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AGAZZI E. et al., La Tecnica. La vita. I dilemmi dell’azione
, Seconda navigazione - Annuario di Filosofia
, Leonardo Mondadori, Milano
1988
Volume dell’Annuario di Filosofia del 1998, che prende spunto dalla constatazione che la tecnologia si può considerare la nuova forza “ecumenica” che supera ogni barriera, culturale, religiosa, politica e ambientale. Tuttavia, pur essendo oggi l’elemento con maggiori capacità di produrre universalità nel mondo, non è allo stesso tempo accompagnata da una riflessione filosofica adeguata. La “filosofia della tecnica”, dopo gli estremi rappresentati da Comte e Condorcet da un lato, e Spengler e Leopardi dall’altro, è oggi quasi del tutto assente nel panorama culturale, sia all’interno della filosofia della scienza, sia nella riflessione epistemologica più in generale. Da alcuni anni è sorta la riflessione etica su alcuni temi, ad esempio la bioetica, ma tali approfondimenti, come è spiegato nella seconda parte del libro, necessitano di nuovi studi filosofici di carattere descrittivo, teoretico e ontologico, anzitutto su alcuni concetti, recuperati dopo un periodo di oblio e talvolta di dissolvimento, quali quelli di sostanza e natura. I tredici contributi di noti filosofi italiani e stranieri, nella prima parte del volume, richiamano l’esigenza, anche metafisicamente fondata, di una nuova e ragionata riflessione sull’argomento e affrontano, nella terza parte ed ultima parte, alcuni dei nodi più importanti di tale dibattito, quali quelli legati alla vita, ossia la genetica, la clonazione e la libertà.
ARDIGÒ A., GARELLI F., Valori, scienza, trascendenza
, 2 voll.
, Fondazione Agnelli, Torino
1990
«L'attuale stadio di sviluppo della scienza sembra caratterizzarsi per un insieme di problematiche e tensioni così decisive da innescare un profondo processo di ridefinizione degli ambiti del sapere scientifico e dello stesso ruolo della scienza nella società» (p. 7), spiega Franco Garelli, docente Sociologia della Conoscenza presso l’Università di Torino e attuale preside della Facoltà di Scienze Politiche, presentando l’indagine sul rapporto tra scienza e trascendenza, condotta assieme ad Achille Ardigò, professore di Sociologia all'università di Bologna. Il volume Valori, scienza e trascendenza, sottotitolato "Una ricerca empirica sulla dimensione religiosa degli scienziati", edito dalla Fondazione Giovanni Agnelli nel 1989, si propone di riflettere sul rapporto tra ricerca, sapere scientifico, applicazioni tecnologiche e forme culturali con l'obiettivo, spiega Marcello Pacini, direttore della Fondazione, nella prefazione, di «comprendere quale sia la cultura degli scienziati, le loro rappresentazioni del mondo, le loro convenzioni ideologiche e politiche, la loro immagine di sé come singoli o gruppi, le loro credenze e le opzioni di valore» (p. XIV). Tale fine è anche perseguito attraverso la presentazione dei risultati di precisi quanto articolati questionari, ancora oggi utili ad approfondire e portare alla discussione temi raramente oggetto di momenti di riflessione. I questionari sono stati indirizzati a tre gruppi di scienziati, fisici, biogenetisti e scienziati di Intelligenza Artificiale, allo scopo di verificarne gli interrogativi etici, di esaminare le implicazioni sociali della loro disciplina e di cogliere le domande di senso proprie dell'uomo di scienza, per valutare se vi sia un'apertura alla trascendenza che accompagni la ridefinzione del sapere scientifico. La ricerca, originale e pionieristica nel suo genere, condotta sul contesto scientifico italiano è allo stesso tempo profonda e attuale ancora oggi, e fa emergere un panorama molto vasto e ricco di spunti di riflessione (oggetto poi di un successivo convegno a Torino (1988) tra sociologi, scienziati, filosofi e teologi) che dimostra come vi siano dei segnali di novità culturale e di rottura con il passato, sia come singoli sia come gruppi di scienziati. Dalla analisi condotta emerge che la maggior parte dei ricercatori italiani crede in Dio, sebbene vi siano sensibili incertezze al momento di associare questa fede con i principali segnalatori di contenuto che caratterizzano l’identità cristiana. Incerte, e in parte ambigue, anche le risultanze circa il rapporto fra etica e scienza, che vede la maggior parte degli intervistati preferire la libertà di quest’ultima (ma a quale immagine di scienza ci si riferisce?) a spese di ogni fondamento o controllo etico. Come precisa Achille Ardigò, curatore della II parte dell'opera, lo scientismo scientista che rifiuta la trascendenza è in difficoltà a continuare a sostenere che l'uomo è il fine e la misura della tecnica perché ora, a motivo dei progressi delle tecnoscienze, «dal concepimento alla nascita, dai processi d'invecchiamento alla morte, tutte le tappe della vita divengono effettivamente o potenzialmente manipolabili e dunque per principio contingenti. […] Perciò la reazione a ciò che gli umanisti, credenti o atei, considerano eccessi delle attuali tecnoscienze, non può non uscire dal piano cognitivo attraverso l'insorgenza di questioni morali le quali richiamano i temi della trascendenza» (p. 203). I temi, oggetto dell'indagine e dell'analisi interpretativa che tentano di darne gli autori, si articolano sull'identità professionale, sul rapporto tra questioni etiche e conoscitive e sulla questione della relazione tra scienza e fede. Questi nodi argomentativi, strettamente legati alla ricerca "di frontiera", come ad esempio la manipolazione sulla natura e sull'uomo, il problema dell'applicazione di codici etici normativi e le numerose domande sui limiti della scienza e i suoi fondamenti stessi, portano ad aprire una riflessione filosofica con interrogativi di richiamo trascendente in cui la "secolarizzazione" della società e della scienza assieme con la cultura moderna e post-moderna sembrano essere messe in discussione. Come spiega ancora Garelli, «i recenti sviluppi della scienza sembrano attribuire una singolare attualità all'ipotesi di una realtà indipendente dalla nostra percezione, a prospettive che trascendono il livello dell'esperienza empirica […]. al termine trascendenza si attribuisce un significato molto ampio, nell'intento d'individuare un qualsiasi riconoscimento di una realtà che superi il dato empirico, che si ponga al di là di una visione immanente del mondo; e ciò indipendente dall'ambito o dai modi in cui detto riconoscimento abbia a manifestarsi» (p. 7).
BALDINI M., BENVENUTO E., NEUFELD K. (a cura di), L’uomo, la tecnica e Dio
, Dehoniane, Bologna
1994
Il volume raccoglie gli Atti di un convegno tenutosi nel capoluogo trentino nel 1991 sul tema L’uomo, la tecnica e Dio, editi dalle Dehoniane di Bologna e inseriti nella collana delle pubblicazioni dell’Istituto di Scienze Religiose di Trento. L’opera è composta di undici contributi, divisi tra una prima sezione di taglio storico e una seconda di impostazione più teologica, firmati da studiosi che si sono preposti di chiarificare il rapporto tra l’annunzio della fede e l’universo delle tecniche, questione in apparenza simile ma sostanzialmente diversa da quella, più dibattuta, del confronto tra scienza e fede. I curatori degli atti, Massimo Baldini, Edoardo Benvenuto e Karl Neufeld, hanno avuto la felice intuizione di spostare l’attenzione sul tema della tecnica proprio in considerazione del fatto che le tecniche «hanno determinato una vera svolta epocale nel modo di pensare, di comportarsi, di comunicare e di interagire a scala planetaria». Gli interrogativi sottesi ai vari interventi sono tutti di certa rilevanza: come aiutare l’uomo contemporaneo, che oscilla tra l’orgoglio per i miracoli della tecnica e il pessimismo profondo (se non addirittura l’angoscia) per il futuro? Come valutare, da parte del credente, il progresso tecnologico nell’orizzonte della fede? Gli stessi curatori del libro ne riassumono la tesi di fondo nei termini seguenti: «Nella prospettiva dell’annuncio della fede, si comprende come l’universo della tecnica non è un mondo da fuggire, ma da usare responsabilmente nel cammino della progressiva umanizzazione dell’uomo e dello stesso universo».
GEHLEN A., L'uomo nell'era della tecnica, Problemi socio-psicologici della civiltà industriale
, SugarCo, Milano
1984
Arnold Gehlen è uno dei più importanti sociologi del Novecento. Laureatosi nel 1934 in filosofia all’Università di Colonia, dopo la guerra fu professore ordinario a Lipsia e Königsberg. A Vienna diresse l’Istituto di psicologia. Insegnò sociologia all’Università di Speyer e di Aachen e divenne in seguito membro della Akademie der Wissenschaften di Vienna e dell’Institut International de Sociologie di Roma. Tra le sue opere più importanti abbiamo: Der Mensch, seine Natur und seine Stellung in der Welt (1962), Antropologiche Forschung (1963) e Urmensch and Spatkultur (1964). L’uomo nell’era della tecnica è un saggio di psicologia sociale che richiamandosi ad altre branche del sapere umano (fisica, matematica, strutturalismo, cibernetica ecc) e rifacendosi ad esperienze di altri studiosi (Spengler, Toynbee, Ortega y Gasset e Max Scheler) traccia una trama di interdipendenze tra mondo della techne e mondo organico. Ghelen studia lo sviluppo antropologico e culturale attraverso la storia e i progressi della tecnica: vuole dimostrare che mentre l’uomo del passato aveva con la natura un tipo di rapporto biologico, l’uomo contemporaneo invece si è trasformato in un ente strettamente connesso al mondo della tecnica: anche gli stati affettivi sono meccanicistiche riproduzioni di schemi tecnici “gusci di emozioni”. Mentre l’uomo antico maneggiava le proprie tecniche essendone cosciente, l’uomo moderno invece viene maneggiato da queste tecniche senza esserne cosciente. Gehlen influenzato dalle correnti di critica sociale (Scuola di Francoforte) ed esistenzialista (Heidegger) studia il problema della tecnica correlato allo sviluppo antropologico e sociologico dell’uomo, ma ne rovescia l’interpretazione critica tradizionale: «l’uomo non si sarebbe salvato senza la tecnica»: un uomo si concepisce come naturalmente “tecnico”, o meglio naturalmente destinato a diventare tecnico. L’uomo è un essere vivente organicamente carente rispetto agli altri: «L’antropologia moderna ha dimostrato che mancando di organi e di istinti specializzati, l’uomo non è conformato per un ambiente naturale, peculiare della sua specie, e di conseguenza non ha altra risorsa che trasformare con la sua intelligenza qualsivoglia stato di cose da lui incontrato nella natura. Povero di apparato sensoriale, privo di armi, nudo embrionale in tutto il suo habitus, malsicuro nei suoi istinti, egli è l’essere che dipende essenzialmente dall’azione». La riflessione antropologica di Ghelen porta a concepire l’uomo come incompiuto e dunque destinato ontogeneticamente ad essere “progetto di sé stesso”: questo destino ripaga tutte le sue carenze organiche: il destino di poter costruire una sua seconda “natura” o “mondo culturale” peculiare e unico nella sua specie. L’uomo (secondo una reminiscenza rinascimentale – vedi Bruno o Campanella) è stato creato da Dio con un’intelligenza essenzialmente tecnica, perché possa riguadagnare la sua superiorità sugli altri essere viventi. Solo l’uomo, proprio attraverso le sue capacità tecniche può esercitare un atto di volontà e libertà sulle necessità della natura. È in forza di questa libertà che l’uomo trasforma il mondo naturale, diventando homo technologicus o homo faber liberandosi dal regno della pura necessità. Gehlen a differenza delle filosofie apocalittiche antitecnologiche, esalta la tecnica come luogo di salvezza per l’uomo: quello che si deve combattere è la massificazione della società nell’era industriale: l’individuo viene sacrificato sull’altare della razionalità sociale: serve un nuovo soggettivismo: l’affermazione dell’uomo sulla massa, l’emergere dell’individuo nella collettività.
GUARDINI R., Lettere dal Lago di Como. La tecnica e l’uomo
(1923-25)
, Morcelliana, Brescia
1993
Apparse originariamente nella rivista tedesca Schildgenossen, le Lettere dal Lago di Como rappresentano ormai un testo classico, breve (poco più di 100 pagine) ma incisivo, che contiene le riflessioni dell’A. sul rapporto fra l’uomo e il progresso tecnico. L’occasione delle Lettere è suscitata dall’osservazione della progressiva invasione della tecnica nei paesaggi e nella vita sociale attorno al Lago di Como, ove Guardini trascorreva alcuni periodi di riposo, e che egli vede come un processo incipiente, sulla scia inesorabile di quanto già avvenuto nelle regioni dell’Europa centro-settentrionale. Il modo in cui l’A. riflette sul rapporto fra uomo e natura non è convenzionale né semplicista: ciò che lo interessa di più è cogliere i motivi dello scarto fra “cultura” (nel senso più fortemente antropologico del termine) e tecnica, rilevando che le modalità con cui l’uomo esercitava in passato il suo controllo sulla natura non sfuggivano mai al dominio “culturale” dell’uomo, ovvero alla primazia del suo umanesimo, un dominio che sapeva conservarsi armonico ed equilibrato. Il progresso tecnico dell’epoca moderna pare aver rotto questo equilibrio, giungendo per la prima volta a presentarci “forme di progresso non umane”. Le riflessioni di Guardini partono dalla vita vissuta — la lettura di questo saggio è attraente anche per questo — ma sanno ascendere alla generalità e all’aspetto teoretico dei problemi. Il lettore dovrà avere la pazienza di giungere fino alla nona ed ultima lettera, intitolata “Il nostro compito”, che contiene la chiave di lettura di tutto il saggio. Ciò che nelle precedenti lettere poteva sembrare un semplice sfogo nostalgico, diviene nelle riflessioni finali una visione ricca di ottimismo e di speranza, conducendo il lettore verso la precisa proposta di una “nuova umanizzazione della tecnica”. Il progresso tecnico, in sé, non è certamente un male, conclude finalmente Guardini, ma lo diviene quando a non crescere in armonia con il progresso è la dimensione autenticamente umana, e perciò spirituale, dell’uomo e della società in cui egli vive. Non è la tecnica che va frenata, ma l’umanità a dover essere accresciuta, consentendo all’essere umano di essere sempre signore e non schiavo di ciò che realizza e produce. Questo compito di “umanizzare la tecnica” si riallaccia per l’A. con il mandato originario della Genesi, in quanto il comandamento di dominare e assoggettare la terra ha, nelle sue risonanze esegetiche e spirituali più profonde, la valenza di umanizzare la terra, di renderla adatta allo sviluppo della vita umana e alla piena espressione delle sue dimensioni spirituali e trascendenti.
JONAS H., Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità
, Einaudi, Torino
1997
“Tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito e dunque realizzabile”: spinto dalla forte preoccupazione suscitata da una simile tesi utilitaristica, non esplicitamente enunciata ma certo non priva di riferimenti nel panorama attuale, uno dei protagonisti del dibattito bioetico contemporaneo, Hans Jonas (1903-1993) filosofo d’origine tedesca, vissuto in Inghilterra, Palestina, Canada e per lungo tempo professore negli Stati Uniti, elabora la sua riflessione e la sua proposta di un’etica applicata in questa raccolta di saggi (Technick, Medizin un Ethik. Zur Praxis des Prinzips verantwortung, 1985). Lo studioso di filosofia della natura e filosofia della tecnica, autore di altre opere come Il fenomeno della vita. Verso una biologia filosofica (1966) e Saggi filosofici. Dalla fede antica all'uomo tecnologico (1974) aveva già affrontato seriamente la tematica, anticipando e quasi prevedendo sviluppi scientifici e problemi allora quasi impensabili nell’opera precedente Il principio di responsabilità (1979) di cui quest’opera —curata da Paolo Becchi nell’edizione italiana— è un seguito importante per la dimensione pratico-esemplificativa che propone con lucidità e senza comunque mai rifiutare la tecnica o il progresso scientifico, ma cercando di suggerire una prospettiva più ampia e omnicomprensiva. La tecnica, la medicina e l’etica sono oggi tre discipline con un forte impatto non solo sul progresso scientifico e tecnologico, ma soprattutto sul futuro dell’umanità in quanto, senza una seria e profonda riflessione filosofica, etica e giuridica sulle scoperte scientifiche e le applicazioni tecnologiche, allo scopo di favorire “il bene interumano e pubblico”, secondo l’A., il rischio è la distruzione dell’umanità stessa. I saggi del filosofo offrono al lettore una chiara presentazione dei presupposti teorici del tema e delle sue conseguenze sul piano della prassi, cosa che comporta un’ampia riflessione sulla responsabilità di fronte a cui si trova oggi l’umanità. Parallelamente, l’A. esamina alcuni dei temi che suscitano i maggiori interrogativi etici e morali, come ad esempio la sperimentazione di farmaci su pazienti, la chirurgia estetica e le soluzioni eugenetiche, la definizione della morte a proposito dell’espianto di organi per trapianti, l’eutanasia. Questi temi richiedono tutti un esame etico dei valori coinvolti e una soluzione giuridica che deve necessariamente andare oltre a quelle che sono i principi propri dell’uomo di scienza, ossia la coerenza, l’intersoggettività e l’obbiettività dei risultati delle ricerche di propria competenza. L’invito dell’A. alla cautela dinanzi alle novità quotidiane e sensazionali della scienza e il forte richiamo ad una profonda riflessione interdisciplinare sull’arte medica, il suo fine e i suoi mezzi, nonché sull’integrità professionale del medico e sulla tecnica e la medicina come forme di agire moralmente giudicabili, consiste nel rispondere a tali timori salvaguardando in primis la dignità e l’integrità morale dell’uomo. È urgente cercare soluzioni non ambigue o parziali, o tanto meno fondate su visioni che comportino un appiattimento della morale sulla scienza o che considerino l’uomo soltanto “essere di natura”, e, quindi, passibile di ogni sperimentazione e manipolazione.
LADRIÈRE J., I rischi della razionalità
, SEI, Torino
1978
Il volume, risultato di uno studio commissionato dall’Unesco nel triennio 1974-1977 al filosofo belga, autore di formazione cattolica e docente di filosofia della scienza a Lovanio, rappresenta un importante punto di riferimento per l’approfondimento dei rapporti fra scienza, tecnologia e cultura. Alla luce delle trasformazioni storiche della scienza, da indagine veritativa di ambito teoretico a forma di sapere sostanzialmente orientato alla prassi, l’A. chiarisce in modo convincente il rapporto fra sapere scientifico e tecnologia, per occuparsi successivamente dell’influsso della scienza e della tecnologia sulle culture, tanto nelle loro dimensioni etiche quanto in quelle estetiche. Ladrière riconosce nel rapporto fra scienza contemporanea e cultura un duplice effetto: da un lato la scienza ha una conseguenza destrutturante e destabilizzante, perché trasforma le culture ponendo in crisi molte delle loro convinzioni ed eredità tradizionali; dall’altro, induce la costruzione di una nuova cultura, proponendosi come soggetto di potenzialità inedite e di innovazione. La prima parte del saggio si occupa dei rapporti fra scienza e tecnologia (rapporto che numerose opere interdisciplinari trattano spesso in modo convenzionale e filosoficamente poco approfondito, a differenza da quanto qui proposto dall’A.); la seconda parte analizza l’impatto della scienza e della tecnologia sulle culture, analizzandone meccanismi e contenuti; la terza parte, ispirata ad una filosofia dell’azione, offre una visione propositiva di sintesi nella quale, evitando toni profetici o semplicemente esortativi, si indicano alcune misure da prendere per salvaguardare lo sviluppo della scienza nei limiti della sua legittimità, assicurandone il radicamento e l’integrazione nella cultura umana, senza lasciarla deviare verso contenuti e finalità che né l’uomo, né la sua cultura, avrebbero interesse a vedere realizzati.
LATOUCHE S., La megamacchina. Ragione tecnico-scientifica, ragione economica e mito del progresso
, Bollati Boringhieri, Torino
1995
Esiste un luogo sulla terra o in “cielo” in cui l’uomo non sia schiacciato ed oppresso dalla tecnologia? Esistono ambiti e dimensioni che caratterizzano la vita dell’uomo che non lo costringano ad una esistenza all’interno di una struttura sociale di cui è solo comparsa? Sono due delle domande, raffiguranti altrettante immagini, tra le tante, che l’opera di Serge Latouche fa emergere e pone a cardine di un’ampia riflessione su quella che è la rappresentazione odierna del mondo in piena globalizzazione. Le risposte che l’autore dà sono negative. In questo volume l’A. fa emergere come la contraddizione dello sviluppo sostenibile sia in realtà uno slittamento tematico volto a garantire all’Occidente la possibilità di dominio su tutto il genere umano. La questione che Latouche pone è semplice: o esiste lo sviluppo oppure non esiste. In questa visione manichea della realtà, che pone come opzioni o la tecnolatria o la tecnofobia, Latouche propone come unica difesa e via di uscita la cultura, unica prospettiva entro cui si possa ammortizzare ed arginare un mondo che sembra ormai orientato alla fine. Non una cultura figlia delle ideologie (da quella marxista a quella socialista, da lui definita sottoprodotto del progresso), ma tradizionale e locale, che diviene fonte di educazione e di visione umana del rapporto tra uomo e mondo, generando quella “ragionevolezza” capace di arginare le derive del tecnicismo economico. Ampia e vasta è la esemplificazione sociologica ed antropologica portata per descrivere la situazione del mondo globalizzato, e chiara ne è la responsabilità asssociata all’origine culturale europea (Bacone soprattutto, ma anche Cartesio, passando per Marx). Riteniamo tuttavia che la soluzione proposta dall’A. resti poco efficace, almeno nei modi in cui essa viene prospettata: una cultura “isolata”, che sia quella dei Lele del Kasai o dei Quechua peruviani, non sembra poter svolgere il ruolo di “granelli di sabbia sempre più numerosi [che] minacciano di rompere tutto proprio per via della macchinazione del sociale” (p. 129). Resta il merito a Latouche di non arrendersi, a differenza di altri studiosi come Ellul, di fronte a quella che sembra la deriva di un mondo sempre più aggrovigliato ed agglutinato da una realtà che richiede ormai un’irrinunciabile sforzo di orientamento etico ed umano.
MANZONE G., La tecnologia dal volto umano
, Queriniana, Brescia
2004
L’opera di Gianni Manzone, docente di Dottrina Sociale della Chiesa alla Pontificia Università Lateranense, intende affrontare la tematica dello sviluppo tecnologico dal punto di vista antropologico, ovverosia si domanda come la tecnologia influisca sulla realtà non solo pratica ma anche culturale, in quanto essa modifica la nostra rappresentazione della realtà e dell’immagine che l’uomo ha di se stesso. Quali sono quindi le ricadute sul progetto di autorappresentazione dell’umano che hanno le tecnologie? Può la possibilità di superare ogni limite diventare in sé legittima, ed ogni limite incontrato presentarsi come un ostacolo da superare e basta? Che consapevolezza abbiamo del processo conoscitivo innescato dalle tecnologie? Si tratta di domande le cui ricadute non sono solo teoriche, ma etiche e sociali. Sottolineando opportunamente la tesi della non-neutralità della tecnologia, l’A. cerca di rispondere a queste domande lungo nove densi capitoli, prendendo come punto di partenza l’insegnamento sociale della Magistero della Chiesa, interessato a «far maturare una coscienza più viva del bene che è fondamento originario di ogni impresa umana e la precede quale garanzia, data in anticipo, della possibilità del compimento dell’opera, anche tecnologica» (p. 9).
NACCI M., Pensare la tecnica. Un secolo di ricomprensione
, Laterza, Bari
2000
Si tratta di un saggio attraente, rivolto ad un pubblico ampio. Michela Nacci, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università dell’Aquila, si pone in questo testo l’obbiettivo di spiegare come è stata percepita e interpretata la tecnica dagli intellettuali del Novecento. Nella prefazione del libro, Gianni Vattimo afferma che «il problema della tecnica non è un problema tra gli altri, sia pure importante, delle riflessioni del Novecento, ma è il tema dominante, per lo più esplicito ma presente anche là dove non appare, di tutta la riflessione e della cultura del secolo». L’A. si sofferma sui maggiori filosofi e scrittori che l'hanno tematizzata o comunque ne hanno discusso, da Spengler ad Heidegger, da Hannah Arendt a Mumford, da Wells a Orwell, da Horkheimer ad Adorno e a Lyotard: vengono indagati la sociologia del primo Novecento e la fantascienza, la cultura della crisi, la grande narrativa e le utopie negative. Facendo propria la tesi di Heidegger che «l’essenza della tecnica non sia qualcosa di tecnico», gli intellettuali del Novecento vi hanno cercato un’essenza. Ma la tesi dell’A. è che «salvo poche eccezioni, la filosofia ha interpretato la tecnica in modo distorto, deformato: ne ha fatto il demiurgo onnipotente che può tutto in ogni situazione». Michela Nacci sostiene, con argomenti spesso convincenti, che gli intellettuali del Novecento «non hanno capito la tecnica», e che sopra di essa hanno creato una gran quantità di equivoci e fraintendimenti. Un tema centrale è poi il rapporto fra tecnica e politica: da un lato infatti la tecnica è stata considerata strettamente connessa all'idea di democrazia, dall'altra è stata vista come l'incarnazione di un totalitarismo aggiornato con i tempi
PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE, Popolazione e risorse: rapporto (1991)
, Vita e Pensiero, Milano
1994
Il rapporto presentato è il risultato di una Settimana di studio che la Pontificia Accademia delle Scienze ha organizzato sul tema “Risorse e popolazione”, svoltasi dal 17 al 22 novembre 1991 con la partecipazione di numerosi studiosi provenienti da varie parti del mondo. In seguito a quell’incontro, un gruppo di esperti che avevano partecipato ai lavori si riunì più volte giungendo alla redazione del presente documento. L’intenzione fu quella di redigere un rapporto dove fosse privilegiata la chiarezza e la semplicità della sintesi, piuttosto che l’analisi su problemi per i quali la letteratura scientifica è molto vasta e il dibattito tra studiosi e organismi internazionali è continuo. Il testo è stato elaborato dal Professor Bernardo Colombo, dal teologo Georges Cottier, dal Consigliere Scientifico Ugo Farinelli e dal Professor Alberto Quadrio Curzio; inoltre, per l'Accademia delle Scienze, vi hanno partecipato mons. Renato Dardozzi e il prof. Giovanni Battista Marini-Bettolo all’epoca rispettivamente Cancelliere e Presidente della Pontificia Accademia. Finalità del documento era portare all’attenzione del Magistero della Chiesa un insieme di fatti, considerazioni e problemi ritenuti importanti per il futuro dell’umanità e della terra. Le diverse tematiche affrontate in questo studio vertono su diversi temi, tra i quali i problemi relativi alle dinamiche demografiche, economiche, delle risorse e i fattori culturali, sociali e religiosi, così da ricavarne un quadro complessivo con alcune indicazioni sulle possibili azioni, necessarie a migliorare la situazione di oggi, tenendo presente le responsabilità che la nostra generazione ha verso quelle future. Se ne conclude che la complessità dei fenomeni e la rapidità delle trasformazioni sono tali da rendere urgenti precise azioni, che influenzeranno in modo decisivo, molto più di quanto non sia avvenuto in passato, il futuro dei prossimi decenni. L'indecisione o la mancanza di decisioni si configurerebbe oggi essa stessa come una scelta dalle pesanti conseguenze. Le azioni ad adeguati livelli di governo (mondiali, internazionali, per grandi aree, nazionali) dovranno improntarsi ai principi di solidarietà, interdipendenza, sussidiarietà, efficienza ed equità, principi che esprimono in fondo linee di comportamenti cui tutti gli uomini di buona volontà possono e debbono ispirarsi. Il Rapporto è completato da un'Appendice redatta dall'Accademico Pontificio Max F. Perutz, professore di biologia molecolare e insignito del Premio Nobel, relativa agli aspetti medici del sottosviluppo conseguenti l'accresciuta popolazione del mondo.
ZIMAN J., Il lavoro dello scienziato. Gli aspetti filosofici e sociali della scienza e della tecnologia
, Laterza, Roma-Bari
1987
Scopo del saggio di John Ziman (1925-2005), pubblicato nel 1984, è quello di spiegare “cosa sia la scienza” attraverso affermazioni di storici, filosofi, sociologi, psicologici, economisti, scienziati e politici, introducendo non solo alle questioni inerenti la ricerca, ma anche a quelle relative alla sua amministrazione a livello industriale, economico o politico. L’A. aveva già affrontato l’argomento in altre opere quali The force of Knowledge (1976), Teaching and Learning about Science and Society (1980) e, tradotto in italiano, Si deve credere alla scienza? (1984). È necessario farsi un'idea della scienza perché, come si legge nella citazione di Maxwell posta all'inizio del I° capitolo, “Il rispetto per la scienza è tanto grande [...] che le opinioni più assurde possono diventare correnti purché siano espresse in un linguaggio il cui suono ricordi qualche espressione scientifica ben nota”. Organizzato in sedici capitoli, il volume, di gradevole lettura e con una bibliografia di approfondimento relativa a ciascun capitolo, intende fornire un’immagine non riduttiva della scienza, aperta alle sue istanze umanistiche: “La scienza – sottolinea l'A. – non può essere dilatata a coprire l'intero ambito culturale per fornire una fonte obiettiva indipendente tanto dai mezzi per l'azione quanto dai valori associati ai risultati di tale azione” (p. 257). Inoltre, “l'idea della scienza come impresa trascendentale per esplorare l'universo, svelare i segreti della natura e appagare la nostra illimitata curiosità umana [...] non è una mera invenzione dell'ideologia accademica” e [...] “una volta sfrondata di tutta la retorica che la avvolge, rimane un residuo di verità nella nozione che essa è un'impresa affascinante, capace di impegnare gli uomini e le donne al loro meglio, e di ampliare e arricchire con le sue scoperte lo spirito umano” (p. 258).
Informazione Bibliografica in preparazione
CHENU M.D., Teologia della materia. Civiltà tecnica e spiritualità cristiana
, Borla, Torino
1966
ELLUL J., La tecnica, rischio del secolo
(1954)
, Giuffrè, Milano
1969
FUKUYAMA F., The End of History and the Last Man
, Avon Books, New York
1992
GISMONDI G., Critica ed etica della ricerca scientifica. Dalla critica delle scienze all'umanesimo scientifico
, Marietti, Torino
1978
SINGER ET AL. C. (a cura di), Storia della tecnologia
(1954-1978), 7 voll.
, Boringhieri, Torino 1961-1984
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