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Russell,
Bertrand Arthur William (1872 - 1970)
Michele Marsonet
I. Vita e filosofia di Russell - II. Logica
e filosofia della matematica - III. Latomismo logico - IV.
La critica della metafisica - V. La critica della religione.
I. Vita e filosofia di Russell
Bertrand Russell è al contempo uno dei maggiori
filosofi analitici del 900 e un illustre rappresentante della
tradizione empirista britannica che discende da Locke, Berkeley,
Hume e John Stuart Mill. Suo padre era il visconte di Amberley,
figlio del primo conte di Russell, e anche la madre apparteneva
allaristrocrazia inglese. Rimasto orfano in giovane età, fu
educato dai nonni paterni e nel 1890 ottenne una borsa di studio
in matematica presso il Trinity College di Cambridge. Conobbe
quindi A.N. Whitehead, J.E. McTaggart e G.E. Moore, che lo iniziarono
agli studi filosofici. Influenzato in un primo tempo dallidealismo
neohegeliano di Bradley e McTaggart, in seguito adottò posizioni
empiriste avvicinandosi in particolare a Moore e iniziando la vera
e propria carriera accademica al Trinity College, dove ebbe
più tardi come allievo Ludwig
Wittgenstein. Oltre a coltivare linteresse primario per la
logica formale, la filosofia del linguaggio, la filosofia della
matematica e la teoria della conoscenza, si volse ben presto allo
studio dei temi politico-sociali manifestando tendenze radicali.
Divenuto famoso già nei primi anni del secolo grazie ai suoi lavori
di logica
e filosofia della matematica, Russell aderì al movimento pacifista
sostenendo la validità dellobiezione di coscienza e opponendosi
alla partecipazione del Regno Unito al primo conflitto mondiale,
e venne anche imprigionato per la sua attività. Nel 1940 le autorità
americane gli proibirono di insegnare al City College di
New York affermando che le sue idee etiche e politiche avrebbero
potuto corrompere le menti degli allievi. In seguito pubblicò, oltre
a saggi specialistici, anche numerose opere popolari in difesa del
libero pensiero, contro le religioni in generale e quella cristiana
in particolare, nonché di etica, di politica e di storia della filosofia
esposta a livello divulgativo. Dopo aver vinto nel 1950 il Premio
Nobel per la letteratura, divenne sempre più coinvolto nei movimenti
che lottavano contro la proliferazione nucleare e a favore del disarmo
fino a subire un altro arresto, alletà di novantanni,
nel corso di una manifestazione pacifista.
Come si è prima accennato, i suoi contributi filosofici principali si collocano in
campi specialistici. Citiamo innanzitutto la monumentale opera Principia Mathematica,
scritta in collaborazione con A.N. Whitehead e pubblicata tra il 1910 e
il 1913. Nei tre volumi che la compongono Russell e Whitehead si propongono di portare a
compimento il programma di Frege (logicismo), volto a ricavare tutta
la matematica allora conosciuta dai concetti-base della logica grazie a un apparato
formale rigoroso. Molto importanti in questo senso sono anche I princìpi della
matematica (1903) e Introduzione alla filosofia matematica (1919). Per quanto
riguarda temi filosofici più tradizionali molto importanti sono le
opere I problemi della filosofia (1912), tuttora considerata una delle migliori
introduzioni alla filosofia in lingua inglese, La conoscenza del mondo esterno
(1914) e Lanalisi della mente (1921). Vastissima, infine, la produzione più
divulgativa. Va menzionata innanzitutto la celeberrima Storia della filosofia
occidentale (1945) che gli valse il Premio Nobel, e quindi, sul piano etico-politico e
religioso, Perché non sono cristiano (1927), La conquista della felicità, Autorità
e individuo, Dio e la religione, e Matrimonio e morale (1927).
Una delle caratteristiche principali della filosofia di Russell è lassunto
di fondo secondo cui tutte le nostre credenze debbono essere giustificate
filosoficamente. Asserire una proposizione significa automaticamente
accettare lesistenza delle entità di cui la proposizione parla,
si tratti di enti matematici, di oggetti fisici, di valori etici
o di Dio.
Il punto di partenza è fornito da ciò che è meno soggetto al dubbio,
e si dovrà poi verificare che cosa se ne può inferire rammentandosi
di giustificare ogni passaggio. Russell come si è prima
notato è fondamentalmente un empirista, anche se per
un certo periodo difese una filosofia platonista della matematica
( IDEALISMO,
I.1) sostenendo che gli enti matematici attendono di essere scoperti
proprio come il continente americano attendeva di essere scoperto
da Cristoforo Colombo. A suo avviso, conosciamo in modo diretto
i dati che i sensi esterni ci forniscono, unitamente
ai dati dei sensi interni come pensieri, credenze e
sentimenti. La strategia adottata è la stessa di Locke (1632-1704):
giungiamo a conoscere gli universali mediante le esemplificazioni
che troviamo nellesperienza; tuttavia occorre nello stesso
tempo essere fedeli al rasoio di Ockham poiché la postulazione
troppo generosa di entità rischia di spingerci a credere in qualcosa
che non esiste. Russell fornì quindi un esempio concreto poi
sviluppato dalla tradizione analitica di filosofia legata
in modo essenziale ad un metodo basato sulla discussione critica
e sulla controllabilità delle affermazioni, contrario alle sintesi
totalizzanti e assai attento, invece, alla bontà delle inferenze
e alla validità delle conclusioni.
Russell pensa che la nostra conoscenza diretta si estenda agli
«universali», come la bianchezza o la diversità, che sono
esemplificati nellesperienza, o che sono quanto meno analizzabili in termini che ad
essa fanno riferimento. Ne segue che ogni enunciato completo deve contenere almeno una
parola in rappresentanza di un universale. Tali universali sono qualità o relazioni, e
noi arriviamo ai «fatti di base» sui quali è fondata tutta la nostra
conoscenza empirica predicando in modo veritiero una qualità di un oggetto presentato, o
una relazione tra due o più di tali oggetti. Muovendoci in questa direzione incontriamo
problemi filosofici, come quello delleffettiva composizione del dominio dei fatti di
base, o quello della maniera in cui li si deve interpretare. Non è chiaro, ad esempio,
quale sia lo statuto dei dati primitivi dei sensi, se siano privati o pubblici, mentali o
fisici. Inoltre, è ad avviso di Russell evidente che una proposizione asserente una
relazione tra due termini non può essere posta sullo stesso piano di una che implica
lesistenza di uno solo di essi, ed egli ne conclude che alcune proposizioni sono
irriducibilmente «relazionali»; ciò gli offre loccasione per
affermare che non vi sono mezzi validi per eliminare gli universali. Daltro canto,
il concetto metafisico classico di «sostanza» lo insospettisce proprio
come destava i sospetti degli empiristi classici.
Per quanto riguarda il dominio dei fatti di base, Russell intrattenne opinioni
differenti in momenti diversi. Quando scrisse I problemi della filosofia (1912),
sosteneva che lesercizio della memoria ci consente una conoscenza diretta
dellesperienza passata; in seguito, ne Lanalisi della mente (1921),
affermò che ogni credenza fondata sulla memoria devessere inferenziale e quindi
incerta. Inoltre, dopo aver sostenuto ne I problemi della filosofia che si può
avere conoscenza diretta del proprio sé, quanto meno come del possessore momentaneo delle
esperienze che si hanno attualmente, Russell passa in un primo tempo alla tesi per cui si
ha esperienza del proprio sé come di unentità distinta dalle proprie esperienze, e
non per conoscenza diretta, ma per descrizione; più tardi, ancora in Lanalisi
della mente, sostiene che non vè bisogno di considerare il sé come
unentità separata dalle sue esperienze, dato che lo si può costruire a partire da
queste ultime. La stessa tendenza verso una maggior economia è rilevabile nel suo
trattamento delle entità astratte. Vediamo infatti che il platonismo liberale dei Princìpi
della matematica (1903), in cui la realtà viene concessa a tutti gli oggetti di
pensiero, si riduce progressivamente fino al punto in cui anche certe entità astratte,
come le classi e le proposizioni, appaiono quali finzioni logiche, e ci rimangono soltanto
gli universali.
La ragione della fedeltà russelliana al rasoio di Ockham
il principio per cui le entità non debbono essere moltiplicate
oltre il necessario è che quante più sono le entità
che si vogliono postulare, tanto maggiore è il rischio che si creda
in qualcosa che non esiste. Lo scetticismo globale non è
a suo parere sostenibile per motivi pratici: non possiamo liberararci
delle nostre credenze naturali; ma possiamo riuscire a ri-formulare
queste credenze in modo da aumentarne laffidabilità senza
impoverirne il contenuto in modo troppo drastico. Nel caso del proprio
sé non si accetterà una teoria il cui esito è la negazione della
propria esistenza; ma se il sé può venir analizzato attraverso le
sue esperienze, la credenza che si ha nella propria esistenza acquista
una base più solida di quella che si avrebbe qualora si identificasse
il sé con qualcosa di dubbio come qualche tipo di sostanza spirituale.
Egli cerca quindi di presentare gli oggetti fisici come composti
di elementi che hanno lo stesso carattere dei dati di senso, e passa
poi a concepirli come cause inosservate delle nostre percezioni
soltanto quando avverte che il risultato della prima ipotesi non
è scientificamente adeguato. Daltro canto lanalisi fine
a se stessa non gli interessa: per Russell essa coincide sempre
con il processo opposto di costruzione, e quindi con un tentativo
di dare maggiore sicurezza a credenze che altrimenti sarebbero problematiche.
In poche parole, usa lanalisi come un «metodo di giustificazione»,
e ciò autorizza a dire che, pur avendo avuto una profonda influenza
sulla nascita della filosofia analitica del 900, Russell non
può tuttavia essere considerato un pensatore analitico a tutti gli
effetti.
II. Logica e filosofia della matematica
Quanto detto in precedenza emerge ancora più chiaramente dalla
concezione russelliana della matematica. Anche in questo caso egli
parte dal presupposto che lesistenza degli oggetti astratti
cui fanno in apparenza riferimento le proposizioni puramente aritmetiche
sia soggetta al dubbio. Per esempio, due collezioni egualmente numerose
presentano qualcosa in comune, e si suppone che questo qualcosa
sia il loro numero cardinale. Tuttavia, fin tanto che il numero
cardinale viene inferito dalle collezioni e non costruito nei loro
termini, la sua esistenza deve rimanere in dubbio, a meno che non
dipenda da un postulato metafisico ad hoc. Se allora definiamo
il numero cardinale di una collezione data come la classe di tutte
le collezioni egualmente numerose, evitiamo la necessità di questo
postulato metafisico e, al contempo, eliminiamo un dubbio inutile
dalla filosofia della matematica. Il metodo grazie al quale si effettua
questa definizione venne scoperto da Gottlob Frege (1848-1925),
ma Russell lo elaborò indipendentemente e, anzi, fu attraverso le
opere di Russell che il lavoro di Frege acquisì notorietà a più
di ventanni dalla sua pubblicazione.
Il sistema di logica a partire dal quale si sarebbe dovuta generare la matematica venne
sviluppato da Russell e Alfred N. Whitehead (1861-1947) nei Principia Mathematica.
Il sistema è estensionale, nel senso che in esso la sostituzione di una proposizione con
unaltra che abbia lo stesso valore di verità non altera mai il valore di verità
della proposizione allinterno della quale si effettua la sostituzione. Il calcolo
proposizionale che inaugura il sistema contiene quattro operatori logici chiamati
costanti logiche: la negazione, la congiunzione, la disgiunzione e
limplicazione; tutte sono definibili in termini di valori di verità. Pertanto la
negazione di ogni proposizione p è una proposizione che è vera quando p è
falsa, e viceversa; la congiunzione di p con q è una proposizione che è
vera solo quando sia p sia q sono vere; la disgiunzione di p e q
è una proposizione che è vera quando p o q (o entrambe) sono vere; e
limplicazione di q da parte di p (ovvero: la proposizione per cui se p,
allora q) è vera nel caso in cui p è falsa oppure q è vera.
Passando al calcolo predicativo, particolarmente importante per la derivazione della
matematica dalla logica, la lista delle costanti logiche viene arricchita con
lintroduzione dei quantificatori. La nozione di «quantificatore»
è connessa a quella di funzione proposizionale, vale a dire unespressione
contenente uno o più costituenti indeterminati tali che, quando si assegnano dei valori a
questi costituenti, lespressione diventa una proposizione. Così lespressione
«x è saggio» esprime una funzione proposizionale, e in seguito
passa ad esprimere una proposizione quando un qualche nome o una qualche descrizione di
una persona vengono sostituiti a x: la formula «f
Socrate» esprime una funzione proposizionale che forma una proposizione quando
il predicato viene determinato. In queste formule, si dice che le lettere x e y
stanno per variabili. Invece di dare un valore particolare alle variabili, possiamo
ottenere una proposizione anche quantificando su di esse; ovvero, asserendo che la
funzione è soddisfatta da un certo valore, o che è soddisfatta da tutti i valori
della variabile in questione. La quantificazione sulla variabile x nella funzione
«x è saggio» forma la proposizione «Per qualche x,
x è saggio» (in italiano: «Qualcuno è saggio»), e
«Per tutti gli x, x è saggio» (in italiano:
«Ognuno è saggio»). Nel primo di questi casi stiamo utilizzando
quello che viene chiamato il quantificatore «esistenziale», e nel
secondo il quantificatore «universale».
Russell dice relativamente poco riguardo allo statuto che egli attribuisce alle
proposizioni della logica. Nei suoi primi lavori, rifiuta il punto di vista della
tradizione stando al quale le proposizioni vere della logica sono analitiche
in quanto ciò le renderebbe banali e preferisce caratterizzarle
nei termini della loro completa generalità, o per il loro essere vere solo in virtù
della loro forma. In seguito condivise lopinione del suo allievo
Ludwig Wittgenstein (1889-1951) per cui le verità del calcolo proposizionale sono delle
«tautologie», nel senso che esse restano vere quale che sia il valore
di verità che viene assegnato ai loro costituenti. Russell non discute il problema di
come possiamo evitare in base a simili premesse di concludere che
la matematica è un insieme di tesi banali, e la sola risposta che gli resta è che essa
sarebbe banale per un essere capace di cogliere immediatamente tutte le implicazioni di
ogni insieme di definizioni, e che non è banale per noi solo perché non abbiamo
lonnipotenza di un simile essere.
È lo stesso Russell a dirci che lanno più importante della sua vita
intellettuale fu il 1900, che coincide con la partecipazione al Congresso Internazionale
di Filosofia a Parigi. In quella sede incontrò il matematico italiano Giuseppe Peano
(1858-1932), lassiomatizzatore della teoria dei numeri naturali, e da questo
incontro scaturì la consapevolezza dellimportanza della riforma della logica per la
filosofia della matematica, consapevolezza che rese possibile impostare su nuove basi il
progetto russelliano di giustificazione della conoscenza matematica. Lo scopo fondamentale
di Russell è quello di giustificare le conoscenze matematiche mostrandone la
derivabilità da nozioni puramente logiche. Il nucleo essenziale del suo logicismo risiede
dunque nellaffermazione che non vi sarebbe alcuna distinzione di
natura teorica tra il dominio della logica e quello della matematica, nel senso
fondamentale che quelli che sono da ritenersi i punti di partenza della matematica sono in
realtà definibili e dimostrabili mediante luso di nozioni e di proposizioni
tradizionalmente considerate di natura logica. Lopera di Peano viene vista dal
nostro autore come un momento decisivo di quel processo di riflessione sui fondamenti
della matematica che, attraverso laritmetizzazione dellanalisi operata nel
corso dellOttocento da autori quali Weierstrass, Cantor e Dedekind,
aveva finito con il porre a fondamento dellintero edificio matematico
laritmetica: infatti Peano aveva dimostrato che lintera teoria dei numeri
naturali poteva essere derivata da tre idee primitive e da cinque proposizioni primitive
in aggiunta a quelle della logica pura.
A Peano, definito il grande maestro dellarte del ragionamento
formale, Russell riconosce dunque il merito di aver indicato la possibilità di
affrontare lo studio di aritmetica, algebra e analisi sulla base di un dizionario di tre
sole parole: «zero», «numero» e
«successore». Nel corso della sua opera, egli aveva elaborato inoltre
un simbolismo, e sviluppato analisi logiche, che forniranno a Russell un modello
indispensabile per la sua successiva costruzione di una logica relazionale. Il passo
successivo operato da Russell consiste nel notare che perfino questi tre concetti possono
essere spiegati per mezzo delle nozioni di «relazione» e di
«classe»; ma ciò egli afferma
«richiede la logica delle relazioni, che il professor Peano non ha mai
adottato». Russell attribuisce un ruolo essenziale allo sviluppo da lui operato
di una logica relazionale: questo si spiega col fatto che alcuni dei concetti matematici
fondamentali possono essere definiti su basi puramente logiche una volta che si disponga,
non soltanto di una logica delle classi (quale quella a disposizione di Peano), ma di una
logica delle relazioni.
Le indagini logico-matematiche russelliane trovarono una prima espressione nei Princìpi
della matematica, completati nel 1902, ma iniziati nellautunno del 1900 e infine
pubblicati nel 1903. Le proposizioni sono concepite da Russell come complessi di entità
extra-linguistiche ed extra-mentali, sussistenti indipendentemente da ogni soggetto; ne
consegue che una proposizione, a meno che non parli del linguaggio, non contiene delle
parole: «essa contiene le entità indicate dalle
parole». Si tratta di entità in relazione tra loro, che Russell chiama
«termini». La categoria dei termini coincide a sua volta con la
totalità dei possibili oggetti di discorso e di pensiero, ragion per cui un termine è
qualsiasi cosa possa essere oggetto di pensiero, o possa ricorrere in una proposizione
vera o falsa. Un uomo, un momento, un numero, una classe, una relazione, una chimera o
qualsiasi cosa possa essere menzionata è sicuramente un termine, e negare che questa o
quella cosa sia un termine deve sempre essere falso. Da ciò consegue un grande
affollamento delluniverso dei Princìpi; se il regno dellessere
coincide con la totalità del concepibile, allora avremo unontologia priva di
restrizioni, dal momento che «i numeri, gli dèi omerici, le relazioni, le
chimere e gli spazi quadri-dimensionali, tutti hanno essere, perché se non fossero
entità di qualche genere non potremmo esprimere proposizioni su di essi. Così
lessere è un attributo generale di ogni cosa e menzionare qualcosa è mostrare che
è».
Limpostazione realista della teoria della proposizione dei Princìpi
implica ovviamente che un enunciato che contiene espressioni come
«Pegaso» debba esprimere una proposizione che possiede come
costituente una ben precisa «entità», designata proprio da tali
espressioni; di qui, appunto, il detto che «menzionare qualcosa è mostrare che
è». Il significato di un nome deve essere identificato con
l«oggetto» che il nome denota. Con ciò viene posta come
condizione necessaria anche se non sufficiente perché una cosa
venga nominata, che essa possa venire denotata. Nel periodo platonista, durante il quale
vennero scritti i Princìpi, Russell interpretò in modo molto ampio questa
condizione. Considerava un termine tutto ciò che potesse essere menzionato; ogni termine
poteva essere soggetto logico di una proposizione, e tutto ciò che poteva essere il
soggetto logico di una proposizione poteva a sua volta essere denominato. Ne seguiva che,
in linea di principio, si poteva fare uso dei nomi per riferirsi non solo a ciascuna cosa
particolare che esiste in un qualsiasi luogo o momento, ma anche alle entità astratte di
ogni sorta, alle cose non esistenti come «lattuale re di
Francia», alle entità mitologiche come «Pegaso», e
addirittura anche alle entità logicamente impossibili come «il più grande
numero primo».
Tuttavia, a un certo punto egli iniziò a pensare che questa immagine del mondo fosse
inutilmente sovraffollata, e quindi non trovò più credibile il fatto che parlare
collettivamente dei membri di una classe e parlarne singolarmente fosse parlare di oggetti
differenti, e che unespressione come «ciascun uomo» potesse
denotare un oggetto distinto da ciascun singolo uomo. Non solo: smise pure di credere
allesistenza di entità logicamente impossibili, o anche a quella di cose possibili
di cui si sa che non esistono. Disse dunque, a proposito della sua teoria
precedente, che essa mostrava «una mancanza di quel senso della realtà che
andrebbe conservato anche negli studi più astratti». «La logica
notò ancora nella Introduzione alla filosofia matematica
non deve ammettere un unicorno più di quanto non lo possa la zoologia; infatti, la logica
ha a che fare con il mondo reale esattamente quanto la zoologia, sebbene si occupi delle
sue caratteristiche più astratte e generali». E non ci può essere un mondo,
diverso da quello reale, in cui si possano trovare cose come gli unicorni o il maggior
numero primo.
La concezione realista della logica e della matematica viene gradualmente
abbandonata nel corso di una costante ritirata dal platonismo, favorita
soprattutto dallinterpretazione della logica come insieme
di tautologie proposta da Ludwig Wittgenstein, e successivamente
adottata dal neopositivismo logico ( POSITIVISMO,
II). Si tratta di una lettura oggi comune delle leggi logiche come
essenzialmente «linguistiche», relative cioè alle regole
di costruzione dei nostri linguaggi. Linterpretazione referenziale
delle costanti logiche viene così a cadere; queste ultime, come
il nostro autore dirà in seguito, «devono essere trattate
come una parte del linguaggio, non come una parte di ciò di cui
il linguaggio parla», di modo che la logica acquista un carattere
molto più linguistico di quanto Russell ritenesse allorché scriveva
i Princìpi.
III. Latomismo logico
Latomismo logico può essere considerato la filosofia della
logica matematica, così come viene esposta nei già citati Principia
Mathematica scritti in collaborazione con Whitehead. Fino alla
metà del XIX secolo si dava per scontato che Aristotele avesse prodotto
tutta la logica di cui vè bisogno. Secondo Kant,
per esempio, la logica aristotelica era una disciplina in sé compiuta,
e Russell e Whitehead intesero dimostrare che tale opinione è errata.
Proprio con i Principia Mathematica essi svilupparono un
nuovo tipo di logica il cui ambito di applicazione è molto più vasto
di quella tradizionale. La logica dei Principia è in effetti
un calcolo matematico, simile a quello degli Elementi di
Euclide (IV sec. a.C.), ma anche molto più generale: invece di menzionare
linee, punti e piani, la nuova logica russelliana parla semplicemente
delle relazioni tra certi simboli. Mentre la logica aristotelica
riguarda le classi, quella dei Principia Mathematica riguarda
le proposizioni e le loro relazioni reciproche; se consideriamo
ad esempio un enunciato complesso (definito «molecolare»)
come: «Se sta piovendo, allora le strade sono bagnate»,
vediamo che esso è formato da due proposizioni più semplici (definite
«atomiche») come «sta piovendo» e «le
strade sono bagnate». Queste ultime stanno fra loro in una
certa relazione che Russell e Whitehead definirono «implicazione».
I due autori dei Principia Mathematica riuscirono a dimostrare
che la nuova logica era in grado di spiegare anche le relazioni
tra classi cosicché essa, oltre ad includere il sistema logico aritotelico,
era molto più potente di esso.
Limportanza filosofica dei Principia Mathematica risiede
in due componenti: a) laver dimostrato che la matematica,
come si è già notato in precedenza, era in realtà una parte della
logica; b) Russell affermava inoltre che le lingue naturali come
litaliano o linglese, pur possedendo una struttura simile
a quella dei Principia Mathematica, sono imprecise e pertanto
poco utili ai fini dellanalisi filosofica. Alla logica matematica
dei Principia spettava proprio il compito di fornire ai filosofi
una sorta di rasoio concettuale volto a chiarire il
significato degli enunciati espressi nei linguaggi naturali. Questo
aspetto del pensiero russelliano venne ampiamente sfruttato dai
neopositivisti logici del Circolo di Vienna ( POSITIVISMO,
II), poiché esso faceva sperare che le tradizionali dispute filosofiche
(e in particolare metafisiche) potessero finalmente essere risolte
grazie agli strumenti formali forniti dalla nuova logica. I Principia
contengono delle regole che, quando vengano seguite fedelmente,
consentono di generare le proposizioni molecolari a partire da quelle
atomiche in modo automatico. Restava, ovviamente, il problema di
analizzare le stesse proposizioni atomiche.
Per Russell una proposizione atomica possiede la forma soggetto-predicato. Per esempio,
«Socrate è mortale» si può scomporre nel termine soggetto
«Socrate», che è un nome proprio, e in un termine-predicato come
«è mortale». In questo caso il termine soggetto si riferisce ad un
ente individuale la persona Socrate e il termine predicato ad una
caratteristica o proprietà posseduta dal termine soggetto, cioè la
caratteristica di essere mortale. Le implicazioni filosofiche dellanalisi
russelliana diventano allora chiare. Quando una proposizione atomica è vera, il termine
soggetto denota un ente singolare, mentre il termine predicato si riferisce ad alcune
caratteristiche dellente. Dimostrando che le proposizioni atomiche si riferiscono a
tali enti e caratteristiche, i Principia ci forniscono informazioni circa il mondo
reale. Ci dicono, in altre parole, che il mondo è composto da fatti,
e che tutti i fatti sono di natura atomica nel senso di poter essere descritti mediante
proposizioni atomiche. Ne segue che in natura non esistono fatti molecolari; ogni
proposizione molecolare può essere tradotta in un insieme di proposizioni atomiche con
lausilio dei connettivi logici dianzi menzionati. A loro volta i connettivi non
fanno riferimento ad alcunché di esistente nel mondo, essendo dei meri espedienti
linguistici («sintattici») che ci consentono di combinare in vari modi
le proposizioni atomiche. Occorre pure sottolineare che nel mondo non vi sono fatti
generali che corrispondano, per esempio, a proposizioni generali come
«Tutti gli uomini sono mortali»; questultima si può infatti
ridurre ad un insieme di proposizioni atomiche quali «Socrate è
mortale», «Platone è mortale», ecc. I costituenti ultimi
del mondo sono dunque fatti, ed un fatto è composto da un ente
singolare di cui si possono predicare caratteristiche singolari.
Ecco perché siamo in grado di scoprire la struttura del mondo mediante la logica
formale o matematica: tale struttura è formata da fatti atomici. Ancora più importante
è rilevare che secondo Russell lapparato formale dei Principia può essere
utilizzato per risolvere i tradizionali problemi filosofici, e in particolare quelli
metafisico-ontologici. Ciò si può verificare illustrando brevemente la sua celebre
«teoria delle descrizioni». Scopo di tale teoria è far comprendere
che lerrata analisi del linguaggio ha indotto molti filosofi a credere che
pseudo-entità fittizie possiedano in effetti un qualche tipo di esistenza. Per esempio,
possiamo pronunciare enunciati significanti a proposito di enti quali
Pegaso, il minotauro, Sherlock Holmes, ecc. Se affermiamo che «Sherlock Holmes
ha sconfitto il Prof. Moriarty», è difficile negare di primo acchito che tale
enunciato sia dotato di significato e, al contempo, vero. Soltanto una successiva
riflessione ci fa comprendere che Sherlock Holmes non è mai esistito. Come è possibile,
tuttavia, pronunciare enunciati veri e significanti che riguardano oggetti privi di
esistenza? Se diciamo «Sherlock Holmes non esiste», parrebbe di
pronunciare un enunciato di questo tipo: «Esiste qualcosa Sherlock
Holmes che non esiste», il che significa contraddirsi. Mediante
lapparato simbolico dei Principia Mathematica Russell si propone di risolvere
una volta per tutte questo problema (che, lo si noti, è squisitamente metafisico oltre
che logico-linguistico).
Secondo la «teoria delle descrizioni» occorre distinguere la forma
grammaticale da quella logica. Infatti un
enunciato può avere la struttura soggetto-predicato dal punto di vista della grammatica
dei linguaggi naturali e tuttavia manifestare una forma logica
differente quando viene tradotto nel linguaggio dei Principia Mathematica. Si
consideri, per esempio, lenunciato «Dio esiste». In questo caso
è ovvio che sul piano grammaticale «Dio» è il soggetto ed
«esiste» costituisce il predicato. Il filosofo che accetta i dettami
dei Principia non deve però accontentarsi di esaminare la forma grammaticale, ma
tradurre lenunciato nella sua forma logica corretta. Compiuta tale operazione il
termine «Dio» cessa di essere il soggetto logico e diventa invece il
predicato, mentre «esiste» cessa di essere il predicato logico e
svolge una funzione differente. Secondo Russell «esiste» altro non è
che un quantificatore, vale a dire un operatore logico che svolge le stesse funzioni dei
pronomi indefiniti quali qualcuno o qualcosa.
Queste parole vengono in effetti utilizzate per fare riferimento in maniera
volutamente ambigua ad una classe indeterminata di cose e, proprio a causa
dellindeterminatezza del loro riferimento, esprimono la generalità. Se dunque
traduciamo «Dio esiste» nella sua forma logica propria, otteniamo:
«Qualcosa, e soltanto una cosa, è onnipotente, onnisciente e immensamente
buono». In altre parole, analizzando dal punto di vista logico il significato
dellenunciato «Dio esiste», esso significa che un certo e
indefinito qualcosa possiede un certo insieme di proprietà come
lessere onnipotente, onnisciente e immensamente buono. Ne consegue che, sempre dal
punto di vista logico, lenunciato non ha la forma soggetto-predicato; si tratta
piuttosto di una proposizione generale che, proprio in quanto tale, manifesta una
struttura del tutto diversa da quella di una proposizione atomica. Non abbiamo in questo
caso un nome proprio che porrebbe dei problemi di impegno ontologico, ma solo pronomi e
predicati indefiniti. Daltro canto le proposizioni generali non si riferiscono in
modo diretto ad alcunché di esistente nel mondo attuale: soltanto le proposizioni
atomiche lo si rammenti designano fatti, e
solo i soggetti di tali proposizioni possiedono un referente diretto. Russell chiama le
proposizioni generali di cui sopra frasi descrittive definite. Esse non possiedono alcun
significato autonomo. Soltanto i nomi propri come «Socrate» o
«Platone» possiedono un significato indipendente dalla frase che li
contiene.
È chiaro, dunque, che i fondamenti su cui poggia la teoria delle
descrizioni sono quelli del dianzi citato atomismo logico. Secondo
Russell i Principia Mathematica ci forniscono una sorta di
linguaggio perfetto in grado di rispecchiare la vera
struttura del mondo: ecco perché il reale significato di un enunciato
del linguaggio ordinario diventa trasparente quando lo si traduca
nel linguaggio dei Principia. Comè noto, latomismo
logico ricevette in seguito la sua più completa formulazione nel
Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein, pubblicato
nel 1922. Wittgenstein, che aveva studiato a Cambridge sotto la
guida dello stesso Russell, sviluppò una versione dellatomismo
logico divenuta celebre come «teoria raffigurativa»
delle proposizioni ( WITTGENSTEIN,
II).
IV. La critica della metafisica
Dunque la filosofia è unattività genuina proprio come la
scienza. A differenza di questultima, tuttavia, la filosofia
non ci conduce alla scoperta di nuovi fatti; essa ci
consente soltanto di appurare quali sono gli ingredienti di base
che compongono la struttura del mondo. Linteresse russelliano
per la matematica è la conseguenza della sua ricerca della certezza.
A differenza di G.E. Moore (1873-1958), egli non poteva accontentarsi
della difesa del senso
comune, dal momento che a suo avviso scopo della filosofia è fornire
una descrizione generale dellintero universo,
vale a dire un inventario di tutti i tipi di entità che lo compongono.
Secondo Moore è il senso comune a fornirci le risposte, mentre Russell
ritiene che esse possano venirci soltanto dalla scienza, la quale
è sotto molti punti di vista in contrasto con lo stesso senso comune.
Per Russell il senso comune è «la metafisica delletà
della pietra», e ne I problemi della filosofia egli
afferma: «Il senso comune ci lascia dunque completamente alloscuro
per ciò che riguarda la vera e intrinseca natura degli oggetti fisici,
e se ci fossero buone ragioni per considerarli mentali, non potremmo
legittimamente respingere questa opinione semplicemente perché ci
suona strana. La verità circa gli oggetti fisici deve essere
strana». Di qui lostilità di Russell che
pure è considerato una dei padri della scuola analitica
nei confronti della filosofia del linguaggio ordinario; non si può
accettare acriticamente una visione del mondo basata esclusivamente
sul senso comune poiché essa denota ingenuità e mancanza di senso
critico. Al filosofo britannico Bryan Magee, che gli chiedeva un
parere sulla difesa ad oltranza del senso comune da parte di Moore,
Russell replicò: «Lapproccio filosofico di Moore era
interamente basato sullincrollabile convinzione che tutto
quello che gli avevano detto prima dei sei anni doveva essere vero».
Secondo Russell la maggior parte di ciò che viene solitamente considerata speculazione
filosofica profonda è soltanto il risultato di confusioni logiche e
di unerronea interpretazione del ruolo svolto dal verbo
«esistere» negli enunciati. Compito della filosofia diventa allora
lanalisi logica del linguaggio, seguita da una sintesi ancora collocata sul piano
logico. A differenza di molti esponenti della scuola analitica egli non si oppone in linea
di principio al tentativo di costruire sistemi filosofici, ma osserva
pure che è assai più importante procedere allanalisi critica e alla
chiarificazione di alcune nozioni di base che vengono di solito accettate in modo
acritico: mente, materia, coscienza, conoscenza, esperienza, causalità, tempo, ecc. Tali
nozioni sono inesatte e vaghe; proprio in quanto tali esse non possono far parte del
discorso esatto della scienza. Questultima svolge nel pensiero russelliano lo stesso
ruolo fondamentale che il senso comune aveva per Moore. Tuttavia, mentre Moore usava
lanalisi per ripristinare la nostra fiducia nel senso comune, Russell la utilizza
invece per purificare il linguaggio scientifico dagli errori da esso
causati. In altri termini, non sono tanto i risultati della scienza, quanto i suoi
metodi che possono essere fruttuosamente impiegati in filosofia.
Russell è convinto che gli errori filosofici causati dalleccessiva fiducia nel
senso comune possono produrre grandi danni anche in ambito etico, sociale e politico,
nonché nella vita quotidiana.
Tutto ciò può sembrare in sintonia con le idee espresse dai pensatori
pragmatisti, e in particolare da John Dewey (1859-1952). Vi è indubbiamente
una certa consonanza, poiché sia Dewey che Russell pensano che la
filosofia debba adottare la metodologia scientifica. Tuttavia Dewey
sostiene un approccio sperimentale e fallibilista senza attribuire
alla scienza la capacità di pervenire a conclusioni certe e definitive ( PRAGMATISMO,
II). Russell invece crede che la scienza sia in grado di condurci
alla verità. Ciò spiega il diverso atteggiamento nei confronti della
metafisica tradizionale ( METAFISICA,
III). Per Russell le conlusioni raggiunte dai metafisici sono semplicemente
false; secondo Dewey non sono né vere né false, ma costituiscono
delle finzioni generate dalla ricerca della certezza.
Tale ricerca, daltro canto, è secondo il filosofo britannico
pienamente giustificata e rappresenta una componente ineludibile
della natura umana.
La nuova logica dei Principia Mathematica ha messo in crisi,
secondo lottica russelliana, metafisiche come quelle di Leibniz
e Spinoza ma, come già per i neopositivisti logici ( POSITIVISMO,
II), il principale bersaglio polemico di Russell è Hegel e il suo
concetto di identità-nella-differenza. A suo avviso Hegel confonde
«è» come viene usato nella predicazione ad
esempio in «Socrate è mortale» con l«è»
dellidentità, per esempio in «Socrate è il filosofo
che bevve la cicuta». Tale confusione è foriera di danni enormi,
poiché «Socrate» e «mortale» non sono affatto
identici, sia pure nella differenza. In realtà «Socrate»
è particolare, mentre «mortale» è universale, e non
si può sostenere che in questo caso «è» esprima comunque
identità. Affermare che «il particolare è luniversale»
conduce allauto-contraddizione, mentre Hegel, non sospettando
la presenza dellerrore, sintetizza particolare e universale
nellindividuale concreto. Ecco dunque, a giudizio
di Russell, un esempio chiarissimo di come, partendo da premesse
errate, sistemi filosofici di grande respiro si rivelano in ultima
istanza basati su confusioni banali.
V. La critica della religione
È lo stesso Russell a dirci che, alletà di quattordici anni,
egli abbandonò in successione ogni fede nel libero arbitrio, nellimmortalità
dellanima e in Dio, il che gli consentì di vivere molto
più felice di prima. Fu questo il motivo che lo spinse a cercare
di convincere le altre persone che è possibile trovare la felicità
percorrendo la sua stessa strada. In effetti la notevole popolarità
di Russell presso il grande pubblico è dovuta, oltre che alla sua
magistrale sintesi divulgativa dellintera storia della filosofia,
alla vena di polemista anti-religioso ed agnostico, allesaltazione
del libero pensiero e al suo impegno politico di liberale
radicale disposto a subire arresto e detenzione per difendere le
proprie idee. Russell chiarisce più volte nei suoi scritti di non
essere ateo, ma agnostico ( AGNOSTICISMO).
Levidenza che abbiamo a favore dellesistenza di Dio
è del tutto insufficiente, ma non esistono prove inconfutabili nemmeno
in senso contrario. A chi gli chiede «Gli agnostici sono atei?»,
Russell risponde: «No, un ateo, come un cristiano, sostiene
che noi possiamo sapere se cè o non cè un Dio.
Il cristiano sostiene che possiamo sapere che vi è un Dio; lateo
che possiamo sapere che non cè. Lagnostico sospende
il giudizio, dicendo che non vi sono elementi sufficienti né per
laffermazione né per la negazione». Vi è a questo proposito
un celebre aneddoto. Dopo una conferenza gli fu chiesto quale atteggiamento
avrebbe assunto se, dopo la morte, avesse incontrato Dio, e questa
fu la sua risposta: «Perché hai prodotto evidenze così insufficienti
a favore della Tua esistenza?». La polemica anti-religiosa
del filosofo britannico non è quindi quella tradizionale degli atei ( ATEISMO).
Russell polemizza piuttosto con le Chiese, colpevoli a suo parere
di ingannare le persone semplici facendo loro credere cose assurde
e mentendo deliberatamente a proposito della summenzionata insufficienza
delle prove a favore dellesistenza di Dio.
Nel celebre saggio Perché non sono cristiano, per esempio, egli prende in
considerazione le varie dimostrazioni riguardanti lesistenza di Dio, e dal testo si
deduce facilmente la sua distanza dalla posizione dei neopositivisti, per i quali la
stessa proposizione «Dio esiste» è inintelligibile perché priva di
senso. La tesi russelliana è invece che una simile proposizione è perfettamente
comprensibile, ma che daltro canto non vi sono buone ragioni per attribuirle il
valore di verità Vero. Tutte le tradizionali argomentazioni a favore
dellesistenza di Dio vengono rifiutate perché egli le giudica viziate da fallacie
logiche oppure infondate dal punto di vista empirico. La religione cristiana si espone a
suo avviso a tutte le difficoltà che incontrano le dottrine basate sulla credenza in una
divinità trascendente.
Russell, tuttavia, aggiunge che il Cristianesimo è esposto a difficoltà
ulteriori derivanti dalla personalità del suo fondatore ( VANGELI).
Egli non contesta i caratteri di eccezionalità di Cristo, ma lo
condidera lontano dalla perfezione per i seguenti motivi: «A
mio modo di vedere egli afferma in Perché non sono
cristiano nel carattere morale di Cristo vi è un
solo gravissimo difetto, ossia che credeva nellinferno. Quanto
a me non posso capire come qualsiasi persona, che sia realmente
e profondamente umana, possa credere in un castigo che duri per
sempre. Certamente Cristo, comè dipinto nei Vangeli, credeva
effettivamente in una punizione senza fine, e troviamo ripetutamente
un furore vendicativo contro quelle persone che non vogliono prestare
ascolto alla Sua predicazione. Non trovate questo atteggiamento
in Socrate. Lo vedete [Socrate] assai gentile e urbano con le persone
che non lo vogliono ascoltare». Questa pretesa violenza
nella predicazione del Cristo si rifletterebbe a sua volta, secondo
il filosofo inglese, nellintolleranza delle Chiese che si
richiamano al suo nome, e in particolare in quella Cattolica. Di
qui laccusa, scontata, di aver dato vita allInquisizione
e ai processi alle streghe.
La Chiesa sarebbe pure responsabile di ostacolare il progresso e di adottare un
concetto di morale troppo ristretto. Scrive ancora in Perché non
sono cristiano: «Vi sono moltissimi modi in cui, nel momento attuale, la
Chiesa, con la sua insistenza su quello che sceglie di chiamare morale, infligge a persone
dogni genere sofferenze immeritate e non necessarie. E naturalmente, come sappiamo,
essa è ancora, per la maggior parte, unavversaria del progresso e del
perfezionamento di tutto ciò che possa ridurre la sofferenza del mondo, perché ha scelto
di etichettare come morale una certa ristretta seria di regole di condotta che nulla hanno
a che vedere con la felicità umana». La conclusione è che la religione ha
caratteri meramente negativi, poiché essa si baserebbe soprattutto sulla paura. Si
tratterebbe, da un lato, del terrore dellignoto, e dallaltro del desiderio di
sentire che abbiamo una specie di fratello maggiore che sarà al
nostro fianco in tutti i nostri guai e in tutte le nostre dispute. La paura è, a suo
avviso, la base di tutto: paura del misterioso, paura della sconfitta, paura della morte.
Russell espone le sue tesi in materia di religione con uno stile brillante e conciso,
sempre in grado di catturare lattenzione del lettore. Tuttavia, a differenza di
quanto accade nelle sue opere più tecniche, è facile percepire in esse una certa
superficialità di analisi e la mancanza di attenzione verso le componenti più autentiche
e profonde dellistanza religiosa.
Mette conto, allora, procedere ad un breve confronto tra il pensiero
di Russell e quello di Wittgenstein, filosofo affine a Russell per
limportanza attribuita allanalisi del linguaggio, ma
da lui assai distante per quanto riguarda la valutazione del fenomeno
religioso ( WITTGENSTEIN,
IV). È nota lispirazione etica di fondo della filosofia wittgensteiniana
e il suo riconoscimento che la completa e genuina chiarezza nel
campo della logica non è automaticamente trasferibile nella vita
personale. «Logica ed etica scrive Wittgenstein
sono sostanzialmente la stessa cosa: un dovere verso se stessi».
Il filosofo austriaco aveva però avuto modo di constatare nei loro
colloqui di Cambridge che Russell non era affatto incline a considerare
la questione negli stessi termini. Latteggiamento laico e
neutrale di Russell (e dei neopositivisti) nei confronti della logica
è, quindi, specularmente opposto a quello di Wittgenstein, per il
quale la logica finiva con lavere una valenza etico-esistenziale.
In termini wittgensteiniani etica e logica, i due aspetti del «dovere verso
se stessi», confluiscono e non costituiscono più due aspetti distinti dello
stesso impegno della persona; essi diventano due facce dello stesso lavoro filosofico.
Daltro canto, la connessione tra riflessione sulla logica e sul senso della vita va
cercata nella distinzione tra «dire» e «mostrare».
Wittgenstein infatti afferma che la forma logica non può essere espressa dal di
dentro del linguaggio, perché è la forma del linguaggio; sicché si manifesta
nel linguaggio: devessere mostrata. Analogamente, la verità
etica e religiosa, sebbene inesprimibile, si manifesta nella vita. Russell fornisce
invece, nella sua Introduzione alledizione inglese del Tractatus,
uninterpretazione puramente logica del libro, il che addolora moltissimo
Wittgenstein: in effetti, con ciò Russell (come del resto i neopositivisti) si dimostrava
incapace di cogliere laspetto etico-esistenziale e lafflato religioso che
permea lintera opera. Non è un caso che linsistenza russelliana sulla
necessità di utilizzare i meta-linguaggi comporti di fatto leliminazione della
sfera del mistico, mentre laffermazione di Wittgenstein sullimpossibilità di
dire ciò che può solo mostrarsi la salvaguardi. In effetti il pensatore austriaco, a
differenza di Russell, vedeva bene che lascesa meta-linguistica incontra dei limiti
invalicabili.
Michele Marsonet
Vedi: AGNOSTICISMO;
LOGICA; MATEMATICA, VALORE SAPIENZIALE DELLA; METAFISICA; POSITIVISMO;
PRAGMATISMO; GÖDEL, K.; WITTGENSTEIN, L..
Bibliografia:
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