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Perché
lo studio della creazione è istruttivo per la fede: i compiti del
filosofo e del teologo nella conoscenza della natura, secondo la
Summa contro i Gentili
II. La considerazione delle opere di Dio è necessaria per listruzione della fede
umana sulle cose di Dio.
Primo, perché dallo studio di ciò che essa ha compiuto, possiamo facilmente volgerci
ad ammirare e a considerare la sapienza divina. Le cose infatti che sono prodotte
dallarte rappresentano larte medesima, perché eseguite secondo i suoi
criteri. Ora, Dio ha dato lesistenza alle cose con la sua sapienza, secondo le
parole dei Salmi (104, 24): «Tutte le cose le hai fatte con
sapienza». Perciò dallo studio delle creature possiamo quasi raccogliere la
sapienza di Dio, impressa in loro per una certa sparsa comunicazione della sua immagine.
Infatti nellEcclesiastico si legge «Sparse la sapienza su tutte le
sue opere» (cfr. Sir 1,7). Perciò il Salmista, dopo aver detto,
«Mirabile si è resa in me la sua scienza, essa è tanto alta e io non posso
raggiungerla» (cfr. Sal 138,6), e dopo aver accennato allaiuto
dellilluminazione divina con la frase, «La notte è la mia luce,
ecc.», aiutato dalla considerazione delle opere di Dio, per conoscere la
sapienza divina, confessa apertamente: «Le tue opere sono meravigliose, e ben le
conosce lanima mia» (cfr. Sal 136,12.14).
Secondo, questa considerazione porta ad ammirare laltissima virtù di Dio, e
quindi produce nel cuore degli uomini la riverenza verso Dio. Infatti la virtù
dellartefice viene concepita necessariamente superiore a quella delle cose prodotte.
Di qui le parole della Sapienza: «Se costoro», cioè i
filosofi, «hanno ammirato la virtù e gli effetti di queste cose»,
cioè del cielo, delle stelle e degli elementi del mondo, «capiscono quanto sia
più forte di essi colui che le ha fatte» (cfr. Sap 13,4). E quelle di s.
Paolo: «Le cose invisibili di Dio si comprendono mediante le opere da lui
compiute, così pure la sua sempiterna virtù e divinità» (cfr. Rm
1,20). Ora, da questa ammirazione deriva il timore e il rispetto verso Dio. Così infatti
si esprime Geremia: «Grande è il tuo nome in potenza. Chi non ti temerà, o Re
delle genti?» (Ger 10,6-7).
Terzo, questa considerazione accende gli animi degli uomini allamore verso la
bontà divina. Quando infatti cè di bontà e di perfezione sparso nelle diverse
creature, è concentrato in lui come nella fonte di ogni bene, come abbiamo visto nel Primo
Libro [cfr. Contra Gentiles, I, cc. 28, 40]. Se quindi la bontà, la bellezza e
la dolcezza delle creature attira lanimo degli uomini, la bontà fontale di Dio
stesso, paragonata ai rigagnoli del bene riscontrato con diligenza nelle singole creature,
attirerà totalmente a sé gli animi infiammati degli uomini. Ecco perché nei Salmi
si legge: «Mi hai allietato, o Signore, nelle cose da te compiute, esulterò
nelle opere delle tue mani» (cfr. Sal 92,5). E altrove si legge a
proposito dei figli degli uomini: «Saranno inebriati dallopulenza della
tua casa», ossia di tutta la creazione, «e li disseterai al torrente
delle tue delizie: perché in te cè la fonte della vita» (cfr. Sal
36,9-10). Inoltre nella Sapienza è detto contro certuni: «Dalle cose che
si mostrano buone», cioè dalle creature che sono buone per partecipazione,
«non seppero conoscere colui che è» (cfr. Sap 13,1), cioè
colui che è veramente buono, anzi la stessa bontà, come abbiamo dimostrato nel Primo
Libro [c. 38].
Quarto, questa considerazione dà alluomo una certa somiglianza con la perfezione
divina. Sopra infatti [cfr. I, cc. 49ss] abbiamo spiegato che Dio, conoscendo se stesso,
conosce in sé tutte le cose. Perciò, siccome la fede cristiana istruisce principalmente
luomo su Dio, e con la luce della rivelazione divina gli fa conoscere anche le
creature, nelluomo si produce una certa somiglianza della sapienza divina. Di qui
laffermazione paolina: «Noi tutti però a faccia svelata, quasi mirando in
uno specchio la gloria del Signore, siamo trasfigurati dallidentica sua
immagine» (2Cor 3,18).
È perciò evidente che la considerazione delle creature fa parte dellistruzione
della fede cristiana. Ecco in proposito le parole dellEcclesiastico:
«Io mi ricorderò delle opere del Signore e racconterò quello che ho veduto;
per la parola del Signore esistono le sue opere» (cfr. Sir 42,15).
III. La considerazione delle creature è necessaria non solo a istruire nella verità,
ma anche a combattere lerrore. Infatti gli errori circa le creature talora
allontanano dalla fede, perché sono incompatibili con la vera conoscenza di Dio. E questo
può avvenire in più modi.
Primo, perché chi non conosce le creature talora arriva allassurdo di
considerare quale prima causa, e quindi Dio, cose le quali non possono non derivare da
altre cause, ritenendo di non poter ammettere altri esseri che quelli che si vedono. Tra
costoro troviamo quelli che considerano Dio qualsiasi essere corporeo: «Coloro
che», come dice la Sapienza «o il fuoco, o il vento, o
laere mobile, o il cielo delle stelle, o la gran massa delle acque, o il sole e la
luna credettero dèi» (Sap 13,2).
Secondo, per il fatto che essi attribuiscono a delle creature ciò che è prerogativa
solo di Dio. Ma anche in questo capita un errore circa le creature. Infatti ciò che è
incompatibile con la natura di una cosa, non le venne attribuito, se non perché codesta
natura è ignorata: come nel caso in cui alluomo si attribuissero tre piedi. Ebbene
ciò che è esclusivamente di Dio è incompatibile con la natura di una creatura: come è
incompatibile con le altre creature ciò che è esclusivamente delluomo. Perciò
lerrore suddetto capita perché signora la natura delle creature. Di qui la
condanna della Sapienza: «Imposero alle pietre e al legno il nome
incomunicabile» (Sap 14,21). E cadono in tale errore coloro che
attribuiscono non a Dio, ma ad altre cause, la creazione, la conoscenza del futuro, o il
compimento dei miracoli.
Terzo, perché ignorando la natura del creato si toglie qualcosa alla virtù di Dio che
opera nelle creature. Ciò è evidente nel caso di coloro che ammettono due princìpi
della realtà; nel caso di quelli che fanno derivare le cose da Dio, non per volontà
divina, ma per necessità; e di quelli che sottraggono le cose, in tutto o in parte, alla
provvidenza divina, oppure negano che Dio possa agire fuori del corso ordinario della
natura. Tutte queste tesi infatti tolgono qualcosa alla potenza di Dio. E contro di
esse si legge: «Stimarono lOnnipotente quasi capace di nulla» (Gb
22,17). E ancora: «Ma dài a conoscere tu la tua potenza, che non sei
creduto perfettamente potente» (Sap 12,17).
Quarto, perché luomo, il quale è guidato verso Dio dalla fede come al suo
ultimo fine, per lignoranza delle cose naturali e quindi della sua posizione
nelluniverso, può pensare di essere sottoposto alle cose di cui è superiore. Ciò
è evidente nel caso di coloro che ritengono la volontà degli uomini soggetta agli astri,
contro i quali Geremia ha scritto: «Non temete i segni del cielo, di cui temono
i gentili» (cfr. Ger 10,2) di coloro che ritengono gli angeli creatori
delle anime, oppure che le anime degli uomini sono mortali, o altre opinioni che derogano
alla dignità umana.
Di qui si vede come sia falsa laffermazione di certuni i quali, come narra s.
Agostino (cfr. De origine animae, IV, c. 4), sostenevano che non interessa affatto
alla verità della fede quello che ciascuno pensa delle creature, purché abbia
unidea giusta di Dio: poiché lerrore circa le creature si ripercuote in una
falsa idea di Dio e porta il pensiero lontano da Dio, verso il quale la fede cerca di
condurlo, assoggettandolo ad altre cause.
Ecco perché la Scrittura minaccia castighi a coloro che errano circa le creature come
gli increduli. Nei Salmi p. es., si legge: «Poiché non hanno compreso le
opere del Signore, e quello che hanno compiuto le sue mani, tu li distruggerai e non li
riedificherai» (cfr. Sal 28,5); e nella Sapienza: «Così
hanno pensato ed hanno sbagliato... non ebbero stima delle anime sante» (cfr. Sap
2,21).
IV. Risulta evidente dalle cose già dette che la dottrina della fede cristiana
sinteressa delle creature in quanto in esse si riscontra di una certa immagine di
Dio, e in quanto lerrore su di esse può portare allerrore circa le cose di
Dio. Perciò le creature interessano la dottrina suddetta e la filosofia umana sotto
aspetti diversi. Poiché la filosofia umana le considera per quello che sono: cosicché
secondo la diversità dei loro generi si riscontrano varie discipline filosofiche. Invece
la fede cristiana non le considera per quello che sono in sé stesse: considera il fuoco,
p. es., non in quanto fuoco, ma in quanto rappresenta la trascendenza di Dio, e in quanto
in qualche modo dice ordine a Dio. Di qui le parole dellEcclesistico:
«Le opere di Dio sono piene della sua magnificenza. Non ordinò egli ai santi di
annunciare le sue meraviglie?» (cfr. Sir 42,16-17).
Per questo il filosofo e il credente considerano nelle cose aspetti differenti. Infatti
il filosofo ne considera le proprietà che loro convengono secondo la propria natura: nel
fuoco, p. es., la tendenza a salire verso lalto. Invece il credente considera nelle
creature il loro riferimento a Dio: ossia il fatto che sono create da Dio, che a lui sono
soggette, ed altre cose del genere. Perciò non si deve a unimperfezione della
dottrina della fede il suo disinteresse per tante proprietà delle cose, p. es., per la
configurazione del cielo, o per la qualità del suo moto. Del resto neppure il naturalista
si interessa delle proprietà della linea che sono oggetto della geometria: ma solo della
linea in quanto termina un corpo fisico.
Ed anche quando il filosofo e il credente considerano le creature sotto il medesimo
aspetto, si rifanno a dei princìpi differenti. Poiché il filosofo argomenta partendo
dalle cause proprie e immediate delle cose; il credente invece parte dalla causa prima:
dal fatto, p. es., che Dio lo ha rivelato; oppure che ciò ridonda a gloria di Dio; ovvero
dallesserci in Dio una potenza infinita. Ed ecco perché questa dottrina ha diritto
allappellativo di somma sapienza, avendo per oggetto la causa più alta, secondo le
parole della Scrittura: «Questa è la vostra sapienza e la vostra intelligenza
al cospetto dei popoli» (Dt 4,6). Per questo la filosofia umana deve
essere al suo servizio; cosicché talora la sapienza o scienza di Dio argomenta dai
princìpi della filosofia umana. Infatti anche presso i filosofi la Filosofia Prima si
serve dei dati di tutte le scienze per raggiungere le sue conclusioni.
Ed ecco perché codeste due discipline non seguono il medesimo ordine. Poiché in
filosofia, la quale considera le creature in se stesse per giungere alla conoscenza di
Dio, il primo oggetto da considerare sono le creature e lultimo è Dio. Invece nella
dottrina della fede, la quale non considera le creature che in ordine a Dio, prima va
considerato Dio e poi le creature. Di qui la maggior perfezione di questultima:
perché somiglia di più alla conoscenza di Dio, il quale conosce le cose conoscendo se
stesso.
Contra Gentiles, Libro II, capp. II-IV,
tr. it. di Tito S. Centi, Utet, Torino 1978, pp. 268-274.
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