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Max Planck (1858-1947), Scienza e Fede
(1930)
Ogni giorno, anche per gli inauditi progressi dei mezzi di comunicazione e di traffico,
nuove impressioni giungono in folla da vicino e da lontano a colpire i nostri sensi. Noi
le dimentichiamo il più delle volte con la medesima rapidità con cui sono venute, e di
taluna di esse non cè più traccia il giorno dopo. Ed è bene che sia così.
Altrimenti luomo moderno soffocherebbe sotto il numero ed il peso delle svariate
impressioni che gravano su di lui. Ma daltra parte chiunque non voglia passare
attraverso la sua esistenza come un insetto effimero, di fronte a questa continua
successione di immagini mnemoniche, sente tanto più forte, il bisogno di qualcosa di
permanente, di un possesso spirituale duraturo che gli offra un saldo appoggio nel mare
agitato della vita quotidiana e delle sue molteplici esigenze. Questo desiderio si
manifesta negli adolescenti e nei giovani come unautentica fame di una concezione
del mondo possibilmente comprensiva, e si scarica in esplorazioni a tastoni nelle
direzioni più disparate, per trovare in qualche luogo pace e refrigerio allo spirito
assetato.
La Chiesa, che per prima ha il compito di soddisfare questi bisogni, oggi non può più
contare, colla sua esigenza di assoluta dedizione ad una fede, gli animi dubbiosi. Perciò
questi ricorrono spesso a surrogati alquanto sospetti e si gettano con entusiasmo in
braccio a qualcuno dei numerosi profeti annunciatori di nuovi sicuri messaggi di
salvazione. Stupisce il vedere quante persone proprio delle classi colte siano in tal modo
capitate nellorbita di queste nuove religioni, che sfavillano in tutte le sfumature,
dalla mistica più astrusa fino alla più crassa superstizione.
Lovvia idea di tentare una concezione del mondo su base scientifica è di solito
ricusata da costoro col pretesto che la concezione scientifica del mondo avrebbe già
fatto fallimento. Cè qualcosa di vero in questa affermazione: essa è anzi
pienamente giusta se si dà alla parola scienza, come spesso è successo e succede
tuttora, un significato puramente razionale. Ma chi così fa dimostra soltanto di essere
interiormente lontano dalla vera scienza. Le cose infatti stanno diversamente. Chi ha
veramente collaborato a costruire una scienza sa per propria esperienza interiore che
sulla soglia della scienza sta una guida apparentemente invisibile: la fede che guarda
innanzi. Non cè principio che abbia recato maggior danno, per lequivoco a cui
si presta, che quello dellassenza di premesse nella scienza. Le fondamenta di ogni
scienza sono fondate dal materiale che lesperienza fornisce, è vero, ma è
altrettanto certo che il materiale da solo non basta, come non basta la sua elaborazione
logica, a fare la vera scienza. Il materiale è sempre incompleto e non consiste che di
pezzi staccati seppur numerosi. Ciò vale per le tabelle delle misure nelle discipline
naturali come per i documenti nelle scienze dello spirito. Perciò bisogna completarlo e
perfezionarlo riempiendo le lacune, e ciò non si può fare che per mezzo di associazioni
di idee che non nascono dallattività intellettiva, ma dalla fantasia dello
scienziato, sia che si voglia definire col nome di fede o colla più prudente espressione
di ipotesi di lavoro. Lessenziale è che il loro contenuto superi in qualche maniera
i dati dellesperienza. Come dal caos di masse isolate senza forza ordinatrice non
può sorgere il cosmo, così dai materiali isolati dellesperienza, senza
lopera cosciente di uno spirito pervaso da una fede feconda non può nascere una
vera scienza.
Può una tal maniera più profonda di intendere la scienza produrre una visione del
mondo inutile per la vita? La più sicura risposta ci è offerta da quegli uomini della
storia che intesero la scienza proprio a quel modo ed a cui essa rese effettivamente
questo servigio. Fra i numerosi ricercatori che la scienza aiutò a tollerare e ad
illuminare una povera esistenza terrena ricordiamo innanzitutto Giovanni Keplero, di cui
il mondo ha commemorato il 15 novembre di questanno (1930) il trecentesimo
centenario dalla morte. La sua vita, considerata esteriormente, trascorse in mezzo a casi
pensosi, a gravi delusioni, a tristi preoccupazioni pecuniarie, in un continuo disagio
economico. Perfino nel suo ultimo anno di vita si vide costretto a rivolgersi alla dieta
di Ratisbona, perché gli fossero pagati gli arretrati della pensione assegnatagli
dallimperatore. Il suo più grande dolore fu quello di dover difendere sua madre
dallaccusa di stregoneria. Ciò che tuttavia lo sostenne e gli diede la forza di
lavorare fu la sua scienza, ma non le cifre delle osservazioni astronomiche, bensì la sua
fede in leggi razionali che reggono luniverso. Anche il suo maestro Tycho Brahe era
dotto come lui e disponeva dello stesso materiale di osservazioni scientifiche, ma gli
mancava la fede nelle grandi leggi eterne. Perciò Tycho Brahe rimase uno fra i tanti
meritevoli scienziati, ma Keplero diventò il creatore dellastronomia moderna.
Un altro nome deve essere ricordato a questo riguardo, quello di Giulio Roberto Mayer;
fra non molto ricorrerà il centenario della sua scoperta dellequivalente meccanico
del calore. Questo scienziato non ebbe a patire preoccupazioni materiali, ma soffrì
perché la sua dottrina dellindistruttibilità dellenergia non veniva presa in
considerazione dal mondo scientifico, che verso la metà del secolo scorso era assai
diffidente per tutto ciò che avesse sentore di filosofia naturale. Ma neppure la congiura
del silenzio contro di lui gli tolse il coraggio, ed egli trovò consolazione e
soddisfazione non tanto in ciò che sapeva, ma in ciò che credeva, finché, dopo molti
difficili anni di lotte incessanti, ebbe la gioia di vedere pubblicamente riconosciuta la
sua opera dalla Società tedesca dei medici e naturalisti nella riunione del 1896 ad
Innsbruck, a cui partecipava anche Hermann Helmholtz.
In questi casi ed in altri consimili la fede è la forza che dà efficacia al materiale
scientifico radunato, ma si può andare ancora un passo avanti, ed affermare che anche nel
raccogliere il materiale, la preveggente e presenziante fede in nessi più profondi può
rendere dei buoni servigi. Essa indica la via ed acuisce i sensi. Lo storico che cerca
documenti in archivio e studia quelli che trova, lo sperimentatore che in laboratorio
costruisce un piano di ricerche ed esamina alla lente le immagini fotografiche ottenute,
trovano in molti casi facilitato il lavoro, specialmente il lavoro di separazione di ciò
che è essenziale da ciò che è secondario, da un certo particolare orientamento più o
meno cosciente del pensiero con cui dispongono le ricerche ed interpretano i risultati
ottenuti. Succede a loro come al matematico, che trova e formula un nuovo teorema prima di
essere in grado di dimostrarlo.
Ma qui sta in agguato un serio pericolo, il più grave che possa minacciare uno
scienziato, e di cui non si può tacere: il pericolo che il materiale di cui si dispone
invece di essere correttamente interpretato sia interpretato in modo partigiano o
addirittura ignorato. Allora la scienza si trasforma in pseudoscienza, in una costruzione
vuota che crolla al primo violento urto. Di fronte a questo pericolo che ha già fatto
innumerevoli vittime fra giovani e vecchi scienziati entusiasti delle loro convinzioni
scientifiche, e che anche ai nostri giorni non ha perduto ancora nulla della sua
importanza, non cè che una difesa efficace: il rispetto dei fatti. Quanto più un
pensatore è ricco di idee e di fantasia, tanto più è necessario che si ponga in mente
che i fatti sono il fondamento senza il quale la scienza non può esistere, e tanto più
coscienziosamente deve chiedersi se egli li apprezza come si deve.
Solamente quando ci sentiamo sotto i piedi il saldo terreno dellesperienza della
vita reale ci è lecito darci senza timore ad una concezione del mondo fondata sulla fede
in unordine razionale delluniverso.
La conoscenza del mondo fisico, tr.
it. di E. Persico e A. Gamba, Bollati Boringhieri, Torino, 1993,
pp. 260-264.
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