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BARROW J.D., Il mondo dentro il mondo
, Adelphi, Milano
1992
L’opera di John D. Barrow (Londra, 1942), astronomo e professore di Astronomia all’Università del Sussex (Gran Bretagna), noto studioso e apprezzato divulgatore scientifico, non è un libro di filosofia della natura né di filosofia della scienza, ma la sua lettura può risultare utile al filosofo della natura e della scienza. Il saggio non vuole offrire una “visione del mondo” — cosa alla quale siamo stati spesso abituati dalle volenterose, ma anche frettolose analisi di non pochi scienziati — ma piuttosto ordinare le diverse visioni filosofiche del mondo che soggiacciono a molte formulazioni scientifiche. Fra le questioni centrali affrontate dall'opera, che si sviluppa secondo un itinerario storico-concettuale attorno a 7 densi capitoli, vi è lo statuto ontologico ed epistemologico delle leggi di natura.
BARROW J.D., Le teorie del tutto. La ricerca della spiegazione ultima
, Adelphi, Milano
1993
Già i filosofi presocratici prima, e la grande tradizione filosofica greca poi, si erano interrogati sul primo principio (arché) e sulla causa prima che fosse la spiegazione ultima dei fenomeni naturali, del divenire incessante. Socrate, la cui citazione viene riportata in apertura del primo capitolo di questo libro di John Barrow, Teorie del tutto (Theories of Everything. The Quest for Ultimate Explanation, 1991), aveva affermato «mi è sembrata una cosa straordinaria: conoscere la spiegazione di ogni cosa, sapere perché ha inizio, perché finisce, perché è». La teoria del tutto, o meglio le teorie del tutto, oggetto di questo saggio davvero ben scritto e accessibile anche a lettori non esperti di questo campo di ricerca d'avanguardia, tanto difficile quanto affascinante, sono spiegazioni scientifiche che danno un quadro omnicomprensivo di tutte le leggi di natura dal quale si possa derivare, in modo logicamente ineccepibile, l'inevitabilità di tutto ciò che ci circonda. Dopo il crollo della visione meccanicistica, che aveva dominato l'800, e la successiva rivoluzione scientifica, causata dalla scoperta della relatività e dalla nascita della fisica dei quanti, gli scienziati si sono impegnati nuovamente, grazie all'apporto fondamentale della tecnologia, nel cercare una comprensione, una “stele di Rosetta cosmica” del “libro della natura”. Il tema di ricerca, per la sua portata e le sue implicazioni attuali e in futuro possibili, ha nuovamente coinvolto in un vivace dibattito anche filosofi e teologi, sotto più di una prospettiva. Barrow spiega che “comprendere” significa ordinare il caos apparente delimitando, ordinando e scoprendo «regolarità, fattori comuni e semplici ricorrenze che dicano perché esse sono come sono, e anche come saranno in futuro», perchè «l'intelligibilità del mondo coincide con il fatto che esso risulti algoritmiticamente comprimibile» (p.359). La ricerca della teoria del tutto consiste dunque nell'identificare un numero sempre più ridotto di principi che spieghino la natura non come un fatto casuale. Gli “ingredienti” che l'A. considera necessari per tracciare una teoria della spiegazione ultima dell’universo sono otto, la cui natura e peso sono analizzati nel corso del libro, capitolo per capitolo. Si tratta delle leggi di natura, tema che l’A. aveva già trattato precedentemente ne Il mondo dentro il mondo (1991), le condizioni iniziali, l’identità di forze e particelle, le costanti di natura, le simmetrie infrante, i princìpi organizzativi, gli errori sistematici di selezione e le categorie di pensiero, argomenti affrontati anche in altri saggi dell’autore come La luna nel pozzo cosmico (1994) o nella tardiva edizione italiana de Il principio antropico (2002- con F. Tipler). Sono le stesse motivazioni dei primi pensatori a spingere tale ricerca anche oggi. Nonostante tutta la scienza e la conoscenza di cui l’uomo dispone, l’A. pone l’interrogativo, sin dalle pagine iniziali, se la teoria del tutto possa riuscire ad essere davvero esaustiva, ossia teoria “del tutto”. Nelle pagine conclusive, Barrow si sofferma su questo fondamentale tema, che in molti altri saggi dedicati a questo argomento è perlopiù ignorato o poco considerato, affermando che «non tutte le caratteristiche del mondo, sono elencabili o computabili» perché vi sono aspetti e proprietà che «non possono essere prese nella rete di nessuna teoria del tutto di carattere logico». Pertanto, al termine della lunga, precisa e appassionante indagine sui campi di ricerca scientifici più avanzati e complessi e le teorie più recenti e promettenti, l’A. spiega che inevitabilmente «la portata delle teorie del tutto è infinita ma limitata», poiché «non c’è alcuna formula che possa esprimere tutta la verità, l’armonia, tutta la semplicità». La conclusione di Barrow si accorda sostanzialmente con quanto una sana prospettiva metafisica avrebbe in ogni caso evidenziato, e cioè che il problema del tutto, dell’intero, quando questo viene ad indicare la totalità del reale, resta solo e necessariamente un problema filosofico.
BARROW J.D., Impossibilità. I limiti della scienza e la scienza dei limiti
, Rizzoli, Milano
1999
In quest’opera L’A. analizza i diversi ambiti della scienza, con rapide puntate anche nel campo della filosofia, nei quali la conoscenza umana si imbatte in paradossi e formulazioni aporetiche che non ammettono soluzione. Da questo punto vista il volume percorre un itinerario interdisciplinare didatticamente interessante, sebbene non fornisca gli strumenti filosofici adeguati per inquadrare i motivi ultimi di tali aporie, che andrebbero ricercati in ambito logico e metafisico. La descrizione dei vari problemi scientifici e la ricostruzione del loro percorso storico rappresenta una lettura attraente ed istruttiva. La proposta finale dell’A. è che la presenza di tali limiti ed impossibilità non pregiudica i fondamenti della scienza, ma rappresenta una fonte di progresso conoscitivo, perché la nostra conoscenza dell’universo è definita sia da ciò che possiamo determinare, sia da ciò che resta indeterminato.
BERSANELLI M., GARGANTINI M. (a cura di), Solo lo stupore conosce. L’avventura della ricerca scientifica
, pref. di D. Macchetto
, Rizzoli, Milano
2003
Il volume preparato e curato da Marco Bersanelli, astrofisico e docente all’Università di Milano, e da Mario Gargantini, ingegnere, giornalista scientifico e direttore della rivista “Emmeciquadro”, rientra a pieno titolo in una bibliografia tematica dedicata alle “Riflessioni filosofiche di uomini di scienza” perché intende offrire un’ampia e intelligente raccolta di brevi ma assai significativi brani antologici di numerosi scienziati, riguardanti le principali dimensioni umanistiche e psicologiche legate alla ricerca scientifica, prima fra tutte lo stupore. «In questo libro – scrive Duccio Macchetto nella prefazione – vediamo esposte le esperienze di numerosi ricercatori in discipline diverse e il filo conduttore è quello che va dallo stupore all’osservazione, alla scoperta, per riportarci continuamente alla meraviglia di fronte alla bellezza di tutto il Creato. Per chi, come me, lavora in astronomia è spontaneo pensare alle stupende immagini che stiamo ottenendo con il telescopio spaziale Hubble: sono immagini che riempiono di meraviglia non solo gli “addetti ai lavori”... Come diceva Aleksandr Solzenitzyn in un suo discorso: “Credo in Dio perché esiste la bellezza”. E che cosa c’è di più bello del Creato?» (p. X). Il volume è strutturato in sette capitoli (Stupore, Osservazione, Esperimento, Scoperta, Certezza, Segno, Scopo) che propongono, divise anch’esse in brevi sottocapitoli, citazioni e pagine antologiche di scienziati, soprattutto dell’epoca moderna, introdotte e commentate per gruppi tematici. Il lavoro svolto dai curatori comprende anche la traduzione in lingua italiana di brani originalmente disponibili solo in altra lingua. Arricchiscono l’opera due nutrite appendici, rispettivamente una raccolta di brevi biografie di oltre un centinaio di scienziati citati nell’opera e un glossario dei termini scientifici. Si tratta di uno strumento accessibile, intelligente e ben curato, capace di fornire molti spunti a chi insegna, studia o scrive sulle tematiche delle dimensioni umanistiche della ricerca scientifica, ma anche a tutti coloro che sono interessati alla storia della scienza e ai suoi protagonisti.
BOLTZMANN L., Modelli matematici, fisica e filosofia. Scritti divulgativi
, Bollati Boringhieri, Torino
1999
Il libro raccoglie una selezione delle conferenze tenute da Ludwig Boltzmann (1844-1906) tra il 1886 e il 1904, pubblicate con il titolo di Populäre Schriften nel 1905 a Lipsia. Questi discorsi pubblici offrono al lettore —al quale si richiede, per una migliore comprensione di alcuni capitoli prettamente scientifici, una conoscenza dei principi basilari della fisica matematica— l’opportunità di conoscere a fondo il pensiero del grande scienziato austriaco, la sua visione della scienza, della filosofia, della vita e del mondo. Boltzmann ritiene il meccanicismo, ed in particolare il darwinismo, capaci di spiegare in maniera esauriente i vari aspetti della realtà, e l’uomo nella sua complessità di fenomeni fisici, sociali e psichici. «Il dio per la cui grazia regnano i re —egli afferma— è la legge fondamentale della meccanica». Egli ritiene che lo stesso cervello, attraverso il quale noi formuliamo le nostre immagini del mondo, si sia creato in accordo con la teoria della selezione naturale darwiniana, proprio a causa della grande utilità di tali immagini per la conservazione della specie umana. La ricchezza umana di sensazioni, ricordi, relazioni e inclinazioni, sarebbe in qualche modo un mero risultato del processo evolutivo. Nelle sue riflessioni pubbliche l’A. non mancherà di affrontare, anche se brevemente, il tema dell’esistenza di Dio: «Certamente è vero che solo un pazzo nega l’esistenza di Dio, ma è altrettanto giusto dire che tutte le nostre idee di Dio sono solo antropomorfismi insufficienti e che quindi ciò che è da noi immaginato in questo modo come Dio non esiste. Se dunque uno afferma di essere convinto dell’esistenza di Dio e un altro sostiene che non crede in Dio, forse senza sospettarlo, entrambi pensano proprio la stessa cosa. Non dobbiamo chiedere se Dio esiste, finché non riusciamo a immaginare qualcosa di determinato da associare a tale concetto; chiediamoci, piuttosto, attraverso quali idee possiamo avvicinarci al sommo concetto che racchiude tutto in sé». Da queste considerazioni non possiamo tuttavia trarre conclusioni chiare circa la fede di Boltzmann in un Dio personale, ma rintracciamo nel suo discorso delle sfumature di carattere agnostico. Più interessante è invece la sua posizione nei confronti della religione generalmente intesa. Partendo da una concezione descrittiva della scienza —«il compito della scienza è di spiegare ciò che è più complicato partendo da ciò che è più semplice; o, se si preferisce, rappresentarlo chiaramente attraverso immagini prese dal campo di fenomeni più semplici»— e della teoria —«ritengo che compito della teoria sia costruire un immagine del mondo esterno che esiste solo in noi, che ci serva da guida in tutti i nostri pensieri ed esperimenti»— Boltzmann conclude che le scoperte scientifiche non possono costituire un pericolo per la fede: «Così viene a cadere anche l’obiezione che forse verrà sollevata contro i miei ragionamenti per cui essi andrebbero contro la religione. Non c’è niente di più sbagliato del mettere in comunione i concetti religiosi , che poggiano su basi molto diverse e molto solide, con le immagini soggettive e vacillanti che ci facciamo delle cose esterne. Io sarei l’ultimo a formulare le opinioni precedentemente enunciate, se celassero un qualche pericolo per la religione. Ma so per certo che verrà un tempo in cui ognuno comprenderà che esse sono irrilevanti per la religione tanto quanto la questione se la terra stia ferma o giri intorno al sole». Il volume rappresenta uno dei pochi luoghi che consentono di ricostruire il pensiero religioso di Boltzmann, scienziato sicuramente dotato di grande finezza intellettuale, soprattutto per quanto riguarda i suoi contributi alla fisica teorica, ma la cui visione antropologica resta alquanto riduttiva e lontana da quella trasmessa da suoi illustri contemporanei e fisici teorici come lui, quali furono ad esempio Maxwell e Planck.
CHANDRASEKHAR S., Verità e bellezza. Le ragioni dell'estetica nella scienza
, Garzanti, Milano
1990
«Avevo ora i risultati finali, dai quali risultava che il principio di conservazione era sempre rispettato […] la mia prima reazione fu di sgomento: ebbi l’impressione di osservare, oltre la superficie dei fenomeni atomici, un livello più interno di misteriosa bellezza. Il pensiero che ora mi sarebbe toccato di indagare più a fondo questo nuovo mondo matematico mi dava le vertigini», così scriveva Werner Heisenberg nel 1925, dopo aver risolto delle difficoltà nella fisica quantistica. «Lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia perché ne ricava piacere; e ne ricava piacere perché è bella. Se la natura non fosse bella, non varrebbe la pena di sapere e la vita non sarebbe degna di essere vissuta […]. Intendo riferirmi a quell’intima bellezza che deriva dall’ordine armonioso delle parti e che può essere colta da un’intelligenza pura», spiegava il matematico Henri Poincaré (1854-1912), e aggiunge ancora, continuando la sua profonda riflessione «proprio perché la semplicità e la vastità sono entrambe belle noi cerchiamo di preferenza semplici e vasti; e traiamo piacere ora dal seguire il corso immenso delle stelle ora dall’osservare con un microscopio quella prodigiosa piccolezza che è anche una vastità …». Da queste e molte altre affermazioni di grandi scienziati di tutte le epoche —da Pitagora a Keplero, da Galileo a Newton, da Michelson a Dirac, ad Einstein— Subrahmanyan Chandrasekhar (1910-1995), astrofisico indiano, premio Nobel per la fisica nel 1983 per i suoi studi sull’evoluzione stellare, in particolare sulle “nane bianche”, professore all’Università di Chigago, inizia la sua originale indagine sul rapporto tra verità e bellezza, tra scienza ed estetica nel corso della storia della fisica moderna. In Questo testo, tanto breve quanto ricco e scorrevole (pubblicato originariamente nel 1987 col titolo Truth and Beauty: Aesthetics and motivations in Science), è sintetizzata una riflessione matura della sua attività scientifica, ma, più in generale, sul rapporto che vi è tra i diversi modelli di creatività nelle arti e nella ricerca scientifica. Tale argomento, di ampio e profondo respiro interdisciplinare e che, senz’altro, è uno dei punti chiave per confutare il divario fra “le due culture”, è sviluppato attraverso il puntuale e costante richiamo a episodi di vita – emozioni, reazioni, sentimenti, cause – noti e meno noti dei più grandi scienziati. La bellezza viene da loro definita come “armonia tra le leggi di natura” oppure come “conformità delle parti al tutto” (Heinsenberg) o “stranezza delle proporzioni” (Bacone); o ancora bellezza come “eleganza delle espressioni matematiche” e, talvolta, quasi come “guida nel cammino verso la verità” tanto che, come fa Born riguardo alla teoria generale della relatività, si può affermare che “una grande teoria scientifica può essere considerata come un’opera d’arte”. Non mancano però alcune domande che l’astrofisico indiano si pone, confrontando i modelli di creatività differenti in poesia e musica, da una parte, e nella scienza, dall’altra. L’origine di tali modelli è la medesima? Nell’esaminare quanto siano diverse le “fasi” di produttività dello scienziato e quelle di un poeta o di un musicista pare di no: il primo, di solito, compie le scoperte più importanti da giovane, mentre gli artisti hanno un cammino molto più lungo e le loro opere migliori sono prodotte a volte nella fase più matura della loro vita. Al di là di tale aspetto, costituisce senz’altro un notevole spunto di discussione quanto afferma lo stesso autore: «… la bellezza è ciò a cui la mente umana risponde nei suoi recessi più profondi e segreti. La semplicità è l’impronta del vero e la bellezza è lo splendore della verità»
COLLINS F.S., Il linguaggio di Dio. Alla ricerca dell'armonia fra scienza e fede
, Sperling & Kupfer, Milano
2007
Francis Collins è conosciuto soprattuto come direttore del Human Genome Research Institute, l'istituzione pubblica che nel 2005 ha presentato la sequenza del DNA umano. In quest'opera unisce con destrezza riferimenti autobiografici e una seria riflessione sull'armonia tra scienza e religione. Fin dall'inizio l'autore indica chiaramente l'obiettivo che si propone: provare che il “credere in Dio” può essere una scelta razionale che non contraddice le convinzioni di chi si occupa si ricerca scientifica. Nell'ultima parte del libro l’A. si rivolge ai credenti che temono che la scienza possa allontanare da Dio, segnalando invece che, tra le varie concezioni del mondo, l'ateismo è probabilmente la meno razionale. Nella prima parte (capitoli 1 e 2), Collins espone con franchezza ed incisività il proprio cammino dall'agnosticismo e dall'ateismo fino alla fede in Dio. In un secondo momento presenta le obiezioni che personalmente pose all'esistenza di Dio e come poco a poco scopriva che altri prima di lui si erano già trovati davanti alle stesse difficoltà e avevano cercato di dare una risposta soddisfacente. Nella seconda parte (capitoli 3, 4 e 5), l’A. riflette sulle grandi questioni dell'esistenza umana: l'origine ed il senso dell'universo e della vita, inclusa la vita umana. Come naturale, dedica molte pagine alla storia del progetto genoma umano e alle sorprese che produsse la sua decifrazione. Nel capitolo dedicato all'origine della vita e alla diversificazione delle specie viventi, considera l'evoluzione biologica come un fatto, ma al tempo stesso riconosce che non abbiamo ancora una spiegazione scientifica soddisfacente sull'origine della vita. Nella terza parte (capitoli dal 6 all'11), dopo un capitolo generale dedicato alla Genesi, Galileo e Darwin, l’A. analizza quattro possibili risposte al problema della compatibilità-incompatibilità tra evoluzione e fede in Dio. Fra queste offre una personale analisi dell’Intelligent design e delle obiezioni ad esso mosse. La risposta sostenuta personalmente dall'A. è quella che lo studio della vita (bio) consente di riconoscere la presenta di una razionalità che lo scienziato scopre e non pone (logos). Il suggerimento del BioLogos non pretende essere una teoria scientifica: non propone Dio per riempire i buchi che la scienza non riesce a spiegare, ma un’idea di Dio che risponde alle domande cui l'autentica scienza non ha mai preteso rispondere: come è arrivato in essere l'universo? Qual è il senso della vita? Parafrasando la nota frase "Il Dio di Abramo e di Isacco è il Dio dei filosofi", l’A. afferma: "Il Dio della Bibbia è anche il Dio del genoma" (p. 216). Si tratta di un libro che merita attenzione: di lettura gradevole, ameno e incisivo, scritto con il desiderio di dialogare con il lettore. Un'opera che mantiene magistralmente sveglio l'interesse proponendo domande che interpellano e muovono a riflettere.
DAVIES P., Il cosmo intelligente. Le nuove scoperte sulla natura e l'ordine dell'universo
, Mondadori, Milano
1994
«Qual è la sorgente di questa sbalorditiva potenza creativa?» (p. 9) Con questa domanda, tanto immediata quanto antica, Paul Davies (Londra, 1946), fisico e cosmologo, vincitore nel 1995 del premio Templeton per il suo approfondito lavoro nel campo del science and religion e attualmente professore di Natural Philosophy presso l’Australian Centre for Astrobiology nella Macquarie University, apre la sua indagine appassionata su uno dei temi più noti e dibattuti ma, allo stesso tempo, non semplici da definire e da comprendere in tutte le sue sfaccettature e implicazioni. Edito nel 1998 con il titolo The Cosmic Blueprint e tradotto l'anno dopo in italiano, il saggio è ben articolato ed accessibile ai lettori interessati all'argomento che abbiano una cultura scientifica media, riuscendo a dimostrare in modo chiaro e avvincente come i quesiti filosofici e teologici siano ora anche di pertinenza dello scienziato, tanto da dar vita ad un nuovo paradigma di pensiero e di ricerca sulla natura e l'evoluzione dell'universo. L'A., noto divulgatore scientifico, autore di diversi best-sellers (L'universo che fugge; Sull'orlo dell'infinito; Dio e la nuova fisica; La mente di Dio; I misteri del tempo e vari altri) che affrontano i nuovi interrogativi posti dalla scienza nell'ultimo secolo tentando di rispondere alle “domande ultime”, s'interroga e riflette lungo tutto il testo sull'esistenza o meno di un disegno cosmico, che giustifichi la complessità e l'ordine dell'universo, chiedendosi esplicitamente fin dalle prime pagine del libro: «se la ricchezza della natura è costituita in base alle sue stesse leggi, questo implica che lo stato attuale dell'universo è in un certo senso predestinato?» (p.10). Come spiega lo scienziato nei primi 5-6 capitoli ("La freccia mancante", "Complessità", "Caos", "La rappresentazione dell'irregolare" e "Autoadattamento") le nuove teorie e scoperte scientifiche del '900, succedutesi in vari campi (astronomia, biologia, fisica, ecc.) hanno portato a delineare un nuovo universo con caratteristiche diverse da quelle dei "paradigmi" precedenti (newtoniano e termodinamico). L'emergere di fenomeni quali il caos, la complessità, e la capacità di autoadattamento da parte di diversi organismi rendono necessaria una nuova riflessione sulla vita nel suo complesso (natura, origine, evoluzione) e sull'universo che la ospita; inevitabilmente la nuova rivoluzione scientifica in atto coinvolge altri campi del sapere e suscita dibattiti, come quello riguardo al rapporto mente-cervello, tematica molto attuale cui l’A. dedica un capitolo apposito (cap. 13), mettendo in evidenza come anch’essa rientri a pieno titolo nel nuovo "paradigma", presentato e indagato nell’aspetto “macroscopico” dell’universo. Nella seconda parte del saggio, l’A. sostiene e illustra come i principi organizzativi del cosmo, il fattore quantistico e il concetto di causalità siano elementi determinanti per comprendere il nuovo “universo che si svela” (titolo del cap. 9). Inevitabile porsi la domanda: «la vita genera la vita ma in che modo la non vita crea la vita?» (p.150). Poiché le leggi di natura così come le conosciamo non sembrano essere sufficienti a spiegare realmente l'ordinata configurazione dell'universo, che non solo sopravvive ma prospera come in un processo di creazione continua (l'analogia richiamata dell'A. a questo riguardo è quella di un fiore che si dischiude nel tempo dando vita a nuove e continue evoluzioni), la domanda che sorge quasi come conseguenza logica è la seguente: vi è dunque un piano preordinato dell'universo e alla base un principio unificatore del cosmo? Senza rispondere a tale interrogativo, lo scienziato inglese suggerisce un proprio punto di vista, frutto anche di studi e riflessione personale da alcuni anni. Egli si discosta sia dal riduzionismo completo, sia dall'accettazione di un principio di creazione senza causa ma casuale, sia dall’idea di una “ignoranza scientifica” momentanea. L’A. propende per una visione olistica e sintetica, in cui devono essere ridefinite le leggi che fin d'ora gli scienziati hanno pensato essere le ragioni dei fenomeni e dei comportamenti della natura. Al di sotto di esse infatti, vi sono dei principi organizzativi (deboli, logici e forti) non ancora scoperti e chiaramente formalizzati, con un ruolo fondamentale nel rendere ragione dell'armonia e della forza organizzatrice della natura. Nella stessa direzione, si sono espressi altri noti studiosi come I. Prigogine ("leggi microscopiche"), R. Rosen (nuovo concetto di causalità) e W. Elsasser e E. Wigner ("leggi biotoniche"), D. Campbell ("causalità verso il basso") o colore che parlano di "leggi hardware" e" leggi software" dell'universo. La conclusione di Davies è che la scienza, per quanto possa progredire nelle sue conoscenze e nel suo sviluppo e per quanto possa spiegare in futuro ancora molti "misteri" attuali, non potrà in ogni modo negare la possibilità che la “autoconsapevolezza dell'universo”, il "cosmo intelligente", abbia un significato che vada oltre la sua stessa esistenza.
DUHEM P., La teoria fisica: il suo oggetto e la sua struttura
(1914)
, Il Mulino, Bologna
1978
«La teoria fisica ci fornisce una certa conoscenza del mondo esterno irriducibile a quella puramente empirica; questa conoscenza non proviene né dall’esperienza né dai procedimenti matematici utilizzati dalla teoria tanto che la scomposizione puramente logica della teoria non sarebbe in grado di scoprire la fessura attraverso cui si è introdotta nell’edificio della fisica; per qualche via di cui il fisico non può negare l’esistenza ma neppure descriverne il percorso». Così Pierre Duhem (1861-1916), professore di fisica prima a Lille e poi a Bordeaux, fisico ma anche storico e filosofo della scienza, conclude la seconda edizione (1914) del La théorie phisique: son object et sa structure, opera di grande chiarezza e vastità di argomenti – meccanica, fisica e astronomia – che rispecchiano pienamente il pensiero dell’autore e la sua vasta erudizione. L’argomento centrale, affrontato direttamente nell’importante appendice (soprattutto ne “La fisica del credente”) apposta nella seconda edizione, è la distinzione tra la fisica e la metafisica. La diversa competenza delle due prospettive viene dimostrata dal fisico attraverso una stringente analisi e la chiara definizione di cosa sia una teoria fisica, il suo oggetto e il suo fine e, conseguentemente, quale sia la sua struttura e come funzionino i meccanismi delle sue operazioni. L’A., fornendo «un’analisi logica del metodo con il quale progredisce la scienza fisica», spiega anzitutto che «una teoria fisica non è una spiegazione; è un sistema di proposizioni matematiche il cui scopo è di rappresentare nel modo più semplice, completo ed esatto possibile un intero gruppo di leggi sperimentali» e pertanto non può aver a che fare con la metafisica, ma è ad essa subordinata. Scrive l’A. al termine del primo capitolo: Teoria fisica e spiegazione metafisica: «sempre al fondo delle spiegazioni che la teoria fisica pretende di dare, si trova l’inspiegabile». Allo stesso tempo, però, la metafisica non può pretendere di concepire una teoria fisica, ché altrimenti quest’ultima non potrebbe essere “fisica”, secondo la definizione che Duhem stesso dà nel testo. A causa di queste decise affermazioni, l’A. fu avvicinato a tesi positivistiche con tendenze fenomenologiche, ma in realtà egli, cattolico convinto, era intenzionato soltanto a chiarire con il massimo rigore e sistematicità le sue tesi e le diverse nature ed oggetti dei due campi del sapere. Il testo, suddiviso in due parti principali, “L’oggetto della teoria fisica” e “La struttura della teoria fisica”, affronta altre questioni altrettanto delicate e attuali, quali l’utilità di una teoria fisica, il valore delle teorie astratte, cosa sia una legge fisica, la natura dell’esperimento, la scelta e l’importanza delle ipotesi. Un secondo punto senz’altro notevole, poi ampiamente ripreso dal filosofo K.R. Popper, è ad esempio, la critica all’experimentum crucis spiegata nel Novum Organon di Francesco Bacone, secondo la quale non esisterebbe un singolo esperimento “cruciale”, perché è l’insieme della teoria che deve essere confrontata con l’esperimento; inoltre, la conferma di una conseguenza, anche significativa, non può essere definitiva perché possono sempre esserci altre conseguenze della teoria che potrebbero essere contraddette in futuro. Le concezioni di Duhem sulla portata delle teorie fisiche, sulla loro crescita, il loro sviluppo e la loro finalità, sono in buona parte ancora oggi corrette e, quand’anche non si possano adottare senza riserve, restano interessanti e offrono un ampio materiale di riflessione. Basti per tutte l’affermazione di Duhem nell’appendice finale Il valore di una teoria fisica: «lo studio del metodo fisico non è in grado di rivelare al fisico la ragione che lo spinge a costruire la teoria fisica». Il lettore interessato può consultare la voce dedicata a Pierre Duhem, presente in questo Portale, nella sezione del Dizionario Interdisciplinare.
ECCLES J., Il mistero uomo
, Il Saggiatore, Milano
1981
Il volume raccoglie le Gifford Lectures tenute dal Nobel per la neurofisiologia John Carew Eccles (1903-1997) nel 1978. Finalità delle Lectures, che si tengono annualmente dal 1887 presso l’Università di Edimburgo o in altre università della Scozia, è di ascoltare scienziati le cui riflessioni possano offrire, in un contesto contemporaneo, spunti di collegamento con quanto veniva abitualmente chiamato “teologia naturale”, disciplina di cui la cultura filosofica anglosassone vanta lunga tradizione. Le lezioni di Eccles ripercorrono in chiave di alta divulgazione, pur mantenendo un linguaggio sempre accessibile, i grandi problemi dell’origine della vita, della sua lenta evoluzione e della comparsa dell’uomo. Egli si propone di «raccontare la storia del pianeta, quello che esso ha fatto e prodotto». La cornice è quella di uno scienziato che cerca di «gettare un nuovo sguardo sul senso di meraviglia e di mistero che c’è nella nostra esistenza umana». Eccles riconosce la natura umana aperta a dimensioni che trascendono la materia, sebbene la sua posizione si collochi, in linea con Karl Popper, all’interno di una concezione dualistico-interazionistica, intendendo con questa contrastare il paradigma dominante di una visione monistico-materialista divulgato soprattutto da J. Monod. La posizione materialista, secondo l’A., mortifica la libertà e la creatività dell’uomo e non dà piena ragione della singolarità ed emergenza della persona umana sul panorama del mondo naturale. Dopo un’analisi dell’origine del cosmo e della vita, la maggior parte dei capitoli del volume si intrattengono sulla natura del cervello umano, sul linguaggio e l’evoluzione culturale, sulla coscienza, l’apprendimento e la memoria, presentando infine una discussione sul rapporto fra mente e cervello. Il contesto delle Gifford Lectures offre ad Eccles la possibilità di consegnarci le sue riflessioni di uomo di scienza sulla scienza, e di studioso dell’uomo sull’uomo. Suo scopo dichiarato, quello di «costruire una filosofia nella quale l’esistenza personale del soggetto abbia un ruolo centrale».
ECCLES J., ROBINSON D.N., La meraviglia di essere uomo
, Armando, Roma
1984
Si tratta di un libro che raccoglie un tentativo di confronto tra questioni scientifiche, filosofiche ed etiche in senso lato, compiuto da uomini di scienza (un fisiologo e uno psicologo) e di riflessioni su grandi tematiche antropologiche e sociali. Il testo è composito sia nei contenuti che nel metodo, e gli autori ne avvertono il lettore. Alcune parti sono scritte da uno solo dei due autori, altre da entrambi. Non si può ancora parlare di un lavoro interdisciplinare in senso sistematico, ma di una ricerca condotta da uomini autorevoli di scienza che ne sentono una profonda esigenza e, come tali, danno una seria testimonianza di autentica e non settoriale razionalità.
EINSTEIN A., Come io vedo il mondo
(1922-1934)
, Newton Compton, Roma
1993
Dodici brevi saggi offrono una lettura di alcune fra le principali tappe della storia della fisica esaminate sullo sfondo della novità recata dalla teoria della relatività. Il volume contiene anche importanti scritti sul rapporto fra scienza e società, fra i quali il “Testamento spirituale. Messaggio contro la guerra atomica” (pp. 103-110), reso pubblico da Bertrand Russell pochi mesi dopo la morte dello scienziato (1955), e “Società e personalità” (pp. 14-20), che presenta le opinioni di Einstein sulla dignità della persona umana, sulla libertà e sulla politica. Il tema del rapporto con la religione è affrontato direttamente nello scritto “Religione e scienza” (pp. 21-31). In quest’ultimo contributo, dal quale vengono spesso tratte citazioni frequentemente riproposte anche ai nostri giorni, Einstein si mostra scettico nei confronti dell’immagine di un Dio personale, remuneratore e garante della giustizia, propendendo verso l’idea di una religiosità cosmica, che partendo dalla contemplazione dell’ordine della natura è capace di condurre lo scienziato fino alle porte del mistero, riflessioni riprese poi nel saggio successivo “La ricerca scientifica” (pp. 32-36), ove si troverà il noto riferimento al Dio di Spinoza. Vanno qui segnalati due elementi importanti. La conoscenza che Einstein aveva del Dio cristiano era certamente incompleta e mediata da alcuni luoghi comuni, cosa che lo conduceva a comprendere l’immagine divina di giudice della storia come responsabile di una sorta di “religione del timore”, che egli suggeriva di sostituire con una religiosità fondata sullo stupore per la bellezza della natura e sul riconoscimento di una sacralità presente nel cosmo. La richiesta di universalità e di comunicabiltà che un Logos divino doveva necessariamente soddisfare, veniva erroneamente considerata non compatibile con il Dio cristiano, la cui immagine veniva ritenuta antropomorfa e non sufficientemente trascendente. Va tuttavia tenuto presente che vi sono forti indicazioni circa il fatto che, al di là dei suoi scritti, la religiosità di Einstein, ebreo di origine, fosse in realtà assai più vicina al Dio della rivelazione ebraico-cristiana di quanto egli stesso pensasse. Per un giudizio più approfondito sulla religiosità di Einstein e la sua idea di Dio rimandiamo alla voce Einstein di T. Torrance nel “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”.
EINSTEIN A., Corrispondenza con Michele Besso (1903-1955)
a cura di G. Gembillo
, Guida Editori, Napoli
1995
«A volte ho l’appagante sensazione che il mulino di Dio inizi infine a macinare. Su ciò fondando le sue speranze, affettuosamente vi saluta il vostro Albert». Così il grande scienziato tedesco Albert Einstein (Ulm, 1879 - Princeton, 1955) saluta l’amico svizzero Michele Besso (1873 - 1955) in una lettera inviata da Princeton l’11 novembre 1940. Le lettere scritte al collega dell’Ufficio Brevetti di Berna, poi privatdozent al Politecnico di Zurigo, coprono un periodo molto ampio e intenso della vita di Einstein, importante sia sul piano personale che storico-politico, dal dicembre 1909 al 21 marzo 1955 (data dell’ultima lettera per la famiglia di Besso, mancato pochi giorni prima) e costituiscono uno strumento bibliografico prezioso, insieme a quelle inviate a Max Born e Maurice Solovine. Esse forniscono, infatti, un’immagine più completa e immediata della complessa personalità di Einstein, perché, oltre a contenere notazioni e considerazioni su questioni scientifiche, permettono di leggerne i profondi timori legati alla “bancarotta morale e politica dell’Europa” (con particolare riferimento alla situazione della Germania e della Svizzera e alla questione degli ebrei) e di coglierne le convinzioni di carattere politico, etico e religioso. D’altra parte, si ha anche notizia delle vicende familiari, positive o meno, dell’A. e dell’amico, la cui moglie gli era stata presentata proprio da Einstein stesso. Il carteggio di Einstein ha il pregio di trasmettere al lettore l’impressione di poter dialogare amichevolmente con l’A., che, di volta in volta, si sofferma in maniera semplice e schietta con l’amico e scienziato per discutere a tutto campo della fisica, allora in grande sviluppo. Gli argomenti spaziano da alcuni particolari delle equazioni di Maxwell ai dubbi dell’A. sulla freccia del tempo, dalle riflessioni sui lavori di Planck all’influenza che su di lui hanno avuto Mach e Minkowski e alla sua collaborazione con M. Grossmann per la teoria del campo gravitazionale, e comprendono alcuni accenni al suo rapporto con Pauli nonché delle domande sulle concezioni di campo di Riemann e Kaluza-Klein. Si ha inoltre l’opportunità di cogliere nelle sue ricerche alcune riflessioni di natura meta-scientifica, filosofica e religiosa – sviluppate più ampiamente in altri testi - che vengono suggerite dalle questioni scientifiche più dibattute e complesse, come l’interpretazione della meccanica quantistica o la correlazione fra teoria e realtà, che portano Einstein ad affermazioni quali: «L’integrazione [dei sistemi d’equazione di Kaluza e di Riemann] è però difficile, e ci vorrà qualche tempo prima che si possa stabilire se questo bel castello in aria ha qualcosa da fare con l’opera del Padreterno. Non appena mi sarò fatto convinzioni un po’ solide in tema, te ne darò notizia volentieri» (agosto 1942); e ancora: «Ho abbastanza fede da essere convinto che questo mondo non è rabberciato tanto alla rinfusa» (10 agosto 1954). Infine, quasi a testimoniare un suo percorso di riflessione personale, in una delle ultime lettere a Besso, si congeda con queste parole:«Una cosa ho imparato in questa lunga vita: non volendo rimanere in superficie è maledettamente difficile avvicinarsi a Lui» (15 aprile 1950)
EINSTEIN A., Pensieri, idee, opinioni
(1934-1950)
, Newton Compton, Roma
1996
Il volume contiene una sessantina di brevi riflessioni dello scienziato organizzate in sei grandi tematiche: Convinzioni e credenze, Scienza, Opinioni pubbliche, Scienza e vita, Personalità (elogi biografici), Il mio popolo. In modo più esteso di quanto non faccia la precedente raccolta (Come io vedo il mondo), questa collezione presenta la visione morale, sociale e politica (il termine è qui inteso in senso ampio) del padre della teoria della relatività, con speciale riferimento al ruolo pubblico della scienza e dello scienziato. Per quanto riguarda gli aspetti maggiormente legati con la religione, egli affronta il tema del suo rapporto con l’ebraismo, offrendo al contempo una lettura della storia del suo popolo alla luce degli eventi della seconda guerra mondiale. Vi si raccolgono alcuni brevi contributi sul rapporto fra scienza e religione. Se da un lato si afferma la compatibilità, a livello epistemologico, fra il campo di indagine della scienza e la sfera morale della religione, dall’altro Einstein insiste sulla necessità di sviluppare una religione capace di emanciparsi dalle regole etiche delle religioni storiche tradizionali, accedendo ad una idea più trascendente e meno antropomorfa di Dio. Sebbene in buona fede, lo scienziato tradisce ancora una volta una conoscenza parziale e superficiale del cristianesimo, e sposa una visione evolutiva della religione, così come proposta da alcuni diffusi studi di storia delle religioni a lui contemporanei.
EINSTEIN A., BORN E. e M, Scienza e vita. Lettere 1916-1955
, pres. di Bertrand Russell, intr. di Werner Heisenberg
, Einaudi, Torino
1973
Il libro raccoglie le lettere che furono scambiate tra Albert Einstein e Max Born e sua moglie Hedwig, nell’arco di una quarantina d’anni. Un carteggio semplice, spontaneo e diretto, pregevole, proprio perché non pensato per essere pubblicato, come rileva Bertrand Russell nella presentazione, e quindi rivelatore delle genuine personalità. Oltre a documentare gli aspetti umani dei personaggi, le loro preoccupazioni etiche e sociali, illustra anche il serrato confronto tra due amici scienziati il cui punto di vista epistemologico differisce totalmente per quanto riguarda il modo di interpretare la teoria dei quanti.
FANTAPPIÉ L., Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico
, Di Renzo editore, Roma
1993
In una bibliografia tematica dedicata alle riflessioni filosofiche degli scienziati merita una menzione il lavoro di Luigi Fantappiè (1901-1956), che fu professore di Alta Analisi presso l’Istituto Nazionale di Alta Matematica dell’Università di Roma. Il volumetto espone la sua teoria di interpretazione unitaria dei fenomeni fisici e biologici. «Con questa teoria – spiega presentandola, dopo averla già esposta al pubblico prima in Spagna, nell’autunno 1942 all’Accademia delle Scienza di Madrid e poi a quella di Barcellona, e ancora alla Scuola Normale Superiore di Pisa al convegno di Scienza e Filosofia nel giugno 1943 – si riesce ad inquadrare in uno stesso schema razionale perfettamente non solo i fenomeni fisici e chimici finora spiegati, ma anche quelli biologici, non esclusi i fenomeni della personalità e forse certi fenomeni elementari come la cosiddetta “radiazione penetrante”, l’“elettrone positivo”, “il “protone negativo” e i “mesotroni”, tuttora resistenti ad una spiegazione esauriente». L’A., già vincitore nel 1929 della medaglia d’oro per la matematica della Società Italiana delle Scienze e nel 1931 del Premio Reale per la Matematica conferitogli dall’Accademia dei Lincei e del Premio Volta dell’Accademia d’Italia, intende dunque offrire la possibilità di «un’architettura generale, in cui vengono spontaneamente a trovar posto […] quasi tutti i fenomeni naturali finora noti». Fantappiè prende in esame da una parte i fenomeni entropici, ossia i comuni fenomeni della fisica e della chimica, riproducibili in laboratorio e che ubbidiscono al principio di causalità, in accordo con la loro natura corpuscolare-ondulatoria e la teoria della relatività ristretta (capitolo I), e dall’altra una «nuova, immensa categoria […] più estesa,varia ed importante». Si tratta di alcuni fenomeni della biologia, detti sintropici, che caratterizzano quelli più misteriosi, come quelli della vita, dei processi clorofilliani e linfatici nelle piante nonché i fenomeni psichici umani (capitolo II). Questi, secondo la teoria dell’A., sono “animati” dal principio di finalità – e così lo vengono ad essere quelli entropici che da loro discendono – con la stessa necessità logica con cui il principio di causalità è alla base di quelli entropici. La teoria unitaria, proposta dall’A. è fondata su un primo principio secondo cui «ogni complesso di fenomeni sintropici dà “sempre” origine a un complesso di fenomeni entropici susseguenti» e, conseguentemente, su un secondo principio per il quale «ogni complesso di fenomeni entropici è “sempre” originato da un complesso di fenomeni precedenti, a cui si deve l’accumulazione nelle sorgenti dei corpuscoli, che vengono poi dispersi con le onde divergenti». Un risultato evidente della teoria è che la causalità meccanica non è più da considerarsi l’unica legge fondamentale dell’universo e «viene definitivamente eliminata la possibilità che i caratteri finalistici siano soltanto un’apparenza, un’illusione dei nostri sensi, e non una realtà obbiettiva», avendo ora acquisito con questa teoria una necessità matematica. Di conseguenza, la teoria del matematico porta a rivedere la concezione della scienza e del sapere in generale che fino a quel momento era accettata; i fenomeni sintropici vengono infatti sottratti al dominio e all’arbitrio dell’uomo e alla sua manipolazione perché non riproducibili o modificabili. L’universo – costituito da questi ultimi per una parte importantissima e fondamentale per la sua armonia generale – viene ad essere oggetto limitato del nostro conoscere non solo a causa delle difficoltà tecniche e materiali contingenti ma, in realtà, in primis per principio, essendo dominabile dall’uomo soltanto per la sua parte entropica (capitolo III). La breve conclusione del saggio apre un nuovo orizzonte di lavoro nell’«idea, sempre raffiorante nella storia dell’umanità, di una Intelligenza Suprema, di cui tutte queste infinite caratteristiche finalistiche, oramai constatate e dimostrate […] non sarebbero che altrettante splendenti manifestazioni»
FEYNMAN R., Il senso delle cose
(1963)
, Adelphi, Milano
1999
Richard Feynman (1918-1988), premio Nobel per la fisica nel 1965, è stato uno degli scienziati più popolari della seconda metà del XX secolo, noto per le sue ricerche nel campo della Elettrodinamica quantistica, ma anche apprezzato divulgatore, acuto e perspicace. Sono tradotte in lingua italiana le sue opere La legge fisica (Boringhieri, Torino 1971) e QED. La strana teoria della luce e della materia (Adelphi, Milano 1989). Feynman è stato capace di esporre al grande pubblico un’immagine realistica e non mistificata della scienza, della cui razionalità e metodologia egli è sempre stato strenuo difensore, vedendo in essa un modello di rigore intellettuale da prendere come esempio in molti aspetti della vita umana, culturale e sociale. Il breve volume intitolato Il senso delle cose raccoglie tre conferenze pronunciate nel 1963 presso l’Università di Washington: nel loro insieme, questi interventi offrono una visione d’insieme della posizione dell’A. nei confronti della vita morale, dei valori umanistici, dei rapporti fra scienza e società. La posizione intellettuale di Feynman merita, al riguardo, alcune precisazioni. La sua non è una visione riduzionista perché l’etica, la riflessione filosofica e la religione hanno diritto di cittadinanza nella vita degli uomini e non se ne potrebbe fare a meno. La loro, tuttavia, non è una conoscenza in senso stretto: si tratta di ambiti che coinvolgono la sfera privata e non riguardano necessariamente delle proposizioni comunicabili e da tutti condivisibili. Anzi, le scienze umane e la stessa religione devono fare attenzione a molte delle loro affermazioni perché, a dire di Feynman, tradiscono spesso uno scarso rigore logico e scientifico. In questa critica l’A. associa il presunto significato della preghiera e dei miracoli. In realtà, siamo dell’opinione che Feynman abbia della religione una idea piuttosto limitata – più vicina a quanto potremmo chiamare devozione o sentimento religioso – e non mostra di conoscere sufficientemente né la dimensione filosofico-teologica della fede, né la ricchezza della rivelazione biblica. Le sue riflessioni più interessanti riguardano pertanto non i rapporti con la religione, bensì l’immagine della scienza. Egli ne mette in luce un itinearario trasparente, che procede per prove ed errori, ne riconduce la portata conoscitiva all’interno di un giusto ambito, limitato e concreto, ne sottolinea l’apertura costitutiva verso la scoperta, la ricerca della verità, lo stupore. La scienza si presenta dunque essa stessa come impresa dall’alto valore umano e morale.
FLORENSKIJ P.A, Ai miei figli. Memorie di giorni passati
, Mondadori, Milano
2003
Pavel A. Florenskij (1882-1937) rappresenta una delle più straordinarie personalità di credente e uomo di scienza del XX secolo, purtroppo ancora poco conosciuta presso il grande pubblico. Dottore in matematica e fisica e in teologia, fu anche ingegnere elettrotecnico, filosofo della scienza ed epistemologo. Sacerdote ortodosso e padre di 5 figli, si distinse nella Russia comunista per la sua notevole produzione scientifica, giungendo a ricoprire importanti incarichi accademici, anche al servizio dello sviluppo civile e sociale del Paese. Molti hanno parlato di lui come del Leonardo da Vinci o del Pascal russo. Di Florenskij ha detto Sergej Bulgakov che in lui si erano incontrate la cultura e la Chiesa, Atene e Gerusalemme. Confinato nel gulag delle Isole Solovki fu fucilato presso Leningrado all’età di 55 anni. Le sue opere filosofiche consegnano una delle più alte sintesi di unità del sapere del pensiero ortodosso. Il volume Ai miei figli, curato da Natalino Valentini e Lubomír Zák, è una seconda importante raccolta epistolare dopo Non dimenticatemi. Lettere dal lager alla moglie e ai figli (Mondadori, 2000). Il volume presenta le riflessioni di Florenskij, messe per iscritto durante gli anni della maturità, sulla vita e sulla natura, sulle scienze e sulla religione. Si tratta di lettere dirette ai suoi figli, attraverso le quali l’A. ripercorre le sue esperienze a partire dall’infanzia, narrate con singolare intensità lirica, tracciando così le tappe di un processo cognitivo che offre delle progressive sintesi sulla sua visione della vita e del mondo. Di Florenskij sono disponibili in traduzione italiana anche La colonna e il fondamento (Rusconi, 1974), Le porte regali (Adelphi, 1977), Lo spazio e il tempo nell’arte (Adelphi, 1995), Il significato dell’idealismo (Rusconi, 1999).
FRANKENBERRY N.K., The Faith of Scientists in their own words
, Princeton University Press, Princeton - Oxford
2008
Questa di Nancy Frankenberry, insegnante di religione al Dartmouth College, Hanover (NH), è un’antologia ben curata che raccoglie testi di ventuno scienziati, quasi tutti di prima grandezza, partendo dagli albori della rivoluzione scientifica fino all’epoca contemporanea, riguardanti la loro fede religiosa, la loro visione su Dio, e il ruolo da loro attribuito alla religione nella loro attività di ricerca. Il lettore potrà ritrovarvi testi classici, come le Lettere copernicane di Galileo, il Memoriale di Pascal o lo Scholium generale ai Principia Matematica di Newton, ma anche una scelta di testi meno noti ed ugualmente suggestivi, come ad esempio alcune lettere di Keplero o, venendo ai contemporani, quelli di Freeman Dyson o di Stuart Kaufmann. I brani presentati provengono da opere conosciute, ma in alcuni casi anche da diari, lettere personali, discorsi, saggi o interviste. Essi rivelano che la fede di questi scienziati può assumere molte forme diverse, religiose o laiche, soprannaturali o naturalistiche, convenzionali o non ortodosse, fino ad esercitare, come nel caso dei brani di Dawkins e Weinberg proposti, reazioni critiche verso la religione stessa e a ciò che ad essa si riferisce. I testi sono piuttosto eloquenti e riflettono dunque uno spettro di opinioni alquanto vasto da parte di autori provenienti da diverse aree della ricerca scientifica. Oltre ad un’introduzione generale all’opera, la curatrice offre un’introduzione per ogni personaggio all’inizio di ogni capitolo, collocando questi scritti in contesto e suggerendo ulteriori letture, non mancando al contempo di riepilogare i principali apporti alla conoscenza scientifica forniti dallo scienziato in questione. Il libro si rivela assai utile in ambito didattico, ad esempio come sussidio per le Scuole Superiori, ma può essere impiegato anche in altri contesti culturali che prendono in esame il dibattito fra scienza e religione. Gli autori esaminati sono divisi in due categorie, “Fondatori della scienza moderna” e “Scienziati dei nostri tempi. La lista completa dei personaggi è la seguente: I. Galileo Galilei (1564-1642), Johannes Kepler (1571-1630), Francis Bacon (1561-1626), Blaise Pascal (1623-1662), Isaac Newton (1643-1727), Charles Darwin (1809-1882), Albert Einstein (1879-1955) Alfred North Whitehead (1861-1947). II. Rachel Carson (1907-1964), Carl Sagan (1934-1996), Stephen Jay Gould (1941-2002), Richard Dawkins (1941-), Jane Goodall (1934-), Steven Weinberg (1933-), John Polkinghorne (1930-), Freeman Dyson (1923-), Stephen Hawking (1942-), Paul Davies (1946-), Edward O. Wilson (1929-), Stuart A. Kauffman (1939-), Ursula Goodenough (1944-).
HEISENBERG W., Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti 1920-1965
, Bollati Boringhieri, Torino
1999
In questo libro assai significativo, Werner Heisenberg ci offre una sorta di autobiografia intellettuale, densa di contenuti sia scientifici, sia filosofici e morali. La prima parte è una sorta di romanzo di formazione, in cui l’A. narra come ha scelto di dedicarsi alla fisica, senza però abbandonare altre sue grandi passioni, la musica e la filosofia in particolare. Nella seconda parte egli racconta la nascita della meccanica quantistica, con importanti riflessioni filosofiche e scientifiche, sotto forma di dialoghi con altri protagonisti della fisica della prima metà del secolo scorso, quali Einstein, Plank, Bohr, Fermi e molti altri, soffermandosi in particolare sui risvolti di carattere teoretico e metascientifico, insiti nella meccanica dei quanta (la cosiddetta interpretazione di Copenaghen). La terza parte del libro affronta tematiche di carattere morale, che si intrecciano strettamente con la storia mondiale e con le vicende personali di Heisenberg: ci riferiamo ai piani di costruzione della bomba atomica. L’A., nella convinzione che il fine non giustifica i mezzi, ma che al contrario «un fine è buono o cattivo a seconda dei mezzi che si impiegano per perseguirlo», racconta il suo impegno nel frenare i piani atomici della Germania, rifiutandosi di cedere alle pressioni di Hitler, ma anche del democratico-cristiano Adenauer.
HEISENBERG W., Fisica e filosofia
(1958)
, Mondadori, Milano
1998
Werner Heisenberg (1901-1976), premio Nobel per la fisica (1932) è noto per il suo principio di indeterminazione, che afferma l’impossibilità teorica di conoscere con una qualsivoglia precisione due variabili coniugate (per es. impulso e posizione) di una particella. Questo libro è una raccolta delle Gifford Lectures che l’A. è stato invitato a tenere nel 1955-56, nelle quali ha cercato di delineare le implicazioni filosofiche della nuova fisica del XX° secolo. Heisenberg analizza innanzitutto la nascita della relatività e della fisica quantistica tra il 1890 e il 1930, per soffermarsi poi sulle varie interpretazioni che ne sono state date. Ripercorrendo inoltre tutta la storia del pensiero occidentale, fin dai filosofi presocratici, rivaluta le categorie aristoteliche di potenza e atto, ed il matematismo platonico contro l’atomismo democriteo. Critica il dualismo cartesiano, ritenendo che la fisica quantistica permetterebbe di superare la dannosa dicotomia materia-spirito. L’epistemologia di Heisenberg è tuttavia influenzata in modo essenziale dalla sua interpretazione della teoria dei quanti. «La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; essa è una parte dell’azione reciproca fra noi e la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla». Del resto «la natura è prima dell’uomo, ma l’uomo è prima della scienza naturale». Nel capitolo finale l’A. si sofferma sul legame tra le scoperte scientifiche e la pace nel mondo, in particolare sul pericolo atomico, piuttosto sentito negli anni 1950, come mostrano ad esempio le analoghe preoccupazioni espresse da A. Einstein nel suo “testamento spirituale”
MARGENAU H., VARGHESE R. (a cura di), Cosmos, Bios, Theos. Scientists Reflect on Science, God, and the Origin of the Universe, Life and Homo Sapiens
, Open Court, La Salle (Illinois)
1992
Il volume curato da Henry Margenau (professore emerito di fisica e di filosofia naturale alla Yale University) e Roy Abraham Varghese (giornalista scientifico) intende offrire un’antologia di testimonianze di eminenti scienziati (60 in tutto, di cui 24 premi Nobel) sulla relazione esistente tra la ricerca scientifica e la visione religiosa del mondo. Non si tratta quindi, come sottolineano i due curatori, di fare una semplice statistica della religiosità degli scienziati intervistati, ma di trovare eventuali connessioni tra il lavoro di questi scienziati e la loro visione filosofico-religiosa del mondo. Per fare questo le persone intervistate, a cui sono state poste le medesime domande, sono scienziati con un atteggiamento aperto al dialogo con la fede religiosa, anche se non tutti sono credenti. Le domande poste ad ogni scienziato riguardano: 1) relazione tra scienza e religione. 2) Una riflessione personale sull’origine dell’universo; 3) sull’origine della vita; 4) sull’origine dell’homo sapiens. 5) La scienza e il problema delle origini. 6) Concetto di Dio ed esistenza di Dio. L’interesse per una pubblicazione del genere nasce dal fatto che uno scienziato che dice di credere in qualcosa che vada oltre la scienza, in una epoca come la nostra dove ciò viene spesso considerato anacronistico o comunque ritenuto poco frequente, desta sicuramente una (piacevole) sorpresa. Più ancora perché, come sottolinea lo stesso Margenau (cfr. p. 57), questo interesse per la visione religiosa del mondo ha fortemente interessato i grandi fondatori della scienza moderna come Einstein, Heisenberg, Schrödinger e vari altri. Si tratta infine di un interesse ancora oggi evidenziato dai lavori di non pochi scienziati attivamente impegnati nella divulgazione, che contengono sempre più spesso speculazioni di tipo filosofico, se non teologico. Il libro è strutturato in 4 capitoli. Nei primi due, che impegnano la maggior parte del volume, le interviste sono divise in misura uguale (30 e 30) tra matematici, fisici e astronomi da una parte, e chimici e biologi dall’altra, ognuna delle quali preceduta da una breve presentazione dell’intervistato. Nel terzo capitolo viene inserito un dibattito sull’esistenza di Dio ingaggiato tra Anthony Flew (di convinzione ateista al momento della pubblicazione del libro, nel 1992) ed il filosofo della religione Harold Warren Lewis. Nel quarto ed ultimo capitolo poi vengono presentati due poscritti scientifici, uno di William Stoeger e l’altro di Eugene Wigner. Chiude il volume un utile glossario e l’indice dei nomi. Si tratta di una lettura piacevole e stimolante, che può essere considerata anche come fonte di utile documentazione per chi si occupa di ricerca sui rapporti fra scienza e fede.
MEDI E., Il mondo come lo vedo io
, Studium Christi, Firenze
1974
Enrico Medi (1911-1974), laureatosi con Fermi a Roma nel 1932, docente di geofisica a Palermo e a Roma, deputato al Parlamento italiano, è stato presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e, dal 1958 al 1965, vicepresidente dell’Euratom. Ricercatore assai noto, divulgatore e apprezzato conferenziere, fu profondo testimone di vita cristiana e di impegno sociale. Il 26 maggio 1996 è stata introdotta la sua causa di Beatificazione. Il volume in questione raccoglie un ciclo di lezioni di aggiornamento scientifico tenute presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino in Roma (Angelicum). L’A. offre, insieme a una visione scientifica del cosmo proposta ad un livello accessibile all’uditorio, la sua visione sapienziale di scienziato credente che rilegge “teologicamente” la natura con le sue leggi, accostando anche certi aspetti ontologici che sono propriamente filosofici più che teologici. Nell’ultimo testo di congedo, con il quale il libro si chiude, egli riporta la sua personale testimonianza di uomo messo alla prova da una malattia vissuta nella luce della fede.
MUSCHALEK H., Dio e gli scienziati
, Paoline, Milano
1972
Antologia di brani di 72 scienziati dell’Ottocento e Novecento su Dio, la religione e la dimensione sapienziale della scienza, introdotti da una sintetica e documentata biografia. Il volume di Hubert Muschalek (pp. 421), pubblicato originariamente nel 1952 a Berlino con il titolo Gottbekenntnisse moderner Naturforscher e successivamente riproposto in quattro nuove edizioni a distanza di pochi anni, è un esempio di apologetica diretta al mondo della scienza la cui finalità dichiarata è mostrare come il materialismo e l’ateismo non siano più, prendendo come riferimento ideale il positivismo ottocentesco, una necessaria componente della mentalità degli scienziati. I testi sono ben scelti, sebbene si abbia a volte l’impressione di un’eccessiva frammentazione a motivo della loro brevità o dell’inevitabile astrazione dal contesto completo in cui furono scritti. Varie delle riflessioni proposte possono risentire dello stato della ricerca scientifica e del dibattito filosofico propri dell’epoca a cui si riferiscono (basti per tutte il risvolto teista associato al vitalismo di Hans Driesch), ed alcuni dei testi riportati possono perfino tradire una sorta di ingenuo concordismo. Tuttavia, nel suo insieme, il volume rappresenta una raccolta unica nel suo genere, di indubbio valore storico e documentale. Il lettore interessato potrà partire dai personaggi proposti da Muschalek per andare al di là di quanto la stessa antologia, per motivi ad essa intrinseci, possa dire, esplorando la notevole produzione interdisciplinare della maggior parte degli scienziati ai quali si dà voce, anche grazie alla precisa bibliografia riportata in fondo al volume. Si tratta di astronomi, chimici, fisici, biologi, paleontologi, antropologi, etnologi e numerosi medici, specialmente (ma certo non esclusivamente) di area tedesca, delle cui testimonianze l’A. si preoccupa di sottolineare in primo luogo il valore apologetico, sebbene a volte quest’ultimo possa essere soltanto implicito. L’impressione che si coglie dalla lettura di Dio e gli scienziati è, comunque, quella di un colloquio immediato con uomini che hanno familiarità con i segreti della natura e le leggi della vita e, insieme, posseggono l’umiltà di affermare la loro apertura al Trascendente, o di confessare senza remore la loro fede, come nel caso di Guglielmo Marconi: «Dichiaro con orgoglio di essere credente. Credo alla potenza della preghiera. Vi credo non solo come credente, ma anche come scienziato».
PLANCK M., Scienza, filosofia e religione
, con intr. di A. Einstein
, Fabbri Editori, Milano
1973
Il volume, introdotto da uno studio approfondito di Filippo Selvaggi, è una raccolta di saggi di Max Planck, non pubblicati nelle due antologie La conoscenza fisica del mondo fisico (Torino 1942) e Autobiografia scientifica e ultimi saggi (Torino 1956). La raccolta è divisa in tre sezioni: 1. Orizzonte storico: due scritti di carattere autobiografico e uno storico riguardante gli sviluppi della fisica tedesca; 2. Filosofia della fisica: sei testi di alto contenuto teoretico che mostrano la visione epistemologica del grande fisico tedesco; 3. Oltre la fisica: tre saggi che affrontano il rapporto tra scienza e fede. La prima sezione è sicuramente utilissima per conoscere il profilo umano e scientifico di Max Planck; nei ricordi autobiografici l’A. descrive il percorso di studi e di ricerche che lo ha portato alla scoperta del quanto d’azione. Questa sezione, che termina con le due note con cui il Planck comunica alla Società Tedesca di Fisica la sua scoperta, richiede in alcune sue parti una buona base di conoscenze di Analisi matematica. Nella seconda sezione è da segnalare il capitolo intitolato “Intorno alla teoria di Mach sulla conoscenza fisica” in cui, criticando la posizione di Mach, che influenzerà in maniera decisiva il neopositivismo viennese, secondo cui «non esisterebbe altra realtà all’infuori delle nostre sensazioni», chiarisce la sua concezione realistica della filosofia della scienza. Il pensiero di Planck nei confronti della religione, che emerge dalla lettura dell’ultima sezione della raccolta, è molto netto: «In qualunque direzione e per quanto lontano noi possiamo vedere, non troviamo da nessuna parte una contraddizione tra religione e scienza, ma piuttosto un pieno accordo proprio nei punti più decisivi» (p. 255). Per l’A., Dio è il fondamento della religione e per la fisica «la corona dell’edificio di ogni considerazione sulla concezione del mondo». La concezione religiosa del Planck è sicuramente influenzata dal pensiero kantiano ma non si può non rimanere colpiti dalla conclusione dell’ultimo capitolo intitolato Religione e scienza: «È la lotta incessantemente prolungata e mai languente contro lo scetticismo e contro il dommatismo, contro l’incredulità e contro la superstizione, che religione e scienza conducono insieme; e la parola d’ordine direttrice in questa lotta suona da tempi immemorabili e per tutto il futuro: In alto verso Dio!» (p.256).
PLANCK M., La conoscenza del mondo fisico
(1906-1947)
, Bollati Boringhieri, Torino
1993
Vi si raccolgono 18 scritti, presentati da un commento di Enrico Bellone, corrispondenti ad un ampio periodo di tempo (1906-1947) ed introdotti da una Autobiografia scientifica (saggio postumo). È lo stesso scienziato a spiegare la logica che accomuna i vari scritti: essi «riguardano il compito della fisica come indagine del mondo esteriore reale», aggiungendo tuttavia che «il punto debole di questo modo di formulare il problema sta in ciò, che il mondo esteriore reale è una entità che non si presta in nessun modo ad essere mostrata direttamente; circostanza questa che ha sempre suscitato delle obiezioni di principio, e da cui anche oggi molti fisici e filosofi di grido concludono non aver senso parlare di un mondo esterno reale in contrasto col mondo quale si offre all’immediata percezione dei nostri sensi». Il padre della teoria dei quanti è consapevole delle profonde questioni filosofiche suscitate dalla nuova prospettiva recata dai suoi studi sulla quantizzazione della radiazione, ma le affronta all’interno di un quadro epistemologico che resta fedele ad un realismo di fondo, in sintonia con le riflessioni di un suo illustre contemporaneo, Albert Einstein. Questi saggi di Planck rappresentano un lucido esempio di come la scienza si apra con naturalezza a questioni di carattere filosofico che non possono essere eluse e la cui importanza va ben al di là del semplice problema di quale debba essere la corretta interpretazione del dato scientifico. Segnaliamo in modo particolare i seguenti scritti, i cui titoli mostrano già da soli la valenza interdisciplinare delle riflessioni dell’A.: “L’unità dell’immagine fisica del mondo” (pp. 33-65), “Legge di causalità e libero arbitrio” (pp. 115-156), “Dal relativo all’assoluto” (pp. 157-174), “La causalità della natura” (pp. 265-292), “Determinismo o indeterminismo?” (pp. 334-353). Il volume raccoglie anche un saggio intitolato Scienza e Fede (pp. 260-254), disponibile nella pagina di Documentazione generale di questo sito.
POINCARÉ H., Il valore della scienza
(1905)
, La Nuova Italia, Firenze
1994
Il noto matematico e fisico francese Henri Jules Poincaré (Nancy, 1854 - Parigi, 1912), oltre ai suoi importanti studi scientifici ha offerto contributi fondamentali per la nascita dell'epistemologia contemporanea. La sua principale opera in questo campo, La Valeur de la science (1905), pubblicata dopo La scienza e l'ipotesi (1902) e prima di Scienza e metodo (1908) e Ultimi pensieri (1913, postuma) è un classico dell'epistemologia contemporanea. Il testo, tuttora attuale e stimolante ad un secolo dalla pubblicazione, è suddiviso in tre parti (scienze matematiche, scienze fisiche e filosofia della scienza) in cui il lettore può trovare sia considerazioni di tipo metodologico, sia notazioni specifiche riguardo alla matematica, alla geometria e all'astronomia, sia riflessioni che esprimono la sua proposta epistemologica in un quadro storico-critico, che rispecchia e dialoga da un parte con lo spiritualismo e l’intuizionismo francese, dall'altra con il riduzionismo e il neopositivismo dell'epoca. Nel saggio è espressa l'impostazione filosofica generale dello scienziato, in particolare nella terza parte dedicata alla definizione del valore della scienza e delle singole teorie scientifiche. Come prima tesi, l'A. spiega anzitutto che "la morale e la scienza hanno i loro propri domini, che si toccano, ma non si confondono. L'una ci mostra a quale scopo dobbiamo mirare, l'altra, assegnato lo scopo, ci fa conoscere i mezzi per raggiungerlo. Non vi può essere una scienza immorale, come non vi può essere una morale scientifica" (p. 5). Nel prosieguo dell'analisi, l'A. enuncia una seconda importante tesi secondo cui "non soltanto la scienza non può farci conoscere la vera natura delle cose; ma nulla è capace di farcela conoscere e se qualche dio la conoscesse, non potrebbe trovare parole per esprimerla" (p. 192), ma che, tuttavia, "vi è qualcosa che sopravvive, se una di esse ci ha fatto conoscere un rapporto vero, questo rapporto è definitivamente acquisito e lo si ritroverà sotto un nuovo travestimento nelle altre teorie che verranno successivamente a regnare nel suo posto" (p. 193). A questo proposito, il matematico tiene a distinguere la sua posizione filosofica — comunemente anche se non sempre pertinenentemente qualificata come convenzionalismo — da quella del nominalista Le Roy e dall'interpretazione che quest'ultimo aveva dato delle sue tesi. Poincaré spiega infatti che le "ricette scientifiche" sono sempre soggette alla smentita dell'esperienza e che "tutto ciò che lo scienziato crea in un fatto è il linguaggio nel quale lo enuncia" (p. 168). Il convenzionalismo dell'A. è quindi ancorato alla realtà e una geometria, afferma nel testo, può essere sì più "comoda" di un'altra, ma solo se si presenta matematicamente più semplice e se permette di inquadrare meglio i fatti sperimentali. L'oggettività stessa della scienza è anzitutto linguistica, in quanto "ciò che ci garantisce l'oggettività del mondo nel quale viviamo è che questo mondo ci è comune con altri esseri pensanti […] crediamo di poter concludere che questi esseri ragionevoli hanno visto la stessa cosa che vediamo noi: è così che sappiamo di non aver fatto un sogno" (p. 188). L'armonia espressa dalle leggi matematiche è, alla resa dei conti, quella che è definibile, secondo l'epistemologo, "la sola realtà oggettiva, la sola verità che possiamo attingere", che spiega ancora che se "l'armonia universale del mondo è la sorgente di ogni bellezza, si comprende allora quale valore dobbiamo attribuire ai lenti e penosi progressi che a poco a poco ce la fanno meglio conoscere" (p. 8). Dunque, lo scienziato ha molto da ricercare nel suo approssimarsi alla verità, ma tale attività ripaga in quanto "la ricerca della verità deve essere il fine della nostra attività: è il solo fine che sia degno di essa. […] Talora tuttavia, la verità ci sgomenta (p. 3) […] Eppure non bisogna aver paura della verità, poiché essa sola è bella "(p. 4).
POLKINGHORNE J., The Faith of a Physicist. Reflections of a bottom-up Thinker
, Princeton University Press, Princeton (NJ)
1994
John Polkinghorne (1930), fisico delle particelle e sacerdote anglicano, è uno degli studiosi contemporanei che maggiormente hanno indagato i legami tra la scienza e la religione. Fellow della Royal Society e Professore di Fisica matematica all'Università di Cambridge, presidente del Queens' College di Cambridge, ha pubblicato numerosi saggi e libri, alcuni dei quali tradotti in italiano. Il saggio The faith of a physicist (La fede di un fisico) è tratto dalle Gifford Lectures tenute dall’A. nell'anno accademico 1993-94 all'Università di Edimburgo e il cui oggetto era "La conoscenza di Dio". La tesi principale che lo studioso sostiene lungo tutto il corso del libro, è che la ricerca (quest) di una comprensione motivata è uno scopo e un metodo di lavoro condiviso sia da chi fa scienza, sia da chi sviluppa la conoscenza della fede, e che ambedue i tipi di ricerca sono «viaggi di scoperta intellettuale» che partendo entrambi dall'osservazione e dall'esperienza, si devono poi aprire ad un approfondimento e a un'eventuale correzione. Polkinghorne imposta e organizza le sue riflessioni con il metodo proprio di uno scienziato quale egli è: attraverso un esame completo (bottom-up) delle credenze cristiane, dalla creazione alla resurrezione di Gesù Cristo, enunciate lucidamente nella versione del Credo di Nicea (325 d.C.) —al quale l’A. fa esplicito riferimento citandone numerosi passi— si vogliono fornire prove, o comunque basi razionali in grado di sostenerne la ragionevolezza. Per fondare il suo discorso, lo studioso si basa, oltre che sulle Sacre Scritture, sui "fenomeni" naturali, ossia su ciò che è maggiormente e più facilmente visibile per tutti —si trova, infatti, al gradino più basso (bottom) della scala d'ascesa a Dio, ma può permettere di salire fino alla cima (up) - sui contesti storici e sulle teorie scientifiche, nonché sulla natura umana e i suoi sentimenti, che sono descritti in altre fonti, tra cui letteratura, filosofia e psicologia. Dopo aver analizzato anche la parte finale del Credo, riguardo allo Spirito Santo, alla Chiesa e all'escatologia, e averne anche valutato le visioni alternative proposte da altre religioni, Polkinghorne conclude nell'epilogo, citando S. Anselmo, che la fede può essere oggetto d'indagine razionale e di meditazione continua da parte di ciascuno in quanto fides quaerens intellectum. Dunque, scienza e fede non sono campi incompatibili, ma in realtà sono ambedue ricerche verso la verità in cui «restano molti enigmi riguardo ai quali scienziati e teologi possono lavorare assieme nel tentativo di capire, scopo perseguito con sincerità, scrupolosità e umiltà, nella consapevolezza del grande oceano di verità che si estende, non ancora scoperto, di fronte a noi» (p. 193).
SEVERI F., Dalla scienza alla Fede
, Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi
1959
Nato ad Arezzo nel 1879 e morto a Roma nel 1961, Francesco Severi è stato uno dei più grandi matematici italiani del XX secolo. Percorse una carriera rapidissima e assai prestigiosa che lo vide ordinario di geometria proiettiva e descrittiva a soli ventisei anni, Rettore dell’Università di Roma, fondatore e presidente a vita dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica, Accademico d’Italia e dei Lincei, ricercatore di fama internazionale e autore di opere sia di elevata specializzazione che di impostazione didattica. Tuttavia, la vita del Severi non si esaurì in questa pur eccezionale attività: probabilmente la pagina più ricca e profonda dell’esistenza del grande scienziato aretino è rappresentata dalla sua conversione, o meglio dal ritorno, al cattolicesimo, evento che costituisce il motivo dominante del bel libro Dalla scienza alla fede, scritto, come egli stesso ricorda nella Prefazione, su invito di Padre Anselmo Gabbani, Priore dei Camaldolesi, presso i quali egli aveva maturato il riavvicinamento alla fede abbandonata nel periodo della fanciullezza. Scrive il Severi: «Una paziente elevazione e macerazione del pensiero scientifico m’aveva condotto a poco a poco alle soglie del Mistero, oltre le quali non si può andare che nella luce della Rivelazione, mercé la grazia che Iddio di Misericordia concede ai sofferenti e agli imploranti. La gravezza delle sofferenze fisiche m’ha dato l’ultima spinta verso una maggiore illuminazione del Cielo». Questo intreccio di sapere e di Mistero, di profonde esperienze intellettuali e di altrettanto profonde sofferenze, di pura razionalità e di preghiera ardente appare assai suggestivo e accomuna il Severi ad altri celebri scienziati (basti pensare al caso davvero emblematico di Blaise Pascal). E forse non privo di un significativo valore simbolico può risultare anche il fatto che Francesco Severi sia nato il giorno di Pasqua e morto l’8 dicembre, Festa dell’Immacolata Concezione. Attraverso i 23 saggi raccolti nel volume, generalmente testi di conferenze divulgative, si offre al lettore una visione di insieme di quali fossero le domande filosofiche della scienza più dibattute nella prima metà del XX secolo. Il linguaggio utilizzato dall’A. e il contesto scientifico entro cui egli si muoveva, sebbene restino indietro rispetto ai successivi sviluppi delle scienze, rappresentano nondimeno una testimonianza storica di indubbio valore sulla dimensione umanistica e filosofica della scienza, interpretata da uno dei suoi protagonisti.
WEISSKOPF V., Il privilegio di essere un fisico
, Jaca Book, Milano
1994
Questo libro raccoglie alcuni saggi scritti dall’autore nell’arco di circa quindici anni (dall’inizio degli anni ’70 alla fine degli anni ’80). Gli argomenti spaziano dalle scienze naturali alla tecnologia, dalla filosofia all’arte, con particolare attenzione ai problemi della società: crisi dell’istruzione, degrado ambientale, confronto tra superpotenze. Il volume si divide in cinque parti a loro volta ripartite in capitoli (sedici in totale). Nella prima parte “Vita di uno scienziato” Weisskopf attinge dalla propria esperienza per tratteggiare i doveri morali dello scienziato. Una discussione del valore e dei limiti della scienza, in generale, e della fisica, in particolare, è l’oggetto della seconda parte “Scienza e Cultura”. Il lettore è guidato ad assaporare i concetti chiave della fisica moderna nella terza parte “Idee nella fisica”. La quarta parte “Due fisici” è un tributo a due padri della meccanica quantistica: Wolfgang Pauli e Werner Heisenberg. Il testo si conclude con brani legati alle scelte etiche di scienziati e tecnologi, raccolti nella quinta parte “Scienza e società”. Il libro di Weisskopf ha molti pregi. Il lettore scientificamente curioso vi troverà un’introduzione al mondo della fisica contemporanea con una prosa sobria, priva di inutili tecnicismi o, peggio, di formule indecifrabili e corredata di figure. L’addetto ai lavori vi troverà una discussione animata da vigore morale di quale deve essere il ruolo dello scienziato e del tecnologo nel mondo di oggi. Tutti saranno impressionati dal vibrante impegno nella società civile raccomandato ai propri contemporanei da un testimone della nascita dell’energia nucleare e dei suoi utilizzi, sia pacifici che bellici: anche se la corsa agli armamenti sembra relegata al passato, lo scenario mondiale non è oggi meno inquietante e richiede un impegno generalizzato per la pace mondiale.
Informazione Bibliografica in preparazione
BAVINK, B., La scienza naturale sulla via della religione
, Einaudi, Torino
1944
BOHR N., Teoria dell'atomo e conoscenza umana
(1934)
, Boringhieri, Torino
1961
BORN M., The Restless Universe
, Doubleday, New York
1951
DAVIES P., La mente di Dio. Il senso della nostra vita nell’universo
, Mondadori, Milano
1993
DE BROGLIE L., Sui sentieri della scienza
, Boringhieri, Torino
1962
EDDINGTON A., Filosofia della fisica
, Laterza, Bari
1984
EDDINGTON A., La natura del mondo fisico
(1932)
, Laterza, Bari
1987
EDDINGTON A., Science and the Unseen World
, Allen & Unwin, London
1930
EIDUSON B., Scientists. Their Psychological World
, Basic Books, New York
1962
EINSTEIN A., Opere scelte
, a cura di E. Bellone
, Bollati Boringhieri, Torino
1988
ENRIQUES F., Scienza e razionalismo
(1912)
, Zanichelli, Bologna
1990
FANTAPPIÉ L., Conferenze scelte
, Di Renzo editore, Roma
1993
HEISENBERG W., La mia visione del mondo - La mia vita. Poesie
, Garzanti, Milano
1987
MCGRATH A.E., Glimpsing the Face of God. The searching for Meaning in the Universe
, Eerdmans, Grand Rapids (MI)
2002
SCHRÖDINGER E., Scienza e Umanesimo. Che cosè la vita?
, Sansoni, Firenze
1978
SIMPSON G.G., The Meaning of Evolution. A Study of Life and Its Significance
, Yale University Press, New Haven
1967
WEISSKOPF V., Conoscenza e meraviglia. La descrizione umana del mondo della natura
, Zanichelli, Bologna
1966
WEYL H., Filosofia della matematica e della scienza naturale
(1949)
, Boringhieri, Torino
1967
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