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Enrico
Fermi (1901-1954), Un contadino umbro e l’esperienza religiosa
del cielo stellato
Sono trascorsi molti anni, ma ricordo come se fosse ieri.
Ero giovanissimo, avevo l’illusione che l’intelligenza
umana potesse arrivare a tutto. E perciò m’ero ingolfato
negli studi oltre misura. Non bastandomi la lettura di molti libri,
passavo metà della notte a meditare sulle questioni più
astruse.
Una fortissima nevrastenia mi obbligò a smettere; anzi a
lasciare la città, piena di tentazioni per il mio cervello
esaurito, e a rifugiarmi in una remota campagna umbra.
Mi ero ridotto a una vita quasi vegetativa: ma non animalesca.
Leggicchiavo un poco, pregavo, passeggiavo abbondantemente in mezzo
alle floride campagne (era di maggio), contemplavo beato le messi
folte e verdi screziate di rossi papaveri, le file di pioppi che
si stendevano lungo i canali, i monti azzurri che chiudevano l’orizzonte,
le tranquille opere umane per i campi e nei casolari.
Una sera, anzi una notte, mentre aspettavo il sonno, tardo a venire,
seduto sull’erba di un prato, ascoltavo le placide conversazioni
di alcuni contadini lì presso, i quali dicevano cose molto
semplici, ma non volgari né frivole, come suole accadere
presso altri ceti. Il nostro contadino parla di rado e prende la
parola per dire cose opportune, sensate e qualche volta sagge. Infine
si tacquero, come se la maestà serena e solenne di quella
notte italica, priva di luna ma folta di stelle, avesse versato
su quei semplici spiriti un misterioso incanto. Ruppe il silenzio,
ma non l’incanto, la voce grave di un grosso contadino, rozzo
in apparenza, che stando disteso sul prato con gli occhi volti alle
stelle, esclamò, quasi obbedendo ad una ispirazione profonda:
«Com’è bello! E pure c’è chi dice
che Dio non esiste».
Lo ripeto, quella frase del vecchio contadino in quel luogo, in
quell’ora: dopo mesi di studi aridissimi, toccò tanto
al vivo l’animo mio che ricordo la semplice scena come fosse
ieri.
Un eccelso profeta ebreo sentenziò, or sono tremil’anni:
«I cieli narrano la gloria di Dio». Uno dei più
celebri filosofi dei tempi moderni scrisse: «Due cose mi riempiono
il cuore di ammirazione e di reverenza: il cielo stellato sul capo
e la legge morale nel cuore».
Quel contadino umbro non sapeva nemmeno leggere. Ma c’era
nell’animo suo, custoditovi da una vita onesta e laboriosa,
un breve angolo in cui scendeva la luce di Dio, con una potenza
non troppo inferiore a quella dei profeti e forse superiore a quella
dei filosofi.
M. Micheli, Enrico Fermi e Luigi Fantappié.
Ricordi personali, “Responsabilità del sapere”
31 (1979), pp. 21-23. |