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Pierre
Grassé (1895-1985), L’evoluzione del vivente (1973): La
biologia cede la parola alla metafisica?
L’evoluzione, con la sua inestricabile complessità,
le sue creazioni, i suoi orientamenti, la sua storicità e,
talvolta, le sue contraddizioni, non somiglia in nulla all’immagine
semplificata, angusta e nell’insieme inesatta che ne delineano
le teorie. La sua ampiezza è tale che agli interrogativi
che sorgono si arriva a rispondere che i problemi posti dall’evoluzione
superano di gran lunga i mezzi della scienza attuale. Le interpretazioni,
le spiegazioni che chiunque formula, propone, possono essere
soltanto parziali e transitorie.
I fisiologi hanno ampiamente dimostrato che l’essere vivente
è un’entità le cui parti sono tutte solidali
e che, sottoposta alle influenze ambientali, per sussistere si trova
nell’obbligo di ristabilire in ogni momento il proprio equilibrio
fisiologico mediante un gioco di sistemi regolatori adatti alle
circostanze.
L’evoluzionista constata l’esattezza di questo dato
classico, e anche che la reazione evolutiva, profonda e intima,
non si limita ad adattare l’essere vivente all’ambiente
circostante, ma impegna la sua linea filetica verso la realizzazione
di un certo piano di organizzazione. Non è questa un’opinione
impregnata di una spiritualità che fa inorridire certi biologi,
ma un fatto banale che la paleontologia conferma in modo lampante.
È a livello dei fenomeni molecolari, considerati in stretta
correlazione con i fenomeni che avvengono a livelli più elevati,
che si trovano e agiscono i meccanismi dell’evoluzione creatrice.
Una congerie di fatti fa risaltare che la mutazione mendeliana,
allelomorfica, non interviene nell’evoluzione creatrice. Essa
è in certo modo la fluttuazione più o meno patologica
del codice genetico, è l’incidente del “nastro
magnetico” su cui è scritta l’informazione primaria
della specie.
Occorre cercare fuori dalla mutazione la fonte del flusso evolutivo.
La novità ha per punto di partenza l’acquisizione di
nuovi geni, sia tramite l’aggiungersi di sequenze di nucleotidi
(in codoni), sia per mezzo della sovrimpressione, come noi l’immaginiamo.
Nella seconda eventualità, la creazione deriva dal potere
di riconoscimento dell’enzima trascrittasi di una nuova sequenza
di codoni inclusa nella molecola del DNA.
La variazione del potere di riconoscimento, di misurazione, può
essere considerata come una mutazione di tipo particolare e innovatore;
essa riguarda la lunghezza e quindi la composizione globale della
sequenza di codoni. In questo caso sembra possibile l’emergenza
di proprietà nuove. L’esistenza di mutazioni enzimatiche,
come noi le definiamo, è prevedibile.
Riassumiamo.
La mutazione allelomorfica o genovariazione tocca solo l’ordine
dei codoni e la natura delle basi dei nucleotidi. Essa lascia intatti
l’enzima che trascrive il gene e le cellule in cui il gene
manifesterà il suo potere.
Il processo evolutivo creatore, concepito in funzione dei dati
della biologia molecolare, comporta tre atti:
1. la formazione della nuova sequenza significativa dei codoni;
2. la formazione dell’enzima specifico trascrittore del gene
nuovo;
3. la localizzazione adeguata del suddetto enzima, conseguenza
della differenziazione cellulare.
Secondo noi l’informazione nuova che si concretizza e si
integra in modo permanente nel codice genetico in forma di sequenza
di nucleotidi, deve necessariamente essere il risultato di un lavoro
intracellulare preliminare.
Si tratta di una cosa ben diversa da un errore di copiatura, dallo
spettro di anomalie del DNA, si tratta di un lavoro ordinato che
prosegue attraverso le successive generazioni. Questa elaborazione
evolutiva si effettua quando certe condizioni ben precise vengono
a coesistere; fatto che al presente sembra non essere frequente.
Stimolazione proveniente dall’esterno, eccitazione interna,
reazione generale dell’organismo che raggiunge il livello
molecolare sono verosimilmente le molle di questo prodigioso processo.
Ma tutto ciò non spiega né l’orientamento dell’evoluzione,
né la finalità dell’informazione. Nel corso
dell’ontogenesi, i genotipi decisamente letali sono abortivi,
quelli che lo sono in minor misura lasciano procedere lo sviluppo
ed è solo tardivamente che il giovane o l’adulto vengono
eliminati. Non si vede che cosa possa avere di orientante, per la
forma adulta, l’eliminazione nel corso dell’ontogenesi
dei genotipi portatori di disturbi metabolici, funzionali o anatomici.
Si tratterebbe più di regolazione che di evoluzione. È
parimenti da scartare l’idea di una eventuale selezione germinale;
non si possono produrre fatti in suo favore. Per quale ragione la
selezione naturale, giudicata insufficiente da Weismann, Waddington,
Whyte ed altri per orientare le mutazioni quando opera sulle popolazioni,
diventerebbe efficace a livello delle molecole, quando l’organismo
non è sottoposto alle aggressioni che gli infligge l’ambiente?
Si è costretti ad ammettere che il determinismo e il meccanismo
dell’evoluzione implicano l’intervento di fattori interni
di cui noi abbiamo dato un’idea a proposito dell’acquisizione
di nuovi geni.
La variazione lamarckiana autoadattativa è una risposta
adeguata dell’organismo a un’aggressione dell’ambiente.
In che modo interviene l’informazione? Da dove proviene? Come
spiegare la sua conformità ai bisogni dell’essere vivente?
Tante domande, altrettanti silenzi.
Facciamo un bilancio della nostra indagine; senza essere soddisfacente,
essa contiene qualche elemento positivo e respinge interpretazioni
spesso presentate come certezze.
1. L’evoluzione, fenomeno orientato, non si nutre solo di
variazioni ereditarie aleatorie, vagliate da una selezione operante
per il bene di una popolazione.
2. L’evoluzione esige, con l’andare del tempo e a mano
a mano che gli organismi si complicano, l’acquisizione di
novità, la cui informazione si inserisce nel DNA sotto forma
di geni nuovi.
3. L’apporto di informazione e la susseguente creazione di
geni sono meccanismi profondamente distinti dalla mutagenesi produttrice
di alleli.
4. La paleontologia rivela che le linee evolutive uscite da un
ceppo comune (forma madre), godono tutte di una stessa tendenza
a realizzare una certa forma, un certo tipo o idiomorfo, ma in misura
ineguale.
5. L’evoluzione, in ciò che ha di essenziale, dipende
da un lavoro che si effettua a livello delle infrastrutture, che
è scatenato da fattori interni ed esterni, e che ha per effetto
la produzione di certi enzimi, che ricordano verosimilmente delle
polimerasi e che sintetizzano, usando nucleotidi liberi nel succo
nucleare o nel citoplasma, un nuovo DNA, nuovi geni. Insistiamo
sul fatto che l’iscrizione nel codice genetico dell’informazione
è un’operazione distinta dall’acquisizione; l’iscrizione
fa seguito all’acquisizione e non si effettua simultaneamente
come nel caso della mutazione. È possibile che l’elaborazione
dell’informazione sia lenta e prosegua durante numerose generazioni;
la paleontologia ci insegna che nella realtà i fatti vanno
proprio in questo modo. In parole povere, il DNA registra, stabilizza
l’evoluzione, ma non la crea.
6. La mutagenesi, che corrisponde agli errori di copiatura del
DNA, viene secondariamente utilizzata dall’organismo per realizzare
il genotipo meglio adattato alle condizioni dell’ambiente
circostante. Essa è la causa principale delle differenze
tra gli individui, le razze e le specie.
Se l’evoluzione si effettua senza acquisizione di geni nuovi,
bisogna ammettere che il primo essere vivente conteneva in sé
geni bastanti a generare, mediante mutazione, le flore e le faune
passate, presenti e future, il che è assurdo. Fare appello
a un meccanismo diverso dalla mutazione e dall’aleatorietà
è imperativo per tutti i sistemi che pretendono di spiegare
l’evoluzione. È proprio questo che comprendono
i darwinisti riformatori e i biologi di tendenza lamarckiana, e
quindi fanno ricorso a fattori interni.
Gli sforzi congiunti della paleontologia e della biologia molecolare,
quest’ultima sbarazzata dei suoi dogmi, dovrebbero sfociare
nella scoperta del meccanismo esatto dell’evoluzione, senza
forse rivelarci le cause dell’orientamento delle linee evolutive,
della finalità delle strutture, delle funzioni, dei cicli
vitali. È possibile che in questo campo, la biologia, impotente,
ceda la parola alla metafisica.
Da L’evoluzione del vivente, tr.
it. di Lucio Reni, Adelphi, Milano 1979, pp. 332-336.
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