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Dalle
creature a Dio: un esempio di itinerario cosmologico e antropologico
nelle Confessioni di sant'Agostino
VI. Che ti amo, Signore, non ho alcun dubbio; anzi ne sono certo. Con la tua parola hai
toccato il mio cuore, ed io ho cominciato ad amarti; ecco che cielo, terra e tutto ciò
che è in essi mi invitano dovunque ad amarti e ininterrottamente invitano tutti, affinché
non abbiano scuse [cfr. Rm 1,21]. Tu sarai più largamente misericordioso verso
colui del quale fosti misericordioso, userai misericordia a colui del quale avesti
misericordia [cfr. Rm 9,15]: se non fosse così cielo e terra pronuncerebbero le
tue lodi dinanzi ai sordi.
Ma che cosa amo amandoti? Non una bellezza corporea, né una grazia transitoria; non lo
splendore di una luce così cara a questi miei occhi; non dolci melodie di svariate
cantilene; non un profumo di fiori, di unguenti e di aromi; non manna né miele; non
membra invitanti ad amplessi carnali. Amando il mio Dio non amo queste cose. E tuttavia
nellamare lui amo una certa luce, una voce, un profumo, un cibo, un amplesso, che
sono la luce, la voce, il profumo, il cibo, lamplesso delluomo interiore che
è in me, dove splende alla mia anima una luce che nessun luogo può ospitare, dove suona
una voce che nessun fluire di secoli può portar via, dove si espande un profumo che
nessuna ventata può disperdere, dove si gusta un sapore che nessuna voracità può
sminuire, dove si intreccia un rapporto che nessuna sazietà può spezzare. Tutto questo
io amo quando amo il mio Dio. E che cosè? Lho chiesto alla terra, ed essa mi
ha risposto: «non sono io»; e ogni cosa che si trova su di essa ha
ripetuto la medesima confessione. Lho chiesto al mare, agli abissi e ai rettili
con anime viventi [cfr. Gen 1,20] e mi hanno risposto: «non siamo il
tuo Dio; cerca al di sopra di noi». Lho chiesto ai venti che soffiano, e
tutta latmosfera con i suoi abitanti mi ha risposto: «Anassimene si
inganna: io non sono Dio». Lho chiesto al cielo, al sole, alla luna, alle
stelle: «Neanche noi siamo il Dio che tu cerchi», rispondono.
Lho chiesto a tutti questi esseri che stanno attorno al mio corpo:
«Parlatemi del mio Dio; poiché voi non lo siete, ditemi qualche cosa di
lui». Ed essi acclamarono a gran voce: È lui che ha fatto noi [cfr. Sal
100,3]. La mia richiesta era la mia riflessione, la loro risposta era la loro
bellezza. Mi rivolsi poi a me stesso e mi chiesi: «Tu chi sei?». E mi
risposi: «Un uomo». Ed ecco che ho a disposizione un corpo e
unanima: esteriore luno interiore laltra; a quale dei due dovrei
chiedere del mio Dio? Con il corpo lo avevo già cercato in terra e in cielo, dovunque
potei inviare come messaggeri i miei occhi. Meglio, dunque, con lanima. A lei come a
chi presiede e giudica riferivano tutti i messaggeri del corpo le risposte del cielo,
della terra e di tutto ciò che è in essi: «Noi non siamo Dio», e: È
lui che ci ha fatti. Luomo interiore ha conosciuto queste cose grazie a quello
esteriore; io le ho conosciute, io spirito, grazie ai sensi corporali. Ho chiesto del mio
Dio alla massa delluniverso, ed esso mi ha risposto: «Io non sono Dio, ma
è lui che mi ha fatto». Questa bellezza non appare chiara a chiunque, per
quanto dotato di sensi. Perché essa non parla a tutti con la medesima forza? Gli animali,
siano piccoli che grandi, la vedono, ma non possono farle domande: in essi non cè
infatti una ragione capace di giudicare i messaggi dei sensi. Gli uomini invece possono
porre domande al fine di vedere linvisibile Iddio attraverso la comprensione
delle cose create [cfr. Rm 1,20], però essi vengono resi schiavi
dallamore per il creato: gli esseri schiavi non possono ergersi a giudici. Queste
cose, daltronde, rispondono solo a chi è capace di giudicare, e non cambiano la
loro voce, cioè la loro bellezza, se uno vede soltanto, e laltro vede e interroga:
non appaiono, insomma, diversamente alluno e allaltro, ma allo stesso modo;
salvo però che per luno sono mute, per laltro eloquenti. Sarebbe meglio dire
che esse parlano a tutti, ma le comprendono solo coloro che confrontano tale voce ricevuta
dallesterno con la verità che è nel loro intimo. la verità, infatti, mi dice
così: «Non è il tuo Dio la terra, il cielo e qualunque altro essere
corporeo». Dice questo la natura delle cose, e ognuno può vederlo, perché si
tratta di una massa che è minore nelle sue parti che nel tutto. Tu, anima, sei certo più
importante del tuo corpo, te lo dico io, poiché sei tu a dare a lui la vita, e nessun
corpo può fare altrettanto verso un altro corpo. Il tuo Dio, poi, è la vita della tua
vita.
VII. Che cosa amo, dunque amando il mio Dio? Chi è questi che sta al di sopra della
mia anima? Salirò a lui proprio mediante la mia anima, andrò oltre la forza che mi lega
al corpo e mi permea di vita. Non raggiungerò il mio Dio per mezzo di essa: se così
fosse lo raggiungerebbero anche il cavallo e il mulo che sono senza intelligenza [cfr.
Sal 32,9] e i cui corpi vivono grazie a quella medesima forza. Cè
unaltra forza, quella che da al mio corpo non solo la vita, ma anche la
sensibilità, e che mi ha dato il Signore, comandando allocchio di non udire ma di
vedere, e allorecchio di non vedere ma di udire, e così ad ognuno degli altri sensi
lattività risponde alle rispettive loro sedi e le loro mansioni: tutte queste
diverse attività le compio, per mezzo loro, io, unico spirito. Ebbene, supererò anche
questaltra forza: anchessa infatti è posseduta pure dal cavallo e dal mulo,
perché anchessi hanno i sensi corporali.
VIII. Andrò dunque oltre queste mie energie naturali, salendo passo passo fino a colui
che mi ha creato, e raggiungerò così il vasto campo di azione della memoria, dove si
sono gli innumerevoli tesori dimmagini dogni genere portate lì dalle
sensazioni. Ivi è riposta pure tutta lattività della nostra mente che aumenta,
diminuisce, o comunque trasforma quanto percepiscono i sensi, e qualunque altra cosa è
stata messa da parte e non è ancora stata sepolta nelloblio. Quando mi trovo là
dentro, posso chiedere che ne escano le immagini che voglio: alcune si presentano subito,
altre si fanno desiderare più a lungo e pare si debbano strappare via da angoli più
nascosti; alcune prorompono a frotte e, mentre ne vorrei altre e continuo a cercare,
balzano in mezzo come per dire: «Non siamo forse noi che tu cerchi?».
Io le scaccio dalla memoria, e allora emerge quello che volevo e si fa avanti uscendo dal
buio; altre si aggiungono snodandosi facili e nellordine in cui le vado cercando,
luna dopo laltra per ritirarsi poi là dove stanno nascoste e da dove
riappariranno appena io lo vorrò. Tutto ciò accade quando racconto qualche cosa a
memoria.
Là si trovano conservate ciascuna secondo il proprio genere, tutte le cose che vi
furono immesse attraverso le varie vie di accesso: così la luce e tutti i colori e le
forme dei corpi, che vi entrarono attraverso gli occhi; i diversi tipi di suoni attraverso
gli orecchi, i vari odori per la via delle nari, i sapori attraverso la bocca, e, mediante
la sensibilità di tutto il corpo, ciò che, sia fuori che dentro il corpo stesso, vi è
di duro, di molle, di caldo, di freddo, di liscio, di aspro, di pesante, di leggero. La
memoria immagazzina tutte queste cose nei suoi ampi recessi e nelle sue nascoste,
misteriose sinuosità, per ripensarle e richiamarle al momento opportuno. Vi entrano tutte
passando ognuna per il proprio accesso e vengono messe in serbo: in realtà non sono le
cose in se stesse ad entrare, ma le immagini delle cose colte coi sensi. E se ne stanno
lì a disposizione del pensiero che voglia richiamarle, Chi mai sa spiegare comesse
si siano formate, anche se è chiaro da quali sensi vengono colte e riposte? Anche mentre
io sono al buio e nel silenzio, traggo dalla memoria, se voglio, i colori, e distinguo tra
bianco e nero e ogni altro colore che mi pare; e non accade che le immagini a cui penso e
che ho attinto per mezzo degli occhi vengano ad essere disturbate da suoni, quantunque
anchessi presenti e come riposti in un luogo appartato. Se mi garba di chiamare pure
loro, si fanno subito avanti, mentre io, senza aprire bocca, canto in silenzio finché
voglio: e le immagini dei colori presenti anchesse nella memoria, non interferiscono
né mi disturbano mentre sto adoperando questaltro tesoro penetrato dalle orecchie.
Così tutte le altre cose che vengono introdotte e messe da parte attraverso i sensi, le
posso ricordare quanto mi piace: distinguo il profumo dei gigli da quello delle viole
senza odorare nulla, e, senza nulla gustare né toccare, ma soltanto ricordando,
preferisco il miele al mosto cotto, il dolce allaspro. Compio queste azioni al mio
interno, nella grande stanza dove abita la memoria. Ivi sono a mia disposizione cielo,
terra e mare con tutto ciò che ho dimenticato. Ivi ritrovo anche me stesso e ricordo
quello che ho fatto, quando, dove e con quali sentimenti lho fatto. Ivi è ogni cosa
che io ricordo o perché sperimentata personalmente o perché creduta dal racconto di
altri. Sempre da questa ricchezza di oggetti deriva la possibilità di confrontare molte
altre realtà, o sperimentare direttamente o credute sulla base dellesperienza, e
posso ricollegarle con eventi passati per immaginare da qui azioni, fatti e speranze
future: su tutto ciò rifletto sempre come a cose presenti. «Farò questo, farò
quello», dico fra me, nellimmenso vano del mio animo pieno di così tante
immagini di cose: e di fatto segue ciò che dico: «Oh, se avvenisse questo,
oppure quello! Dio ci guardi da questo o da quello!», e mentre dico così fra
me, ecco uscire dal medesimo scrigno della memoria le immagini di tutto ciò che nomino:
se esse non fossero là, non potrei nominarne neanche una.
Grande, veramente grande è questa facoltà della memoria, o mio Dio: è un ampio,
sterminato sacrario. Chi può toccarne il fondo? E questa forza appartiene al mio animo,
alla mia natura. Il fatto è che neppur io comprendo a pieno ciò che sono. Ma allora
lanimo è forse incapace di comprendere se stesso, dove si trova e che cosa è suo?
È dunque fuori e non dentro di sé? Come mai non comprende? Sono molto meravigliato di
questo, mi prende un grande stupore. Gli uomini vanno ad ammirare le cime dei monti, le
onde del mare, lampio scorrere dei fiumi, loceano, i moti degli astri e poi
passano inosservati a se stessi. Non si meravigliano del fatto che, mentre parlo di queste
cose, non le vedo con gli occhi; ma non potrei parlarne se non vedessi nella mia memoria
in tutta la loro immensità come se li avessi dinanzi nella realtà i monti, le onde, i
fiumi, gli astri che ho visto personalmente e loceano a cui credo per sentito dire.
Eppure quando li ho visti con gli occhi non è che li abbia fatti entrare in me
sostanzialmente, ma solo per immagini; e so attraverso quale dei sensi corporali ciascuna
mi fu impressa dentro. [
]
XXIV. Quanto ho spaziato nella mia memoria per cercarti, o mio Signore, non ti ho
trovato fuori di essa. Infatti non ho trovato nulla di te che non ricordassi, da quando ti
ho conosciuto; poiché da quando ti ho conosciuto non ti ho più dimenticato. Dove ho
trovato la verità, lì ho trovato il mio Dio, la Verità stessa, di cui non mi sono
dimenticato dal giorno in cui lho conosciuta. Da allora tu dimori nella mia memoria,
e lì io ti trovo quando ti ricordo e gioisco in te. Questa è la santa gioia che tu mi
hai misericordiosamente donato volgendo il tuo sguardo alla mia povertà.
XXV. Ma dove dimori tu nella mia memoria, Signore, dove? Quale stanza ti sei costruito,
quale santuario ti sei eretto? hai fatto alla mia memoria lonore di abitare in essa,
ma in quale sua parte? Questo sto cercando. Nel ricordarmi di te ho superato quelle parti
della mia memoria che anche le bestie posseggono, perché lì, tra le immagini delle cose
corporee, non ti trovano. Sono giunto a quelle parti dove ho riposto i sentimenti
dellanimo, e nemmeno lì ti ho trovato; sono entrato proprio dove nella memoria ha
sede lanima mia (essa infatti si ricorda anche di sé), ma tu non ceri: come
non sei immagine corporea, né uno di quei sentimenti che i viventi provano quando
gioiscono, si rattristano, desiderano, temono, ricordano, dimenticano, ecc., così non sei
nemmeno lanima perché sei il Dio dellanima. E mentre tutte queste cose sono
mutevoli, tu resti immutabile al di sopra di tutto; e ti sei degnato di abitare nella mia
memoria, da quando ti ho conosciuto. Ma perché cercare in quale parte di essa tu abiti,
quasi che vi fossero varie parti? È certo che tu vi abiti, poiché mi ricordo di te dal
giorno in cui ti conobbi; ed è lì che io ti ritrovo quando mi ricordo di te.
XXVI. Ma dove ti ho trovato, per poterti conoscere? Tu non eri nella mia memoria già
prima che ti conoscessi; e allora dove ti ho trovato per conoscerti, se non in te, al di
sopra di me? Tu non hai un luogo: ci allontaniamo, torniamo e non hai un luogo. Tu,
Verità, siedi alto su tutti coloro che ti consultano, e rispondi contemporaneamente a
tutti, anche se le domande sono diverse. Tu rispondi chiaramente, ma non tutti capiscono
chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre si sente rispondere come
vorrebbe. Servo fedele non è tanto chi bada a sentirsi dire da te ciò che vorrebbe, ma
piuttosto chi si sforza di volere quello che da te si è sentito dire.
XXVII. Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova; tardi ti ho amato! Tu
eri dentro di me, e io stavo fuori, ti cercavo qui, gettandomi deforme, sulle belle forme
delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le
creature che, se non esistessero in te, non esisterebbero per niente. Tu mi hai chiamato,
il tuo grido ha vinto la mia sordità; hai brillato e la tua luce ha vinto la mia cecità;
hai diffuso il tuo profumo, e io lho respirato, ed ora anelo a te; ti ho gustato, e
ora ho fame e sete di te; mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace.
Confessiones, Libro X, capp. VI-VIII
e XXIV-XXVII, tr. it. di A. Landi, Paoline, Milano 1987, pp. 282-288
e 304-306.
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