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Universo
Juan José Sanguineti
I.
Il nome di universo - II. La nozione metafisica comune di universo
- III. Luniverso nella prospettiva scientifica - IV. L'universo
come questione filosofica - V. Dio e il cosmo.
I. Il nome di universo
Il termine «universo» serve per indicare abitualmente
linsieme fisicamente ordinato di tutte le realtà materiali
della natura. Letimologia latina del vocabolo allude al fatto
che luniverso è costituito da molte cose diverse cioè da un
unum in diversis, il che vuol dire che è unentità collettiva,
ovvero quella che comprende tutte le cose materiali esistenti nella
natura. Questa nozione non va confusa con quella logico-matematica
dellinsieme di tutte le cose, la quale nasce dalla semplice
estensione del concetto di «cosa» tramite loperatore
quantificazionale «tutto» («tutte le cose»).
Il concetto di universo quindi non è un caso limite della logica
insiemistica e di conseguenza non è sottoposto ai noti paradossi
dellidea dellinsieme di tutti gli insiemi (che comprende
e non comprende se stesso). In altre parole, luniverso non
è semplicemente «il tutto», ma «il tutto fisicamente
ordinato», dove laccento è posto particolarmente sullordine
fisico aperto (non puramente logico) osservato nella realtà
tra i diversi quadri della natura (questo concetto verrà meglio
precisato nella sezione II).
A tale ordine allude il sinonimo «cosmo», dorigine
greca, racchiudente una connotazione di ordine, bellezza e armonia.
I latini tradussero il termine greco kósmos col vocabolo
mundus, mondo, il quale suggerisce lidea di una realtà
ordinata, pulita e bella. Mentre il concetto di «mondo»
acquistò preferenzialmente un significato umanistico (il mondo come
realtà dei rapporti sociali in generale o in particolare, cui sono
associati termini quali «mondano», «secolare»,
spesso legati a un significato morale o religioso), «cosmo»
e «universo» in generale ritennero un significato più
naturalistico. Dato che il cosmo si presenta al primo sguardo umano
sotto lapparenza della volta celeste, se tralasciamo la realtà
della terra o il nostro mondo, in pratica cosmo o universo
significano linsieme dei corpi celesti, ciò che costituisce
loggetto dell astronomia
o, più ampiamente, della cosmologia,
mentre si adopera il termine «macrocosmo» per il cosmo
dalle massime dimensioni e quello di «microcosmo» per
gli oggetti microfisici, che non sono alla portata della percezione
ordinaria. I termini «natura» e «creazione»
sono da considerarsi vicini al significato di cosmo ed universo.
Nella Bibbia luniverso è spesso nominato con lespressione
«i cieli e la terra».
II. La nozione metafisica comune di universo
La nozione di universo come totalità fisicamente ordinata
delle cose naturali corrisponde alla conoscenza comune di ogni
persona, una conoscenza sensibile ma anche metafisica e di portata
ontologica. Tutte le altre nozioni di universo poggiano su questa
base originaria. Luomo percepisce con i sensi e con lintelligenza
lesistenza di cose o di entità naturali, una delle quali è
lui stesso. Così come egli avverte lesistenza di particolari
insiemi ordinati di cose, quali una città, unisola o una foresta,
tramite la sua esperienza intelligente egli impara a poco a poco
che tutte le cose sottoposte alla sua esperienza sono sempre in
relazione reciproca (relazione spaziale, temporale e causale), arrivando
così in una maniera molto naturale alla nozione di universo sopra
indicata. Luniverso in qualche modo è visibile,
in quanto si manifesta nello spettacolo della natura terrestre e
del cielo astronomico. Soltanto luomo lo comprende
come universo, vale a dire come una totalità di enti in reciproco
rapporto. Questo concetto quindi è collegato alle prime nozioni
metafisiche della realtà, come ente, ordine, relazione, causa, spazio
e tempo, anche se nelle diverse persone esso è arricchito da altre
idee di natura mitologica, religiosa, scientifica o filosofica,
da cui provengono le sfumature culturali proprie dei diversi ambiti
geografici e storici.
L'idea di universo rimane sempre aperta. Noi ne percepiamo
soltanto una parte, quella direttamente accessibile alla nostra
esperienza, e non possiamo presumere di esaurire losservazione
diretta o indiretta del cosmo, neanche a livello scientifico. Non
possiamo sapere con certezza quanta parte delluniverso rimane
inosservata. Questo fatto, del tutto normale a causa delle limitazioni
della nostra capacità osservativa, non toglie validità alla nozione
considerata. Per capire che cosa è luniverso e per percepirne
lesistenza non abbiamo bisogno di conoscerlo in ogni suo dettaglio,
né di sapere ad esempio se sia finito o infinito, neppure di accertarne
la precisa struttura. Lesperienza comune ci dà unidea
metafisica delluniverso, imperfetta ma sufficiente perché
abbiano senso e possano essere vere le proposizioni cosmologiche
della filosofia e delle scienze, nonché quelle della religione.
Oggi siamo certi che le più sofisticate teorie cosmologiche nulla
tolgono al carattere aperto del cosmo conosciuto da noi (aperto
nel senso che potremmo conoscerne sempre più aspetti e più parti).
Si può superare così lapparente paradosso che porta talvolta
a parlare di altri universi o di altri mondi
( PLURALITÀ DEI MONDI),
i quali in realtà, se sono in rapporto al nostro cosmo,
sia pure in grado minimo, allora costituiscono tutti insieme il
vero universo, di cui quello più direttamente conosciuto non ne
sarà che una parte. Non si può escludere lesistenza di altri
cosmi completamente scollegati dal nostro, ma tale ipotesi resta
per noi del tutto superflua.
A questo punto si comprende meglio una peculiarità spesso segnalata della nozione di
cosmo, il fatto cioè che ne conosciamo un unico caso ovvero che esso
sia un concetto universale con una sua unica realizzazione possibile (per noi).
Lordine e la struttura delluniverso potrebbero essere diversi da ciò che
sono, e nessun motivo a priori consente di concepire luniverso conosciuto
come esauriente tutte le possibilità strutturali o come includente tutte le forme
possibili dellordine naturale (idea spesso denominata «principio di
pienezza»). La nostra conoscenza delluniverso è empirica e a
posteriori, e possiamo sempre pensare ad altre leggi del cosmo o della natura, da noi
sconosciute sia a livello teorico che osservativo. Dal punto di vista teologico,
lidea che Dio, in quanto Creatore onnipotente, è sempre in grado di creare altri
infiniti universi del tutto diversi da quello che conosciamo serve per affermare
unOnnipotenza che non si esaurisce nella creazione del nostro mondo. Questa tesi è
tradizionale nella teologia: lidea che Dio non possa creare che il nostro cosmo è
legata ad unottica razionalistica e compromette la libertà e la trascendenza di
Dio.
Comè noto, Kant avanzò delle obiezioni allidea trascendentale
di cosmo, ritenendone problematico limpiego scientifico o
filosofico in un senso realistico (cfr. Critica della Ragion
Pura, Bari 1989, vol. II, pp. 342-451). Mancherebbe allidea
di cosmo lintuizione sensibile, la quale è sempre limitata
ai fenomeni particolari della natura. Preso in un senso realistico,
il concetto di universo produce secondo Kant le antinomie cosmologiche,
per cui è possibile dare prova, ad esempio, tanto del fatto che
luniverso sia finito quanto infinito, sia nel tempo che nello
spazio (prima antinomia), o dimostrare che esso sia composto da
parti semplici e al contempo da parti divisibili allinfinito
(seconda antinomia) ( DIO,
I.3). Cade in questo modo la possibilità di distinguere i processi
cosmici naturali, contrassegnati dal determinismo, dalla libertà
umana, e cade soprattutto la validità delle argomentazioni cosmologiche
in favore dellesistenza di Dio (conclusioni a partire dalla
terza e quarta antinomia). Lidea di cosmo semmai dovrebbe
avere secondo Kant un uso regolativo ed euristico nelle scienze
e un impiego soltanto polemico-dialettico nella filosofia (oggi
si direbbe: un uso debole, vale a dire caratterizzato
da una razionalità debole) (cfr. Sanguineti, Scienza aristotelica
e scienza moderna, 1992, pp. 190-199).
La critica di Kant è tutta basata su unidea razionalistica
di cosmo, da lui inteso come una totalità chiusa di
cose. In verità la percezione naturale del cosmo di cui abbiamo
parlato, pur essendo aperta, come abbiamo spiegato, contiene un
valore metafisico e realistico (Kant, pur consapevole dellapertura
ad infinitum della percezione del cosmo, non vi scorge un
valore gnoseologico realistico e così la riduce al piano puramente
fenomenico). Veramente la nozione comune di universo gode di un
adeguato sostegno empirico ( COSMOLOGIA,
IV.3), pur sapendo che nessun aspetto intelligibile della realtà
sensibile può essere esattamente tradotto nella sola percezione
sensibile. Conseguentemente non cè bisogno di risolvere la
questione del carattere finito o infinito del tempo e dello spazio,
né tanto meno di arrivare a una soluzione definitiva su questioni
quali lesistenza degli ultimi costitutivi della materia o
delle ultime leggi della natura, affinché lidea di cosmo goda
di una portata metafisica realistica. Il cosmo come ordine aperto
tra tutte le cose conosciute esiste veramente, e noi ne abbiamo
una notizia imperfetta ma sufficiente per accertarne le caratteristiche
metafisiche, ulteriormente aperte alle argomentazioni sullesistenza
di Dio come sua causa universale (cfr. Jaki, 1993; Sanguineti, 1986,
pp. 178-181; Sanguineti, 1994, pp. 368-376).
III. Luniverso nella prospettiva scientifica
Lo studio scientifico del cosmo quale sistema universale dei corpi
in interazione, suscettibile di una descrizione fisico-matematica,
è competenza della cosmologia,
una disciplina collegata allastrofisica e più ampiamente a
tutte le altre branche della fisica. Sulle difficoltà critiche per
poter pensare alluniverso come oggetto scientifico, si veda
E. Agazzi (1991) The Universe as a Scientific and Philosophical
Problem. In prospettiva filosofica, abbiamo risolto tali difficoltà
nel senso spiegato nella sezione II. Certamente lo studio scientifico
del cosmo è in un particolare collegamento con la filosofia: «Lo
stesso concetto di universo è un concetto tipicamente filosofico,
e il fatto che la scienza lo abbia portato al suo campo di esame
conduce necessariamente la scienza a quella interazione con la filosofia
da essa conosciuta agli inizi e ritenuta cancellata in tempi più
recenti» (Agazzi, 1991, pp. 33-34).
Prima della rivoluzione scientifica moderna galileiana e newtoniana, lo studio
scientifico delluniverso (in un senso lato di scienza) corrispondeva alla
astronomia. In particolare va tenuta presente la rappresentazione greca
di stampo aristotelico e tolemaico che finì per imporsi nella cultura ellenistica e che
venne trapassata nel mondo medievale, per essere alla fine scavalcata dallastronomia
di Copernico, Keplero e Galilei e dalla meccanica di Newton. La concettualizzazione
greco-medievale del cosmo era incentrata sul geocentrismo e sulla grande divisione tra
mondo celeste e terrestre. Luniverso veniva concepito come una serie di sfere
rotanti sovrapposte, cui appartenevano gli astri, con la terra al centro. Il mondo celeste
era fatto da una materia eterea indistruttibile e inalterabile, soggetta a moti locali
descriventi circoli perfetti a velocità uniforme, mentre la terra immobile restava il
luogo degli enti soggetti a generazione e corruzione, secondo cicli naturali perpetui (ma
linsieme era considerato creato da Dio presso gli autori cristiani). La causa dei
moti celesti, nella visione aristotelica e neoplatonica, era collegata a influssi non
meccanici di natura intellettuale (intelligenze astrali, anima del mondo), al di sopra dei
quali Dio agiva come Prima causa. Nonostante larbitrarietà di questa spiegazione,
dovuta alla carenza di una dinamica dei corpi celesti, la descrizione cinematica dei loro
moti nel modello tolemaico risultava parzialmente accomodata ai fenomeni noti in
quellepoca e perciò era da ritenersi discretamente scientifica. Nel suo insieme
dunque luniverso antico era concepito come una grande sfera rotante finita. Il suo
centro, la terra, non era il luogo più importante ma piuttosto il contrario, dal momento
che era il posto degli enti soggetti alla mortalità. La visione cristiana invece
introdurrà il primato delluomo, non solo nel senso del suo dominio sulla terra ma
anche a causa della superiorità della persona umana su tutte le creature irrazionali.
Le conoscenze cosmologiche basate sulla fisica newtoniana e sullastronomia
dei secoli XVII-XIX prospettano un universo costituito da stelle
disperse nello spazio infinito (cfr. Koyré, 1988). Soltanto la teoria
einsteiniana della relatività generale consentì allo stesso Einstein
di proporre nel 1917 un primo modello del cosmo in grado di dar
ragione dellunità complessiva del campo gravitazionale, reso
identico alla geometria di uno spazio-tempo curvo nel quale è distribuita
la materia-energia. Dallora in poi si sono succeduti numerosi
modelli cosmologici basati sulla relatività di Einstein, i quali
hanno la caratteristica di prendere in una maniera abbastanza rigorosa
il cosmo come oggetto di descrizione scientifica, al punto di poter
individuarne, tramite la soluzione delle equazioni gravitazionali,
delle proprietà quali il volume, la curvatura e la massa ( COSMOLOGIA,
V). La scoperta della recessione delle galassie, interpretata come
espansione delluniverso, rese evolutivi questi modelli cosmologici.
In questo senso si può dire che oggi disponiamo di unimmagine
scientifica unitaria e assai precisa della struttura evolutiva del
cosmo, basata sia sullosservazione che sulla teoria fisica.
Gli studi termodinamici e le diverse scoperte relative alle particelle
elementari (nuclei atomici e successivamente modello standard
delle particelle) sono in buona sintonia con la descrizione scientifica
dello sviluppo del cosmo a partire dal cosiddetto Big Bang,
con la successiva apparizione delle particelle, ovvero con la separazione
delle quattro forze fondamentali della natura (gravitazionale, elettromagnetica,
nucleare debole e nucleare forte), susseguita dalla formazione dei
nuclei, degli atomi, delle prime aggregazioni atomiche e della posteriore
formazione delle strutture galattiche e stellari. La scoperta della
«radiazione cosmica di fondo» (1965) consentì di tracciare
anche levolvere della radiazione nel cosmo, dopo la sua separazione
dalla materia al tempo usualmente denominato del disaccoppiamento
tra materia ed energia (circa 300.000 anni dopo il Big
Bang, secondo la stima abituale) (cfr. Coles e Lucchin, 1995;
Dallaporta, 1986; Gratton, 1992; Lucchin, 1990; Masani, 1980 e 1996).
Il modello standard del Big Bang, maturato negli anni 70
del XX secolo, ha fornito unimmagine abbastanza coerente sia
della struttura di fondo del cosmo, a base particellare e radiativa,
sia della sua evoluzione, specialmente nei primi momenti della sua
vita. Il cosmo si manifesta quindi unitario, in linea di principio
finito, originatosi nel lontano passato ed evolvente verso situazioni
macroscopiche che consentono la comparsa della vita sotto certe
condizioni, quali si conoscono oggi con sicurezza soltanto nel nostro
pianeta. Dal punto di vista gravitazionale il cosmo si manifesta
in espansione e si discute se nel lontano futuro la sua sorte sarà
lindefinita espansione o la contrazione col conseguente collasso
gravitazionale. Nella prospettiva termodinamica il futuro del cosmo
appare caratterizzato da un progressivo e irreversibile incremento
di entropia, il che non lascerebbe spazio nel lontano futuro allorganizzazione
della materia propria delle strutture stellari e delle realtà organiche
( COSMOLOGIA, VI.2).
Le teorie quanto-gravitazionali, al giorno d'oggi molto speculative, cercano di
spiegare il Big Bang nel quadro di ununificazione della gravitazione con le
altre tre forze fondamentali, oppure della correlativa unificazione tra la teoria della
relatività, competente per la gravitazione, e le teorie quantistiche. Queste ultime
teorie sono state finora applicate, sul piano del formalismo matematico, alle forze forte,
debole ed elettromagnetica, ma dal punto di vista sperimentale ne è stata trovata
conferma finora nellunificazione della forza elettrodebole (forza elettromagnetica e
debole), mentre si è ancora in attesa dellunificazione tra linterazione
elettrodebole e linterazione forte (Grand Unification Theory, GUT). Il
problema dellunificazione delle forze è una sfida per la fisica teorica del futuro
e avrà conseguenze per limmagine del cosmo in evoluzione (cfr. Isham, 1993;
Castagnino, 1995, in La cosmologia come problema scientifico e
storico-filosofico).
Limmagine di un cosmo espansivo che evolve sin dal Big Bang
e manifesta a poco a poco la potenzialità di venir strutturato in
un determinato modo è un quadro limpido e lineare, benché soggetto
a certi dubbi e perplessità oggi discussi, come ad esempio la determinazione
più precisa della costante di Hubble (H0, ritmo espansivo
del cosmo), un problema collegato alla misurazione delle superdistanze
cosmiche e alletà del cosmo, nonché alla questione dellaccertamento
preciso della sua densità. Una contraddizione tra dati osservativi
e calcoli teorici relativi al cosmo in generale, come pure una mancata
coerenza tra i parametri numerici che intervengono nelle teorie
cosmologiche, porterebbe a una crisi di certe versioni della teoria
del Big Bang. Più problematica è la questione dei primissimi
momenti dellevento espansivo, dove intervengono i «modelli
di inflazione» e alcuni tentativi parziali di unificazione
quanto-gravitazionale ( COSMOLOGIA,
III). In linea di massima le tesi per ora molto speculative di un
universo nato da un evento quanto-gravitazionale, denominato spesso,
in sede scientifica, «creazione dal nulla», o dal vuoto
quantistico ( CREAZIONE,
I.2), o altre ipotesi che parlano di una proliferazione di universi
( PLURALITÀ DEI MONDI,
III), uno dei quali sarebbe il nostro, rimangono ancora scientificamente
poco collaudate, per cui non appare prudente avanzare al riguardo
troppe speculazioni filosofiche. Il terreno di discussione è a questo
livello ancora un cantiere aperto e sono da aspettarsi delle novità
nei prossimi anni, le quali potrebbero sconvolgere la ricerca cosmologica
in una maniera imprevedibile.
In definitiva, nellodierna prospettiva scientifica il cosmo
si potrebbe definire come «il sistema universale dei corpi
in interazione, sottoposto a identiche leggi scientifiche».
Il quadro della sua struttura ed evoluzione fino a un certo punto
ci è ben conosciuto. Le questioni che concernono invece la sua origine
ultima, il suo ultimo destino e le ultime leggi che ne comandano
unitariamente la dinamica restano incerte. In altre parole, manca
appunto la conoscenza scientifica ultima del cosmo,
il che, daltra parte, è caratteristico di tutta la conoscenza
scientifica ( COSMOLOGIA,
VI). Unaltra forma di esprimere questo concetto è laffermazione
della radicale incompletezza del sapere scientifico, un punto situato
agli antipodi della concezione razionalistico-riduttiva della scienza
( RIDUZIONISMO).
IV. L'universo come questione filosofica
Le difficoltà critiche della nozione metafisica comune di universo,
considerate nella sezione II, non sono un ostacolo per lelaborazione
di una teoria filosofica del cosmo. Questa teoria, concezione metafisica
o come altro la si voglia denominare, ordinariamente non manca negli
approcci culturali delluomo, almeno a un certo livello speculativo.
La ricerca scientifica, le esplorazioni geografiche o spaziali,
le interpretazioni filosofiche predominanti nelle culture nonché
le dottrine religiose contribuiscono alla definizione di una concezione
del cosmo. Inoltre, il cosmo si proietta sulla natura come uno sfondo
dellambito quotidiano in cui si svolge la nostra vita. Domandarsi
che cosa sia il cosmo e quale sia al suo interno il ruolo delluomo
(cfr. Scheler, 1997) corrisponde allo stesso nucleo della filosofia,
la quale non per nulla cominciò quasi sempre come cosmologia. Questa
domanda appartiene essenzialmente alla dignità delluomo e
lo contraddistingue dagli animali. Sin dai primi momenti della civiltà
luomo adopera una cosmologia e la esprime nellarte,
nella religione, nella scienza e nella speculazione filosofica.
La domanda sulluniverso è anche parte della domanda delluomo
su se stesso.
Presentiamo in questa sezione, a titolo di esempio, alcuni elementi
fondamentali della filosofia delluniverso di un filosofo insieme
classico e cristiano quale Tommaso
dAquino, non in chiave storica, ma selezionati e semplificati
allo scopo di una impostazione speculativa del problema (cfr. Sanguineti,
1986; Blanchette, 1992). Daltra parte i tratti su cui ci soffermeremo
sono in buona misura comuni a tutta la tradizione filosofica cristiana,
sia pure con sfumature diverse (Dionigi Areopagita, Tommaso dAquino,
Duns Scoto, Nicola
Cusano). La visione del cosmo dei classici dellAntichità non
cristiana si potrebbe dire in termini generali naturalistica
o, se vogliamo, cosmologistica, nel senso che luomo
è subordinato al cosmo-natura, una visione che sarà capovolta dalla
metafisica del cristianesimo, che è invece creazionista
e personalista (primato della persona nel cosmo
e sul cosmo). La cosmologia filosofica dei moderni segue
ovviamente gli indirizzi propri delle diverse posizioni filosofiche
idealismo,
razionalismo, materialismo,
ecc. , ma non di rado è contrassegnata dal dualismo coscienza-mondo
oppure dallabbandono della prospettiva metafisica. Daltra
parte, la cosmologia nella filosofia moderna e contemporanea deve
fare i conti con le scienze, concretamente con l'impostazione fisico-matematica
emersa dalla rivoluzione scientifica. Inoltre la cultura e la tecno-scienza
moderna sottolineano il ruolo attivo e non puramente contemplativo
delluomo nel cosmo. Di fronte a queste posizioni, la concezione
cosmologica dei classici cristiani, e in particolare quella dellAquinate,
è caratterizzata da un cosmocentrismo relativo (luomo
è implicato nel cosmo e la natura viene vista specialmente in termini
di cosmo), da un antropocentrismo relativo (ruolo preminente
delluomo nelluniverso) e da un teocentrismo radicale
e assoluto (il senso delluniverso, realtà contingente,
sta in Dio Creatore). I riferimenti senza autore che seguiranno
appartengono a Tommaso d'Aquino.
1. Unità molteplice ordinata. Il primo aspetto da rilevare
nella concezione cosmologica metafisica di Tommaso è lintuizione
del cosmo quale unità ordinata del molteplice. Gli enti individuali
non bastano a se stessi e quindi sono necessariamente ordinati gli
uni agli altri. Essi si comunicano a vicenda le loro perfezioni
e così sorgono naturalmente svariate strutture nei quadri della
natura: ordine tra individui di un medesimo livello ontologico,
ordine tra gruppi eterogenei (cfr. In de Divinis Nominibus,
lect. VII-IX). Tali strutture possono essere basate sulla disposizione
spaziale, sulla comunicazione causale e sulla successione nel tempo:
tutte e tre sono collegate e danno luogo allordine diacronico
dei grandi sistemi collettivi. Nellambito più universale,
tale sistema è l«universo», in definitiva la realtà
materiale nella sua disposizione universale nel tempo e nello spazio,
tenendo conto di tutte le differenze qualitative e ontologiche.
Nessuna entità è totalmente isolata nel cosmo: ciascuna contiene
rapporti mediati o immediati con tutte le altre, costituendo nellinsieme
ununità strutturata.
2. Cosmo e trascendentali. Luniverso si può considerare
alla luce dei cosiddetti «trascendentali dellessere»,
concetti esprimenti in parecchi modi le perfezioni dellessere
( METAFISICA, I.1).
Nei paragrafi precedenti ci siamo messi nella prospettiva dellunità:
luniverso è uno, non in un banale senso numerico, ma
in quanto tramite lordine esso integra in unità quanto di
per sé sarebbe disperso ed isolato. Ci sono però molti modi di essere
uno, poiché non è identica lunità dellorganismo,
di una macchina o di unentità collettiva. Tutti i trascendentali,
applicati all'universo o alle diverse entità che lo compongono,
si realizzano «analogicamente» e non in maniera univoca
( ANALOGIA). Lunità
del molteplice è contrassegnata in ogni caso dallordine, e
lordine richiama a un insieme di «relazioni».
Le parti del tutto unitario sono collegate tra di loro e i diversi
collegamenti non sono che intrecci reali tra gli uni e gli altri,
dove a ciascuno spetta un suo ruolo. Lordine non è monotono,
ma svariato nelle sue modalità, poiché una cosa si rapporta alle
altre secondo precise condizioni (questo rapporto nella filosofia
di Tommaso dAquino si dice «proporzione»).
Lintelligenza umana coglie le relazioni (e ne introduce anche
delle nuove), per cui luniverso, come ogni realtà dotata di
ordine, possiede anche il trascendentale dellintelligibilità.
La comprensibilità del mondo costituisce la via razionale per ricondurre
la contemplazione delluniverso ad una Intelligenza suprema
e originaria ( DIO,
II.1). Daltra parte lordine complesso delle cose manifesta
tratti contingenti ed è dosato in ogni forma di essere. La mancanza
dellordine dovuto, cioè la privazione e non la
semplice assenza dellordine, produce il male;
per esempio il male fisico nei viventi è costituito dalla privazione
di adeguate relazioni tra i costitutivi dellorganismo. In
altre parole, il male nasce dalla mancanza di una dovuta proporzione,
il che significa una privazione ontologica. Conseguentemente l'universo
si rivela come buono (è il trascendentale del bene),
ma, nella misura in cui manchi ordine nel mondo, il bene sarà minore
e arriverà ad essere un male se si introduce un disordine contrario
alla natura delle cose. Il bene o la concordanza ben proporzionata
tra le cose delluniverso si dice anche «armonia»
(termine preso dalla musica). Il bene, lintelligibilità e
lunità del cosmo ne dimostrano la «bellezza»,
vale a dire la bontà e lintelligibilità dellessere in
quanto si offrono alla contemplazione (bello è ciò che ci si compiace
contemplare).
Infine l'universo in quanto «ente», il trascendentale principale,
ne rivela le caratteristiche profonde nell'ambito dell'essere, ciò che esso è o quale
tipo di entità è: si può dire in questo senso che l'universo non è una sostanza né un
individuo, né un essere animato, né una persona, né un prodotto del pensiero umano, né
Dio stesso, ecc. Il mondo è una grandiosa e universale «unità di ordine,
naturale e collettiva, costituita da molti enti naturali in interazione causale e soggetta
al divenire» (cfr. Summa theologiae, I, q. 47, a. 3), contenendo perciò
molte potenzialità che si sviluppano nel tempo. Dal punto di vista quindi più
rigorosamente metafisico (e anche teologico), l'universo si può vedere come
«l'insieme ordinato di tutte le creature». La sua unità procede da
Dio (l'Essere assoluto) e dalla sua partecipazione e comunicazione nell'essere.
Abbiamo così accennato alle manifestazioni dell'essere del cosmo:
unità, intelligibilità, bontà e bellezza, tutti aspetti ad esso
immanenti, palesi dinanzi a qualsiasi livello dello sguardo contemplativo
delluomo, sin dallo spettacolo del cielo stellato fino alle
meraviglie della natura scoperte dalle scienze. In alcuni casi è
più manifesto lordine statico del cosmo, come avviene nella
contemplazione del cielo
stellato, mentre in altri casi se ne mostra lordine dinamico,
come quando si contempla lo spiegamento delle forze della natura
e le grandi trasformazioni cui è sottoposta. Non occorre un particolare
sviluppo scientifico per capire la realtà ontologica del cosmo,
dal momento che qualsiasi livello di considerazione la rivela globalmente,
benché sotto una determinata prospettiva. Lapprofondimento
scientifico allarga il materiale su cui tale contemplazione ricade,
mentre la filosofia aumenta lintensità della riflessione su
ciò che è propriamente trascendentale, appunto perché la filosofia
(o la metafisica) studia ogni cosa dal punto di vista dellessere.
3. Gradi ontologici. Nella concezione di Aristotele e di
s. Tommaso l'ordine interno dell'universo è costituito in una maniera
stratificata: la natura presenta strati o gradi
di perfezioni, progressivamente più complessi, un fatto ovvio
ma anche confermato e ampliato dalle attuali conoscenze scientifiche.
I gradi più alti sono dotati di qualità emergenti rispetto ai gradi
più semplici ed elementari (cfr. Contra Gentiles, II, c.
68 e IV, c. 11). Gli elementi inorganici vengono meglio organizzati
nelle sostanze organiche, poi si risale al regno della vita ( BIOLOGIA),
nel quale si passa dagli organismi unicellulari a quelli pluricellulari,
dai vegetali agli animali, fino ad arrivare agli animali superiori
e finalmente all'uomo. Gli strati inferiori sono il supporto materiale
di quelli più alti. Dai primi strati proviene l'unità materiale
del cosmo, costituita dalla presenza di un identico materiale organizzato
in forme sempre più complesse, per cui si può anche parlare di un'unità
genetica del cosmo (eccettuandone lo spirito dell'uomo), dal momento
che nella linea dellevoluzione si osserva la progressiva comparsa
di strutture più organizzate a partire da una base materiale potenziale
preesistente. I gradi più alti aggiungono nuove perfezioni all'universo,
in quanto ogni grado superiore (organismi, coscienza animale, autocoscienza
umana) contiene sempre una maggiore unità, bontà, capacità operativa,
in definitiva una maggiore densità ontologica. Il livello più alto
incorpora a suo modo le proprietà degli strati inferiori, sia per
quanto riguarda gli individui sia rispetto alle entità collettive
(gruppo, macrogruppo, popolazione animale, comunità umana).
Per questo motivo l'uomo nella tradizione classica è stato visto come un
«microcosmo» (cfr. Summa theologiae, I, q. 91, a. 1), in quanto
egli concentra nel suo corpo, in una peculiare armonia, gli elementi fisici della natura
inferiore. Ora, gli individui degli ambiti inferiori (particelle, atomi, ecc.) sono
destinati a costituire la grandi composizioni macroscopiche dell'universo (stelle,
galassie, pianeti), mentre l'individualità vivente acquista un valore proprio (maggiore
autonomia nell'agire, finalismo più accentuato), il che risulta già ovvio nel caso degli
animali ma è enormemente più accentuato nella persona umana. Anche la capacità di
comunicazione tra gli individui di specie più alta è più elevata, fino ad arrivare alla
persona umana, che comunica con gli altri non solo fisicamente bensì attraverso la
conoscenza e l'amore. In definitiva, la perfezione dell'uomo comporta una capacità
comunicativa profonda e universale, e così egli arriva al rapporto con lo stesso Dio
mediante il proprio agire spirituale.
Come accennavamo prima, nel grande scenario dell'universo le perfezioni trascendentali
entità, unità, bontà, intelligibilità, bellezza si realizzano
analogicamente in ogni singolo grado della scala dell'essere. Ogni manifestazione
dell'essere contiene un modo proprio di possedere l'unità, la bontà, la potenza attiva e
causale, l'autonomia individuale o immanenza, l'apertura agli altri o trascendenza e il
dinamismo teleologico. Ad esempio, i viventi cominciano a manifestare un finalismo più
interiorizzato, e la persona si orienta al fine con coscienza e autodeterminazione.
L'ordine cosmico quindi non porta a pensare, come è abituale fare,
al solo spiegamento dei corpi nello spazio celeste. Più importante
ancora è considerarne i gradi ontologici (cfr. Sanguineti, Uomo
e cosmo nella filosofia di s. Tommaso, 1992). Solo che i classici,
prima dell'avvento della scienza moderna, pensavano in maniera spesso
mitologica all'universo astronomico come se fosse un mondo superiore
alla terra, quasi organico, disorientati com'erano dalla sua perfezione
matematica, più apparente nel cielo che nei fenomeni terrestri.
In realtà l'universo galattico e stellare, in quanto sistema non
vitale costituito da radiazioni, particelle elementari ed elementi
chimici, possiede un contenuto ontologico molto minore di quanto
possiamo osservare sulla terra, il pianeta della vita e dell'uomo.
Le energie dell'universo e le sue dimensioni straordinarie impressionano
molto, ma niente tolgono alla superiorità ontologica della terra
come luogo che ospita la vita intelligente, nonostante le sue insignificanti
dimensioni e le sue modeste condizioni energetiche. Questo fatto
ovviamente sarebbe ridimensionato se fosse scoperta l'esistenza
di vita in altre regioni dello spazio ( EXTRATERRESTRE,
VITA), ma sarebbe in verità, sotto un certo aspetto, confermato
anziché smentito. Ciò che conta infatti è la superiorità della vita,
anzi della vita razionale. Tale superiorità della vita senz'altro
è limitata, dal momento che ciò che è più alto, nel cosmo fisico,
dipende materialmente dai livelli inferiori, ovvero concretamente
dipende da essi per trovare le necessarie risorse energetiche e
per avere l'ambito ecologico dove poter svolgere la propria esistenza.
Sotto queste condizioni l'uomo, malgrado la sua piccolezza fisica,
si dimostra superiore a tutto l'universo fisico, in quanto con la
sua intelligenza egli è in grado di svelarne tanti segreti. L'atomo
o la stella, ad esempio, presi come oggetti di studio scientifico,
sono al servizio dell'uomo in quanto sono naturalmente
disponibili per qualsiasi ricerca eseguita da un essere razionale
e autocosciente. Ora, quanto si dirà in seguito sulla superiorità
dell'uomo nell'universo non comporta un antropocentrismo ingenuo,
dal momento che lo stesso discorso sarebbe applicabile a eventuali
esseri razionali esistenti altrove nel cosmo.
4. La situazione delluomo. Nella visione di Tommaso
dell'ordine universale, indipendente dal geocentrismo astronomico,
il cosmo contiene dunque un ordine immanente rapportato,
in definitiva, a un ordine trascendente. L'ordine immanente
o interno al cosmo è costituito, come dicevamo, dai rapporti reciproci
tra tutti gli esseri dell'universo (cfr. Aristotele, Metafisica,
XII, 10, 1075a; Tommaso d'Aquino, In XII Metaph., lect. 12).
Questi rapporti delineano una scala dell'essere, flessibile
ma reale, nel senso già spiegato, vale a dire che le cose più semplici
ed elementari fungono da base materiale per le realtà più complesse
e perfette. Però nell'arrivare all'uomo, essere razionale, si produce
un salto all'infinito. L'uomo non è semplicemente l'animale più
organizzato e meglio dotato. Con la sua intelligenza e la sua libertà
egli si colloca in un rapporto diretto con l'essere del mondo intero,
in quanto può comprenderlo speculativamente e può dominarlo con
la tecnica, sia pure entro certi limiti fisici e morali. Inoltre
l'uomo trascende l'universo e volge il suo sguardo contemplativo
e il suo desiderio di amore verso Dio stesso, Creatore dell'universo
(«il fine dell'anima umana e la sua ultima perfezione è che
essa, attraverso la conoscenza e l'amore, trascenda tutto l'ordine
delle creature e raggiunga il suo primo principio, che è Dio»:
Contra Gentiles, II, c. 87). L'uomo dunque appartiene intimamente
all'universo e al contempo lo trascende del tutto. Nella visione
di Tommaso, e in realtà di tutti gli autori cristiani, l'aspetto
centrale dell'ordine interno dell'universo è il fatto che la sua
parte materiale è ordinata alle creature intelligenti e che proprio
attraverso tale ordine essa raggiunge come fine il suo
Creatore: l'uomo è la finalità interna del dinamismo dell'universo
(cfr. Contra Gentiles, III, c. 22).
5. Il primato della persona. L'ultimo punto poc'anzi indicato
si riferisce non solo all'uomo come specie (o come umanità), ma
soprattutto all'uomo come persona. In coerenza con quanto
visto prima, l'individualità umana acquista un valore diverso di
quella in vigore nel mondo irrazionale. Gli individui irrazionali,
pur consistenti in se stessi, nel contesto dell'armonia cosmica
sono destinati fondamentalmente all'utilità della loro specie, come
se ne fossero quasi una parte, mentre le specie inferiori, pur col
loro valore proprio, sono naturalmente in funzione di altre specie
dell'universo. Questo punto può essere collegato al fenomeno dell'
evoluzione, dal momento che così si può comprendere come una specie
possa esistere per un periodo limitato di tempo in funzione di altri
eventi e di altre perfezioni che emergeranno più tardi nello sviluppo
della natura. Tuttavia considerare l'uomo esclusivamente sotto questo
punto di vista sarebbe subordinarlo alla natura. Nella visione cristiana
del cosmo, una visione che è anche filosofica, l'uomo vale come
persona per se stessa e non solo in quanto parte della totalità
universale (cfr. Contra Gentiles, III, cc. 112-113; si veda
anche Gaudium et spes, 24). Il rapporto con gli altri simili
e con il mondo nulla toglie alla dignità di ogni persona, anzi è
proprio questo a realizzarla pienamente: l'uomo trova nel mondo
fisico (inferiore a lui) una realtà da contemplare a
causa della sua bellezza immanente, e da usare a causa
del suo carattere non razionale (cfr. Contra Gentiles, III,
c. 78: dominio naturale degli esseri intelligenti sulle altre creature),
mentre egli scopre nei suoi simili dei soggetti con cui comunicare
e convivere, in reciprocità di amicizia, alla fine di raggiungere
insieme a loro le finalità proprie dell'esistenza umana.
Il primato della persona nell'universo non cancella il valore della
natura e non la riduce a una pura funzione strumentale, come accade
invece nelle ideologie tecnologistiche ( TECNOLOGIA),
oggi giustamente criticate da diverse istanze filosofiche, culturali
ed etico-politiche (cfr. H. Jonas, Dalla fede antica all'uomo
tecnologico, Bologna 1991; Sanguineti, 1998), anche dalla prospettiva
del pensiero cristiano (cfr. Centesimus annus, 38). L'uomo
non è un padrone assoluto della natura, ma piuttosto un amministratore
del creato. Egli deve custodire e non distruggere la realtà naturale
nella sua armonia e integrità. Il suo dominio tecnico sulle cose
materiali si traduce nel lavoro, mediante il quale egli sviluppa
le potenzialità della natura per sconfiggere, nei limiti del possibile,
i mali fisici e per così superare, le ristrettezze dell'esistenza
materiale. La tecnica comunque non esaurisce la signoria
della persona umana sulla creazione materiale. Luomo si mostra
signore delle cose anche nell'uso sobrio dei beni materiali, non
riponendo in essi un fine assoluto e incondizionato. In definitiva,
di fronte all'universo, l'uomo esercita la sua capacità contemplativa,
religiosa, morale, artistica e tecnica. L'universo rende all'uomo
il servizio in modo inconsapevole di mostrargli
la sua perfezione ontologica, le sue potenzialità, anche la sua
contingenza e limitatezza. Fondamentalmente, il rapporto uomo-universo
deve essere sapienziale, il che ha notevoli conseguenze
anche sul piano etico ( UMANESIMO
SCIENTIFICO). L'uomo trova nell'universo una strada naturale verso
Dio.
6. Il finalismo nel cosmo. Sempre secondo lAquinate,
l'ordine immanente dell'universo manifesta un finalismo interno
alla natura. Anche il finalismo va concepito in maniera analogica.
La teleologia interna al mondo non vivente sta nella sua meravigliosa
e inesauribile strutturazione articolata e inoltre nella sua capacità
di servire di sostegno alla vita. Si tratta di strutturazioni che
non hanno necessariamente una forma deterministica,
e che per questo possono avere a che fare con fenomeni casuali,
eventi cioè non previsti dalla natura in modo determinista, che
possono presentarsi entro certi margini di possibilità o che sono
poco probabili o rari ( DETERMINISMO/INDETERMINISMO).
L'esistenza della probabilità (non del puro caos) nell'universo
comporta una teleologia soggetta alla contingenza, ovvero
la possibilità di difetti oppure di semplici variazioni rispetto
alla norma. Ora, nel mondo inorganico la variabilità e limprevedibilità
non si presentano come un male, bensì come condizioni di potenzialità
che rendono flessibili e più ricche le possibilità dell'agire fisico.
Nei viventi, invece, la possibilità di varianti va compresa all'interno
dei fini della vita stessa, la quale viene sempre sperimentata come
un valore proprio, la cui affermazione (conservazione, crescita,
propagazione) appare sempre come un bene, mentre la sua negazione
(malattia, morte) è un male. Nella prospettiva dei gradi dell'essere,
il disordine o il male (corruzione e morte) di solito si manifestano
come una scomposizione dell'ordine superiore (predominio del caos
o della pura accidentalità), fino alla caduta in un ordine inferiore
(ove esiste pur sempre un minimo di ordine).
La vita organica del cosmo risulta finalizzata a se stessa in un quadro
di contingenza, in quanto resta limitata nel tempo ed è condizionata
dalle circostanze ambientali. Nel suo insieme, l'universo della
vita è armonioso, ma comporta la necessità di lottare contro gli
ostacoli e di trovare le risorse indispensabili per la sopravvivenza.
Nell'uomo la finalità naturale è avversata dal disordine volontario
o morale (il peccato), il quale reca un danno all'armonia del creato,
perché con esso l'uomo perde la sua amicizia con Dio. Non di rado
lingiustizia e il male morale hanno conseguenze distruttive
nell'ambito fisico. Il peccato comporta un rapporto sbagliato e
antinaturale dell'uomo con l'universo, ovvero con le realtà create,
da cui nasce una situazione di disordine o perfino di violenza ( CREAZIONE,
II.2).
Dando uno sguardo alla comprensione contemporanea dell'universo e della vita, si
potrebbe dire che il fenomeno dell'evoluzione, così come oggi lo conosciamo, rende più
trasparente il finalismo naturale nel suo sviluppo temporale. L'esistenza di un tale
finalismo è stata recentemente invocata da alcune interpretazioni filosofiche del
cosiddetto Principio Antropico: l'universo, sin dai suoi primi momenti
appare dotato di certe condizioni iniziali, matematicamente molto strette, le quali sono
le uniche in grado di consentire la comparsa della base chimica necessaria per la vita. In
realtà la vita stessa, perfino nelle sue forme più semplici, richiede condizioni interne
ed esterne altamente improbabili: il Principio Antropico estende di fatto la segnalazione
di tale improbabilità all'ambito del cosmo stesso. L'azione di meccanismi auto-selettivi
ed uno sfondo di creatività inerente alla natura
(auto-organizzazione), ancora da approfondire scientificamente, sono al servizio di uno
sviluppo del cosmo che vede il progressivo affermarsi, quanto meno in un luogo come la
terra, di strutture vitali sempre più complesse e perfette, nonostante la radicale
contingenza di questi processi (sottomessi sempre, ad esempio, al rischio di una
catastrofe ambientale). Questa catena di forme ontologiche sempre più perfette
evidenzierebbe un finalismo naturale, il quale appare di fatto orientato alla
comparsa dell'uomo.
Ciò che da autori come Tommaso d'Aquino veniva affermato in una cornice stazionaria e
da altri come Agostino era visto nel quadro di uno sviluppo temporale dell'universo, vale
a dire l'orientamento teleologico del cosmo all'uomo, è ugualmente applicabile ad
un'interpretazione filosofica dello sviluppo evolutivo della vita nella prospettiva
scientifica attuale. Certamente i punti qui accennati ricevono una luce superiore dalla
teologia cristiana: nel messaggio biblico esiste una diretta intenzionalità divina di
creare l'uomo e la donna successivamante alla creazione dell'universo materiale e quasi
come suo coronamento.
7. Il futuro delluniverso. Lo sviluppo temporale dell'universo
porta inevitabilmente a pensare al futuro del cosmo ( TEMPO,
II). Oggi è praticamente esclusa sul piano scientifico la tesi di
una ricorrenza ciclica eterna del cosmo, mentre pare maggiormente
sostenibile quella di un universo in evoluzione che finirebbe col
confluire in uno stato di degrado finale, secondo la previsione
termodinamica della cosiddetta «morte termica» (a causa
dell'incremento complessivo di entropia nel cosmo). La tesi secondo
cui luniverso potrebbe continuare a manifestare una inimmaginabile
creatività, anche mediante il contributo di nuove forme di vita,
non è scartabile a priori, ma per il momento è priva
di sostegno scientifico. Veramente né la scienza né la filosofia
possono risolvere con certezza incontrovertibile il problema del
destino ultimo del cosmo: la scienza a causa dei suoi
noti «problemi di incompletezza» e la filosofia a causa
dei suoi limiti gnoseologici e speculativi. Una distruzione completa
e definitiva dell'ordine del cosmo, ovvero un suo decadimento verso
uno stato sempre più semplice ed elementare, sarebbe una sorta di
assurdo filosofico e contraddirebbe quella teleologia che pure pervade
il cosmo e che cade sotto i sensi sia dello scienziato che del filosofo
( FINALITÀ). Tenendo
inoltre presente la dignità dell'uomo e il valore della persona,
un annientamento totale della specie umana, nel quadro di una morte
cosmica assunta a parola ultima, prescindendo da qualsiasi dimensione
meta-fisica o meta-temporale, apparirebbe senza dubbio qualcosa
di antropologicamente antinaturale. Ma la filosofia non può dire
che cosa succederà all'uomo nel futuro del cosmo ( CREAZIONE,
VI).
V. Dio e il cosmo
La filosofia ha visto tradizionalmente nell'ordine meraviglioso
e insieme contingente dell'universo la manifestazione di una causa
trascendente denominata «Dio». Le tradizionali prove
dell'esistenza di Dio sono principalmente cosmologiche ( DIO,
I.3). Così come la ragione umana scorge nei fenomeni sensibili immediati
l'esistenza di cause nascoste alla visione sensibile, ma vere ed
operanti, appare logico interrogarsi sulla causa dell'universo,
della sua unità, intelligibilità, bontà e perfezione, graduata e
temporale, nell'essere.
La domanda non si riferisce ai singoli processi particolari del cosmo, né ai problemi
concreti cui la scienza sul piano fisico non è ancora in grado di fornire una risposta.
La scienza presuppone l'esistenza dell'universo e si limita ad accertare o ad ipotizzare
altri elementi o condizioni del cosmo che ne spieghino lo stato attuale, oppure essa ne
scopre le leggi che regolano l'andamento dei fenomeni fondamentali della realtà materiale
(per esempio leggi gravitazionali, elettromagnetiche, ecc.). La domanda filosofica o
metafisica sulla causa dell'universo si colloca in un'altra prospettiva, per cui è
indipendente dallo stato delle scienze in una determinata epoca. A causa della radicale
contingenza dell'universo il suo essere non è assolutamente
necessario , la scienza non potrà mai arrivare ad una spiegazione ultima delle
leggi fisiche, dal momento che sempre si potrà ignorare qualcosa di più totalizzante,
che riveli la natura limitata e particolare delle leggi considerate relativamente ultime
in un certo periodo della storia della scienza.
L'ultima risposta alla domanda sulla causa dell'universo quindi non
è di tipo fisico, per cui le scienze della natura sono incompetenti
per porsi tale domanda ( COSMOLOGIA,
VI). Se così fosse, reggerebbe l'obiezione mossa all'affermazione
di Dio come causa del cosmo, e «allora qual è la causa di
Dio?», citata talvolta da alcuni esponenti materialisti. Tale
tipo di domanda mantiene la sua validità proprio nell'ambito fisico,
dal momento che ogni causa fisica (entità o legge scientifica),
come dicevamo, sarà sempre suscettibile della domanda circa un perché?che
riguardi livelli di realtà sempre più profondi.
Le possibili risposte alla domanda radicale appena menzionata sono due: o l'universo
materiale è incausato, oppure è causato da un principio non materiale, ma intellettivo.
Ma la prima risposta è irrazionale: l'universo, con tutte le sue armonie e leggi, non è
una realtà necessaria ma contingente, e quindi preso complessivamente non dà ragione di
se stesso. La sua contingenza è evidente se consideriamo la sua distruttibilità
(disorganizzazione), oppure il fatto che le sue leggi specifiche potrebbero essere state
anche altre e che l'universo stesso potrebbe essere stato diverso da come è, anzi
potremmo pensarlo migliore (per esempio senza la caducità inerente
alla crescita complessiva dell'entropia). L'eventuale scoperta di nuove cause materiali
della genesi del cosmo niente aggiungerebbe a quanto si è detto: per
esempio se si venisse a scoprire che il Big Bang è solo un caso particolare di una
legge più generale che coinvolge molti altri universi, o fosse dovuto a condizioni
fisiche diverse da quelle oggi conosciute, comunque si rimarrebbe sempre sul piano fisico,
il quale si manifesta complessivamente come una realtà che non dà una ragione ultima di
se stessa.
Un'altra argomentazione in proposito fa leva sull'intelligenza umana.
La mente dell'uomo si rivela superiore a tutte le strutture materiali,
essendo capace di pensare a tutto l'ordine del cosmo, di scoprirne
le leggi e di speculare anche sullesistenza di infiniti possibili
universi. Radicata nel cosmo perché sostanzialmente insediata nel
corpo umano (nelle sue operazioni essa si serve delle strutture
neurologiche), la nostra mente trascende il cosmo in quanto sta
al di sopra di ogni realtà materiale ( MENTE-CORPO,
RAPPORTO). Il dominio tecnico dell'uomo sulla natura, per quanto
limitato, dimostra anche la superiorità dell'intelligenza sulla
realtà fisica. Di conseguenza sarebbe inconsistente pensare che
l'universo fisico non intelligente sia incausato o che addirittura
sia causa dell'intelligenza.
Per questo motivo, sul piano filosofico la causa dell'universo è stata vista
tradizionalmente nell'Intelligenza. Autori antichi e moderni postulano a questo punto
l'esistenza di un'intelligenza cosmica immanente o una sorta di anima intelligente
dell'universo, in modo da renderla responsabile dell'evoluzione cosmica e dell'apparizione
dell'uomo. Questa soluzione è usualmente denominata panteismo. Ma
un'intelligenza intesa come forma del cosmo in realtà ne fa parte a
sua volta e così dovrebbe essere soggetta al suo divenire e alle sue imperfezioni, per
cui non sarebbe una vera spiegazione di tutto l'universo. Il cosmo stesso, se
informato da una simile intelligenza, sarebbe un dio, sia pure imperfetto, forse un dio in
evoluzione che acquisterebbe nell'uomo la sua piena auto-coscienza. Un simile modo di
pensare non è lontano dalla mitologia. Infatti il pensiero religioso e filosofico in
molte civiltà antiche ha divinizzato la natura e ha visto nelle forze materiali la
manifestazione di occulte forze psichiche.
La risposta alla domanda filosofica sulla causa dell'universo è
l'esistenza di un'Intelligenza trascendente il cosmo (Dio). Non è questo il luogo per
sviluppare in dettaglio questo punto centrale della filosofia. Basterà ricordare che
l'intelligibilità, l'unità, la semplicità e la consistenza dell'universo trovano una
risposta alla luce di un Dio Creatore, trascendente ma anche presente nell'intimo del
mondo in ogni momento del suo sviluppo temporale (cfr. Tanzella-Nitti, 1992, pp. 48-51).
L'universo procede così da un Essere sommo, spirituale e personale, pienezza di essere,
di intelligenza e di amore, non da una legge astratta o da un principio impersonale. Nella
visione di Tommaso d'Aquino, Dio comunica liberamente l'esistenza al mondo per riempirlo
in modo partecipato di perfezioni di cui Egli è la fonte assoluta e perfetta. Il Creatore
dà un particolare senso all'universo collocando al suo centro la persona creata.
L'universo fisico è donato all'uomo affinché questi ritorni a Dio contemplando la Sua
presenza nel creato e completando l'opera della creazione mediante il lavoro, la cultura,
le arti e soprattutto mediante il suo perfezionamento morale.
La teologia cristiana aggiunge aspetti maggiormente precisi al rapporto Dio-mondo e
getta luce sul mistero del male nell'universo, introdotto a causa del peccato, e sanato
dall'opera redentrice di Cristo (cfr. Maldamé, 1995). Grazie alla rivelazione cristiana
comprendiamo meglio il disegno di Dio come Creatore dell'universo e il ruolo che spetta
all'uomo nel creato. Alla luce della fede cristiana l'universo è conosciuto soprattutto
come «il creato» che procede dall'amore divino ed è un riflesso delle
perfezioni della Trinità. Senza essere condizionato dal mondo, Dio crea con tutta
libertà e sapienza un universo consistente, dotato di cause seconde capaci di sviluppare
delle potenzialità che completano l'opera creativa divina. Il Verbo di Dio, nell'assumere
la natura umana, si colloca al vertice dell'universo. «Tutte le cose sono state
create per mezzo di lui e in vista di lui [Cristo]. Egli è prima di tutte le cose e tutte
sussistono in lui» (Col 1,16). Il progetto di Dio si comprende ancora
meglio nellorizzonte di unopera della creazione destinata (e non semplicemente
giustapposta) alla Redenzione in Cristo. «La creazione è il fondamento di
tutti i progetti salvifici di Dio, l'inizio della storia
della salvezza, che culmina in Cristo. Inversamente, il Mistero di Cristo è la
luce decisiva sul mistero della creazione: rivela il fine in vista del quale, in
principio, Dio creò il cielo e la terra (Gen 1,1): dalle origini, Dio
pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo» (CCC 280). In questo senso
lo sviluppo dell'universo non è ancora completato, anche se il suo compimento è già
iniziato in Cristo risorto e glorioso. L'universo acquisterà il suo statuto finale
soltanto alla fine dei tempi, quando riceverà nella gloria il suo definitivo compimento,
non prevedibile dal sapere umano, ma oggetto della speranza cristiana. L'universo
rinnovato sarà allora «i nuovi cieli e la nuova terra» (cfr. Is
65,17; 2Pt 3, 13; Ap 21,1).
Juan José Sanguineti
Vedi: ANTROPICO,
PRINCIPIO; COSMOLOGIA; CREAZIONE; DIO; FINALITÀ; LEGGI NATURALI;
NATURA; PANTEISMO.
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