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Ai docenti dell'università di Bologna,
a San Domenico, 18 aprile 1982
La Chiesa e luniversità hanno in comune
la passione per la ricerca della verità, in particolare la verità
sulluomo Le origini cristiane dellistituzione
universitaria Unidea di università: autonomia, interdisciplinarità
e unità del sapere.
Illustri Signori!
1. È con viva gioia che mi incontro stamani con voi, membri del Corpo Accademico
dell'Università di Bologna, nei quali riconosco ed onoro gli eredi della tradizione
universitaria più antica del mondo. La mia gioia è accresciuta dalla presenza dei
Rettori e dei Professori delle altre Sedi universitarie della Regione [
] Non si può
pensare a Bologna, senza per ciò stesso evocare il ruolo caratterizzante in essa svolto,
nell'arco di nove secoli, dall'Alma Mater, il cui valore come centro di studi ne ha
diffuso la fama tanto al di là delle sue mura da richiamare numerosi e valorosi studenti
e docenti di ogni nazione, manifestando così la perenne dimensione universale di ogni
genuina ricerca del vero. E al modello di questa singolare Universitas, comunità
di docenti e studenti uniti nell'arte di chi insegna e di chi impara, si sono ispirati in
seguito tanti altri atenei, a conferma della validità della scelta culturale compiuta
nove secoli fa a Bologna. Quale glorioso passato è dunque quello di cui è erede la vita
universitaria di questa città! Ma tale fatto è responsabilità per il futuro, e voi che
vi trovate, oggi, direttamente a confronto con i grandi problemi dell'università moderna,
dovete fare appello agli alti valori della vostra tradizione per incarnarli, con rinnovata
creatività, in una situazione mutata.
2. Mi si domanderà forse a qual titolo io, rappresentante della Chiesa, mi rivolga
oggi a voi con partecipazione così intensa per quelli che sono i vostri compiti
specifici. Mi si domanderà se ho, per così dire, il diritto di entrare nel campo delle
vostre responsabilità. Vi sono ragioni diverse che mi spingono a farlo. C'è anzitutto
una ragione storica: la Chiesa può affermare di essere stata spesso all'origine
dell'istituzione universitaria, con le sue scuole teologiche e giuridiche.
C'è forse anche, permettetemi, una ragione personale, poiché ho dedicato, come
sapete, parte non piccola del mio impegno passato all'insegnamento universitario, così da
sentirmi veramente onorato di essere vostro collega. Ma c'è una ragione più profonda ed
universale: ed è la comune passione, vostra e della Chiesa, per la verità e per l'uomo;
meglio ancora: per la verità dell'uomo. Come ho già avuto occasione di dire rivolgendomi
alla Conferenza Generale dell'Unesco, l'Università è uno, forse il principale, di quei
«banchi di lavoro, presso i quali la vocazione dell'uomo alla conoscenza, come
pure il legame costitutivo dell'umanità con la verità come fine della conoscenza,
diventano una realtà quotidiana, diventano, in certo senso, il pane quotidiano di tanti
maestri, venerati corifei della scienza, e, attorno a loro, dei giovani ricercatori dediti
alla scienza e alle sue applicazioni, come pure della moltitudine degli studenti che
frequentano questi centri della scienza e della conoscenza. Noi ci troviamo qui sui
gradini più alti della scala che l'uomo, fin dal principio, sale verso la conoscenza
della realtà del mondo che lo circonda, e verso quella dei misteri della sua
umanità» (Discorso all'Unesco, 2.6.1980, n. 19; Insegnamenti,
III,1 (1980), pp. 1636-1655). Ora, se quest'uomo, nella piena verità del suo essere
personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale, è la prima e fondamentale via
che la Chiesa deve percorrere nel compimento della missione affidatale da Cristo (cfr. Redemptor
hominis, 14), voi comprenderete perché la vostra quotidiana avventura sulle vie del
sapere non può essere ad essa indifferente. Infatti, se la risposta ultima alla nostra
perenne domanda: Chi è l'uomo? noi l'attendiamo da Cristo, l'Uomo nuovo, crocifisso e
risorto, questa stessa domanda noi la rivolgiamo anche a voi, perché quanto andate
faticosamente conquistando ci interessa, ci è vitalmente necessario. La nostra, infatti,
è una fides quaerens intellectum, una fede che esige di essere pensata e come
sposata dall'intelligenza dell'uomo, di quest'uomo storico concreto. Saremmo dunque
infedeli alla nostra stessa missione se pensassimo di poterci esimere da un confronto che
è il vostro compito quotidiano. Come ci hanno insegnato le dolorose esperienze storiche
del mancato dialogo tra fede e scienza, troppo grande sarebbe il danno se la Chiesa
pronunciasse risposte che non incontrano più le domande che oggi si pone l'uomo nella sua
consapevole salita lungo la scala della verità.
La Chiesa è dunque solidale con l'Università e con i suoi problemi, perché sa di
avere bisogno dell'università stessa, affinché la sua fede possa incarnarsi e divenire
cultura; e perché la Chiesa afferma che la ricerca della verità fa parte della vocazione
stessa dell'uomo, creato da Dio a sua immagine.
3. Ma se quanto ho detto può riferirsi più generalmente al rapporto fra fede e
scienza, fede e cultura, desidero ora riferirlo più specificamente al rapporto fra Chiesa
e Università. L'Università si trova oggi infatti, in Italia e in molti altri Paesi del
mondo, al centro di alcune tensioni che la sfidano nelle sue ragioni d'essere più
profonde e la pongono, a novecento anni dal suo nascere, ancora una volta alla ricerca
della sua identità. La prima di tali tensioni è quella fra la specializzazione delle
diverse discipline e l'idea dell'universalità del sapere. Il Concilio Vaticano II ha
osservato: «Oggi vi è più difficoltà di un tempo nel ridurre a sintesi le
varie discipline del sapere e le arti. Mentre infatti aumenta il volume e la diversità
degli elementi che costituiscono la cultura, diminuisce nello stesso tempo la capacità
per i singoli uomini di percepirli e di organizzarli organicamente, cosicché l'immagine
dell'uomo universale diviene sempre più evanescente» (Gaudium et spes,
61). Ora, è proprio caratteristica dell'università, a differenza di altri centri di
studio e di ricerca, coltivare una conoscenza universale, non nel senso che essa debba
ospitare il ventaglio completo di tutte le discipline, ma nel senso che in essa ogni
scienza dev'essere coltivata in spirito di universalità, cioè con la consapevolezza che
ognuna, seppure diversa, è così legata alle altre che non è possibile insegnarla al di
fuori del contesto, almeno intenzionale, di tutte le altre. Chiudersi è condannarsi,
prima o dopo, alla sterilità, è rischiare di scambiare per norma della verità totale un
metodo affinato per analizzare e cogliere una sezione particolare della realtà. Perciò
la visione della verità che l'uomo moderno attinge attraverso l'avventurosa fatica della
ragione non può essere che dinamica e dialogica. Poiché la ragione può cogliere
l'unità che lega il mondo e la verità alla loro origine solo all'interno di modi
parziali di conoscenza, ogni singola scienza - comprese la filosofia e la teologia -
rimane un tentativo limitato che può cogliere l'unità complessa della verità unicamente
nella diversità, vale a dire all'interno di un intreccio di saperi aperti e complementari
(cfr. Discorso ai professori e alunni nella Cattedrale di Colonia, 15.11.1980, n.
2; Insegnamenti, III,2 (1980), pp. 1201-1211).
Ma un modo così vivo e perennemente vigile di incarnare l'ideale dell'universalità
nella conoscenza può realizzarsi solo in una Università che sia realmente una comunità
di ricerca, un luogo di incontro e di confronto spirituale in umiltà e coraggio, dove gli
uomini che amano la conoscenza imparano a rispettarsi, a consultarsi, creando un clima
culturale e umano che è lontano tanto dalla specializzazione chiusa ed esasperata, quanto
dalla genericità e dal relativismo. I punti di vista parziali si potranno fondere non
perché costretti entro un disegno predeterminato, ma perché il vicendevole ascolto e
l'assidua frequentazione ne lasceranno intravedere la complementarietà.
4. Una seconda tensione deriva dal ruolo sempre più determinante assunto dalla ricerca
scientifica nel mondo di oggi, cosicché essa è oggetto di specifico interesse da parte
di chi detiene il potere politico ed economico. Nasce perciò l'interrogativo, anche
questo fondamentale per l'Università, del rapporto fra il potere pubblico e la sua
politica culturale, o altri poteri presenti nella società, e l'autonoma iniziativa delle
istituzioni universitarie. Ora, la comunità universitaria dovrà, certamente, sentire
responsabilmente le attese della società civile che la circonda; è finito, infatti, il
tempo in cui l'Università si poteva concepire quasi come società chiusa in sé. Tali
attese concernono sia gli obiettivi delle ricerche affrontate, sia la preparazione degli
studenti affinché possano esercitare adeguatamente una professione nella società. E
tuttavia mi sembra doveroso affermare ancora una volta il principio della relativa
autonomia dell'istituzione universitaria come garanzia della libertà della ricerca. La
libertà, infatti, è da sempre condizione essenziale per lo sviluppo di una scienza che
conservi la sua intima dignità di ricerca del vero e non venga ridotta a pura funzione,
asservita a strumento di un'ideologia, al soddisfacimento esclusivo di fini immediati, di
bisogni sociali materiali o di interessi economici, di visuali del sapere umano unicamente
ispirate a criteri unilaterali o parziali, propri di interpretazioni tendenziose, e, per
ciò stesso, incomplete della realtà. La scienza tanto più efficacemente può influire
sulla prassi quanto più è libera per la verità! La scienza è infatti visione totale
dell'uomo e della sua storia, è armonia di sintesi unitaria tra le realtà contingenti e
la Verità eterna. Come ha detto il Concilio Vaticano II, «la cultura deve
mirare alla perfezione integrale della persona umana, al bene della comunità e di tutta
la società umana. perciò è necessario coltivare lo spirito in modo che si sviluppino le
facoltà dell'ammirazione, dell'intuizione, della contemplazione, e si diventi capaci di
formarsi un giudizio personale, di coltivare il senso religioso, morale e sociale. Infatti
la cultura, scaturendo dalla natura ragionevole e sociale dell'uomo, ha un incessante
bisogno della giusta libertà per svilupparsi e le si deve riconoscere la legittima
possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi» (Gaudium et
spes, 59).
Pertanto, un'interpretazione della scienza e della cultura, che volutamente ignori o
addirittura mortifichi l'essenza spirituale dell'uomo, la sua aspirazione alla pienezza
dell'essere, la sua sete di verità e di assoluto, gli interrogativi che egli si pone di
fronte agli enigmi del dolore e della morte, non può soddisfare le più profonde e
autentiche esigenze dell'uomo. Essa si esclude da sé dal regno del sapere, cioè dalla
sapienza, che è gusto di conoscenza, maturità dello spirito, anelito
di libertà vera, esercizio di criterio e discrezione. Pur nelle sue necessarie
specializzazioni, l'Università potrà perciò svolgere il suo ruolo essenziale nella
società solo se riuscirà ad armonizzarlo con un certo distacco critico nei riguardi del
sistema dei rapporti con le ideologie transitorie, anche se totalizzanti. La tutela del
libero spazio della cultura è uno dei segni più chiari della maturità di una società
civile, ma tocca anche alla stessa comunità universitaria dimostrarne in modo convincente
la necessità presentando il fascino di quell'umanesimo integrale che da sempre ne ispira
gli ideali e che certo risponde tuttora a tante attese segrete dei nostri contemporanei.
5. Devo infine soffermarmi ancora su un terzo e forse ancora più evidente aspetto dei
problemi dell'Università. L'accesso allargato alla cultura superiore, fenomeno certamente
positivo anche nella società italiana, ha investito le strutture delle vostre istituzioni
mettendole a dura prova, e ponendo problemi che riguardano non solo l'organizzazione ma
anche il livello e la natura stessa dell'insegnamento universitario ed il suo rapporto con
la ricerca scientifica.
Credo perciò necessario riaffermare con forza la dimensione comunitaria
dell'Università anche per quanto riguarda il rapporto fra docenti e discenti. Benché
questo sia reso oggi difficile per l'accresciuto numero degli studenti e per la scarsa
frequenza alle lezioni in diverse facoltà, l'incontro umano è imprescindibile per la
formazione della personalità e quindi perché l'Università continui ad essere in grado
di svolgere una missione educativa. L'esperienza insegna come le figure di veri Maestri
siano importanti per comunicare non solo il contenuto delle conoscenze e il metodo dello
studio, ma anche l'intima passione del vero, l'impegno morale che anima la ricerca.
A tal fine si richiede che i docenti siano essi stessi continuamente in ricerca. Chi
insegna ai giovani senza essere più capace di cercare è come chi vuole saziare la loro
sete attingendo acqua da una palude invece che alla sorgente. E si richiede allo stesso
tempo che i docenti si conservino sempre in atteggiamento di disponibile servizio: la
conoscenza non è stata data ad essi per essere conservata come possesso esclusivo o come
mezzo di prestigio personale, ma per essere condivisa e partecipata; ed è esperienza di
gioia profonda quella di chi, comunicando un bene spirituale come il sapere, vede che esso
non diminuisce né si esaurisce, ma si moltiplica, e guadagna sempre più in quella
semplicità e chiarezza che è segno della verità.
6. Certamente, ho dovuto limitarmi all'enunciazione di alcuni problemi fondamentali che
toccano le vostre preoccupazioni quotidiane e che si presentano come estremamente
complessi. Ma troppo grande è la tradizione e l'idea di cui voi siete eredi e troppo
grande è la posta in gioco per l'Università e la società in cui essa vive, perché
possiate fermarvi di fronte alle difficoltà. Voi oggi, con fantasia e coraggio, come i
costruttori delle antiche università, non potete rinunciare al compito di unire
dinamicamente ancora una volta, in modo nuovo e adeguato ai tempi moderni,
l'approfondimento delle diverse discipline e la tensione verso l'universalità del sapere,
l'autonomia necessaria alla libera ricerca e il servizio della società, la ricerca
personale e collettiva e l'insegnamento alle giovani generazioni.
In questo compito difficile la Chiesa intende essere presente e collaborare lealmente,
nel solo interesse dell'uomo. In passato Pontefici romani e altri insigni ecclesiastici si
sono segnalati per le loro benemerenze verso l'Ateneo bolognese; basti ricordare il nome
del grande Papa Lambertini e il supporto da lui dato al rinnovamento degli studi superiori
in questa città nel XVIII secolo. Oggi è la comunità ecclesiale nel suo insieme che,
nello spirito del Concilio Vaticano II, si sente corresponsabile della promozione dei
valori umani ed evangelici nella vita della vostra Università. Dall'impegno concreto per
l'accoglienza degli studenti provenienti da fuori città, alla animazione di centri e
luoghi di incontro e di dialogo culturale - come quello in cui ci troviamo in questo
momento presso l'antico convento domenicano -, vi è tutta una gamma di iniziative già
esistenti e possibili con cui la comunità cristiana può contribuire ad affrontare i
problemi dell'università. C'è soprattutto l'attiva presenza in atteggiamento di ricerca,
di dialogo e di testimonianza, dei cristiani, studenti e docenti, che operano
nell'Università stessa. Che il loro apporto sia una ricchezza all'interno della comunità
di ricerca che voi costituite, cosicché ogni intelligenza aperta riconosca che non è nel
vero interesse di nessuno che nelle fucine della cultura manchi il contributo di quella
tradizione cattolica che tanta parte ha avuto ed ha nella storia di questo Paese. E in
fondo, nel cuore stesso di quella dinamica che mira alla conoscenza universale e che
ispira il vostro lavoro, non nascono forse proprio oggi sempre più frequentemente domande
sul senso ultimo della vita e dell'operare umano? Non sono i giovani migliori, che vengono
a voi assetati di conoscere, ad interrogarvi sulla legittimità e sul fine della scienza,
sui valori morali e spirituali che permetteranno loro di credere nuovamente nella scienza,
nella ragione e nel suo buon uso? Se la fede cristiana è una fides quaerens
intellectum, l'intelletto umano è un intellectus quaerens fidem, un intelletto
che per ritrovare la retta fiducia in se stesso deve aprirsi fiducioso ad una verità più
grande di se stesso. Questa verità fatta umana, e quindi non più estranea ad ogni vero
umanesimo, è Gesù, il Cristo, la Parola della Verità eterna, che la Chiesa vi annuncia
come il suo ultimo contributo per raggiungere il vostro ideale: la conoscenza della
verità nella sua intera misura. |