
osservazioni seppe trarre tutte le conseguenze scientificamente più favorevoli, iniziando
così una nuova era per lastronomia. Keplero fu il primo astronomo che comprese il
contributo più essenziale delleliocentrismo, cioè la possibilità di ottenere la
distanza relativa dei pianeti. Egli lasciò da parte lipotesi del movimento continuo
circolare, sul quale tanto insisteva Copernico in continuità con tutta la filosofia
naturale a lui precedente, e prese nuovamente in considerazione lequante (cioè un
punto rispetto al quale il moto del pianeta appare uniforme), reliquia
dellastronomia tolemaica. Keplero abbandonò dunque lastronomia copernicana,
ma ne ritenne soltanto la parte fondamentale delleliocentrismo, per iniziare una
nuova astronomia (Astronomia Nova, 1609) e dedurre le leggi fondamentali del
movimento dei pianeti.
Per una dimostrazione fisica definitiva del moto di rivoluzione
della terra intorno al sole, come Copernico la suggeriva nel 1543
nel suo De Revolutionibus, occorrerà attendere, come è noto,
losservazione delle parallassi stellari annue, ormai allinizio
del XIX secolo. Se la terra si muove intorno al sole ne seguirebbe,
come prima accennato, che le stelle più prossime a noi descriverebbero,
come riflesso di questo moto, dei piccoli cerchi o ellissi sullo
sfondo delle stelle più lontane, fenomeno appunto conosciuto col
nome di «parallasse annua». Allepoca di Copernico
e poi di Galileo, il risultato delle osservazioni realizzate per
trovare questa parallasse era stato sempre negativo. È vero che
J. Bradley nel 1728 aveva osservato dei piccoli movimenti annuali
delle stelle, ma non si trattava di moti di parallassi annuali,
bensì di un effetto dovuto all«aberrazione della luce»,
fenomeno generale collegato alla visione di ogni osservatore in
movimento, che forniva però una prova convincente circa lesistenza
di un movimento della terra, non più come luogo di osservazione
immobile nel cosmo. Allo stesso tempo, anche la forma schiacciata
della terra suggeriva fortemente lidea di una rotazione attorno
allasse dei poli. Si dovette però attendere fino al 1836,
quando F. Struve osservò in modo inconfondibile la parallasse
della stella Vega (a Lyrae), notando il movimento apparente
che questa stella, vicina e brillante, aveva rispetto allo sfondo
delle stelle più deboli e lontane. Questa fu davvero la prova finale,
da tanto tempo cercata, del moto di rivoluzione della terra intorno
al sole. A partire da quella data si sono osservate le parallassi
di migliaia di stelle.
2. Leliocentrismo e il pensiero religioso copernicano.
A Copernico non sfuggì che la rotazione della terra recava con sé
unimportante conseguenza. Il moto con cui il sole, la luna
e gli astri sembrano sorgere o alzarsi sullorizzonte
a est per poi discendere al tramonto ad ovest, doveva essere allora
un moto apparente. Intuendo la portata di questa conseguenza
per ambiti che andavano al di là dellastronomia, egli rispose
che quando si parla del moto di questi corpi e non di
moto della terra, si sta utilizzando «un linguaggio comune,
che possa essere compreso da tutti (consueto sermone loqui qui
possit recipi ab omnibus)». Per Copernico la soluzione
per comporre questa diversità di vedute era ovvia e di senso comune:
egli non farà perciò nessun riferimento allinterpretazione
letterale delle Sacre Scritture. In realtà, come mostrerà dopo il
caso Galileo, leliocentrismo non soltanto cambiò radicalmente
la fisica di Aristotele, ma anche obbligò lesegesi biblica
ad una riconsiderazione di alcuni dei suoi princìpi; cosa che avvenne
lentamente e non senza travaglio ( SACRA
SCRITTURA, I), e che favorì il recupero di una tradizione ermeneutica
già presente in epoca patristica e medievale. Così lo ricordava
Giovanni Paolo II in occasione del discorso al termine degli
studi della speciale Commissione voluta per la revisione del caso
Galileo (1992): «Il capovolgimento provocato dal sistema di
Copernico ha così richiesto uno sforzo di riflessione epistemologica
sulle scienze bibliche, sforzo che doveva portare più tardi frutti
abbondanti nei lavori esegetici moderni e che ha trovato nella Costituzione
conciliare Dei Verbum una consacrazione e un nuovo impulso»
(Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 31.10.1992,
n. 6).
Prima di Galileo, già Keplero nellIntroduzione alla sua Astronomia Nova
aveva dedicato spazio a discutere le conseguenze della relatività del moto del sole
sullinterpretazione delle Sacre Scritture. Ma la questione scoppiò in tutta la sua
forza quando Galileo diede inizio, in Italia, alla sua accesa attività in favore
delleliocentrismo. Con lo scienziato pisano la discussione fu portata fuori
dellambito accademico e tanto lui, come i suoi avversari, la centrarono in buona
parte sul problema dellinterpretazione letterale della Bibbia.
Ciò che fino quel momento era rimasta una questione confinata nel mondo accademico e
scientifico dellastronomia, prendeva così una piega pericolosa, perché il tema
dellinterpretazione delle Sacre Scritture era divenuto per la Chiesa e per la
teologia, dopo la Riforma protestante, un terreno assai delicato.
Ma a differenza del Galileo dei Dialoghi sui massimi sistemi (1632), per
Copernico leliocentrismo non assumerà dei toni conflittuali o polemici, non
divenendo mai una questione di carattere religioso. Nel De Revolutionibus, fra i
motivi per cui gli antichi hanno ritenuto che la terra giacesse nel
centro delluniverso, Copernico non ne menziona alcuno di natura religiosa, ma fa
solo riferimento alla fisica di Aristotele (cfr. lib. I, cap. VII). Con Galileo,
egli condivide al tempo stesso una visione profondamente religiosa delluniverso,
dello studio del cielo e dunque dellastronomia come scienza.
Allinizio della sua opera egli ne tesse le lodi: «Fra i molti e diversi
studi delle lettere e delle arti, con cui si rinvigoriscono gli ingegni umani, stimo si
debbano coltivare soprattutto, applicandovisi con somma cura, quelli che concernono le
cose più belle e più degne di essere conosciute. E tali sono quelle che trattano delle
divine rivoluzioni del mondo e del corso delle stelle, delle grandezze, delle distanze,
del sorgere e del tramontare e delle cause degli altri fenomeni celesti, di cui finalmente
spiegano lintera forma. E cosa mai cè di più bello del cielo, che contiene
sicuramente tutte le cose belle?» (Proemio, tr. it. p. 29).
I riferimenti a Dio non mancano nel corso dellopera, introdotti spesso con
naturalezza, come in occasione della spiegazione risolutiva dellordine dei pianeti
intorno al sole quando, come avvertendo la novità e la difficoltà dellimpresa,
segnala: «E poiché tutte queste cose sono difficili e quasi inconcepibili e
contrarie allopinione di molti, tuttavia, con laiuto di Dio, le faremo più
chiare della luce del Sole per coloro che non ignorano larte matematica»
(lib. I, cap. X, tr. it. p. 97). Copernico studia il cielo con passione e
con riverenza e ne vede, in continuità con la grande tradizione filosofica e biblica, una
fonte di lode al Creatore ed una strada per giungere alla Sua conoscenza: «Chi,
infatti, applicandosi a quelle cose che, costituite nellordine più eccellente,
vedrà dirette da governo divino, non sarà spinto, dalla loro assidua contemplazione e da
una certa consuetudine, alle cose migliori e non ammirerà lartefice di tutto, in
cui è ogni felicità e ogni bene? E non sarebbe stato forse invano che il divino salmista
si sarebbe detto dilettato dalla creazione di Dio ed esultante per lopera delle sue
mani, se per questi mezzi, quasi mediante un veicolo, non fossimo condotti alla
contemplazione del sommo bene?» (Proemio, tr. it. pp. 29-31).
Limmagine delluniverso, assai più grande e sconfinata,
che va lentamente delineandosi con il lavoro teorico di Copernico,
ancor prima delle osservazioni al telescopio di Galileo, non poteva
non inaugurare una serie di ricadute sul terreno filosofico e religioso,
che dureranno fino ai nostri giorni. Infatti, al non osservarsi
alcun moto di parallasse stellare, il modello copernicano postulava
implicitamente lesistenza di un enorme vuoto fra lultimo
dei pianeti e le prime stelle. Risultava a quellepoca difficile
accettare le enormi distanze e lallargamento di orizzonti
che questo supponeva. Secoli più tardi, la sorpresa fu grande nel
rilevare moti parallattici assai più piccoli di quanto si immaginava.
Ciò significava che le distanze delle stelle erano enormemente grandi:
non era più permesso collocarle a poca distanza dai pianeti del
sistema solare. Luomo doveva inevitabilmente aprirsi allimmensità
delluniverso. Oggi siamo più abituati ad accettare le distanze
delle galassie misurate in milioni o perfino in miliardi di anni
luce, distanze che certamente continuano a sfuggire alla nostra
immaginazione ( COSMO,
OSSERVAZIONE DEL). Ma fu in fondo il copernicanesimo, anche sotto
il punto di vista della nuova scala di dimensioni di cui permise
la graduale configurazione, la grande rivoluzione che aprì il cammino
verso laccettazione della cosmologia moderna. Copernico comprese
che luniverso doveva essere straordinariamente grande, ma
non volle pronunciarsi se fosse finito o infinito. Con la sua abituale
sobrietà di parola, solo diede come risposta che dovevamo ammirare
limmensità delluniverso, «tanto divina è per certo
questa fabbrica dellottimo e massimo artefice» (De
Revolutionibus, lib. I, cap. X).
Juan Casanovas
Vedi: ASTRONOMIA;
GALILEI, G.; KEPLER, J.
Bibliografia:
Opere di N. Copernico: In lingua italiana esiste
ledizione curata da Francesco Barone, Opere di Nicola Copernico,
Utet, Torino 1979, con ampia Introduzione del curatore, pp.
9-94; contiene: De hypothesibus motuum caelestium a se constitutis
commentariolus (conosciuta più brevemente come Commentariolus,
ca. 1510), Lettera contro Werner sullottava sfera (1543),
De Revolutionibus Orbium Caelestium libri sex (1543), Dissertazione
sul conio della moneta (1528), con in Appendice la Prima
esposizione di G.G. Retico dei libri sulle rivoluzioni, Lettere
di N. Schönberg a Copernico e di T. Giese a G.G. Retico. Inoltre,
per il Libro I del De Revolutionibus: N. Copernico,
De Revolutionibus Orbium Caelestium. La costituzione generale
delluniverso, testo latino a fronte, con Introduzione
di Alexandre Koyré, Einaudi, Torino 1975 (da cui riportiamo i testi
italiani citati); H. HUGONNARD-ROCHE, E. ROSEN, J.P. VERNET (a cura
di), Introductions a lAstronomie de Copernic: Le Commentariolus
de Copernic, la Narratio prima de Rheticus, Blanchard,
Paris 1975. LAccademia Polacca delle Scienze ha curato la
pubblicazione dellOpera Omnia, in 3 voll., Polish Scientific
Publisher e Macmillan, London-Warsaw, vol. I (1972): The manuscript
of Nicholas Copernicus's On the revolutions (facsimile);
vol. II (1978): On the revolutions, a cura di J. Dobrzycki
e E. Rosen; vol. III (1985): Minor works, a cura di P. Czartoriski,
E. Rosen, E. Hilfstein.
Fra i principali lavori su Copernico: H. KESTEN,
Copernico e il suo mondo, Mondadori, Milano 1960; A. KOYRÉ,
La rivoluzione astronomica. Copernico, Keplero, Borelli,
Feltrinelli, Milano 1966; T.S. KUHN, La rivoluzione copernicana
(1957), Einaudi, Torino 1972; Conferenze in occasione del V centenario
della nascita di N. Copernico, Torino febbraio-marzo 1972, Giornale
di Fisica 14 (1973); E. ROSEN, Copernicus, Nicholas,
in DSB, vol. III, 1972, pp. 401-411; G. DE FLORENTIIS, Copernico
e la riforma dell'astronomia, Mondadori, Milano 1974; A. BEER,
K.A. STRAND (a cura di), Copernicus Yesterday and Today. Proceedings
of the Commemorative Conference held in Washington in honour of
Nicolaus Copernicus, Vistas in Astronomy 17 (1975);
Copernico e la cosmologia moderna, Atti del Convegno internazionale
dellAccademia dei Lincei, maggio 1973, in Problemi attuali
di scienza e di cultura, quad. n. 216, Accademia Nazionale
dei Lincei, Roma 1975; N. SWERDLOW, O. NEUGEBAUER, Mathematical
Astronomy in Copernicuss de Revolutionibus, Springer,
New York 1984; W.R. SHEA, Copernico, Galileo, Cartesio. Aspetti
della rivoluzione scientifica, Armando, Roma 1989; O. GINGERICH,
The Eye of Heaven. Ptolemy, Copernicus, Kepler, The American
Institute of Physics, New York 1993; Copernico a Padova,
Atti della giornata copernicana nel 450° della pubblicazione del
De revolutionibus orbium caelestium, Padova, 10.12.1993,
CLEUP, Padova 1995; E. ROSEN, Copernicus and his successors,
The Hambledon Press, London 1995; L. PEPE (a cura di), Copernico
e la questione copernicana in Italia dal XVI al XIX secolo,
L. Olschki, Firenze 1996; A. POPPI, La filosofia naturale del
primo Cinquecento nelle Università di Padova, Bologna e Ferrara,
in ibidem, pp. 39-67.
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