Étienne Gilson, Biofilosofia. Da
Aristotele a Darwin e ritorno. Saggio su alcune costanti della biofilosofia
(1971), Marietti 1820, Genova-Milano, 2003, traduzione di Silvia
Corradini
Indice: Presentazione (di E. Morandi)
e nota del traduttore. I. Prologo Aristotelico. II. L’obiezione
meccanicista. III. Finalismo ed evoluzione: A. Il fissismo, B. Il
trasformismo. IV. Bergsonismo e Finalismo. V. Limiti del meccanicismo.
VI. Costanti biofilosofiche. Appendice I. Appendice II: Darwin in
cerca della specie.
La nuova collana di filosofia I Kaladri, promossa e curata
per la parte tomista dall’Istituto Filosofico di Studi Tomistici
di Modena, non poteva avere miglior battesimo. Si tratta di un volume
che, dopo oltre 30 anni dalla sua prima edizione francese, si può
considerare a tutti gli effetti un testo fondamentale, come mette
in luce Emmanuele Morandi nella penetrante prefazione. Étienne
Gilson, autore che non ha bisogno di presentazione alcuna, stavolta
si cimenta in un campo per lui inusuale; e tuttavia anche qui non
ci finisce di stupire per la sconfinata erudizione e per l’acume
teoretico con cui affronta il problema dell’evoluzionismo.
Nel primo capitolo Gilson espone il finalismo teorizzato nelle
opere naturalistiche di Aristotele, sempre poco lette, e mostra
che l’esistenza del fine è un fatto innegabile e necessario
per spiegare la costituzione degli enti con parti eterogenee, ad
es. i viventi. La comprensione del finalismo, pur essendo diverso
dal vitalismo [cap. IV], non è però “chiara
e distinta”, e si basa sull’analogia tra natura e artista:
come la natura predispone la formazioni di parti strutturate per
avere un tutto, così l’artigiano predispone una parte
materiale dopo l’altra per realizzare l’idea che ha
in testa. Ma, precisa Gilson, «L’analogia con l’arte
aiuta quindi a individuare nella materia la presenza di una causa
analoga a quella che è l’intelligenza nelle operazioni
dell’uomo, ma non sappiamo qual è questa causa. Il
concetto di una finalità senza conoscenza e immanente alla
natura resta misterioso. Aristotele non pensa che sia un motivo
per negarne l’esistenza» (p. 22). Tale negazione è
operata dal meccanicismo [cap. II] che, a partire da Empedocle,
commette il grave “peccato” di negare l’esistenza
del fine (e della forma sostanziale, finis materiae) in nome
di una spiegazione “matematizzabile” di tutti i processi
naturali [cap. V].
Il terzo capitolo è probabilmente quello più importante:
dapprima mostra come la teoria fissista di Linneo e Buffon («il
mondo è rimasto lo stesso dal momento della sua creazione»,
p. 53) si formula chiaramente solo quando iniziano a diffondersi
le prime idee sul trasformismo («qualsiasi dottrina che affermi
che le specie animali o vegetali sono cambiate nel corso del tempo»,
p. 66); «in questo senso – afferma Gilson – si
potrebbe dire che è il trasformismo che ha creato il fissismo»
(p. 53). Da questa opposizione iniziano a nascere e a diffondersi
una serie di concetti e di “equivalenze” molto confuse
e poco scientifiche, che tuttora caratterizzano la cultura filosofica
e scientifica.
a) Equivalenza tra fissismo e religione cristiana, ovvero l’erronea
convinzione in base alla quale «la religione cristiana insegna
la creazione degli esseri quali li conosciamo oggi» (p. 56).
Anche Darwin mostra di accettare questa errata equivalenza, così
che «quando le sue proprie osservazioni e riflessioni gli
renderanno impossibile questa credenza, perderà la fede originaria
nella verità della religione cristiana» (ibidem).
b) Equivalenza tra evoluzionismo e darwinismo. Di questa identificazione
non è certo responsabile Darwin (cfr. cap. II, B, p. 79ss).
Gilson mostra infatti con dovizia di testi e di commenti che Darwin
non usa mai la parola “evoluzione” ne L’Origine
delle specie (se non una volta nella quinta edizione), contrariamente
a Spencer, che invece ne fa un principio filosofico generale. Gilson
crede che le maggiori responsabilità di questa “evoluzione”
semantica siano da attribuire a un articolo del 1878 di Thomas Huxley
sull’ Encyclopedia Britannica, che identifica esplicitamente
evoluzionismo e darwinismo (cfr. p. 118). Fino a quel momento “evoluzione”
era nella maggior parte dei casi usato nel senso contrario a “svolgimento
dell’inviluppato”, concetto comune al preformismo e
all’antica teoria delle rationes seminales , e forse
proprio per questo Darwin non usa il termine “evoluzione”,
che pur conosceva bene (cfr. pp. 81ss).
Brillanti e acute sono le pagine che Gilson dedica all’analisi
storico-critica del “pensiero” di Darwin, che si basa
su tre principi fondamentali (cfr. p. 137): 1) la selezione naturale;
2) la variazione spontanea e causale dei caratteri 3) la lotta per
l’esistenza (idea questa che Darwin “fonda” sull’idea
malthusiana di sproporzione crescente tra popolazione e ricchezze
(cfr. pp. 120ss). Gilson mostra poi come Darwin sia orgoglioso di
aver contribuito all’affermarsi dell’idea del «cambiamento
delle specie attraverso la generazione. È questo –
afferma Darwin – il punto chiave. Personalmente, è
ovvio, attribuisco grande importanza alla selezione naturale: ma
ciò mi pare completamente privo d’importanza in rapporto
alla questione : Creazione o Modificazione» (cit. a
p. 98).
E proprio sul concetto di modificazione delle specie, Gilson fa
i suoi penetranti rilievi critici. Da un lato mostra come il concetto
di specie sia una nozione che Darwin stesso ammette essere confusa
e poco chiara, fino ad ammettere che è una pura astrazione
utile (cfr. appendice II). Ma se le specie non esistono, che senso
ha cercarne la loro origine: «Non si può dunque esser
certi che ci siano delle specie rigidamente definibili, e se ci
si sofferma a pensare [come vuole Darwin] che qualsiasi cosiddetta
specie è come una varietà di un’altra specie,
il problema della loro origine perde di significato. Finché
le specie erano supposte fisse, si poteva sperare di sapere esattamente
cosa fossero, ma non sarà più il caso di ricercarne
l’origine dal momento che non esistono più» (p.
132). L’evoluzione dunque è un termine etimologicamente
poco chiaro, usato per indicare una teoria ancor meno chiara. Gilson,
che scrive nel 1971, non esiterà ad affermare che «“Evoluzione”
ha avuto soprattutto la funzione di mascherare l’assenza di
un’idea» (p. 143).
Il libro di Gilson ha l’indubbio merito di mostrare quanto
poco scientificamente siano spesso usati i concetti di “creazione”,
“fissismo”, “evoluzione” e “darwinismo”.
È possibile che una mente geniale come Darwin possa pensare
che la verità della religione cristiana include l’ipotesi
fissista? E ancora, è possibile credere che la verità
di una “mutazione” e una storia delle specie, possa
implicare la negazione del concetto di “creazione”?
Ebbene, ciò è possibile, e ancor oggi l’uso
improprio dei termini è facilmente rintracciabile in non
pochi esponenti del pensiero sia filosofico che scientifico, siano
questi detrattori o fautori dell’evoluzionismo (si pensi solo
ai dibattiti sulla clonazione, in cui si afferma che in tal modo
l’uomo diviene “creatore” della vita). Si tratta
di una dialettica nata da un totale fraintendimento dei concetti
di generazione e creazione. Già in ottica aristotelica, in
cui si distinguono mutazione sostanziali e accidentali, non è
eresia affermare che una certa specie subisce nel tempo delle mutazioni
accidentali: ad es. la specie “uomo” può variare
nel tempo la sua altezza media (accidente). Ma evidentemente Darwin
riteneva di aver dimostrato che nel tempo si fossero avute mutazioni
sostanziali da una specie all’altra, e riteneva che le “nuove”
specie non potevano essere create da Dio.
Già Tommaso d’Aquino aveva affermato nella Summa
theologiae, che «Dio crea immediatamente tutti gli enti,
ma istituisce nelle cose create un ordine, affinché qualche
cosa dipenda da altri enti» (I parte, q. 8, a. 3. co.). Dunque,
se nella natura si riscontra un certo ordine temporale e causale,
per cui x causa y, nondimeno y è creato
dal nulla da Dio, in quanto Dio crea x e tutte le condizioni
per cui y possa venire ad esistere. Se un fabbro fabbrica
un coltello, ne è la causa nell’ordine fisico del suo
divenire (causa fiendi) e nondimeno il coltello è
immediatamente creato da Dio (unica causa essendi), che pur
lo ha voluto creare in modo tale che avesse una dipendenza fisica
dal fabbro (cfr. De Veritate, q. 5 a. 8 ad 2um).
Può essere altresì interessante ricordare che per
san Tommaso, Dio crea il corpo del primo uomo “usando”
il fango da lui stesso creato: il fango è realmente causa
materiale del corpo, che nondimeno è completamente creato
da Dio, poiché Dio dal nulla ha creato il fango e la forma
corporea che lo ha reso corpo umano (Summa theologiae, I,
q. 91, a. 1 ad 4um). Lo stesso dicasi per qualsiasi generazione
di mammiferi: i gameti maschili e femminili e i genitori sono cause
reali (materiali ed efficienti) del nuovo vivente, che tuttavia
resta sul piano entitativo totalmente causato da Dio. E, come si
vede dagli esempi, sia ha ad un tempo reale mutazione (si
passa dal ferro al coltello, dal fango al corpo umano) e creazione,
con buona pace di Darwin, che pensa al Dio creatore come a colui
che all’inizio crea tutto quanto, per poi lasciare che il
mondo continui ad esistere secondo le sue proprie leggi: è
in fondo il Dio orologiaio, che crea tutto all’inizio e poi
non crea più nient’altro. Se il primo uomo deriva
da una specie biologica inferiore o comunque diversa, e se
la questa è derivata a sua volta da un ente più semplice,
vuol dire semplicemente che Dio ha creato le specie biologiche superiori
impiegando come “materia” quelle inferiori, e ha creato
l’uomo animal rationale, usando come materia quella
di altri animali (anziché il fango). La differenza essenziale
tra l’uomo e gli altri viventi risiede “solo”
nel fatto che l’anima umana, è creata immediatamente
da Dio, ovvero senza concorso o mediazione di cause seconde, dato
che, essendo spirituale e immateriale, essa non è in alcun
modo “edotta” dalla materia (cfr. Summa theologiae,
I, q. 90, a. 2, co. e ad 3um).
In questo senso, il libro di Gilson ci aiuta a penetrare, in un’ottica
sia storica che teoretica, all’interno di questo complesso
intreccio di concetti, la cui attualità è tuttora
attestata dagli innumerevoli dibattiti su queste tematiche.
Prof. Claudio Antonio Testi
Istituto Filosofico di Studi Tomistici, Modena
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