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Antonio Stoppani (1824-1891): Come lo studio delle scienze fisiche e naturali sia per
l'università del Clero cattolico specialmente indicato

1. Quanto si è detto fin qui basta dunque a stabilire che opera santa, opera in tutto
conforme all'ecclesiastico ministero è quella di coltivare lumane scienze, ed in
modo speciale, per le speciali esigenze de tempi nostri, le scienze fisiche e
naturali. Che se non mancarono mai persone del clero, le quali, ad onta dell'imperfetta
istruzione seminaristica, ad onta dei contrari pregiudizi, e quando si ritenevano le
naturali scienze come affatto estranee alla ecclesiastica coltura, ed erano
forsanche considerate come sospette e pericolose, riuscirono a rendersi distinte in
uno o in altro ramo di profana scienza, con molto frutto delle divine e con molto
vantaggio della cristianità; che non dobbiamo aspettarci una volta che i chierici siano
all'uopo, da chi tocca, spinti, incoraggiati, forniti di mezzi, tenuti in onore,
considerali insomma come valorosi operai anchessi nella vigna del Signore e come
baluardi contro lerrore e l'empietà da ogni parte irrompenti? Sarà dunque
necessario che tutti i preti diventino naturalisti? Eccoci di nuovo a quelle obbiezioni,
alle quali crediamo daver già risposto esuberantemente. No ; non è necessario che
tutti i preti diventino naturalisti; è desiderabile però che tutti siano provvisti della
maggior cultura possibile. Ma quanto alle specialità, noi consideriamo il clero qual è,
cioè come un corpo morale. Ora se uno è il corpo, dice S. Paolo, molte sono le membra.
Non stiano esse a litigare quale di loro sia più nobile o più necessaria al corpo.
Quelli che si occupano direttamente della cura delle anime o dello studio delle scienze
divine abbiansi pure nel gran corpo del clero nome ed onori d occhi e di mani; ma
non si neghi ai piedi l'essere necessari anchessi, e si ricordi che, almeno secondo
le circostanze, multo magis quæ videndur membra corporis infirmiora esse, necessariora
sunt [1 ad Cor., cap. XII, 22]. Non sono e non furono sempre in onore i preti
letterati, i preti filosofi, ecc.? Se noi insistiamo principalmente sul bisogno di preti
naturalisti, è perché questo bisogno c'è, ed e di tutta attualità.
2. Non è necessario, del resto, che siano moltissimi quelli che si dedicano in modo
speciale alle scienze fisiche e naturali, tanto che si acquistino fama sufficiente per
entrare colla debita autorità in lizza contro i naturalisti scredenti alla difesa del
dogma. Non si vuole un clero di astronomi, di chimici, di fisici, di geologi. Che? Oso
dire che uno solo per ciascuna scienza basterebbe ad imporre ad una nazione, al mondo,
intero. Uno solo; ma che fosse di quel calibro, che avesse quellautorità, che
sacquista soltanto dagli uomini di genio. Non si può fabbricare all'uopo lì per
lì un S. Agostino un S. Tommaso d'Aquino, un Rosmini per adattarlo ai bisogni del tempo.
Ma la Provvidenza ha sempre i suoi grandi mezzi. Nostro dovere è intanto di fare tutto il
possibile. È certo che, quando si riuscisse a destare nei Seminari il fervore degli
studi, certe speciali vocazioni non mancherebbero.
3. Mi si lasci ripetere però che, quando si raccomanda agli ecclesiastici
lo studio delle scienze naturali, come opportunissimo ai tempi nostri
per chi deve, per la natura stessa del suo ministero, pigliar parte
attiva al conflitto tra il dogma e la scienza; non sintende
che sia necessario che tutti divengano scienziati, nel senso moderno
della parola, per cooperare efficacemente allo scopo. Moltissimi,
anzi tutti, possono portare, per usar la vecchia similitudine, la
loro pietruzza al comune edificio, senza alcun detrimento del pastorale
ministero. Per tirar fuori un altro vecchiume, ricorderò il proverbio
che larco troppo teso si spezza o perde la sua elasticità.
Lo studio delle scienze naturali, non foss'altro che la lettura
di qualche libro, o meglio ancora le osservazioni e le esperienze
che i diversi rami di esse possono suggerire a ciascuno, non meritano
forse dinscriversi tra i sollievi dello spirito? Io credo
di sì. E se alcuno, piuttosto che di sollievo, avesse bisogno di
unoccupazione per riempire i brevi o lunghi intervalli d'ozio
forzato, o forsanche di qualche cosa di dilettevole, di stuzzicante,
per vincere la dannosa abitudine dell'ozio volontario; non sarebbero
appunto gli studi naturali, così svariati, cosi geniali, indicatissimi
per questo? Se lozio è il padre dei vizi, potrà dirsi certamente
che la vita laboriosa è la madre delle virtù. Di preti agronomi,
bachicoltori, meccanici, studiosi dell'arti plastiche, della pittura,
della musica, n ho visti parecchi, e mi parvero sempre molto
lodevoli, non già per quell'utile materiale che potevano procurare
a sé stessi o per quella gloriola che potessero per avventura acquistarsi;
ma per quel bene multiforme, d'ordine morale specialmente, che potevano
cavarne per sè e per gli altri. Per la stessa ragione loderò anche
maggiormente il prete naturalista, il quale troverà nella scienza
della natura, oltre al pascolo inesauribile dell'intelletto, tanta
materia di utili riflessioni, di applicazioni morali e di stimoli
più potenti a sollevarsi nell'amorosa contemplazione di Dio, ed
i mezzi più acconci per cooperare al benessere materiale ed al perfezionamento
morale e religioso del prossimo.
6. Un barometro, un termometro, o poco più bastano perché uno si trovi in possesso
dun Osservatorio meteorologico, mentre, del resto, più di quelle osservazioni
orarie, a cui si riduce quasi unicamente lattuale sistema della meteorologia pratica
con tanto dispendio di fatica e così poco reddito, varrà lo studio diretto del fenomeno,
cioè il tener dietro, osservando e notando, alla continuità del suo svolgimento nel
giorno, nel mese, nell'anno, poi, in una serie di anni; unico mezzo che potrà condurre la
meteorologia a qualche risultalo. Uno o più sismometri di facile costruzione, ed un
telefono con altri pochi ordegni da applicarglisi, vi forniscono con poca spesa dun
apparato il quale vi farà assistere nel vostro silenzioso studiolo alle battaglie
invisibili degli elementi che con alterni cozzi e mirabili frastuoni si sentono, ad enormi
distanze e inapprezzabili profondità, combattersi nelle viscere del globo. Eccovi così
padroni di un campo quasi inesplorato, colla promessa di meravigliose scoperte. Le analisi
chimiche e fin le scoperte di nuovi elementi non sempre sono uscite dai grandi laboratori,
ma anche talvolta dalla modesta officina dun farmacista, e potrebbero benissimo
venir fuori dal modestissimo gabinetto esperimentale dun prete. Il canocchiale di
Galileo, le pile del Volta, quali si osservano tra i venerati cimeli di quei grandi a
Firenze ed a Milano, ed altri meravigliosi strumenti che aprirono nuovi e cosi sconfinati
orizzonti alla fisica, ed operarono quelle prodigiose trasformazioni e quello svolgimento
dogni genere d'umana industria di cui va tanto superba l'epoca nostra; codesti
strumenti, dico, stanno per dimostrare che pei grandi portati della scienza esperimentale,
come per quelli delle speculative, non è questione di mezzi, ma d'ingegno e di volontà;
cioè di ciò che non manca o non dovrebbe mancare nemmeno al più povero prete. Non ci
vogliono neppure delle somme favolose per procurarsi un telescopio sufficiente per fare
delle buone osservazioni astronomiche. Bastano in ogni caso gli occhi, per contribuire con
buoni elementi allo studio in tanta voga al presente delle aurore boreali e delle stelle
cadenti. Un prete può trovarsi facilmente in condizioni da mettere insieme, senza troppo
allontanarsi dal suo presbitero, una collezione di minerali o di fossili che portino un
nuovo tributo alla mineralogia od alla geologia.
7. Per dire di questultima principalmente, dovrebbe esser noto ormai che
lItalia merita veramente il nome di paradiso dei geologi che già fu dato ad
alcune parti di essa. Forse in nessuna altra parte del mondo le meraviglie della natura,
dei tempi che sono e di quelli che furono, si trovano così condensate, che un parroco, un
cappellano, senza perder di vista il campanile, e ritornando ogni sera allumile
casetta, possano trovare di che occupare utilmente e piacevolmente la vita. Con che
smania, con quale insistenza la fantasia mi trasporta ad ogni tratto dalla cittadina
dimora ai gioghi nevosi dell'Alpi, che tante meraviglie hanno da narrarmi intorno agli
antichissimi vulcani che dal fondo degli antichissimi mari vomitavano graniti! come
febbrile corre talvolta il pensiero alle mie Prealpi calcaree, fabbricate in seno a mari
più recenti dalle conchiglie o dai coralli; ai vulcani di fango dellApennino ed
alle fontane ardenti, che tradiscono ancora una formidabile attività sotterranea domata
ma non vinta, ai soffioni del Volterrano che sbuffano cento e cento nembi di caldissimi
vapori; ai colli Berici ed Euganei, reliquie parlanti, di antichi arcipelaghi sparsi di
vulcani ardenti; ai grandi crateri di Bolsena, di Vico, di Bracciano, del Lazio, entro cui
si muovono, al soffio delle brezze, le onde di laghi incantevoli; al Vesuvio, alle Lipari,
allEtna, officine sempre accese, dove i veri Ciclopi, cioè le forze della natura,
attendono al lavoro che sotto le più formidabili apparenze occulta i più inestimabili
benefici! E penso: vi son preti dappertutto: i soli capaci, talvolta sopra territori
estesissimi, di unosservazione, di uno studio. Forse una volta all'anno, od anche
più di rado, vi comparirà uno scienziato, di passaggio, colla fretta addosso, scrivendo
una nota sul suo libretto, che forse sarà la prima notizia di fenomeni stupendi,
interessantissimi. Loro ci son sempre; forse imbarazzati a far venire ogni giorno la
sera.... Non è poi cosa cosi difficile lapprendere e il saper dire che cos
è, che cosa fu un vulcano, lo spiarne le mosse insidiose, il registrarne e il descriverne
i disastrosi conati. Non è cosa difficile il tener dietro nelle regioni dell'Apennino
alle evoluzioni delle salse e delle fontane ardenti, per notarne i languori o i parossismi
a cui vanno soggetti. Non è cosa difficile, lassù in quei paeselli a pie dei
ghiacciai, studiare danno in anno la marcia di questi mostruosi serpenti di zaffiro,
per notarne le fasi di progresso e di regresso, legati alle vicende delle annuali e di
secolari stagioni. Perché, con tanti preti a cui è igienico e innocente sollievo la
caccia, sappiamo così poco di positivo intorno a quelle maravigliose migrazione degli
uccelli legate con vincoli così stretti alle più oscure e interessanti vicende
dell'atmosfera e dei climi? Gli scienziati vorrebbero e forse pretendono di saperne
moltissimo di tutti codesti fenomeni. Ma voi state a vederli in campagna; loro in città a
parlarne e scriverne.
8. Se trova nei dintorni foreste, rupi, luoghi incolti o paludi, (e dove non ce n'ha
poco o tanto?) il prete può farsi botanico; né soltanto formarsi un erbario di cui
profitti la scienza, ma studiare (la quale cosa sì di rado può far lo scienziato) lo
svolgersi di ogni singola pianta, dal talloso lichene che chiazza coi più vivi colori la
rupe o il masso tuffato tra i muschi, fino allalbero maestoso che rinnova la sua
chioma ad ogni aprirsi di primavera novella, o sfida collimmortal suo verde i geli
del verno. Che dire soltanto di quel mondo dinsetti che il primo alito d'aprile
ridesta dal letargo invernale, e tutto a sciami, ad onde, a miriadi di miriadi invade la
terra, le acque e laria, in balia degli istinti più vari, più meravigliosi,
mutando più volte in vita, come il Proteo della favola, forme, abitudini, ambienti? Ogni
pianta è un regno abitato da infinite colonie; ogni sasso un tetto ospitale diviso da
specie e da generi diversi. Una carogna abbandonata nellaperta campagna da luogo al
più strano assembramento di stafilini, di necrofori e daltri insetti amici
dell'oscurità o del lezzo, mentre altri infiniti si cullano entro i fiori, ebbri di luce
e di profumi. Ma quante altre generazioni si affogano nella belletta della palude, o
guizzano in seno alle onde cerulee, o brulicano sul fondo del limpido stagno! Gli
entomologi li hanno a cento a cento infilzali sugli spilli o disposti in generi, famiglie,
ordini. Ma di quanti conoscono poi i costumi, le industrie, la storia? Quella delle api e
dello formiche ha già riempiti molti volumi: il che vuoi dire che la sola entomologia
darebbe materia da impinguarne da sola tutte le biblioteche del mondo. Ma la storia dei
molluschi, dei rettili, dei pesci, degli uccelli, dei mammiferi è forse scritta
altrimenti che a brani separati da vastissime lacune ? E quella degli infinitamente
piccoli, per cui e un regno ogni stilla, un impero ogni organismo putrescente, che a mille
a mille si mangiano e si bevono, si respirano ?..... Basta un microscopio ad occupare
mille uomini, mille generazioni, e per dare, a ciascuno ed a ciascuna, messe copiosa di
sapere e di gloria. Ma basta. Capisco che, volendo dir qualche cosa, dove il dir
troppo è sempre un dir nulla, ho dovuto ricorrere, come si suol dire, ai luoghi comuni.
Come salvarmene ? Se avessi pensato anche soltanto ad enumerare le ricerche o le
esperienze, affatto nuove, affatto intentate, di cui può occuparsi un ecclesiastico anche
isolatissimo, anche sprovvisto di mezzi, con vantaggio infinito della scienza; avrei
dovuto scrivere un volume senza numerarle tutte.
9. Non si pensi però che, mentre insisto nel raccomandare agli ecclesiastici lo studio
in genere e quello in ispecie delle scienze naturali, dimentichi affatto come di preti
studiosi ce ne sia in Italia, ce ne sia in tutte le parti del mondo: che ce ne sia di
quelli nominatamente, i quali hanno acquistato o vanno acquistando un posto distinto nel
regno delle scienze fisiche e naturali. Mi pare daver detto abbastanza ch' io son
ben lontano dal volermi far un vanto d'aver sentito il bisogno che il Clero sia dotto non
solo nelle divine, ma anche nelle umane scienze, ed espressa l'idea che sia questa, in
ordine alla religione, pei tempi nostri una suprema necessità. La mia voce non è che una
debole eco di tante ben più autorevoli, che partono da luoghi ben più elevati, e a cui
già tanti insigniti della dignità sacerdotale hanno cordialmente risposto colla parola e
coll' opera. Richiamando tempi, luoghi e persone, quanti nomi mi suonano all'orecchio di
egregi ministri dell'altare, i quali non solo dalle cattedre, ma anche dai modesti
presbiteri spargono vivi splendori di scienza!: Vi ha egli congresso di dotti in tutta la
civile Europa dove manchino i preti? Di preti dotti, di preti naturalisti, per poco o per
molto, ne ho trovati dappertutto ne' miei viaggi, anche dove me li sarei meno aspettali, e
n' ebbi osservazioni e notizie importantissime. Ma è a desiderarsi, ripeto, che ciò che
può dirsi; d'alcuni, di molti anche, se si vuole, possa dirsi nelle giuste proporzioni di
tutti. È a desiderarsi che diventi regola ciò che è sempre eccezione; che le idee, non
da me, ma dai più grandi luminari della Chiesa e dallo stesso Sommo Pontefice emesse,
entrino nello spirito, nelle convinzioni di tutto il Clero, massimamente di quelli che
seggono al governo delle Diocesi. È desiderabile, insomma, che si possa dire non solo che
vi sono dei preti dotti, ma che il Clero è dotto, e rappresenta, come suo dovere,
l'unione della scienza umana colla divina, cioè la verità, tutta la verità: Vos
estis lux mundi... Non accendunt lucernam, et pontunt eam sub modio, sed super
candelabrum, ut luceat omnibus qui in domo sunt.
10. Ma a che pro tutto questo per un ecclesiastico? Per chi non l' ha inteso, è
inutile ripeterlo. Anzi, non vorrei che, avendo toccato dell'opportunità degli studi
naturali per riguardo a certe morali esigenze del Clero, come avrei potuto toccare di
altri infiniti vantaggi, si fosse dimenticato l'argomento che ci occupa e ci ha mossi a
raccomandarli al Clero, essere quello unicamente dell'apologia cattolica. Tornerò dunque
a dire, concludendo, che la cultura del Clero, specialmente nei rami da cui gl'increduli
traggono i loro argomenti contro la fede, è da considerarsi come fondamento pratico
dell'apologia cattolica, per la quale il Clero ha una missione speciale. Ciò vuol dire
che la cultura del Clero è conditio sine qua non del potervi adempire. Un Clero
ignorante non può essere un Clero apologista.
Il dogma e le scienze positive, ossia la
missione apologetica del clero nel moderno conflitto fra la ragione
e la fede, Fratelli Dumolard Editori, Milano 1884, Parte Terza,
cap. II, nn. 1-3 e nn. 6-10, pp. 207-210 e pp. 213-218
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