> >
R.
Guardini (1885-1968), La persistenza di riferimenti cristiani nella
società secolarizzata: l’analisi de La fine dell’Epoca
Moderna (1950)
Partendo da quanto abbiamo esposto ci si apre anche la possibilità
di dire qualche cosa sulla religiosità dei tempi futuri con
tutte le riserve che la situazione impone ad un tale tentativo.
Guardiamo ancora una volta indietro. Nel Medio Evo la vita era
penetrata di religione in tutti i suoi strati e in tutte le sue
manifestazioni. La fede cristiana costituiva la verità universalmente
accettata. La legislazione, l’ordine sociali, la morale privata
pubblica, il pensiero filosofico, la creazione artistica, le idee
operanti nella storia, tutto era in qualche modo caratterizzato
dal cristianesimo e dalla Chiesa. Con ciò non diciamo nulla
sul valore umano e culturale della singola personalità o
della singola realizzazione; ma anche il modo in cui si commetteva
una ingiustizia era sottomesso alla norma cristiana. La Chiesa era
cresciuta in intima connessione con lo Stato; ed anche là
dove imperatore e papa, principe e vescovo stavano colle armi alla
mano, e si accusavano e si maledicevano reciprocamente, la Chiesa,
come tale, non veniva posta in discussione.
Bisogna aggiungere un secondo elemento. La fede cristiana rappresenta
un legame personale con Dio che si rivela e l’altezza delle
sue conquiste è misurata dalla purezza e dalla fedeltà
di tale legame. Ma una questione diversa è di sapere fino
a che punto il singolo uomo è capace di fare esperienza di
una realtà religiosa, in quale misura egli sente vitale il
suo rapporto col divino, e con quale immediatezza esso opera nella
sua vita. Profondi erano questi rapporti nel Medio Evo. L’esperienza
religiosa era intensa; sviluppata in profondità ed in finezza.
Tutte le cose e tutti i rapporti della vita erano saturati da valori
religiosi. Poesia e arte, forme statali, sociali, economiche, usi,
leggende e vite di santi, anche prescindendo dai loro singoli contenuti,
mostrano che l’esistenza tutta aveva un carattere religioso.
Qui il Medio Evo si riallacciava intimamente all’antichità
e ne era il proseguimento, anzi, si riallacciava ai tempi primitivi
della storia ed in esso si manifestava l’afflusso di vita
portato dai giovani popoli del Nord, al tempo delle grandi migrazioni.
Questo dono di religiosità rappresenta un elemento diverso
dalla pietà cristiana; e ciò che essa consente di
cogliere nelle cose e negli avvenimenti è diverso dal contenuto
della Rivelazione. Ma un rapporto esiste fra questi due campi di
esperienza. La religiosità naturale è purificata dalla
Rivelazione e introdotta nel suo contesto ideale. Dal canto suo
porta alla fede cristiana delle forze elementari, elementi del mondo
e della vita, attraverso i quali i contenuti della Rivelazione sono
ricondotti alla realtà terrena.
Nel corso dei tempi moderni tutta questa situazione si trasforma
profondamente.
La verità della Rivelazione cristiana viene messa in dubbio
sempre più profondamente; la sua validità per la formazione
e la condotta della vita viene posta in discussione in forma sempre
più perentoria. In particolare la mentalità dell’uomo
colto si contrappone alla Chiesa in modo sempre più deciso.
Sempre più ovvia e naturale appare la nuova pretesa che i
diversi campi dalla vita, politica, economia, ordine sociale, filosofia,
educazione, ecc. debbano svilupparsi muovendo unicamente dalle proprie
norme immanenti. Si costituisce così una forma di vita non-cristiana,
anzi per molti aspetti anti-cristiana, che si impone in modo così
conseguente da apparire assolutamente normale; e sembra un abuso
l’esigenza della Chiesa che vuole che la vita sia determinata
dalla Rivelazione. Lo stesso credente accetta in buona parte questa
situazione, quando pensa che le cose della religione costituiscano
un settore a sé ed altrettanto le cose del mondo; ogni settore
deve adottare la forma che conviene alla sua natura e deve lasciare
che il singolo viva in un campo e nell’altro nella proporzione
che preferisce.
La conseguenza è che da un lato si afferma una esistenza
profana, autonoma, staccata da influenze cristiane dirette, e dall’altro
nasce un cristianesimo che imita in uno strano modo questa «autonomia».
Come si sviluppa una scienza puramente scientifica, una economia
puramente economica, una politica puramente politica, così
si sviluppa anche una religiosità puramente religiosa. Questa
perde sempre più i suoi rapporti diretti con la vita concreta,
diviene sempre più povera di contenuto profano, si limita
in modo sempre più esclusivo ad una dottrina e ad una prassi
«puramente religiose» e non ha più, per molti,
altro significato se non quello di dare una consacrazione religiosa
ad alcuni momenti culminanti dell’esistenza: nascita, nozze,
morte.
In genere è a questo stato di cose che si pensa, quando
si parla della moderna situazione religiosa. Ma possiamo ancora
aggiungere quel declino della immediata ricettività religiosa,
di cui abbiamo già parlato.
La natura viene studiata in modo sempre più sperimentale
e razionale; la politica viene sempre più concepita come
un puro gioco di forze e di interessi; la tecnica viene adoperata
come un grande meccanismo che può essere utilizzato per qualsiasi
fine; l’arte viene considerata come una creazione di forme
ispirata a criteri estetici e la pedagogia come educazione di un
individuo capace di sorreggere questo stato e questa cultura. Nella
proporzione in cui ciò avviene, declina la recettività
religiosa. Recettività che non intendiamo, lo ripetiamo ancora
una volta, come fede nella Rivelazione cristiana e come condotta
ispirata a quella Rivelazione, ma come contatto diretto con il contenuto
religioso delle cose; quel lasciarsi afferrare dal flusso di mistero
che promana dal mondo e che si ritrova presso tutti i popoli ed
in tutti i tempi.
Ma ciò significa che l’uomo moderno non solo smarrisce
in gran parte la fede nella Rivelazione cristiana, ma subisce anche
un indebolimento delle sue disposizioni religiose naturali, e viene
sempre più portato a considerare il mondo come una realtà
profana. E le conseguenze di una tale situazione sono di vasta portata.
Così ad esempio l’insieme degli avvenimenti di cui
consta la vita non appare più come la Provvidenza di cui
Cristo ha parlato, e neppure come quel mistero del destino, quale
lo sentivano gli antichi, ma come una semplice catena di cause e
di effetti empirici, che possono essere compresi e guidati. Ciò
si esprime in forme molteplici; esemplare è per tutte l’odierno
sistema delle assicurazioni. Se lo si considera negli sviluppi estremi
che ha già avuto in molti paesi, esso appare come l’eliminazione
di ogni sfondo religioso. Tutte le eventualità della vita
vengono «previste», calcolate secondo la frequenza e
l’importanza e rese inoffensive.
Gli eventi capitali della vita umana: concepimento, nascita, malattia,
morte, perdono il loro carattere di mistero. Divengono fenomeni
biologici e sociali di cui si preoccupa una scienza ed una tecnica
medica sempre più sicura di sé. E quando rappresentano
dei fatti che non possono essere domati, allora si «anestetizzano»,
si sopprime la loro importanza; e qui, ai margini, e non soltanto
ai margini, della cultura, appare una tecnica complementare a quella
che mira a trionfare razionalmente della malattia e della morte,
cioè l’eliminazione di quella vita che non appare più
degna di essere vissuta neppure allo stesso vivente, o non appare
più corrispondente ai fini che lo Stato si propone.
Scompare quell’accento religioso che un tempo era messo sullo
Stato; quel carattere di grandezza fondato su di una consacrazione
considerata in qualche modo divina. Lo Stato moderno deriva tutto
il suo potere dal popolo. Per un certo tempo si cerca di attribuire
al popolo stesso un certo carattere di grandezza (si pensi alle
concezioni del romanticismo, del nazionalismo, della prima democrazia).
Ma presto l’idea si svuota del suo contenuto e non significa
più nulla, se non che il «popolo», diremo meglio
i molti cittadini che appartengono allo Stato, esprimendo in una
qualunque forma la propria volontà costituisce l’ultima
istanza nella serie delle misure prese dallo Stato; quando non si
tratti in realtà di una frazione capace di agire, che assuma
la direzione del governo.
E molto ci sarebbe ancora da dire: dappertutto si costituiscono
forme di vita che derivano solo da fattori empirici.
Ma qui sorge la questione se una vita così costruita possa
avere possibilità di durare. Ha essa il senso necessario
ad una vita che vuol rimanere vita di uomini? È capace di
raggiungere le mète che di volta in volta devono essere raggiunte?
Le strutture non perdono la loro forza, quando non sono considerate
che nel loro contenuto empirico? Lo Stato, ad esempio, ha bisogno
del giuramento. È la forma che lega di più l’uomo,
quando egli fa una dichiarazione o si impegna ad una azione. E ciò
avviene in quanto chi presta il giuramento riferisce espressamente
e solennemente la sua dichiarazione a Dio. Che avviene quando -
e tale è la attuale tendenza - il giuramento non include
più questo rapporto con Dio? In tale caso esso significa
semplicemente che chi presta il giuramento sa chiaramente che sarà
punito con la galera, se non dice la verità: una formula
che ha ormai ben poco senso e certo non ha efficacia.
Ogni essere è più che se stesso; ogni avvenimento
significa più che non il suo stretto compiersi. Tutto si
riferisce a qualche cosa che sta al di sopra o al di là.
E solo a partire di là riceve la sua pienezza. Se esso scompare
le cose e le situazioni si svuotano di senso. Perdono la forza del
proprio significato, non convincono più. La legge dello Stato
è più che il semplice complesso delle norme che regolano
una condotta pubblicamente approvata; al di là della legge
si trova un che d’intangibile che s’impone alla coscienza,
quando la legge sia stata violata. L’ordine sociale è
più che non la semplice garanzia di una vita in comune senza
attriti; al di là sta alcunché che in qualche senso
trasforma la trasgressione in delitto. Questo elemento religioso
fa sì che le diverse attitudini necessarie per l’esistenza
umana si determinino «da sé», anche senza pressione
esteriore, che i differenti elementi rimangano in rapporto gli uni
con gli altri e costituiscano una unità. Non esiste un mondo
puramente profano, e quando una volontà ostinata riesce a
creare un qualche cosa che gli assomigli, esso non funziona. È
un artificio senza forza interiore. La ragione che guida la vita
e che sta al di sotto della ragione razionalistica, non si lascia
convincere da quest’ultima. Il cuore non ha più il
sentimento che un tale genere di mondo «valga la pena»
di essere vissuto.
Senza elemento religioso la vita diviene come un motore che non
ha più olio. Si riscalda, ad ogni momento qualche cosa si
brucia, e dappertutto si smuovono pezzi di ingranaggi. Il centro
ed i raccordi si spezzano. L’esistenza si disorganizza e si
produce quel corto circuito a cui assistiamo da trent’anni
ed in proporzioni sempre crescenti: si usa la violenza e si cerca
così una via di uscita alla perplessità impotente.
Dal momento che gli uomini non si sentono più uniti dal di
dentro, vengono organizzati dal di fuori. Ma a lungo andare si può
esistere sotto la costrizione?
Abbiamo visto che dall’inizio del tempo moderno si viene
elaborando una cultura non-cristiana. Per lungo tempo la negazione
si è diretta solo contro il contenuto stesso della Rivelazione;
non contro i valori etici, individuali o sociali, che si sono sviluppati
sotto il suo influsso. Anzi, la cultura moderna ha preteso di riposare
precisamente su quei valori. Secondo questo punto di vista, largamente
adottato dagli studi storici, valori come ad esempio quelli della
personalità e dignità individuale, del rispetto reciproco,
dell’aiuto scambievole, sono possibilità innate nell’uomo,
che i tempi moderni hanno scoperto e sviluppato. Certamente la cultura
umana dei primi tempi del cristianesimo ha favorito la loro germinazione,
mentre nel Medio Evo sono state ulteriormente sviluppate dalla preoccupazione
religiosa per la vita interiore e la carità attiva; ma poi
questa autonomia della persona ha preso coscienza di sé ed
è divenuta una conquista naturale, indipendente dal cristianesimo.
Questo modo di vedere si esprime in molteplici forme ed in modo
particolarmente rappresentativo nei diritti dell’uomo al tempo
della Rivoluzione Francese.
In verità questi valori e queste attitudini sono legati
alla Rivelazione, la quale si trova in un particolare rapporto riguardo
a ciò che è immediatamente-umano. Discende dalla libertà
della grazia divina, ma attrae l’uomo nella sua economia e
ne nasce la struttura cristiana della vita. Così si liberano
nell’uomo delle forze che sono per sé «naturali»,
ma non si svilupperebbero al di fuori di quell’economia. L’uomo
diviene consapevole di valori che per sé sono evidenti, ma
divengono visibili solo in quell’atmosfera. L’idea che
questi valori e questi atteggiamenti appartengano semplicemente
alla evoluzione della natura umana, mostra di misconoscere il vero
stato di cose; anzi, bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente,
conduce ad una slealtà che all’osservatore attento
appare caratteristica dell’immagine dell’epoca moderna.
Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma
esso diviene visibile allo sguardo ed accettabile alla volontà,
quando, in grazia della adozione a figli di Dio e della Provvidenza,
la Rivelazione schiude il rapporto col Dio vivo e personale. Se
ciò non avviene si può avere coscienza dell’individuo
ben dotato, elevato, creatore, ma non della autentica persona, che
è determinazione assoluta di ogni uomo, al di là di
tutte le qualità psicologiche o culturali. La conoscenza
della persona è perciò legata alla fede cristiana.
La persona può essere affermata e coltivata per qualche tempo
anche quando tale fede si è spenta, ma poi gradatamente queste
cose vanno perdute.
Lo stesso accade per i valori in cui la consapevolezza della persona
si sviluppa. Così accade, ad esempio, di quel rispetto che
non va ad un dono particolare o ad una situazione sociale, ma al
fatto in sé della persona, alla sua qualità di essere
unico, insostituibile, inalienabile, in ogni uomo, comunque egli
sia disposto e proporzionato... O di quella libertà, che
non significa la possibilità di espandersi e vivere in piena
misura, ed è per ciò riservata all’uomo privilegiato
in sé o socialmente, ma è la capacità che ogni
uomo ha di decidersi e di essere così padrone del suo atto
e in tale modo padrone di se stesso... Ovvero di quell’amore
verso l’altro uomo che non significa la simpatia, l’aiuto
reciproco, il dovere sociale, ma la capacità di dar l’assenso
al «tu» nell’altro e di essere in tal modo «io».
Tutto ciò resta vivo fino a quando resta vitale la conoscenza
della persona. Ma quando essa impallidisce, assieme al rapporto
cristiano con Dio, scompaiono anche quei valori e quelle attitudini.
Il non avere riconosciuto questi rapporti, l’aver rivendicato
a sé la persona ed il mondo dei valori personali, sopprimendo
la Rivelazione cristiana, che ne costituisce la garanzia, ha generato
quella slealtà interiore di cui abbiamo parlato. Tutto ciò
si è del resto rivelato in modo graduale. Il classicismo
tedesco si regge su valori ed atteggiamenti che sono già
vaghi. La sua nobile umanità è bella, ma manca della
suprema radice di verità, poiché rifiuta la Rivelazione
dei cui effetti purtuttavia si nutre tutta. E così, già
nella generazione seguente il suo atteggiamento umano comincia ad
impallidire. E non perché si trovasse ad un livello meno
elevato, ma perché di fronte all’irrompere del positivismo
la cultura della persona, tagliata dalle sue radici, si rivelò
impotente.
Questo processo è ulteriormente proseguito, e quando improvvisamente
fece irruzione il sistema di valori degli ultimi vent’anni,
in così stridente contrasto con tutta la tradizione culturale
moderna, la subitaneità e la contraddizione furono solo apparenti:
in realtà si era rivelato un vuoto che esisteva ormai da
lungo tempo. L’autentica personalità, assieme al suo
mondo di valori e di atteggiamenti, era scomparsa dalla coscienza
col rifiuto della Rivelazione.
Il tempo che viene creerà qui una chiarezza terribile, ma
salutare. Nessun cristiano può rallegrarsi dell’avvento
di una radicale negazione del cristianesimo. Poiché la Rivelazione
non è una esperienza soggettiva, ma la verità assoluta,
manifestata da Colui che ha anche creato il mondo; ed ogni ora della
storia che rende impossibile l’influsso di questa verità
è minacciata nel suo intimo. Ma è bene che si metta
a nudo quella slealtà. Poiché allora si vedrà
quale è effettivamente la realtà, quando l’uomo
si è distaccato dalla Rivelazione, e vengono a cessare i
suoi frutti.
Ma ci rimane ancora da rispondere alla domanda di quale natura
sarà la religiosità dei tempi futuri. Non il suo contenuto
rivelato, ché esso è eterno; ma le forme storiche
del suo realizzarsi, la sua struttura umana. Qui molto ci sarebbe
da dire e da supporre, e ci dobbiamo limitare.
Importante sarà anzitutto ciò che abbiamo da ultimo
accennato: il deciso manifestarsi dell’esistenza non cristiana.
Quanto più decisamente il non-credente attua il suo rifiuto
della Rivelazione e quanto più conseguentemente lo traduce
nella pratica, tanto più chiaramente si vedrà che
cos’è il cristianesimo. Il non-credente deve uscire
dalle nebbie della laicizzazione. Deve rinunciare a quell’«usufrutto»
che, pur negando la Rivelazione, si appropria dei valori e delle
forze che essa ha elaborato. Deve attuare onestamente la sua vita
senza Cristo e senza il Dio che Cristo ha rivelato, ed esperimentare
che cosa questo sia. Già Nietzsche aveva ammonito che il
moderno non-cristiano non aveva ancora compreso che cosa sia essere
tale. I vent’anni trascorsi ce ne hanno dato una idea, e non
era che l’inizio.
Un nuovo paganesimo si sviluppa, ma di natura diversa da quello
antico. Anche qui ci troviamo di fronte ad un equivoco, che si rivela,
fra l’altro, nei rapporti con l’antichità. L’attuale
non-cristiano ritiene spesso di poter cancellare il cristianesimo
e cercare una nuova via religiosa riallacciandosi direttamente agli
antichi. Ma qui sbaglia. Non si può risalire a ritroso nella
storia. Come forma di esistenza l’antichità è
definitivamente tramontata. Quando l’uomo di oggi diviene
pagano, lo è in forma totalmente diversa dall’uomo
prima di Cristo. L’atteggiamento religioso dell’uomo
antico, nonostante tutta la grandezza della sua vita e delle sue
opere, aveva qualcosa di giovanilmente ingenuo. Si trovava al di
là di quella opzione suprema richiesta dal Cristo, per la
quale - qualunque sia la sua decisione - l’uomo si pone su
di un altro livello esistenziale: Sören Kierkegaard lo ha chiarito
una volta per sempre. L’esistenza dell’uomo acquista
ora una serietà che l’uomo antico non ha conosciuta,
perché non poteva conoscerla. Serietà che non proviene
da una maturità propria dell’uomo, ma dall’appello
che, attraverso Cristo, Dio rivolge alla persona: essa apre gli
occhi ed è ora desta, che lo voglia o non lo voglia. Quella
serietà discende dalla partecipazione secolare all’esistenza
di Cristo; dall’esperienza fatta, con Lui, di quella tremenda
chiarezza con cui Egli «ha conosciuto ciò che è
nell’uomo» e di quel sovrumano coraggio con cui Egli
ha subito l’esistenza umana. Di qui proviene la singolare
impressione di immaturo arresto di sviluppo che ci dà l’anticristiano
che crede nell’antichità.
Lo stesso vale per la rinnovazione del mito nordico. Fintantoché
non serve, come nel nazionalsocialismo, a dissimulare mète
di dominio, essa è insostanziale quanto la rinnovazione del
mito antico. Anche il paganesimo nordico si trova al di là
di quella opzione che lo ha costretto ad uscire dalla vita difesa
ed insieme prigioniera di una esistenza immediata, con i suoi ritmi
e le sue immagini, per accedere alla serietà della persona.
E non importa qui stabilire come si sia attuata quella opzione.
E ancora le stesse cose potremmo ripetere di tutti i tentativi
che sono stati fatti per creare un nuovo mito, attraverso la secolarizzazione
dei pensieri e degli atteggiamenti cristiani, come è avvenuto
ad esempio nella poesia dell’ultimo Rilke. Ma ciò che
quella poesia racchiude di spontaneo, la volontà di eliminare
il carattere trascendente della Rivelazione e di fondare una esistenza
puramente terrestre, mostra la sua impotenza già nella sua
incapacità a situarsi nella nascente realtà nuova.
I tentativi che ad esempio i Sonetti ad Orfeo fanno in questa
direzione sono di una impotenza commovente ed insieme penosa, se
li raffrontiamo alle aspirazioni delle Elegie.
Per quanto concerne in fine concezioni come quelle dell’esistenzialismo
francese, la loro negazione del senso dell’esistenza è
così violenta, che ci si domanda se essa non rappresenti
una manifestazione particolarmente disperata del Romanticismo, resa
possibile dagli sconvolgimenti degli ultimi decenni.
Un tentativo per porre l’esistenza, non solo in contraddizione
con la Rivelazione, ma su una base realmente indipendente, immanente,
dovrebbe essere di un realismo tutto diverso. Rimane da attendere
in quale misura lo produrrà l’Est e che cosa avverrà
allora dell’uomo.
Ma allora la fede cristiana stessa dovrà acquistare nuova
risolutezza. Anche la fede deve uscire dalle laicizzazioni, dalle
analogie, dalle mezze misure e dalle confusioni. E qui, mi sembra,
una grande fiducia ci è concessa.
È sempre stato particolarmente difficile per il cristianesimo
adattarsi all’epoca moderna. Troppo vivo era il ricordo della
sua rivolta contro Dio; troppo ambiguo il modo in cui aveva posto
tutti i settori della creazione culturale in contraddizione con
la fede, e la fede stessa in una situazione di inferiorità.
E c’era inoltre quello - che abbiamo chiamato la moderna slealtà:
quel doppio gioco che da un lato rifiuta la dottrina e l’ordine
cristiano della vita e dall’altro rivendica a sé le
conseguenze umane e culturali di quella stessa dottrina. Di qui
l’esitazione del cristiano nei suoi rapporti con l’epoca
moderna. In ogni sua parte egli trovava idee e valori la cui origine
cristiana era evidente, e che invece erano dichiarati proprietà
comune. Dappertutto egli si imbatteva in valori essenzialmente cristiani,
che erano invece rivolti contro di lui. Come avrebbe potuto avere
fiducia? Queste ambiguità verranno a cessare. Si considereranno
sentimentalismi i valori cristiani secolarizzati, e l’atmosfera
ne risulterà purificata. Piena di ostilità e di pericolo,
ma pulita ed aperta.
Nella stessa direzione opererà anche ciò che abbiamo
detto circa il rilassamento delle forze religiose spontanee, la
capacità di esperienza e di azione religiosa. La pienezza
religiosa aiuta a credere, ma può anche velare e mondanizzare
il contenuto della fede. Quando quella pienezza si riduce, la fede
diviene più parca, ma anche più pura e più
grave. Il suo sguardo sulla realtà si fa più aperto,
il suo centro di gravità penetra più profondamente
in ciò che è personale: nella decisione, nella fedeltà,
nella capacità di superarsi.
Ciò che è stato detto più su circa questa
situazione di pericolo vale anche per la condotta cristiana. Essa
dovrà avere in modo particolare i caratteri della fiducia
e della forza.
Spesso si è rinfacciato al cristianesimo di offrire all’uomo
un rifugio contro i pericoli cui lo espone la situazione attuale.
E c’era del vero, non solo perché il dogma nella sua
oggettività crea un ordine sicuro al pensiero ed alla vita,
ma anche perché nella Chiesa continua a vivere una folla
di tradizioni culturali che altrove sono scomparse e morte. Nei
tempi futuri quel rimprovero sarà sempre meno giustificato.
Il patrimonio culturale della Chiesa non potrà sfuggire
alla generale decadenza della tradizione e là dove esso ancora
sussisterà sarà assalito da molti problemi. Ma per
quanto concerne il dogma, è essenziale alla sua natura il
sopravvivere ad ogni mutamento di tempi, poiché esso è
fondato nel sovratemporale; si può tuttavia supporre che
di esso si avvertirà in modo particolare il carattere di
guida della vita. Quanto più il cristianesimo si affermerà
di nuovo come cosa non spontanea ed automatica, e si distinguerà
decisamente dalla dominante concezione non-cristiana della vita,
tanto più emergerà nettamente nel dogma, accanto all’elemento
teoretico, quello pratico ed esistenziale. Non c’è
certamente bisogno che io sottolinei che non intendo con ciò
alcuna «modernizzazione»; nessuna attenuazione qualsiasi
né di contenuto, né di valore. Al contrario il carattere
di incondizionata assolutezza della sua espressione e del suo imperativo
si accentueranno più fortemente. E in questa assolutezza
si avvertiranno la definizione dell’esistenza e l’orientamento
della condotta.
Così la fede sarà capace di resistere nel pericolo.
Nel rapporto con Dio emergerà decisamente l’elemento
dell’obbedienza. Obbedienza pura, la quale sa che si tratta
delle cose supreme, che solo per l’ubbidienza possono realizzarsi.
Non perché l’uomo sia «eteronomo», ma perché
Dio è santità assoluta. Un atteggiamento assolutamente
non-liberale dunque, orientato con assolutezza verso l’assoluto,
ma nella libertà, e per questo distinto da tutte le violenze.
Questa assolutezza non è una resa alla forza fisica o psichica
del comando: ma l’uomo per essa accoglie nel suo atto la qualità
del comando divino. E questo suppone la maturità del giudizio
e la libertà dell’opzione.
Ed una fiducia che solo qui è possibile. Non fiducia in
un ordine razionale del tutto, o in un principio ottimistico di
benevolenza, ma in Dio, nella sua realtà e nella sua azione,
in Dio, che è all’opera ed agisce. Se non sbaglio,
l’Antico Testamento va assumendo un significato particolare:
esso mostra il Dio vivente, che spezza e irrompe sia attraverso
l’incantesimo mitico del mondo sia attraverso le potenze politiche
pagane della terra, e l’uomo credente che, accettando l’Alleanza,
si ricollega a questa azione di Dio. E si comprenderà l’importanza
di questo. Quanto più crescono le forze anonime, tanto più
la «vittoria che vince il mondo» [1 Gv. 5,4],
la fede, si attua in una conquista di libertà, nell’accordo
della libertà donata all’uomo e della libertà
creatrice di Dio. E nella fiducia in ciò che Dio fa non soltanto
nel suo operare, ma nel suo agire. È singolare questo presentimento
di possibilità divine, in mezzo alla crescente oppressione
del mondo!
Questo incontro di assolutezza e di personalità, di incondizionatezza
e di libertà, renderà il credente capace di resistere,
senza luogo e senza rifugio, e di riconoscere la direzione. Lo renderà
capace di accedere ad un rapporto diretto con Dio, attraverso tutte
le situazioni della violenza e del pericolo; e di rimaner persona
vivente nella crescente solitudine del mondo futuro, solitudine
proprio in mezzo alle masse ed alle organizzazioni.
Se comprendiamo esattamente i testi escatologici della Sacra Scrittura,
la fiducia ed il coraggio formeranno il carattere proprio della
fine dei tempi. L’ambiente della cultura cristiana, l’appoggio
della tradizione perderanno vigore. Questo sarà uno degli
elementi di quello scandalo, del quale è detto che «se
fosse possibile, anche gli eletti vi soccomberebbero» (Mt.
24, 24).
La solitudine nella fede sarà tremenda. L’amore scomparirà
dalla condotta generale (Mt. 24, 12). Non sarà più
compreso, e diverrà tanto più prezioso, nel suo passare
da un solitario ad un altro solitario: forza del cuore che discende
immediatamente dall’amore di Dio, quale si è rivelato
in Cristo. Forse si farà una esperienza tutta nuova in questa
carità: della sua sovrana originalità, della sua indipendenza
dal mondo, del mistero del suo supremo perché. Forse la carità
acquisterà una profondità d’intimità
mai prima esistita. Qualche cosa di ciò che si esprime
in quelle parole che sono la chiave a comprendere il messaggio di
Gesù sulla Provvidenza: che le cose si trasformano per l’uomo
che ha come suo primo pensiero la volontà ed il Regno di
Dio (Mt. 6, 33).
Questo carattere escatologico si rileverà, io penso, nel
futuro atteggiamento religioso. Non intendiamo con ciò annunciare
alcuna facile Apocalisse. Nessuno ha il diritto di dire che la fine
si avvicina, quando Cristo stesso ha dichiarato che solo il Padre
conosce le cose della fine (Mt. 24, 36). E se qui si parla
di un avvicinarsi alla fine, lo si intende in senso essenziale,
non temporale: la nostra esistenza giunge al traguardo della opzione
assoluta e delle sue conseguenze: delle possibilità più
alte e dei pericoli estremi.
La fine dell’epoca moderna, Morcelliana,
Brescia 1984, tr. it. di Marisetta Paronetto Valier pp. 91-108.
|