RICHARD DAWKINS, Il gene egoista. La parte
immortale di ogni essere vivente, Mondadori, Milano 1995.
Luca Tampellini, dottore in Filosofia
Richard Dawkins è nato a Nairobi nel 1941, ha conseguito
la laurea e il dottorato ad Oxford, sotto la guida di Nikolaas Tinbergen,
il grande etologo olandese, che vinse insieme a Lorenz e von Frish
il premio Nobel per la medicina, nel 1973. Dal 1970 è titolare
della cattedra di zoologia alla Oxford University. La sua intensa
attività di divulgatore scientifico inizia nel 1976, con
la pubblicazione di The Selfish Gene (Il gene egoista), che
viene tradotto in molte lingue e diventa un best seller internazionale.
A questo primo notevole successo seguiranno The extended Phenotype
(Il fenotipo esteso, 1982), The Blind Watchmaker (L’orologiaio
cieco, 1986), River Out of Eden (1995), Climbing Mount
Improbable (Alla conquista del monte improbabile, 1996), e Unweaving
the Rainbow (L’arcobaleno della vita, 1998). Dawkins ha
lavorato anche per la BBC, presentando il programma televisivo Horizon,
in cui divulga alcune delle sue tematiche preferite, come l’applicazione
della teoria dei giochi all’etologia. Scrittore di talento,
unisce alla competenza scientifica una notevole chiarezza espositiva
e uno stile talvolta ironico e perfino sarcastico. Per la sua opera
di divulgazione scientifica ha ricevuto numerosi riconoscimenti:
per L’Orologiaio Cieco si è aggiudicato, nel
1987, sia il premio della Royal Society of Literature sia quello
del Los Angeles Times, e nel 1996 il premio Humanist of
the Year. Inoltre, dal 1995, è titolare ad Oxford della
nuova cattedra di Public Understanding of Science, istituita
con il finanziamento di Charles Simonyi, manager della Microsoft.
La prima edizione di Il gene egoista vede la luce nel 1976,
a questa ne seguirà una seconda (quella a cui facciamo qui
riferimento) nel 1989, in cui l’autore non interviene però
sul testo originale, ma aggiunge due nuovi capitoli e numerose note
di approfondimento, specie in riferimento ai punti che erano stati
oggetto di maggiori critiche. Utilizzando un linguaggio accessibile
anche ai non specialisti, ma senza con questo semplificare all’estremo
i concetti, l’A. intende rivolgersi, secondo quanto egli stesso
dichiara, a tre categorie di lettori: i profani della materia innanzitutto,
ma anche gli specialisti, cui si vuole comunicare un nuovo modo
di pensare la materia di cui si occupano, e infine gli studenti
di scienze naturali, cui si vuole fornire uno sguardo introduttivo
di sintesi. L’argomento centrale, intorno a cui ruota tutto
il libro, è così riassunto dall’A.: «Noi
siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente
per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni.
Questa è una verità che non cessa mai di stupirmi
e, anche se la conosco da anni, non riesco mai ad abituarmici del
tutto»( p. VIII). Come si può vedere da questa frase
di apertura, anche se il libro intende esporre contenuti essenzialmente
scientifici, e non vuole entrare esplicitamente nell’ambito
filosofico, si intende chiaramente che le convinzioni dell’A.
esprimono una visione materialista e meccanicista dell’intera
natura e dell’uomo stesso. Per questo motivo le opere di Dawkins
hanno riscosso molto successo presso intellettuali e circoli culturali
di orientamento ateistico.
Il riduzionismo genetico
La tesi di Dawkins è stata da molti definita “riduzionismo
genetico”, ma viene presentata dall’autore come un nuovo
modo di spiegare la teoria dell’evoluzione; vediamo meglio
di cosa si tratta.
Secondo il darwinismo “ortodosso”, l’oggetto
su cui agisce la selezione naturale è l’individuo,
il singolo essere vivente; questi è dotato di caratteri che
ha ereditato dai propri antenati o che si manifestano in lui per
la prima volta, in seguito a mutazione casuale. L’evoluzione
di una specie avviene quando un individuo, che ha subito una mutazione
casuale, trae da essa un vantaggio sui suoi compagni nella lotta
per la sopravvivenza, ciò decreta il suo maggior successo
riproduttivo e dunque aumenta le probabilità che il nuovo
carattere ereditario si trasmetta alle generazioni successive, fino
a modificare l’intera specie. Dawkins propone di spostare
l’attenzione dall’individuo all’elemento che rende
possibile la trasmissione dei caratteri ereditari, che oggi sappiamo
essere il gene. Si parte dall’assunto che ad ogni particolare
carattere somatico o attitudine comportamentale dell’individuo
corrisponda un particolare gene o una combinazione di geni. Un singolo
carattere dell’individuo può rivelarsi più o
meno vantaggioso per la replicazione dei suoi geni attraverso i
discendenti: da questo deriva la maggiore o minore diffusione di
tali geni nelle generazioni successive. Non sono dunque tanto gli
individui quanto i geni a lottare per la sopravvivenza, ossia per
garantirsi il maggior numero di replicazioni possibile. I geni programmano
la costruzione degli organismi, che sono le “macchine da sopravvivenza”
di cui essi si servono per aumentare le probabilità di riprodursi
invariabilmente nel tempo, mantenendo così la stabilità.
Questo mutamento di prospettiva nella teoria dell’evoluzione,
dall’individuo al gene, permette, secondo Dawkins, di rendere
conto di alcuni fenomeni osservati nel mondo animale, e che sembrano
andare contro la legge della sopravvivenza del più adatto.
Attività di cooperazione, solidarietà familiare, comportamenti
altruistici fino al punto che un animale mette a repentaglio la
propria vita a favore di altri individui della sua specie, hanno
portato alcuni a ritenere che, almeno in certi casi, l’evoluzione
operi per il bene della specie, e non dei singoli individui che
la compongono. È proprio contro questa interpretazione dell’evoluzione
che si indirizzano le argomentazioni dell’A., volte a dimostrare
come le manifestazioni di altruismo osservate negli animali, trovino
una spiegazione diversa se si sposta l’attenzione sui geni
anziché sugli individui. In tal modo possiamo comprendere,
ad esempio, il vero motivo per cui l’ape può sacrificarsi
attaccando col proprio pungiglione gli animali che minacciano di
razziare il miele: questo comportamento appare difficile da spiegare
nell’ottica del bene dell’individuo, poiché l’ape
dà la vita per una risorsa di cui potranno usufruire solo
le altre componenti del suo gruppo, e si potrebbe pensare che essa
stia operando per il bene dell’alveare. In realtà ciò
avviene perchè il gene che ha predisposto tale comportamento
ha maggiore probabilità di propagarsi nelle generazioni rispetto
ad un eventuale gene che la invitasse ad evitare l’atto suicida.
L’ape infatti è sterile, e l’unico modo che ha
per trasmettere i propri geni è quello di preservare a tutti
i costi la vita delle figlie dell’ape regina, ciascuna delle
quali ha nei propri cromosomi i 3/4 dei geni dell’ape “kamikaze”.
Il principio bellum omnium contra omnes, che domina la visione
darwiniana della natura, è così mantenuto intatto,
spostando il riferimento dagli individui verso i geni che ne programmano
il comportamento.
Vogliamo ora tornare al termine “riduzionismo genetico”
che è stato attribuito da molti alla teoria di Dawkins. Per
comprendere correttamente questo concetto è necessario chiarire
bene cosa si intende per riduzionismo. In linea generale si chiama
“riduzionismo” la prospettiva che considera il tutto
come la somma delle parti che lo compongono, ad esso si suole contrapporre
il termine “olismo”, che designa la concezione del tutto
come entità emergente, non riconducibile soltanto alla somma
delle sue parti. Per il nostro scopo possiamo limitarci a considerare
due tipi di riduzionismo: uno che definiamo metodologico,
e un altro che chiameremo ontologico.
Il riduzionismo metodologico consiste nello studiare un
oggetto scomponendolo idealmente nelle sue parti che si considerano
elementari, e nel dedurre le proprietà dell’insieme
dalle proprietà dei suoi elementi. Si tratta di un procedimento
che ha dato grandi frutti nella ricerca scientifica, e può
essere impiegato con successo, ad esempio, in molti ambiti della
fisica, ma non in tutti, come dimostra la scoperta dei sistemi dinamici
complessi, caratterizzati dalla non-linearità. Ricordiamo
che, in ambito biologico, il paradigma riduzionista è stato
utilizzato da Gregor Mendel, nei suoi studi pionieristici sui meccanismi
dell’ereditarietà. L’idea di Mendel fu di considerare
alcuni caratteri fenotipici delle piante di pisello, riconducendoli
ciascuno all’esistenza di due unità discrete (gli alleli),
provenienti da ciascuno dei genitori della pianta; tali unità,
sommandosi in maniera lineare, determinano le caratteristiche dell’intero
organismo.
Parlando di riduzionismo ontologico invece non ci riferiamo
soltanto ad una metodologia di lavoro scientifico, ma ad una concezione
di carattere metafisico, secondo cui il tutto è solamente
la somma dei suoi costituenti fondamentali, per cui, in ultima analisi,
tutte le proprietà di qualunque oggetto dell’universo
(compresa la coscienza umana) sarebbero riconducibili alle proprietà
delle particelle elementari che lo costituiscono, senza che si possa
parlare di alcuna qualità emergente, non deducibile cioè
dalla pura somma degli elementi. In tale prospettiva tutte le scienze,
dalla chimica fino alla psicologia e alla sociologia, non sarebbero
altro che corollari della fisica delle particelle elementari. Ciò
che qui ci preme sottolineare è che si tratta di una posizione
che non può essere dimostrata rimanendo nell’ambito
dei soli argomenti scientifici, e dunque può essere sostenuta
o rifiutata solo in relazione al particolare sistema filosofico
cui si fa riferimento.
L’interpretazione che Dawkins dà dell’evoluzionismo
darwiniano, come l’abbiamo molto sinteticamente presentata,
presuppone, com’è chiaro, uno spiccato riduzionismo,
che riconduce tutte le proprietà di un organismo all’informazione
contenuta nei geni, facendo di questi le componenti fondamentali
del corpo vivente. È bene osservare che ipotesi di questo
tipo non sono accettate da tutti gli scienziati con la stessa radicalità
con cui le utilizza Dawkins. Critici del riduzionismo genetico si
sono dichiarati, tra gli altri, il celebre paleontologo Stephen
Jay Gould e il microbiologo Richard Lewontin. Questi scienziati
naturalmente non negano l’importante ruolo che svolgono i
geni nel determinare i caratteri dell’organismo, ma ritengono
necessario considerare anche l’apporto di altri fattori importanti,
quali l’interazione con l’ambiente, o i meccanismi,
in parte ancora sconosciuti, di sviluppo dell’embrione. Ma
ancora più importante ci pare sottolineare l’insufficienza
dell’approccio riduzionista nello spiegare alcune proprietà
emergenti degli organismi complessi, in particolare il sorgere della
coscienza umana, che si rivela qualcosa di qualitativamente diverso
rispetto alle proprietà delle singole parti del sistema nervoso
centrale. L’interpretazione dell’evoluzione proposta
da Dawkins tuttavia rimane sempre un riduzionismo di tipo metodologico,
usato come ipotesi di lavoro, e che, come tale, può rivelarsi,
e certamente si rivela, in molti casi utile nell’attività
scientifica, mentre in altri casi dimostra la sua inadeguatezza.
Lo stesso Dawkins, considerando l’emergere della coscienza
soggettiva, ammette la difficoltà di ricondurla ad una spiegazione
di tipo riduzionista, giudicandola «il mistero più
profondo della biologia moderna» (p. 64). Quando Dawkins spiega
un determinato comportamento animale, ipotizzando l’esistenza
di un pool genetico che lo abbia programmato, e ipotizzando un modello
che mostri come tale comportamento si rivela vantaggioso per la
stabilità dei geni dell’organismo, egli applica un
riduzionismo di tipo metodologico, ossia formula una teoria che
può essere scientificamente plausibile, e può essere
confermata o smentita da altre argomentazioni di carattere scientifico.
Diverso è invece il caso di altre affermazioni che veicolano
una precisa visione filosofica, quasi volendola dedurre dalle interpretazioni
proposte in ambito biologico, e che hanno probabilmente decretato
il successo del libro presso gruppi di posizione atea e materialista:
«noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai
nostri geni» (p. 4), «[i geni] ci hanno creato, corpo
e mente, e la loro conservazione è lo scopo ultimo della
nostra esistenza» (p. 23). Si afferma qui che la totalità
della persona umana si riduce all’informazione contenuta nella
sequenza di basi del DNA, ma questa affermazione non trova, e non
può trovare, alcun riscontro nell’ambito dei dati empirici.
Alla datità materiale ed empiricamente rilevabile del codice
genetico viene ricondotto lo “scopo della nostra esistenza”,
che per sua natura è invece trascendente il livello puramente
materiale.
Nei casi appena citati ci troviamo di fronte ad un riduzionismo
di tipo ontologico, che deriva dalle personali convinzioni filosofiche
dell’autore, ossia quelle del materialismo ateo, e non va
dunque confuso con ipotesi di carattere scientifico.
Teoria dei giochi e sociobiologia
Possiamo appena accennare ai numerosi aspetti del mondo animale
che l’A. prende in considerazione, per interpretarli alla
luce della “teoria del gene egoista”. Dawkins dimostra
un notevole talento nel rendere sufficientemente chiari, anche al
lettore non specialista, gli argomenti più complessi, in
particolare quando nelle spiegazioni entrano in gioco argomenti
matematici, quali la teoria delle probabilità e la teoria
dei giochi. Gli esempi raccolti nel libro sono moltissimi e rendono
stimolante la lettura.
Il celebre etologo Konrad Lorenz aveva notato come i combattimenti
che gli animali instaurano tra di loro, per assicurarsi la riproduzione,
non sono quasi mai scontri all’ultimo sangue, ma assumono
più spesso l’aspetto di duelli rituali, in cui si stabilisce
un vincitore senza che il perdente subisca ferite gravi. Dawkins
intende dimostrare che tali fenomeni non devono essere letti come
prove di una moralità nel mondo animale, o di una evoluzione
che premia il bene della specie, ma sono anch’esse conseguenze
della selezione dei geni, correttamente compresa. Se un animale
rinuncia ad attaccare l’avversario con troppa violenza, è
perché ciò gli conviene in termini di dispendio energetico,
e perché, così facendo, si espone in misura minima
al rischio di pesanti ritorsioni: tutto questo può essere
reso in maniera matematicamente rigorosa attraverso la teoria
dei giochi, come ha dimostrato Maynard Smith. Questo ramo della
matematica cerca di costruire dei modelli teorici, che simulano
la realtà di elementi messi in competizione tra loro; lo
scopo è stabilire quali strategie di gioco si rivelano più
vantaggiose e fare previsioni sull’andamento dei conflitti.
La teoria dei giochi trova applicazioni in ambito militare e in
economia, e ora anche nella sociologia e nell’etologia, come
si può vedere dal saggio di Dawkins: si possono creare infatti
dei modelli che simulano, con una certa approssimazione, i combattimenti
degli animali. Si stabiliscono un certo numero di mosse, come, ad
esempio, “attaccare”, “minacciare”, “scappare”,
e con esse si compongono varie strategie (come può essere
quella del “falco”, che attacca sempre e non scappa
finché non ha vinto o non viene ferito gravemente, oppure
quella della “colomba”, che si limita a minacciare,
ma fugge se viene attaccata, e così via). Ad ogni esito si
assegna un punteggio in termini di fitness, ossia energia
spendibile per mantenersi in vita (ad esempio –100 punti per
un ferimento grave, +50 punti per la vittoria, ecc.), infine si
mettono a confronto le varie strategie compiendo simulazioni al
calcolatore. Convertendo i punti di fitness in “buoni”
per la riproduzione, è possibile anche osservare come si
evolve la popolazione virtuale nel corso delle generazioni. L’aspetto
interessante è scoprire l’esistenza di strategie
evolutivamente stabili o ESS (Evolutionary Stable Strategy),
cioè strategie che, se vengono adottate dalla maggior parte
della popolazione, non possono essere migliorate, ossia impediscono
che la popolazione venga invasa da individui mutanti che utilizzano
strategie diverse. Nel caso del modello astratto sulle modalità
di combattimento, si dimostra che le ESS sono rappresentate da comportamenti
non eccessivamente aggressivi, che prevedono di colpire duramente
solo in risposta ad un attacco violento, mentre negli altri casi
si limitano ad un atteggiamento da “colomba”.
Questi metodi di ricerca possono dare interessanti risultati anche
nell’analisi dei “comportamenti cooperativi” tra
gli animali. Attraverso simulazioni al computer, Axelrod e Hamilton,
ai cui studi Dawkins fa più volte riferimento, hanno dimostrato
che alcuni comportamenti che definiremmo, in maniera antropocentrica,
“buoni”, ossia che prevedono, ad esempio, di non tradire
mai per primi e dimenticare in fretta i torti subiti, si possono
tradurre in modelli di strategie che si rivelano ESS. Così
i fenomeni di cooperazione che si osservano tra animali della stessa
specie, non vanno visti come espressione di solidarietà,
ma come strategie, programmate geneticamente, che si sono stabilizzate
nel corso dell’evoluzione, perché permettono di massimizzare
il bilancio perdita-guadagno. La solidarietà conviene mediamente
ai singoli soggetti, e dunque non rivela una tendenza evolutiva
verso il bene della specie. Se un animale rifiuta di cooperare con
un compagno, ha maggiori probabilità di non ricevere a sua
volta aiuto, nel caso in cui, un domani, dovesse essere lui ad averne
bisogno: la cooperazione può essere così interpretata,
egoisticamente, come un conveniente investimento per il futuro.
Un altro aspetto del comportamento animale analizzato da Dawkins
è quello dell’altruismo familiare, il cui esempio
più noto è l’abnegazione con cui le madri si
dedicano alla tutela e al nutrimento dei loro cuccioli, spendendo
notevoli energie ed esponendosi spesso a gravi pericoli. Abbiamo
già citato il caso delle api operaie, che non si riproducono
e investono tutte le loro risorse nella cura delle sorelle, figlie
dell’ape regina. La spiegazione è naturalmente che
la selezione naturale ha favorito quei geni che predispongono ad
un comportamento altruistico nei confronti dei propri parenti stretti,
perché tali geni hanno maggiore probabilità di replicarsi:
aiutando un parente infatti aiutiamo un individuo che possiede buona
parte dei nostri geni, ed è in grado di trasmetterli ai propri
discendenti. Tutto ciò si può dimostrare con rigoroso
ragionamento matematico. Su questo punto l’A. si rifà
soprattutto ai lavori di Hamilton, e ai risultati di una disciplina
nota col nome di sociobiologia. Possiamo dire, per sommi
capi, che questa teoria si basa sulla definizione di un “indice
di parentela”, inteso come la probabilità che un qualunque
gene di un individuo si possa trovare anche nel patrimonio genetico
di un suo parente (tra fratelli è 1/2, tra cugini primi è
1/8 e così via). In base a tale criterio si possono facilmente
dimostrare alcuni bizzarri risultati: ad esempio, un ipotetico gene
che induca l’individuo a sacrificarsi per salvare la vita
di almeno tre fratelli, ha più probabilità di diffondersi
rispetto ad un altro ipotetico gene, che induca invece a portarsi
in salvo e abbandonare i fratelli al loro destino. Queste semplificazioni
un po’ brutali possono, forse, gettare luce sui misteri dell’altruismo
familiare, inducendo a considerarlo, ancora una volta, manifestazione
dell’“egoismo del gene”.
Non è possibile, in questa sede, approfondire le molteplici
applicazioni, proposte da Dawkins, delle teorie a cui abbiamo fatto
cenno, molte delle quali sono interessanti e meritano certamente
considerazione; com’è chiaro tali ipotesi sono basate
sul riduzionismo metodologico di cui abbiamo parlato sopra, quindi
su di esse valgono le considerazioni già fatte. La conclusione
delle argomentazioni di Dawkins pare andare però al di là
dell’osservazione fenomenica e proporsi come interpretazione
esaustiva della vita: in natura non esiste l’altruismo, tutto
è governato dall’“egoismo” dei geni.
Importante, a questo punto, è considerare criticamente la
validità di queste spiegazioni applicate alla persona umana,
alla legge morale, alla cultura: alcuni sociobiologi infatti si
sono spinti in questa direzione, come il fondatore della disciplina
Edward Wilson. Dawkins, da parte sua, prende le distanze da una
rigida applicazione di queste teorie alla società umana,
limitandosi ad affermare una influenza statistica dei geni sul pensiero
e sul comportamento umano: «i geni determinano il comportamento
soltanto in senso statistico» (p. 297), «è perfettamente
possibile sostenere che i geni esercitano un’influenza statistica
sul comportamento umano mentre allo stesso tempo si crede che questa
influenza può essere modificata, superata o invertita da
altre influenze» (p. 334). Si ammette dunque che nell’uomo
l’evoluzione abbia portato anche alla possibilità di
una certa autonomia dell’individuo dalle tendenze indotte
dai geni che lo hanno costituito, così la società
umana ha forse la possibilità di sollevarsi al di sopra della
rigida guerra di tutti contro tutti, che caratterizzerebbe la legge
biologica fondamentale: «se desiderate, come me, costruire
una società dove i singoli cooperino generosamente e senza
egoismo al bene comune, dovete aspettarvi poco aiuto dalla natura
biologica. Bisogna cercare di insegnare generosità
e altruismo perché siamo nati egoisti» (p. 5). Ma,
se così stanno le cose, quale fondamento attribuire all’interesse
per il bene del prossimo? Che cosa dovrebbe spingerci ad insegnare
l’altruismo? Se l’unico piano della realtà è
quello della materia, come vuole la filosofia che affiora dalle
pagine del libro, in che modo spiegare il sorgere di una tendenza
a trascendere la legge biologica? Questa è, a nostro parere,
la principale questione che viene lasciata aperta. Quel che l’A.
fa è limitarsi a proporre una ipotesi riduzionista per spiegare
l’emergere nell’uomo della cultura, fenomeno unico nel
mondo animale: è questo il contenuto del capitolo undicesimo,
intitolato “Memi: i nuovi replicatori”.
La teoria del “meme”
Questa teoria è il tentativo di applicare il paradigma riduzionista
e i meccanismi darwiniani dell’evoluzione alla cultura umana.
La proposta di Dawkins ha ottenuto una certa popolarità,
e si trova citata in svariati contesti, talvolta anche con una certa
imprecisione; a circa trent’anni dalla pubblicazione del libro,
una ricerca sul web della parola “meme” fornisce più
di due milioni di risultati. Vediamo dunque di esporre in sintesi
la tesi dell’A.
Se nell’evoluzione delle specie l’unità di selezione,
secondo Dawkins, è il gene, nel caso della cultura si può
ipotizzare un diverso elemento, per chiamare il quale l’A.
conia il termine «meme» (abbreviativo di “mimene”,
cioè “unità di imitazione”). Meme può
essere qualunque elemento della cultura, una idea, una frase, un
motivo musicale e una qualunque creazione artistica, una teoria
scientifica, una filosofia, una religione. Nella visione materialista
di Dawkins i memi si identificano con «schemi reali di connessioni
neuronali che si ricostituiscono in un cervello dopo l’altro»
(p. 326), ma per comprendere la teoria è sufficiente pensarli
come semplici entità mentali. Come il gene ha la capacità
di creare copie di se stesso e diffondersi in altri corpi attraverso
la riproduzione degli organismi, così il meme, che abita
un cervello, si diffonde in altri cervelli attraverso la comunicazione,
i cui livelli di efficienza nel mondo umano gli permettono di sopravvivere
anche per secoli. Ma come il gene può, di tanto in tanto,
andare soggetto a errori di copiatura, subendo una mutazione, così
il meme va soggetto a modifiche, le quali possono ottenere successo
nella trasmissione da un cervello a un altro, oppure trovare scarsa
diffusione ed “estinguersi”. Così la cultura
si ridurrebbe ad un universo di elementi, in competizione per la
sopravvivenza. I memi seguono una evoluzione che si rivela molto
simile a quella degli esseri viventi, ma si mantiene indipendente
da essa.
Pare evidente che questa tesi sia piuttosto riduttiva, perché
incapace di rendere ragione della infinita complessità e
varietà di ciò che definiamo “cultura”;
ci limitiamo perciò a sollevare due sole obiezioni. Anzitutto,
facendo risalire l’origine di tutti i “memi” ad
errori di copiatura e mutazioni casuali, si ignora il ruolo della
creatività e della genialità umane, attraverso cui
nuove idee e soluzioni scaturiscono in maniera quasi improvvisa,
non per piccole variazioni graduali ma apparendo subito in tutta
la loro complessità, che segna una radicale novità
rispetto a quanto si poteva prima trovare. L’approccio di
Dawkins può valere per le trasformazioni subite, nel corso
dei secoli, dai testi antichi, o per la varietà di versioni
di un canto popolare (infatti l’A. porta esempi di questo
tipo), ma non spiega in nessun modo il sorgere di creazioni totalmente
nuove. Sarebbe assurdo considerare una sinfonia di Beethoven come
una mutazione delle partiture precedentemente esistenti! Ma ancora
più importante ci sembra il fatto che tale teoria non dice
nulla delle ragioni per cui certi memi si affermano e altri no.
Alcuni studiosi, spiega l’A., vorrebbero a questo proposito
cercare delle ragioni biologiche che spieghino il successo di certi
elementi della cultura, come quando si spiega il tabù dell’incesto
facendo riferimento ai meccanismi di trasmissione delle malattie
genetiche. Ma Dawkins non ritiene necessario richiamarsi in tutti
i casi alle esigenze biologiche dei corpi su cui i memi transitano,
poiché quel che vuole affermare, è proprio il fatto
che l’evoluzione culturale ha acquistato una sua autonomia
dalla natura, pur seguendo leggi analoghe. Dunque la questione rimane
aperta: i memi vengono selezionati, ma che cosa opera tale selezione?
La domanda a questo punto diventerebbe di carattere filosofico,
e una risposta potrebbe chiamare in causa nozioni quali “verità”,
intesa come adeguazione dell’intelletto ad una realtà
che si dà, l’esistenza di una “natura umana”
che suscita la ricerca di verità e bellezza, o la domanda
sul senso dell’esistenze stessa. La cultura trova spiegazione
solo nell’ipotesi di una identità umana che trascende
l’essere biologico, pur senza negarlo. La cultura diviene,
in questa prospettiva, espressione di tale identità trascendente;
essa si attua attraverso forme storicamente contingenti, ma facenti
capo, in qualche modo, ad una irriducibile natura spirituale. Ma
una visione come questa non è naturalmente compatibile con
le posizioni filosofiche dell’A., e dunque la sua teoria evoluzionista
dei memi appare fortemente incompleta.
Per concludere, ci sembra importante accennare alle idee che l’A.
esprime riguardo alla fede religiosa, considerazioni che, com’è
evidente, escono dall’ambito della divulgazione scientifica.
Dawkins afferma che l’idea di Dio è al pari di tutte
le altre, un meme, che ha dimostrato enorme diffusione e longevità
nel corso della storia. Come i geni riescono ad aumentare la loro
diffusione se riuniti in gruppi in cui possono favorirsi vicendevolmente,
così anche il meme di Dio ha trovato vantaggioso “stringere
alleanze” con altri memi, quali l’idea dell’inferno,
il celibato ecclesiastico, e soprattutto il concetto di fede, che
viene definita «fiducia cieca, senza prove, anche contro le
prove» (p. 207) o «uno stato mentale che porta la gente
a credere in qualcosa — non importa cosa — in assenza
totale di prove a favore» (p. 333). Infatti la fede «assicura
la propria esistenza perpetua con il semplice espediente inconscio
di scoraggiare le indagini razionali» (p. 207). Quella di
Dawkins è una visione della “fede” che, oltre
a non distinguerla da ciò che il cristianesimo chiama “fideismo”,
non potrebbe essere plausibilmente applicata a nessuna religione
in sincera ricerca di Dio. La fede, quale viene proposta dall’esperienza
cristiana e dalla riflessione teologica, è un obsequium
rationale, che non rifiuta, anzi ricerca le ragioni per credere,
le quali non sono mai necessitanti, ma sono richieste affinché
la fede sia un atto libero della persona nella sua integrità,
senza rinunciare dunque all’esigenza di razionalità
che caratterizza la natura umana. Nella prospettiva cristiana, fede
e ragione non si contrappongono ma si compenetrano. Una fede che
invita a credere “contro le prove” e a “scoraggiare
le indagini razionali” non è certamente una fede cristiana,
come ricordato dall’enciclica Fides et ratio: «La
ragione e la fede non possono essere separate senza che venga meno
per l’uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato
se stesso, il mondo e Dio» (n. 16).
Per una conoscenza adeguata dell’uomo non è possibile
limitarsi alla sola indagine scientifica, perché nessuna
teoria scientifica può rispondere alla domanda sul senso
della vita umana. Per questo non si può accettare l’affermazione
di Dawkins che tutte le risposte alle domande “che cos’è
l’uomo?”, o “la vita ha un significato?”,
date prima del 1859 (data della pubblicazione di L’origine
delle specie di Charles Darwin) sono da rigettare perché
sbagliate e prive di valore (pp. 3 e 279). La scienza può
spiegare i meccanismi biochimici che costituiscono la vita, può
elaborare teorie attendibili sui processi che hanno portato alla
comparsa dell’uomo sulla terra, ma non può, con questo,
esaurire il motivo ultimo della vita umana, in definitiva lo spessore
del suo mistero. La macchina da sopravvivenza dei geni”,
come la chiama Dawkins, ha cominciato a porsi la domanda sul perché
della propria esistenza, a ricercare il bene, la giustizia, la bellezza,
a rivelare una tensione verso l’infinito: classificare queste
realtà come effetti collaterali dell’evoluzione
significa trascurare l’aspetto più importante della
natura umana, ciò che caratterizza la sua singolarità.
Luca Tampellini
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