Divulgazione scientifica: attrarre comunicando
un’esperienza viva
L’incontro tra l’esperienza scientifica e la dimensione
religiosa non è il risultato di uno sforzo di riconciliazione
tra due realtà considerate come alternative e contrapposte;
il problema non è quello di trovare a tutti i costi dei link,
per usare il gergo della rete, tra due mondi lontani e indipendenti.
Si tratta piuttosto di andare alla radice dell’una e dell’altra,
indagando le motivazioni profonde del fare scienza insieme a quegli
elementi espressivi che rivelano una tensione religiosa presente
e operante in ogni momento dell’agire umano.
Ciò vale a livello del dibattito filosofico e teologico,
come si inizia a vedere ben documentato nella pagine web di questo
Portale; ma lo si può constatare anche da un’angolatura
particolare come è quella della divulgazione scientifica,
che sta vivendo una nuova stagione di vitalità. La divulgazione,
o meglio la comunicazione, scientifica si presenta oggi in una pluralità
di forme e può far leva su nuovi e potenti strumenti che
amplificano lo spettro informativo e lo arricchiscono di immagini,
suoni e animazioni aumentandone notevolmente l’efficacia e
la fruibilità. Cresce però anche il rischio che i
tanti messaggi veicolati si impoveriscano di contenuto conoscitivo;
che non corrispondano alle reali esigenze di chi vi accede: insomma,
ci troviamo davanti a troppe risposte senza che siano ben chiare
le domande e c’è il pericolo che tutto il sistema della
comunicazione possa implodere sotto il peso schiacciante delle troppe
informazioni non ben metabolizzate.
Tale situazione fa venire a galla un interrogativo elementare ma
che si rivela come il più interessante: perché divulgare?
È un interrogativo che tocca entrambi i poli della comunicazione:
perché è così importante che il lavoro scientifico
venga comunicato a tutti e perché è così importante
che il pubblico sia attento a quanto accade nei laboratori e nei
centri di ricerca? Che cosa c’è in gioco?
In effetti in gioco c’è molto di più della
semplice esigenza di disseminare informazioni; e anche più
di un generico innalzamento del patrimonio medio di conoscenze del
cittadino, che gli consenta di valutare alcune scelte di politica
economica.
Ciò che viene portato alla ribalta dalla divulgazione è
un problema culturale più ampio: è la concezione del
rapporto tra la persona e la realtà, è la possibilità
di uscire dalle secche del nichilismo strisciante per affermare
una effettiva, pur se impegnativa, possibilità di conoscenza
del reale. Non siamo quindi su un’area di dominio esclusivo
degli specialisti o degli appassionati, ma ci muoviamo su un terreno
che interessa veramente tutti quanti.
Affinché una simile prospettiva possa essere percepita e
consolidata, devono verificarsi alcune condizioni.
Bisogna anzitutto che si affermi una visione “amichevole”
del rapporto tra l’uomo e il cosmo; che si vada incontro al
reale con un’ipotesi positiva, convinti della possibilità
che il disegno del mondo non resti totalmente velato, che il libro
della natura sia aperto e leggibile. Senza per questo nascondersi
le difficoltà dell’interpretazione e la fatica di adattare
continuamente il linguaggio alla singolarità di pagine che
si rinnovano indefinitamente ad ogni lettura.
Altre condizioni riguardano lo specifico della divulgazione, che
troppo spesso è impostata come pura trasmissione di risultati,
come trasferimento, più o meno intelligente e accattivante,
di contenuti che qualcuno possiede in abbondanza e si impegna a
travasare negli altri. Tale approccio in parte risponde ad una naturale
esigenza di informazione e di partecipazione; ma si trasforma facilmente
in una sorta di freddo automatismo che si limita a rincorrere i
fenomeni per catturarne i soli aspetti superficiali. Così
la preoccupazione dominante è da un lato quella dell’aggiornamento
quantitativo; dall’altro la ricerca affannosa di accorgimenti
volti a catturare l’attenzione del pubblico, senza peraltro
suscitare una vera attrattiva.
La situazione si può capovolgere a patto di attenuare l’accento
sui risultati e di spostare il focus sull’esperienza, sia
di chi comunica che del destinatario della comunicazione.
Per il primo l’invito è a partire non tanto dal bagaglio
delle conoscenze acquisite quanto dal vivo della propria esperienza
(di ricercatore o comunque di studioso della materia). Si scoprirà
in tal modo che il comunicare non è un semplice trasferimento
di notizie, di idee, di risultati ma è una preziosa occasione
di arricchimento e di crescita. “Comunicando si impara”:
non è un facile slogan ma corrisponde a una dimensione essenziale
della scienza, perché la realtà ha una profondità
insondabile e ogni volta che la si rivisita rivela nuovi particolari
e nuovi aspetti sorprendenti.
Da parte di chi riceve, al di là delle sensazioni e delle
emozioni immediate – peraltro esasperatamente sollecitate
dalle tendenze comunicative più recenti – si tratta
di aver chiaro dove indirizzare l’attenzione. A noi sembra
che l’attenzione debba essere polarizzata sul guadagno conoscitivo
che si può ricavare dal momento comunicativo; e sul conseguente
gusto che deriva dalla scoperta di nuovi aspetti della realtà.
Affrontare un tema scientifico deve costituire un’esperienza
analoga a quella che si fa quando si entra in un nuovo ambiente
o si visita per la prima volta una città: lo sguardo è
tutto proteso a cogliere gli elementi di novità e lo spirito
è pronto a gioire nell’impatto con qualcosa di attraente.
Se è così l’incontro con la dimensione religiosa
viene da sé e non è necessario che uno scienziato
parli espressamente di Dio per risultare interessante da parte di
chi ha una prospettiva di fede. Comunicare l’esperienza della
ricerca scientifica significa mostrare il valore di una avventura
di conoscenza che si traduce in una possibilità di crescita
sul piano umano, in un arricchimento della persona che acquista
sempre più consapevolezza delle cose che la circondano e
del proprio posto nel cosmo. Nell’esperienza di molti scienziati
si può vedere all’opera la dinamica fondamentale di
ogni atto conoscitivo, che parte dall’atteggiamento genuino
dell’uomo che accusa il contraccolpo del reale, si adopera
con ogni risorsa per rispondere alla provocazione posta dai fenomeni
e tenta di decifrare i molteplici segni che compaiono sulla scena
del mondo; fino ad essere condotto alle soglie del mistero che affiora
da ogni piega della natura, non tanto come incognita inafferrabile
quanto come poderosa presenza che fa essere tutte le cose.
È perciò possibile rintracciare le fasi del dialogo
con questa presenza tra i passaggi di un teorema o nel resoconto
di un esperimento; e ci sono ricercatori che riescono a comunicare
con efficacia tutta la tensione drammatica dell’indagine,
come il premio Nobel per la fisica Richard Feynman che così
si esprimeva: "La stessa emozione, la stessa meraviglia
e lo stesso mistero, nascono continuamente ogni volta che guardiamo
a un problema in modo sufficientemente profondo. A una maggiore
conoscenza si accompagna un più insondabile e meraviglioso
mistero, che spinge a penetrare ancora più in profondità.
Mai preoccupati che la risposta ci possa deludere, con piacere e
fiducia solleviamo ogni nuova pietra per trovare stranezze inimmaginabili
che ci conducono verso domande e misteri ancora più meravigliosi
– certamente una grande avventura!"
Un’avventura non estranea, anzi fortemente intrecciata alla
costante ricerca di senso che accomuna tutti gli uomini e che anche
nel più raffinato lavoro scientifico può trovare suggerimenti,
spunti, richiami. Tanto da far dire ad un altro grande fisico del
Novecento, Victor Weisskopf: "Non posso fare a meno di pensare
che essi (gli scienziati) rappresentino una «felice razza
di uomini» fra tanti altri che sono alle prese con i problemi
del significato, del senso e dello scopo".
Mario Gargantini
Ingegnere e giornalista scientifico, direttore di Emmeciquadro,
Euresis, Milano
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