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Pierre
Duhem, Fisica e metafisica ne La fisica di un credente (1905)
Il metafisico deve conoscere la teoria fisica per non farne un
uso improprio nelle sue speculazioni
Ecco dunque una fisica teorica che non è una teoria del credente e neppure del non
credente, ma è puramente e semplicemente una teoria del fisico. Essa è incapace,
mirabilmente adatta comè a classificare le leggi studiate dallo sperimentatore, di
opporsi a una qualsiasi affermazione della metafisica o del dogma religioso. È anche
incapace di dare un appoggio efficace a una simile affermazione. Allorquando il teorico
entra nel terreno della metafisica o del dogma, sia che si proponga di attaccarli, sia che
voglia difenderli, larma che usa vittoriosamente nel proprio campo resta
inutilizzabile e priva di forza nelle sue mani. La logica, scienza positiva che ha
forgiato tale arma, ha segnato con precisione le frontiere al di là delle quali la tempra
del teorico si infiacchirebbe, la sua perentorietà si attenuerebbe. Tuttavia dal momento
che la logica non conferisce alla teoria fisica alcun potere per confermare o infermare
una proposizione metafisica, ne risulta forse che il metafisico ha il diritto di
disprezzare le teorie della fisica? Ne risulta forse che egli può proseguire la
costruzione del suo sistema cosmologico senza far ricorso alcuno allinsieme di
formule matematiche con cui il fisico rappresenta e classifica linsieme delle leggi
sperimentali? Non lo crediamo. Proviamo a dimostrare lesistenza di un legame tra
teoria fisica e filosofia della natura e tentiamo di precisare in che cosa esso consista.
Innanzitutto onde evitare ogni malinteso, facciamo una precisazione. La questione
«il metafisico deve o non deve tener conto di quanto dice il fisico?»
non si pone assolutamente se non allindirizzo delle teorie della fisica. Circa i
fatti dellesperienza, circa le leggi sperimentali, la domanda non si pone perché la
risposta non potrebbe essere incerta. È chiaro che la filosofia della natura deve tenere
conto di tali fatti, di tali leggi. Infatti le proposizioni che enunciano i fatti e
formulano le leggi possiedono ciò che le proposizioni puramente teoriche non hanno e
cioè una portata oggettiva. Possono dunque essere in accordo o in disaccordo con le
proposizioni componenti un sistema cosmologico; lautore del sistema non ha il
diritto di essere indifferente a questo accordo che apporta alle sue intuizioni una
preziosa conferma o al disaccordo che è per le sue dottrine una condanna senza appello.
La valutazione dellaccordo o del disaccordo in generale è agevole quando i fatti
considerati sono fatti dellesperienza volgare, quando le leggi osservate sono di
senso comune; non è infatti necessario essere un fisico di professione per saper cogliere
quanto cè di oggettivo in un dato fatto, in una data legge. Tale valutazione
diventa al contrario delicatissima e spinosa quando si tratta di un fatto o di una legge
scientifica. Infatti la proposizione che formula il fatto o la legge è, in generale, un
intreccio di constatazione sperimentale dotata di portata oggettiva e di interpretazione
teorica, semplice simbolo spogliato di ogni significato oggettivo. Occorrerà che il
metodo fisico districhi lintreccio al fine di ottenere quanto più puro possibile il
primo dei due elementi. In ciò infatti, e in ciò soltanto, il suo sistema può trovare
una conferma oppure imbattersi in una contraddizione.
Supponiamo per esempio che si tratti di una esperienza relativa ai
fenomeni di interferenza ottica. Il resoconto di tale esperienza
contiene affermazioni che si fondano esclusivamente sui caratteri
oggettivi della legge. Tale per esempio risulta essere la seguente
affermazione: una illuminazione che appare costante è in realtà
la manifestazione di una proprietà che varia molto rapidamente da
un istante allaltro in modo periodico. Ma queste affermazioni
sono, per il loro stesso linguaggio, intimamente permeate dalle
ipotesi sulle quali si fonda la teoria ottica; per enunciarle, il
fisico parla delle vibrazioni di un etere elastico o della polarizzazione
alternativa di un etere dielettrico. Non bisogna attribuire immediatamente
piena e intera realtà oggettiva più alle vibrazioni delletere
elastico che alla polarizzazione delletere dielettrico: entrambe
sono infatti costruzioni simboliche immaginate dalla teoria per
riassumere e classificare le leggi sperimentali dellottica.
Ecco già una prima ragione perché il metafisico non trascuri lo
studio delle teorie fisiche. Occorre che conosca la teoria fisica
per poter distinguere, nel resoconto di unesperienza, ciò
che proviene da questa teoria e ha esclusivamente il valore di un
mezzo di rappresentazione o di un segno, da ciò che costituisce
il contenuto reale, la materia oggettiva del fatto di esperienza.
Daltronde non dobbiamo pensare che una conoscenza superficiale
della teoria sia sufficiente a questo scopo. Spesso nel resoconto
di unesperienza di fisica la materia reale e oggettiva
e la forma esclusivamente teorica e simbolica
si compenetrano in modo così intimo e complicato che lo spirito
di geometria, con i suoi procedimenti chiari e rigorosi ma troppo
semplici e poco flessibili per essere penetranti, non è sufficiente
a separarle. Occorrono allora i procedimenti insinuanti e agili
dello spirito di finezza. Esso soltanto inserendosi tra la materia
e la forma, è in grado di distinguerle, esso soltanto può indovinare
che luna è una costruzione artificiale formata in ogni parte
dalla teoria e inutilizzabile per il metafisico, mentre laltra,
ricca di verità oggettiva, è in grado di dare informazioni al cosmologo.
Lo spirito di finezza, qui come ovunque, si affina con una lunga
pratica. Attraverso uno studio approfondito e minuzioso della teoria
si otterrà questa sorte di fiuto grazie al quale in unesperienza
di fisica saremo in grado di discernere ciò chè simbolo teorico,
grazie al quale saremo in grado di separare da questa forma, priva
di valore filosofico, il vero insegnamento dellesperienza,
quello di cui il filosofo deve tener conto. Occorre quindi che il
metafisico conosca esattamente la teoria fisica al fine di poterla
riconoscere senza errore quando essa oltrepassa i limiti che le
sono propri pretendendo di penetrare nel terreno della cosmologia;
in nome di tale esatta conoscenza egli avrà il diritto di fermare
la teoria per ricordarle che non potrà giovarsi del suo aiuto né
ridurre le sue obiezioni. Il metafisico dovrà studiare approfonditamente
la teoria fisica se vuol essere certo chessa non eserciti
nessuna illogica influenza sulle sue speculazioni.
La teoria fisica ha per forma limite la classificazione
naturale
Per altre e ancora più gravi ragioni, gli insegnamenti della teoria fisica si
impongono allattenzione del metafisico. Nessun metodo scientifico porta in sé la
piena e completa giustificazione, né potrebbe, con i suoi soli principi, render conto di
tutti questi principi. Non ci si meraviglierà dunque che la fisica teorica si fonda su
postulati che non si possono autorizzare se non con ragioni estranee alla fisica. Da
quanto detto deriva il seguente postulato: la teoria fisica deve sforzarsi di
rappresentare tutto linsieme delle leggi naturali con un unico sistema in cui tutte
le parti siano tra loro logicamente compatibili.
Se ci si costringe a invocare soltanto ragioni di logica pura, di quella logica che
permette di fissare lobiettivo e la struttura della teoria fisica, è impossibile
giustificare tale postulato; è impossibile condannare un fisico che pretendesse di
rappresentare con diverse teorie, logicamente incompatibili, sia insiemi diversi di leggi
sperimentali, sia anche un unico gruppo di leggi. Tutto ciò che si può esigere è che
egli non mescoli due teorie inconciliabili e non combini nelle sue deduzioni un
antecedente ricavato dalluna con un conseguente fornito dallaltra. A questa
conclusione, al diritto del fisico di sviluppare una teoria logicamente incoerente,
giungono coloro che analizzano il metodo fisico senza ricorrere ad alcun principio
estraneo ad esso. Le rappresentazioni della teoria altro non sono per essi che comodi
sommari, artifici destinati a facilitare il lavoro dinvenzione. Perché infatti si
dovrebbe impedire al lavoratore il successivo impiego di strumenti disparati nel caso che
egli trovi che ciascuno bene si adatta a un certo compito e male invece a un altro? Questa
conclusione tuttavia scandalizza molti di coloro che si applicano al progresso della
fisica; ve ne sono di quelli che pretendono di vedere in questo disdegno dellunità
teorica un pregiudizio del credente desideroso di esaltare il dogma a spese della scienza.
Con il sostegno di questa opinione si osserva che la brillante costellazione dei filosofi
cristiani che si raccolgono attorno a Edouard Le Roy considerano volentieri le teorie
fisiche come semplici ricette. Si dimentica, ragionando così che Henry Poincaré ha
proclamato per primo e insegnato in modo formale che il fisico poteva successivamente
usare teorie tra loro incompatibili e nel numero che giudicasse sufficiente. Poincaré,
che io sappia, non condivide certo il credo religioso di Le Roy. È certo che Poincaré,
così come Le Roy, era pienamente autorizzato dallanalisi logica del metodo fisico a
pretendere quanto da lui avanzato. È altrettanto certo che questa dottrina dal tono
scettico scandalizza la maggioranza di quanti lavorano al progresso della fisica. Sebbene
lo studio puramente logico dei procedimenti non fornisca alcun argomento convincente a
sostegno del loro modo di vedere, essi sentono tuttavia che questultimo è quello
giusto e intuiscono che lunità logica simpone alla teoria fisica al pari di
un ideale al quale essa deve tendere incessantemente. Reputano che ogni mancanza di
logica, ogni incoerenza, rappresenta in questa teoria una tara che i progressi della
scienza dovranno poco alla volta far scomparire. Questa convinzione è pienamente
condivisa da coloro i quali affermano il diritto della teoria alla incoerenza logica. Ve
nè soltanto uno tra loro che esiti, anche solo per un momento, a preferire una
teoria fisica coordinata rigorosamente a una accozzaglia di teorie inconciliabili? Uno
che, per criticare la dottrina di un avversario, non si sforzi di scoprirvi carenze
logiche e contraddizioni? Non è dunque di loro pieno gradimento che essi proclamano il
diritto alla incoerenza logica. Al pari di tutti i fisici essi considerano la teoria
fisica, che rappresenterebbe tutte le leggi sperimentali tramite un sistema unico,
coordinato logicamente, come la teoria ideale, e se tentano di soffocare le loro
aspirazioni verso questo ideale lo fanno unicamente perché lo considerano irrealizzabile,
perché disperano di raggiungerlo.
È quindi giusto considerare questo ideale al pari di unutopia? Spetta alla
storia della fisica rispondere a questo interrogativo; ad essa compete di dirci se gli
uomini, da quando la fisica ha assunto la sua veste scientifica, si sono estenuati in vani
sforzi al fine di riunire in un sistema coordinato le innumerevoli leggi scoperte dagli
sperimentatori, o al contrario, se questi sforzi attraverso un lento, ma continuo
progresso hanno contribuito a saldare tra loro i frammenti di teoria precedentemente
isolati al fine di produrre un sistema sempre più unico e ampio. È questo, secondo noi,
il grande insegnamento che dobbiamo ottenere quando tracciamo levoluzione delle
dottrine fisiche e Abel Rey ha visto chiaramente che era quella la lezione principale che
chiediamo allo studio delle teorie del passato. La storia, così interrogata, quale
risposta ci fornisce? Il senso di questa risposta è fuori discussione ed ecco come lo
interpreta Rey: «La fisica teorica non ci presenta affatto un insieme di ipotesi
divergenti o contraddittorie; al contrario essa offre a chi ne segue con attenzione le
trasformazioni uno sviluppo continuo, una autentica evoluzione. La teoria
che appariva sufficiente a un dato stadio di sviluppo della scienza non cade del tutto, a
partire da quando il campo della scienza si è allargato; utile a spiegare un certo numero
di fatti, continua ad essere ancora valida per essi, ma non lo è più per i fatti nuovi. Non
è fallita, è diventata insufficiente e questo perché il nostro spirito non può
cogliere quanto cè di complesso se non dopo aver colto quanto vi è di semplice, il
più generale se non dopo aver colto il meno generale. Per non perdersi in dettagli troppo
complicati che nascondevano le esatte razioni tra le cose, il nostro spirito aveva anche
trascurato certe modalità, circoscritto le condizioni dellesame, ridotto il campo
dellosservazione e della sperimentazione. La scoperta scientifica, sapendola
comprendere, allarga via via il campo rimovendo poco alla volta certe restrizioni e
reintegra le considerazioni precedentemente giudicate trascurabili».
Il grande fatto che riassume lintera storia delle dottrine fisiche è la
diversità fondantesi su una unità sempre più comprensiva, più perfetta. Perché
levoluzione di cui questa storia ci mostra la legge si arresterebbe bruscamente?
Perché i contrasti oggi riscontrati tra i diversi capitoli della teoria fisica non si
rifonderebbero domani in un armonioso accordo? Perché rassegnarvisi quasi fossero vizi
irrimediabili? Perché rinunciare allideale di una teoria unica e perfettamente
logica, quando i sistemi realmente costruiti si sono di secolo in secolo avvicinati sempre
più a questo ideale? Il fisico trova dunque in sé stesso un desiderio irresistibile di
impossessarsi di una teoria fisica che rappresenti tutte le leggi sperimentali tramite un
sistema dotato di una perfetta unità logica; e quando egli chiede a una analisi esatta
del metodo sperimentale quale sia il ruolo della teoria fisica non trova nulla per
giustificare tale aspirazione. La storia gli dimostra che questa aspirazione è antica
quanto la scienza, che i sistemi fisici che si sono succeduti hanno dato a tale
aspirazione sempre maggior soddisfazione. Lo studio dei procedimenti attraverso i quali la
scienza fisica progredisce non gli svela lintera ragione dessere di questa
evoluzione. Le tendenze che indirizzano lo sviluppo della teoria fisica non sono dunque
del tutto comprensibili al fisico se egli vuole essere soltanto un fisico. Se vuole questo
e se, intransigente positivista, considera non conoscibile tutto quanto non può essere
determinato col metodo proprio delle scienze positive, il fisico si limiterà a constatare
questa tendenza che sollecita con tanta forza le sue stesse ricerche, dopo avere orientato
quelle di tutte le epoche, ma non ne ricercherà lorigine che solo il procedimento
di scoperta al quale si affida potrebbe rivelargli. Se, al contrario, egli cede alla
natura della mente umana che respinge le esigenze estreme del positivismo, vorrà
conoscere la ragione di ciò che lo sospinge; varcherà la muraglia di fronte a cui si
arrestano impotenti i procedimenti della fisica e farà unaffermazione non
giustificata da questi procedimenti, farà della metafisica.
Quale è questa proposizione metafisica che il fisico affermerà violando la riserva
imposta al metodo che usa abitualmente e come per forza? Egli affermerà che sotto i dati
sensibili, i soli accessibili ai suoi procedimenti di studio, si nascondono realtà la cui
essenza è inafferrabile da questi stessi procedimenti, che le realtà si dispongono
secondo un certo ordine di cui la scienza fisica non potrebbe avere una osservazione
diretta. Egli afferma che la teoria fisica, attraverso i suoi successivi perfezionamenti,
tende tuttavia a disporre le leggi sperimentali secondo un ordine sempre più simile a
quello trascendente con il quale si classificano le realtà, che con ciò la teoria fisica
si incammina gradualmente verso la sua forma limite che è quella di una classificazione
naturale. Infine afferma che lunità logica è un carattere fuori del quale la
teoria fisica non può assurgere al rango di classificazione naturale. Il fisico è dunque
portato ad andare oltre i poteri conferitigli dallanalisi logica della scienza
sperimentale e a giustificare la tendenza della teoria verso lunità logica con la
seguente affermazione metafisica: la forma ideale della teoria fisica è una
classificazione naturale delle leggi sperimentali. Considerazioni di altra natura lo
sollecitano ugualmente a formulare questa affermazione. Spesso è possibile dedurre da una
teoria fisica un enunciato che non rappresenta una legge osservata bensì osservabile. Se
si confronta lenunciato con i risultati dellesperienza che probabilità
cè di poter trovare questi in accordo con quello? Se la teoria fisica altro non è
se non quanto ci è rivelato dallanalisi dei procedimenti del fisico, non vi è
alcuna probabilità che la legge predetta dalla teoria concordi con i fatti; per il fisico
preoccupato di non avanzare nulla che non sia provato dal suo metodo abituale,
lenunciato dedotto dai principi della teoria sarà esattamente come se fosse stato
formulato per caso. Questo fisico si aspetterà tanto di trovare questa previsione
contraddetta dallosservazione quanto di vederla confermata. Ogni idea preconcetta
riguardo alla prova sperimentale cui lenunciato deve essere sottoposto, ogni
anticipata fiducia nel successo di questa prova, sarebbero formalmente sconfessate da una
logica rigorosa. Per essa infatti la teoria fisica altro non è se non un sistema creato
da una libera decisione del nostro intelletto onde poter classificare le leggi
sperimentali già note. Quando nel sistema riscontriamo una casella vuota possiamo
concluderne che esiste oggettivamente una legge sperimentale adatta a riempire la casella?
Abbiamo riso del collezionista che, non avendo previsto un cassetto per le conchiglie
bianche, ne deduceva che al mondo non esisterebbero conchiglie bianche; sarebbe forse meno
risibile se egli si avvalesse della presenza, nel suo gabinetto di conchigliologo, di un
cassetto destinato al colore blu, però ancora vuoto, per affermare che la natura possiede
conchiglie blu destinate a riempirlo? Ora, in quale fisico riscontreremo questa perfetta
indifferenza per il risultato della prova, questassenza di ogni previsione sul senso
del risultato quando si tratta di confrontare con i fatti una legge predetta dalla teoria?
Il fisico sa bene che una logica rigorosa non gli consente assolutamente tale
indifferenza, chessa non autorizza nessuna speranza sullaccordo tra profezia
teorica e fatti; tuttavia egli attende laccordo, ci conta, lo considera più
probabile della sua smentita. La probabilità da lui attribuitagli è tanto più grande
quanto più la teoria sottoposta alla prova è perfetta; e quando egli fonda la fiducia su
una teoria dove numerose leggi sperimentali hanno trovato una soddisfacente
rappresentazione, questa probabilità gli pare destinata alla certezza.
Alcune regole che presiedono alla manifestazione del metodo sperimentale non
giustificano questa fiducia nella previsione della teoria e tuttavia tale fiducia non ci
sembra ridicola. Se daltronde avessimo qualche velleità di biasimarne la
presunzione, la storia della fisica non tarderebbe troppo a costringerci a mutare
opinione; citerebbe infatti innumerevoli circostanze in cui lesperienza ha
confermato nei minimi dettagli le previsioni più sorprendenti della teoria. Perché
dunque il fisico può, senza prestarsi al riso, affermare che lesperienza scoprirà
una certa legge in quanto la sua teoria reclama la realtà di questa legge, mentre il
conchigliologo risulterebbe ridicolo se la sola presenza di una casella vuota nei suoi
cassetti in cui ordina i diversi colori dello spettro, lo portasse a concludere che
nelloceano vi sono conchiglie blu? Ciò avviene perché la classificazione del
collezionista è un sistema visibilmente arbitrario che non tiene alcun conto delle reali
affinità tra i diversi gruppi di molluschi, mentre nella teoria del fisico traspare quasi
il riflesso di un ordine ontologico. Tutto spinge dunque il fisico a fare la seguente
affermazione: la teoria fisica nel suo progredire è sempre più simile a una
classificazione naturale, suo ideale e suo obiettivo. Il metodo fisico è impotente a
provare che tale affermazione è fondata; se non lo fosse la tendenza che dirige lo
sviluppo della fisica sarebbe incomprensibile. Così la teoria fisica deve richiedere alla
metafisica le ragioni della sua legittimità.
da La teoria fisica. Il suo oggetto e la sua
struttura, ed. it. a cura di Sandro Petruccioli, tr. it di Daria
Ripa di Meana, Il Mulino, Bologna 1978, pp. 326-335.
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