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Agnosticismo
Gaspare Mura
DH 2751-2756; DH 2811-2814; DH 2841-2847;
Concilio Vaticano I, DH 3004, 3026; Lamentabili, DH 3458-3459, 3464-3465;
Pascendi, DH 3475-3485, 3494-3495; Gaudium et spes, 19, 57; Fides
et ratio, 5, 45, 54, 75-76, 97.
I. Lagnosticismo come posizione filosofica
- II. Lagnosticismo di I. Kant: sue conseguenze sul pensiero
scientifico e sulla religione - III. Gli insegnamenti del magistero
cattolico sullagnosticismo - IV. Agnosticismo e possibilità
di un discorso su Dio - VI. Osservazioni conclusive.
I. Lagnosticismo come posizione filosofica
1. Definizione. Il termine «agnosticismo» deriva
etimologicamente dal greco ágnostos, ossia «non conoscibile»,
da cui i vocaboli moderni di agnosticismo (fr. agnosticisme,
ingl. agnosticism, ted. Agnostizismus). Sebbene lagnosticismo,
come attitudine filosofica, abbia una storia molto remota e si qualifichi
di volta in volta con connotazioni diverse, fu il naturalista inglese
Thomas H. Huxley (1825-1895), nel 1869, nel contesto di un convegno
della Metaphysical Society di Londra, come egli dichiarò
nello scritto Agnosticisme del 1889, a coniare il termine
«come antitesi nei confronti dello gnostico della
storia della Chiesa, che pretendeva di saperla lunga sulle cose
che ignoravo» (cfr. Collected Essays, V, London 1898,
pp. 237-245). È importante rilevare questa antitesi posta da Huxley
tra una gnosi religiosa, che pretenderebbe di conoscere
linconoscibile, e lagnosticismo dello scienziato,
che rifiuta di determinare a priori la soluzione dei problemi che
formano loggetto della sua ricerca. È qui infatti che risiede
il senso dellagnosticismo moderno, che non vuole
essere, nella maggior parte dei casi, un rifiuto ostile nei confronti
delle tematiche metafisiche o religiose come nel caso
dellateismo ma una sospensione di giudizio intorno
alla questione di Dio e dellAssoluto, che non si nega né si
afferma al fine di lasciare libera la ricerca scientifica. Mentre
infatti l ateismo
sostiene che Dio non esiste, lagnosticismo si limita
ad affermare che non possediamo soprattutto dal punto
di vista scientifico e conoscitivo adeguati strumenti
razionali per affermare o negare la realtà di Dio e dellAssoluto.
In una lettera del 1879, C.
Darwin si dichiarò agnostico nello stesso senso coniato da Huxley;
analogamente H. Spencer, sostenendo nella sua opera Primi principi
(1862) limpossibilità di dimostrare scientificamente la forza
misteriosa che sostiene i fenomeni naturali, fu definito agnostico;
così come il fisiologo Raymond Du-Boys, che nello scritto Sette
enigmi del mondo (1880) sostenne che di fronte ai grandi enigmi
del mondo e dellesistenza, è più serio per luomo, e
soprattutto per lo scienziato, pronunciare un ignorabimus,
poiché essi travalicano il dominio della conoscenza scientifica.
Si può ipotizzare che lagnosticismo moderno, da non confondere
con le tendenze agnostiche che hanno attraversato fin dalle origini
la storia della filosofia, sia prevalentemente di matrice scientifica,
e motivato in particolare dallimpostazione data dal criticismo
kantiano alla questione metafisica.
2. La critica del principio di causalità. La più rigorosa
formulazione moderna dellagnosticismo metafisico è stata infatti
formulata da Immanuel
Kant (1724-1804) ed ha influenzato in modo determinante sia lagnosticismo
filosofico e scientifico, come pure lagnosticismo religioso
dei secoli XIX e XX . Nella Critica della Ragion Pura (1781),
in particolare nella terza parte (Dialettica trascendentale),
e nella Critica della Ragion Pratica (1788), Kant mostra
chiaramente come i presupposti dellagnosticismo metafisico
siano da una parte lempirismo di David
Hume (1711-1776), e in particolare la sua critica al concetto metafisico
di «causalità», e dallaltra la concezione della
ratio separata propria del razionalismo moderno ( RAGIONE,
III). Lempirismo humeano ha infatti affermato come assoluto
il principio dellesperienza, già formulato da
John Locke (1632-1704) nel Saggio sullintelletto umano
(1688), ed elaborato poi da George
Berkeley (1685-1753) nel Trattato sui principi della conoscenza
umana (1710) con la celebre formula «esse est percipi»
( ESPERIENZA,
III.3). Nel Trattato sulla natura umana (1740) e poi nelle
Ricerche sullintelletto umano (1748), Hume esclude,
in base al principio dellesperienza, che le idee astratte
abbiano valore di verità corrispondenti allesperienza, compresa
lidea di materia. Ne consegue che sia lidea di causa,
sia il conseguente principio metafisico di causalità secondo cui
le cause ontologiche sono il fondamento delle cause fisiche, dovevano
essere rifiutati come ingannevoli perché contrari al principio dellesperienza.
La distinzione tra idee ed impressioni fa sostenere ad Hume che
hanno valore di verità solo quelle idee che fanno riferimento ad
impressioni immediate; ora, poiché lidea di causa fa riferimento
solo ad unimpressione di successioni di eventi, essa significa
solamente lordine di questa successione, ma non linferenza
verso un principio causale altro dallesperienza. Lidea
di causa, conclude Hume, è allora solo un sentimento, ovvero una
persuasione che sorge nella coscienza a motivo dellosservazione
del ripetersi nellesperienza di successioni che tendono a
ripetersi e che illudono sulla possibilità di individuare in uno
degli elementi della successione la causa, e nellaltro leffetto
(cfr. Trattato sulla natura umana, lib. I, par. III, 14-15;
cfr. anche par. II, 6 e par. IV, 2; HUME,
III).
La demolizione dellidea di causa, fondata sulla radicalizzazione
del principio di esperienza formulato da Hume, ha condotto inevitabilmente
alleliminazione del fondamento stesso della metafisica,
che a partire dalla seconda navigazione platonica (cfr. Fedone,
79a, 98c-e, 99e, 100c-d), e poi con la Metafisica di Aristotele
(cfr. Libri I e II), aveva fatto proprio del principio di
causalità il cardine dellontologia, avviando così ad una conoscenza
che non si limitasse più allosservazione degli effetti, ma
fosse capace di risalire alle cause più fondanti dellessere.
II. Lagnosticismo di I. Kant: sue conseguenze sul pensiero
scientifico e sulla religione
1. Kant e lagnosticismo metafisico. Dalla critica
di Hume allidea di causa, Immanuel Kant seppe trarre in effetti
tutte le conseguenze gnoseologiche essenziali per formulare la sua
valutazione critica della conoscenza metafisica. Già Sesto Empirico
(180-220), negli Schizzi pirroniani, aveva criticato il principio
di causalità, così come faranno più tardi nel medioevo alcuni rappresentanti
del nominalismo, in particolare Nicola DAutrecourt (1300-1350),
Pierre DAilly (1350-1420) e Guglielmo di Ockham (1280-1349).
Ma nellagnosticismo metafisico kantiano tale critica come
già osservato si affianca a quellaccettazione
del primato dellesperienza, proprio dellempirismo, e
al riconoscimento del valore dellattività autonoma dellintelletto,
propria del razionalismo moderno.
Per il filosofo di Königsberg, ogni conoscenza che abbia valore
di verità deve modellarsi sul tipo della conoscenza che rende possibile
la scienza, conoscenza che può realizzarsi solo grazie ad una sintesi
tra la materia, costituita dai fenomeni oggetto di osservazione
empirica, e lazione di forme a priori, mediante
le quali i fenomeni vengono colti da parte di una categoria dellintelletto.
Si tratta pertanto, per Kant, di esaminare la natura dei «giudizi
sintetici a priori», nei quali egli ravvede il fondamento
non solo della conoscenza scientifica, ma di ogni conoscenza valida
per luomo. Ogni conoscenza che voglia avere il carattere di
scienza deve pertanto risultare da una sintesi tra una
materia, offerta dalla vastità dellesperienza fenomenica,
ed una forma a priori data dallintelletto. LIo
penso, in quanto fonte e radice di ogni categoria a priori
dellintelletto, costituisce dunque la condizione trascendentale
di ogni conoscenza, la quale deve essere intesa come costituzione
trascendentale dellesperienza. Con ciò, la conoscenza filosofica
viene modellata sulla conoscenza scientifica, la quale diverrà il
paradigma di ogni conoscenza sensata; e la filosofia postkantiana
si riconoscerà sovente unicamente come metodologia della scienza
o come epistemologia,
ovvero come riflessione sullo statuto scientifico delle teorie della
scienza. La filosofia va così perdendo progressivamente la sua natura
di conoscenza per divenire una riflessione sulle modalità
del conoscere. È chiaro allora che la metafisica, la quale
pretende di andare oltre lapparire dellesperienza
(fenomeno) per cogliere lessere in sé delle cose che non è
soggetto allesperienza (noumeno), risulta essere, nel contesto
kantiano, una conoscenza che non ha oggetto e, quindi, che non può
pretendere di essere una conoscenza fondata. Al di fuori dellesperienza
la metafisica appare, secondo limmagine dello stesso Kant,
come una colomba che cerca di volare senza laria. E per questo,
quando si interroga sullessere di Dio, dellanima, del
mondo, della libertà tutte realtà che si sottraggono
allesperienza di tipo fenomenico la metafisica
cade in antinomie insuperabili (cfr. Kant, Critica della Ragion
Pura, I, 2, cap. 2: Lantinomia della ragion pura).
Lagnosticismo metafisico, dunque, consiste non nella negazione
a priori di tali realtà, ma nella tesi che non se ne possa dare
alcuna conoscenza metafisica, perché esse esulano dal dominio dellesperienza
fenomenica.
2. Kant e lagnosticismo scientifico. Numerose filosofie
si sono ispirate nei secoli XIX e XX al modello kantiano del sapere
ed hanno tratto tutte le conseguenze implicite nellagnosticismo
metafisico espresso dalla Critica della Ragion Pura. Si può
dire che l«agnosticismo scientifico» costituisca
laltra faccia dellagnosticismo metafisico, in quanto
lo presuppone e lo radicalizza affermando il primato di una conoscenza
scientifica agnostica, ovvero indifferente per principio
ai grandi temi della metafisica, ed in modo particolare a quelli
della religione. Così il positivismo di Auguste Comte (1798-1857),
che considera come unica verità quella dei fatti che
è possibile descrivere in base ad esperienze concrete e, analogamente
a Kant, giudica priva di fondamento ogni ricerca di cause metafisiche
dei fatti stessi (cfr. Discorso sullo spirito positivo, 1844
Corso di filosofia positiva, 1830-42; POSITIVISMO,
I). E sarà applicando i principi del positivismo comtiano che la
scuola sociologica francese (E. Durkheim, M. Mauss, L. Lévy-Bruhl),
studiando i popoli primitivi, opererà una forte critica della religione
( RELIGIONE,
II.1, III.1), affermando che la dimensione religiosa manifestata
da un determinato popolo non sarebbe altro che il frutto dellimposizione
esercitata da parte del gruppo dominante (cfr. E. Durkheim, Le
forme elementari della vita religiosa, 1912).
Un particolare tipo di agnosticismo scientifico è quello rappresentato
da Herbert Spencer (1820-1903). Nellopera Lipotesi
dello sviluppo (1852), Spencer ritiene che tutta la natura e
lintero cosmo siano regolati da un principio evoluzionistico
non finalistico, nel senso che non sarebbe possibile, partendo dallo
studio dei fenomeni della natura, inferire lesistenza di Dio
come creatore o ordinatore del cosmo. Tuttavia, tale esistenza non
può essere per questo negata, in quanto lo stesso Spencer sostiene
che ai confini dellesperienza umana e della conoscenza scientifica
esiste lInconoscibile, che è appunto ciò che è
oltre i confini dellesperienza e della scienza
(cfr. i trattati del progetto di un Sistema di filosofia sintetica,
1862-1892, presentato nel suo System of Synthetic Philosophy,
London 1858). LInconoscibile è per Spencer ciò che la metafisica
e la religione hanno chiamato Dio,
e che pur non rientrando nelle categorie conoscitive della scienza,
non può nemmeno venire da essa negato, come pretenderebbe invece
fare lateismo scientifico ( ATEISMO,
IV.3).
Lepistemologia contemporanea sviluppatasi dopo la crisi del positivismo
scientifico, che aveva attribuito alla conoscenza scientifica un
valore paradigmatico, ha sottoposto questultima ad una serrata
critica da parte di autori come Poincaré, Boutroux, Duhem, Mach,
Bergson, Hilbert, Peano, Frege. Le numerose scoperte scientifiche,
ma anche i progressi della matematica e della logica ed i relativi
nuovi paradigmi di interpretazione impostisi nel XX secolo ( EPISTEMOLOGIA,
II), hanno spinto gli scienziati ed i filosofi della scienza verso
una concezione delle leggi della natura formulate dalle teorie scientifiche,
non più statica e meccanicistica, ma dinamica e probabilistica,
segnata dallimpredicibilità perché aperta allemergenza
della complessità.
Tale ripensamento ha dato origine a diverse correnti epistemologiche:
quella del neopositivismo logico (Schlick, Carnap, Ayer, Russell),
secondo la quale hanno valore scientifico solo le proposizioni
sperimentali o fattuali, ovvero quelle il cui contenuto è
empiricamente verificabile ( POSITIVISMO,
II); la metafisica della scienza (Meyerson, Eddington), secondo
la quale ogni scienza implica una metafisica, e la stessa conoscenza
scientifica deve intendersi come una progressiva scoperta della
realtà, dovendo poter ritrovare in una metafisica il suo ultimo
fondamento; il razionalismo scientifico (Popper, Feyerabend), secondo
cui la scienza non è altro che una costruzione razionale delluomo
ed i dati osservativi elementi dipendenti dalle teorie scientifiche
che utilizziamo per organizzarli, mentre le teorie stesse, a loro
volta, sono risposte a precedenti problemi teoretici e, in ultima
analisi, sistemi di azzardate congetture, alle quali lesperimento
non aggiunge niente di vero. Se la teoria scientifica è lelaborazione
di una teoria capace di risolvere problemi insoluti, la verifica
sperimentale svolge allora il ruolo di un continuo controllo sulla
teoria stessa, con lavvertenza, per Popper,
che non si dovrebbe parlare di «verificazione», in senso
positivista, bensì di «falsificazione», perché ogni
teoria scientifica non è definitiva ma provvisoria, soggetta ad
essere falsificata da parte di una teoria migliore.
Sebbene lepistemologia contemporanea abbia fortemente contestato
la concezione kantiana e positivistica della scienza, non si è saputa
però sottrarre allagnosticismo scientifico che quella concezione
implicava. In effetti, in quasi tutte le forme dellepistemologia
contemporanea è rimasto presente il pregiudizio kantiano antimetafisico,
nel senso che sebbene la scienza si evolva e la stessa valutazione
del valore oggettivo delle teorie scientifiche si trasformi, la
scienza continua comunque ad essere considerata lunico ambito
di conoscenza ritenuta valida per luomo. Le questioni che
esulano dal dominio della scienza e in particolare il
problema di Dio possono tuttal più essere accettate
come questioni che, come in Kant, hanno senso per lesistenza
delluomo, ma non per la sua conoscenza. Lagnosticismo
scientifico consiste precisamente nellescludere che la scienza,
comunque la si intenda, rappresenti un ambito ove le questioni metafisiche
e religiose possano essere formulate o almeno riconosciute come
significative, abbiano cioè senso di domanda e valore di conoscenza.
3. Kant e lagnosticismo religioso. Vero è che nella
Critica della Ragion Pratica Kant recupera, in unapprofondita
analisi del dinamismo della coscienza morale, sia la verità della
libertà e dellimmortalità dellanima, sia la verità dellesistenza
di Dio come senso ultimo e necessario della vita morale delluomo,
e quindi della stessa dimensione religiosa come senso dellesistenza.
«In questo modo ha scritto Giovanni Paolo II in
Varcare la soglia della speranza (1994) si può
parlare con tutta fondatezza di esperienza umana, di esperienza
morale, oppure di esperienza religiosa. [
] In Se
stesso, Dio certamente non è oggetto dellempiria, dellesperienza
sensibile umana; è ciò che, a modo suo, sottolinea la stessa Sacra
Scrittura: Dio nessuno lha mai visto né lo può vedere
(cfr. Gv 1,18). Se Dio è oggetto di conoscenza, lo è come
insegnano concordemente il Libro della Sapienza e la Lettera
ai Romani sulla base dellesperienza che luomo
fa sia del mondo visibile sia dello stesso suo mondo interiore.
È qui che Immanuel Kant, abbandonando la vecchia strada di quei
Libri biblici e di san Tommaso dAquino, sinoltra per
quella dellesperienza etica. Luomo si riconosce come
un essere etico, capace di agire secondo i criteri del bene
e del male, e non soltanto del profitto e del piacere» (p.
36).
La via dellesperienza morale per arrivare a Dio è certamente
diversa ma non per questo di per sé opposta alla via dellesperienza
cosmologica e ontologica ( DIO,
I). Se è indubbio infatti che dal punto di vista strettamente metafisico
il criticismo kantiano sia una forma di agnosticismo teoretico,
tale agnosticismo si rivela contraddittorio, perché una volta ammessa
non solo la pensabilità, ma anche la necessità di postulare lesistenza
di Dio e limmortalità dell anima,
quali condizioni necessarie e imprescindibili della vita morale,
è anche legittimo e razionale pensare che lesistenza di Dio
e limmortalità dellanima possano essere non solo pensabili
e postulabili, ma anche dimostrabili. Una dimostrazione non certo
di tipo matematico o scientifico, legata al mondo dellesperienza
sensibile, ma una dimostrazione come autentico e veritativo percorso
di pensiero capace di attingere a quelle modalità dellessere
che trascendono i dati della pura esperienza sensibile. Quando Ludwig
Wittgenstein (1889-1951) scrive nel Tractatus logico-philosophicus:
«Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili
domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi
vitali non sono ancora neppure toccati» (6.52), egli esprime
la consapevolezza del valore della conoscenza scientifica come conoscenza
dei fatti del mondo; ma, analogamente a Kant, di fronte
ai problemi della vita che sono non scientifici, ma
morali e religiosi le dimostrazioni della scienza non
sono poi tutto, e occorre attingere ad un tipo di conoscenza diverso
perché «i fatti appartengono tutti soltanto al problema, non
alla risoluzione» (ibidem, 6.4321).
La distinzione posta da Kant tra le tre domande fondamentali della filosofia,
appartenenti rispettivamente a tre dimensioni diverse delluomo, e cioè:
«che cosa posso conoscere» (metafisica), «come devo
agire» (etica), «che cosa posso sperare» (religione), è
stata così allorigine di una nuova antropologia, la quale ha ritenuto che le
diverse domande formulate da Kant corrispondessero a diverse e distinte dimensioni
delluomo. E se la domanda metafisica, come in Kant, viene risolta nelle domande
della scienza terminando così nella posizione di un agnosticismo
metafisico la questione morale e la questione religiosa sono state separate
dalla questione metafisica, dando origine a risposte filosofiche alternative a quelle
della metafisica e della scienza. Non si è trattato più di dimostrare lesistenza
di Dio partendo dal cosmo o dallessere, ma dai segni della trascendenza presenti
nella stessa esistenza delluomo (etica e religiosa). Non più dal cosmo o
dallessere a Dio, ma dalluomo a Dio. Sia la metodologia
dellinverificabile di G. Marcel (1889-1973) e di altri autori
esistenzialisti, che il metodo dellimmanenza di M. Blondel
(1861-1949), come pure la nozione di cifra in K. Jaspers (1883-1969)
si muovono nellorizzonte di una ricerca di senso religioso,
oltre i limiti in cui il criticismo kantiano aveva racchiuso la conoscenza. Alcuni autori
parlano a questo proposito di «agnosticismo religioso», che consiste
nel ritenere che sia la questione morale che quella religiosa non siano risolvibili sul
piano della conoscenza scientifica e metafisica, ma che piuttosto debbano trovare risposta
e soluzione in dimensioni diverse di conoscenza, non formulabili nelle modalità
tradizionali della metafisica né in quelle della scienza (qui intesa nella sua dimensione
più ampia di conoscenza rigorosa). Lautore che in modo acuto ha espresso
lincontro tra agnosticismo teoretico e pensiero religioso, fino alla elaborazione di
una teologia filosofica, è stato Wilhelm Weischedel (1905-1975), che
nella sua opera Il problema di Dio nel pensiero scettico (1979) ha tematizzato
compiutamente lagnosticismo religioso (cfr. anche Gollwitzer e Weischedel, 1982).
Lagnosticismo, infine, è stato fatto proprio da alcuni autori esistenzialisti
che ne hanno offerto tuttavia una forte ispirazione religiosa. Per Søren Kierkegaard
(1813-1855), provare razionalmente Dio significa nientaltro che perdere Dio, perché
Dio è al di là della ragione. Lassurdo della fede, quale si rivela in Abramo che
deve sacrificare il figlio, contraddicendo ad ogni legge di una morale fondata sulla
metafisica, significa per Kierkegaard che luomo e Dio si trovano su due piani
totalmente separati, e che il passaggio dalluno allaltro non è pensabile
senza il salto della fede. Il salto della fede rappresenta per
Kierkegaard il grande punto di demarcazione tra una filosofia che al termine del proprio
sviluppo riconosce le verità della fede (obsequium rationale fidei) e una
filosofia che ritiene che solo dopo aver esperito le possibilità umane della ragione
metafisica e scientifica sia possibile il salto della fede, che è «la lotta
insensata della fede per il possibile» (L. Chestov, Kierkegaard et la
philosophie existentielle, Paris 1953, p. 167). La lotta tra la spiegazione razionale
degli eventi esistenziali e la comprensione degli stessi alla luce della fede nella
rivelazione divina diviene qui drammatica e conduce a conclusioni paradossali per la
ragione. Per Leon Chestov «la filosofia speculativa resta alla superficie, vive
in un piano a due dimensioni: il pensiero esistenziale conosce una terza dimensione
inesistente per la speculazione: la fede» (ibidem). E Miguel de Unamuno
(1864-1936), nel Sentimento tragico della vita (1913), sostiene parimenti che non
vi è conciliazione possibile tra ragione filosofica e vita, tra filosofia e religione
dellesistenza, e che proprio questo contrasto costituisce il sentimento
tragico della vita.
Lagnosticismo religioso vive dunque in una contraddizione
teoretica profonda. Da una parte esso afferma per fede lesistenza
di Dio e le verità della religione; ma dallaltra nega alla
ragione la possibilità di attingere queste verità, che costituiscono
comunque il senso ultimo e definitivo dellesistenza. Quando
F. Dostoevskij (1821-1881) scrive che, dovendo scegliere in alternativa
tra la verità e Cristo, sceglierebbe Cristo anche contro la verità,
esprime la punta più avanzata di un agnosticismo religioso che rifiuta
a priori la possibilità di conciliare la verità religiosa con la
verità della conoscenza intellettuale.
4. La critica dellagnosticismo. Oltre a quanto già
precedentemente sottolineato, si può aggiungere che lagnosticismo
incorre negli stessi errori con cui già i filosofi dellantichità
non mancarono di recensire la posizione scettica. Se infatti nulla
si può dire intorno a Dio, alla sua esistenza e allimmortalità
dellanima, anche laffermazione che nulla se ne può dire
e conoscere costituisce comunque una verità, che contraddice il
contenuto della stessa affermazione. La stessa tesi secondo cui
la conoscenza umana ha come unico oggetto i fenomeni della scienza,
si è rivelata, con Kant, e poi con Wittgenstein, inadeguata a comprendere
la complessità dei problemi delluomo, che non sono solo di
carattere scientifico, ma abbracciano le questioni della vita morale
religiosa. Proprio per questo, il riconoscimento dei limiti della
conoscenza umana contiene in sé, implicitamente, il riconoscimento
di una verità oltre i limiti e senza limiti, ovvero il riconoscimento
di Dio. La critica allagnosticismo consiste allora nel mettere
in luce la difficoltà, ed in certo modo lassurdità, della
posizione di chi afferma che non può esser conosciuto il senso dellesistenza,
ma che tuttavia questo senso esiste e deve essere affermato sul
piano morale e religioso.
Va rilevato che lagnosticismo è oggi presente in buona parte
della cultura contemporanea, non solo scientifica o filosofica,
ma anche letteraria e artistica. Sebbene esso non si possa identificare
con lateismo, una volta percorso in modo compiuto, lagnosticismo
sfocia in una fra le espressioni più raffinate di nichilismo, perché,
proprio come questultimo, conclude nellimpossibilità
di conoscere il senso dellesistenza, la quale
viene racchiusa almeno sul piano teoretico
nel non senso e nel nulla di una radicale
finitudine. In tal modo, lagnosticismo si scontra anche con
il radicale problema del significato della libertà. Privata del
suo legame con un Assoluto che si rinuncia a conoscere, la libertà
perde senso e, con essa, anche quella responsabilità verso laltro
e verso se stessi cui lesercizio della libertà risulterebbe
necessariamente associato. Limpossibilità di sostenere unesistenza
senza un impegno significativo finisce con il far confluire lagnosticismo
verso quelle posizioni di ateismo umanista ( ATEISMO,
III), anchesse insostenibili, ma che restano lunica
via duscita, peraltro non meno contraddittoria, per una ragione
che voglia continuare ad essere fedele alla sua tensione verso la
giustizia e la verità, senza voler però riconoscere la controparte
teoretica e razionale che tale tensione possiede. In linea più generale,
il problema dellagnosticismo mette ancora in luce come il
rapporto fra fede e ragione richieda di essere affrontato non solo
sul piano di una razionalità analitica, ma anche e forse soprattutto
su quello antropologico ( RAGIONE,
VI), operando un superamento di quella idea di ratio separata
che, sorta con la modernità, ha trovato proprio nellagnosticismo
uno dei suoi esiti più espliciti.
III. Gli insegnamenti del magistero cattolico sullagnosticismo
1. La dottrina del Vaticano I e il problema del fideismo.
Fra gli insegnamenti del Magistero della Chiesa cattolica che interessano
più direttamente loggetto della posizione filosofica agnostica
vi sono in primo luogo quelli riguardanti la capacità della ragione
umana di pervenire alla verità delle cose, senza fermarsi alla loro
apparenza, e precipuamente la dottrina filosofica circa la conoscenza
naturale di Dio ( DIO,
IV.1; METAFISICA, V.2). Nella Costituzione dogmatica Dei Filius
del Concilio Vaticano I (1870) viene solennemente affermato
che la Chiesa «ritiene e insegna che Dio, principio e fine
di ogni cosa, può essere conosciuto con certezza mediante la luce
naturale della ragione umana a partire dalla cose create»
(DH 3004). La Dei Filius specifica inoltre ciò che è possibile
conoscere di Dio mediante la ragione: ovvero la sua esistenza e
i principali attributi della sua natura; e ribadisce che tale conoscenza
costituisce un necessario presupposto della fede nella Rivelazione.
A tale dottrina il Concilio farà poi corrispondere la condanna di
ogni affermazione la quale sostenga che «Dio uno e vero, creatore
e Signore nostro, non possa essere conosciuto con certezza dal lume
della ragione naturale, attraverso le cose create» (DH 3026).
La ragione umana è dunque ritenuta capace, anche con le sue sole
forze, di conoscere lesistenza di Dio come principio e fine
di tutte le cose e di elevarsi, mediante losservazione delle
sue opere, alla conoscenza dei suoi attributi di onnipotenza, di
perfezione e di bontà. Tale verità, che appartiene di per sé allambito
della filosofia, viene qui affermata come definizione di fede, cosa
che implica la riprovazione di ogni forma di agnosticismo, soprattutto
nelle sue molteplici espressioni moderne.
Secondo alcuni autori, fra i quali C. Fabro, occorrerebbe per questo qualificare di
agnosticismo teologico tutte quelle posizioni teologiche le quali,
radicalizzando la trascendenza di Dio e la debolezza della ragione umana, dichiarano che
è possibile conoscere di Dio soltanto le verità che provengono dalla Rivelazione, ossia
dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione. Così alcuni esponenti, nellepoca
patristica e nel periodo della Scolastica, della teologia negativa di derivazione
pseudo-areopagitica; ma anche i teologi musulmani seguaci rigorosi del Kalàm
(tradizione); e lo stesso Mosé Maimonide, il maestro della teologia giudaica medievale,
secondo il quale Dio non può essere nominato mediante nomi positivi che fanno riferimento
alle cose create, essendo la sua natura totalmente trascendente la creazione. In modo
particolare, sarebbero espressione di agnosticismo teologico tutte quelle teologie dei
secoli XVII-XIX le quali, in reazione al razionalismo e allilluminismo, diminuirono
le possibilità della ragione umana, fino a renderla incapace di conoscere le verità
naturali, e si affidarono o alla sola fede (fideismo) e alla tradizione (tradizionalismo),
oppure pretesero che per giungere a qualsiasi verità la ragione umana dovesse attingere
direttamente allessenza divina (ontologismo).
Occorre considerare che tendenze fideistiche sono state da sempre presenti nella storia
della cultura cristiana, e sono state difese anche da spiriti nobili che hanno inteso più
che altro salvaguardare la fede da alcuni errori filosofici, specie dal razionalismo e dal
nichilismo: posizioni in diverso modo vicine al fideismo possono
rintracciarsi nellepoca patristica in Taziano e Tertulliano; in Pier Damiani e
Guglielmo dOckham nel medioevo; in Pascal, Kierkegaard, Chestov, Dostoevskij o de
Unamuno nellepoca moderna; ma soprattutto in Martin Lutero
(1483-1546). Il fideismo ha inoltre trovato una formulazione compiuta nel XIX secolo con
L.-E. Bautain (1796-1867) e F.-R. de Lamennais (1783-1854), seriamente preoccupati per gli
ostacoli opposti alla fede dal pensiero moderno. Il magistero cattolico, pur riconoscendo
le rette intenzioni dei sostenitori di tale corrente di pensiero, considera tuttavia il
fideismo, nella sua formulazione teoretica e teologica, come una forma di agnosticismo. In
modo analogo considera come espressione di agnosticismo il
«tradizionalismo», che ha avuto nel XIX secolo sostenitori qualificati
in J. De Maistre (1753-1821) e L.-G.-A. De Bonald (1754-1840), e che sostiene il primato
della tradizione della Chiesa, riduttivamente intesa, contro lautorità della
ragione filosofica. Sia il fideismo che il tradizionalismo, in nome del primato della fede
e della tradizione, e per una giustificata reazione alla ratio separata della
modernità, sono giunti a negare alla ragione umana anche le sue legittime capacità,
incorrendo pertanto in articolate formulazioni di agnosticismo.
Il magistero cattolico ha considerato come una forma di agnosticismo
anche l«ontologismo», già sostenuto da Nicolas
de Malebranche (1638-1715), sebbene il termine venne coniato da
Vincenzo Gioberti (1801-1852) nella sua Introduzione allo studio
della filosofia (1840), e che fu attribuito anche alla filosofia
di Antonio
Rosmini (1797-1855), procurandole così una condanna che solo di
recente è stata ufficialmente riconosciuta superata,
una volta storicamente accertato che le tesi giudicate erronee (cfr.
DH 3201-3241) non erano rappresentative del pensiero dellautore
(cfr. OR, 30.6-1.7.2001, p. 5). Lontologismo, per reagire
al razionalismo, ma in modo diametralmente opposto al fideismo,
affermò che la ragione umana ha una qualche visione della verità
direttamente nellessenza divina, nel senso che Dio non è solo
il primum nellordine dellessere ma anche primum
nellordine del conoscere. La ragione umana, per lontologismo
come per il fideismo, non possiede nessuna facoltà realmente autonoma,
sebbene possa elevarsi alla conoscenza di ogni verità intuendola
direttamente nella verità e nellessenza divina
(cfr. DH 2841-2847);
2. La questione circa il carattere agnostico del modernismo.
Il magistero della Chiesa ha poi ritenuto essere una forma di agnosticismo
anche il «modernismo», movimento filosofico-religioso
sviluppatosi in seno al cattolicesimo tra il XIX e il XX secolo,
e caratterizzato da una accettazione sovente acritica dei principi
della filosofia moderna. Il modernismo, i cui principali rappresentanti
furono Le Roy e Loisy in Francia, Tyrrell in Inghilterra, Fogazzaro
e Bonaiuti in Italia, fu condannato da Pio X (1903-1914) in numerosi
documenti: innanzi tutto dal decreto Lamentabili del 1907
e poi, nello stesso anno, dalla Lettera enciclica Pascendi dominici
gregis, e infine nel 1910 dal motu proprio Sanctorum antistitum.
Pio X definì il modernismo come la «sintesi di tutte le eresie»,
volendo con ciò significare che in questa corrente sembravano confluire
tutti gli errori manifestatisi nel pensiero dellepoca moderna:
lagnosticismo, il relativismo, il soggettivismo, il razionalismo,
lo scientismo, limmanentismo, lo storicismo, con la conseguenza
di ridurre la fede ad una forma di vago sentimento, sottoporre il
contenuto del dogma alle leggi mutevoli della storia e voler fare
della Chiesa una società puramente spirituale e mistica, in opposizione
a quanto in essa vi era di visibile e di organicamente strutturato.
Il modernismo è in qualche modo una conseguenza, sul piano teologico,
dellagnosticismo kantiano, perché per i modernisti «la
ragione umana è ristretta interamente entro il campo dei fenomeni,
che è quanto dire di quel che appare e nel modo in cui appare: non
diritto, non facoltà naturale le concedono di passare più oltre.
Per questo non è dato a lei di innalzarsi a Dio, né di conoscerne
lesistenza, sia pure per mezzo delle cose visibili. E da ciò
si deduce che Dio, riguardo alla scienza, non può affatto esserne
oggetto diretto; riguardo alla storia non deve mai reputarsi come
oggetto storico» (DH 3475). Va precisato che il termine scienza
qui utilizzato è da intendersi nel senso di conoscenza certa, soggetto
di una ragione esercitata in modo rigoroso, e che se i modernisti
insistevano sulla storia come dimensione entro la quale la religione
e il dogma necessariamente si esprimono ed evolvono, al tempo stesso
essi svalutavano il carattere storico della Rivelazione,
ovvero la conoscibilità storica degli interventi di Dio e la storicità
delle stesse gesta di Gesù Cristo, in favore di un rapporto più
spirituale e soggettivista fra Dio e luomo da Lui interpellato.
Nel contesto del modernismo non solo la conoscenza filosofica di
Dio, ma la stessa possibilità di una rivelazione divina nella storia
vengono considerate come dottrine legate a forme di intellettualismo
che devono considerarsi superate. Per la Pascendi lagnosticismo
dei modernisti conduce ad un agnosticismo scientifico e storico,
inteso come passaggio preliminare e necessario verso una esperienza
religiosa non più fondata sul rito e sul dogma quali espressioni
normative di una comunità credente, né tantomeno suffragata dal
conforto di una conoscenza filosofica e metafisica, ma unicamente
basata sulla soggettività (principio dellimmanenza religiosa,
cfr. DH 3477. Per il tema dellesperienza religiosa ESPERIENZA,
V).
3. Il Concilio Vaticano II. Gli insegnamenti del Vaticano
I e di s. Pio X circa gli effetti negativi che la posizione agnostica
causa tanto sulla filosofia quanto sulla teologia, sono stati ripresi
dal magistero del Concilio Vaticano II, il quale tuttavia si sofferma
in modo particolare sulle conseguenze che lagnosticismo ha
nella vita pratica, etica e religiosa, delluomo di oggi, venendo
di fatto a costituire il presupposto culturale del vasto fenomeno
dellindifferenza religiosa contemporanea. La Costituzione
pastorale Gaudium et spes, nel riconoscere che lagnosticismo
della cultura contemporanea assume varie forme ed aspetti non sempre
evidenziabili con chiarezza, ne parla tuttavia esplicitamente proprio
in riferimento al pensiero scientifico: «L'odierno progresso
delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo non
possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire
un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione
di cui fanno uso queste scienze, viene innalzato a torto a norma
suprema di ricerca della verità totale. Anzi, vi è il pericolo che
l'uomo, troppo fidandosi delle odierne scoperte, pensi di bastare
a se stesso e più non cerchi cose più alte» (n. 57). Lagnosticismo
viene dunque visto soprattutto come esito di un progresso scientifico
che ha assunto la scienza e il suo metodo «a norma suprema
di ricerca della verità totale», facendo decadere ogni altra
conoscenza a rango di verità solo probabile, incerta, e senza fondamento
sicuro.
In continuità con la Gaudium et spes, si è occupato dellagnosticismo
anche il Catechismo della Chiesa cattolica (1992), il quale
sottolinea come dallagnosticismo culturale e filosofico derivi
come conseguenza un atteggiamento pratico di indifferenza nei confronti
di Dio e del problema religioso: «Lagnosticismo assume
parecchie forme. In certi casi lagnosticismo si rifiuta di
negare Dio; ammette invece lesistenza di un essere trascendente
che non potrebbe rivelarsi e di cui nessuno sarebbe in grado di
dire niente. In altri casi lagnostico non si pronuncia sullesistenza
di Dio, dichiarando che è impossibile provarla, così come è impossibile
ammetterla o negarla» (CCC 2127). Ciò riveste particolare
rilevanza dal punto di vista pastorale, perché «lagnosticismo
può talvolta racchiudere una certa ricerca di Dio, ma può anche
costituire un indifferentismo, una fuga davanti al problema ultimo
dellesistenza e un torpore della coscienza morale. Troppo
spesso lagnosticismo equivale ad un ateismo pratico»
(CCC 2128). Analoghe preoccupazioni nei confronti dellagnosticismo,
considerato dalla Chiesa come un fenomeno di sempre più vasta portata,
e collegato al fenomeno dellateismo e dellindifferenza
religiosa, sono state espresse dai numerosi documenti del Segretariato
per i non credenti, ora Pontificio consiglio della Cultura
(cfr. Segretariato per i non credenti, 1978).
4. La critica allagnosticismo ed il filosofare nella fede
secondo la Fides et ratio. La Lettera enciclica
Fides et ratio (1998) di Giovanni Paolo II racchiude e sintetizza
la dottrina della Chiesa sullagnosticismo, ma la completa
con una riflessione sul rapporto tra ragione e fede che tiene conto
di tutte le istanze del pensiero cristiano, anche nel suo drammatico
confronto con la modernità, ed offre la base per una riflessione
rinnovata intorno alla questione della conoscenza filosofica di
Dio. Dopo aver inquadrato, proprio in apertura, la situazione di
una filosofia che «invece di far leva sulla capacità che l'uomo
ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e
i condizionamenti», e dalla quale «sono derivate varie
forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca
filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo»
(n. 5), lenciclica sviluppa il suo tema centrale, quello di
ribadire il valore non relativo ma metafisico delle
verità raggiunte dallintelligenza umana intorno a Dio.
Il documento intende così confermare la dottrina tradizionale circa
la capacità della ragione umana di presentare, nellorizzonte
della filosofia dellessere creato, «unapertura
piena e globale presso tutta la realtà, oltrepassando ogni limite
fino a raggiungere Colui che a tutto dona compimento» (n.
97). Ma nella Fides et ratio è presente anche una ferma condanna
della ratio separata della modernità, la quale «più
che laffermazione della giusta autonomia del filosofare, costituisce
la rivendicazione di una autosufficienza del pensiero che si rivela
chiaramente illegittima» (n. 75; cfr. anche n. 45); e ciò
perché «rifiutare gli apporti di verità derivanti dalla rivelazione
divina significa precludersi laccesso a una più profonda conoscenza
della verità, a danno della stessa filosofia» (n. 75). Nei
confronti della conoscenza di Dio si dovrebbe dunque parlare, per
la Fides et ratio, di una filosofia cristiana,
capace di coniugare la ragione e la fede,
la filosofia e la teologia, le due ali
con le quali luomo può elevarsi fino al mistero di Dio. «Recuperando
quanto è stato patrimonio del pensiero cristiano ha
scritto Giovanni Paolo II in unoccasione successiva
il rapporto tra la teologia e la filosofia dovrebbe realizzarsi
allinsegna della circolarità (Fides et ratio,
73). In questo modo sia la teologia che la filosofia si aiuteranno
reciprocamente per non cadere nella tentazione di imbrigliare nelle
secche di un sistema la novità perenne che è racchiusa nel mistero
della rivelazione portata da Gesù Cristo. Essa resterà sempre con
la sua carica di radicale novità, che mai nessun pensiero potrà
spiegare pienamente né esaurire» (Il magistero dei Padri
nellEnciclica Fides et ratio, OR, 13.11.1998,
p. 4). E poiché «nessuna forma storica della filosofia può
legittimamente pretendere di abbracciare la verità nella totalità,
né di essere la spiegazione piena dellessere umano, del mondo
e del rapporto delluomo con Dio» (Fides et ratio,
51), ne consegue che solo una filosofia capace di armonizzarsi con
la fede può attingere alla verità nella sua pienezza. La Fides
et ratio considera pertanto i due momenti su cui deve articolarsi
una filosofia cristiana. Il momento soggettivo, «che
consiste nella purificazione della ragione da parte della fede»
e che «libera la ragione dalla presunzione, tipica tentazione
a cui i filosofi sono facilmente soggetti. Già san Paolo e i Padri
della Chiesa e, più vicino a noi, filosofi come Pascal e Kierkegaard
lhanno stigmatizzata» (n. 76). E il momento oggettivo,
riguardante i contenuti della stessa conoscenza filosofica di Dio,
giacché «la Rivelazione propone chiaramente alcune verità
che, pur non essendo inaccessibili alla ragione, forse non sarebbero
mai state da essa scoperte, se fosse stata abbandonata a se stessa.
In questo orizzonte si situano questioni come il concetto di un
Dio personale, libero e creatore, che tanto rilievo ha avuto per
lo sviluppo del pensiero filosofico e, in particolare, per la filosofia
dellessere. A questambito appartiene pure la realtà
del peccato, così com'essa appare alla luce della fede, la quale
aiuta a impostare filosoficamente in modo adeguato il problema del
male. Anche la concezione della persona come essere spirituale è
una peculiare originalità della fede» (n. 76). In altri termini,
alla Rivelazione appartiene anche la manifestazione di alcune fondamentali
verità filosofiche che la ragione, lasciata a se stessa, è stata
incapace di raggiungere.
IV. Agnosticismo e possibilità di un discorso su Dio
1. Conoscibilità e inconoscibilità di Dio. La corretta interpretazione
della dottrina cattolica espressa dai documenti precedentemente
citati deve svolgersi nel contesto di tutto il magistero ordinario
e della tradizione teologica della Chiesa nei confronti del problema
della conoscenza di Dio. I Padri e i Dottori della Chiesa hanno
infatti sostenuto concordemente due verità presenti simultaneamente
nella Rivelazione biblica: da una parte, la possibilità di conoscere
Dio, procedendo in modo analogico e partendo dalle creature ( ANALOGIA,
III.1; SAPIENZA, LIBRO DELLA, III.3); dallaltra, hanno difeso
anche limpossibilità, per la ragione umana, di conoscere Dio
in modo immediato e pienamente distinto nella sua intima natura.
I due poli di tale quadro gnoseologico sono paradigmaticamente espressi
dalla stessa Scrittura. Alle considerazioni riportate da s. Paolo
nella Lettera ai Romani, «infatti, dalla creazione
del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate
con lintelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna
potenza e divinità» (Rm 1,20), vanno affiancate laffermazione
non meno esplicita del Vangelo di Matteo «nessuno conosce
il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio
e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo» (Mt 11,27)
e la conclusione del solenne Prologo del Vangelo di Giovanni:
«Dio nessuno lha mai visto: proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Furono già i Padri
della Chiesa a mostrare quella duplice preoccupazione: affermare
la conoscibilità di Dio mediante il lume naturale della ragione
e la riflessione sulle opere della creazione, e sottrarre la conoscenza
di Dio da ogni determinazione puramente razionalistica o gnostica,
che ne avrebbe eliminato o sminuito il mistero. Si può dire che
questo duplice insegnamento patristico intorno alla conoscenza
di Dio si sia sviluppato in seguito come teologia affermativa
o apofantica, e come teologia negativa o apofatica,
ed abbia offerto fino ad oggi lo sfondo di tutta la complessa riflessione
cattolica sul problema ( LOGICA,
V.1). La preoccupazione di salvaguardare la dignità della ragione
umana nel conoscere lesistenza di Dio, non può essere infatti
disgiunta, in ambito cristiano, dalla corrispondente ed analoga
preoccupazione di non ridurre il mistero dellessere e della
vita divini entro categorie puramente razionali. Non è un caso che
tutta la tradizione patristica di ispirazione neoplatonica, sia
greca che latina, abbia considerato come una superbia (hybris)
del pensiero ogni tentativo di voler comprendere con
la sola ragione il mistero di Dio. «Dal momento che parliamo
di Dio scrive Agostino , che meraviglia se
non comprendi? In verità, se comprendi, non è Dio»; in effetti,
continua sempre Agostino, «raggiungere (attingere)
Dio appena un poco con il pensiero è una grande beatitudine; quanto
a comprenderlo (comprehendere), invece, è assolutamente impossibile»
(Sermones, 117, 3, 5). A sua volta Giovanni Crisostomo, nel
suo sermone De incomprehensibile, ritiene addirittura blasfemo
ogni tentativo di voler comprendere Dio. E lo Pseudo-Dionigi,
che ha influenzato in modo determinante la nascita e lo sviluppo
della teologia negativa, specie attraverso laccoglienza che
la sua opera De divinis nominibus ebbe nella teologia medievale,
è convinto che «nella trattazione delle cose divine le negazioni
sono più veritiere, mentre le affermazioni non appaiono adeguate
alla natura segreta dellineffabile» (Coelestis Hierarchia,
II, 3). Egli propone nella sua Mystica Theologia un cammino
di purificazione che giunge fino a prescindere da ogni sensibilità,
rappresentazione di forme o discorsi, per ascendere alla conoscenza
di Colui che tutto trascende. Chi vuole accostarsi al mistero di
Dio «si distacca da ciò che è visibile e da coloro che vedono,
e penetra nella tenebra veramente mistica dellignoranza. Rimanendo
in essa chiude ogni percezione conoscitiva ed entra in colui che
è del tutto intoccabile ed invisibile: allora appartiene veramente
a colui che tutto trascende, senza essere più di nessuno, né di
se stesso né di altri; fatta cessare ogni conoscenza, si unisce
al principio del tutto sconosciuto» (Mystica Theologia,
I, 3). E ciò perché Dio non è oggetto di nessuna facoltà umana,
ovvero non corrisponde adeguatamente né al senso, né alla fantasia,
né allopinione, né al discorso, né alla scienza.
2. Il pensiero di Tommaso dAquino. Questa dottrina,
concorde nei Padri della Chiesa, ha ricevuto nellambito della
tradizione latina una chiara formulazione con s. Agostino
ed una consacrazione definitiva con s.
Tommaso DAquino. Scrive Tommaso: «Come afferma Agostino,
Dio sfugge ad ogni modalità (omnem formam) del nostro intelletto»
(In IV Sent., d. 49, q. 11, a. 1 ad 3um), e poiché
«la Causa prima è superiore ad ogni esposizione che di Lei
si possa fare» (Liber De causis, prop. V), occorre
affermare che «la conoscenza di Dio (scientia de Deo)
non appartiene alluomo» (In IV Sent., d. 49,
q. 11, a. 7, ad 12um). La ragione umana può giungere
a conoscere lesistenza di Dio ed alcuni attributi della sua
natura, ma non potrà mai comprendere la sua essenza, perché questo
significherebbe semplicemente divinizzare la ragione. Questo è stato
in effetti lerrore di G.W.F. Hegel (1770-1831), la cui filosofia
ha preteso di esprimere lessenza stessa della divinità, assolutizzando
in tal modo la ragione umana e rendendola divina. Per
s. Tommaso invece, interprete dellautentica dottrina del magistero
cattolico, «di Dio noi non possiamo conoscere ciò che è [lessenza],
ma piuttosto ciò che non è» (Summa theologiae, I, q.
3, Prologo).
La dottrina di Tommaso sulla conoscenza di Dio da parte del lume naturale della
ragione, come quella sul rapporto tra teologia negativa o apofatica o
mistica e teologia positiva o apofantica o affermativa, sa
coniugare insieme le legittime istanze della ragione filosofica, senza per questo cedere
al razionalismo, e le giuste pretese della teologia negativa, senza giungere ad un
apofatismo agnostico che semplicemente renderebbe estraneo Dio non solo alla conoscenza,
ma anche al rapporto di comunione con luomo. Per questo suo grande equilibrio, si
può affermare che la dottrina di Tommaso dAquino coincide in pieno su questo punto
con la dottrina del magistero cattolico, come è comprovato dai numerosi riconoscimenti
tributatogli da parte di vari documenti, dalla Aeterni Patris (1879) alla Fides
et ratio (1998).
In particolare, la dottrina tomista sulla conoscibilità di Dio
si può così riassumere ( TOMMASO
D'AQUINO, V; LOGICA, V.2). In primo luogo la ragione umana può conoscere
adeguatamente le proprietà degli enti creati e, dalle sue operazioni,
anche la natura spirituale dellanima, sebbene lo stesso Aquinate
non manchi di riconoscere che «cognoscere quid sit anima,
difficillimum est» (De Veritate, q. 10, a. 8 ad 8um).
Ma la ragione non può conoscere adeguatamente le essenze né delle
cose corporali, né di quelle spirituali, perché tale conoscenza
presuppone la comprensione della materia prima ( MATERIA,
II.3) e della libertà, ed è pertanto riservata solo allintelletto
divino, che è il primo principio e il fine ultimo di tutte le creature.
In secondo luogo, la ragione umana può giungere tuttavia, con le proprie forze e dopo
un adeguato esercizio, a conoscere lesistenza di Dio e i principali attributi che
riguardano la sua natura (eternità, semplicità, unità, spiritualità, bontà, verità,
ecc.), ed i suoi rapporti con il creato (onnipotenza, onniscienza, provvidenza, ecc.).
Tutto il cammino della filosofia antica, soprattutto nelle grandi metafisiche di Platone e
di Aristotele, testimonia che la ragione è capace di pervenire, partendo dagli enti
finiti, a riconoscere che il loro fondamento dessere è in un Primo Principio
trascendente, Causa di tutto ciò che è, Intelligenza suprema e ordinatrice del cosmo. Ma
s. Tommaso avverte che tale conoscenza è solamente indicativa, non
comprensiva, perché mai pienamente adeguata alla natura divina, la
quale eccede sempre i limiti della ragione umana. Eppure, ciò nonostante, è conoscenza
necessaria e veritiera: «Ora, tra le cose che affermiamo di Dio ci sono due tipi
di verità. Ce ne sono alcune che superano ogni capacità della ragione umana: come, per
es., lunità e trinità di Dio. Altre invece possono essere raggiunte dalla ragione
naturale: che Dio esiste, per es., che è uno, ed altre cose consimili. E queste furono
dimostrate anche dai filosofi, guidati dalla luce della ragione naturale» (Contra
Gentiles, I, c. 3).
Ne consegue che la conoscenza di Dio da parte del lume naturale, che di per sé è
finito e muove dalle perfezioni finite delle creature, è una conoscenza limitata al
fatto che Egli sia (quia est), ma impossibilitata a comprendere
in modo adeguato il quid est, ovvero lessenza divina. Molto realisticamente
s. Tommaso riconosce inoltre che tale conoscenza naturale si raggiunge non in modo
immediato ma dopo molto sforzo, non da parte di tutti ma solo da pochi, e che a motivo del
peccato originale è una conoscenza mescolata ad errore (cfr. Summa theologiae, I,
q. 1, a. 1). Gli stessi Platone ed Aristotele, infatti, pur conseguendo una elevata
conoscenza di Dio e della sua natura, non poterono pervenire alla verità della
creazione, la quale, pur riguardando nei suoi effetti molte conoscenze di
ordine naturale, poté essere raggiunta solo mediante la Rivelazione.
Infine, s. Tommaso coniuga con grande equilibrio la teologia
affermativa, di cui offre una grandiosa espressione nella Summa Theologiae,
e la teologia negativa, soprattutto nella sua formulazione
pseudo-areopagita, verso la quale ha mostrato grande considerazione, offrendole un ancor
più sistematico fondamento dottrinale. In una delle pagine iniziali della Summa,
così egli scrive: «Ma siccome di Dio non possiamo sapere che cosa è, ma
piuttosto che cosa non è, non possiamo indagare come egli sia, ma piuttosto come non
sia» (Summa theologiae, I, q. 3, Prologo). E commentando lopera De
divinis nominibus dello Pseudo Areopagita affermerà: «La cosa più alta
che, in merito alla conoscenza di Dio, possiamo raggiungere in questa vita è che Dio è
al di sopra di tutto ciò che possiamo pensare, e dunque un parlare di Dio che proceda per
la via di negazione (per remotionem) è quello massimamente adatto» (In
De divinis nominibus, I, 1, 3).
Siamo pertanto dellidea che s. Tommaso salvaguardi, in modo
mirabile e probabilmente come nessun altro nella storia della cultura
cattolica, i diritti della ragione e i diritti di Dio, offrendo
una sintesi di pensiero che può fornire ancor oggi unilluminante
risposta alle sfide dellagnosticismo religioso e teologico.
V. Osservazioni conclusive
Ai nostri giorni lagnosticismo, soprattutto nelle conseguenze
che si riflettono sulla filosofia e sulla cultura, sembra aver preso
il volto del relativismo in ambito filosofico, e quello dellindifferentismo
nellambito della mentalità comune. La tesi della non conoscibilità
razionale di Dio, e più generalmente dellunica verità
(colta in qualcuno dei suoi aspetti o anche da diversi punti di
vista complementari), che in Occidente ha avuto come punto originante
e sistematico il pensiero di Kant, cui hanno fatto seguito le correnti
idealiste, esistenzialiste, e finalmente nichiliste, si è ben coniugata,
recentemente, con forme di gnosi assai diverse, che sanno far coesistere
le visioni del mondo più totalizzanti ed il sincretismo più ampio
( NEW
AGE), a spese della significanza delle questioni centrali sulla
verità e sullunico Dio. Dalliniziale agnosticismo gnoseologico,
la razionalità filosofica si è via via stemperata evolvendosi, prima
verso il volontarismo, poi verso il sentimentalismo e il vitalismo,
che hanno posto il loro fondamento più sullistintività che
sullintelletto. Sebbene si intendesse con ciò salvare, per
luomo, quelle sfere di valori che apparivano irrinunciabili
per unordinata convivenza civile, necessariamente aperta all
istanze del pluralismo, tale processo ha condotto, secondo la severa
analisi di Husserl, ad «una vera e propria bancarotta della
conoscenza oggettiva» (La crisi delle scienze europee e
la fenomenologia trascendentale, tr. it. Milano 1983, p. 115).
Così, prima fra le conseguenze dellagnosticismo contemporaneo,
letica (pratica) ha preso il posto della metafisica (teoretica),
non potendo però evitare il problema della giustificazione dei suoi
stessi fondamenti, la cui risoluzione viene oggi spesso cercata
per una via non più metafisica.
In sede di riflessione teologica lagnosticismo ha primariamente influenzato il
rapporto fra fede e ragione soggiacente la teologia delle tradizioni riformate, più
inclini ad un discorso su Dio ove la priorità della Rivelazione diventa autosufficienza
della Parola di Dio rispetto alle istanze della ragione, e luniversalità
dellappello salvifico cercata principalmente su basi esistenziali (Lutero, Bultmann)
ed assai meno sulla base di una ragione o di una natura comune a tutti gli uomini. Ma i
rapporti fra teologia ed agnosticismo saranno sempre delicati e di soluzione non
immediata, semplicemente perché il momento apofatico (via negativa) resta per la teologia
una condizione irrinunciabile della sua riflessione su Dio. Limpiego di tale momento
trova però il suo completamento, come ad esempio proprio in Tommaso dAquino,
nellutilizzo di una via affermativa e di una via di eminenza, guidata proprio da
quel principio dellanalogia entis verso cui i riformatori (Barth) hanno
sempre mostrato minore confidenza. Quando lequilibrio fra questi diversi
momenti o vie del discorso teologico diviene
problematico, la teologia può terminare accogliendo la prospettiva di un Dio non soltanto
indicibile (come raccomandavano i Padri, la teologia monastica o la Scrittura stessa), ma
ultimamente non-detto (Heidegger) e, perciò, non comunicabile.
Sul versante delle scienze si deve rilevare come anche la filosofia della scienza ha
spesso proiettato sulla scienza, o meglio sulla sua interpretazione del pensiero
scientifico, le stesse conseguenze dellagnosticismo, teorizzando
uninterpretazione delle teorie scientifiche in cui lesperienza e la teoria
giocano un ruolo sempre più strumentalistico e sempre meno
conoscitivo, fino allinevitabile funzionalismo di una scienza ritenuta
neutra, e perciò più facilmente dipendente dalle leggi
delleconomia e delle politiche sociali. E si è avuto buon gioco nel compiere questa
operazione, perché le scienze naturali e matematizzate sono
ipotetiche e non apodittiche e necessitano di fondamenti indimostrati,
i quali, in luogo di essere compresi come punti di aggancio verso un agnosticismo
conoscitivo, rappresentano in realtà i presupposti metafisici della scienza stessa e,
come tali, indimostrabili dallinterno del metodo scientifico. Da alcuni anni a
questa parte, però, il problema dei fondamenti delle scienze sta diventando sempre più
stringente e sta riproponendo, in termini rigorosamente logico-matematici, la questione
sulla reale possibilità di un fondamento autofondato di tutto il sapere. Ed è proprio
grazie al riaffacciarsi di queste problematiche, che le scienze matematizzate sembrano
oggi aprirsi alle più serie questioni logico-metafisiche alla ricerca di una fondazione
non agnostica per tutto il loro sistema.
Il Magistero della Chiesa sembra aver presagito tutto questo in molte delle sue
dichiarazioni, già a partire dal XIX secolo fino alle più recenti, ma non era certo suo
compito la costruzione di una nuova sistematica di pensiero filosofico che superasse
lagnosticismo. Cè da chiedersi se, ai nostri giorni, lagnosticismo, con
le sue molteplici conseguenze, non abbia esaurito la sua carica filosofica, che ne vide il
sorgere in ambito gnoseologico prima ancora che etico o scientifico, e non stia lentamente
mutandosi in unideologia.
Gaspare Mura
Vedi: ATEISMO;
DIO; EPISTEMOLOGIA; FIDEISMO; METAFISICA; VERITÀ; HUME, D.; KANT,
I.; TOMMASO D'AQUINO.
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