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Charles
P. Snow, Le due culture (1959)
Circa tre anni fa pubblicai un sommario articolo intorno a un problema che mi
teneva occupato già da qualche tempo [1], e che, date le vicende della mia vita, doveva
inevitabilmente presentarmisi. Per meditare largomento, non avevo allora altre
credenziali che quelle che derivavano da tali vicende, da un complesso di circostanze
fortuite. Chiunque avesse avuto unesperienza simile alla mia avrebbe visto più o
meno le stesse cose e, penso, avrebbe fatto più o meno le medesime riflessioni. Si
trattò, in verità, di unesperienza poco consueta. Di professione ero scienziato:
di vocazione, scrittore. Ecco tutto. Fu una fortuna, se volete, che derivò dal fatto di
essere cresciuto in una famiglia povera.
Ma la mia storia personale non è ciò di cui intendo parlare ora. Mi basterà dire che
venni a Cambridge a svolgere alcune ricerche in un periodo di grande attività
scientifica. Ebbi il privilegio di assistere, da un buon posto di osservazione, ad uno dei
periodi più prodigiosamente creativi di tutta la fisica. E i casi della guerra
compreso lincontro con W. L. Bragg al bar della stazione di Kettering un freddissimo
mattino del 1939, che ebbe uninfluenza determinante sulla mia vita pratica mi
misero in grado, anzi mi costrinsero moralmente a non lasciare più quel posto di
osservazione. Così per trentanni dovetti stare in contatto con gli scienziati non
soltanto per curiosità, ma a causa della mia vita professionale. Durante quegli stessi
trentanni cercai di dare forma ai libri che desideravo scrivere, e questo a suo
tempo mi fece entrare nel novero degli scrittori.
Molte volte, dopo la giornata lavorativa trascorsa tra gli scienziati, la sera
evadevo, per così dire, con qualche collega letterato. Ho avuto,
naturalmente, amici intimi tra gli scienziati come tra gli scrittori. Vivendo tra questi
gruppi, ed ancor più, penso, spostandomi regolarmente dalluno allaltro e
viceversa, mi trovai nella condizione di dovermi occupare del problema di quelle che,
ancor molto prima di scriverne, battezzai fra me due culture. Avevo
infatti la costante sensazione di muovermi tra due gruppi di pari intelligenza, di
identica razza, di estrazione sociale non molto differente, di reddito pressoché eguale
che ormai non comunicavano quasi più tra loro e che, quanto ad atmosfera
intellettuale, morale e psicologica, avevano così poco in comune che si sarebbe creduto
non di essere andati da Burlington House o South Kensington a Chelsea, ma di avere
attraversato un oceano.
Di fatto, si era percorsa una distanza molto superiore a quella di un viaggio
transoceanico, giacché oltre Atlantico, a qualche migliaio di miglia, al Greenwich
Village ci si trovava a parlare precisamente lo stesso linguaggio che a Chelsea, ed in
entrambi questi luoghi si aveva col Massachusetts Institute of Technology quella
comunicazione che si sarebbe potuta avere se gli scienziati avessero parlato solo
tibetano. Il problema, infatti, non è soltanto nostro; qui, per certe nostre
idiosincrasie culturali e sociali, viene un tantino esagerato, mentre, per unaltra
caratteristica della società inglese, viene un po minimizzato; ma, più o meno,
riguarda tutto lOccidente.
Con ciò intendo parlare di una cosa seria. Non penso alla storiella di quel gioviale
professore di Oxford ho sentito attribuire laneddoto ad A. L. Smith
che intervenne a un pranzo a Cambridge. Mi pare che fossero gli ultimi anni del secolo, al
St. Johns College, o forse al Trinity College. Dunque, Smith sedeva alla destra del
Preside o Vice-Preside: gli piaceva far partecipare alla conversazione tutti quelli che
gli stavano vicino, ma la loro espressione non era incoraggiante. Tentò una scherzosa
battuta oxoniense col commensale che gli stava di fronte, ma per tutta risposta ebbe un
grugnito; tentò con quello seduto alla sua destra, ma ne ebbe un altro grugnito. Dopo di
che, sorpreso, vide che luno si rivolgeva allaltro e diceva: Di che
sta parlando? Non ne ho la minima idea. A questo punto,
anche Smith cominciò a sentirsi a disagio. Ma il Preside, fungendo da emolliente sociale,
lo tranquillizzò, dicendo: Oh, sono matematici! Noi non rivolgiamo mai la
parola a quelli là.
No, intendo parlare di una cosa seria. Sono convinto che la vita intellettuale, nella
società occidentale, si va sempre più spaccando in due gruppi contrapposti. Quando dico
vita intellettuale, mi riferisco anche a una larga parte della nostra vita pratica,
perché sarei lultima persona al mondo a suggerire che le due cose al livello più
profondo possano venire distinte. Tornerò alla vita pratica un po più avanti. Due
gruppi antitetici: a un polo abbiamo i letterati, che come per caso, senza che nessuno se
ne accorgesse, cominciarono ad autodefinirsi intellettuali, quasi che
non ce ne fossero altri. Ricordo che una volta, intorno agli anni Trenta, G. H. Hardy mi
faceva notare, con mite meraviglia: Hai fatto caso come si usa oggi la parola
intellettuale? A quanto pare, è una nuova definizione, certamente non include
Rutherford o Eddington o Dirac od Adrian o me stesso. È strano, ti pare? [2].
Letterati a un polo e scienziati allaltro, i più rappresentativi dei quali sono
i fisici. Tra i due gruppi, un abisso di reciproca incomprensione: qualche volta
(particolarmente tra i giovani) ostilità e disprezzo, ma soprattutto mancanza di
comprensione. Gli uni hanno unimmagine stranamente distorta degli altri. Gli
atteggiamenti sono così diversi che non cè un terreno comune neppure per quanto
riguarda le emozioni. I non-scienziati sono inclini a considerare presuntuosi e vanesi gli
scienziati: da T. S. Eliot, che possiamo prendere per i nostri esempi come figura
archetipa, sentono dire, a proposito dei suoi tentativi di far rivivere il dramma in
versi, che abbiamo poche speranze di riuscirvi, ma che egli ed i suoi collaboratori si
riterrebbero soddisfatti se potessero preparare le basi per un nuovo Kyd od un nuovo
Greene. Questo è il tono, attenuato e trattenuto, che i letterati tengono abitualmente:
è la voce mitigata della loro cultura. Poi sentono una voce più sonora, quella di
unaltra figura archetipa, Rutherford, che proclama: Questa è letà
eroica della scienza! Questa è letà elisabettiana! Molti di noi udirono
questa affermazione, e molte altre, rispetto alle quali quella poteva apparire modesta; e
non avevamo alcun dubbio circa lidentità di colui al quale Rutherford attribuiva il
ruolo di Shakespeare. E per i letterati è difficile immaginare o capire come egli avesse
assolutamente ragione.
E confrontate laffermazione così finisce il mondo, non con un rimbombo
ma con un lamento, sia detto per inciso, una delle profezie meno
probabili, da un punto di vista scientifico, che siano mai state fatte confrontate
quella affermazione con la famosa, mordace risposta di Rutherford a chi gli diceva
Beato te, Rutherford, sempre sulla cresta dellonda;
Beh, lho fatta io, londa, no?
I non-scienziati hanno una radicata impressione che gli scienziati siano animati da un
ottimismo superficiale e non abbiano coscienza della condizione delluomo.
Daltra parte, gli scienziati credono che i letterati siano totalmente privi di
preveggenza e nutrano un particolare disinteresse per gli uomini loro fratelli; che in
fondo siano anti-intellettuali e si preoccupino di restringere tanto larte quanto il
pensiero al momento esistenziale. E cosi via. Chiunque abbia una sia pur debole attitudine
allinvettiva, potrebbe presentare una grande quantità di sotterranee accuse e
controaccuse di questo genere. Sia le accuse che vengono mosse da una parte, sia quelle
che vengono lanciate dallaltra contengono qualcosa di non del tutto privo di
fondamento. Ma esse sono tutte distruttive. Per la maggior parte si basano su pericolosi
malintesi. Vorrei ora prendere in considerazione due dei più profondi di questi
malintesi, uno per parte.
Innanzitutto, lottimismo dello scienziato. È una accusa cosi spesso ripetuta da
essere ormai un luogo comune. Lhanno lanciata alcune delle più acute menti
non-scientifiche dei nostri giorni. Ma dipende da una confusione tra esperienza
individuale ed esperienza sociale, condizione individuale e condizione sociale
delluomo.
La maggior parte degli scienziati da me conosciuti hanno sentito non meno
profondamente dei non-scienziati da me conosciuti che la condizione individuale di
tutti noi è tragica. Ciascuno di noi è solo: talvolta sfuggiamo alla solitudine con
lamore o laffetto o, forse, in certi momenti di creazione, ma questi trionfi
della vita sono piccole zone illuminate che ci creiamo, mentre il margine della strada
rimane avvolto nelloscurità: ciascuno di noi muore solo. Ho conosciuto scienziati
che credevano nella religione rivelata. Forse per loro il senso della condizione tragica
non è così forte. Non so. Per la maggior parte delle persone di profondo sentire, per
quanto coraggiose e felici, e qualche volta soprattutto per quelle più felici e più
coraggiose, quel senso della condizione tragica sembra costituzionale, parte del peso
della vita. Questo vale per gli scienziati che ho meglio conosciuto, come per chiunque
altro.
Ma quasi tutti ed è qui che veramente si manifesta il colore della speranza
non vedrebbero alcuna ragione perché, proprio per il fatto che la condizione
individuale è tragica, lo debba essere anche la condizione sociale. Ciascuno di noi è
solo; ciascuno di noi muore solo: bene, è un destino contro il quale non possiamo lottare
ma nella nostra condizione ci sono molte cose che non dipendono dal destino, e se
non lottassimo contro di esse saremmo men che uomini.
La maggior parte dei nostri simili, ad esempio, sono denutriti e muoiono precocemente.
In parole crude, è questa la condizione sociale. Riuscire a vedere in fondo alla
solitudine umana racchiude una trappola morale: induce a tenersi in disparte, tutti
compresi della propria unica tragedia, e a lasciare che gli altri stiano senza pane.
Come gruppo, gli scienziati cadono in questa trappola meno degli altri. Sono inclini a
darsi da fare per cercare un rimedio e a pensare che, fino a prova contraria, è sempre
possibile trovarlo. Questo è il loro vero ottimismo, un ottimismo del quale il resto
dellumanità ha urgente bisogno.
Viceversa, lo stesso spirito, forte e buono e deciso a battersi a fianco dei propri
fratelli, ha indotto gli scienziati a considerare spregevoli gli atteggiamenti sociali
dellaltra cultura. È troppo facile: alcuni rappresentanti di quella cultura sono
spregevoli, ma rappresentano solo una fase temporanea e non bisogna credere che siano
tipici.
Ricordo un contro-interrogatorio al quale mi sottopose un famoso scienziato:
Perché nella maggior parte gli scrittori hanno opinioni sociali che sarebbero
state giudicate palesemente incivili, e fuori moda al tempo dei Plantageneti? Non è forse
così per quanto riguarda la maggior parte dei più famosi scrittori del ventesimo secolo?
Yeats, Pound, Wyndham Lewis, nove su dieci di coloro che hanno dominato la sensibilità
letteraria dei nostri tempi non furono forse, politicamente, non soltanto ottusi,
ma addirittura scellerati? Non è stata forse linfluenza di tutto ciò che essi
rappresentano a portare tanto più vicino Auschwitz?
Allora pensavo, e lo penso ancora, che la risposta giusta fosse non difendere
lindifendibile. Era inutile dire che Yeats, secondo il giudizio di amici di cui mi
fido, era uomo singolarmente magnanimo, non meno che grande poeta. Inutile negare i fatti,
che sono in generale veri. Per rispondere onestamente bisognava dire che in effetti
cè un rapporto, che i letterati ebbero la colpa di cogliere in ritardo, tra alcune
forme darte dellinizio del ventesimo secolo e le più imbecilli espressioni di
anti-socialità [3]. E fu questa una delle tante ragioni per cui alcuni di noi voltarono
le spalle allarte e cercarono di aprirsi unaltra strada [4].
Ma anche se molti di quegli scrittori hanno dominato la sensibilità letteraria per una
generazione, ora non è più così, o almeno non nella stessa misura. La letteratura
cambia più lentamente della scienza. Non ha lo stesso correttivo automatico, e così i
suoi periodi di traviamento sono più lunghi. Ma è avventato, per gli scienziati,
giudicare gli scrittori sulla base delle prove offerte nel periodo 1914-50.
Sono, questi, due dei malintesi tra le due culture. Dovrei dire che, da quando ho
cominciato a parlarne delle due culture, cioè ho avuto qualche critica. I
più, tra gli scienziati che conosco, pensano che ci sia qualcosa di vero, e così pure la
maggior parte degli artisti di professione. Ma alcuni non-scienziati mi hanno accusato di
nutrire interessi troppo terra-terra. Secondo loro, la mia è una eccessiva
semplificazione, e se proprio si vuole parlare in questi termini, andrebbero individuate
almeno tre culture, e sostengono che, senza essere scienziati, degli scienziati
condividerebbero in buona parte i sentimenti. La recente cultura letteraria, sarebbe per
loro, come per gli scienziati stessi, di scarsa utilità forse, dal momento che la
conoscono meglio, di utilità ancor minore. J. H. Plumb, Alan Bullock ed alcuni sociologi
americani miei amici hanno dichiarato che rifiutano energicamente di essere imbrancati
nello stesso recinto culturale assieme a gente con la quale non vorrebbero farsi vedere
neanche morti e che non vogliono si pensi di loro che contribuiscono a creare un clima
nocivo alle speranze sociali.
Sono argomenti che rispetto. Il numero 2 è un numero molto pericoloso: ecco perché la
dialettica è un processo pericoloso. Bisogna considerare con molto sospetto i tentativi
di dividere ogni cosa in due. Mi sono chiesto, dopo lunga riflessione, se era opportuno
ricorrere a distinzioni più sottili: ma ho finito col decidere di no. Cercavo qualcosa
che fosse un po più di una elegante metafora, ma anche molto meno di una mappa
culturale: e le due culture servono abbastanza allo scopo, e voler
sottilizzare di più comporterebbe più inconvenienti del necessario.
A uno dei due poli, la cultura scientifica è realmente una cultura, in un senso non
solo intellettuale ma anche antropologico. Vale a dire, non è necessario, e spesso
naturalmente non avviene, che i suoi membri si capiscano sempre a fondo; i biologi, nei
casi più frequenti, avranno una idea abbastanza confusa della fisica contemporanea; ma ci
sono atteggiamenti comuni, comuni regole e schemi di comportamento, presupposti comuni e
un comune modo di accostarsi alle cose. Sono caratteristiche sorprendentemente estese e
profonde: e contrastano con altri schemi mentali, siano religiosi, politici o di classe.
Statisticamente, credo che il numero degli scienziati che sono, in termini religiosi,
miscredenti, sia leggermente superiore a quello degli altri membri del mondo intellettuale
sebbene ve ne siano molti religiosi, e a quanto pare in misura sempre crescente fra
i giovani. Ancora statisticamente, di poco superiore è il numero degli scienziati che in
politica sono a sinistra sebbene, ancora, molti si siano sempre dichiarati
conservatori, e anche questo, a quanto pare, è più comune fra i giovani. Rispetto al
resto del mondo intellettuale, notevolmente superiore è il numero di scienziati che in
questo paese, e probabilmente anche in U.S.A., provengono da famiglie povere [5].
Tuttavia, per quanto concerne unintera sfera di pensiero e di comportamento, nessuna
di queste cose conta molto. Nel lavoro, e in gran parte nella vita dei sentimenti, i loro
atteggiamenti sono più vicini a quelli di altri scienziati che a quelli di non-scienziati
di uguali convinzioni religiose o politiche, o dello stesso ambiente sociale. Se dovessi
azzardare una definizione telegrafica, direi che hanno per natura il futuro nel sangue.
Che piaccia loro o no, è così. Ciò era non meno vero dei conservatori J.J. Thomson e
Lindemann che dei radicali Einstein o Blackett: del cristiano A. H. Compton che del
materialista Bernal: degli aristocratici Broglie o Russell come del proletario Faraday:
tanto di quelli nati ricchi, come Thomas Merton o Victor Rothschild, quanto di Rutherford,
figlio di un uomo tuttofare senza occupazione stabile. Senza pensarci, reagiscono tutti
allo stesso modo. Ecco che cosa è una cultura.
Allaltro polo, lo spiegamento di atteggiamenti è più largo. È ovvio che tra i
due poli, andando nella società intellettuale dai fisici ai letterati, ci si imbatte in
tutti i registri del sentimento. Ma credo che il polo che dimostra una totale
incomprensione della scienza diffonde la sua influenza su tutto il resto. Questa totale
incomprensione dà, molto più profondamente di quanto ce ne possiamo rendere conto noi,
che ci viviamo dentro, un sapore a-scientifico allintera cultura
tradizionale, e questo sapore a-scientifico è spesso, molto più di
quanto noi ammettiamo, sul punto di mutarsi in anti-scientifico. I sentimenti di un polo
diventano i sentimenti contrari dellaltro polo. Se gli scienziati hanno il futuro
nel sangue, allora la cultura tradizionale risponde auspicando che non ci sia il futuro
[6]. È la cultura tradizionale che, in una misura troppo poco limitata dallemergere
della cultura scientifica, governa il mondo occidentale.
Questa polarizzazione è soltanto un danno per tutti noi. Per noi, come persone, e per
la nostra società.
[1] The Two Cultures, in New Statesman,
6 ottobre 1956.
[2] Questa conferenza fu tenuta ad un pubblico
di Cambridge, e così feci alcuni riferimenti che non necessitavano
spiegazioni da parte mia. G. H. Hardy (1877-1947) fu uno dei più
illustri matematici puri del suo tempo, ed un personaggio pittoresco
a Cambridge sia come giovane docente universitario sia al suo ritorno,
nel 1931, alla Sadleirian Chair of Mathemathics.
[3] A questo proposito ho detto qualcosa di più
su The Times Literary Supplement (Challenge to the
Intellect), 15 agosto 1958. Spero qualche giorno di approfondire
lanalisi.
[4] Sarebbe più esatto dire che, per ragioni letterarie,
avevamo la sensazione che le fogge letterarie predominanti ci erano
inutili. Fummo però rafforzati in questo sentimento quando ci capitò
di constatare che quelle fogge predominanti si accompagnavano strettamente
ad atteggiamenti sociali o perversi, o assurdi, o luna e laltra
cosa assieme.
[5] Unanalisi delle scuole dalle quali provengono
i Fellows della Royal Society parla da sé. La distribuzione
è notevolmente differente da quella, ad esempio, dei membri del
Foreign Service o del Queens Counsel.
[6] Confronta G. Orwell, 1984, che è il
più fervido augurio possibile che il futuro non esista, con J.D.
Bernal, World Witbout War.
da C.P. Snow, Le due culture, tr. it. di
Adriano Cargo, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 3-12.
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