Il terreno sotto i piedi... ovvero la ricerca
di un fondamento
Ai
nostri giorni il riaffiorare delle tematiche religiose, pur non senza gravi
distorsioni, contemporaneamente al nascere in modo serio di numerosi
interrogativi in ambito scientifico, ripropone in termini completamente nuovi il
problema del dialogo tra scienza e fede, o più precisamente, del dialogo tra
scienze e teologia come discipline. La questione che sta emergendo è la
“scoperta” del fatto che il vero problema non è tanto quello del
“dialogo” , ma quello di un terreno sul quale poggiare i piedi…, o fuor di
metafora, il “problema dei fondamenti”.
Su
quale base scienza e teologia possono e devono confrontarsi e collaborare? Il
semplice confronto — più o meno antagonisticamente concepito —
tra scienza e teologia, sui loro rispettivi e ben distinti terreni, sembra
poter, oggi, essere superato verso una vera e propria collaborazione su un
terreno di lavoro comune, atto ad offrire alcuni fondamenti metodologici alla
scienza come alla teologia sistematica.
Tra i diversi metodi del confronto tra la scienza e la teologia,
che occorre assai probabilmente superare perché ormai inadeguati,
vi è un primo modo — quello più ingenuo che, pur essendo spesso
criticato, ancora viene, di fatto, seguito come fosse del tutto
corretto, sia da coloro che si schierano a favore della fede e della
teologia che da quanti ne vogliono dimostrare l’inconsistenza —
è quello del concordismo. Il concordismo può assumere diverse
forme, più o meno sofisticate, ma nella sua sostanza consiste nel
tentativo di stabilire delle corrispondenze automatiche e tra le
affermazioni di alcune teorie scientifiche e le affermazioni contenute
nella rivelazione biblica, o in altre tradizioni religiose scritte,
o anche, all’opposto, nelle tesi ateistiche. È ormai classico l’accostamento-identificazione
tra il big-bang della cosmologia scientifica e il fiat
lux biblico, per citare solo un esempio. È certamente suggestivo,
spontaneo, tentare degli accostamenti di questo tipo, ma non si
può sostenere di averne dimostrato la correttezza, se non altro
perché non si dispone di un terreno sul quale poggiarsi per condurre
una tale dimostrazione.
Inevitabilmente,
oltre alle questioni sul metodo con cui attuare il confronto, si aggiungono
spesso, anche ulteriori complicazioni dovute ad una inadeguata conoscenza delle
teorie scientifiche da parte di filosofi e teologi, da una parte, come ad un uso
assolutamente erroneo della terminologia teologica da parte di taluni
scienziati. Per fare solo un esempio si equivoca sul termine creazione
intendendo, meccanicisticamente, la creazione come un semplice
“avvio” della macchina dell’universo, pensando che se l’universo fosse
privo di un’origine nel tempo non occorrerebbe alcuna creazione e quindi
sarebbe inutile l’azione e l’esistenza stessa di Dio. Inoltre si identifica
spesso ciò che i fisici chiamano “vuoto” con ciò che filosofi e teologi
chiamano “nulla”. Tutto ciò ha portato anche scienziati di fama
internazionale a sostenere la tesi estremamente superficiale secondo la quale i
modelli di universo aventi la loro “origine” in una fluttuazione quantistica
del vuoto siano per questo emersi “dal nulla”, e dunque escludano la
presenza di un Creatore. In ogni caso, nel corso della storia, questo tentativo
concordista, di fatto, non ha mai dato dei buoni risultati: anzitutto perché è
quasi sempre viziato metodologicamente, in quanto è guidato troppo spesso da
una pregiudiziale ideologica: quella di voler provare una tesi, teista o
ateista, già assunta aprioristicamente, strumentalizzando in qualche modo sia
la scienza che il contenuto della rivelazione; secondariamente perché sia le
teorie scientifiche che i metodi dell’ermeneutica scritturistica, essendo
ipotetici, evolvono, lasciando le tesi concordiste, quindi, sempre nella
precarietà.
È, dunque, necessario un terreno più rigoroso per un confronto,
che non dia troppo spazio ai preconcetti, ma si fondi su di una
razionalità dimostrativa. Pare, a questo proposito, di poter rinvenire,
in alcune delle problematiche epistemologiche emergenti dalle ricerche
scientifiche più recenti, alcune linee sulla base delle quali scienza,
filosofia e teologia, più che cercare punti di accordo, possano
e debbano collaborare, ciascuna con il proprio metodo, alla costruzione
di un’epistemologia, di una logica, e di un’assiomatica ampliate,
che sia scienza che teologia possano utilizzare come base comune
per le loro dimostrazioni. Per quanto riguarda il mondo della scienza,
anzitutto muovendosi sul terreno del problema dei fondamenti
delle sue teorie; per quanto riguarda il mondo della filosofia e
della teologia, muovendosi alla ricerca di una rinnovata sistematicità,
basata su metodi dimostrativi, per quanto possibile, oltre che descrittivi.
Una dilatazione della razionalità scientifica, dunque, che superi
in certo modo lo schema univoco delle matematiche e delle scienze
galileiane — senza ben inteso escludere queste ultime —
aprendosi a quell’approccio analogico che per un’autentica
filosofia e una teologia sistematica è sempre stato fondamentale
e che esse sono in grado, con il loro linguaggio, di formulare in
modo più rigoroso. Oggi questo modo di procedere sembra meno remoto
di qualche decina di anni fa, soprattutto da parte di alcuni settori
delle scienze che stanno rivedendo profondamente il loro modo di
procedere, spinte da un’esigenza intrinseca di maturazione. Stiamo
assistendo ad un graduale accostarsi delle scienze a problematiche
che sono, in senso proprio, ontologiche e che devono essere affrontate
con metodi dimostrativi e non appena descrittivi e con un linguaggio
che possa essere riconoscibile come scientifico.
Una seconda via, intrapresa in passato, oggi da superare, che del
concordismo non è che il rovescio della medaglia, è quella
che istituisce un assoluto parallelismo (altri dicono indipendenza)
tra scienza e teologia, considerate come due binari senza possibilità
alcuna di incontro e quindi di accordo, o di conflitto. È la scelta,
in apparenza, più comoda per evitare il ripetersi di spiacevoli
incidenti che segnino ulteriormente la storia dopo la questione
galileiana. Si afferma che le discipline hanno metodi diversi (e
questo è vero, per cui godono di una reciproca autonomia) e sono
tra loro “incommensurabili” (e questo non è corretto perché esistono
pure degli aspetti fondativi comuni), quindi le loro conclusioni
non devono essere raffrontate. È giusta, l’affermazione di un’autonomia
di metodo, ma non è forse eccessiva l’affermazione della totale
incommensurabilità? Non si rischia di appoggiarsi alla dottrina
della doppia verità e quindi di nessuna verità? Un modo di procedere
che si accorda facilmente con il relativismo filosofico odierno.
La conseguenza è necessariamente la negazione di ogni valore conoscitivo
sia alla conoscenza scientifica che a quella teologica, è lo strumentalismo
assoluto. In questo caso il confronto è escluso a priori.
La
novità che oggi appare con maggiore evidenza, sembra risiedere nel fatto che le
stesse scienze logiche, matematiche, informatiche, fisiche e chimiche, per non
parlare di quelle biologiche, sembrano richiedere dei fondamenti più ampi, ma
non per questo meno rigorosi, per poter affrontare i loro stessi oggetti, via
via più complessi e strutturati. In particolare appare del tutto insufficiente
quell’epistemologia riduzionistica che, nella linea delle scienze
sperimentali, vuole la biologia ricondotta ultimamente alla chimica, la chimica
alla fisica. Nella linea delle scienze formali già con la pubblicazione dei
teoremi di Gödel questa insufficienza era stata dimostrata in ordine al
progetto di Russell e Whitehead di ridurre l’aritmetica alla logica.
Il problema principale, allora, non appare più essere tanto quello
della conquista di un predominio delle scienze sulla teologia, o
viceversa, né quello della difesa del proprio terreno, quanto quello
dell’identificazione di un terreno comune, di una sorta di
alfabeto comune sul quale costruire insieme una meta-scienza
fondante sia per le scienze che per la teologia. Il problema è dunque
quello di una messa a punto dimostrativa dei fondamenti ontologici
delle scienze. È un problema filosofico al quale oggi sono le scienze
ad essere arrivate dal loro interno.
Problemi
antichi oggi scoperti come nuovi, con nuovi linguaggi e nuovi strumenti. Per
questo non è privo di interesse il confronto con i grandi pensatori greci e
medioevali.
La
documentazione offerta in queste pagine Web su questi temi è ampia, sia nel
campo moderno che in quello antico, e c’è da augurarsi che possa servire
anche a stimolare la ricerca su una questione che, alla fin fine, non riguarda
appena la scienza e la teologia, ma la razionalità in quanto tale e le
conseguenze pratiche che da essa derivano, nella cultura e nella convivenza
umana.
Alberto Strumia
Dipartimento di Matematica
Università di Bari
© 2005 Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede
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