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ALEXANDRE
KOYRÉ (1892-1964), L'influenza delle concezioni filosofiche sull'evoluzione
delle teorie scientifiche (1954)
La storia del pensiero scientifico ci insegna (come cercherò di sostenere) queste tre
cose:
che il pensiero scientifico non è mai stato del tutto separato dal pensiero
filosofico;
che le grandi rivoluzioni scientifiche sono sempre state determinate da grandi
rivolgimenti o cambiamenti delle concezioni filosofiche;
che il pensiero scientifico e parlo delle scienze
fisiche non si sviluppa in vacuo, ma sempre allinterno di un
quadro di idee, di princìpi fondamentali, di evidenze assiomatiche, che abitualmente
vengono considerate come appartenenti propriamente alla filosofia.
Con questo non intendo, ben inteso, negare limportanza della scoperta di fatti
nuovi, né quella della tecnica, e nemmeno lautonomia e lautologia dello
sviluppo del pensiero scientifico. Ma questa è unaltra faccenda di cui non avrei
intenzione di parlare in questa sede.
Quanto a sapere se linfluenza della filosofia sullevoluzione del pensiero
scientifico sia stata buona o cattiva, è un problema che, a dire il vero, da un lato
non ha molto senso, perché viene da notare che la presenza di un ambiente e di un quadro
filosofico è una condizione inevitabile per lesistenza stessa della scienza, e dallaltro
è un problema profondo perché ci riporta al problema del progresso o della
decadenza del pensiero filosofico in quanto tale.
Infatti, se si risponde che le buone filosofie hanno un effetto buono e quelle cattive
uno meno buono, si finisce fra Scilla e Cariddi, perché bisogna riuscire a scoprire quali
sono quelle buone
Mentre le si valutano dai loro frutti, cosa del tutto naturale, si
rischia di cadere, come ha mostrato Descartes in un caso analogo, in un circolo vizioso.
E inoltre bisogna diffidare delle valutazioni troppo precipitose quello che
era ammirevole ieri, può non esserlo più oggi, e viceversa, quello che ieri era ridicolo
oggi può non esserlo più. La storia mostra non pochi esempi di questi corsi e ricorsi di
capovolgimenti e se, in certi casi essa ci insegna lepoché, in ogni caso ci
insegna almeno la prudenza.
[
] La rivoluzione scientifica del XVII secolo, epoca della nascita della scienza
moderna, ha di per sé una storia assai complicata. Ma, dal momento che ho già trattato
questo argomento in altri lavori, mi permetterete di essere rapido. La caratterizzerò con
i seguenti tratti:
Distruzione del Cosmos, cioè sostituzione al mondo finito e
gerarchicamente ordinato di Aristotele e del Medio Evo, di un universo infinito, legato in
sé allidentità dei suoi elementi e dalluniformità delle leggi.
Geometrizzazione dello spazio, cioè sostituzione dello spazio concreto (insieme
di luoghi) di Aristotele con lo spazio astratto della geometria
euclidea, dora in poi considerato come reale.
Si potrebbe aggiungere ma lo dirò anche in seguito
sostituzione della concezione del moto-come-stato a quella del moto-come-processo.
Le concezioni cosmologiche o fisiche di Aristotele hanno, in genere una pessima fama,
che si spiega, secondo me, soprattutto: a) per il fatto che la scienza moderna è
stata in opposizione ed è in lotta contro quella di Aristotele, e b) per il
persistere nella nostra coscienza della tradizione storica e dei giudizi di valore degli
storici del XVIII e XIX secolo. Per costoro, infatti, per i quali le concezioni
newtonianae erano non solo vere, ma anche evidenti e naturali, lidea stessa di un Cosmos
finito appariva ridicola e assurda. E hanno riso di Aristotele perché ha attribuito al
mondo delle dimensioni finite, perché ha pensato che i corpi potessero muoversi senza
essere trainati o spinti da forze esterne, per la sua credenza che il moto circolare fosse
un moto di una specie particolarmente importante, e perché lo ha chiamato movimento
naturale!
Sappiamo oggi ma non labbiamo ancora accettato o ammesso
che tutto ciò non è forse poi così ridicolo e che Aristotele poteva avere più ragioni
di quanto lui stesso si rendesse conto. Anzitutto il moto circolare sembrava essere
particolarmente presente nel mondo, e particolarmente importante: tutto ruota e gira, a
quanto pare, le galassie e le nebulose, gli astri, i soli e i pianeti, gli atomi e gli
elettroni
anche i fotoni sembrano non fare eccezione alla regola.
Quanto al moto spontaneo dei corpi sappiamo bene, dopo Einstein, che una curvatura
locale dello spazio può produrre bene dei moti di questo tipo; sappiamo anche o riteniamo
che il nostro universo non sia affatto infinito pur non avendo limiti,
contrariamente a quanto credeva Aristotele e che fuori di
questo universo non cè rigorosamente niente, perché non cè un
fuori e tutto lo spazio è dentro [Koyré si
riferisce evidentemente qui ad un modello di universo chiuso, ndt].
È precisamente quello che credeva Aristotele, il quale non avendo a disposizione le
risorse della geometria riemanniana, insisteva nellaffermare che fuori del mondo non
cè niente, né pieno né vuoto, e che tutti i luoghi,
cioè tutto lo spazio essendo allinterno, sono dentro (cfr. Le vide
et lespace infini au XIVe siècle, in Archives dhistoire
doctrinale et littèraire du Moyen Age, 1949).
La concezione aristotelica non è una concezione matematica ecco la sua
debolezza, ma anche la sua forza è una concezione metafisica. Il mondo di
Aristotele non è un modo dotato di una curvatura geometrica: è, se così si può dire,
metafisicamente curvo.
I cosmologi di oggi, quando chiediamo loro di spiegarci la struttura del mondo
einsteiniano e post-einsteiniano, con il suo spazio curvo e finito benché illimitato, ci
dicono abitualmente che si tratta di concezioni matematiche molto difficili e che, se tra
di noi cè qualcuno che manca della formazione matematica necessaria, non riuscirà
ad averne una comprensione adeguata. Ed è giusto, senza dubbio. Ma è interessante notare
che i filosofi medioevali, quando dovevano spiegare a dei profani o a dei loro
allievi la cosmologia di Aristotele, dicevano qualcosa di analogo, tipo, che
si trattava di concezioni metafisiche molto difficili, e che quelli che non avevano una
formazione filosofica sufficiente e non potevano elevarsi al grado dellimmaginazione
geometrica, non avrebbero capito, e avrebbero continuato a porre dei problemi (stupidi)
come per esempio: Che cosa cè fuori del mondo? o anche: Dove si arriverebbe se si
ponesse un bastone attraverso la superficie ultima della volta celeste?
La difficoltà reale della concezione aristotelica consiste nella necessità di
collocare una geometria euclidea allinterno di un universo non euclideo, in uno
spazio metafisicamente curvo e fisicamente differenziato. Ma questo non preoccupò molto
Aristotele. La geometria per lui non era una scienza fondamentale del reale, espressiva
della sua struttura essenziale e profonda; ma una scienza astratta che costituiva, al
più, un coadiuvante della fisica, che invece, era la scienza delle cose come sono
realmente. I fondamenti della scienza vera del mondo reale sono la percezione e non la
speculazione matematica, lesperienza e non il ragionamento geometrico a priori.
La situazione fu, invece più difficile per Platone che ebbe in animo di legare insieme
lidea di Cosmos con un tentativo di costruire il mondo del divenire, del
movimento, e dei corpi a partire dal vuoto, cioè dallo spazio puro (chóra)
totalmente geometrizzato. La scelta tra queste due concezioni quella
dellordine cosmico e quella dello spazio geometrico fu inevitabile, pur
essendo intervenuta solo molto tardi, cioè nel XVII secolo, quando venne presa in seria
considerazione la geometrizzazione dello spazio e i creatori della scienza moderna si
trovarono a rigettare la concezione del Cosmos.
Mi sembra evidente che questa rivoluzione, che ha sostituito al mondo qualitativo del
senso comune e della vita quotidiana il mondo archimedeo della geometria reificata, non
possa essere spiegata adeguatamente con linfluenza di unesperienza più ricca
e più vasta di quella che ebbero gli antichi Aristotele a loro
disposizione.
Come ha dimostrato P. Tannery la scienza aristotelica sussisteva da così tanto
tempo perché fondata sulla percezione sensibile; essa era veramente empirica, e si
accordava molto meglio con lesperienza comune che non quella di Galileo e
Descartes.
Infatti, i corpi pesanti cadono naturalmente in basso, il fuoco punta naturalmente
verso lalto, il Sole e la Luna si levano e tramontano e i corpi, una volta lanciati,
non continuano indefinitamente a muoversi in linea retta
Il moto inerziale non è
certamente un fatto di esperienza, ma da questa viene continuamente contraddetto.
Quanto allinfinità dello spazio essa non può essere evidentemente oggetto di
esperienza alcuna. Linfinito, come Aristotele ebbe più volte a sottolineare, non
può essere oltrepassato e neppure raggiunto. Confrontato con leternità, un
miliardo di anni è come nulla; confrontati con linfinità spaziale i mondi che ci
hanno rivelato i telescopi compreso quello di Monte Palomar non
vanno più in là del mondo dei Greci. Ma linfinità dello spazio è un elemento
essenziale della struttura assiomatica della scienza moderna; è richiesta dalle leggi del
moto, e in particolare dalla legge dinerzia [
].
La nascita della scienza moderna è concomitante a una trasformazione una
mutazione dellatteggiamento filosofico, di un capovolgimento del valore
attribuito alla conoscenza intellettuale rispetto alla conoscenza sensibile, della
scoperta del carattere positivo della nozione di infinito. E, dunque, è del tutto
comprensibile che linfinitizzazione delluniverso la
rottura del cerchio come lha chiamata Miss Nicholson (The Breaking of
the Circle, Evanston 1950; cfr. il mio Dal mondo chiuso alluniverso infinito)
o lesplosione della sfera, come preferisco chiamarla io,
avvenuta ad opera di un filosofo, Giordano Bruno, per ragioni scientifiche,
empiriche sia stata violentemente combattuta da Keplero.
Giordano Bruno non è certo un grande filosofo, né un migliore scienziato. E le
ragioni che adduce dellinfinità dello spazio e del primato intellettuale
dellinfinito non sono molto soddisfacenti (Bruno non è Descartes). Tuttavia non è
un caso unico ve ne sono molti altri, non solo in filosofia, ma anche nel
campo della scienza pura: pensiamo a Keplero, a Dalton o allo stesso Maxwell
in cui un ragionamento non corretto, fondato su premesse inesatte ha condotto a dei
risultati importanti.
La rivoluzione del XVII secolo, che ho chiamato la rivincita di
Platone, è stata in realtà leffetto di unalleanza. Quella di
Platone con Democrito. Strana alleanza! Ma come è accaduto nella storia che il Grande
Turco si sia alleato con il Re Cristianissimo i nemici dei nostri nemici sono
nostri amici o, per tornare alla storia del pensiero filosofico-scientifico,
quale alleanza fu più strana di quella, più recente, tra Einstein e Mach?
Atomi democritei in uno spazio platonico ovvero euclideo : è
chiaro che Newton avesse bisogno di un Dio per mantenere un simile legame tra gli elementi
costitutivi del suo universo. Si comprende bene, allora, il carattere strano di questo
universo e nondimeno ci rendiamo conto che il XIX secolo è stato troppo
avvezzo ad esso per percepire questo carattere di stranezza strano nei suoi
elementi materiali, oggetto di unestrapolazione teorica, immersi senza esserne
toccati, nel non-essere necessario ed eterno, oggetto di una conoscenza a priori,
dello spazio assoluto. Si comprende altrettanto bene limplicazione rigorosa di
questo assoluto spazio, tempo, movimento assoluti rigorosamente
inconoscibile, se non per il pensiero puro, attraverso dei dati relativi
spazio, tempo, movimento relativo i soli accessibili.
La scienza moderna, la scienza newtoniana, è assolutamente legata a questa concezione
di spazio assoluto, di movimento assoluto. Newton, buon metafisico quanto fu buon fisico e
buon matematico, lha perfettamente riconosciuto. E con lui i suoi grandi discepoli,
McLaurin e Eulero e il più grande Laplace: solo su queste basi gli Axiomata seu leges
motu sono validi e hanno senso.
Altre controprove vengono dalla storia. Basti Hobbes che non accetta la nozione di uno
spazio separato dai corpi e, quindi, non comprende la nuova concezione galileiana,
cartesiana del moto. Non era un matematico. Non è a caso che John Wallis un giorno
dichiarasse che è più facile insegnare a parlare a un sordomuto che far capire al
Dr. Hobbes il senso di una dimostrazione geometrica. Leibniz, al contrario, come
genio matematico è nulli secundus ed è, dunque, un campione molto migliore. Ma,
cosa strana, per quel che riguarda la dinamica, sarà Hobbes il modello a cui si rifà
Leibniz. Questi, non meglio di Hobbes, non ha mai ammesso lesistenza di uno spazio
assoluto, e perciò non ha mai potuto comprendere il vero senso del principio
dinerzia. Ma non tutto il male viene per nuocere: come si sarebbe altrimenti
arrivati il principio di minima azione? Infine possiamo citare Einstein stesso: è chiaro
che nella fisica di Einstein la negazione del moto e dello spazio assoluto comportano
immediatamente la negazione del principio dinerzia.
Ma torniamo a Newton. È impossibile, dice, che ci sia un solo corpo in tutto il mondo
che sia veramente a riposo e che, inoltre, sia impossibile distinguerlo da un altro corpo
in moto uniforme. È vero, dunque, che non possiamo né potremo mai benché
Newton sembri nutrire una certa speranza determinare il moto assoluto
uniforme di un corpo, cioè il suo moto rispetto allo spazio, ma
possiamo solamente determinare il suo moto relativo, cioè il suo moto rispetto ad altri
corpi, del moto assoluto dei quali fintanto che si tratta di moti uniformi e
non sono presenti delle accelerazioni abbiamo altrettanto poche informazioni
che su quello del primo corpo. Ma questa osservazione non è una obiezione contro le
nozioni di spazio, tempo e moto assoluto; è al contrario, una conseguenza rigorosa della
loro struttura.
Inoltre è chiaro come nel mondo newtoniano è infinitamente improbabile che un corpo
si trovi proprio in riposo assoluto; è quasi del tutto impossibile che si trovi in uno
stato di moto rigorosamente uniforme. In ogni caso la scienza newtoniana non può fare a
meno di utilizzare queste nozioni.
Nel mondo e nella scienza newtoniani contrariamente a ciò che pensava Kant
che li aveva distorti, ma attraverso la sua interpretazione aprì la strada a
unepistemologia e a una metafisica nuove, fondamento possibile di una fisica non
newtoniana non sono le condizioni del sapere che determinano lessere
fenomenico degli oggetti di questa scienza o dei suoi enti ma, al
contrario, è la struttura oggettiva dellessere che determina il ruolo e la nostra
facoltà di sapere. Rifacendoci a una formula di Platone potremmo dire: nella scienza
newtoniana e nel mondo newtoniano non è luomo, ma è Dio che è misura delle cose.
I successori di Newton se ne sono potuti dimenticare, hanno potuto credere di non aver
bisogno dellipotesi di Dio, impalcatura ormai inutile di una costruzione che stava
in piedi da sola: ma si erano ingannati; privo del supporto divino il mondo newtoniano si
è trovato instabile e precario. Altrettanto instabile e precario che il mondo di
Aristotele che aveva sostituito.
Linterpretazione della storia e della struttura della scienza moderna che sto
proponendo non è certo la communis opinio doctorum, o almeno non lo è ancora,
anche se, penso, potrà diventarlo. Ma ancora non ci siamo arrivati. Infatti,
linterpretazione più comune è del tutto differente. È ancora
uninterpretazione positivista, pragmatista.
Gli storiografi di tendenza positivista hanno labitudine di insistere, a
proposito dellopera di Galileo e Newton, sullaspetto, sul taglio sperimentale,
empirista, fenomenista; sulla rinuncia alla ricerca delle cause per la ricerca delle
leggi, sullabbandono della domanda: perché? e la sua sostituzione con la
domanda: come?
Interpretazione non del tutto priva di fondamento storico: il ruolo
dellesperienza, o meglio della sperimentazione, nella storia delle scienze è
evidente; le opere di Gilbert, Galileo e di Boyle, ecc., sono piene di lodi della
fecondità dei metodi sperimentali in opposizione alla sterilità della speculazione. E
quanto al preferire la ricerca delle leggi a quella delle cause, tutto il mondo conosce il
famoso passo dei Discorsi di Galileo, nel quale annuncia che sarebbe infecondo
e inutile discutere delle teorie causali della gravità proposte dai suoi contemporanei o
dai suoi predecessori, dal momento che nessuno sa che cosa sia la gravità che
non è che un nome e che è molto meglio accontentarsi di stabilire la legge
matematica della caduta.
È altrettanto noto il passo dei Principia dove Newton, sempre a proposito della
gravità, nel frattempo divenuta attrazione universale, dice che, fino a quel momento non
è stato capace di scoprire la causa «delle proprietà della gravità (e quindi)
dei fenomeni» e che non «fa» ipotesi esplicative
«perché ciò che non discende dai fenomeni si deve chiamare ipotesi e le
ipotesi, tanto fisiche che metafisiche, meccaniche o (supponenti) qualità occulte, non
devono aver posto nella filosofia sperimentale. In questa filosofia le proposizioni
particolari si devono inferire dai fenomeni, e in seguito, rendere generali per
induzione». In altri termini le relazioni, stabilite mediante lesperienza,
vengono trasformate in leggi per induzione.
Dunque, è comprensibile che secondo un gran numero di storici e filosofi, questo
aspetto legalista, fenomenista, positivista della scienza moderna sia apparso come la sua
essenza, o come il suo proprium, e sia stato contrapposto alla scienza realista e
deduttiva del Medio Evo e dellAntichità.
A questa interpretazione vorrei rivolgere alcune obiezioni:
a) Mentre il carattere legalista della scienza moderna è
del tutto indubitabile, ed è stato estremamente fecondo e ha permesso
agli scienziati del XVIII secolo di dedicarsi allo studio matematico
delle leggi fondamentali delluniverso newtoniano studio
che culmina nellopera mirabile di Lagrange e Laplace, che
però trasformarono la legge di attrazione in causa e in forza
tuttavia il suo carattere fenomenista è molto meno appariscente;
infatti non sono i phainómena [ciò che appare], ma le noetá
[le cose percepite con lintelligenza] che si trovano legate
insieme tramite delle relazioni causalmente non spiegate
o inspiegabili. Non sono i corpi dellesperienza comune, ma
i corpi astratti, le particelle e gli atomi del mondo newtoniano
che sono i relata, o fundamenta delle relazioni matematiche
stabilite dalla scienza;
b) Lautointerpretazione e lautorestrizione non
sono per nulla un fatto moderno. Come già rilevarono Schiaparelli,
Duhem e altri, sono fatti antichi come la scienza stessa, e come
tutte le cose, o quasi, sono stati inventati dai Greci. Il compito
della scienza astronomica, spiegavano gli astronomi alessandrini,
non è quello di scoprire i meccanismi reali dei moti planetari,
che non siamo in grado di conoscere, ma solamente quello di salvare
i fenomeni, sózein tà phainòmena, e costruire, sulla base
empirica delle osservazioni, un sistema di cerchi e di movimenti
immaginari un trucco matematico che ci permetta
di calcolare e predire le posizioni dei pianeti in accordo
con le osservazioni future.
[
] Mi sembra, quindi lecito concludere in via provvisoria,
almeno, che linsegnamento della storia ci mostra:
a) che la rinuncia la rassegnazione
positivista è una posizione di ritirata che dura solo un certo tempo
e che, se lo spirito umano, nellinvestigazione del sapere
assume periodicamente questo atteggiamento non lo accetta definitivamente
non lo ha mai fatto finora ; presto o tardi
smette di fare di necessità virtù e di compiacersi della propria
sconfitta. Presto o tardi torna allattacco, si rimette a cercare
la soluzione, inutile o impossibile, di problemi che erano stati
dichiarati privi di senso, cerca di trovare un spiegazione, causale
e reale, delle leggi che ha istituito e accettato come valide;
b) che latteggiamento filosofico, che a lungo andare
si rivela giusto, non è lempirismo positivista o pragmatista,
ma al contrario quello del realismo matematico. In breve non latteggiamento
di Bacone o di Comte, ma quello di Descartes, Galileo e Platone.
Se ci fosse ancora tempo potrei presentare esempi del tutto analoghi, tratti dalla
storia dello sviluppo di altri campi della scienza. Potremmo, ad esempio seguire lo
sviluppo della termodinamica dopo Carnot e Fourier è risaputo che furono i
corsi di Fourier ad ispirare August Comte e vedere che cosa è avvenuto alla
termodinamica quando è passata in mano a Maxwell, Boltzmann e Gibbs; senza dimenticare la
reazione, significativa per il suo successo, di Duhem.
Potremmo prendere in considerazione levoluzione della chimica, in cui malgrado
lopposizione più che ragionevole di
alcuni grandi chimici, la legge delle proporzioni definite venne
sostituita con una concezione atomistica e strutturalista della realtà, con il risultato
di ottenere una spiegazione di quella legge.
Potremmo analizzare la storia del sistema periodico, che qualche tempo fa il mio
collega e amico G. Bachelard ha presentato come esempio perfetto di
pluralismo coerente e vedere che cosa è successo con Rutherford,
Moseley e Niels Bohr.
Ancora analizzare la storia dei princìpi di conservazione, princìpi metafisici se si
vuole, per mantenere i quali si è obbligati, di volta in volta, a postulare degli oggetti
come il neutrino non osservati o non osservabili allepoca in
cui sono stati postulati, cosicché la loro esistenza sembra non avere altro significato
che il mantenimento della legge di conservazione.
Ritengo che si possa arrivare a conclusioni perfettamente analoghe prendendo in
considerazione e penso che già si possa cominciare a farlo la
storia della rivoluzione scientifica del nostro tempo fino a noi.
È fuor di dubbio che è stata una riflessione di carattere filosofico che ha ispirato
lopera di Einstein, per cui si può dire, come per Newton che fu filosofo nel mentre
che fu fisico. È manifestamente chiaro che la negazione risoluta e appassionata dello
spazio assoluto, del tempo assoluto, e del moto assoluto negazione che in
certo qual modo prosegue quella iniziata da Huygens e Leibniz si basa su un
principio metafisico.
E non sono gli assoluti in quanto tali ad essere messi in proscrizione. Nel mondo di
Einstein e nella scienza einsteiniana ci sono, in effetti degli assoluti più
modestamente vengono chiamati invarianti e costanti come la velocità della
luce o lenergia totale delluniverso, cose che farebbero inorridire un
newtoniano, ma si tratta di assoluti che non vengono supposti fondati sulla natura delle
cose.
[
] E così la filosofia e può non essere quella che si insegna nelle
Facoltà universitarie, e fu così anche ai tempi di Galileo e Descartes è
ridiventata la radice di un tronco che è la fisica e di cui la meccanica rappresenta il
frutto.
Tratto da De linfluence des conceptions
philosophiques sur lévolution des theories scientifiques,
conferenza pronunciata alla American Association for the Advancement
of Science, Boston 1954, pubblicata in Etudes dhistoire
de la pensée philosophique, Gallimard, Paris 1971, pp. 256-269,
tr. it. di Alberto Strumia.
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