> >
Unità
del sapere
Giuseppe Tanzella-Nitti
Gaudium
et spes, 62; Giovanni Paolo II: Incontro con il mondo della cultura,
i docenti e gli studenti nell'Ateneo torinese, Torino, 3.9.1988,
Insegnamenti XI,3 (1988), pp. 548-556; Lettera al Direttore della
Specola Vaticana, 1.6.1988, OR, 26.10.1988, pp. 5-7; Allocuzione
al Giubileo Mondiale dei Docenti Universitari, Roma, 9.9.2000, OR
10.9.2000, p. 7; Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze,
13.11.2000, OR 13-14.11.2000, p. 6. Fides et ratio, 5, 27, 40, 81.
I. Laspirazione verso lunità del
sapere: motivazioni, espressioni ed incertezze - II. Tentativi
di unificazione del sapere: alcuni nodi storico-filosofici - III. Interdisciplinarità
e dialogo fra i saperi: esiste un campus universitario? -
IV. La ricerca di unificazione nella riflessione sulloggetto:
oltre linterdisciplinarità - V. La costruzione dellunità
nel soggetto: unità del sapere come ascolto, come habitus
e come atto della persona - VI. Lunità del sapere come itinerario
intellettuale del pensiero credente.
Lo studio delle relazioni fra sapere scientifico e sapere umanistico, fra una lettura
empirica della realtà ed una sua lettura sapienziale incluse le conoscenze
provenienti dalla fede religiosa e dalla Rivelazione biblica conduce
inevitabilmente ad interrogarsi sulla possibilità e sulle condizioni di una
«unità del sapere». Il tema viene generalmente suscitato su due
diversi livelli concettuali, distinti ma contigui. Il primo riguarda lintegrazione
della razionalità scientifica con quella filosofica, ed interpella la gnoseologia (i
diversi livelli di astrazione e il nostro grado di conoscenza della realtà),
lepistemologia (il problema dei fondamenti e della portata del sapere scientifico),
ma anche lantropologia (le risposte alle domande di senso che sorgono nel soggetto a
partire dallesperienza del reale). Il secondo livello riguarda lintegrazione
fra ragione naturale e fede religiosa, fra ciò che so e ciò che credo, fra filosofia,
qui ampiamente intesa come conoscenza che nasce dallascolto sia della natura sia
della coscienza interrogante, e teologia, come conoscenza che nasce dallascolto
della parola di Dio. Nella misura in cui si riconosce lo statuto di
conoscenza a tutte queste fonti razionalità scientifica e
riflessione sapienziale, sapere filosofico e parola divina rivelata in forza
dellunità della sua esperienza intellettuale, il soggetto ne reclama non solo la
pacifica coesistenza secondo oggetti formali distinti, ma anche una certa convergenza sui
medesimi oggetti materiali, capace di illuminarlo ed orientarlo nella formulazione dei
suoi giudizi e delle sue scelte, massimamente quelle di carattere esistenziale.
Porre a tema lunità del sapere, soprattutto nel suo secondo livello, implica
necessariamente un superamento dell agnosticismo con una conseguente
risposta affermativa alla questione della verità e della sua unità
(esiste una verità ed io posso conoscerla) e la rinunzia alleredità kantiana circa
la divisione fra il conoscere (erkennen, proprio della ragion
pura) ed il pensare o la postulazione etica (denken, proprio
della ragion pratica), migrando verso il riconoscimento di un reale che sia al tempo
stesso fonte di conoscenza scientifica, sorgente di un questionare etico e luogo adeguato
di esperienza religiosa. Nella ricerca di una tale sintesi occorre porsi di fronte al
mondo senza disgiungere ciò che il mondo è da ciò che il mondo significa; occorre porsi
di fronte a se stessi senza separare le condizioni e la razionalità del proprio conoscere
dalla responsabilità che tale conoscere comporta; è necessario, infine, non scindere la
ricerca di una corretta criteriologia su ciò che rende vera una scienza, da quella delle
condizioni che la rendono buona, accedendo così ai motivi ultimi che, nelluomo,
giustificano e sostengono il suo fare scienza.
Ci proponiamo qui di investigare le modalità con cui si è manifestata,
nel passato come nel presente, lidea di unità del sapere,
quali le principali difficoltà teoretiche che essa comporta, ma
anche le spinte epistemologiche e culturali che ne sostengono la
ricerca. Suggeriremo quali sono, a nostro avviso, le dinamiche antropologiche
che possono ispirarne una fondazione sensata, significativa anche
in ambito universitario e nel contesto della razionalità scientifica,
ove esiste una crescente specializzazione e diversificazione disciplinare.
Esamineremo poi se laccesso ad un livello sapienziale e religioso
ostacoli tale unificazione o se, piuttosto, la favorisca. Riconosciuta
dalla ragione come un interrogare sensato, linclusione coerente
di tale livello e dunque della fede diviene
infine una condizione obbligata e imprescindibile del pensiero credente,
senza la quale non si darebbe alcuna sintesi soddisfacente, né sul
piano intellettuale, né su quello esistenziale.
I. Laspirazione verso lunità del sapere: motivazioni,
espressioni ed incertezze
In diversi ambiti culturali, sebbene con diseguale profondità e
con modalità talvolta inedite, si torna oggi a discutere sullunità
del sapere. Il quadro concettuale più frequente resta però quello
di riproporre il contrasto fra lunità del sapere una volta
posseduta dalla cultura classica e poi cristiano-medievale, fino
allumanesimo incluso, e la diversificazione-frammentazione
dei saperi sorta con la modernità, specie con laffermarsi
del metodo scientifico-sperimentale, spingendosi poi oltre, per
registrare limpossibilità di ogni ricomposizione unitaria
nel clima culturale post-moderno, caratterizzato da una visione
fallibilista e convenzionale della conoscenza e da una concezione
pluralista e relativista del problema della verità. In tale itinerario,
si segnala con Heidegger, lideale di uomo sapiente è stato
progressivamente sostituito da quello di uomo esperto, la contemplazione
della natura come un tutto rimpiazzata dalla volontà di analizzarla
nelle sue parti, trasformarla e dominarla. Ma questo quadro storico-concettuale,
che a ben vedere non va spesso al di là di un luogo comune, deve
essere confrontato, in modo non semplicistico, con gli esiti e le
novità delle vicende filosofiche del Novecento. Occorre, in particolare,
dare ragione di quanto lepistemologia delle scienze naturali
ha maturato a partire dagli anni 30 e 40 del XX secolo
e della nuova sensibilità che, dagli anni 80, ha interessato
sia i rapporti fra scienze naturali e scienze umane ( EPISTEMOLOGIA,
II-V), sia quelli, più delicati, fra pensiero scientifico e religione
( DIALOGO SCIENZE-TEOLOGIA;
EPISTEMOLOGIA, VI-VII). Esistono oggi insistenti riflessioni, provenienti
da ambiti diversificati e indipendenti, che paiono suggerire la
necessità di saperi aperti, correlati ed analogici, in quanto riconoscono
limpossibilità di unautofondazione.
1. Espressioni della tendenza contemporanea verso un sapere
integrato. Limplicita tensione del sapere umano verso
una certa unità assume forme diverse. Una delle prime è lodierna
riscoperta dellinterdisciplinarità, nella sua forma debole
di semplice multidisciplinarità, come approccio orizzontale
che favorisce una migliore comprensione o rappresentazione di un
oggetto il cui studio completo sfugge alla presa di un singolo metodo
disciplinare, oppure nella sua forma forte di metadisciplinarità
o anche di transdisciplinarità, come indagine della dipendenza verticale
che metodi ed oggetti di una determinata disciplina possono avere
quando letti e compresi alla luce di saperi più generali e fondanti,
dai quali possono anche implicitamente assumere, secondo modalità
più o meno consapevoli, princìpi, asserti o modelli. I fattori di
tale riscoperta sono stati molteplici. Il progresso sperimentale,
ad esempio, ha consentito di accedere ad entità sempre più fondamentali
si pensi alla meccanica quantistica e in genere alla
fisica delle particelle elementari, ma anche alla più profonda conoscenza
delle trasformazioni chimiche e dei processi biologici degli organismi
viventi per poi riconoscerle come oggetto di discipline
diverse da quella di partenza. La necessità di impiegare strumenti
quali la logica, la statistica o la teoria dei sistemi, allinterno
di materie più tradizionalmente affidate a princìpi euristici, ha
favorito il nascere di nuove discipline ed il dialogo fra quelle
già esistenti, superando non di rado lo steccato fra materie scientifiche
ed umanistiche. Altre volte è stata la complessità delloggetto
in esame (sistemi fisici che non obbediscono a leggi semplici e
predicibili, organismi viventi, luomo e la sua salute, le
dinamiche sociali, economiche, comunicative, ecc.) a suggerire un
coordinato approccio multidisciplinare.
Nella sua dimensione verticale, un nuovo modo di intendere il
legame fra le varie branche del sapere ha trovato spazio sia grazie alle considerazioni
filosofiche di alcuni scienziati su questioni teoretiche sorte
allinterno del loro specifico lavoro (il problema dei fondamenti e dellintero,
dellorigine e del tutto, dellintenzionalità e della mente, ecc.), sia grazie
ad una loro maggiore disponibilità (almeno di buona parte di essi) ad ascoltare quanto su
tematiche analoghe avevano già maturato la riflessione antropologica, filosofica (sia
metafisica che fenomenologica), e talvolta anche teologica. È in questa sua seconda
dimensione verticale che la spinta verso lunità operata
dallinterdisciplinarità (sui cui limiti intrinseci torneremo però più avanti:
vedi infra, IV) ha potuto giovarsi di un corrispettivo sforzo epistemologico, teso
a meglio precisare quali fossero i limiti di osservabilità, completezza e predicibilità
intrinseci a specifiche metodologie disciplinari. Si è poi assistito al sorgere di
nuove epistemologie che hanno cercato di fondare teoreticamente i
termini in base ai quali sia possibile far fronte alle nuove esigenze di analisi e di
predicibilità, esplorando terreni di sovrapposizione ed inaugurando programmi comuni che
fino a pochi decenni fa parevano impensabili.
Una seconda forma attraverso cui si esprime oggi laspirazione verso una
conoscenza maggiormente unitaria è quella di unimmagine della scienza che sta forse
cambiando nella mente di molti ricercatori. Limpresa scientifica viene sempre meno
vista come attività totalmente impersonale ed oggettivante, e sempre più come attività
personale e coinvolgente (cfr. Cantore, 1987; Gismondi, 1993). Essa è oggi meglio
riconosciuta come attività della persona. È particolarmente
significativo che questa dimensione personalista non si esaurisca in un ambito etico od
estetico, ma giunga fino a riguardare lambito propriamente epistemologico. Essa si
esprime attraverso lineludibilità del rapporto fra soggetto ed oggetto in buona
parte degli esperimenti, attraverso quei fattori taciti di conoscenza inespressa che
consentono di accettare o rifiutare un determinato risultato scientifico o, ancora,
mediante il ruolo di quelle precomprensioni filosofiche che guidano buona parte della
formulazione di molte teorie e ne determinano il destino più o meno lungo
allinterno di una comunità scientifica. Appartiene poi certamente ad
unimmagine di scienza ove fattori scientifico-sperimentali ed umanistici risultano
strettamente intrecciati, la visione di una ricerca scientifica capace di percepire
lemergere di problematiche etiche e morali come un tema interno al fare scienza e
non unicamente relegato alle sue applicazioni tecnologiche. Tali fattori non vanno visti
solo nei loro aspetti limitativi o condizionanti,
ma come positiva presenza di un supplemento di umanità
allinterno del lavoro scientifico, un lavoro capace di arricchire il ricercatore
nella sfera dellessere e non soltanto in quella delloperare, capace di farlo
riflettere sulle motivazioni ed il significato del suo lavoro, fino ad interrogarsi sulle
domande ultime che riguardano la verità ed il senso del mondo e
delluomo. La prospettiva che ha sottolineato gli aspetti positivi di tale
rivalutazione antropologico-esistenziale dellattività scientifica è oggi più
comunemente nota come «umanesimo scientifico» o,
anche, come riflessione sulla «dimensione umanistica della scienza»
(ne offre un qualificato riepilogo Giovanni Paolo II in Discorso alla Pontificia
Accademia delle Scienze, 13.11.2000).
Non va trascurata anche una terza forma in cui la necessità di una
concezione più integrata del sapere viene oggi avvertita. Essa riguarda
il piano socio-culturale e si esprime ordinariamente segnalando
lopportunità che ad ogni progresso tecnico-scientifico vada
associato un progresso culturale, che vi sia una più equa distribuzione
non solo di beni materiali ma anche di istruzione, formazione e
risorse intellettuali, che i tecnici responsabili di
progetti di interesse sociale abbiano una conveniente formazione,
o almeno una sensibilità, umanistica. È la convinzione,
in definitiva, che ogni piano di ricerca o di sviluppo, dalla mappatura
del genoma umano alla ricerca di nuove energie, dalla progettazione
di un ospedale a quella di un piano urbanistico, coinvolgono tutti
una certa visione delluomo e della società e richiedono di
integrare il sapere tecnico-scientifico con riflessioni di carattere
etico (cfr. Gismondi, 1999; ETICA
DEL LAVORO SCIENTIFICO) o, comunque, con contributi provenienti
dalle scienze umane. Temi quali le biotecnologie, la difesa dellambiente
e le problematiche sanitarie, per fare solo qualche esempio, ne
hanno mostrato in tempi recenti tutta lattualità. In tali
problematiche hanno parte in causa anche le eredità culturali e
religiose dei popoli e delle nazioni, la cui influenza sulle coscienze
dei singoli e sullorganizzazione della vita sociale è assai
rilevante. A questa terza forma di aspirazione ad un sapere integrato
si collega, fra laltro, il problema della natura e della missione
dellUniversità (vedi infra, III).
Occorre qui ricordare, per completezza, che la rivalutazione di
un «umanesimo scientifico» non trova unanimità di consensi
e si presta ad interpretazioni discordanti. Alcuni ritengono ormai
così consolidata la presenza di «due culture», quella
scientifica e quella umanistica, con logiche proprie e incomunicabili,
da considerare come illusorio o retorico ogni serio programma di
dialogo costruttivo. Reputando la separazione fra i saperi come
condizione necessaria per mantenere un adeguato rigore metodologico,
si menziona conformisticamente la prima edizione del noto saggio
di P.C. Snow (The Two Cultures, 1959) il quale, fotografando
la situazione dellUniversità inglese di Cambridge a metà del
secolo XX, avrebbe offerto in realtà lesempio paradigmatico
di una situazione generale. Altri ritengono che il superamento delle
due culture e la formulazione di un pensiero più maturo debbano
oggi provenire da una «terza cultura»: a guidare la
società non dovrebbe più essere né la scienza tradizionalmente intesa,
né la conoscenza sapienziale legata alla riflessione filosofica
e ai valori religiosi, bensì una nuova cultura costituita dai valori
della scienza assunti a vera filosofia, a regola di
vita per l'umanità (cfr. J. Brockman, La terza cultura, Milano
1995). Il valore umanistico della scienza sarebbe in realtà lespressione
di un neoscientismo, quello in cui la scienza si riconosce in grado
di offrire la riflessione filosofica adeguata ai problemi umani,
etici e sociali. In realtà, va segnalato che né lanalisi di
Snow come mostrano le riflessioni sul medesimo tema
del 1961 e del 1964 né le acquisizioni epistemologiche
interne alla stessa impresa scientifica suggeriscono la percorribilità
di alcuna terza cultura. La richiesta non è quella di una scienza
o di una tecnica capaci di risolvere i problemi umanistici, ma piuttosto
quella di scienziati e tecnici con formazione e con sensibilità
umanistica. Le due culture non sono culture diverse,
ma versanti diversi di ununica cultura.
2. Le difficoltà e le incertezze per riproporre una sintesi
del sapere. Uno sguardo alla storia che ci ha preceduto mostrerebbe
che le grandi espressioni culturali di ogni popolo, dallarte
alla letteratura, dalla visione della natura alla concezione delluomo,
hanno spesso incarnato una buona dose di sapere unificato
e coerente, soprattutto ad opera di quelle spinte maggiormente
unificanti possedute dal pensiero filosofico e religioso. Ne sono
stati esempi i miti fondativi delle prime culture umane, la struttura
e la vita della polis greca, le cattedrali e le Summae
medievali, le enciclopedie della modernità. Una spinta
paragonabile è oggi rintracciabile forse solo nella rivoluzione
informatica e nellestensione pressoché globale della logica
di mercato; a differenza degli esempi precedenti, queste logiche
unificanti non offrono alcuna vera sintesi culturale,
bensì perseguono una unificazione sul piano utilitarista e pragmatico.
Se larchitettura delle cattedrali gotiche esprimeva una paziente
e significativa sintesi di fede, geometria e filosofia, ispirata
a verità ritenute eterne e destinata ad una secolare testimonianza,
i mattoni che edificano oggi le reti telematiche della new economy
si limitano a fornire solo un linguaggio comune, ispirato a regole
cangianti e a strutture provvisorie, che possono essere costruite,
disfatte e reinventate a seconda delle esigenze del momento.
Di fronte alla possibilità di rimettere in gioco lidea di unità del sapere
esiste oggi anche una certa disillusione e un certo scetticismo. In primo luogo, molti
osservano che lunità del sapere costruita in epoca medievale con limpulso
della teologia cristiana era sorretta da una convergenza metafisica fra essere e verità:
le diverse conoscenze del reale ammettevano tutte una comune apertura verso la ricerca di
cause ultime e fondanti che il principio di creazione legava ad una comune dipendenza
nellessere da Dio, convergendo così verso ununica verità di caratteristiche
universali. Tale visione dovrebbe oggi fare i conti con la crisi della nozione di verità,
tanto in ambito epistemologico, come in ambito antropologico. In secondo luogo, l'enorme
ampliamento e la sempre più profonda specializzazione delle conoscenze dovuti al
progresso contemporaneo, renderebbero di fatto impraticabile ogni progetto di
unificazione, inteso come simultanea presenza in una stessa persona, istituzione o
progetto educativo, di differenti competenze provenienti da diversi rami della scienza.
Infine, la nozione di unità del sapere sarebbe stata spesso affidata, in passato, a
sistemi filosofici opportunamente costruiti col compito di
interpretare e riunificare in un quadro coerente le diverse conoscenze. In ciò si ravvede
la prospettiva tipica delle ideologie di radice idealista: forzare una determinata lettura
della realtà, riconducendola ad un sistema ideale opportunamente concepito per scopi di
influenza intellettuale, religiosa, economica o di potere.
Si tratta di obiezioni severe che non consentono facili semplificazioni.
Alla prima di esse, quella circa la debolezza della verità e la
sfiducia in un sapere che, da versanti diversi, possa convergere
verso una visione delluomo e del mondo in grado di accomunare
una razionalità libera da impostazioni funzionaliste e convenzionaliste,
e nuovamente capace di accedere alla verità delluniversale,
e dunque alla verità dellessere, si può per il momento rispondere
che è anchessa una visione filosofica e che, come tale, è
chiamata a confrontarsi col reale e col sapere critico per giustificare
i suoi fondamenti. Circa la presunta impossibilità di riunificare
il sapere in una cultura irreversibilmente frammentata, si potrebbe
segnalare la presenza di trends che paiono fungere da indicatori
di segno opposto (qui riferiti ai nn. 1 e 3) e formulare un interrogativo
(che riprenderemo nellultima sezione di questo contributo):
si è rinunciato all'unità del sapere quando le discipline hanno
cominciato a moltiplicarsi o forse, piuttosto, quando la persona
ha perso il proprio centro interiore, la consapevolezza del suo
posto nel cosmo? E se così è stato, cosa potrebbe restituire questo
centro e questa consapevolezza? Infine, circa il rischio di tentazioni
ideologiche in ogni lettura che si proponga di guardare la realtà
con visioni unificanti, ne affronteremo il tema più
avanti (vedi infra, V), chiedendoci se il cammino intellettuale
verso lunità abbia come primo passo la visione
o non, piuttosto, lascolto.
3. La persistenza ad unaspirazione verso lunità
del sapere sul piano intellettuale ed esistenziale. Lepoca
contemporanea non è certo caratterizzata da sintesi filosofiche
tese a proporre una nuova unità della conoscenza. Fra gli elementi
caratteristici della post-modernità vi è proprio, secondo la maggioranza
degli autori, la rinuncia espressa a voler proporre grandi
narrazioni o visioni totalizzanti. Non può essere
però ignorato e richiede una qualche spiegazione
che tali narrazioni totalizzanti siano migrate dal terreno
della filosofia a quello della scienza. Va registrata la persistenza
di riflessioni, più insistenti negli ultimi decenni del XX secolo,
aventi per oggetto il tentativo di proporre visioni unitarie della
realtà, desiderose di integrare i risultati delle scienze naturali
con i grandi temi dellesistenza umana e, non ultimo, con il
mondo dei valori e dellesperienza spirituale, qui generalmente
intesa, di cui gli stessi ricercatori si fanno interpreti e si confessano
protagonisti. «Qual è allora il valore delle scienze naturali?
si chiedeva Erwin Schrödinger Rispondo:
il loro obiettivo, scopo e valore è il medesimo di ogni altra branca
dellumano sapere. Anzi, nessuna di esse, da sola, ha uno scopo
o un valore, ma solo la loro unione; e questo può essere definito
abbastanza semplicemente: è di obbedire al comando della divinità
delfica: conosci te stesso» (Scienza e umanesimo,
Firenze 1978, p. 8). Ritroveremo sorprendentemente quasi le medesime
parole nella Fides et ratio (1998), quando il documento lamenterà
la rinuncia della filosofia contemporanea, paragonata a quella classica,
a voler prendere in esame i grandi temi dellunità della verità
e del significato dellesistenza (cfr. nn. 1-5).
Non meraviglia, pertanto, che sia stato rilevato da più parti che nel pensiero del XX
secolo le domande metafisicamente più impegnative sono state poste dagli scienziati e non
dai filosofi. Vi è in ciò qualcosa di vero. Come mai numerosi dei maggiori scienziati
del secolo della meccanica quantistica, del DNA e del Big Bang, hanno voluto
lasciarci riflessioni sul rapporto fra filosofia e scienza, fra scienza e religione? Da
Planck ad Einstein, da Schrödinger ad Heisenberg, da Wittgenstein ad Eccles, tutti hanno
cercato di mettere a fuoco quale potesse essere il legame fra queste diverse forme di
conoscenza. Nessuno, poi, fra quelli che hanno aperto con le loro ricerche dei nuovi campi
di indagine, ha rinunciato a darne anche uninterpretazione filosofica, come hanno
fatto ad esempio Cantor, De Broglie o Einstein, e in tempi più recenti Feynman o
Prigogine. Anche coloro, fra i contemporanei, che hanno mantenuto un atteggiamento
generalmente critico nei confronti della vita dello spirito e della
trascendenza, come Monod, Weinberg o Hawking, non hanno potuto evitare di confrontarsi con
problemi umanamente, cioè non solo scientificamente, rilevanti. Molti
altri, i cui nomi sarebbe impossibile qui elencare e commentare, hanno da tempo trovato
nei testi di divulgazione scientifica il forum ove veicolare considerazioni e
riflessioni che oltrepassano lambito della scienza per interessare i temi della
filosofia e dellesistenza. È significativo il fatto che, per tutti, lo stimolo che
ha suscitato tale multiforme letteratura sia nato dalla ricerca scientifica e non dalle
lettura dei filosofi o dei teologi. Segnale qualificato di questi nuovi spazi di
riflessione è oggi la presenza di cattedre di Religione e Scienza
ospitate ormai da molte università anglosassoni, comprese quelle prestigiose di
Cambridge, Oxford, Princeton o Chicago (cfr. Easterbrook, 1997).
Tale stato di cose, se da un lato espone a sintesi naive
e mostra la mancanza di proposte teoreticamente mature (quasi assenti
fra gli scienziati, incerte fra i filosofi), dallaltro manifesta
lesigenza di collegare in modo meno posticcio, e dunque di
voler davvero comprendere, le conoscenze provenienti
dalle scienze e quelle provenienti dalla filosofia e dal pensiero
religioso. Una cultura frammentata viene colta come un disagio non
solo intellettuale, ma anche esistenziale: si reclama lesistenza
di un unico mondo (cfr. Polkinghorne, 1987). Il richiamo
al reciproco ascolto, alla conversazione (cfr. Haught, 1995) e poi
al dialogo costruttivo fra discipline così diverse sembra rivelare
lintima esigenza di una sintesi che non si fermi ad una semplice
simbiosi (cfr. Heller, 1986). Il punto è vedere se tale sintesi
vada ricercata su basi totalmente soggettive e incomunicabili, o
se vi siano basi comuni sulle quali costruirne la ricerca. È la
scienza lunico linguaggio universale e comunicabile, e deve
ogni tentativo di unità del sapere compreso il pensiero
filosofico e religioso essere ricondotto nellalveo
dei suoi canoni conoscitivi e metodologici? O, piuttosto, si sta
cercando qualcosa che coinvolga tutti, in quanto uomini,
qualcosa che il rigore di quei canoni non può ragionevolmente fornire?
II. Tentativi di unificazione del sapere: alcuni nodi storico-filosofici
Esposizioni e valutazioni delle varie forme e progetti di unità
del sapere emersi nella storia del pensiero sono state offerte da
vari autori (cfr. ad es. Guardini, 1951; Maritain, 1974; Rigobello
et al., 1977; Tega, 1983; Martinez, 1994; più sinteticamente in
Morra, 1981). Ci limiteremo qui solo a richiamare alcuni spunti,
rimandando il lettore alla bibliografia finale per ulteriori approfondimenti.
1. Il mondo classico e la novità della Rivelazione
cristiana. I tentativi di operare ununificazione concettuale
del reale, passo previo per ununificazione delle conoscenze
che di esso possiamo avere, sono stati molteplici. Il pensiero classico
compiva tale tentativo poggiandosi sul concetto di «natura»,
colta come un tutto ordinato, un kósmos dal quale tutto proviene
e al quale tutto ritorna ( NATURA,
II). Nella sua dimensione empirica, l'unificazione del reale veniva
cercata a partire da un «principio» (gr. arché)
di carattere fisico, da uno o più elementi comuni, primordiali (terra,
aria, acqua, fuoco...), dai quali poteva derivare la pluralità e
la composizione delle varie entità osservate in natura. Nella sua
dimensione razionale, la realtà veniva unificata e ricostruita come
un mondo unitario di forme e di idee di origine divina; ciò veniva
realizzato grazie ai princìpi della matematica e della geometria,
che appartenevano anchessi alla sfera del divino, non a quella
del mondo materiale. Il pensiero classico maturò progressivamente
tale prospettiva configurando una filosofia del logos, che
il platonismo intendeva come trascendente la natura, e lo stoicismo
collocherà come legge immanente alla natura stessa. Oggetti e conoscenze
si strutturano così secondo un modello gerarchico, avente per finalità
mantenere l'ordine, la proporzione e la coerenza del tutto.
Col suo ingresso nel mondo greco-romano, la Rivelazione cristiana
non generò una riflessione teoretica sullunità
del sapere, ma il contenuto che essa trasmetteva possedeva enormi
risorse per fondare una simile unificazione. Solidamente ancorata
alla dottrina della creazione
e del governo di tutte le cose, già contenuta nellAT, la dottrina
giovannea e paolina del NT annunciava ora la rivelazione di una
radicale fonte di unificazione: quella del progetto divino di creare,
ricapitolare e riconciliare tutte le cose nel mistero del Cristo,
Figlio consostanziale al Padre, Logos fatto carne e Verbo unigenito
( GESÙ CRISTO, RIVELAZIONE
E INCARNAZIONE DEL LOGOS). In questo Logos convergevano ora le categorie
della creazione e dellalleanza, la trascendenza di Dio su
tutte le cose e la sua presenza nella storia, e per la prima volta
si riunificavano non solo le ragioni della verità, ma anche quelle
della vita, le esigenze della razionalità filosofica e quelle delle
aspirazioni religiose. I Padri
della Chiesa, consapevoli di tali potenzialità, compirono un primo
importante processo di unificazione. Già Ireneo di Lione mostrava
in chiave anti-gnostica che il Dio creatore del cielo e della terra
era il medesimo Dio che si era rivelato in Gesù Cristo; gli apologeti
greci cercarono di persuadere i pagani che il Dio provvidente che
essi potevano conoscere attraverso la natura era lunico Dio
annunciato dai cristiani; la scuola alessandrina si preoccupava
di presentare la filosofia come una preparazione al Vangelo; Agostino
di Ippona riconduceva la frattura manichea fra bene e male nellunicità
di un solo unico Dio, buono per natura, di fronte al quale il male
non aveva consistenza ontologica, ma veniva compreso come privazione
e come conseguenza delle libere scelte delluomo, che Dio aveva
sempre la capacità di ricondurre al bene e ad un amore più forti
della morte.
2. Le università medievali e lopera di Tommaso dAquino.
Il cristianesimo elaborerà un primo preciso progetto di unificazione
del sapere solo a partire dalla fondazione delle università medievali.
Nelle università
le varie conoscenze si organizzavano attorno alla teologia
a motivo dellesplicito legame di questultima con il
fine ultimo delluomo e con il bene comune della società. La
sintesi cristiana dellepoca leggeva la sua visione delluomo
e del mondo soprattutto nella Sacra Scrittura e nelle Auctoritates,
rappresentate dai classici cristiani e poi, gradatamente, dai filosofi
pagani, in primo luogo Aristotele, ma anche il platonismo, la cui
filosofia giungeva in modo implicito ma significativo attraverso
Agostino e lo Pseudodionigi. Rispetto al sapere teologico, le altre
discipline avevano un ruolo sussidiario, ma sarebbe inesatto qualificarlo
come ruolo meramente strumentale. Le opere dei filosofi, così come
le osservazioni dei fenomeni naturali, rappresentavano infatti un
corpo di conoscenze apprezzate per la loro intrinseca validità:
suggerivano analogie fra il libro della natura e il libro della
Scrittura ( SACRA
SCRITTURA, V.1), offrivano argomenti per mostrare la ragionevolezza
delle cose credute, ponevano interrogativi che incalzavano la teologia
verso nuove sintesi ed ulteriori approfondimenti.
Il medioevo cristiano aveva in sostanza operato una rilettura
del concetto di natura alla luce di quello di creazione,
recuperando l'impianto gerarchico in chiave teologica: tutto procede
da Dio e a Dio tutto ritorna. Si tratta di una riunificazione non
solo contenutistica ma, in sintonia con le proprietà del Logos cristiano,
anche esistenziale, di cui saranno testimoni le grandi Summae
medievali, non ultima la Divina Commedia di Dante ( ALIGHIERI,
V). Siamo di fronte per dirlo con le parole dellopera
di s. Bonaventura (1217 ca.-1274) ad una Reductio
artium ad theologiam, ove la conoscenza razionale incontra una
sua superiore articolazione nella luce che proviene dalla Rivelazione:
«È chiaro altresì come tutte le cognizioni siano al servizio
della teologia, che perciò trae esempi e usa termini desunti da
ogni genere di conoscenza. È chiaro, inoltre, quanto ampia sia la
via che ci illumina e come ogni cosa sentita o conosciuta celi intimamente
Dio. Questo è il frutto di tutte le scienze, affinché in esse si
edifichi la fede, si renda onore a Dio, si dia ordine alla condotta,
si attingano le consolazioni presenti nellunione della sposa
con lo sposo che si realizza per mezzo della carità. Ad essa [la
carità] sono finalizzate interamente la Sacra Scrittura e, conseguentemente,
ogni illuminazione che discende dallAlto; senza di essa ogni
conoscenza è vana, dal momento che non si giunge mai al Figlio se
non per mezzo dello Spirito Santo, che ci insegna tutta la Verità
ed è benedetto nei secoli dei secoli. Amen» (Riconduzione
delle arti alla teologia (1254-1255), n. 26, tr. it. Roma 1995,
pp. 117-118).
Ma una simile reductio non andava intesa, per le diverse discipline,
come una sorta di limitazione, o peggio come un assorbimento nella
teologia, bensì come un ricondurre ed un riconoscere:
la verità di una cosa veniva compresa riconducendola nel luogo che
essa occupava nel disegno del Creatore (re-cum-duco), ed
il disegno del Creatore poteva essere riconosciuto a partire dalle
cose create (re-cognitum). Il sapere è uno non
perché reso tale dalla teologia, ma perché uno, cioè
unico, è il creato ed unica è la sua causa. Singolare, in proposito,
il progetto di unificazione intrapreso da Ruggero Bacone (1214-1292)
nellOpus Maius, una sorta di Enciclopedia ante litteram,
ove esporre i vari saperi e le loro differenti metodologie ( BACONE,
II). In essa si riconosce limportanza di far affluire le diverse
conoscenze provenienti dallosservazione della natura nella
riflessione della teologia, unosservazione fatta con spirito
scientifico, non di rado con curiosità ed attrazione verso lignoto
(cosa che costò al francescano le accuse di occultismo). Oltre a
Vincenzo di Beauvais (1190 ca.-1264), anchegli autore
di unenciclopedia del sapere del tempo intitolata Speculus
maius, altre figure medievali come Alberto Magno, Robert Grossteste,
Thomas Bradwardine, Nicola di Oresme furono al tempo stesso uomini
profondamente istruiti nel sapere teologico e cultori assai apprezzati
della scienza del loro tempo, tutti protagonisti di una riconduzione,
allinterno dellorizzonte unitario ed unificante della
loro fede cristiana, delle conoscenze provenienti dalle varie discipline
di cui si occuparono.
È interessante notare che luogo dellelaborazione di quasi tutti i precedenti
tentativi di unificazione sono le università. Proprio nel contesto universitario emerge
per profondità e vastità lopera di Tommaso dAquino
(1224-1274), la cui sistematicità maturò alla scuola scientifica del suo maestro
Alberto Magno (1200 ca.-1280). Per il genio domenicano lunità
del sapere non è tanto un progetto teoretico quanto uno spirito che
guida il suo studio e la sua opera. La ferma certezza dellunicità della verità,
della bontà e riconducibilità allunica verità di Dio di tutto quanto di buono e
di vero sia stato affermato da chiunque in qualunque epoca, gli consentirà di accogliere
il corpus aristotelico nei Commentari e nelle Quaestiones universitarie.
Egli lo farà con coraggio ed insieme con equilibrio, riconoscendo la correttezza e la
profondità del sapere organizzato dal filosofo greco, ma non temendo di metterne in luce
non solo la distanza dal pensiero cristiano (ove questa si dava), ma anche i limiti o
perfino le contraddizioni in cui a volte poteva essere incorso. A distanza di secoli
risulta difficile immaginare la portata innovativa, ed in certo modo rivoluzionaria, di
tale ricerca di sintesi fra sapere religioso e sapere profano, la cui importanza non sarà
mai sovrastimata. Unoperazione che, con parole di Giovanni Paolo II, potrebbe
trovare oggi un suo corrispettivo solo con lingresso deciso delle conoscenze
provenienti dalle scienze naturali nelle riflessioni del sapere teologico: «Gli
sviluppi odierni della scienza provocano la teologia molto più profondamente di quanto
fece nel XIII secolo l'introduzione di Aristotele nell'Europa occidentale. Inoltre questi
sviluppi offrono alla teologia una risorsa potenziale importante. Proprio come la
filosofia aristotelica, per il tramite di eminenti studiosi come san Tommaso d'Aquino,
riuscì finalmente a dar forma ad alcune delle più profonde espressioni della dottrina
teologica, perché non potremmo sperare che le scienze di oggi, unitamente a tutte le
forme del sapere umano, possano corroborare e dar forma a quelle parti della teologia
riguardanti i rapporti tra natura, umanità e Dio?» (Lettera al Direttore
della Specola Vaticana, 1.6.1988).
Limportanza dellopera di Tommaso può rilevarsi anche
in merito alla questione dellaverrorismo latino e della cosiddetta
«dottrina della doppia verità», la cui espressione storica
e contestuale merita qui alcune precisazioni. Per il filosofo musulmano
Averroé (1126-1198), al quale talvolta si attribuisce, erroneamente,
tale dottrina, esisteva in realtà ununica verità, quella che
derivava dai ragionamenti stringenti della filosofia. Il pensiero
religioso non aveva bisogno di riferirsi a tale tipo di verità:
non ne aveva bisogno la teologia, perché il suo parlare di Dio non
doveva fondarsi su rapporti causali necessari come quelli articolati
dalla filosofia; e neanche la religione propriamente detta, perché
essa aveva solo la funzione di esortare il sentimento del popolo
attraverso il Corano. Gli averroisti latini accolgono Averroé, ma
soprattutto i suoi Commenti aristotelici, in un contesto
cristiano. Neanche loro sostengono in termini espliciti una dottrina
«della doppia verità», sebbene non potranno evitarla
nelle conseguenze. Gli averroisti latini ammettevano che la filosofia
potesse giungere, mediante dimostrazioni razionali e necessarie,
a conclusioni diverse da quanto contenuto nella Sacra Scrittura,
ma si trattava in questo caso di conclusioni non vere:
la verità continuava ad essere solo quella trasmessa dalla Rivelazione
biblica. Fu contro questa prospettiva che reagì con forza Tommaso,
accettando invece la razionalità filosofica come accesso alla verità
quando correttamente esercitata ( TOMMASO
D'AQUINO, IV). Per lAquinate la filosofia, e dunque anche
quella aristotelica, poteva essere lecitamente utilizzata come strumento
razionale per le argomentazioni teologiche, le sue conclusioni certe
non portavano mai a risultati in contraddizione con il contenuto
della fede, proprio a motivo dellunicità della verità e, infine,
le ragioni della teologia non si esaurivano in quelle
della filosofia, perché per parlare di Dio vi era bisogno di un
linguaggio più ricco possibile e, a volte, anche il linguaggio diveniva
insufficiente ( LOGICA,
V.2). Per questultima ragione, mantenne lidea che i
platonici, nel parlare del Principio primo e di Dio, lo fecero in
modo conforme alla fede, mentre non poterono parlare adeguatamente
delle entità materiali, ponendo erroneamente la loro conoscibilità
e la loro verità in princìpi semplici ed idee separate, a differenza
degli aristotelici, il cui linguaggio era più adatto a parlare delle
cose naturali (cfr. In de Divini nominibus expositio, Proemio,
II).
3. I progetti di unificazione della modernità. Nellepoca
moderna la sintesi intellettuale che la vita e la cultura medievali
avevano saputo realizzare non risulterà più praticabile almeno per
due motivi. Il primo di essi fu il progressivo differenziarsi metodologico
delle varie aree disciplinari, la cui crescente profondità ed ampiezza
di conoscenze, prima a livello cosmologico e poi antropologico e
biologico, cominciava a rendere più difficoltosa o almeno
di soluzione non certo immediata una riconduzione
di tali conoscenze allinterno di un quadro teologico coerente
ed unitario. Ciò renderà anche più problematico il dialogo fra i
vari rami del sapere, causando il sorgere di quel successivo, graduale
iato fra materie scientifiche e materie umanistiche, fra scienze
della natura e scienze dello spirito, le cui premesse furono poste
nel Seicento, ma la cui maturazione compiuta avverrà fra la fine
del Settecento ed i primi dellOttocento. Il secondo riguardava
la possibilità di operare per la prima volta una lettura scientifica
e autonoma del mondo, ma anche della vita sociale e morale,
che prescindesse dalla lettura che fino a quel momento ne aveva
offerto la Scrittura, seppure attraverso la mediazione dei suoi
interpreti. Non solo il moto dei cieli poteva ora essere ricostruito
con le leggi della meccanica (Newton, Laplace): anche le virtù del
governo (Machiavelli), le regole della convivenza (Hobbes, Montesquieu,
Shaftesbury), quella della conoscenza e del vero progresso dei popoli
(Comte, Marx) dovevano essere ora dedotte da altre fonti, oppure
instaurate in modo autonomo, secondo una logica ove, per la prima
volta, il fine poteva giustificare senza riserve i mezzi utilizzati
per raggiungerlo. Se le correnti filosofiche della modernità utilizzavano
ancora concetti o categorie di origine cristiana, nella maggior
parte dei casi ne restava solo la corteccia, perché il loro significato
originario era stato ormai sostituito da un contenuto diverso (cfr.
Guardini, 1951).
È comune rappresentare questa emancipazione attraverso
una serie di tappe progressive sempre più gravose. Rimossa la terra
dal centro del cosmo ( COPERNICO),
luomo sarebbe stato successivamente spodestato
prima della condizione privilegiata che occupava al di sopra del
regno animale ( DARWIN),
poi del possesso della propria psiche ( FREUD);
la scoperta delle smisurate dimensioni spazio-temporali nelle quali
doveva essere ora letta la sua storia biologica, geologica e cosmica
( EVOLUZIONE; GEOLOGIA;
COSMOLOGIA) ne avrebbe completato il definitivo disorientamento,
relegandolo in una condizione del tutto marginale. Benché si tratti
di passaggi assai delicati, tutti essenziali al fine
di comprendere come sia stata persa una certa unità del sapere e
come questa possa eventualmente ricomporsi, essi suscitano altresì
domande forse ancora più essenziali. È proprio vero che la sintesi
patristico-medievale fra lettura religiosa e lettura profana della
natura aveva al centro del mondo luomo e non Dio? Quale relazione
vi era fra un tale supposto antropocentrismo e lumanità del
Verbo incarnato? Si è persa lunità del sapere quando le diverse
conoscenze hanno intrapreso cammini metodologici autonomi e ormai
non più commensurabili, o quando il soggetto conoscente ha cominciato
a rinunciare a tenere insieme la legge morale che fondava il suo
agire (cultura dei fini) e le esigenze di una prassi che adesso
obbediva a nuove leggi di natura pragmatica (cultura dei mezzi)?
Sullo sfondo di questa frattura, poi, non si può non riconoscere
la teorizzazione di altre separazioni radicali, destinate a segnare
tutto il pensiero occidentale: quella fra fede e ragione ( LUTERO),
fra res cogitans e res extensa ( DESCARTES),
fra ragion pura e ragione pratica ( KANT).
Ciò che va segnalato, ai fini del nostro tema, è che, nonostante la
perdita della sintesi precedente, lepoca moderna non rimuove
affatto la tensione verso lunità del sapere. Di fatto, tale
tensione e la sua capacità di coesione vengono conservate in modo
implicito, dando origine a veri e propri sistemi filosofici.
La filosofia moderna tenterà anchessa l'impresa dell'unificazione,
e lo farà sia in sede razionalista, affidandola all'unificazione
del metodo, prima con Cartesio e poi con Kant, sia in sede idealista,
lasciando allo Spirito, alla Ragione o alla Storia il compito di
svelare il ruolo delle parti all'interno del tutto: il sapere è
uno perché lo spirito,
la ragione o la storia
sono uno. In epoca a noi più vicina sarà un certo modo di intendere
il sapere tecnico-scientifico ad ereditare, allinizio del
XX secolo, questo programma filosofico, e lo farà in modo particolare
attraverso la sua lettura neopositivista nelle sue versioni fisicaliste
più radicali ( POSITIVISMO;
RUSSELL). Sebbene recensito a livello teoretico dalla critica sviluppata
all'interno dello stesso pensiero scientifico, meritevole di averne
messo in luce sia lintrinseca incompletezza, sia linevitabile
deriva verso lo scetticismo, il miraggio neopositivista permane
oggi nello scientismo veicolato dai media e soggiacente a
vasti strati dell'opinione pubblica ( DIVULGAZIONE).
Le proposte di unificazione della modernità daranno origine a partire
dal Settecento a grandi opere progettuali ( ENCICLOPEDISMO):
dal Dizionario storico-critico (1695-1702) di Bayle allEnciclopédie
(1751-1772) di Diderot e dAlembert, dallEnciclopedia
delle Scienze Filosofiche (1817) di Hegel allEnciclopedia
universale della scienza unificata di Neurath, Carnap e Dewey
(di cui uscirà nel 1938 solo il primo volume, sia per lo scoppio
della guerra, sia, soprattutto, per lo sfaldamento del programma
epistemologico che la sorreggeva). Esse giungeranno fino alla contemporanea
Encyclopaedia Britannica (le cui origini risalgono al 1768),
il cui progetto filosofico di tipo pragmatista può facilmente evincersi
dal contenuto di alcune delle sue voci principali. Fra le imprese
sorte nellambito del cattolicesimo, il disegno di unità delle
scienze di Antonio
Rosmini, teorizzato nella monumentale Teosofia (1846-55)
e poi sviluppato nelle altre opere del pensatore italiano, rappresenta
assai probabilmente il progetto più ambizioso. A volte non furono
opere enciclopediche, bensì opere di dimensioni assai più modeste,
ma con un preciso scopo riformatore, a voler suggerire forti linee
di pensiero ove cercare ununificazione della conoscenza: nasceranno
così il Discorso sul metodo (1636) di Cartesio, i Princìpi
della natura e della grazia (1714) di Leibniz, le ben note Critiche
kantiane (1781-1790), la Fenomenologia dello Spirito (1807)
di Hegel, ma anche lAzione (1893) di Blondel, i Principia
mathematica (1910) di Russell e Whitehead, il Trattato logico-filosofico
(1921) di Wittgenstein. In campo socio-politico sono altrettanti
tentativi di lettura unificata della realtà il Manifesto del
Partito Comunista (1848) di Marx ed Engels o lEtica
protestante e lo spirito del capitalismo (1904) di Weber.
In epoca contemporanea va certamente citato il progetto tentato
dall ermeneutica, che segnala la via per una corretta metodologia
della conoscenza nella ricerca di quali siano i criteri di interpretazione da seguire, non
solo nei confronti di un oggetto (per es. un testo), ma coinvolgendo anche la posizione
che il soggetto assume nel mondo formato dalle sue stesse conoscenze.
In tal senso, è ancora ad un progetto unificante che vogliono rispondere opere come
lIntroduzione alle scienze dello spirito (1883) di Dilthey, Essere e tempo
(1968) di Heidegger, Verità e metodo (1960) di Gadamer, Il conflitto delle
interpretazioni (1969) di Ricoeur, Della grammatologia (1967) di Derrida, e
molte altre. Possono ugualmente considerarsi letture unificatrici del reale, delle
conoscenze o dei comportamenti, correnti di pensiero come lo strutturalismo, il
behaviorismo, il movimento psicanalitico o la filosofia del linguaggio. A differenza delle
altre riunificazioni metodologiche prima citate, queste ultime non paiono interessate al
tema dellunità del sapere in quanto tale. In certo modo potrebbe non più esserlo
la stessa ermeneutica quando, concentrandosi esclusivamente sulle possibilità e le
modalità della ricostruzione storica del significato, rinuncia a cogliere
luniversalità della verità, conducendo così lo sforzo di comprendere ed
interpretare verso un esito involutivo.
I progetti di unificazione della modernità, includendovi anche
buona parte dellepoca contemporanea, si presentano dunque,
almeno in linea generale, sotto forma di sistemi filosofici.
È difficile non trovare nella loro genesi che rimonta
spesso alla proposta di un solo autore una determinata
visione del mondo, della realtà o delluomo, che
non venga mediata, spiegata e trasmessa attraverso categorie e precomprensioni
di tipo soggettivo e dunque allinterno di una prospettiva
in certo modo idealista. È per questo motivo che nella precedente,
seppur sommaria, disamina non abbiamo voluto di proposito includere
la fenomenologia e la metafisica, poiché fra le varie proposte metodologiche
esse hanno lesplicito programma di mantenere ladesione
con il reale, e di essere normate da quanto il reale rivela, suggerisce
o perfino impone alla considerazione del soggetto. Esse non si presentano
sotto forma di sistemi e non sono riconducibili ad un
unico pensatore; specie nel caso della metafisica,
viene espressa una istanza, una capacità ed una forma
del pensare che attraversa sotto varie titolazioni ogni filosofia
che si interroga sul vero, sul buono e sul bello. Ambedue, metafisica
e fenomenologia, rappresentano una modalità di collegare la conoscenza
di ciò che cade sotto i sensi con quella di ciò che li trascende,
di risalire e di discendere, in modo circolare e virtuoso, dagli
effetti alle cause e dalle cause agli effetti, rendendo possibile
non solo una loro complementarietà, ma anche una loro integrazione.
III. Interdisciplinarità e dialogo fra i saperi: esiste un campus
universitario?
Prima di esaminare gli aspetti legati alloggetto e al soggetto
dellunità del sapere, non va dimenticato che è esistito un
luogo ove il dialogo fra le varie discipline ha preso
storicamente corpo, dando poi origine ad una riflessione sulla logica
che potesse giustificare la loro comune presenza allinterno
di una medesima Istituzione. Questo luogo sono state le università.
Nel loro patrimonio genetico vi era infatti lidea che le diverse
Facoltà possedessero una certa comunione intellettuale.
Sulla scia del modello medievale e rinascimentale, anche dopo il
sorgere delle università moderne con il modello concepito da Wilhelm
von Humboldt per lUniversità di Berlino (1810), linterdisciplinarità
ed una certa tensione verso lunità del sapere restano uno
dei caratteri distintivi delluniversità in quanto tale. Per
questo motivo rivestono un certo interesse le varie idee di
università delineate da numerosi autori (rassegne in Rigobello
et al., 1977; Tanzella-Nitti, 1998). Vanno ricordate quelle esposte
nel passaggio fra XVIII e XIX secolo da J.G. Fichte (Ideen für
der innere Organisation der Universität Erlangen, 1806) e W.
von Humboldt (Theorie der Bildung des Menschen, 1793; Antrag
auf der Errichtung der Universität Berlin, 1809), lampia
riflessione sulla formazione universitaria offerta da J.H. Newman
(The Idea of a University, 1852), i più recenti scritti di
Jaspers (Die Idee der Universität, 1923 e 1946), Ortega y
Gasset (La misión de la universidad, 1930) e di Guardini
(Die Verantwortung der Universität, 1954), per citare solo
alcuni fra i principali. Tutti questi autori hanno sottolineato,
in un modo o nell'altro, il carattere contestuale degli
studi universitari, la loro appartenenza ad un quadro comune, ad
un'intenzione unitaria, anche se i modelli proposti per costruire
tale unità non sono stati certo univoci. Essi concordano su unidea
di base: il campus universitario viene compreso come un luogo
di incontro non accidentale, un'area definita da un'architettura
intellettuale, ancor prima che da un disegno logistico, urbanistico
o funzionale.
Sulla necessità di una ricerca contestuale ed interdisciplinare della verità,
scriveva Karl Jaspers: «Spinti dalla nostra primaria sete di conoscenza, tale
ricerca è guidata dalla nostra visione dell'unicità della realtà. Cerchiamo di
conoscere delle particolari informazioni, non per loro stesse, ma come via per giungere a
quella unicità. Senza un riferimento all'intero dell'essere, la scienza perde
significato. Con esso, al contrario, anche le più specializzate branche della scienza
acquistano significato e vita [...]. Ciò che determina la vera direzione di ogni ricerca
è la nostra abilità a perpetuare, cioè a porre continuamente in relazione fra loro, due
elementi del pensiero. Uno è la nostra volontà di conoscere l'infinita varietà e
molteplicità della realtà che sempre ci sfugge; l'altro è la nostra reale esperienza di
unità che soggiace a questa pluralità» (tr. ing. The idea of University,
London 19652, p. 38). Riflessioni analoghe erano state proposte un secolo prima da Newman:
«Nel dire che la Legge o la Medicina non sono il fine di un'educazione
Universitaria, non intendo dire che l'Università non deve insegnare la Legge o la
Medicina. Che cosa infatti essa può insegnare, se non insegna qualche cosa di
particolare? [
] Io dico soltanto che vi sarà questa distinzione per quel che
riguarda un Professore di Legge, o di Medicina, o di Geologia, o di Economia Politica...
[e io dico] che fuori di un'Università egli corre il pericolo di essere assorbito e
circoscritto dalla sua specializzazione e di fare lezioni che sono nulla più che le
Lezioni di un giurista, di un medico, di un geologo, o di un economista politico; mentre
in un'Università egli sa dove collocare se stesso e la propria scienza, a cui giunge, per
così dire, da una sommità, dopo aver avuto una visione globale di tutto il
sapere» (L'Idea di Università, tr. it. Milano 1976, p. 201).
Alle citazioni di Newman e Jaspers potremmo affiancare quelle di un
terzo autore, Giovanni Paolo II, anchegli titolare di una
cattedra universitaria per più di ventanni ( UNIVERSITÀ,
VI). Ai docenti universitari di Torino si rivolgeva così nel 1988:
«Ora, è proprio caratteristica dell'università, che è per
antonomasia universitas studiorum a differenza di altri centri
di studio e di ricerca, coltivare una conoscenza universale, nel
senso che in essa ogni scienza dev'essere coltivata in spirito di
universalità, cioè con la consapevolezza che ognuna, seppure diversa,
è così legata alle altre che non è possibile insegnarla al di fuori
del contesto, almeno intenzionale, di tutte le altre. Chiudersi
è condannarsi, prima o dopo, alla sterilità, è rischiare di scambiare
per norma della verità totale un metodo affinato per analizzare
e cogliere una sezione particolare della realtà. Si esige quindi
che l'università diventi un luogo di incontro e di confronto spirituale
in umiltà e coraggio, dove uomini che amano la conoscenza imparino
a rispettarsi, a consultarsi, a comunicare, in un intreccio di sapere
aperto e complementare, al fine di portare lo studente verso l'unità
dello scibile, cioè verso la verità ricercata e tutelata al di sopra
di ogni manipolazione» (Incontro con il mondo della cultura,
i docenti e gli studenti nell'Ateneo torinese, Torino, 3.9.1988,
n. 3).
Lavorare ad una disciplina nel contesto delle altre
o nella logica di un campus, come segnalato da
questi autori, non vuol dire essere dei tuttologi, ma
degli uomini colti, che non si accontentano di parcellizzazioni
metodologiche, perché sono convinti del fatto che la verità ed il
senso abbiano la loro dimora nellintero. Da questo allargamento
di orizzonti ne deriveranno vantaggi per la disciplina che ciascuno
coltiva e cosa non meno importante per il
servizio che attraverso di essa si potrà prestare al vero progresso
umano e scientifico. Condizione necessaria, però, perché luniversità
sia un luogo di unità del sapere è che la razionalità
che in essa si coltiva e si trasmette coinvolga non solo la sfera
dei mezzi ma anche quella dei fini, riguardi non solo dei come
ma anche dei perché, investa non solo la scienza ma
anche la sapienza; in definitiva sappia mantenere al centro della
propria riflessione le domande ultime sulla verità e sul bene, sul
senso dellesistenza, sul posto che luomo occupa nelluniverso,
sulla responsabilità personale e sociale che ogni sapere porta con
sé. Estromettere queste domande dalluniversità vorrebbe dire
interrompere la sua tradizione plurisecolare, svuotandone natura
e missione. Ciò assume particolare importanza proprio nella situazione
contemporanea. A differenza di quanto avveniva nel medioevo, il
luogo di confronto e di dibattito fra le grandi tradizioni di pensiero
non è più il terreno scientifico universitario (cfr. MacIntyre,
1993, pp. 301-327), ma si è spostato dai campus al terreno
dellopinione pubblica, a quello delle logiche che regolano
la creazione ed il controllo del consenso, sia per fini politico-ideologici
sia per fini di mercato. Tale spostamento di fronti allega evidenti
pericoli. Esistono oggi problemi planetari che, per contenuti e
portata, coinvolgono il futuro dellumanità, nei quali economia,
tecno-scienza, etica e diritto registrano non pochi motivi di conflittualità,
proprio perché manca loro un luogo luniversità
appunto ove si possano valutare conoscenze, risultati
e processi al di là di ogni condizionamento economico, sociale o
politico, super partes, con la maturità di uneducazione
colta, capace di valorizzare le risorse umanistiche della scienza
e di formare tecnici sensibili alle necessità di una società più
umana.
IV. La ricerca di unificazione nella riflessione sulloggetto:
oltre linterdisciplinarità
Ad ogni riflessione sullunità del sapere andrebbe plausibilmente
premessa una considerazione sullunità delloggetto (vedi
supra, II.1). Anche se con fatica ed errori, nel soggetto
si riproduce in qualche modo ciò che si trova nella realtà delle
cose: lunità della conoscenza descrive e, nella misura del
possibile, spiega e dà ragione dellunità del reale. Solo unarticolazione
che non trascuri lunità delloggetto consente di accedere
al soggetto in modo non soggettivista, e di rivolgersi alla verità
rivelata dallazione (fenomenologia) in modo non penalizzante
per la verità rivelata dallessere (metafisica). Una unificazione
nelloggetto, inoltre, permette di inglobare anche una prospettiva
teologica, poiché la Rivelazione mostra, in modo radicale e fondante,
che la natura è una e la sua intelligibilità è universale
proprio a motivo dellunicità del suo Creatore, e che la storia
del mondo è anchessa una perché riceve significato
da Chi, della storia, è il principio e il fine trascendente.
La scienza contemporanea parla volentieri di unificazione del reale
(cfr. Salam, 1990). Sebbene lo faccia con uno straordinario apparato
teorico e con unastrazione ed una formalizzazione mai prima
raggiunte ( LEGGI
NATURALI, IV.2), la scienza può parlare e lavorare in questi termini
perché la natura è suscettibile di essere unificata
(cfr. Weisskopf, 1994, pp. 133-145). Storicamente, i formalismi
unificanti (teoria della gravitazione, elettromagnetismo, teoria
unificata dei campi, unificazione elettrodebole, ecc.) hanno quasi
sempre preceduto i loro corrispondenti risultati sperimentali, ma
è anche vero che è stato proprio lincoraggiamento ricevuto
da tali risultati, cioè la loro controparte oggettiva, a motivare
sensatamente gli sforzi successivi, i cui costi in termini di impegno
teoretico e di risorse economiche, sono cresciuti esponenzialmente
nella progettazione di ogni nuovo passo (donde il nome Big science).
Un quadro fortemente unitario, questa volta su scala dinamica, è
quello che emerge sia dalla cosmologia
contemporanea che dalla biologia.
I processi che regolano la struttura e la dinamica delluniverso
sono capaci di legare in modo coerente e senza strappi microfisica
e macrofisica, così come lo sviluppo e la diversificazione dei viventi
e dei processi biologici che ne presiedono la fenomenologia mostrano
anchessi una grande unità di fondo, dal livello genetico (struttura
del DNA) a quello delle funzioni più complesse. Lemergenza,
loriginalità e la singolarità che lessere umano certamente
introduce sullo sfondo di questo quadro unitario, strutturale ed
evolutivo, non disordinano le carte della natura, ma ne rivelano
un nuovo e maggiore livello di unificazione; infatti, perché luomo
ci sia, occorre che luniverso ci sia anchesso tutto
e sia uno: nulla è superfluo o marginale ( ANTROPICO,
PRINCIPIO, III.3). La scienza non è in grado di tematizzare in modo
filosoficamente soddisfacente lintero ( UNIVERSO),
perché il problema dellUno è e resta un problema filosofico,
non scientifico: ma nondimeno il tema dellintero essa lo riconosce,
lo indica e lo utilizza; e lo fa generalmente partendo da un approccio
realista, più che da un quadro di stampo idealista (sebbene a volte
non possa evitarne linflusso).
Una maggiore attenzione allunità delloggetto pare oggi
favorita anche dal ritorno dellidea di «forma»
(nella sua accezione aristotelica o in altre da essa derivate) nello
studio di molti fenomeni, in particolare in ambito chimico, biochimico
e biologico. Esistono proprietà che paiono potersi cogliere solo
astraendo dalle parti e dirigendosi al tutto, categorie morfogenetiche
che presiedono la formazione e la riproduzione di strutture unitarie
e ricorrenti. Ciò riguarda sia gli aspetti strutturali delle entità
fisiche o biologiche sia, in modo più pronunciato, i loro dinamismi.
Se le nozioni di coordinamento funzionale o di finalismo intrinseco
favoriscono la comprensione di fenomeni e processi in ambito biochimico
( FINALITÀ, II), lappello
a princìpi finalistici ha unapplicazione più vasta
e può essere utilizzato perfino in fisica-matematica. La riscoperta
e limpiego con successo della analogia
nelle scienze è un ulteriore conferma di trovarci di fronte ad un
reale che ammette dei criteri unificanti, mantenendo al tempo stesso
una diversificazione di livelli e di complessità. Uno dei limiti,
infatti, di certe unificazioni oggi non di rado ancora perseguite
è stato quello di non concepire altro che un sapere univoco, avente
in se stesso i propri fondamenti: si tratta in tal caso di operazioni
riduzionistiche più che di sintesi di pensiero. E oggi, dopo i teoremi
di Gödel, e dopo
lapproccio alla complessità,
chi fa ricerca si accorge della necessità di una scienza aperta,
strutturata su livelli organicamente connessi e analogica, in luogo
di un sapere chiuso e completo.
Le differenti discipline vengono in tal modo interpellate e spinte
ad una più stretta collaborazione, perché lo studio di quello che
pensavano essere un loro oggetto proprio ha adesso bisogno del contributo
degli altri saperi. La tentazione di estendere il proprio metodo
allambito disciplinare contiguo col quale bisogna ora confrontarsi
si scontra, presto o tardi, con limpossibilità di ottenere,
nel nuovo ambito, lo stesso grado di decidibilità e di completezza
di cui si godeva allinterno del confine disciplinare precedente.
Occorrono nuove metodologie e nascono nuove discipline, talvolta
non senza tensioni (si pensi al rapporto fra chimica e fisica o
a quello fra economia e matematica). È in questo contesto che si
origina la contemporanea rivalutazione dellinterdisciplinarità
e si assiste allinedito risultato, in unepoca di specializzazione
e di frammentazione del sapere, che una disciplina che si apra al
dialogo e si lasci mettere in discussione dalle altre
forme di conoscenza sia per questo capace di comprendere
meglio anche il proprio oggetto. Sorta come esigenza interna
alla stessa impresa scientifica allo scopo di perfezionare, grazie
ad approcci diversificati, la comprensione di particolari fenomenologie
o di ricostruire gli itinerari storici che hanno condotto allimpiego
di determinati paradigmi, idee o concetti, linterdisciplinarità
rappresenta oggi uninteressante controtendenza rispetto al
riduzionismo metodologico positivista e neopositivista che aveva
dominato la scena, almeno fino a quando le nuove epistemologie
non hanno cominciato a porlo in discussione ( EPISTEMOLOGIA,
II).
Intesa nel modo usuale, che coincide sostanzialmente con la sua accezione
debole (vedi supra, I.1), linterdisciplinarità mostra
però due limiti. Il primo è che può essere guidata da un puro funzionalismo pragmatico,
quando la richiesta di integrazione disciplinare proviene solo dal desiderio di una
maggiore efficienza nellordine del produrre, e non dallintento di rispondere a
domande scientificamente o esistenzialmente più fondanti, nellordine del conoscere;
il secondo è il rischio di una certa ingenuità, quando viene erroneamente intesa come
semplice accostamento di soggetti di expertises o know-hows,
illudendosi che riunire attorno ad uno stesso tavolo scienziati, economisti, giuristi,
filosofi, e magari anche qualche teologo, sia sufficiente per risolvere i grandi problemi
dellumanità. Per guidare un processo di unificazione del sapere attorno ad un
oggetto di studio, linterdisciplinarità deve necessariamente accedere ad una
riflessione filosofica su cosa sia la natura (filosofia della natura) e su cosa sia la
conoscenza (gnoseologia), trasformandosi da semplice strategia metodologica in progressiva
apertura sapienziale ai diversi livelli di intelligibilità del reale. Solo così può
originarsi un dialogo interdisciplinare forte, con una circolarità
che sia al tempo stesso un cammino sintetico e fondativo. Esso diviene allora dialogo
trans-disciplinare e meta-disciplinare, obbligando
ad avanzare lungo un itinerario che muova contemporaneamente verso lesterno e verso
linterno: verso lesterno, nella ricerca di meta-linguaggi e di meta-scienze
che consentano di trattare con successo ciò che nel livello interno non era riconoscibile
in modo sufficientemente chiaro e contestualizzato; e verso linterno, nel tentativo
di trovare un fondamento per quei metodi e quei princìpi che non posseggono la loro
ragione ultima nella disciplina che li impiega. Il cammino analitico non può allora più
esaurirsi in mera scomposizione, ma deve aprirsi alla ricerca di una fondazione.
Nellitinerario logico-epistemologico appena delineato, la gnoseologia e la
filosofia della natura di ispirazione tomista hanno spesso indicato e riconosciuto
nientaltro che i necessari referenti metafisici delle scienze
naturali (e non solo naturali). Da un lato, in quanto filosofia prima, la
metafisica offre delle intuizioni e dei princìpi che rendono possibile
ogni scienza, i quali, sebbene formalmente indimostrabili, poggiano la loro verità su una
conoscenza immediata di natura realista e sul senso comune (nella sua
accezione forte). Dallaltro, in quanto filosofia dellessere e conoscenza
capace di spingersi oltre il sensibile, la metafisica consente di ascendere a livelli di
comprensione, ma anche di causazione, più generali, che danno ragione di quanto
conosciuto e analizzato dalle scienze particolari. La metafisica viene allora vista non
soltanto come fondamento delle altre discipline, ma anche come sapere più alto. La nota
immagine cartesiana che considerava la metafisica come la radice di un albero il cui
tronco era costituito dalla fisica e dalla matematica ed i frutti dalle altre scienze più
elaborate, si denota allora incompleto e, in parte, fuorviante. La metafisica non fonda
solo perché sostiene dal basso, ma anche perché manifesta e rende
noti i frutti e i fini più alti, conoscendo i quali, dallalto, acquista unità il
sapere dellintero (albero), perché si sta puntando verso cause più generali, non
esclusa la possibilità di risalire fino alla conoscenza dellesistenza di una Causa
prima.
Visioni in sintonia con la precedente possono essere rintracciate in autori che hanno
mantenuto uno stretto dialogo con le scienze naturali. In tempi recenti vanno ricordate le
sintesi proposte da J. Maritain (1882-1973) e da M.
Polanyi (1891-1976). Il primo ha sviluppato una filosofia della natura ispirata alla nota
distinzione dei tre gradi di astrazione (fisica, matematica e
metafisica) e alla complementarietà fra analisi empiriologica ed analisi ontologica, fino
a spiegare, in uno studio di singolare importanza (cfr. Distinguere per unire. I gradi
del sapere, 1932), con quale sguardo una conoscenza sapienziale e
mistica osserverebbe quella medesima natura che cade sotto
lesperienza sensibile dello scienziato. Uno stesso oggetto
materiale, come suggeriva il classico quadro aristotelico, può essere dunque
conosciuto mediante diversi oggetti formali. Polanyi ha proposto una
teoria gerarchica di diversi livelli di progressiva intelligibilità del reale, nella
quale ogni livello funziona come un sistema aperto le cui condizioni
logiche ed ontologiche sono regolate da un livello più alto. I livelli di comprensione
(logica) secondo i quali risultano coordinate le diverse scienze corrispondono al modo in
cui la natura è strutturata secondo una certa gerarchia (ontologica), in cui i livelli
più alti e più ampi non sono riducibili a quelli più bassi né specificabili a partire
dai termini impiegati in questi ultimi (cfr. La conoscenza personale, 1958, spec.
parte IV). Lintelligibilità del reale è strutturata in modo analogo: grazie
allapertura di ogni sistema, il significato delle strutture e
dei processi presenti nei sistemi di livello inferiore si comprende alla luce di quanto
accade e si manifesta nei livelli superiori. La sintesi di Polanyi è stata
successivamente estesa da T.F. Torrance (n. 1913) alla teologia e al sapere proveniente
dalla fede (cfr. Transformation and Convergence in the Frame of Knowledge, 1984).
Fra le recenti riflessioni filosofiche sullinterdisciplinarità e la
metadisciplinarità va menzionato il contributo di E. Morin (n. 1921). Proveniente
dallambito della sociologia e della filosofia della comunicazione di massa, il
pensatore francese si è inizialmente interrogato sul metodo con cui affrontare il tema
della complessità, ritenuta la modalità costante, ed in certo modo
ultima, con cui la natura si offre alla nostra indagine (cfr. Il metodo, 4 voll.,
1977-1991), giungendo poi ad occuparsi della complessità del vivente (cfr. La vita
della vita, 1980) e della conoscenza umana (cfr. La conoscenza della conoscenza,
1986). Fautore di una filosofia che assuma le sue categorie dal comportamento della natura
e di una scienza maggiormente consapevole dellinterazione soggetto-oggetto, Morin ha
formulato la necessità di accedere a modi di pensiero che superino le antinomie
dialettiche tipiche del pensiero occidentale, per inglobare una logica unitaria, ove il
pensare umano sia riconosciuto come un elemento in un habitat dalle dimensioni non
solo intellettuali, ma anche geologiche, biologiche ed ecologiche. Sebbene Morin si diriga
decisamente verso un rinnovamento metodologico ed apra allidea di unificazione delle
scienze, come testimoniato ad esempio dagli articoli da lui preparati per la Carta
della Transdisciplinarità (cfr. Nicolescu, 1996), riteniamo tuttavia che i suoi
intenti metodologici si muovano in un ambito di pura strategia cognitiva senza altra
preoccupazione fondativa che lindividuazione delle leggi cangianti ed adattive
dellecosistema coscienza inclusa mostrando quindi scarsa
attenzione sia al tema della verità che alla possibilità di un trascendimento che dia
ragione tanto della scienza come della coscienza.
Tentativi contemporanei di unità del sapere ricercata attorno ad
un modello interdisciplinare-dialogico sono oggi avanzati da autori
di ambito anglosassone interessati al tema del dialogo
scienze-teologia. Si tratta comunque, in buona parte, di modelli
di dialogo o di confronto (I. Barbour, A. Peacocke, R. Russell),
più che di vere e proprie proposte di unificazione. N. Murphy e
G. Ellis (1996) hanno però suggerito un progetto di unità del sapere
a livelli gerarchici, rappresentabile idealmente come una doppia
Y, luna opposta verticalmente allaltra, il cui asse
di progressiva complessità costituito dalle scienze fisiche, chimiche
e biologiche si biforcherebbe dando orgine, da una parte alle scienze
che si occupano di sistemi globali, dallaltra a quelle discipline
che approfondiscono il particolare, specialmente quelle connnesse
con le scienze umane propriamente dette; ambedue i rami, quello
che controlla il comportamento fisico-naturale su grande scala e
quello che matura nellemergenza antropologica e nelle richieste
etiche, sono successivamente chiamati a riunificarsi in un sapere
di carattere sapienziale e teologico, che dovrebbe dare ragione
di entrambi.
V. La costruzione dellunità nel soggetto: unità del sapere
come ascolto, come habitus e come atto della persona
Ci siamo riferiti in apertura allimportanza di non perdere
di vista il ruolo del soggetto che fa scienza, sapendo cogliere
le risonanze intenzionali, personaliste, estetiche e morali che
ogni conoscenza porta con sé (vedi supra, I.1). Ogni percorso
epistemologico approda prima o poi sul terreno antropologico: ogni
domanda su cosa sia il mondo e su cosa del mondo si possa conoscere,
conduce ad una nuova domanda, quella sulluomo e sul posto
che occupa nel cosmo. Eludere la valenza antropologica e la dimensione
personale di ogni conoscenza scientifica, in nome delloggettività
della scienza o del rigore dei suoi protocolli di comunicabilità,
farebbe perdere significato alla scienza stessa, poiché del sapere
scientifico la persona umana costituisce insieme il presupposto
ed il fine ultimo.
Il tema dell'unità del sapere non può limitarsi alla semplice riflessione
sullarticolazione che le varie discipline dovrebbero possedere in un progetto di
ricerca o in un programma di formazione universitaria, ma va impostato su basi più
profonde. Esso deve giungere a coinvolgere non solo le scienze, ma
soprattutto la persona che fa scienza. L'unità del sapere non si
realizza, in modo compiuto, nell'unità del metodo o nell'unificazione dei contenuti,
bensì in interiore homine, come suggeriva una nota espressione agostiniana:
«Noli foras ire; in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas»
(De vera religione 39, 72). Ne proponiamo qui tre diversi, progressivi livelli:
lunità del sapere come ascolto, come habitus, e come
atto della persona.
Nel passaggio dallambito gnoseologico a quello antropologico, lunità del
sapere non si presenta più come visione del mondo, ma soprattutto
come ascolto del mondo. Il dialogo/confronto fra le varie discipline
supera così limpasse dellideologia, di cui una Weltanschauung
è non di rado espressione, per aprirsi al realismo di una conoscenza che lasci parlare le
cose. Lunità nasce dallascolto della natura e dallascolto
dellaltro (qui con la «a» minuscola). Per riconoscerlo occorre
essere persuasi del carattere costruttivo e non totalmente rivoluzionario della
conoscenza, accettare lumiltà della verifica e del confronto, ammettere
lincompletezza del proprio metodo di fronte allo svelarsi dei diversi gradi di
complessità, ma anche di imprevedibilità, del reale. Fra le sorgenti di conoscenza che
invitano allascolto vi sono certamente la
tradizione (insieme delle conoscenze e dei contesti acquisiti
storicamente da una comunità), la fede umana (fiducia nelle
conoscenze e nelle esperienze riferite da altri, necessaria allo sviluppo di ogni sapere),
ma anche la fede scientifica (insieme di convinzioni circa
loggettività, la razionalità e lintelligibilità del mondo). Una conoscenza
basata sullascolto resta ancora, rigorosamente, una conoscenza critica, ma non per
questo si fonda sul dubbio né sul sospetto.
Ad una riunificazione costruita sullascolto partecipa con la
sua specificità la teologia, segnalando che la Rivelazione è anchessa
conoscenza che nasce dallascolto, quello del Verbo di Dio
che parla nella creazione e che si rivela nella storia. Tributare
priorità allascolto (il cui significato qui trascende il mero
udito fisiologico) non vuol dire ignorare che uno sguardo
intellettuale sul mondo non sia rivelatore di connessioni
e quindi di unità, ma solo sottolineare che è nellascolto
di una parola, prima che nella visione, ove il soggetto si auto-comprende
come partner di unalterità, come destinatario di un
dono, come essere in relazione che esige un completamento, come
io di fronte ad un tu. Il riconoscimento
dellesistenza di questa dinamica fontale di reciprocità e
di completamento, ricevuta con la stessa esistenza, costituisce
il primo passo verso la ricerca di unità del sapere ed è la migliore
garanzia contro quellautosufficienza, ultimamente cartesiana,
che cerca una fondazione del sapere sulla conoscenza di sé. Lascolto
è, in ultima analisi, la confessione che il soggetto non è lintero,
che alla conoscenza di sé si giunge attraverso qualcosa che ancora
non si possiede, attraverso una parola che interpreti e decodifichi,
attraverso lincontro con lAltro (qui con la «A»
maiuscola). Una volta ascoltata, la parola genera in chi la accoglie
uno sguardo, cioè un ritorno sul reale nel quale si
riconosce ora, con stupore, un significato prima nascosto: il soggetto
non patisce più limpegno di dover costruire da solo una visione
che dia ragione della pluralità, ma può lasciarsi guidare a guardare
il mondo seguendo gli indirizzi di Chi ne possiede il senso ultimo.
Sempre in ambito teologico, notiamo infine che il «vedere»
inaugurato dalleconomia del Verbo incarnato così
manifesto nei libri del NT (ben noto in Giovanni: cfr. Gv
1,14; 1,39; 20,8; 1Gv 1,1) da voler quasi sembrare un superamento
della logica veterotestamentaria di un Dio che si può solo ascoltare
ma non vedere (cfr. 1Sam 3,10; Is 55,10-11; Es
33,18-23; cfr. anche Gv 1,18) non riveste mai
i caratteri assimilabili ad una visione (intesa come
Weltanschauung, nella sua originaria accezione idealista).
Il «vedere» svolge qui la funzione di orientare e dirigere
linterlocutore verso la concretezza e la storicità dellumanità
del Verbo, quale punto di forza di un realismo conoscitivo capace
di determinare tutto un modo di porsi di fronte al mondo ( GESÙ
CRISTO, RIVELAZIONE E INCARNAZIONE DEL LOGOS, III.4), e che pertanto
si distanzia ancora da ogni idealismo.
In secondo luogo l'unità del sapere non è una somma di conoscenze, ma un habitus;
è labito virtuoso, educato dallascolto, che conduce il
soggetto ad inserire la disciplina di cui è maggiormente esperto nel contesto
intenzionale di tutte le altre. Grazie a tale habitus che rappresenta
in definitiva la formazione di un uomo colto un sapere scientifico di ambito
limitato e specifico può essere impiegato con creatività di fronte a
situazioni ed emergenze sempre nuove, a testimonianza della irriducibile trascendenza
della cultura sulla natura. Oltre ad evitare il rischio del riduzionismo, ciò consente al
soggetto di sperimentare la dimensione immanente (non transitiva)
della cultura e di sviluppare la dimensione autenticamente umana
dellimpresa scientifica. Si comprende più facilmente quale significato il proprio
studio possegga per il bene integrale della persona, poiché appartiene allunità
del sapere intesa come habitus preoccuparsi non tanto di accrescere in modo
estensivo le conoscenze possedute, quanto piuttosto comprenderne il valore per la propria
umanità. In tal modo si creano le condizioni per superare quella frammentazione che
scinde interiormente la persona, parcellizzandone il vivere in una moltitudine di settori
indipendenti, incapaci, da soli, di far luce sulla sua verità più profonda. Affinché si
dia un'unificazione del sapere è dunque necessario che si sappia in primo luogo chi è
l'uomo in cui il sapere viene unificato.
Notiamo che esiste una significativa convergenza fra lunità del sapere come habitus
e ciò che potremmo chiamare habitus o spirito universitario.
È proprio di questo spirito possedere una capacità di riflessione critica e di ascolto,
rigore intellettuale, volontà sincera di collaborazione, apertura allo scambio
costruttivo fra i saperi, sensibilità per l'uomo e per la sua promozione integrale. Il
sapere di non sapere, tipico di chi vive una forte esperienza di
convivenza multidisciplinare, non opera mai da freno al desiderio di conoscenza, ma si
traduce in uno stimolo a contestualizzare e a porre in relazione, a maturare in sé e a
far maturare negli altri. A motivo del respiro universitario dei propri studi, coloro che
posseggono questo habitus possono convergere più rapidamente di altri verso la
soluzione di problemi articolati e complessi che richiedono di essere affrontati in un
contesto universale e non locale, con logiche più vicine al bene comune e non al profitto
di pochi. Essi possono adoperarsi meglio di altri per costruire una cultura della
solidarietà, esercitabile oggi in modo efficace solo su basi planetarie, quelle medesime
basi cioè che rappresentano il contesto abituale di ogni lavoro di ricerca di livello
universitario, costitutivamente aperto alle ricadute su scala internazionale e al
confronto pluriculturale.
In terzo luogo lunità del sapere si riconosce come un atto della
persona. Favorita dallhabitus di una conoscenza capace di cogliere
il significato della parte nel tutto, ed aperta allascolto dellaltro, l'unità
si organizza attorno all'azione del soggetto, mossa dal possesso ordinato di tutte le
conoscenze che egli ha giudicato significative e sensate, azione rivelatrice delle sue
intenzioni più intime. L'uomo colto è colui il quale non ha escluso, per negligenza,
preconcetti o scarsa onestà intellettuale, alcun contributo importante nella formazione
dei suoi giudizi e dunque anche nella determinazione delle sue scelte. La formazione
dellabito virtuoso non è fine a se stessa, ma è ordinata alla prassi, al prendere
posizione di fronte alla responsabilità del proprio conoscere, è disposta ad
interrogarsi su cosa definisca civile una società, renda umana una famiglia, qualifichi
vera una scienza. Con questa articolazione fra habitus ed atto, non intendiamo
negare che la formazione di un abito di vita sia essa stessa preceduta dagli atti
corrispondenti (cui spetterebbe pertanto una priorità temporale), ma semplicemente
sottolineare il naturale orientamento dellhabitus verso unattività di
maggiore intensità ed ordine sintetico: come accade, ad esempio, con labito della
prudenza, il cui possesso maturo è finalizzato allagire intelligente e non alla
passività o allinerzia.
Ma qual è la natura dellatto che dà unità all'esperienza
intellettuale del soggetto, una volta che egli è disposto ad accedere
alle domande ultime sullorigine e sul tutto, sul
senso della sua vita e sul suo posto nelluniverso, sulla sua
dignità e su ciò che rende autentico il suo progresso? Siamo persuasi
che tale atto sia di natura religiosa, intendendo con
questo termine limpegno della persona a cercare la verità
e, una volta trovata, ad aderirvi con tutte le conseguenze morali
che questa reca con sé (cfr. Dignitatis humanae, 2). Lo rivela
in certo modo già il fatto che i precedenti interrogativi siano
filosofici e religiosi al tempo stesso ( DIO,
I.2). Ciò vorrebbe dire in definitiva, come affermava in unoccasione
Giovanni Paolo II, che «ci muoviamo verso lunità ogni
volta che cerchiamo il significato della nostra vita» (Lettera
al Direttore della Specola Vaticana, 1.6.1988, OR, 26.10.1988).
La cultura può divenire allora un cammino verso l'Assoluto: volendo
muoversi al suo incontro, il soggetto trova la motivazione per far
convergere le varie prospettive del sapere in una sintesi che possa
dare una risposta alle domande per lui più importanti, perché esistenzialmente
più impegnative. L'unità del sapere non dipende dunque né dalla
quantità, né dal tipo di conoscenze che
si posseggono, ma dal modo con cui sappiamo porle in
relazione con le ragioni del nostro vivere. Un sapere ricomponibile
è in definitiva un sapere che resta aperto non solo al tema della
verità, ma anche al tema di Dio.
Un agnosticismo preconcetto, quando non un vero e proprio nichilismo che intenda
dirimere senza appelli il problema della verità, si pongono pertanto agli antipodi di
ogni possibile discorso sullunità del sapere: un loro superamento (come segnalavamo
in apertura) rappresenta la necessaria premessa filosofica non ideologica ma
sapienziale per affrontare un tale discorso. Ne rintracciamo una lucida
menzione in una pagina della Fides et ratio (1998): «È da osservare che
uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale consiste nella crisi
del senso. I punti di vista, spesso di carattere scientifico, sulla vita e sul
mondo si sono talmente moltiplicati che, di fatto, assistiamo all'affermarsi del fenomeno
della frammentarietà del sapere. Proprio questo rende difficile e spesso vana la ricerca
di un senso. Anzi cosa anche più drammatica in questo groviglio
di dati e di fatti tra cui si vive e che sembrano costituire la trama stessa
dell'esistenza, non pochi si chiedono se abbia ancora senso porsi una domanda sul senso.
La pluralità delle teorie che si contendono la risposta, o i diversi modi di vedere e di
interpretare il mondo e la vita dell'uomo, non fanno che acuire questo dubbio radicale,
che facilmente sfocia in uno stato di scetticismo e di indifferenza o nelle diverse
espressioni del nichilismo» (n. 81). Al contrario, una filosofia che riscopra la
sua vocazione sapienziale di ricerca del senso ultimo e globale della
vita «non sarà soltanto l'istanza critica decisiva, che indica alle varie parti
del sapere scientifico la loro fondatezza e il loro limite, ma si porrà anche come
istanza ultima di unificazione del sapere e dell'agire umano, inducendoli a convergere
verso uno scopo ed un senso definitivi» (ibidem).
Ne sorge infine un nuovo riferimento alluniversità come possibile
luogo di tale ricomposizione. Se gli interrogativi filosofico-esistenziali
attorno ai quali le conoscenze del soggetto si unificano in ordine
alla prassi sono interrogativi universali, allora essi
sono, di diritto, anche universitari, e le mura universitarie
non solo possono, ma in certo modo devono ospitarli. Per renderlo
possibile, basterebbe che essi venissero accolti fra le mura del
personale coinvolgimento verso lunità e la verità di chi,
al suo interno, insegna e lavora. Un docente universitario aperto
allunità del sapere è un docente capace di trasmettere agli
altri un simile coinvolgimento. Non andiamo forse troppo lontano
se riconosciamo nella figura del maestro colui che ha
saputo trasmettere la sua personale unità del sapere, raggiunta
a volte non senza difficoltà e con non poco travaglio. I maestri
sono uomini che ciascuno di noi ricorda volentieri, perché accanto
ai contenuti della propria disciplina seppero trasmetterci i motivi
dellamore per quello che studiavano ed il ruolo che quel sapere
occupava nella logica di unintera esistenza, facendoci così
accedere dalla sfera dei mezzi a quella dei fini. Più che la specificità
dei contenuti, del loro insegnamento ricordiamo facilmente proprio
la loro capacità di ascolto, i loro habitus intellettuali,
le loro posizioni di fronte agli interrogativi esistenziali più
profondi, di cui i discepoli venivano fatti partecipi. Questi ultimi
capivano forse proprio allora che non si può spingere il nostro
prossimo a sapere di tutto, se non gli si suggerisce prima come
capire il significato di quello che si conosce: è nellapertura
a questa ricerca di significato che la persona può gradatamente
recuperare quel centro interiore che il progressivo
oblio delle domande ultime sulla verità delluomo e sul suo
destino ancor più che la diversificazione delle discipline
aveva fatto perdere.
VI. Lunità del sapere come itinerario intellettuale del
pensiero credente
Lincontro con la parola di Dio e ladesione nella fede
a quanto Egli ha rivelato pongono il credente di fronte ad un nuovo
e più ambizioso progetto di unità del sapere, quello fra la ragione
e la fede, intese non come entità intellettuali da confrontarsi
in modo astratto, ma come atti della persona, che reclamano anchessi
ununità ed avvertono disagio di fronte ad ogni frammentazione.
1. Fede e ragione nellunità della persona.
Il movimento verso questo nuovo e più alto livello di unità prende
generalmente avvio dallaver compreso che la ragione precede
e accompagna il cammino della fede. Distanziandosi dal duplice ed
opposto errore già segnalato da Pascal
ammettere solo la ragione oppure escluderla del tutto
(cfr. Pensées, 253) il credente sa che Dio, creando
la persona umana a Sua immagine e somiglianza, ha voluto che questa
rispondesse nella libertà al suo Creatore, ma fosse anche capace
di riconoscere con la sua intelligenza, ed in accordo con la sua
piena umanità, la ragionevolezza di questa risposta. Lobbedienza
della fede non umilia pertanto la ragione, ma semplicemente la oltrepassa.
Lappello al ruolo della ragione, paradigmaticamente riassunto
nellesortazione petrina ad essere «pronti sempre a rispondere
a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi»
(1Pt 3,15), ha accompagnato la prima evangelizzazione della
cultura greco-romana. Pur rifiutando lidolatria, i miti politeisti
e tutti quei comportamenti pagani che non erano compatibili con
la dottrina evangelica, di quella cultura i cristiani accolsero,
purificandole dagli errori, le riflessioni della filosofia sui grandi
temi del cosmo e della vita umana, che rappresentavano per la ragione
uneredità secolare. Nel suo discorso ad Atene, Paolo rifiutò
di associare il nome di Dio ad alcuno degli dèi del pantheon,
ma non mancò di spiegare che il Dio che annunciava era il medesimo
Dio creatore del cielo e la terra, lo stesso che molti uomini adoravano
di fatto senza conoscere, e la cui provvidenza verso il creato era
sotto gli occhi di tutti (cfr. At 17,22-31). Il ruolo della
ragione nella risposta della fede, talvolta espresso come opzione
per il lógos e rifiuto del mythos (in modo forse approssimativo
dal punto di vista ermeneutico, ma sostanzialmente corretto da quello
del contenuto religioso), attraversa la maggior parte della patristica
e potrà essere limpidamente riassunto da s. Agostino nellaffermazione
che «lautorità [della fede] non è mai abbandonata dalla
ragione, poiché è la ragione che considera a chi si debba credere»
(De vera religione, 24, 45: PL 34, 141). La teologia, in
costante dialogo con il pensiero filosofico, ha fatto ricorso ampiamente
alla ragione, sia per confutare le accuse di irrazionalità rivoltele
prima dal materialismo antico e poi dallateismo moderno, sia
per cogliere le debite corrispondenze fra la nozione di Dio tematizzata
dalla filosofia e limmagine di Dio rivelata dalla Sacra Scrittura,
massimamente da Gesù Cristo. Nella ricerca di questo delicato raccordo
sono state generalmente evitate due posizioni: ritenere non rilevante,
o peggio insensato, ogni questionare su Dio esterno alla Rivelazione,
oppure predicare una totale identità di quellimmagine, fino
a concludere che i fondamenti della fede giacessero unicamente nella
ragione stessa ( DIO,
IV; FIDEISMO, IV).
Lunità fra fede e ragione quale aspetto dellunità del sapere
del pensiero credente non si esaurisce in questo primo giudizio
di compatibilità, ossia che le verità della fede non entrano
in contrasto con le conclusioni della ragione. Già il pensiero patristico
e poi quello medievale registrarono infatti una precisa funzione
della ragione allinterno della fede ( RAGIONE,
II), non solo come carattere distintivo della teologia, ma anche
come condizione irrinunciabile di ogni pensare autenticamente cristiano.
È la ragione a far comprendere la coerenza e le reciproche implicazioni
dei grandi misteri cristiani, permettendo alla teologia di svilupparsi
come intellectus fidei, cioè come vera e propria scienza
della fede ( TEOLOGIA,
III). Grazie al lumen della fede, la ragione accede a verità
che da sola non potrebbe conoscere e, una volta conosciute, vi riflette
sopra e le penetra, cogliendo la loro articolazione, bellezza e
congruenza. Accogliere la Rivelazione di Dio permette alla ragione
di guardare le cose con gli occhi della fede, e dirigere
così il suo sguardo ancora più lontano. La tradizione cristiana
ha più volte espresso la logica di questa unità-circolarità fra
fede e ragione riproponendo le parole di s. Agostino, il quale
non solo esortava a capire per credere, intellige ut credas,
ma anche a credere per capire, crede ut intelligas (Sermones,
63, 7: PL 38, 353; cfr. Fides et ratio, 16-35; AGOSTINO,
II.3-4). Arricchito dai doni dellintelletto e della scienza
elargiti dallo Spirito del Figlio, il cristiano può guardare le
realtà del mondo in sintonia con il mistero della volontà del Padre,
cioè con occhi filiali, giudicandole secondo il valore che esse
hanno nei piani divini, con una comprensione delle cose create maggiore
di quella posseduta dai sapienti della terra (cfr. Sal 119,99-100).
Risulta evidente che al centro di tale circolarità
non può esservi che la persona, cioè il soggetto credente. A coniugare
collegamenti e implicazioni di una tale conoscenza non è più la
sola ragione, ma la persona. È la persona, carica delle sue profonde
risonanze esistenziali e non solo intellettuali, a conoscere perché
in Dio possano coesistere, senza contraddizione, giustizia e misericordia;
perché la sua unità non si oppone al mistero di una comunione tri-personale;
perché il mistero dellIncarnazione e la sapienza della croce
contengano le risposte essenziali agli interrogativi centrali dellesistenza;
perché, per ritrovare la propria vita, si può ragionevolmente e
liberamente decidere di perderla (cfr. Mt 10,39).
2. Unità del sapere e unità di vita. In una coscienza credente,
è logico attendersi che larmonia fra fede e ragione sia vissuta
in ogni ambito del proprio conoscere e del proprio operare. Lunità
del sapere richiama lidea di una unità di vita,
intesa come la capacità che la fede ha di unificare una certa prassi
(cfr. Christifideles laici, 59). Ciò si realizza compiutamente
quando, da un lato, la luce della fede illumina il modo
di svolgere un certo lavoro, guidandone la corrispondente attività
intellettuale ed ispirandone le scelte ed i fini; dallaltro,
quando lattività intellettuale coopera a dare ragione
della propria fede, permettendole di radicarsi più profondamente
e fornendole gli strumenti per testimoniarla con proprietà di linguaggio.
Centrata sulla persona quale soggetto di azione, la circolarità
fede-ragione diviene circolarità fra carità e libertà: quel libero
orientamento ad una prassi che aiutava a coordinare ed unificare
le diverse conoscenze trova il suo compimento nella carità come
forma di quellagire e, simmetricamente, lamore verso
Dio e verso gli altri motiva il soggetto ad un nuovo e più profondo
libero impegno intellettuale che si traduca a sua volta in autentico
servizio.
Uno dei frutti di questa unità di vita nel pensiero credente è, ad
esempio, il desiderio di approfondire in modo parallelo ed equilibrato
sia le discipline oggetto della propria attività professionale,
sia la dottrina filosofica e teologica ad esse collegata e necessaria
per esercitare con spirito cristiano quella specifica
attività. Si tratta in fondo di unapplicazione, sul piano
della sintesi personale, di quei motivi di opportunità che suggerirebbero
la presenza della teologia accanto alle altre discipline universitarie
( UNIVERSITÀ, V),
passo obbligato di ogni riflessione matura sullunità del sapere.
Lapprofondimento sincronico del sapere scientifico e del sapere
della fede deve essere disposto a raccogliere le reciproche, e talvolta
assai feconde, provocazioni che possono giungere dai
due campi di studio. Se svolto nel rispetto del corrispondente rigore
metodologico e con amore per la verità, tale approfondimento, che
percorrerà sempre cammini di dialogo e di prudente consiglio, non
potrà che rafforzare lunità di vita del soggetto. La vita
di fede può allora svilupparsi senza porre fra parentesi la ragione,
fornendo risposte credibili a dubbi o perplessità che possono presentarsi
nel corso di ogni maturazione intellettuale, e che resterebbero
invece irrisolti proprio quando le basi filosofiche e teologiche
di quella sintesi sono superficiali o ancora insufficienti. La vita
intellettuale può essere dalla fede aiutata a conservare lumiltà
associata ad ogni vero sapere, preservandola dai sentieri del relativismo,
dellideologia o dellorgoglio personale. Nella logica
di questo sinergismo non va però dimenticata la peculiarità della
conoscenza della fede, il cui approfondimento non dipende solo dalla
precisione o dalla completezza delle nozioni o degli argomenti che
si posseggono, ma dallamore con cui ci si dirige verso loggetto
conosciuto e dal grado con cui si vive ciò che si professa. Quanto
può valere in fondo per ogni conoscenza riguardo linteresse
e il coinvolgimento personale che essa reclama vale
in modo assai speciale per lintellectus fidei nei confronti
della Rivelazione, perché Dio e le cose che a Lui fanno riferimento
si possono conoscere in modo compiuto solo nella carità.
Soggetto indiviso di una unità del sapere che è divenuta unità di vita, il cristiano
si scopre pienamente coinvolto ed in Cristo, con lui, protagonista
di quellexitus-reditus secondo cui il creato, uscito da Dio, a Dio ritorna, e
che rappresentava uno dei più solidi quadri di unificazione, biblicamente fondato, del
pensiero credente (vedi supra, II.2). Il possesso di una sintesi matura fra il
sapere della ragione e quello della fede rappresenta pertanto la condizione necessaria per
partecipare alla ricapitolazione/riconciliazione con cui il Figlio, in forza della sua
vera umanità, riconduce nello Spirito ogni cosa al Padre (cfr. Ef 1,10; Col
1,19-20). In questa luce potrebbe essere riletta, e più profondamente compresa, una nota
pagina del Concilio Vaticano II: «I fedeli, dunque, vivano in strettissima
unione con gli uomini del loro tempo e si sforzino di penetrare perfettamente il loro modo
di pensare e di sentire, quali si esprimono mediante la cultura. Sappiano armonizzare la
conoscenza delle nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte con la
morale e il pensiero cristiano, affinché il senso religioso e la rettitudine morale
procedano in essi di pari passo con la conoscenza scientifica e con il continuo progresso
della tecnica; potranno così giudicare e interpretare tutte le cose con senso
autenticamente cristiano» (Gaudium et spes, 62). Esercitando questo
sguardo cristiano sul mondo generato dallascolto della Parola di
Dio, il credente è chiamato a valutare senza pregiudizi i nuovi problemi sorti nelle
varie discipline, per comprendere i cambiamenti di prospettiva che tali novità implicano
ed orientare il progresso tecnico-scientifico alla luce dei contenuti della fede. La
garanzia che le ricadute culturali e sociali di una sintesi ricercata
dallinterno della propria fede non ostacolino la legittima
 |