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Jean
Danielou, Dall'opera Dieu et nous: Dio, oggetto o problema
della filosofia?
L’errore di tutti i razionalismi consiste nel considerare
Dio sullo stesso degli altri oggetti della ragione, senza dubbio
il più alto, ma per nulla diverso. Come diceva Gabriel Marcel,
Dio non può essere trattato alla stregua di un problema,
poiché rappresenta un limite della ragione e la sua luce
abbagliante impedisce allo sguardo di fissarsi su di lui. Di conseguenza
tutto ciò che si dice di Lui è mancante. Egli non
può essere racchiuso in nessun concetto. Ma nello stesso
tempo, tutto ciò che si dice di lui è vero. «Egli
è tutto ciò che è e nulla di ciò che
è», diceva lo Pseudo Dionigi. Diranno i moderni che
la conoscenza di Dio è dialettica, vale a dire che ogni affermazione
su di lui chiama l’affermazione contraria. Già S. Tommaso
aveva sostenuto che tutto ciò che si dice di Dio dev’essere
poi negato e che la teologia negativa è il complemento necessario
della teologia affermativa. È la stessa dottrina della analogia
che ci permette di parlare di Dio con parole prese a prestito della
creazione, ma a condizione di precisare che esse son vere di lui
in un senso diverso da come son vere delle creature.
Si può inoltre osservare che ciò che è vero
di Dio lo è anche di altri problemi-limite, che implicano
una contraddizione apparente e sui quali si può solo presentare
delle proposizioni che sono in apparenza inconciliabili, perché
il luogo in cui esse si conciliano è al di là della
portata dello sguardo. Così per esempio riguardo alla libertà,
che è un problema-limite ed irriducibile ad una intelligibilità
totale, dal momento che noi dobbiamo dire insieme che l’uomo
è libero e che Dio è causa di tutto – e mai
nessuno è riuscito e riuscirà a dimostrare come possano
conciliarsi queste due affermazioni. Lo stesso dicasi del male,
che ci si impone come una realtà tragica e che appare inconciliabile
con la bontà di Dio. Così i veri problemi metafisici
sono quelli che fanno toccare alla metafisica i suoi limiti.
Ma questa è precisamente la loro funzione: essi impediscono
alla ragione di rinchiudersi in se stessa, sono vere e proprie finestre
aperte sul mistero dell’essere. La ragione non può
sondare questo mistero, ma può almeno condurvi. La sua funzione
è appunto questa: essa conduce lo spirito fino alle frontiere
del mistero, circonda il dominio del mistero e, chiarendo tutto
ciò che rientra nel suo proprio dominio, impedisce di scorgere
mistero dove mistero non è. Essa svuota di ogni aspetto misterioso
le realtà naturali che spesso passano per misteri, esplicando
così la sua funzione critica e purificatrice. Ma la ragione
indica anche i veri misteri; e tradirebbe la sua missione se rifiutasse
di riconoscerli e contestasse la realtà di ciò in
cui il fascio luminoso del suo sguardo non riesce a penetrare.
I problemi-limite, le soglie della ragione, non si caratterizzano
soltanto col fatto che sono situati un po’ oltre la portata
di essa ragione e non possono quindi essere circoscritti in una
definizione; bensì anche perché non possono essere
affrontati dal semplice punto di vista del discorso, ma esigono
un atteggiamento totale, una conversione esistenziale. Prendiamo,
per esempio, il problema della sofferenza. Risulta addirittura intollerabile
ogni tentativo di dare su di essa una spiegazione. Non si può
rivolgersi con un bel discorsetto ad un uomo che soffre. È
quel che fanno gli amici di Giobbe: una cosa insopportabile. La
sofferenza si può soltanto condividerla e combatterla. Per
questo Gesù Cristo appare come la sola risposta alla sofferenza,
perché egli non la spiega razionalmente, ma la risolve esistenzialmente.
Lo stesso valga per l’inferno, che è un tipico problema-limite,
insieme necessario, perché senza di esso nulla ha più
importanza, non resta più nulla di serio, e tuttavia intollerabile
- ed al quale possiamo opporre soltanto un atteggiamento esistenziale.
Se i problemi-limite obbligano ad una conversione, si è
che essi impegnano l’esistenza della persona. Per cui io non
ho il diritto di trattare una persona come un puro oggetto del pensiero,
anche perché sarebbe impossibile, dato che la persona presenta
un nucleo irriducibile all’analisi del ragionamento. La persona
si presenta come esistente in se stessa, come un certo spirituale
distinto. E questo nucleo irriducibile può essere raggiunto
solo per mezzo dell’amore, che mi obbliga ad uscire da me
stesso. Per questo una filosofia idealista che riduce tutto al pensiero,
è una filosofia monca. Una filosofia integrale non potrebbe
esser altro che un realismo spirituale, che mi obbliga ad aderire
per amore alla persona dell’altro e che mi fa cogliere in
essa ciò che è veramente reale, cioè ciò
di cui non posso disporre, che è impossibile ad avere e che
rientra nel dominio dell’essere.
Tutto questo è vero al massimo grado di Dio. Egli è
per eccellenza colui di cui io non posso disporre. L’errore
delle false filosofie è proprio quello di fare di Dio un
oggetto, di pretendere di impadronirsene per mezzo dell’intelligenza.
Ma ciò di cui si impadronisce l’intelligenza non potrebbe
essere Dio. Al contrario l’incontro con Dio obbliga l’intelligenza
ad una conversione radicale, ad un decentramento di sé. E
questa conversione è la conoscenza stessa di Dio. Perché
Dio non può essere avvicinato che come esistente ed esistente
personale. Nei riguardi di lui, il mio atto di intelligenza appare
esso stesso come un atto esistenziale, l’atto di un esistente.
Ed in quanto tale, dipende da Dio. Conoscere Dio non significa dunque
ridurlo alla mia intelligenza, ma al contrario riconoscermi come
misurato da lui.
Così noi vediamo contemporaneamente come la conoscenza di
Dio sia opera della ragione e una messa in questione della ragione.
Ciò significa che «nulla è più ragionevole
che questo sconfessarsi della ragione». La ragione è
mezzo necessario di questa conoscenza, nel senso che impedisce di
porre Dio dove non c’è, abolisce gli idoli, compreso
quello dello spirito umano. Nel mondo dei corpi e nel mondo degli
spiriti essa non riconosce il suo Dio; ne chiede il nome agli angeli,
ma gli angeli rifiutano di dirlo. Ed allora «essa comprende
che la vera conoscenza di colui che cerca e la sua vera visione
consistono nel vedere che egli è invisibile e nel riconoscere
che trascende qualsiasi conoscenza, chiuso da tutte la parti dalla
sua incomprensibilità, come da una cortina di tenebra»
(Gregorio da Nissa, Vita di Mosé, 377, A).
Da Dio e noi, Paoline, Alba 1967, pp.
63-67, trad. di F. Zambonini.
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