JACQUES MONOD, Il caso e la necessità.
Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea,
Mondadori, Milano 1971. 
Giuseppe Tanzella-Nitti, Pontificia Università
della Santa Croce, Roma
Contenuto dellopera
Nato a Parigi nel 1910 e morto a Cannes nel 1976, Jacques Monod aveva vinto nel 1965 il
premio Nobel per la medicina e la fisiologia, insieme a F. Jacob e A. Lwoff, per gli studi
sul controllo genetico della sintesi degli enzimi nei batteri. Formatosi negli Stati Uniti
al California Institute of Technology, ricoprì dal 1959 la cattedra di biologia
allUniversità della Sorbona e dal 1971 diresse lIstituto Pasteur. Il suo
saggio intitolato Le hasard et la nécessité, pubblicato nel 1970 e subito
tradotto in diverse lingue, rappresenta senza dubbio uno dei libri degli ultimi decenni
che hanno maggiormente influito sul modo di pensare di molti studiosi interessati alle
questioni filosofiche suscitate dalle scienze, specie fra le giovani generazioni.
Lopera trasmette infatti una precisa visione filosofica della natura della
vita e del ruolo delluomo nelluniverso, proponendola come conclusione di un
itinerario che ripercorre le tappe salienti delle conoscenze biologiche e biochimiche
acquisite fino al termine degli anni Sessanta. Illustrative al riguardo le parole con cui
si conclude il libro, spesso citate anche da coloro che non conoscono per intero il suo
contenuto: «Lantica alleanza è infranta; luomo finalmente sa di
essere solo nellimmensità indifferente dellUniverso da cui è emerso per
caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo» (p.
143). Il successo dellopera va inoltre ascritto, a nostro avviso, al fatto che essa
intendeva fornire un fondamento scientifico ad una concezione antropologica che ben si
coniugava con il clima culturale della decade degli anni Settanta, desideroso di
distanziarsi da quelle visioni etiche e religiose che potevano avere
nellaffermazione di una posizione privilegiata delluomo e nel riconoscimento
di un finalismo in natura uno dei loro punti di forza. Tali visioni erano ritenute parte
di uneredità culturale che occorreva rimettere in discussione, favorendo nuove
concezioni in cui luomo dovesse considerarsi lunico responsabile di stabilire
la valenza etica del suo operato.
A prima vista, una conclusione del genere sembrerebbe andare al di là di quanto ci si
attenderebbe da un saggio divulgativo di biologia. È perciò necessario mostrare con
ordine su quali passi lA. intenda fondarla, valutandone la pertinenza e la
correttezza filosofica. Dalla lettura del libro gli ultimi due capitoli in modo
particolare è possibile individuare alcune delle fonti della visione filosofica
dellA. Possono rintracciarsi elementi tratti dal positivismo di Auguste Comte,
specie per quanto riguarda il ruolo della scienza come superamento della fase
mitico-religiosa dellumanità, e dallesistenzialismo ateo francese,
riconoscibile nei numerosi paralleli che si potrebbero stabilire con il pensiero di Jean
Paul Sartre. Monod pare inoltre seguire uninterpretazione evolutivo-sociale della
religione proposta da Durkheim, Lubbock e Frazer, comprendendola cioè come il risultato
della progressiva organizzazione umana, che termina col proiettare le esigenze e il
fondamento della vita morale in una concrezione dellidea di divinità. Sono anche
presenti elementi tratti dallantropologia psiconalitica di Freud. LA., infine,
mostra di accogliere lideale socialista quale orientamento da assumere per lo
sviluppo della comunità umana, seppure corretto e rivisto alla luce delle esperienze di
quelle nazioni che hanno conosciuto un comunismo realizzato.
Dal punto di vista strettamente scientifico il volume affronta
con chiarezza e buona veste didattica i principali temi della biologia
molecolare e della genetica, offrendone una visione dinsieme,
arricchita da quattro sintetiche appendici dedicate alla struttura
delle proteine e degli acidi nucleici, al codice genetico e al secondo
principio della termodinamica. Dal punto di vista filosofico occorre
segnalare che lA., diversamente da quanto indicato dal sottolitolo
dellopera, non offre una riflessione che possa qualificarsi
come una filosofia naturale della biologia, almeno secondo
quanto una ordinaria filosofia della natura associerebbe a questa
espressione. Le riflessioni proposte sono in realtà di ambito metodologico,
e secondariamente epistemologico, ma non paiono mai ascendere al
rango di una vera e propria filosofia della natura vivente,
cosa che avrebbe probabilmente richiesto delle competenze specifiche.
Nel secondo capitolo dellopera, intitolato Vitalismi
e animismi, Monod passa tuttavia in rapida rassegna alcuni
dei principali filosofi che hanno sviluppato una filosofia naturale
dei viventi, come Driesch, Bergson, Elsasser e Polanyi, ma anche
come Cartesio ed Engels, intendendo offrirne una valutazione critica.
Lultimo capitolo, dal titolo singolare Il Regno e le
tenebre, contiene il nucleo della specifica visione ideale
dellA., che assume qui il carattere di una libera espressione
di opinioni e convincimenti personali molti dei quali meritano
senza dubbio estrema attenzione piuttosto che quello di unanalisi
filosofica cogente. Che la tesi del saggio debba leggersi nellottica
di una proposta personale e non in quella di vera e propria filosofia
della natura, come invece avrebbe voluto il suo A., lo mostrano
a nostro avviso le questioni aperte che vengono lasciate cadere
senza essere riprese e un certo numero di aporie lasciate irrisolte.
La tesi centrale de Il caso e la necessità
Esponiamo subito la tesi centrale di Monod, seppur sinteticamente, riservandoci poi di
commentarla. Lopera si apre segnalando una contraddizione
epistemologica della biologia che reclama una soluzione (cfr. pp. 29-30): la
biologia si occupa di oggetti che mostrano una palese teleonomia (ovvero una certa
apparente progettualità nelle loro funzioni e processi, sia su scala molecolare sia su
scala organismica), mentre essa, quale disciplina scientifica, deve occuparsi dei viventi
con un metodo scientifico il quale, per definizione, deve attenersi a criteri di
oggettività e di impersonalità, eliminando qualsiasi ipotesi di carattere finalistico.
Nei viventi si riconosce la presenza di tre caratteristiche di base: oltre la teleonomia,
queste sono la morfogenesi autonoma (le forme assunte dal vivente dipendono dallo sviluppo
dei suoi processi interni ed autonomi e non da interventi esterni,
come avviene ad esempio nella costruzione di artefatti) e linvarianza riproduttiva
(cioè ogni vivente riproduce un essere uguale a se stesso, conservando quanto in esso è
stato scritto dal suo patrimonio genetico e dalla sua storia). La
teleonomia, che la filosofia e anche la religione accomunate in
modo singolare lungo tutto il libro sotto la dizione pensiero
animistico vorrebbero come qualcosa di primario nella descrizione del
mondo della vita, non è in realtà tale, perché nella natura del vivente la priorità
spetterebbe allinvarianza riproduttiva. Il paradosso della teleonomia verrebbe
risolto a livello genetico-microscopico, mostrando che la grande
varietà morfogenetica della biosfera, così come la progressiva gradualità delle forme
esistenti in natura, dipende da variazioni casuali nella trasmissione della codificazione
genetica, ovvero nella replicazione del DNA (cfr. pp. 95-96). Queste, a loro volta,
avranno più o meno possibilità di affermarsi con successo in base ai molteplici
meccanismi evolutivi che agiscono sui viventi (di cui la selezione naturale darwiniana è
solo uno). Lasciando irrisolto il perché ad avere successo siano proprio quelle
variazioni genetiche che contribuiscono alla coerenza dellapparato teleonomico del
vivente (cfr. pp. 100-102), se ne conclude che linvarianza riproduttiva,
trasportando di generazione in generazione il risultato del caso,
sempre arricchito di nuovi tentativi, resterebbe lunica causa
della progressiva differenziazione dei viventi. A determinarne lo sviluppo e la
progressiva complessificazione sarebbero ancora fattori o tentativi
casuali fattisi strada con successo Nellessere umano, ad
esempio, questi sono il sorgere della posizione eretta e del linguaggio (cfr. pp.
106-110). Il riconoscimento di questa logica nellevoluzione dei viventi
dimostrerebbe che non vi è alcun bisogno di interpretare la vita e lessere umano
come risultati di una qualsivoglia progettualità. La scienza, anche la biologia, possono
prescindere da ogni idea di finalismo mostrando alluomo quale sia il suo autentico
posto nelluniverso: un essere che deve costruire il suo futuro in base alle sue
conoscenze scientifiche, senza necessità di sentirsi vincolato da alcuna concezione etica
valoriale (cfr. pp. 136-141). In tal modo si può finalmente recuperare il criterio di
oggettività ed impersonalità come criterio guida al di là di ogni erroneo
antropocentrismo o antropomorfismo. Lunica etica valida è letica
della conoscenza (scientifica) ed ogni tentativo di imporre etiche di natura
diversa sarebbe un tornare allantica alleanza fra animismo e osservazione della
natura, fra sacralità delluomo e sacralità del cosmo. In realtà il destino
delluomo, un essere emerso dal caso, la cui natura si è conservata grazie
alla necessità dellinvarianza riproduttiva dei viventi, non è scritto in
alcun luogo: egli è solo e da solo deve costruire il suo futuro, senza dover rendere
conto ad altri delle sue azioni, se non a se stesso (cfr. p. 134). Aver giustificato la
teleonomia in termini di casualità e di eventi accidentali, consente allA. di
smentire quelle letture trascendenti dellevoluzione, che hanno
armonizzato losservazione scientifica di una progressiva complessificazione dei
viventi con laffremazione filosofica dellesistenza di un progetto di portata
cosmica, lentamente esplicitatosi nel tempo (H. Bergson, P. Teilhard de Chardin). Non è
adesso superfluo accostare la conclusione del libro di Monod (prima citata in apertura) ad
una nota pagina di Sartre: «Ora conosco la risposta: nulla. Dio non mi vede.
Vedi questo vuoto che sta al di sopra delle nostre teste? È Dio. Vedi quella fessura in
quella porta? È Dio. Vedi questo buco per terra? È ancora Dio. Dio è il Silenzio. Dio
è l'Assenza. Dio è la Solitudine degli uomini. Non c'ero che io, ho deciso da solo il
Male; da solo ho inventato il Bene. Sono io che ho barato. Io che, da solo, ho fatto i
miei miracoli, sono io oggi che mi accuso e io solo che posso assolvermi; io, l'uomo. Se
Dio esiste, l'uomo è nulla; se l'uomo esiste... Dio è morto» (J.P. Sartre, Il
diavolo e il buon Dio, Mondadori, Milano 1976, p. 162).
Una valutazione della effettiva coerenza filosofica delle tesi di Monod
potrebbe cominciare ricordando quanto lA. stesso enfatizza
proprio nel capitolo di apertura del suo saggio e che, ai fini della
nostra discussione, rappresenta già il suo punto focale. «La
pietra angolare del metodo scientifico è il postulato delloggettività
della Natura, vale a dire il rifiuto sistematico a considerare
la possibilità di pervenire ad una conoscenza vera mediante
qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali,
cioè di progetto [...]. Postulato puro, che non si potrà
mai dimostrare poiché, evidentemente, è impossibile concepire un
esperimento in grado di provare la non esistenza di un progetto,
di uno scopo perseguito, in un punto qualsiasi della Natura»
(pp. 29-30, corsivo dellA.). Sulla natura indimostrabile del
postulato di oggettività Monod manterrà una coerenza di fondo, fino
al termine dellopera; cosa peraltro in accordo con ogni filosofia
della conoscenza, secondo la quale tale postulato, probabilmente
formulato in modo leggermente diverso, rientrerebbe agevolmente
allinterno di quei princìpi primi indimostrabili di ambito
metafisico o comunque appartenenti al senso comune. Aspetto interessante
della frase sopra riportata è anche la sua seconda parte, ovvero
quando lA. parla dellanaloga indimostrabilità, mediante
osservazione empirica, della non esistenza di progettualità in natura,
vale a dire limpossibilità di una negazione del finalismo
qui inteso in senso forte da parte di una conoscenza
di carattere empirico. A questa seconda affermazione, senza dubbio
anchessa corretta, LA. non presterà però più fede, inspiegabilmente,
lungo il resto dellopera. Il suo ultimo capitolo ne rappresenta
in fondo la negazione programmatica: ovvero voler fondare il rifiuto
dellammissibilità di un finalismo in natura sulla base di
argomenti di tipo scientifico ed empirico. Ma le argomentazioni
conclusive de Il Regno e le tenebre resteranno espressione
di una personale visione filosofica senza ascendere mai al piano
di una vera e propria filosofia della natura costruita accuratamente
sul dato scientifico, o comunque concettualmente legata ad esso.
Chiarimento filosofico sulle nozioni
impiegate dallautore
Vale quindi la pena soffermarsi su due temi centrali, per valutare in quale misura
lanalisi di Monod sia filosoficamente significativa oppure no: a) la nozione di
finalità in filosofia della natura e la sua riconoscibilità in ambito empirico; b) la
nozione di caso nei suo rapporti con la nozione di causa, distinguendo due diversi ambiti,
uno gnoseologico ed uno ontologico, in cui il concetto di caso può essere impiegato.
Nella nozione di finalità vanno riconosciuti almeno tre livelli: lesistenza di
regolarità o forme ritenute non casuali, la presenza di una teleologia quale semplice
finalismo funzionale, ed infine lidea di finalità in senso forte, come rimando ad
un progetto, ovvero ad unintelligenza intenzionale. Le prime due appartengono alla
nozione di finalità in senso debole o indiretto; la terza, vi appartiene invece in senso
forte. Le prime due sono oggetto di osservazione e di deduzione empirica, la terza non
può mai esserlo. La completa spiegazione scientifica del motivo di regolarità e di
teleonomie senza dover ricorrrere necessariamente a principi finalistici
esterni, non equivale ad aver risolto o meno la
necessità del ricorso ad una causa di carattere intenzionale che trascenda
luniverso (ovvero che sia esterna ad esso). Che il mondo risponda o meno ad un
progetto è unaffermazione metafisica, non scientifica: essa coinvolge il terzo
livello di causalità e pertanto non può essere vista con gli occhi
del solo metodo empirico. Per questo motivo, la tesi di Monod di voler dedurre
lassenza di ogni finalità in natura partendo da osservazioni scientifiche, non è
corretta. In tempi a noi più vicini, questioni analoghe sono sorti dalle scienze circa le
possibili interpretazioni filosofiche del Principio Antropico o circa il riconoscimento di
un Disegno Intelligente presente in natura. Qui il problema è in certo modo opposto a
quello di Monod: neanche in queso caso losservazione di coerenze numeriche,
regolarità e teleonomie, può far dedurre sul piano scientifico lesistenza di una
causa intenzionale che abbia progettato luniverso per la vita o per luomo. Se
questa deduzione avviene, ciò è dovuto ad un giudizio di natura filosofica che trascende
i dati empirici, i quali, tuttavia, possono essere o non essere in consonanza con tale
deduzione.
Diversa questione che menzioniamo qui solo per completezza è quella
della pertinenza dellimpiego di princìpi teleonomici nelle scienze. Se Monod pare
rifiutare il ricorso a tale impiego, risolvendo il paradosso epistemologico
della biologia in favore della priorità dellinvarianza riproduttiva sulla
teleonomia, è anche vero che numerose discipline hanno impiegato con successo tali
princìpi. Impiegato con successo vuol dire la possibilità di
formulare predizioni scientifiche corrette a partire da essi. Princìpi teleonomici
vengono abitualmente impiegati in meccanica razionale (principio di minima azione,
princìpi variazionali), in fisica (leggi di conservazione), in specie in termodinamica (i
primi due princìpi: conservazione dellenergia e crescita dellentropia), in
chimica (principio di Pauli, simmetrie nella formazione dei cristalli e delle
macromolecole), nelle scienze della terra (omeostasi e princìpi conservativi della
biosfera), e soprattutto in biologia, quando si considera tutto ciò che può essere più
facilmente spiegato partendo dallaffermazione di unautonomia morfogenetica del
vivente, che tende a conservare e a riprodurre le sue funzioni anche in presenza di agenti
che possano ostacolarle. Alcuni autori hanno suggerito una certa operatività di principi
teleonomici anche in cosmologia, mettendo in luce la capacità predittiva (e dunque
scientificamente pertinente) del Principio Antropico per spiegare lesistenza, poi
verificata, di particolari condizioni fisiche o chimiche esistenti nel cosmo.
Se lopera di Monod non affronta il tema della finalità in modo
epistemologicamente completo, fornisce invece alcune precisazioni circa la modalità di
impiego del termine caso (cfr. pp. 96-97). Egli insiste sullidea
che la casualità con cui si danno errori nella replicazione del messaggio genetico, con
le conseguenze funzionali che ne derivano, sia dovuta a sequenze totalmente indipendenti
di fenomeni, cioè a coincidenze assolute, e non alla semplice
indeterminazione operativa di alcuni fenomeni, cioè ad una nostra incapacità pratica di
seguirne lo sviluppo nello spazio e nel tempo. LA. pare voler attribuire al primo
modo di intendere il termine caso (ad es. luscita di un certo numero al gioco della roulette)
una casualità di tipo gnoseologico, e al secondo modo (ad es. lincidente fortuito
di chi viene colpito da un oggetto sfuggito involontariamente da un altro) una casualità
di tipo essenziale. Il termine «essenziale» (che
è quello impiegato da Monod), viene poi utilizzato implicitamente dallA., lungo
tutta la sua discussione, con il significato di casualità ontologica (lo si deduce
facilmente dai contenuti della discussione, sebbene tale aggettivo non venga impiegato
direttamente). Ecco le sue parole: «soltanto il caso è allorigine
di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, la libertà
assoluta ma cieca, è alla radice del prodigioso edificio dellevoluzione: oggi
questa nozione centrale della Biiologia non è più unipotesi fra le molte possibili
o per lo meno concepibili, ma è la sola concepibile in quanto è lunica
compatibile con la realtà quale ce la mostrano losservazione e
lesperienza» (pp. 95-96). Laffermazione di principio di una
casualità ontologica (intesa come assenza radicale di fine) dopo essere stata applicata
alla morfologia evolutiva dei viventi generalmente intesi, viene progressivamente
applicata alla persona umana, e infine alluniverso stesso nel suo insieme. Non
avrebbe cioè alcun significato chiedersi quale sia il senso della vita umana e il senso
delluniverso (indifferente) in cui essa è apparsa (per caso).
In realtà, la nozione di casualità essenziale sottolineata da
Monod, nozione dalla quale egli intende derivare conseguenze in ambito ontologico, sul
piano strettamente scientifico (che è quello entro il quale lA. desidera porsi) è
ancora una causalità di tipo gnoseologico. Nel descrivere il meccanismo casuale delle
mutazioni genetiche, egli parla infatti di «un avvenimento essenzialmente
imprevedibile per la sua stessa natura» (p. 97). Ma, osserviamo, una casualità
di tipo gnoseologico non può essere lecitamente impiegata per dedurne una casualità di
tipo ontologico, ovvero lassenza radicale di una causa. Può essere utile ricordare
in proposito che già Aristotele chiariva che il caso nel secondo significato
attribuito da Monod (quello di un evento assolutamente fortuito) doveva
anchesso essere considerato una causa seppure per accidens
(cfr. Fisica, libro II, capp. 4-5). A volte si tradisce una interpretazione
meccanicista della causalità, nella quale il caso diviene un primo passo per negare la
causalità e, di qui, la finalità. In realtà la causa in senso forte (metafisico) è
piuttosto quello che fa essere qualcosa e lo fa essere in un certo
modo, e non semplicemente quella che determina in modo più o meno prevedibile
laccadere di un fenomeno.
Se il determinismo in fisica o la teleonomia in biologia appaiono strettamente legati
ad una descrizione causale dei fenomeni osservati, viceversa lindeterminismo o la
pura accidentalità, nelle diverse forme in cui essi si manifestano, introducono un
elemento non controllabile (impredicibile o imprevedibile), la cui origine è considerata
dallo scienziato di natura casuale. Dal punto di vista di principio, tuttavia, è ben
diverso imputare la casualità ad una ragione pratica, legata ai limiti conoscitivi
dellosservatore, piuttosto che ad una motivazione teorica, di principio, che è
inscritta nella natura delle cose. Filosoficamente parlando il caso,
nel senso forte del termine, è solo quello che deriva da una tale motivazione di
principio. È questo il motivo per cui una conseguenzialità fra nozione gnoseologica e
nozione ontologica di caso non può essere tratta né dalle scienze, né dalla filosofia
della natura, ma può essere solo espressione dellaffermazione idealista del caso
come spiegazione ultima e radicale del perché dellessere e della natura delle cose.
Siamo dunque di fronte ad un posizione filosofica postulata, come lo furono ad
esempio quelle di Democrito o del materialismo dialettico. Posizione che appare però in
certo modo contraddittoria per la definizione stessa del caso, che per
verificarsi presuppone lesistenza di altre cause (indirette) che lo precedono e i
cui effetti si trovano ad essere accidentalmente concomitanti. Il caso non può prendere
il posto della causalità, se richiede altre cause per poter risultare come concomitanza
dei loro effetti: se mai la presuppone. In senso ancor più radicale, porre il caso come
spiegazione ontologica globale dellessere delle cose, negando la presenza di
qualsivoglia intenzionalità progettuale (in senso forte) nel cosmo, deve assumersi
lonere di dar ragione del problema della contingenza (perché luniverso
esiste) e della sua specificità formale (perché esiste con le proprietà che ha e non
con altre).
Se luniverso, lorigine della vita e la vita umana stessa, hanno la loro
ragione ultima, ontologica e fondante, in un Dio creatore, lesistenza e la
progettualità di cui Egli è Autore e Causa non possono essere negate da unanalisi
realizzata in ambito empirico. Nel caso della vita umana il cui significato
riassume in certo senso quello dellapparizioone della vita e della venuta in essere
del cosmo tale dipendenza da un Creatore, dipendenza che trascende lordine
della conoscenza scientifica, è manifestata dalla percezione del proprio io personale di
fronte a Qualcuno che di tale io ne possiede il motivo ultimo. Anche se lanalisi
scientifica fosse in grado di ricostruire sorprendentemente tutti i passaggi che hanno
condotto levoluzione del cosmo e della vita dai suoi inizi remoti fino
allapparizione delluomo sulla terra, includendo la fortuità e il caso come
parte di quei passaggi attraverso cui levoluzione ha dovuto
farsi strada, questa ricostruzione non risponderebbe al perché più importante: perché
nelluniverso ci sono io.
Ultetriori elementi di orientamento alla lettura dellopera
Una volta chiarito in qual modo valutare la tesi centrale dellopera di Monod,
segnaliamo alcuni elementi che possono guidarne la lettura in modo accorto ed equilibrato.
Fra questi va menzionato in primo luogo la capacità dellA. di offrire al
lettore, sebbene alla luce delle conoscenze scientifiche della fine degli anni Sessanta,
una visione totalizzante e onnicomprensiva della vita, fino alla comparsa della vita
umana. Tale caratteristica, comune a diversi altri saggi di alta divulgazione scientifica,
giustifica ancora il suo successo, perché intende proporre tesi che diano risposte di
ambito globale. Così facendo, lA. si vede inconsapevolmente spinto a legare fra
loro i diversi dati scientifici, di per sé incompleti, con una ricostruzione ideale che
ne mostri la coerenza e la continuità, facendo talvolta ricorso a ricostruzioni
personali, in certo modo inevitabili in presentazioni che appartengono a questo genere
bibliografico. Può sorprendere, in tal senso, la spiegazione con cui Monod suggerisce che
i vertebrati tetrapodi, dagli anfibi fino ai mammiferi, traggano la loro
«origine dal fatto che un pesce primitivo scelse di andare
ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in
modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la
pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei
tetrapodi» (p. 105). Simili ricostruzioni vengono riproposte in altri luoghi
dellopera. Come ad esempio nella descrizione dellevoluzione della specie umana
a partire dalle scimmie antropomorfe, o a proposito del genocidio di cui sarebbe stato
vittima luomo di Neandertal da parte dellhomo sapiens. Sebbene ogni
ricostruzione storica, in mancanza di fatti puntuali, sia inevitabilmente guidata dalla
specifica visione e sensibilità di un autore, il lettore distinguerà facilmente quali
elementi della descrizione appartengano alla visione filosofica di Monod e quali, invece,
siano dettati dalla semplice analisi dei dati a disposizione.
Un secondo elemento riguarda il modo con cui Monod si riferisce alla tradizione
religiosa ebraico-cristiana. In questo occorre segnalare che la visione dellA. non
si accorda né con la storiografia né con la tradizione filosofica acquisita dalla
cultura occidentale. Si sostiene ad esempio una opposizione congenita fra tale religione e
la ragione scientifica, attribuendo ad essa i caratteri delle religioni animiste,
impegnate a vedere scopi e finalità in ogni angolo della natura, laddove la scienza
avrebbe invece progressivamente portato la luce della vera conoscenza. Lanimismo
cesserebbe con Galileo e con Descartes, fondatori del metodo scientifico (cfr. pp.
136-137). Secondo lA. lorigine totalmente immanente ed umana della religione
cristiana può essere facilmente spiegata ricorrendo alle moderne conoscenze della storia
delle religioni e della psicologia dellinconscio. Lansia esistenziale, la
coscienza morale di fronte ad unidea di bene e di male, possono essere considerate
sottoprodotti dellevoluzione biologica, inutili paure dalle quali la conoscenza
scientifica avrà il compito di liberare lumanità. Non viene negata la vita
spirituale delluomo se con questo termine si indica la semplice osservazione
scientifica di operazioni umane che coinvolgono lambito dellarte, della
filosofia, della politica ma questa vita e queste operazioni vengono interpretate
senza alcun riferimento alla presenza di una dimensione spirituale nella persona umana che
trascenda la materia. Si tratta di unimpostazione, come è facile notare, in parte
debitrice alla tradizione filosofica positivista e scientista, al materialismo, e
allesistenzialismo ateo, di cui vengono assunte le tesi tradizionali.
Una simile visione materialista viene coniugata dallA. con la presenza di un
positivo afflato verso la conoscenza, ovvero verso il progresso di
quelletica della conoscenza, lunica capace di liberare
luomo dalle sue paure e dai suoi errori, restituirgli la verità del suo ruolo nel
cosmo e permettergli di costruire il suo futuro. La posizione di Jacques Monod si
ricollega così così alla tesi centrale dellumanesimo ateo, impegnato ad attribuire
alla vita umana un senso ed una responsabilità che prescindano da un legame costitutivo
con Dio. Per motivare tale impegno, a differenza di quanto avveniva nellIdealismo,
non è più necessario che la storia venga elevata al rango di un Assoluto: essa può
restare mero accadimento o semplice gestione delleffimero. Una risposta compiuta al
saggio di Monod, specie alle riflessioni contenute nelle sue pagine finali, può essere
condotta solo mostrando limpossibilità di una vera affermazione dellumano
oltre il nichilismo, unaffermazione che voglia cioè superarlo conservandone però
intatte le istanze critiche nei confronti della trascendenza. La negazione di Dio non può
essere giustificata in nome di unetica umanistica, ma è vero piuttosto il
contrario, e cioè che il problema di dover giustificare unetica umana conduce
necessariamente a rivelare come sensato il problema di Dio. Luomo non potrà mai
cessare di interrrogarsi sul senso della sua vita, del dolore e della colpa, sul perché
della sofferenza dellinnocente (che il quadro evolutivo non fa scomparire, ma anzi
rafforza), sullorigine profonda della sua ansia verso la libertà e la giustizia. In
definitiva la partita per decidere se il valore della persona umana sia auto-fondante o
auto-trascendente, se la libertà umana sia un valore incondizionato oppure sia
condizionato a Qualcuno, è destinata a restare aperta e non può essere chiusa da alcuna
osservazione scientifica. Solo una libertà finita, ma aperta allinfinito, è
conforme ad unantropologia che non penalizzi lumano, ma gli dia compimento.
Giuseppe Tanzella-Nitti |