STEPHEN HAWKING, Dal big bang ai buchi
neri. Breve storia del tempo, Rizzoli, Milano 1988.
William R. Stoeger, Vatican Observatory
Research Group, Tucson (AZ)
Nonostante la sproporzionata pubblicità giornalistica e le discussioni che ha
provocato, il volume Dal Big bang ai Buchi Neri di Stephen Hawking
edito da Rizzoli (tit. or. inglese, A Brief History of Time, 1988) è un libro
quanto mai avvincente, provocatorio e scritto con competenza, che prende in esame la
comprensione che Fisica, Astronomia e Cosmologia contemporanee hanno dellorigine,
della storia e dellevoluzione, delle caratteristiche e della struttura del nostro
universo, sia su scala macroscopica, sia su scala microscopica o quantistica.
Poter entrare personalmente e in profondità di quella che è la perenne ricerca per
scoprire e comprendere le caratteristiche fondamentali e le strutture del nostro mondo e
del nostro universo, è unesperienza umana incomparabile e lessere guidata in
essa da qualcuno che la vissuta e vi ha contribuito in modo così notevole e che
nello stesso tempo comunica con chiarezza e semplicità la sua penetrazione profonda nelle
radici della realtà fisica, così complesse e a volte così sorprendentemente semplici, e
partecipa il suo entusiasmo e il suo impegno per continuare ad esplorarle, è un godimento
molto raro ed insolito.
Hawking scrive in uno stile informale, misto tra narrativo ed aneddotico, che gli
permette di far partecipe il lettore anche di un po della sua storia personale,
punti di vista, esperienze, domande e ansie nonché del suo brio e umorismo. Dietro
la sua incredibile e immaginosa produttività scientifica cè una storia umana
importante una storia di ferma determinazione di fronte ad una malattia
debilitante, di una rete di rapporti umani che condussero alle sue intuizioni e scoperte,
di coraggio e amore. Allo stesso tempo egli presenta i misteri della fisica contemporanea
in tutto il loro fascino con la spontaneità e la stessa chiarezza che caratterizzano il
resto della sua vita, ricorrendo ad esempi concreti talvolta sorprendenti una
pallina che corre e rimbalza sulla roulette, per illustrare il diverso comportamento delle
particelle alle basse e alte energie nelle teorie di unificazione o, come esempio di
entropia, la improbabilità che tutti i pezzi di una composizione, scuotendoli a caso, si
dispongano nellesatta posizione necessaria a formare il disegno che essi
rappresentano, la facilità di passare dallordine al disordine, e la difficoltà di
invertire il processo cè una sola disposizione giusta
tra le moltissime sbagliate.
Da queste considerazioni cosmologiche in particolare da quelle relative al Big
Bang e agli eventi immediatamente successivi emergono domande fondamentali di
natura filosofica e addirittura teologica: perché luniverso è così comè?
Perché esiste qualcosa invece che niente? Luniverso esige un
Creatore per spiegare al sua esistenza? E Hawking solleva queste domande con insistenza e
naturalezza. Le risposte provvisorie che egli dà a queste domande sono però legate ai
modelli fisici che le provocano e risultano perciò, dal punto di vista filosofico,
ingenue e inadeguate. Ma Hawking non pretende di essere un filosofo, meno ancora un
teologo. Egli è un fisico di valore che riflette molto semplicemente su domande
filosofiche fondamentali così come queste ci vengono poste di nuovo dalla fisica
contemporanea.
Ciò che è da rilevare e da apprezzare in questo libro non è tanto il tipo di
risposte che Hawking propone molto brevemente ed estemporaneamente, quanto il modo così
naturale con cui egli solleva queste domande fondamentali a partire dalla ricerca
cosmologica che fa e il fatto che egli non trovi unaltra disciplina pronta a dargli
laiuto di cui ha bisogno nel suo sforzo di trovare la risposta adeguata. Ciò è
tipico della sofisticata cultura scientifica e tecnologica nella quale viviamo. Dobbiamo
rallegrarci che questioni filosofiche come queste, di importanza radicale per luomo,
vengano fatte emergere in tale contesto in modi così nuovi e persistenti. Ma dovremmo
anche essere profondamente disturbati dal fatto che le ricche tradizioni filosofiche e
teologiche del passato non siano disponibili, alla grande maggioranza delle persone colte,
in una forma tale da poter essere usate ed integrate nella forma operativa che esse hanno
del mondo e della realtà in generale. Ciò potrebbe essere attribuito in parte al limiti
dellistruzione scientifica in sé stessa e alla sua separazione dalla filosofia e
dalle discipline umanistiche. Ma ho il forte sospetto che ciò debba attribuirsi ancor di
più a difetti della filosofia e della teologia, in particolare per non aver saputo
entrare in profondo e completo dialogo con gli scienziati e con le loro rispettive
discipline, in modo da stabilire una base comune per una reale comunicazione e per
sviluppare il senso dellesigenza di una ricerca comune per intendersi. Le tradizioni
filosofiche offrono approcci e orizzonti importanti e di estremo valore, che spesso però
sono chiusi in un linguaggio e in categorie che li rendono inaccessibili a chiunque non
sia un filosofo di professione.
Recentemente, Hawking e molti altri hanno fatto un grande sforzo per rendere
accessibili al pubblico in genere i ricchi e affascinanti risultati delle scienze
contemporanee. Vogliamo sperare che, molto presto i filosofi, con non minore chiarezza e
immaginazione, faranno lo stesso per alcune parti della loro disciplina, con sensibilità
sia verso le questioni che sono già state sollevate ripetutamente, sia verso i linguaggi
e i contesti che le hanno provocate.
Hawking, quindi, solleva le sue domande sulla creazione e su Dio Creatore solo
partendo dalla cosmologia fisica e dalla sua preoccupazione di costruire un modello
cosmologico del tutto adeguato e completo. Già questo fatto gli pone severi limiti quanto
ai possibili approcci per una risposta. La difficoltà della sua posizione nasce dalla
incapacità di riconoscere sia i limiti della fisica e della cosmologia, sia il fatto che
la filosofia ha da offrire molto più che la sola analisi del linguaggio. Benché, anche a
questo livello, essa avrebbe potuto aiutare Hawking a districarsi fuori da una certa
cecità filosofica di cui soffre quando, come nel capitolo 9, tratta di questioni che
riguardano Dio e la Creazione.
Come ha fatto notare Tullio Regge in una rassegna del libro di Hawking, la parola
Dio è oggi comunemente usata dagli scienziati anche quelli
apertamente atei come una metafora, precisamente per indicare lagente che
riempie i vuoti nei modelli e nelle teorie scientifiche, che pone le
condizioni iniziali per le equazioni che descrivono levoluzione delluniverso.
Queste condizioni iniziali, come quelle di ogni teoria fisica, non sono e non possono
essere determinate dalla teoria stessa, ma devono essere fissate sulla base di
considerazioni che esulano dalla teoria stessa, e cioè in base allosservazione, o
alla scelta dello sperimentatore, etc.
Noi conosciamo, per esempio, la semplice equazione differenziale che descrive come cade
un corpo da una certa altezza sotto lazione della gravità. Ma per poter conoscere
esattamente dove un corpo particolare si trova ad un determinato istante della sua caduta,
e la sua velocità, dobbiamo almeno conoscere quali sono la sua posizione e la sua
velocità almeno in un istante precedente o in un istante successivo (a partire
dallistante in cui si conoscono posizione e velocità, lequazione può essere
usata in ambedue le direzioni del tempo). Queste sono le sue condizioni iniziali. Solo
allora è possibile conoscere posizione e velocità in qualunque altro istante della
caduta.
In modo analogo, un modello cosmologico dà un unico risultato ununica
evoluzione determinata dai valori della densità, pressione, velocità di espansione e di
rallentamento etc. ad ogni istante del tempo date le equazione dinamiche del campo più
le loro condizioni iniziali, cioè lo stato effettivo delluniverso in un certo
istante particolare, scelto generalmente al punto d inizio
, o vicino ad esso, detto convenzionalmente t=0. Nel caso delluniverso usando
i modelli Friedmann-Robertson-Walker, che sono molto semplici (perché isotropici, a
simmetria sferica, spazialmente omogenei, con densità di materia perfettamente uniforme),
o qualunque altro modello simile la situazione è più difficile di quella del
corpo in caduta. Tutti questi modelli esigono un istante nel passato in t=0
in cui densità, temperatura, curvatura dello spazio, etc. diventano infinite (il Big
Bang). Un tale punto viene chiamato una singolarità e non
è possibile definire condizioni iniziali in una singolarità. Bisogna quindi, prima di
tutto, mettersi fuori, cioè prescindere, da esso. Ma allora, perché partire con una data
serie di condizioni iniziali piuttosto che con unaltra? È chiaro che la scelta
poteva essere fatta tra molti stati iniziali possibili, ciascuno dei quali avrebbe
condotto a stati di universo molto differenti da quello attuale.
Perché fu scelto un istante iniziale che ha portato ad un universo in cui esiste la vita,
piuttosto che tanti altri possibili stati iniziali? Come fu fatta la scelta? Per caso? Chi
ha scelto? Era necessario che qualcuno scegliesse? I cosmologi non sanno rispondere.
Perciò spesso dicono che fu Dio a scegliere. Così Dio qualcuno che
completa una teoria fisica col riempirne i vuoti ponendo le
condizioni iniziali che non possono essere determinate né dalla teoria né dalle altre
considerazioni già conosciute di fisica e cosmologia.
Ma allora Hawking e Hartle provano ad aggirare tutto il problema delle condizioni
iniziali con la loro proposta dello stato base descritta nei capitoli
8 e 9. E un modo di liberarsi dalla necessità di stabilire le condizioni iniziali
per le equazioni che descrivono luniverso e la sua evoluzione. Lidea, benché
molto discutibile sul piano strettamente scientifico, è attraente e può rappresentare un
passo avanti allinterno del quadro della cosmologia. Tuttavia
Hawking fa notare che, se la proposta funziona, non cè più bisogno di Dio
Creatore. E ciò è perfettamente vero se Dio è, come è per Hawking, solo
qualcuno o qualcosa che pone le condizioni iniziali, che colma i vuoti rimasti in una
spiegazione per il resto completa. Non avremo più bisogno di Lui per far ciò, dal
momento che per la teoria non ci sono più vuoti essa è completamente senza Dio.
È però chiaro che qui si tratta di una nozione molto misera di Dio, assolutamente non
degna di questo nome. È qui che una maggiore consapevolezza dei diversi modi con cui si
fa uso del linguaggio comune avrebbe salvato sia Hawking, sia lautore
dellintroduzione, Carl Sagan, da affermazioni filosofiche ingenue e arbitrarie.
Hawking continua col dire che se questa proposta dello stato base
si dimostrasse corretta, luniverso come noi lo conosciamo sarebbe autosufficiente e
non avrebbe bisogno di una spiegazione ulteriore. Esso esisterebbe necessariamente da sé
stesso. Questo, a suo modo di vedere, sarebbe ancora più vero se i programmi di
unificazione come quello delle superstringhe conducessero ad una
teoria di ogni cosa che spiega completamente tutte le particelle e le
forze del mondo fisico. Aveva Dio qualche scelta nel fare luniverso come lo fece? Fu
necessitato a farlo in questo modo? Esistevano altre reali possibilità? Questa è
la domanda su cui Hawking si sofferma come già fece Einstein prima di lui.
Ciò che molti scienziati vorrebbero poter dire è: «No, Dio non aveva alcuna
scelta». Egli ha dovuto creare luniverso in questo modo, tutte le altre
possibilità essendo escluse sulla base di ovvie o molto sottili incompatibilità. Il
difetto qui è che, se ciò fosse dimostrato e non è affatto chiaro che possa
esserlo si tratterebbe di una scelta necessaria relativa: relativa cioè al
quadro delle leggi fisiche, matematiche e logiche che noi conosciamo e investighiamo. Ma
ci potrebbero essere altri quadri dei quali non sappiamo niente quanto si estenda
lambito delle possibilità della realtà creata, ci è del tutto sconosciuto. E
così, lassoluta necessità che luniverso sia così comè, sembra non
dimostrabile, anche ammessi i discutibili presupposti spesso escogitati da coloro che la
propongono.
Ciò posto, cè ancora una domanda: può una tale teoria di ogni
cosa spiegare o dare ragione della sua esistenza? Potrebbe essa imporre sé
stessa o la sua realizzazione come necessaria? Alcuni scienziati lo auspicano e
comprensibilmente. Infatti, se fosse così, tutto sarebbe spiegato. Nel nostro entusiasmo
e nella nostra baldanza per il progresso incredibile che si è fatto e si sta facendo
nella comprensione delluniverso, siamo tentati di credere che ciò sarebbe
possibile. Ma chiaramente non lo è e non lo sarà mai nel senso assoluto di
necessario. La cosmologia al momento attuale è ben lontana anche solo
dallavvicinarsi a questo traguardo.
E per finire, il concetto di creazione di cui si parla nel libro di Hawking è del
tutto inadeguato, proprio come e perché è inadeguato è il concetto di Dio, inteso come
colui che pone le condizioni iniziali. Per Hawking la creazione riguarda essenzialmente
gli inizi. Una volta che qualcosa ha incominciato ad esistere, o che è stato dimostrato
che esiste, la creazione è finita. Ma questo, in qualsiasi adeguata descrizione della
creazione è secondario. Lidea fondamentale contenuta nel concetto di creazione è
quella della dipendenza degli esseri quanto alla loro intera esistenza da un altro Essere
(Dio) che è autosufficiente senza il quale essi non esisterebbero. La relazione di
dipendenza nella creazione sussiste anche dopo che gli esseri sono stati creati. Essi non
diventano mai autosufficienti, anche se allinterno di una teoria scientifica
tutto viene spiegato in termini di cause secondarie.
È vero che Hawking non pretende di trattare in profondità questi problemi filosofici
sono accennati solo di passaggio. Dal Big Bang ai Buchi Neri è
un libro che tratta di cosmologia e di fisica, non di filosofia o teologia. Ma, come ho
già fatto notare, le questioni filosofiche nascono molto naturalmente da alcune
considerazioni cosmologiche e, nonostante che ne tratti solo in breve e occasionalmente,
Hawking esprime i suoi punti di vista su di esse in maniera forte e incisiva, come se
fossero risolvibili solo su base scientifica. Perciò è importante mettere alla prova le
prospettive ristrette e inadeguate che esse implicano.
William R. Stoeger
Fonte: LOsservatore Romano, 7 settembre
1988, p. 7 |