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PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE PER GLI OPERATORI SANITARI
CARTA DEGLI OPERATORI SANITARI

1995
INTRODUZIONE
MINISTRI DELLA VITA
1. L'attività degli operatori sanitari
ha l'alto valore di servizio alla vita. È l'espressione di un
impegno profondamente umano e cristiano, assunto e svolto come attività
non solo tecnica ma di dedizione e amore al prossimo. Essa è «una
forma di testimonianza cristiana».(1) «La loro professione li vuole
custodi e servitori della vita umana».(2)
La vita è un bene primario e fondamentale della persona
umana. Nella cura della vita si esprime allora, anzitutto, un'opera veramente
umana a tutela della vita fisica.
Ad essa dedicano la propria attività professionale o
volontaria gli operatori sanitari. Sono medici, infermieri, cappellani ospedalieri,
religiosi, religiose, amministrativi, volontari della sofferenza, impegnati
in vario modo nella profilassi, terapia e riabilitazione della salute umana.
Modalità primaria ed emblematica di "questo prendersi cura"
è la loro presenza vigile e premurosa accanto agli ammalati.
In essa l'attività medica e infermieristica esprime il suo alto valore
umano e cristiano.
2. L'attività medico-sanitaria si fonda
su una relazione interpersonale, di natura particolare. Essa è «un
incontro tra una fiducia e una coscienza».(3) La «fiducia»
di un uomo segnato dalla sofferenza e dalla malattia e perciò bisognevole,
il quale si affida alla «coscienza» di un altro uomo che può
farsi carico del suo bisogno e che gli va incontro per assisterlo, curarlo,
guarirlo. Questi è l'operatori sanitario.(4)
Per lui «l'ammalato non è mai soltanto un caso
clinico» -un individuo anonimo sul quale applicare il frutto delle proprie
conoscenze- «ma sempre un "uomo ammalato"», verso cui
«adottare un sincero atteggiamento di "simpatia", nel senso
etimologico del termine».(5)
Il che esige amore: disponibilità, attenzione, comprensione,
condivisione, benevolenza, pazienza, dialogo. Non basta «la perizia scientifica
e professionale», occorre «la personale partecipazione alle situazioni
concrete del singolo paziente».(6)
3. Salvaguardare, ricuperare e migliorare lo statuto di salute
significa servire la vita nella sua totalità. Infatti «malattia
e sofferenza sono fenomeni che, se scrutati a fondo, pongono sempre interrogativi
che vanno al di là della stessa medicina per toccare l'essenza della
condizione umana in questo modo. Si comprende perciò facilmente quale
importanza rivesta, nei servizi socio-sanitari, la presenza...di operatori,
i quali siano guidati da una visione integralmente umana della malattia e sappiano
attuare di conseguenza un approccio compiutamente umano al malato che soffre».(7)
In questo senso l'operatore sanitario, quando è veramente
animato dallo spirito cristiano, più facilmente scopre l'esigente dimensione
missionaria propria della sua professione: in essa infatti: «vi è
coinvolta tutta la sua umanità e gli e richiesta una dedizione totale».(8)
Dire missione è dire vocazione:(9) risposta
a un appello trascendente che prende forma nel volto sofferente e invocante
del paziente affidato alle proprie cure. Così che curare con amore un
malato è assolvere a una missione divina, che sola può motivare
e sostenere l'impegno più disinteressato, disponibile e fedele e dà
a questo una valenza sacerdotale. (10) «Presentando il nucleo centrale
della sua missione redentrice, Gesù dice: "Io sono venuto perché
abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10) in tale
"vita" acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i momenti
della vita dell'uomo».(11)
L'operatore sanitario è il buon samaritano
della parabola, che si ferma accanto all'uomo ferito, facendosi suo «prossimo»
nella carità (cf. Lc 10, 29-37).(12)
4. Questo significa che l'attività
medio-sanitaria è uno strumento ministeriale dell'amore effusivo di Dio
per l'uomo sofferente; ed insieme opera d'amore per Dio, che si manifesta nella
cura amorosa dell'uomo. Per il cristiano è continuazione attualizzatrice
della carità terapeutica di Cristo, il quale «passò beneficando
e sanando tutti»(At 10, 38). (13) E nel contempo carità
diretta a Cristo: è lui l'ammalato -«era malato»- che prende
il volto del fratello sofferente; sicché egli ritiene rivolte a sé
-«l'avete fatto a me»- le cure piene d'amore per il fratello (cf.
Mt 25, 31-40).(14)
Professione, vocazione e missione si incontrano e, nella visione
cristiana della vita e della salute, si integrano reciprocamente. In questa
luce, l'attività medico-sanitaria prende un nuovo e più alto senso
come «servizio alla vita» e «ministero terapeutico».(15)
Ministro della vita, (16) l'operatore sanitario è «ministro
di quel Dio, che nella Scrittura è presentato come "amante della
vita" (Sap 11,26)».(17) Serrvire la vita è servire
Dio nell'uomo: diventare «collaboratore di Dio nel ridare la salute al
corpo malato»(18) e dare lode e gloria a Dio nell'accoglienza amorosa
della vita, soprattutto se debole e malata.(19)
5. La Chiesa, che considera «il servizio
ai malati come parte integrante della sua missione»,(20) lo assume come
momento della sua ministerialità.(21) «La Chiesa ... ha sempre
guardato alla medicina come ad un sostegno importante della propria missione
redentrice nei confronti dell'uomo». Infatti «il servizio allo spirito
dell'uomo non può attuarsi pienamente, se non ponendosi come servizio
alla sua unità psicofisica. La Chiesa sa bene che il male fisico imprigiona
lo spirito, così come il male dello spirito asservisce il corpo».(22)
Questo significa che il ministero terapeutico degli
operatori sanitari partecipa dell'azione pastorale(23) ed evangelizzante(24)
della Chiesa. Il servizio alla vita diventa ministero di salvezza, ossia annuncio
che attua l'amore redentore di Cristo. «Medici, infermieri, altri operatori
della salute, volontari, sono chiamati ad essere l'immagine viva di Cristo e
della sua Chiesa nell'amore verso i malati e i sofferenti»:(25) testimoni
del «vangelo della vita».(26)
6. Il servizio alla vita è tale solo
nella fedeltà alla legge morale, che ne esprime esigentemente
il valore e i compiti. Oltre una competenza tecnico-professionale, vi sono per
l'operatore sanitario responsabilità etiche. «La norma etica, fondata
sul rispetto della dignità della persona e dei diritti degli ammalati,
deve illuminare e disciplinare tanto la fase della ricerca, quanto quella dell'applicazione
dei risultati in essa raggiunti».(27) Nella fedeltà alla norma
morale, l'operatore sanitario vive la sua fedeltà all'uomo, del cui valore
la norma è garante, e a Dio, della cui sapienza la norma è espressione.
Egli attinge le sue direttive di comportamento a quel particolare
campo dell'etica normativa che oggi viene denominato bioetica. In esso, con
vigile e premurosa attenzione, si è pronunciato il Magistero della Chiesa,
in riferimento a questioni e conflitti sollevati dal progresso biomedico e dal
mutevole ethos culturale. Questo magistero bioetico costituisce per
l'operatore sanitario, cattolico e non, una fonte di principi e norme di comportamento
che ne illumina la coscienza e la orienta -specialmente nella complessità
delle odierne possibilità biotecnologiche- a scelte sempre rispettose
della vita e della sua dignità.
7. Il continuo progresso della medicina richiede
da parte dell'operatore sanitario una seria preparazione e formazione continua,
per mantenere, anche mediante studi personali, la dovuta competenza e il
debito prestigio professionale.
Di pari passo dev'essere curata una solida «formazione
etico-religiosa degli operatori sanitari»,(28) che «promueva in
essi il culto dei valori umani e cristiani e l'affinamento della loro coscienza
morale». Bisogna «far crescere in essi una fede autentica e il senso
vero della morale, nella ricerca sincera di un rapporto religioso con Dio, nel
quale trova fondamento ogni ideale di bontà e di verità».(29)
«Tutti gli operatori sanitari siano formati in materia
morale e nella bioetica».(30) A tale scopo i responsabili della formazione
devono adoperarsi per l'istituzione di cattedre e corsi di bioetica.
8. Gli operatori sanitari, i medici in particolare,
non possono essere lasciati soli e gravati di responsabilità insostenibili,
in presenza di casi clinici sempre più complessi e problematici, resi
tali dalle possibilità biotecnologiche, molte delle quali in fase sperimentale,
di cui dispone la medicina odierna, e dalla rilevanza socio-sanitaria di certe
questioni.
A facilitarne le scelte e a vigilare su di esse va favorita,
nei principali centri ospedalieri, la costituzione di comitati etici.
In essi la competenza e valutazione medica si confronta e integra con quella
di altre presenze accanto al malato, a tutela della dignità di questi
e della stessa responsabilità medica.(31)
9. L'ambito di azione degli operatori sanitari
è costituito, in generale, da quanto abbracciato dai termini e dai concetti
anzitutto di salute ma anche di sanità.
Con il termine e il concetto di salute s'intende tutto ciò
che attiene alla prevenzione, alla daignosi, alla terapia e alla riabilitazione,
per il migliore equilibrio e benessere fisico, psichico e spirituale della persona.
Con quello di sanità s'intende invece tutto cioò che riguarda
la politica, la legislazione, la programmazione e le strutture sanitarie.(32)
Il concetto integrale di salute si riflette direttamente anche
su quello di sanità. Infatti «le istituzioni sono molto importanti
e indispensabili; tuttavia nessuna istituzione può da sola sostituire
il cuore umano, la compassione umana, l'amore umano, l'iniziativa umana, quando
si tratta di farsi incontro alla sofferenza dell'altro».(33)
L'incontro e la sintesi nella prassi delle esigenze e dei compiti
suscitati dai concetti di salute e di sanità costituiscono il fondamento
e la via di umanizzazione della medicina. Questa è da praticarsi
insieme sia sul piano personale-professionale: il rapporto medico-paziente;
sia sul piano sociale-politico: per difendere nelle strutture istituzionali
e tecnologiche, gli interessi umano-cristiani nella società e le infrastrutture
istituzionali e tecnologiche. Il primo non senza il secondo, in quanto tale
umanizzazione, oltre che a un compito d'amore-carità, «risponde
a un dovere di giustizia».(34) Questa umanizzazione costruisce nel profondo
«quella civiltà "dell'amore e della vita" senza la quale
l'esistenza delle persone e della società smarrisce il suo significato
più autenticamente umano».(35)
10. La presente carta vuole garantire
la fedeltà etica dell'operatore sanitario: le scelte e i comportamenti
in cui prende corpo il servizio alla vita.
Questa fedeltà viene delineata seguendo la traccia dell'esistenza
umana: il generare, il vivere, il morire, quale riferimenteo di riflessioni
etico-pastorali.
I. IL GENERARE
11. «Nella narrazione biblica la distinzione
dell'uomo dalle altre creature è evidenziata soprattutto dal fatto che
solo la sua creazione è presentata come frutto di una speciale decisione
da parte di Dio, di una deliberazione che consiste nello stabilire un legame
particolare e specifico con il Creatore: "Facciamo l'uomo a nostra
immagine, a nostra somiglianza" (Gn 1,26). La vita che
Dio offre all'uomo e un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé
alla sua creatura».(36)
«Lo stesso Dio che disse: "non è bene che
l'uomo sia solo" (Gn 2, 18), volendo comunicare all'uomo una certa
speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna,
dicendo loro: "crescete e moltiplicatevi" (Gn 2,18)».
La generazione di un nuovo essere umano è, quindi, «un evento profondamente
umano e altamente religioso, in quanto coinvolge i coniugi che formano "una
sola carne" (Gn 2, 24), come collaboratori di Dio Creatore».(37)
Gli operatori sanitari assolvono il loro servizio qualora aiutano
i genitori a procreare con responsabilità, favorendone le condizioni,
rimuovendone le difficoltà e tutelandoli da un tecnicismo invasivo e
non degno del procreare umano.
La manipolazione genetica
12. La conoscenza sempre più estesa
del patrimonio genetico (genoma) umano, l'individuazione e la mappatura in atto
dei geni, con la possibilità di trasferirli, modificarli o sostituirli,
apre inedite prospettive alla medicina e contemporaneamente pone nuovi e delicati
problemi etici.
Nella valutazione morale si deve distinguere la manipolazione
strettamente terapeutica, che si pone come obiettivo la cura di malattie
dovute ad anomalie genetiche o cromosomiche (terapia genica), dalla manipolazione
alternativa del patrimonio genetico umano. L'intervento curativo, che
va anche sotto il nome di «chirurgia genetica», «sarà
considerato in linea di principio auspicabile, purché tenda alla vera
promozione del benessere personale dell'uomo, senza intaccare la sua integrità
o deteriorare le sue condizioni di vita».(38)
13. Interventi invece non propriamente curativi,
miranti alla «produzione di esseri umani selezionati secondo il sesso
o altre qualità prestabilite», alterativi comunque del corredo
genico dell'individuo e della specie umana, «sono contrari alla dignità
personale dell'essere umano, alla sua integrità e alla sua identità.
Non possono quindi in alcun modo essere giustificati in vista di eventuali conseguenze
benefiche per l'umanità futura»:(39) «nessuna utilità
sociale o scientifica e nessuna motivazione ideologica potranno mai motivare
un intervento sul genoma umano che non sia terapeutico, cioè in se stesso
finalizzato al naturale sviluppo dell'essere umano».(40)
14. In ogni caso questo genere di interventi
«non deve pregiudicare l'origine della vita umana, cioè la procreazione
legata all'unione non solamente biologica ma anche spirituale dei genitori,
uniti dal legame del matrimonio».(41)
Le valutazioni etiche negative, qui delineate si riferiscono
ad ogni intervento di manipolazione genetica che riguardi embrioni. Non solleva
invece questioni morali oltreché la manipolazione di cellule somatiche
umane per fini curativi anche la manipolazioone di cellule animali o vegetali
per fini farmaceutici.
la regolazione della fertilità
15. «La vera pratica dell'amore coniugale
e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre gli altri
fini del matrimonio, a questo tendono, che i coniugi, con fortezza d'animo siano
disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore che attraverso
di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia».(42) «Quando
dall'unione coniugale dei due nasce un nuovo uomo, questi porta con sé
al mondo una particolare immagine e somiglianza di Dio stesso: nella biologia
della generazione è inscritta la genealogia della persona...Nel
concepimento e nella generazione di un nuovo essere umano non ci riferiamo solo
alle leggi della biologia, ma alla continuazione della creazione».(43)
«La paternità responsabile si esercita, sia con
la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa,
sia con la decisione presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale
di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato»,(44) un nuovo
concepimento. In questo secondo caso si pone il problema della regolazione della
fertilità.
16. Nella valutazione dei comportamenti in
ordine a questa regolazione, il giudizio morale «non dipende solo dalla
sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri
oggettivi, che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona
umana e dei suoi atti».(45) Si tratta della dignità dell'uomo e
della donna e del loro più intimo rapporto. Il rispetto di questa dignità
decide della verità dell'amore coniugale.
Relativamente all'atto coniugale, esso esprime la «connessione
inscindibile tra i due significati dell'atto: il significato unitivo e il significato
procreativo».(46) Gli atti infatti con cui coniugi realizzano pienamente
e intensificano la loro unione sono gli stessi che generano la vita
e viceversa.(47)
L'amore che assume il «linguaggio del corpo» a
sua espressione è nel contempo unitivo e procreativo: «comporta
chiaramente "significati sponsali" e parentali insieme».(48)
Questa connessione è intrinseca all'atto coniugale: «l'uomo non
la può rompere di sua iniziativa», senza smentire la dignità
propria della persona e «l'interiore verità dell'amore coniugale».(49)
17. Pertanto, mentre è lecito, per
gravi motivi, avvalersi delle conoscenze della fertilità della donna,
rinunciando all'uso del matrimonio nei periodi di fecondità, risulta
illecito il ricorso ai mezzi contraccettivi.(50)
I metodi naturali implicano un atto coniugale che, da una parte
non dà luogo ad una nuova vita e, dall'altra, resta tuttavia in se stesso
destinato alla vita.(51) «Proprio tale rispetto rende legittimo, a servizio
della responsabilità nel procreare, il ricorso ai metodi naturali
di regolazione della fertilità: essi vengono sempre meglio precisati
dal punto di vista scientifico e offrono possibilità concrete per scelte
in armonia con i valori morali».(52)
I mezzi artificiali contraddicono «la natura dell'uomo
come quella donna e del loro più intimo rapporto».(53) Qui l'unione
sessuale è scissa dalla procreazione: l'atto è contraffatto nella
sua naturale apertura alla vita. «Così si deforma e falsifica il
contenuto originario della sessualità umana e i due significati, unitivo
e procreativo, insiti nella natura stessa dell'atto coniugale, vengono artificialmente
separati: in questo modo l'unione e tradita e la fecondità e sottomessa
all'arbitrio dell'uomo e della donna».(54)
Ciò avviene con «ogni azione che, o in previsione
dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze
naturali si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere impossibile la procreazione».(55)
18. Emerge così «la differenza
antropologica e al tempo stesso morale che esiste tra la contraccezione e il
ricorso ai ritmi temporali».(56)
«Non si tratta di una distinzione a livello semplicemente
di tecniche o di metodi, in cui l'elemento decisivo sarebbe costituito dal carattere
artificiale o naturale del procedimento.(57) È una differenza che coinvolge
«due concezioni della persona e della sessualità umana tra loro
irriducibili».(58)
Occorre allora riconoscere e motivare la «differenza»:
«la ragione ultima di ogni metodo naturale non è semplicemente
la sua efficacia o attendibilità biologica, ma la sua coerenza con la
visione cristiana della sessualità espressiva dell'amore coniugale».(59).
«Si afferma frequentemente che la contraccezione, resa sicura
e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l'aborto.
L'obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Di fatto la cultura abortista
è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano l'insegnamento
della Chiesa sulla contraccezione».(60)
19. Più che a istruzioni per l'uso,
i metodi naturali rispondono al significato attribuito all'amore coniugale,
che indirizza e determina il vissuto della coppia: «La scelta dei ritmi
naturali comporta l'accetazzione del tempo della persona, cioè della
donna, e con ciò l'accettazione anche del dialogo, del rispetto reciproco,
della comune responsabilità, del dominio di sé ... In questo contesto
...la comunione coniugale viene arricchita di quei valori di tenerezza e di
affettività, i quali costituiscono l'anima profonda della sessualità
umana, anche nella sua dimensione fisica».(61)
20. Gli operatori sanitari possono contribuire,
secondo le opportunità loro proprie, a favorire questa concezione umana
e cristiana della sessualità, rendendo accessibili ai coniugi, e prima
ancora ai giovani, le conoscenze necessarie per un comportamento responsabile
e rispettoso della peculiare dignità della sessualità umana.(62)
Ecco perché la Chiesa fa appello anche alla loro «responsabilità»
nell' «aiutare effettivamente i coniugi a vivere il loro amore nel rispetto
della struttura e delle finalità dell'atto coniugale che lo esprime».(63)
La procreazione artificiale
21. L'applicazione all'uomo di biotecnologie
desunte dalla fecondazione di animali, ha reso possibili diversi interventi
sulla procreazione umana, sollevando gravi questioni di liceità morale.
«Le varie tecniche di riproduzione artificiale, che sembrebbero
porsi a servizio della vita e che sono praticate non poche volte con questa
intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita».(64)
Il criterio etico valutativo è qui segnato dalla originalità
del generare umano, che «deriva dalla originalità stessa della
persona umana».(65) «La trasmissione della vita umana è affidata
dalla natura a un atto personale e cosciente e, come tale, soggetto alle santissime
leggi di Dio: leggi immutabili e inviolabili che vanno riconosciute e osservate».(66)
Tale atto personale è l'intima unione d'amore degli sposi, i quali
donandosi totalmente a vicenda, donano la vita. È un unico
e indivisibile atto, insieme unitivo e procreativo, coniugale e parentale.(67)
Questo atto -«espressione del dono reciproco che, secondo
la parola della Scrittura, effettua l'unione "in una carne sola"»(68)-
è il centro sorgivo della vita.
22. L'uomo non ha libertà di disconoscere
e disattendere i significati e i valori intrinseci alla vita umana fin dal suo
sorgere. «È per questo che non si possono usare mezzi a seguire
leggi che possono essere leciti nella trasmissione della vita delle piante e
degli animali»(69). La dignità della persona umana esige che essa
venga all'esistenza come dono di Dio e frutto dell'atto coniugale, proprio e
specifico dell'amore unitivo e procreativo tra gli sposi, atto che per la sua
stessa natura risulta insostituibile.
Ogni mezzo e intervento medico, nell'ambito della procreazione,
deve avere una funzione di assistenza e mai di sostituzione dell'atto coniugale.
Infatti «il medico è al servizio delle persone e della procreazione
umana: non ha facoltà di disporre né di decidere di esse. L'intervento
medico è rispettoso della dignità delle persone quando mira ad
aiutare l'atto coniugale ...Al contrario, talvolta accade che l'intervento medico
si sostituisca all'atto coniugale ...: in questo caso l'atto medico non risulta,
come dovrebbe, al servizio della unione coniugale, ma si appropria della funzione
procreatrice e così contraddice alla dignità e ai diritti inalienabili
degli sposi e del nascituro».(70)
23. «Non si proscrive necessariamente
l'uso di taluni mezzi artificiali destinati unicamente sia a facilitare l'atto
naturale, sia a procurare il raggiungimento del proprio fine all'atto naturale
normalmente compiuto»(71) È il caso dell'inseminazione artificiale
omologa, ossia all'interno del matrimonio con seme del coniuge, quando
questo è ottenuto attraverso il normale atto coniugale.
24. È illecita la FIVET (Fertilizzazione
in vitro con embryo transfer) omologa perché il concepimento avviene
non come compimento dell'atto coniugale -«il frutto dell'atto coniugale
specifico dell'amore tra gli sposi»(72) -ma al di fuori: in vitro,
ad opera di tecnici che ne determinano le condizioni e ne decidono l'attuazione.(73)
Essa risponde non alla logica della «donazione», che connota il
generare umano, ma della «produzione» e del «dominio»,
propria degli oggetti e degli effetti. Qui il figlio non nasce come «dono»
d'amore, ma come «prodotto» di laboratorio.(74)
«In se stessa» la FIVET «attua la dissociazione
dei gesti che sono destinati alla fecondazione umana dell'atto coniugale»,
atto «inscindibilmente corporale e spirituale». La fecondazione
è effettuata al di fuori del corpo dei coniugi. Essa non è «né
di fatto ottenuta né positivamente voluta come l'espressione e il frutto
di un atto specifico dell'unione coniugale», ma come il «risultato»
di un intervento tecnico.(75) L'uomo «non considera più la vita
come uno splendido dono di Dio, una "realtà" sacra affidata
alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua
"venerazione". Essa diventa semplicemente "una cosa", che
egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e
manipolabile».(76)
25. Il desiderio del figlio, per quanto sincero
e intenso, da parte dei coniugi, non legittima il recorso a tecniche contrarie
alla verità del generare umano e alla dignità del nuovo essere
umano.(77)
Il desiderio del figlio non è all'ordine di alcun diritto
al figlio. Questi è persona, con dignità di «soggetto».
In quanto tale non può essere voluto come «oggetto» di diritto.
Il figlio ad essere concepito nel pieno rispetto del suo essere persona.(78)
26. Oltre queste ragioni intrinseche alla
dignità della persona e del suo concepimento, a rendere moralmente inammissibile
la FIVET omologa concorrono circostanze e conseguenze relative al modo
in cui è praticata oggi.
Essa infatti è ottenuta al prezzo di numerose perdite
embrionali, che sono aborti procurati. Può comportare inoltre il congelamento,
che vuol dire la sospensione della vita, degli embrioni cosiddetti «soprannumerari»
e spesso anche la loro distruzione.(79)
Inaccettabile è l'inseminazione «post mortem»,
cioè con seme, depositato in vita, del coniuge defunto.
Si tratta di fattori aggravanti un procedimento tecnico già
in se stesso moralmente illecito e che tale rimane anche senza di essi.(80)
27. Le tecniche eterologhe sono «gravate»
della «negatività etica» di un concepimento dissociato dal
matrimonio. Il ricorso a gameti di persone estranee agli sposi contrasta con
l'unità del matrimonio e la fedeltà degli sposi e lede il diritto
del figlio ad essere concepito e messo al mondo nel matrimonio e dal matrimonio.
«La procreazione allora ... esprime il prorprio desiderio, o
addirittura la propria volontà, di avere il figlio "ad ogni costo",
e non, invece, perché dice totale accoglienza dell'altro e, quindi, apertura
alla ricchezza della vita di cui il figlio è portatore».(81)
Tali techiche infatti disattendono la vocazione comune e unitaria
dei coniugi alla paternità e alla maternità -a «diventare
padre e madre soltanto l'uno attraverso l'altro»- e provocano una «rottura
fra parentalità genetica, parentalità gestazionale e responsabilità
educativa», che si ripercuote dalla famiglia nella società.(82)
Ulteriore motivo di delegittimazione è la mercificazione
e la selezione eugenetica dei gameti.
28. Per gli stessi motivi, aggravati dall'essenza
di vincolo matrimoniale, è moralmente inaccettabile la fecondazione artificiale
di nubili e conviventi.(83) «Così si deforma e falsifica il contenuto
originario della sessualità umana e i due significati, unitivo e procreativo,
insiti nella natura stessa dell'atto coniugale, vengono artificialmente separati:
in questo modo l'unione e tradita e la fecondità è sottomessa
all'arbitrio dell'uomo e della donna».(84)
29. Ugualmente contraria alla dignità
della donna, all'unità del matrimonio e alla dignità della procreazione
della persona umana è la maternità «sostitutiva».
Impiantare nell'utero di una donna un embrione che le è
geneticamente estraneo o anche solo fecondarla con l'impegno di consegnare il
nascituro a un committente, significa dissociare la gestazione dalla maternità,
riducendola a una incubazione irrispettosa della dignità e del diritto
del figlio ad essere «conceptio, portato in grembo, messo al mondo ed
educato dai propri genitori».(85)
30. Il giudizio di illiceità morale
concerne chiaramente le modalità con cui viene ottenuta la fecondazione
umana non il frutto di queste tecniche, che è sempre un essere umano,
da accogliere come un dono della bontà di Dio e da educare con amore.(86)
31. Le tecniche di fecondazione artificiale
possono aprire la strada oggi a tentativi o progetti di fecondazione tra gameti
umani e animali, di gestazione di embrioni umani in uteri animali o artificiali,
di riproduzione asessuale di esseri umani mediante fissione gemellare, clonazione,
partenogenesi.
Tali procedimento contrastano con la dignità umana dell'embrione
e della procreazione, per cui sono da considerarsi moralmente riprovevoli.(87)
32. Una medicina ordinata al bene integrale
della persona non può prescindere dai principi etici che presiedono il
generare umano.
Donde il «pressante appello» a medici e ricercatori
a rendere «un'esemplare testimonianza del rispetto dovuto all'embrione
umano e alla dignità della procreazione».(88)
33. Il servizio medico alla vita accompagna
il vivere della persona lungo tutto l'esistere terreno. Esso diventa tutela,
promozione e cura della salute, ossia dell'integrità e del benessere
psico-fisico della persona, in cui la vita «prende corpo».(89)
È un servizio fondato sulla dignità della persona
umana e sul diritto alla vita e si esprime oltreché nella profilassi,
terapia e riabilitazione, anche nella promozione della globale salute dell'uomo.
34. Questa responsabilità impegna l'operatore
sanitario in un servizio alla vita che va «dal suo primo inizio al suo
termine naturale», ossia «dal momento del concepimento alla morte».(90)
II. IL VIVERE
Origine e nascita alla vita
35. «Dal momento in cui l'ovulo è
fecondato si inaugura una nuova vita che non è quella del padre o della
madre, ma di un nuovo» essere umano che si sviluppa per proprio conto.
Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora... fin
dalla fecondazione è iniziata l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna
delle grandi capacità richiede tempo per impostarsi e per trovarsi pronta
ad agire».(91)
Le recenti acquisizioni della biologia umana vengono a confermarci
che «nello zigote derivante dalla fecondazione si è già
costituita l'identità biologica di un nuovo individuo umano».(92)
È l'individualità propria di un essere autonomo, intrinsecamente
determinato, autorealizzante se stesso, con graduale continuità.
L'individualità biologica perciò la natura personale
dello zigote è tale fin dal concepimento. «Come pensare che anche
un solo momento di questo meraviglioso processo dello sgorgare della vita possa
essere sottratto all'opera sapiente e amorosa del Creatore e lasciato in balìa
dell arbitrio dell'uomo?».(93) Sicché è errato e fuorviante
parlare di preembrione, se per esso s'intende uno stadio o una condizione di
vita preumana dell'essere umano concepito.(94)
36. La vita prenatale è vita pienamente
umana in ogni fase del suo sviluppo. Ad essa gli operatori sanitari devono perciò
lo stesso rispetto, la stessa tutela e la stessa cura dovuti ad una persona
umana.
In particolare a ginecologi e ostetriche «spetta di vegliare
con sollecitudine sul mirabile e misterioso processo della generazione che si
compie nel seno materno, allo scopo di seguirne il regolare svolgimento e di
favorirne il felice esito con la venuta alla luce della nuova creatura».(95)
37. La nascita di un bambino segna
un momento importante e significativo dello sviluppo iniziato con il concepimento.
Non un «salto» di qualità o un nuovo inizio, ma una tappa,
senza soluzione di continuità, dello stesso processo. Il parto è
il passaggio dalla gestazione materna all'autonomia fisiologica della vita.
Con la nascita il bambino è in grado di vivere in indipendenza
fisiologica dalla madre e di entrare in una nuova relazione con il mondo esterno.
Può avvenire, in caso di parto prematuro, che questa
indipendenza non sia stata pienamente raggiunta. In tale evenienza gli operatori
sanitari hanno l'obbligo di assistere il neonato, offrendogli tutte le condizioni
possibili, atte a raggiungerla.
Qualora, malgrado tutti i tentativi, si tema seriamente per
la vita del bambino, gli operatori sanitari devono provvedere al battesimo nelle
condizioni previste dalla Chiesa. Nell'impossibilità di reperire un ministro
ordinario del sacramento -un sacerdote o un diacono- allo stesso operatore sanitario
è data facoltà di conferirlo.(96)
Il valore della vita: unità di corpo ed anima
38. Il rispetto, tutela e la cura dovuti propriamente
alla vita umana, derivano dalla sua singolare dignità. «Nell'ambito
dell'intera creazione visibile essa è un valore unico». L'essere
umano, infatti, è la «sola creatura che Dio ha voluto per se stessa».(97)
Tutto è creato per l'uomo. Solo l'uomo, creato a immagine e somiglianza
di Dio (cf. Gen 1, 26-27), non è finalizzato e finalizzabile
ad altro o ad altri, ma a Dio soltanto per il quale egli è. Solo, l'uomo
è persona: ha dignità di soggetto e valore di fine.(98)
39. La vita umana è insieme e irriducibilmente
corporale e spirituale. «In forza della sua unione sostanziale con un'anima
spirituale, il corpo umano non può essere considerato solo come un complesso
di tessuti, organi e funzioni, né può essere valutato alla stessa
stregua del corpo degli animali, ma è parte costitutiva della persona
che attraverso di esso si manifesta e si esprime».(99) «Ogni persona
umana, nella sua singolarità irripetibile, non è costituita soltanto
dallo spirito ma anche dal corpo, così che nel corpo e attraverso il
corpo viene raggiunta la persona stessa nella sua realtà concreta».(100)
40. Ogni intervento sul corpo umano «non
raggiunge soltanto i tessuti, gli organi e le loro funzioni, ma coinvolge anche
a livelli diversi la stessa persona».(101)
L'attività sanitaria non deve mai perdere di vista «l'unità
profonda dell'essere umano, nell'evidente interazione di tutte le funzioni corporali,
ma anche nell'unità delle sue dimensioni corporale, affettiva, intellettuale
e spirituale». Non si può isolare «il problema tecnico posto
dal trattamento di una determinata malattia dall'attenzione che deve essere
offerta alla persona del malato in tutte le sue dimensioni. È bene ricordarlo,
proprio quano la scienza medica tende alla specializzazione di ciascuna disciplina».(102)
41. Rivelazione della persona,(103) il corpo,
nella sua conformazione e dinamica biologica, è fondamento e fonte
di esigibilità morale. Ciò che è e avviene biologicamente
non è indifferente. Ha invece rilevanza etica: è indicativo-imperativo
per l'agire.(104) Il corpo è una realtà tipicamente personale,
segno e luogo della relazione con gli altri, con Dio e con il mondo.(105)
Non può prescindere dal corpo ed ergere la psiche a
criterio e fonte di moralità: il sentire e il desiderare soggettivi non
possono sovrastare e disattendere le determinazioni oggettive corporee. Il tendenziale
prevalere di quelli su queste è all'origine dell'odierna psicologizzazione
dell'etica e del diritto, che deduce dai desideri individuali (e dalle possibilità
tecniche) la liceità dei comportamenti e degli interventi sulla vita.
L'operatore sanitario no può disattendere la verità
corporea della persona e prestarsi a soddisfare desideri, sia soggettivamente
espressi sia legalmente codificati, in contrasto con l'oggetiva verità
della vita.
Indisponibilità e inviolabilità della
vita
42. «L'inviolabilità della persona,
riflesso dell'assoluta inviolabilità di Dio stesso, trova la sua prima
e fondamentale espressione nell'inviolabilità della vita umana».(106)
«La domanda "Che hai fatto?" (Gn 4,10), con cui Dio
si rivolge a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello Abele, traduce l'esperienza
di ogni uomo: nel profondo della sua coscienza, egli viene richiamato alla inviolabilità
della vita -della sua vita e di quella degli altri- come realtà che non
gli appartiene, perché proprietà e dono di Dio Creatore e Padre».(107)
Il corpo partecipa, indivisibilmente dallo Spirito, della dignità
propria, del valore umano della persona: corpo-soggetto non corpo-oggetto,
come tale indisponibile e inviolabile.(108) Non si può disporre del corpo
come di un oggetto di appartenenza. Non lo si può contraffare come una
cosa o uno strumento di cui si è padroni e arbitri.
Ogni abusivo intervento sul corpo è offesa alla dignità
della persona e perciò a Dio che ne è l'unico e assoluto Signore:
«L'uomo non è padrone della propria vita, ma la riceve in usufrutto;
non ne è proprietario, ma amministratore, perché Dio solo è
Signore della vita».(109)
43. L'appartenenza a Dio, e non all'uomo,
della vita,(110) le conferisce quel carattere sacro(111) che suscita un atteggiamento
di profondo rispetto: «Una conseguenza diretta della provenienza divina
della vita è la sua indisponibilità, cioè la sua sacralità».(112)
Indisponibile e intangibile perché sacra: è «una sacralità
naturale, che ogni retta intelligenza può riconoscere, anche a prescindere
da una fede religiosa».(113)
L'attività medico-sanitaria è anzitutto servizio
vigile e tutore di questa sacralità: una professione a difesa del valore
non-strumentale di questo bene «in sé» -non relativo cioè
ad altro o ad altri, ma solo a Dio- che è la vita umana.(114) «La
vita dell'uomo proviene da Dio, è suo dono, sua immagine e impronta,
partecipazione del suo soffio vitale. Di questa vita, pertanto, Dio
è l'unico signore: l'uomo non può disporne».(115)
44. Questo va affermato con particolare vigore
e recepito con vigile consapevolezza in un tempo di invasivo sviluppo delle
tecnologie biomediche, in cui aumenta il rischio di una abusiva manipolazione
della vita umana. Non sono in discussione le tecniche in se stesse, ma la loro
presunta neutralità etica. Non tutto ciò che è tecnicamente
possibile può ritenersi moralmente ammissibile.
Le possibilità techniche devono misurarsi con la liceità
etica, che ne stabilisce la compatibilità umana, ossia il loro effettivo
impiego a tutela e rispetto della dignità della persona umana.(116)
45. La scienza e la tecnica «non possono
da sole indicare il senso dall'esistenza e del progresso umano. Essendo ordinate
all'uomo da cui traggono origine e incremento, attingono dalla persona e dai
suoi valori morali l'indicazione delle loro finalità e la consapevolezza
dei loro limiti».(117)
È per questo che la scienza deve essere alleata della
sapienza. La scienza e la tecnica sono oltranizste, spostano cioè ogni
giorno più avanti le loro frontiere. La sapienza e la coscienza tracciano
per esse i limiti invalicabili dell'umano.(118)
Il diritto alla vita
46. La signoria divina sulla vita è
fondamento e garanzia del diritto alla vita, che non è però un
potere sulla vita.(119) È piuttosto il diritto a vivere con dignità
umana:(120) nonché ad essere garantiti e tutelati in questo bene
fondamentale, originario e insopprimibile che è radice e condizione di
ogni altro bene-diritto della persona.(121)
«Titolare di tale diritto è l'essere umano in
ogni fase del suo sviluppo, dal concepimento fino alla morte naturale; e in
ogni sua condizione, sia di salute o di malattia, di perfezione o di handicap,
di ricchezza o di miseria».(122)
47. Il diritto alla vita interpella l'operatore
sanitario da una duplice prospettiva. Anzitutto egli non si attribuisce sulla
vita da curare un diritto-potere che non ha né lui né lo stesso
paziente e, che perciò non gli può essere da questo conferito.(123)
Il diritto del paziente non è padronale e assoluto,
ma legato e limitato alle finalità stabilite dalla natura.(124) «Nessun
uomo può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta,
infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale "viviamo,
ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,28)».(125)
Qui -sui limiti stessi del diritto del soggetto a disporre
della propria vita- «si erge il limite morale dell'azione del medico che
agisce con il consenso del paziente».(126)
48. In secondo luogo, l'operatore sanitario
si fa attivamente garante di questo diritto: «Finalità intrinseca»
della sua professione è «l'affermazione del diritto dell'uomo alla
sua vita e alla sua dignità».(127) Egli l'adempie assumendo il
corrispettivo dovere della tutela profilattica e terapeutica della salute(128)
e del miglioramento, negli ambiti e con i mezzi a lui pertinenti, della qualità
della vita delle persone e dell'ambiente vitale.(129) Nel suo impegno lo guida
e lo sostiene la legge dell'amore, di cui è sorgente e modello il Figlio
di Dio fatto uomo, che "morendo ha dato la vita al mondo".(130)
49. Il diritto fondamentale e primario di
ogni uomo alla vita, che si particolarizza come diritto alla tutela della salute,
subordina i diritti sindacali degli operatori sanitari.
Ciò implica che ogni giusta rivendicazione da parte
dei lavoratori della sanità deve svolgersi nella salvaguardia del diritto
del malato alle cure dovute, in ragione della loro indispensabilità.
Pertanto in caso di sciopero devono essere assicurati -anche attraverso apposite
misure legali- i servizi medico-ospedalieri essenziali e urgenti alla tutela
della salute.
La prevenzione
50. La tutela della salute impegna l'operatore
sanitario anzitutto nel campo della prevenzione.
Prevenire è meglio che curare, sia perché evita
alla persona il disagio e la sofferenza della malattia, sia perché esime
la società dai costi, non solo economici, della cura.
51. La prevenzione propriamente sanitaria,
che consiste nella somministrazione di particolari farmaci, nella vaccinazione,
nella effettuazione di esami-screening per l'accertamento di predisposizioni,
nella prescrizione di comportamenti e abitudini miranti ad evitare la insorgenza,
la diffusione o l'aggravamento di malattie, compete essenzialmente agli operatori
sanitari. Può essere diretta a tutti i membri di una società,
a fasce di persone o a singoli individui.
52. C'è anche una prevenzione sanitaria
in senso ampio, in cui l'azione dell operatore sanitario è solo
una componente dell'impegno profilattico messo in atto dalla società.
È la prevenzione da esercitare nei confronti delle malattie cosiddette
sociali, come la tossicodipendenza, l'alcoolismo, il tabagismo, l'AIDS; dei
disagi di fasce sociali d'individui come gli adolescenti, i portatori di handicap,
gli anziani; dei rischi per la salute connessi a condizioni e modalità
del vivere odierno, come nell'alimentazione, nell'ambiente, nel lavoro, nello
sport, nel traffico urgano, nell'uso di mezzi di trasporto, di macchine ed elettrodomestici.
In questi casi l'intervento preventivo è il rimedio
prioritario e più efficace, se non proprio l'unico possiblile. Essige
però l'azione concomitante di tutte le forze operanti nella società.
Prevenire qui è piu che atto medico-sanitario. Si tratta di incidere
sulla cultura, attraverso il recupero di valori sommersi e l'educazione ad essi,
la diffusione di una concezione più sobria e solidale della vita, l'informazione
sulle abitudini a rischio, la formazione del consenso politico per una legislazione
di supporto.
La possibilità effettiva ed efficace della prevenzione
è legata non solo e primariamente alle tecniche di attuazione, ma alle
motivazioni che la sostengono e alla loro concrezione e diffusione culturale.
La malattia
53. Pur partecipando del valore trascendente
della persona, la vita corporea riflette, per sua natura, la precarietà
della condizione umana. Questa si evidenzia specialmente nella malattia e nella
sofferenza, che vengono vissute come malessere di tutta la persona. «La
malattia e la sofferenza infatti non sono esperienze che riguardano soltanto
il sostrato fisico dell'uomo, ma l'uomo nella sua interezza e nella sua unità
somatico-spirituale».(131)
La malattia è piu di un fatto clinico, medicalmente
circoscrivibile. È sempre la condizione di un uomo, il malato. Con questa
visione integralmente umana della malattia gli operatori sanitari devono
rapportarsi al paziente. Si tratta per essi di possedere, insieme alla dovuta
competenza tecnico-professionale, una coscienza di valori e di significati con
cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso
clinico un incontro umano.
54. Il cristiano sa dalla fede che la malattia
e la sofferenza partecipano dell'efficacia salvifica della croce del Redentore.
«La redenzione di Cristo e la sua grazia salvifica raggiungono tutto l'uomo
nella sua condizione umana e quindi anche la malattia, la sofferenza e la morte».(132)
«Sulla Croce si rinnova e si realizza nella sua piena e definitiva perfezione
il prodigio del serpente innalzato da Mosé nel deserto (cf. Gv 3,
14-15; Nm 21, 8-9). Anche oggi, volgendo lo sguardo a Colui che è
stato trafitto, ogni uomo minacciato nella sua esistenza incontra la sicura
speranza di trovare liberazione e redenzione».(133) Vissute «in
stretta unione con le sofferenze di Gesù», la malattia e la sofferenza
assumono «una straordinaria fecondità spirituale». Sicché
l'ammalato può dire con l'Apostolo: «Completo nella mia carne quello
che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa»
(Col 1,24).(134)
Da questa risignificazione crisitana, l'ammalato può
essere aiutato a sviluppare verso la malattia un triplice salutare atteggiamento:
la «coscienza» della sua realtà «senza minimizzarla
e senza esagerarla»; l'«accettazione», «non
con rassegnazione più o meno cieca», ma nella serena consapevolezza
che «il Signore può e vuole ricavare il bene dal male»; l'«oblazione»,
«compiuta per amore del Signore e dei fratelli».(135)
55. Nella persona del malato è sempre
colpita, ad ogni modo, la famiglia. L'aiuto ai familiari e la loro
cooperazione con gli operatori sanitari sono preziosa componente dell'assistenza
sanitaria.
L'operatore sanitario, nei confronti della famiglia del malato,
è chiamato a prestare sia individualmente sia attraverso le forme associative
di appartenenza, insieme alle cure, anche opera di illuminazione, di consiglio,
di orientamento e di sostegno.(136)
La diagnosi
56. Guidato da questa visione integralmente
umana e propriamente cristiana della malattia, l'operatore sanitario cerca anzitutto
di rivelarla e analizzarla nel malato: ne compie la diagnosi e relativa
prognosi.
Condizione di ogni cura è la previa ed esatta individuazione
della patologia nei suoi sintomi e nele sue cause.
57. In questo l'operatore sanitario si farà
carico delle domande e delle ansie del paziente e dovrà guardarsi dalla
duplice ed opposta insidia dell'«abbandono» e «dell'accanimento»
diagnostico.
Nel primo caso si costringe il paziente a vagare da uno specialista
o da un servizio sanitario a un altro, non riuscendo a trovare il medico o il
centro diagnostico in grado e disposto a farsi carico del suo male. L'estrema
specializzazione e parcellizzazione delle competenze e delle divisioni cliniche,
mentre è garanzia di perizia professionale, si riverbera a danno del
malato quando l'organizzazione sanitaria sul territorio non consente un approccio
sollecito e globale al suo male.
Nel secondo caso invece ci si ostina a trovare una malattia
ad ogni costo. Si può essere indotti, per pigrizia, per profitto o per
protagonismo, a diagnosticare comunque una patologia e a medicalizzare problemi
che non sono di natura medico-sanitaria. In tal caso non si aiuta la persona
ad avere l'esatta percezione del proprio disagio, fuorviandola da se stessa
e dalle proprie responsabilità.
58. Esclusi tali eccessi e condotta nel pieno
rispetto della dignità e dell'integrità della persona, soprattutto
in relazione all'uso di tecniche strumentali invasive, la diagnosi non pone
in generale problemi d'ordine etico. In se stessa è ordinata alla terapia:
è un atto a beneficio della salute.
Problemi particolari, tuttavia, sono posti dalla diagnostica
predittiva, per le possibili ripercussioni sul piano psicologico e le discriminazioni
a cui può dare luogo e alla diagnostica prenatale. Si tratta, per quest'ultima,
di una possibilità sostanzialmente nuova e in notevole sviluppo, che
come tale merita delle considerazione a parte.
La diagnosi prenatale
59. La conoscenza sempre più estesa
della vita intrauterina e lo sviluppo degli strumenti di accesso ad essa anticipano
oggi alla vita prenatale le possibilità di diagnosi, consentendo così
interventi terapeutici sempre più tempestivi ed efficaci.
La diagnosi prenatale riflette la bontà morale di ogni
intervento diagnostico. Nel contempo però presenta problemi etici propri,
legati al rischio diagnostico e alle finalità con cui può essere
richiesta e praticata.
60. Il fattore rischio concerne la
vita e l'integrità fisica del concepito, e solo in parte della madre,
relativamente alle diverse tecniche diagnostiche e alle percentuali di rischio
che ciascuna presenta.
Perciò bisogna «valutare attentamente le eventuali
conseguenze negative che l'uso necessario di una determinata tecnica d'indagine
può avere» ed «evitare il ricorso a procedimenti diagnostici
circa la cui onesta finalità e sostanziale innocuità non si possiedono
sufficienti garanzie». E se un coefficiente di rischio dovrà essere
affrontato, il ricorso alla diagnosi deve avere delle ragionevoli indicazioni
da accertare in sede di consulenza diagnostica.(137)
Di conseguanza «tale daignosi è lecita se i metodi
impiegati, con il consenso dei genitori adeguatamente informati, salvaguardano
la vita e l'integrità dell'embrione e di sua madre, non facendo loro
correre rischi sproporzionati».(138)
61. Le finalità con cui la
diagnosi prenatale può essere richiesta e praticata debbono essere sempre
a beneficio del bambino e della madre, perché indirizzate a
consentire gli interventi terapeutici, a dare sicurezza e tranquillità
a gestanti angosciate dal dubbio di malformazioni fetali e tentate dal ricorso
all'aborto, a predisporre, in caso di esito infausto, all'accoglienza della
vita segnata da handicap.
La diagnosi prenatale «è gravemente in contrasto
con la legge morale quando contempla l'eventualità, in dipendenza dai
risultati, di provocare un aborto. Una diagnosi attestante l'esistenza di una
malformazione o di una malattia ereditaria non deve equivalere a una sentenza
di morte».(139)
È parimenti illecita ogni direttiva o programma delle
autorità civili e sanitarie o di organizzazioni scientifiche, che favoriscano
la diretta connessione tra diagnosi prenatale e aborto. Sarebbe responsabile
di illecita collaborazione lo specialista che, nel condurre la diagnosi e nel
comunicarne l'esito, contribuisse volutamente a stabilire o a favorire il collegamento
tra diagnosi prenatale e aborto.(140)
Terapia e riabilitazione
62. Alla diagnosi segue la terapia e
la riabilitazione: la messa in atto di quegli interventi curativi
e sananti che consentono la guarigione e la reintegrazione personale e sociale
del paziente.
La terapia è atto propriamente medico, diretto a combattere
le malattie nelle loro cause, manifestazioni e complicazioni. La riabilitazione
invece è un complesso di misure mediche, fisioterapiche, psicologiche
e di addestramento funzionale, dirette a ripristinare o migliorare l'efficienza
psicofisica di soggetti in vario modo menomati nelle loro capacità di
integrazione, di relazione e di produzione lavorativa.
Terapia e riabilitazione «hanno di mira non solo il bene
e la salute del corpo, ma la persona come tale che, nel corpo, è colpita
dal male».(141) Ogni terapia mirante all'integrale benessere della persona
non si ritiene paga del successo clinico, ma ingloba l'azione riabilitativa
come restituzione dell'individuo a se stesso, attraverso la riattivazione
e riappropriazione delle funzioni fisiche menomate dalla malatia.
63. All'ammalato sono dovute le cure possibili
da cui può trarre un salutare beneficio.(142)
La responsabilità nella cura della salute impone a ciascuno
«il dovere di curarsi e di farsi curare». Di conseguenza «coloro
che hanno in cura gli ammalati devono prestare le loro opere con ogni diligenza
e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili».(143) No
solo quelli miranti alla possibile guarigione, ma anche quelli lenitivi del
dolore e di sollievo di una condizione inguaribile.
64. L'operatore sanitario nell'impossibilità
di guarire, non deve mai rinunciare a curare.(144) Egli è tenuto a praticare
tutte le cure «proporzionate». Non c'è obbligo invece di
ricorrere a quelle «sproporzionate».
In relazione alle condizioni di un ammalato, sono da ritenersi
ordinarie le cure in cui dà rapporto di debita proporzione tra
i mezzi impiegati e il fine perseguito. Dove non si dà proporzione le
cure sono da considerarse straordinarie.
Al fine di verificare e stabilire il darsi o meno del rapporto
di proporzione in una determinata situazione, si devono «valutare bene
i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà
e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione,
con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni
dell'ammalato e delle sue foze fisiche e morali».(145)
65. Il principio, qui enunciato, di proporzionalità
nelle cure può essere così precisato e appplicato:
- «In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere,
con il consenso dell'ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina
più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono
esenti da qualche rischio».
- «È lecito interrompere l'applicazione di tali
mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi», perché
non si dà più proporzione tra «l'investimento di strumenti
e personale» e «i risultati prevedibili» o perché «le
tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei
benefici che se ne possono trarre».
- «È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali
che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno
l'obbligo di ricorrere a un tipo di cura che, per quanto già in uso,
tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso».
Questo rifiuto «non equivale al suicidio». Può significare
piuttosto «o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio
di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati
che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo
gravi alla famiglia o alla collettività».(146)
66. Per la reintegrazione della persona nella
salute, possono essere necessari, in assenza di altri rimedi, interventi che
comportano la modificazione, mutilazione o asportazione di organi.
La manipolazione terapeutica dell'organismo è legittimata
qui dal principio di totalità.(147) per ciò stesso detto
anche di terapeuticità, in virtù del quale «ogni
organo particolare è subordinato ell'insieme del corpo e deve ad esso
sottomettersi in caso di conflitto. Di conseguenza, colui che ha ricevuto l'uso
di tutto l'organismo ha il diritto di sacrificare un organo particolare, se
la conservazione o la funzionalità di questo provocano al tutto organico
un danno considerevole, imposibile da evitare altrimenti».(148)
67. La vita fisica, se da una parte esprime
la persona e ne assume il valore, così da non poterne disporre come di
una cosa, dall'altra non esaurisce il valore della persona né rappresenta
il sommo bene.(149)
È per questo che si può legittimamente disporre
di una parte di essa per il benessere della persona. Così come si può
sacrificarla o arrischiarla per un bene superiore «quale la gloria di
Dio, la salvezza delle anime o il servizio dei fratelli»:(150) «La
vita corporea è un bene fondamentale, condizione quaggiù di tutti
gli altri; ma ci sono valori più alti per i quali potrà essere
legittimo o anche necessario esporsi al pericolo di perderla».(151)
Analgesia e Anestesia
68. Il dolore da una parte ha esso stesso
una funzione terapeutica, perché «agevola il confluire della realzione
fisica e psichica dell'uomo all'attacco del male»,(152) dall'altra fa
appello alla medicina per la terapia lenitiva e soppressiva.
69. Per il cristiano il dolore ha un alto
significato penitenziale e salvifico. «È infatti una partecipazione
alla passione di Cristo ed è unione al sacrificio redentore, che ha offerto
in ossequio alla volontà del Padre. Non deve dunque meravigliare se alcuni
cristiani desiderano moderare l'uso degli analgesici, per accettare volontariamente
almeno una parte delle loro sofferenze e associarsi così in maniera cosciente
alle sofferenze di Cristo».(153)
La sopportazione cristianamente motivata e corroborante del
dolore, non induce a ritenere che ogni sofferenza e ogni dolore vadano sopportati
comunque e che non si debba intervenire per lenirli.(154) Che anzi si pone già
essa come via di umanizzazione del dolore. La stessa carità cristiana
esige dagli operatori sanitari l'alleviamento della sofferenza fisica.
70. «A lungo andare il dolore impedisce
il raggiungimento di beni e di interessi superiori».(155) Può provocare
effetti nocivi all'integrità psico-fisica della persona. Una sofferenza
troppo intensa può diminuire o impedire la padronanza dello spirito.
Per cui è legittimo, ed oltre certe soglie di sopportabilità è
anche doveroso, per l'operatore sanitario, prevenire, lenire ed elimintare il
dolore. Moralmente consentaneo e propizio è altresì l'impegno
del ricercatore a «sottomettere il dolore al potere dell'uomo».(156)
L'anestesia come l'analgesia, «intervenendo direttamente
in ciò che il dolore ha di più aggressivo e sconvolgente, ricupera
l'uomo a se stesso, rendendogli più umana l'esperienza del soffrire».(157)
71. A volte l'impiego di farmaci e tecniche
analgesiche e anestetiche comportano la soppressione o diminuzione della coscienza
e dell'uso delle facoltà superiori. In quanto tali interventi mirano
direttamente non alla perdita della coscienza e della libertà ma della
sensibilità al dolore, e vengono contenuti nei limiti del solo bisogno
clinico, sono da ritenersi eticamente legittimi.(158)
Il consenso informato del paziente
72. Nell'intervenire medicalmente su un ammalato
l'operatore sanitario deve avere il suo consenso espresso o tacito.
Egli infatti «non ha nei confronti del paziente un diritto
separato o indipendente. In generale, può agire solo se il paziente lo
autorizza esplicitamente o implicitamente (direttamente o indirettamente)».(159)
Senza questa autorizzazione egli si attribuisce un potere arbitrario.(160)
Inoltre il rapporto sanitario è una relazione umana:
dialogica non oggettuale. Il paziente «non è un individuo anonimo»
su cui vengono applicate delle conoscenze mediche, ma «una persona responsabile,
che deve essere chiamata a farsi compartecipe del miglioramento della propria
salute e del raggiungimento della guarigione. Egli deve essere messo nella condizione
di poter scegliere personalmente e non di dover subire decisioni e scelte di
altri».(161)
Per una scelta operata in piena consapevolezza e libertà,
all'ammalato va data la percezione esatta del suo male e delle possibilità
terapeutiche, con i rischi, le difficoltà e le conseguenze che comportano.(162)
Questo significa che al paziente deve essere richiesto un consenso informato.
73. Circa la presunzione di consenso va
fatta una distinzione tra paziente in grado e paziente non ingrado di comprendere
e di volere.
Nel primo non si può presumere il consenso: questo dev'essere
determinato ed esplicito.
Nel secondo invece l'operatore sanitario può e in situazioni
estreme deve presumere il consenso agli interventi terapeutici, che egli in
scienza e coscienza ritiene di praticare. Nel caso di difetto momentaneo di
coscienza e volontà, in ragione del principio dell'affidamento terapeutico,
ossia della fiducia originaria con cui il paziente si è remesso nelle
sue mani. Nel caso di difetto permanente di conoscenza e volontà, in
ragione del principio di responsabilità nella cura della salute,
che fa obbligo all'operatore sanitario di farsi carico della salute del
paziente.
74. Quanto ai parenti, vanno informati circa
le terapie ordinarie, e coinvolti nelle decisioni circa le terapie straordinarie
e opzionaoli.
Ricerca e sperimentazione
75. Un'azione terapeutica in grado d'intervenire
sempre più efficacemente a beneficio della salute, è per se stessa
aperta a investigare nuove possibilità. Queste sono il risultato di un'attività
costante e progressiva di ricerca e sperimentazione, che riesce così
a mettere a punto nuove acquisizioni sanitarie.
Procedere per via di ricerca e sperimentazione è legge
d'ogni scienza applicata: il progresso scientifico vi è strutturalmente
connesso. Le scienze biomediche e il loro sviluppo non si sottraggono a questa
legge. Operano però su un particolare campo di applicazione e osservazione
che è la vita della persona umana.
Questa, per la sua singolare dignità, si offre alla
ricerca e alla sperimentazione clinica con le cautele dovute a un essere con
valore di soggetto e non di oggetto. Per cui non si dà per le scienze
biomediche la stessa libertà d'investigazione di cui godono le scienze
applicate alle cose. «La norma etica, fondata nel rispetto della dignità
della persona, deve illuminare e disciplinare tanto la fase della ricerca quanto
quella dell'applicazione dei risultati, in essa raggiunti».(163)
76. Nella fase della ricerca la norma
etica esige che essa sia indirizzata a «promuovere il benessere umano».(164)
È immorale ogni ricerca contraria al vero bene della persona. Investirvi
energie e risorse contraddice la finalità umana della scienza e del suo
progresso.(165)
Nella fase della sperimentazione, ossia della verifica
sull'uomo dei risultati di una ricerca, il bene della persona, tutelato dalla
norma etica, esige il rispetto di condizioni previe connesse essenzialmente
al consenso e al rischio.
77. Anzitutto il consenso del paziente.
Questi «deve essere informato della sperimentazione, del suo scopo e degli
eventuali suoi rischi, in modo che egli possa dare o rifiutare il proprio consenso
in piena consapevolezza e libertà. Il medico infatti ha sul paziente
solo quel potere e quei diritti che il paziente stesso gli conferisce».(166)
Tale consenso può essere presunto quando sia a beneficio
dello stesso paziente e cioè si tratti di sperimentazione terapeutica.
78. In secondo luogo c'è il fattore
rischio. Per se stessa ogni sperimentazione comporta dei rischi. Con questo
«non si può esigere che ogni pericolo e ogni ricschio siano esclusi.
Ciò supera le umane possibilità, paralizzerebbe ogni ricerca scientifica
seria e tronerebbe assai spesso a detrimento del paziente ... Esiste tuttavia
un grado di pericolo che la morale non può permettere».(167)
Un soggetto umano infatti non può essere esposto al
rischio allo stesso modo di un essere infraumano. C'è una soglia oltre
la quale il rischio diventa umanamente inaccettabile. Questa soglia è
tracciata dal bene inviolabile della persona, il che proibisce di «mettere
in pericolo la sua vita, il suo equilibrio, la sua salute, o di aggravare il
suo male».(168)
79. La sperimentazione non può essere
iniziata e generalizzata senza che tutte le cautele siano state prese per garantire
l'innocuità dell'intervento e l'attenuazione del rischio. La fase preclinica
di base, esperita con accuratezza, deve fornire la più ampia documentazione
e le più sicure garanzie farmaco-tossicologiche e di sicurezza operatoria(169)
Per acquisire tali assicurazioni, se utile e necessaria, la
sperimentazione di nuovi farmaci o di nuove tecniche dev'essere praticata
sugli animali prima che sull'uomo. «È certo che l'animale
è al servizio dell'uomo e può quindi essere oggetto di sperimentazione,
tuttavia dev'essere trattato come una creatura di Dio, destinata sì a
cooperare al bene dell'uomo, non però ai suoi abusi».(170) Nel
deriva che ogni sperimentazione «deve effettuarsi nel rispetto dell'animale,
senza infliggergli inutili sofferenze».(171)
Ottenute queste garanzie, in fase clinica la sperimentazione
sull'uomo deve rispondere al principio del rischio proporzionato, ossia
della debita proporzione tra vantaggi e rischi prevedibili. Bisogna qui distinguere
tra sperimentazione compiuta su persona malata, per fini terapeutici, e su persona
sana, per fini scientifici e umanitari.
80. Nella sperimentazione su persona malata
la debita proporzione va attinta dal raffronto tra le condizioni dell'ammalato
e i prevedibili effetti dei farmaci o dei mezzi sperimentati. Pertanto un tasso
di rischio che per un ammalato risulta proporzionato e perciò legittimo,
può non esserlo per un altro.
Vale il principio -già enunciato- che «in mancanza
di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell'ammalato, ai
mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono
ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli,
l'ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene
dell'umanità».(172) Occorre però sempre «grande rispetto
del paziente nell'applicazione delle nuove terapie ancora sperimentali ...quando
queste presentino ancora un'alta percentuale di rischio».(173)
«Nei casi disperati, quando il malato è perduto
se non si interviene, se esiste un medicamento, un mezzo, un'operazione che,
senza escludere ogni pericolo, ha ancora qualche possibilità di successo,
uno spirito retto e riflessivo ammette senz'altro che il medico possa, con il
consenso esplicito o tacito del paziente, procedere all'applicazione di un tale
trattameto».(174)
81. La sperimentazione clinica può
essere effettuata anche su persona sana, che volontariamente si offre
«per contribuire con la sua iniziativa al progresso della medicina e,
in tal modo, al bene della comunità». In questo caso, «fatta
salva la propria integrità sostanziale, il paziente può legittimamente
assumersi una quota parte di rischio».(175)
Questo è legittimato dalla solidarietà umana
e cristiana che intenziona il gesto: «Donare qualcosa di se stessi, entro
i limiti tracciati dalla norma morale, può costituire una testimonianza
di carità altamente meritevole ed un'occasione di crescita spirituale
così significativa, da poter compensare il rischio di un'eventuale minorazione
fisica non sostanziale».(176)
Ad ogni modo è doveroso interrompere sempre la sperimentazione
quando i risultati dovessero deludere le speranze riposte in essa.
82. Dovendosi riconoscere all'individuo umano
nella fase prenatale, dignità di persona umana, la ricerca e la sperimentazione
su embrioni e feti umani va soggetta alle norme etiche valevoli per il
bambino già nato e per ogni soggetto umano.
In particolare la ricerca, ossia l'osservazione di
un dato fenomeno in gravidanza, può essere consentita solo quando «ci
sia la certezza morale di non arrecare danno né alla vita né all'integrità
del nascituro e della madre e a condizione che i genitori abbiano accordato
il loro consenso».(177)
La sperimentazione invece è possibile solo
per scopi chiaramente terapeutici, in mancanza di altre cure possibili. «Nessuna
finalità, anche in se stessa nobile, come la previsione di una utilità
per la scienza, per altri esseri umani o per la società, può in
alcun modo giustificare la sperimentazione sugli embrioni o feti umani vivi,
viabili e non, nel seno materno o fuori di esso. Il consenso informato, normalmente
richiesto per la sperimentazione clinica sull'adulto, non può essere
concesso dai genitori, i quali non possono disporre né dell'integrità
fisica né della vita del nascituro. D'altra parte la sperimentazione
sugli embrioni o feti comporta sempre il rischio, anzi, il più delle
volte la previsione certa di un danno per la loro integrità fisica o
addirittura della loro morte. Ussare l'embrione umano, o il feto, come oggetto
o strumento di sperimentazione rappresenta un delitto nei confronti della loro
dignità di esseri umani». «Del tutto contraria alla dignità
umana» è in special modo «la prassi di mantenere in vita
degli embrioni umani, in vivo o in vitro, per scopi sperimentali o commerciali».(178)
Donazione e trapianto di organi
83. Il progresso e la diffusione della medicina
e chirurgia dei trapianti cosente oggi la cura e la guarigione di molti malati
che fino a poco tempo fa potevano soltanto attendersi la morte o, nel migliore
dei casi un'esistenza dolorosa e limitata.(179) Questo «servizio alla
vita»(180) che vengono così ad assumere la donazione e il trapianto
di organi ne delinea il valore morale e legittima la prassi medica. Nel rispetto
però di alcune condizioni, relative essenzialmente al donatore e agli
organi donati e impiantati. Ogni trapianto d'organo o di tessuto umano comporta
un espianto che menoma in qualche modo l'integrità corporea del donatore.
84. I trapianti autoplastici, in
cui cioè l'espianto e il reimpianto avvengono sulla stessa persona, sono
legittimati dal principio di totalità, in virtù del quale è
possibile disporre di una parte per il bene integrale dell'organismo.
85. I trapianti omoplastici, in cui
cioè il prelievo è operato su individuo della stessa del ricettore,
sono legittimati dal principio di solidarietà che unisce gli esseri umani
e dalla carità che dispone al dono verso i fratelli sofferenti.(181)
«Con l'avvento del trapianto di organi, iniziato con le trasfusioni di
sangue, l'uomo ha trovato il modo di offrire parte di sé , del suo sangue
e del suo corpo, perché altri continuino a vivere. Grazie alla scienza
e alla formazione profesionale e alla dedicazione di medici e operatori sanitari
... si presentano nuove e meravigliose sfide. Siamo sfidati ad amare il nostro
prossimo in modi nuovi; in termini evangelici, ad amare "sino alla fine"
(Gv 13, 1), anche se entro certi limiti che non possono essere superati,
limiti posti dalla stessa natura umana».(182)
Il prelievo degli organi nei trapianti omoplastici può
avvenire da donatore vivo o cadavere.
86. Nel primo caso il prelievo è legittimo
a condizione che si tratti di organi il cui espianto non implica una grave e
irreparabile menomazione per il donatore. «Una persona può donare
soltanto ciò di cui può privarsi senza serio pericolo per la propria
vita o identità personale, e per una giusta e proporzionata ragione».(183)
87. Nel secondo caso non siamo più
in presenza di un vivente ma di un cadavere. Questo è sempre da rispettare
come cadavere umano, ma non ha più la dignità di soggetto e il
valore di fine di una persona vivente. «Il cadavere non è più,
nel senso proprio della parola, un soggetto di diritto, perché e privo
della personalità che sola può essere soggetto di diritto».
Pertanto «destinarlo a fini utili, moralmente ineccepibili e anche elevati»
è una decisione da «non condannare ma da giustificare positivamente».(184)
Bisogna però aver certezza di essere in presenza di
un cadavere, per evitare che sia il prelievo di organi a provocare o anche solo
anticipare la morte. Il prelievo di organi da cadavere è legittimo a
seguito di una diagnosi di morte cerca del donatore. Donde il dovere di «prendere
misure perché un cadavere non sia considerato e trattato come tale prima
che la morte non sia stata debitamente constatata».(185)
Perché una persona sia considerata cadavere è
sufficiente l'accertamento della morte cerebrale del donatore, che consiste
nella «cessazione irreversibile di ogni funzione cerebrale». Quando
la morte cerebrale totale è constatata con con certezza, cioè
dopo le dovute verifiche, è lecito procedere al prelievo degli organi,
come anche surrogare artificialmente delle funzioni organiche per conservare
vitali gli organi in vista di un trapianto.(186)
88. Non tutti gli organi sono eticamente donabili.
Dal trapianto vanno esclusi l'encefalo e le gonadi, che assicurano l'identità
rispettivamente personale e procreativa della persona. Si tratta di organi in
cui prende specificamente corpo l'unicità inconfundibile della persona,
che la medicina è tenuta a tutelare.
89. Si danno anche trapianti eterologi,
ossia con organi di individuo di specie diversa dal ricevente. «Non
si può dire che ogni trapianto di tessuti (biologicamente possibile)
tra due individui di specie diverse sia moralmente condannabile, ma è
ancora meno vero che ogni trapianto eterogeneo biologicamente possibile non
sia vietato o non possa sollevare obiezioni. Si deve distinguere a seconda dei
casi a vedere quale tessuto e quale organo si tratta di trapiantare. Il trapianto
di ghiandole sessuali animali sull'uomo è da respingere come immorale;
invece il trapianto della cornea da un organismo non umano a un organismo non
solleverebbe nessuna difficoltà se fosse biologicamente possibile e indicato».(187)
Fra i trapianti eterologi vengono annoverati anche l'innesto
di organi artificiali, la cui liceità è condizionata dall'effettivo
beneficio per la persona e dal rispetto della sua dignità.
90. L'intervento medico nei trapianti «è
inseparabile da un atto umano di donazione».(188) In vita o in morte,
la persona da cui si effettua il prelievo deve potersi riconoscere come un donatore,
come uno cioè che consente liberamente al prelievo.
Il trapianto presuppone una decisione anteriore, libera e consapevole
da parte del donatore o di qualcuno che legittimamente lo rappresenti, di solito
i parenti più stretti. «È una decisione di offrire, senza
alcuna ricompensa, una parte del corpo di qualcuno per la salute e il benessere
di un'altra persona. In questo senso, l'atto medico del trapianto rende possibile
l'atto di oblazione del donatore, quel dono sincero di sé che esprime
la nostra essenziale chiamata all'amore e alla comunione».(189)
La possibilità, consentita dal progresso bio-medico,
di «proiettare oltre la morte la loro vocazione all'amore» deve
indurre le persone ad «offrire in vita una parte del proprio corpo, offerta
che diverrà effettiva solo dopo la morte». È questo «un
atto di grande amore, quell'amore che dà la vita per gli altri».(190)
91. Iscrivendosi in questa «economia»
oblativa dell'amore, lo stesso atto medico del trapianto, e persino la semplice
trasfusione di sangue, «non può essere separato dall'atto di oblazione
del donatore, dall'amore che dà la vita».(191)
Qui l'operatore sanitario «diventa mediatore di qualcosa
di particolarmente significativo, il dono di sé compiuto da una persona
-perfino dopo la morte- affinché un altro possa vivere».(192)
Le dipendenze
92. La dipendenza, sotto il profilo medico-sanitario,
è una condizione di assuefazione a una sostanza o a un prodotto - come
farmaci, alcool, stupefacenti, tabacco- di cui l'individuo subisce un incoercibile
bisogno, e la cui privazione può cagionargli turbe psicofisiche.
Il fenomeno delle dipendenze sta conoscendo nelle nostre società
una crescente, preoccupante e per certi aspetti drammatica escalation. Esso
è da mettere in relazione, per un verso, con la crisi di valori e di
senso di cui soffre la società e la cultura odierna,(193) per altro verso,
con lo stress e le frustrazioni ingenerate dall'efficientismo, dall'attivismo
e dalla elevata competitività e anonimia delle interazioni sociali.
Indubbiamente i mali causati dalle dipendenze e la loro cura
non sono di pertinenza esclusiva della medicina. A questa comunque compete un
approccio preventivo e terapeutico proprio.
Droga
93. La droga o tossicodipendenza
è quasi sempre la conseguenza di una deprecabile evasione dalle
responsabilità, una contestazione aprioristica dalle struttura sociale
che viene rifiutata senza produttive proposte di ragionevoli riforme, una espressione
di masochismo motivata da carenza di valori.
Chi si droga non comprende o ha smarrito il senso e il valore
della vita, mettendola così a repentaglio, fino a perderla: molti casi
di morte per overdose sono suicidi voluti. Il drogato acquisisce una
struttura mentale nichilista, preferendo superficialmente il nulla della
morte al tutto della vita.
94. Sotto il profilo morale «il drogarsi
è sempre illecito, perché comporta una rinuncia ingiustificata
ed irrazionale a pensare, volere a agire come persone libere».(194)
Il giudizio di illiceità della droga non è un
giudizio di condanna del drogato. Questi vive la propria condizione come una
«pesante schiavitù», da cui ha bisogno di essere liberato.(195)
La via del recupero non può essere né quella della colpevolizzazione
etica né quella della repressione legale, ma fa leva piuttosto sulla
riabilitazione che, senza nascondere le eventuali colpe del drogato, ne favorisce
la liberazione e reintegrazione.
95. La disintossicazione del drogato è
più che un trattamento medico. Peraltro i farmaci qui poco o nulla possono.
La disintossicazione è un intervento integralmente umano, inteso a «dare
un significato completo e definitivo all'esistenza»(196) e a restituire
così al drogato quell'«autofiducia e salutare stima di sé»
che gli facciano ritrovare la gioia di vivere.(197)
Nell'azione di recupero del tossicodetendente è importante
«lo sforzo di conoscere l'individuo e comprenderne il mondo interiore;
portarlo alla scoperta o alla riscoperta della propria dignità di uomo,
aiutarlo a far risuscitare e crescere, some soggetto attivo, quelle risorse
personali, che la droga aveva sepolto, mediante una fiduciosa riattivazione
dei meccanismi della volontà, orientata verso sicuri e nobili ideali».(198)
96. La droga è contro la vita. «Non
si può parlare della "libertà di drogarsi" né
del "diritto alla droga, perché l'essere umano non ha il diritto
di danneggiare se stesso e non può né deve mai abdicare alla dignità
personale che gli viene da Dio», (199) e meno ancora ha diritto di far
pagare agli altri la sua scelta.
Alcoolismo
97. A differenza della droga, l'alcool non
è delegittimato in se stesso: «Un uso moderato di questo come bevanda
non urta contro divieti morali».(200) Entro limiti ragionevoli il vino
è un alimento.
«È da condannare soltanto l'abuso»:(201)
l'alcoolismo, che crea dipendenza, obnubila la coscienza e, in fase cronica,
produce gravi danni all'organismo e alla mente.
98. L'alcoolista è un malato bisognoso
di cure mediche ed insieme dell'aiuto sul piano della solidarietà e della
psicoterapia. Nei suoi confronti vanno messe in atto azioni di recupero integralmente
umane.(202)
Tabagismo
99. Anche per il tabacco l'illeceità
etica non concerne l'uso in se stesso, ma l'abuso. È oggi accertato che
l'accesso di tabacco è nocivo per la salute e crea dipendenza. Il che
induce ad abbasare sempre più la soglia dell'abuso.
Il fumo pone un problema di dissuasione e di prevenzione, da
svolgere soprattutto con l'educazione sanitaria e l'informazione, anche di tipo
pubblicitario.
Psicofarmaci
100. Gli psicofarmaci costituiscono una categoria
speciale di medicine tendenti a debellare agitazione, deliri e allucinazioni
o a liberare dell'ansia e dalla depressione.(203)
101. Per prevenire, contenere e superare il
rischio della dipendenza e dell'assuefazione, gli psicofarmaci vanno assunti
sotto controllo medico. «Lo stesso ricorso su indicazione medica a sostanze
psicotrope per lenire in ben determinanti casi sofferenze fisiche o psichiche,
deve attenersi a criteri di grande prudenza, per evitare pericolose forme di
assuefazione e di dipendenza».(204)
«Compito delle autorità sanitarie, dei medici,
dei responsabili dei centri di ricerca, è quello di adoperarsi per ridurre
al minimo questi rischi mediante adeguate misure di prevenzione e di informazione».(205)
102. Somministrati con la finalità
terapeutica e nel dovuto rispetto della persona, gli psicofarmaci sono eticamente
legittimi. Valgono per essi le condizione generali di liceità dell'intervento
curativo.
In particolare, va richiesto il consenso informato e rispettato
il diritto al rifiuto delle terapie, tenuto conto delle capacità decisionali
del malato mentale. Come pure va rispettato il principio di proporzionalità
terapeutica nella scelta e nella somministrazione di questi farmaci, sulla base
di un'accurata eziologia dei sintomi o dei motivi che inducono un soggetto alla
richiesta del farmaco.(206)
103. È moralmente illecito l'uso non
terapeutico e l'abuso di psicofarmaci finalizzato al potenziamento di prestazioni
normali o a procurare una serenità artificiale ed euforizzante. In questo
modo gli psicofarmaci vengono impiegati al pari di qualsiasi sostanza stupefacente,
sicché valgono per essi i giudizi etici già formulati in merito
alla droga.
Psicologia e psicoterapia
104. In quasi tutta la patologia del corpo
è ormai dimostrata una componente psicologica sia come concausa che come
risonanza. Di ciò si occupa la medicina psicosomatica, che sostiene
il valore terapeutico del rapporto medico-paziente.(207)
L'operatore sanitario deve curare i rapporti con il paziente
in modo tale che il suo senso umanitario rafforzi la professionalità
e la competenza sia resa più efficace della capacità di comprendere
il malato.
L'approccio pieno di umanità e di amore al malato, sollecitato
da una visione integralmente umana della malattia e avvalorato dalla fede,(208)
s'iscrive in questa efficacia terapeutica del rapporto medico-malato.
105. Disagi e malattie d'ordine psichico possono
essere affrontati e curati con la psicoterapia. Questa abbraccia una
varietà di metodiche che consentono a un individuo di aiutare un altro
a guarire o almeno a migliorare.
La psicoterpia è essenzialmente un processo di crescita,
cioè un cammino di liberazione da problemi infantili, o comunque
passati, e di promozione dell'individuo alle capacità di assumere identità,
ruolo, responsabilità.
106. Come intervento curativo la psicoterapia
è moralmente da accettare.(209) Nel rispetto però della persona
del paziente, nella cui interiorità essa consente di entrare.
Tale rispetto obbliga lo psicoterapeuta a non violare l'intimità
altrui senza il suo consenso e a operare nei limiti di questo. «Come è
illecito appropriarsi dei beni di un altro o attentare alla sua integrità
corporale senza il suo consenso, così non è permesso entrare contro
la sua volontà nel suo mondo interiore, quali che siano le tecniche e
i metodi impiegati».(210)
Lo stesso rispetto obbliga a non influenzare e forzare la volontà
del paziente. «Lo psicologo veramente desideroso di cercare solo il bene
del paziente, si mostrerà tanto più attento nel rispettare i limiti
fissati alla sua azione dalla morale, in quanti egli, per così dire,
tiene in mano le facoltà psichiche di un uomo, la sua capacità
di agire liberamente, di realizzare i valori più alti che il suo destino
personale e la sua vocazione sociale comportano».(211)
107. Sotto il profilo morale le psicoterapie
privilegiate sono la logoterapia e il counselling. Ma tutte sono accettabili,
purché gestite da psicoterapeutici che si lasciano guidare da un alto
senso etico.
Cura pastorale e sacramento dell'Uzione degli infermi
108. La cura pastorale degli infermi
consiste nell'assistenza spirituale e religiosa. Essa è un diritto fondamentale
del malato e un dovere della Chiesa (cf.Mt 10, 8; Lc 9, 2;
19, 9). Il non assicurarla, renderla discrezionale, non favorirla od ostacolarla
è violazione di questo diritto e infedeltà a tale dovere.
Essa è compito essenziale e specifico, ma non esclusivo,
dell'operatore di pastorale sanitaria. Per la necessaria interazione tra dimensione
fisica, psichica e spirituale della persona e per dovere di testimonianza della
propria fede, ogni operatore sanitario è tenuto a creare le condizioni
affinché, a chi la chiede, sia espressamente sia implicitamente, venga
assicurata l'assistenza religiosa.(212) «In Gesù "Verbo della
vita", viene quindi annunciata e comunicata la vita divina ed eterna. Grazie
a tale annuncio e a tale dono, la vita fisica e spirituale dell'uomo, anche
nella sua fase terrena, acquista pienezza di valore e di significato: la vita
divina ed eterna, infatti, è il fine a cui l'uomo che vive in questo
mondo è orientato e chiamato».(213)
109. L'assistenza religiosa comporta, all'interno
delle strutture sanitarie, l'esistenza di spazi e di strumenti idonei a svolgerla.
L'operatore sanitario deve mostrare piena disponibilità
e favorire e accogliere la domanda di assistenza religiosa da parte del malato.
Ove tale assistenza, per cause generali o occasionali, non
possa essere svolta dall'operatore pastorale, dovrà, nei limiti possibili
e consentiti, essere prestata direttamente dall'operatore sanitario, nel rispetto
della libertà e della fede religiosa del paziente e nella consapevolezza
che, assolvendo a tale compito, egli non deroga ai doveri dell'asistenza sanitaria
propriamente detta.
110. L'assistenza religiosa ai malati s'iscrive
nel quadro più ampio della pastorale sanitaria, ossia della presenza
e dell'azione della Chiesa intesa a portare la parola e la grazia del Signore
a coloro che soffrono e se ne prendono cura.
Nel mistero di quanti -sacerdoti, religiosi e laici- individualmente
o comunitariamente si adoperano per la cura pastorale degli infermi, rivive
la misericordia di Dio che in Cristo si è chinato sulla sofferenza umana
e si compie in modo singolare e privilegiato il compito di evangelizzazione,
santificazione e carità affidato dal Signore alla Chiesa.(214)
Questo significa che la cura pastorale degli infermi ha nella
catechesi, nella liturgia e nella carità i suoi momenti qualificanti.
Si tratta rispettivamente di evangelizzare la malattia, aiutando a
scoprire il significato redentore della sofferenza vissuta in comunione con
Cristo; di celebrare i sacramenti come i segni efficaci della grazia
ricreatrice e vivificante di Dio; di testimoniare con la «diakonia»
(il servizio) e la «koinonia» (la comunione) la forza terapeutica
della carità.
111. Nella cura pastorale dei malati l'amore,
pieno di verità e di grazia, di Dio si fa vicino ad essi con un sacramento
proprio e particolare: l'Unzione degli infermi.(215)
Amministrato ad ogni cristiano che versa in precarie condizioni
di vita, questo sacramento è rimedio per il corpo e per lo spirito: sollievo
e vigore per il malato nella integralità del suo essere corporeo-spirituale;
luce che illumina il mistero della sofferenza e della morte e speranza che apre
al futuro di Dio il presente dell'uomo. «Tutto l'uomo ne riceve aiuto
per la sua salvezza, si sente rinfrancato dalla fiducia in Dio e ottiene forze
nuove contro le tentazioni del maligno e l'ansietà della morte».(216)
Avendo efficacia di grazie per l'ammalato, l'Unzione degli
enfermi «non è il sacramento di coloro soltanto che sono in fin
di vita» È per questo che «il tempo opportuno per riceverla
si ha certamente già quando il fedele, per malattia o per vecchiaia,
incomincia ad essere in pericolo di morte».(217)
Come ogni sacramento, anche l'Unzione degli infermi va preceduta
da un'opportuna catechesi, così da rendere il destinatario, l'ammalato,
soggetto consapebole e responsabile della grazia del sacramento, e non oggetto
incosciente di un rito della morte imminente.(218)
112. Ministro proprio dell'Uzione degli infermi
è il sacerdote soltanto, il quale provvede a conferirla «a quei
fedeli il cui stato di salute risulta seriamente compromesso per vecchiaia o
malattia». Per valutare la serietà del male basta «un giudizio
prudente o probabile».
La celebrazione di Unzioni comunitarie può servire a
superare pregiudizi negativi contro l'Unzione dei malati ed aiutare a valorizzare
sia il significato di questo sacramento che il senso di solidarietà ecclesiale.
L'Unzione è ripetibile se il malato, guarito dalla malattia
per la quale l'ha ricevuta, cade in un'altra, o se nel corso della stessa malattia
subisce un aggravamento.
Può essere conferita prima di un intervento dhirurgico,
quando questo è motivato da «un male pericoloso».
Ai vecchi l'Unzione può essere conferita «per
l'indebolimento accentuato delle loro forze, anche se non risultano affetti
da alcuna grave malattia».
Ove se ne presentino le condizioni, può essere conferita
anche ai bambini «purché abbiano raggiunto un uso di ragione sufficiente».
Nel caso di ammalati in stato di incoscienza o senza l'uso
della ragione, la si conferisca «se c'è motivo di ritenere che
nel possesso delle loro facoltà essi stessi, come credenti, avrebbero,
almeno implicitamente, chiesto la sacra Unzione».
«A un paziente già morto non si può conferire
il sacramento».(219)
«Nel dubbio se l'infermo abbia raggiunto l'uso di ragione,
se sia gravemente ammalato o se sia morto, questo sacramento sia amministrato».(220)
113. Anche l'Eucaristia, come Viatico,
assume un significato e un'efficacia propria per l'ammalato. «Il
Viatico del corpo e del sangue di Cristo fortifica il fedele e lo munisce del
pegno della risurrezione, secondo le parole del Signore:"Chi mangia la
mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò
nell'ultimo giorno" (Gv 6, 54)».(221)
L'Eucaristia è per l'ammalato questo Viatico di vita
e di speranza. «La comunione in forma di Viatico è infatti un segno
speciale della partecipazione al mistero colebrato nel sacrificio della Messa,
il mistero della morte del Signore e del suo passaggio al Padre».(222)
È pertanto obbligo del cristiano domandare e ricercare
il Viatico e dovere pastorale della Chiesa amministrarlo.(223)
Ministro del Viatico è il sacerdote. In sua sostituzione
il diacono o un ministro straordinario dell'Eucaristia.(224)
III. IL MORIRE
114. Servire la vita significa per l'operatore
sanitario assisterla fino al compimento naturale.
La vita è nelle mani di Dio: Lui ne è il Signore,
Lui solo stabilisce il momento finale. Ogni fedele servitore vigila su questo
compiersi della volontà di Dio nella vita di ogni uomo affidato alle
sue cure. Egli non si ritiene arbitro della morte, come e perché non
si ritiene arbitro della vita di alcuno.
I malati terminali
115. Quando le condizioni di salute si deteriorano
in modo irreversibile e letale, l'uomo entra nello stadio terminale dell'esistere
terreno. Per lui il vivere si fa particolarmente e progressivamente precario
e penoso. Al male e alle sofforenza fisica sopraggiunge il dramma psicologico
e spirituale del distacco che il morire significa e comporta.
Come tale il malato terminale è una persona bisognosa
di accompagnamento umano e cristiano, cui medici e infermieri sono chiamati
a dare il loro contributo qualificato e irrinunciabile.
Si tratta di realizzare una speciale assistenza sanitaria al
morente, perché anche nel morire l'uomo abbia a riconoscersi e volersi
come vivente. «Mai come in prossimità della morte e nella morte
stessa occorre celebrare ed esaltare la vita. Questa deve essere pienamente
rispettata, protetta ed assistita anche in chi ne vive il naturale concludersi
... L'atteggiamento davanti al malato terminale è spesso il banco di
prova del senso di giustizia e di carità, della nobilità d'animo,
della responsabilità e della capacità professionale degli operatori
sanitari, a cominciare dai medici».(225)
116. Il morire appartiene alla vita come sua
ultima fase. Va perciò curato suo momento. Interpella dunque la responsabilità
terapeutica dell'operatore sanitario come e non meno di ogni altro momento del
vivere umano.
Il morente non solo non va dimesso come inguaribile e abbandonato
alla solitudine sua e della famiglia, ma va riaffidato alle cure di medici e
infermieri. Queste, interagendo e integrandosi con l'assistenza di cappellani,
assestenti sociali, volontari, parenti e amici, consentono al moribundo di accettare
e vivere la morte.(226) Aiutare una persona a morire significa aiutarla
a vivere intensamente l'esperienza ultima della sua vita. Quando è
possibile e l'interessato lo gradisca gli si dia la possibilità di terminare
la sua vita in famiglia con opportuna assistenza sanitaria.
117. Al malato terminale vanno praticate le
cure mediche che gli consentono di alleviare la penosità del morire.
In questa prospettiva rientrano le cosiddette cure palliative o sintomatiche.
La prima cura è una «presenza amorevole»
da realizzare accanto al morente.(227) C'è una presenza propriamente
medico-sanitaria che, senza illuderlo, lo fa sentire vivo, persona tra persone,
perché destinatario, come ogni essere bisognevole, di attenzioni e di
premure. Questa presenza attenta e premurosa, infonde fiducia e speranza nell'ammalato
e lo riconcilia con la morte.(228) È un contributo unico che infermieri
e medici, con il loro esserci umano e cristiano, prima ancora che con
il loro fare, possono e devono dare al morente, perché al rifiuto subentri
l'accettazione e sull'angoscia prevalga la speranza.
Si sottrae così il morire umano al «fenomeno della
medicalizzazione», che veda la fase terminale della vita «svolgersi
in ambienti affollati e movimentati, sotto il controllo di personale medico-sanitario
preoccupato prevalentemente dell'aspetto biofisico della malattia». Tutto
questo «è sentito in misura crescente come poco rispettoso della
complessa situazione umana della persona sofferente».(229)
118. «Davanti al mistero della morte
rimane impotenti; vacillano le umane certezze. Ma è proprio di fronte
a tale scacco che la fede cristiana ... si propone come sorgente di serenità
e di pace ... Ciò che sembrava senza significato acquista senso e valore».(230)
Quando tale «scacco» si consuma nella vita di una
persona, in questa ora decisiva della sua esistenza, la testimonianza di
fede e di speranza in Cristo dell'operatore sanitario ha un ruolo determinante.
Dischiude infatti nuovi orizzonti di senso, ossia di risurrezione e di vita,
a chi vede chiudersi le prospettive dell'esistenza terrena.
«Al di sopra di tutti i conforti umani, nessuno può
trascurare di vedere l'aiuto enorme dato ai morenti e alle loro famiglie dalla
fede in Dio e dalla speranza in un vita eterna».(231) Realizzare una presenza
di fede e di speranza è per medici e infermieri la più alta forma
di umanizzazione del morire. È più che alleviare una sofferenza.
Significa adoperarsi con le proprie cure «rendere facile al malato il
venire a Dio».(232)
Morire con dignità
119. Il diritto alla vita si precisa nel malato
terminale come «diritto a morire in tutta serenità, con dignità
umana e cristiana».(233)
Questo non può designare il potere di procurarsi o farsi
procurare la morte, ma di vivere umanamente e cristianamente la morte e non
rifuggirla «ad ogni costo». Questo diritto è venuto emergendo
alla coscienza esplicita dell'uomo d'oggi per proteggerlo, nel momento della
morte, da «un tecnicismo che rischia di divenire abusivo».(234)
La medicina odierna dispone infatti di mezzi in grado di ritardare
artificialmente la morte, senza che il paziente riceva un reale beneficio. È
semplicemente mantenuto in vita o si riesce solo a protrargli di qualche tempo
la vita, a prezzo di ulteriori e dure sofferenze. Si determina in tal caso il
cosiddeto «accanimento terapeutico», consiste «nel uso di
mezzi particolarmente sfibranti e pesanti per il malato, condannandolo di fatto
ad un'agonia prolungata artificialmente».(235)
Ciò contrasta con la dignità del morente e con
il compito morale di accettare la morte e lasciare da ultimo che essa faccia
il suo corso. «La morte è un inevitabile fatto della vita umana»:(236)
non la si può ritardare inutilmente, rifuggendola con ogni mezzo.(237)
120. Consapevole di non essere «né
il signore della vita, né il conquistatore della morte», l'operatore
sanitario, nella valutazione dei mezzi, «deve fare le opportune scelte,
cioè rapportarsi al paziente e lasciarsi determinare dalle sue reali
condizioni».(238)
Egli applica qui il principio -già enunciato- della
«proporzionalità nelle cure», il quale viene così
a precisarsi: «Nell'imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi
usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti
che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza
tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi. Perciò
il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza
ad una persona in pericolo».(239)
L'alimentazione e l'idratazione, anche artificialmente amministrate,
rientrano tra le cure normali dovute sempre all'ammalato quando non risultino
gravose per lui: la loro indebita sospensione può avere il significato
di vera e propria eutanasia.
121. Per il medico e i suoi collaboratori
non si tratta di decidere della vita o della morte di un individuo. Si tratta
semplicemente di essere medico, ossia d'interrogarsi e decidere in scienza e
coscienza, la cura rispettosa del vivere e morire dell'ammalato a lui affidato.
Questa responsabilità non esige il ricorso sempre e comunque ad ogni
mezzo. Può anche richiedere di rinunciare a dei mezzi, per una serena
e cristiana accettazione della morte inerente alla vita. Può anche voler
dire il rispetto della volontà dell'ammalato che rifiutasse l'impiego
di taluni mezzi.(240)
L'uso degli analgesici nei malati terminali
122. Tra le cure da somministrare all'ammalato
terminale vanno annoverate quelle analgesiche. Queste, favorendo un decorso
meno drammatico, concorrono all'umanizzazione e all'accettazione del morire.(241)
Ciò però, non costituisce una norma generale
di comportamento.(242) Non si può infatti imporre a tutti un «comportamento
eroico».(243) E poi molte volte «il dolore diminuisce la forza morale»
nella persona:(244) le sofferenze «aggravano lo stato di debolezza e di
esaurimento fisico, ostacolano lo slancio dell'anima e lograno le forze morali
invece di sostenerle. Invece la soppressione del dolore procura una distensione
organica e psochica, facilita la preghiera e rende possibile un più generoso
dono di sé».(245)
«La prudenza umana e cristiana suggerisce per la maggior
parte degli ammalati l'uso dei medicinali che siano atti a lenire o sopprimere
il dolore, anche se ne possano derivare torpore o minore lucidità. Quanto
a coloro che non sono in grado di esprimersi, si potrà ragionevolmente
presumere che desiderino prendere tali calmanti e somministrarli loro secondo
i consigli del medico».(246)
L'uso degli analgesici per i morenti non è comunque
esente da difficoltà.
(123) Anzitutto il loro impiego può avere come effetto,
oltre l'alleviamento del dolore, anche l'anticipazione della morte.
Quando «motivi proporzionati» lo esigono, «è
permesso utilizzare con moderazione narcotici che ne allevieranno le sofferenze,
ma porteranno anche a una morte più rapida».(247) In tal caso «la
morte non è voluta o ricercata in alcun modo, benché se ne corra
il rischio per una ragionevole causa: si intende semplicemente lenire il dolore
in maniera efficace, usando allo scopo quegli analgesici di cui la medicina
dispone».(248)
124. Si dà inoltre l'eventualità
di causare con gli analgesici la soppressione della coscienza nel morente.
Tale impiego merita una particolare considerazione.(249)
«Non bisogna, senza gravi ragioni, privare della coscienza
il morente».(250) A volte il ricorso sistematico a narcotici che riducono
all'incoscienza il malato cela il desiderio, spesso inconscio degli operatori
sanitari de non mantenere una relazione col morente. Così non si cerca
tanto di alleviare la sofferenza del malato, ma piuttosto il disagio dei circostanti.
Si priva il morente della possibilità di «vivere la propria morte»,
sprofondandolo in una incoscienza idegna di essere umano.(251) È per
questo che la somministrazione di narcotici al solo scopo di evitare al morente
una fine cosciente è «una pratica veramente deplorevole».(252)
Diverso è il caso di una seria indicazione clinica all'uso
di analgesici soppressivi della coscienza, come in presenza di dolori violenti
e insopportabili. Allora l'anestesia può dirsi lecita, ma a delle condizioni
previe: che il morente abbia soddisfatto o potrà ancora soddisfare i
suoi doveri morali, familiari e religiosi.(253)
La verità al morente
125. La verità della diagnosi e della
prognosi da dire al morente, è più in generale a quanti sono colpiti
da un male incurabile, pone un problema di comunicazione.
La prospettiva della morte rende difficile e dramatica la notificazione,
ma non esime dalla veracità. La comunicazione tra il morente
e i suoi asistenti non può stabilire nella finzione. Questa non costituisce
mai una possibilità umana per il morente e non contribuisce all'umanizzazione
del morire.
C'è un diritto della persona ad essere informata
sul proprio stato di vita. Questo diritto non viene meno in presenza di
una diagnosi e prognosi di malattia che porta alla morte, ma trova ulteriori
motivazioni.
A Tale informazione infatti sono connesse importanti e indelegabili
responsabilità. Vi sono responsabilità legate alle terapie da
eseguire col consenso informato del paziente.
L'avvicinarsi della morte porta con sé la responsabilità
di compiere determinati doveri riguardanti i propri rapporti con la famiglia,
la sistemazione di eventuali questioni professionali, la risoluzione di pendenze
verso terzi. Per un credente l'aprossimarsi della morte esige la disposizione
a determinati atti posti con piena consapevolezza, soprattutto l'incontro riconciliatore
con Dio nel sacramento della Penitenza.
Non si può abbandonare all'incoscienza la persona nell'«ora»
decisiva della sua vita, sottraendola a se stessa e alle sue ultime e più
importanti decisioni. «La morte raprresenta un momento troppo essenziale
perché la sua prospettiva venga evitata».(254)
126. Il dovere della verità all'ammalato
terminale esige nel personale sanitario discernimento e tatto umano.
Non può consistere in una comunicazione distaccata e
indifferente della diagnosi e relativa prognosi. La verità non va sottaciuta
ma non va neppure semplicemente notificata nella sua nuda e cruda realtà.
Essa va detta sulla lunghezza d'onda dell'amore e della carità, chiamando
a sintonizzare in questa comunione tutti coloro che assistono a vario titolo
l'ammalato.
Si tratta di stabilire con lui quel rapporto di fiducia, accoglienza
e dialogo che sa trovare i momenti e le parole. C'è un dire che sa discernere
e rispettare i tempi dell'amalato, ritmandosi ad essi. C'è un parlare
che sa cogliere le sue domande ed anche suscitarle per indirizzarle gradualmente
alla conoscenza del suo stato di vita. Chi cerca di essere presente all'ammalato
e sensibile alla sua sorte sa trovare le parole e le risposte che consentono
di comunicare nella verità e nella carità: «facendo la verità
nella carità» (Ef 4,15).
127. «Ogni singolo caso ha le sue esigenze,
in funzione della sensibilità e delle capacità di ciascuno, delle
relazioni col malato e del suo stato; in previsione di sue eventuali reazioni
(ribellione, depressione, rassegnazione, ecc.), ci si preparerà ad affrontarle
con calma e con tatto». (225) L'importante non consiste nell'esattezza
di ciò che si dice, ma nella relazione solidale con l'ammalato. Non si
trata solo di trasmettere dati clinici, ma di comunicare significati.
In questa relazione la prospettiva della morte non si presenta
come ineluttabile e perde il suo potere angosciante: il paziente non si sente
abbandonato e condannato alla morte. La verità che gli viene così
comunicata non lo chiude alla speranza, perché lo fa sentire vivo in
una relazione di condivisione e di comunione. Egli non è solo
con il suo male: si sente compreso nella verità, riconciliato con sé
e con gli altri. Egli è se stesso come persona. La sua vita, malgrado
tutto, ha un senso, e si dispiega in un orizzonte di significato inverante e
trascendente il morire.
Il momento della morte
128. L'impiego di tecnologie rianimative e
il bisogno di organi vitali per la chirurgia dei trapianti pongono in modo nuovo
il problema della diagnosi dello stato di morte.
La morte è vista e provata dall'uomo come una decomposizione,
una dissoluzione, una rottura.(256) «Sopravviene quando il principio spirituale
che presiede all'unità dell individuo non può più esercitare
le sue funzioni sull'organismo e nell'organismo i cui elementi lasciati a se
stessi, si dissociano. Certo, questa distruzione non colpisce l'essere umano
intero. La fede cristiana -e non solo essa- afferma la persistenza, oltre la |