 Nel suo celebre Trattato di storia delle religioni,
da cui è stata estratta questa lettura, Mircea Eliade, uno dei più
celebri antropologi del Novecento, analizza il significato della
sacralità del cielo secondo al religiosità di diverse popolazioni.
All’uomo primitivo, egli afferma: “il Cielo rivela direttamente la sua
trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della
volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva un’esperienza
religiosa.” Nella religiosità arcaica non è il Cielo ad essere adorato
come Essere superiore, e in fondo nemmeno i corpi celesti. Piuttosto,
il Cielo è la sede della trascendenza, perché della trascendenza ne
incarna gli attributi. La adorazione di Jahvè da parte dell’esperienza
religiosa di Israele mostra caratteri di singolarità che la distaccano
da altre tradizioni religiose, in particolare per quanto riguarda la
radicale superiorità di Jahvè rispetto ad ogni corpo celeste, di cui
Egli si professa Creatore.
MIRCEA ELIADE (1907-1986), La sacralità del Cielo: una lettura dal Trattato di Storia delle Religioni (1948)
La
più popolare preghiera del mondo è rivolta al “Padre nostro che è nei
Cieli”. Potrebbe darsi che la preghiera più antica fosse diretta allo
stesso Padre celeste; questo spiegherebbe la testimonianza di un
Africano della tribù degli Ewe: “Dove è il Cielo, ivi è anche Dio”. La
scuola etnografica di Vienna, e in primo luogo il Padre W. Schmidt,
autore della più vasta monografia sull’origine dell’idea di divinità,
cerca addirittura di dimostrare l’esistenza di un monoteismo
primordiale, basato essenzialmente sulla presenza degli dèi celesti
nelle società umane più primitive. Lasciamo per ora sospeso il problema
del monoteismo originario. Quel che non ammette alcun dubbio è la
quasi-universalità della credenza in un Essere divino celeste creatore
dell’Universo e garante della fecondità della terra (grazie alle piogge
che versa). Questi Esseri sono dotati di prescienza e sapienza
infinite, hanno instaurato le leggi morali, spesso anche i rituali del
clan, durante la loro breve dimora sulla terra; sovrintendono
all’osservanza delle leggi, e fulminano con la folgore chi le viola.
Prima
di passare in rassegna alcune figure divine di struttura uranica,
cerchiamo di capire il significato religioso del Cielo in sé. Senza
neppure ricorrere alle favole mitiche, il Cielo rivela direttamente la
sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione
della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva
un’esperienza religiosa. Questa affermazione non implica
necessariamente un “naturismo” uranico. Per la mentalità arcaica, la
Natura non è mai esclusivamente “naturale”. L’espressione
“contemplazione della volta celeste” ha un significato del tutto
diverso se la riferiamo all’uomo primitivo, aperto ai miracoli
quotidiani con un’intensità difficilmente immaginabile per noi. Questa
contemplazione equivale, per lui, a una rivelazione. Il Cielo si rivela
quel che è in realtà: infinito, trascendente. La volta celeste è per
eccellenza “cosa del tutto diversa” dalla pochezza dell’uomo e del suo
spazio vitale. Il simbolismo della sua trascendenza si deduce, diremo,
semplicemente dalla constatazione della sua infinita altezza.
“L’altissimo” diventa, nel modo più naturale, un attributo della
divinità. Le regioni superiori inaccessibili all’uomo, le zone sideree,
acquistano i prestigi divini del trascendente, della realtà assoluta,
della perennità. Queste regioni sono la dimora degli dèi, e alcuni
privilegiati vi giungono per mezzo dei riti di ascensione celeste; fin
lassù si innalzano, secondo i concetti di certe religioni, le anime dei
morti. L’“alto” è una categoria inaccessibile all’uomo in quanto tale;
appartiene di diritto alle forze e agli esseri sovrumani; colui che si
innalza salendo cerimonialmente i gradini di un santuario o la scala
rituale che porta al Cielo, cessa allora di essere un uomo; le anime
dei morti privilegiati, nella loro ascensione celeste, hanno
abbandonato la condizione umana.
Tutto questo si
deduce dalla semplice contemplazione del Cielo; sarebbe però un grave
errore considerarla una deduzione logica, razionale. La categoria
trascendente dell’“altezza”, del sopraterrestre, dell’infinito, si
rivela all’uomo intero, alla sua intelligenza non meno che alla sua
anima. Il simbolismo è un dato immediato della coscienza totale, vale a
dire dell’uomo che scopre di essere uomo, che prende coscienza della
propria posizione nell’Universo; queste scoperte primordiali sono
legate al suo dramma in modo tanto organico che lo stesso simbolismo
determina sia l’attività del suo subcosciente, sia le più nobili
espressioni della sua vita spirituale. Insistiamo dunque su queste
distinzioni: se il simbolismo e il valore religioso del Cielo non sono
dedotti, in modo logico, dall’osservazione calma, obiettiva della volta
celeste, non sono tuttavia prodotto esclusivo dell’affabulazione
mistica e delle esperienze irrazionali religiose. Ripetiamolo: il Cielo
rivelò la propria trascendenza prima di venire valorizzato
religiosamente. Il Cielo “simboleggia” la trascendenza, la forza,
l’immutabilità, semplicemente con la sua esistenza. Esiste perché è
alto, infinito, immutabile, potente.
Che il
semplice fatto di essere “alto”, di trovarsi “in alto”, equivalga ad
essere “potente” (nel senso religioso della parola) e ad essere, in
quanto tale, saturo di sacralità, è dimostrato dall’etimologia stessa
di certi dèi. Per gli Irochesi, tutto quel che possiede orenda si chiama oki, ma il senso della parola oki sembra sia “chi sta in alto”; troviamo perfino un Essere Supremo celeste chiamato Oke. Le popolazioni Sioux (Plain Indians dell’America del Nord) esprimono la forza magico-religiosa (mana, orenda, ecc.) col termine wakan, foneticamente molto vicino a wakān, wankān, che in lingua Dakota significa “in alto, al disopra”; il sole, la luna, il fulmine, il vento possiedono wakān,
e questa forza è stata personificata, sebbene imperfettamente, in
Wakan, che i missionari traducono “Signore”, ma che è, più esattamente,
un Essere Supremo celeste, manifestatesi specialmente nel fulmine.
La divinità suprema dei Maori si chiama Iho; iho
vuol dire “eccelso, in alto”. I negri Akposo conoscono un dio supremo
Uvolavu; il nome significa “ciò che sta in alto, le regioni superiori”.
Si potrebbero moltiplicare gli esempi. Vedremo fra breve che
“l’altissimo, il lucente, il cielo”, sono nozioni esistite più o meno
manifestamente nelle espressioni arcaiche con le quali i popoli civili
esprimevano l’idea di divinità. La trascendenza divina si rivela
direttamente nell’inaccessibilità, l’infinità, l’eternità e la forza
creatrice del cielo (pioggia). Il modo di essere celeste è una
ierofania inesauribile. Di conseguenza tutto quel che avviene negli
spazi siderei e nelle regioni superiori dell’atmosfera – la rivoluzione
ritmica degli astri, le nuvole che si inseguono, le tempeste, il
fulmine, le meteore, l’arcobaleno – sono momenti di questa medesima
ierofania.
Quando si sia personificata questa
ierofania, quando le divinità del cielo si siano rivelate, prendendo il
posto della sacralità celeste come tale, è difficile precisare. Una
cosa però è certa, che le divinità celesti sono state, fin dall’inizio,
divinità supreme; che le loro ierofanie, diversamente drammatizzate
dall’esperienza mitica, sono rimaste, in seguito, ierofanie iraniche; e
quella che si potrebbe chiamare la storia delle divinità celesti è i
gran parte la storia delle intuizioni di “forza”, di “creazione”, di
“leggi” e di “sovranità”.
[…]
Simbolismo celeste
Il
carattere sacro del cielo è diffuso in complessi rituali o mitici
innumerevoli che, a quanto pare, non sono in relazione diretta con una
divinità iranica. Il sacro celeste rimane attivo nell’esperienza
religiosa, per mezzo del simbolismo dell’“altezza”, dell’“ascensione”,
del “centro”, ecc. Anche in questo simbolismo troviamo talvolta una
divinità fecondatrice sostituita a una divinità iranica, ma la
struttura celeste del simbolismo sussiste egualmente.
La
montagna è più vicina al cielo, e questo le conferisce una doppia
sacralità: da un lato partecipa al simbolismo spaziale della
trascendenza (“alto”, “verticale”, “supremo”, ecc.), e da’altra parte
il monte è per eccellenza il dominio delle ierofanie atmosferiche. Ed,
in quanto tale, dimora degli dèi. Tutte le mitologie hanno una montagna
sacra, variante più o meno illustre dell’Olimpo. Tutti gli dèi celesti
hanno luoghi riservati al loro culto, sulle cime. Le valenze simboliche
e religiose delle montagne sono innumerevoli. Spesso la montagna è
considerata punto d’incontro del cielo e della terra; quindi un
“centro”, punto per il quale passa l’Asse del Mondo, regione satura di
sacro, luogo dove possono attuarsi i passaggi fra le zone cosmiche
diverse. Così, secondo credenze mesopotamiche, il “Monte dei Paesi”
unisce il cielo alla terra, e il Monte Meru della mitologia indiana si
erge nel centro del mondo; al di sopra di lui, spande la sua luce la
Stella Polare. Anche i popoli uralo-altaici conoscono un monte
centrale, Sumbur, Sumur o Sumeru, in cima al quale è sospesa la stella
polare. Secondo credenze iraniche, il sacro monte Haraberezaiti
(Harbuz) sta al centro della terra ed è collegato col cielo. Nell’Edda,
Himingbjörg è un “monte celeste”, come dice il suo nome; ivi
l’arcobaleno (Bifröst) tocca la volta celeste. Credenze simili si
trovano fra i Finlandesi, i Giapponesi, ecc.
Il
“monte”, in quanto punto d’incontro fra cielo e terra, si trova al
“centro del mondo” ed è sicuramente il punto più alto della terra. Per
questo le regioni consacrate – “luoghi santi”, templi, palazzi, città
sante – sono parificate alle montagne e diventano esse stesse “centri”,
e la Palestina, “la terra santa”, essendo perciò considerata come il
luogo più alto del mondo, non fu raggiunta dal Diluvio. “La terra
d’Israele non fu sommersa dal Diluvio”, dice un testo rabbinico. Per i
Cristiani il Golgotha si trova al centro del mondo perché è la cima
della montagna cosmica e anche il luogo dove Adamo fu creato e sepolto.
E secondo la tradizione islamica, il luogo più alto della terra è la
Ka’ba, perché “la stella polare dimostra che la Ka’ba si trova
esattamente al disopra del centro del cielo”.
Perfino
i nomi dei templi e delle torri sacre attestano l’assimilano alla
montagna cosmica: “il Monte Casa”, “la casa del Monte di tutti i
paesi”, “la montagna delle Tempeste”, “il Legame fra cielo e terra”,
ecc. . Il termine numerico per indicare Ziqqurat è U-Nir (monte), che
Jastrow interpreta come “visibile a grande distanza”. La ziqqurat
era, propriamente, un “monte cosmico”, cioè un’immagine simbolica del
Cosmo; i suoi sette paini rappresentavano i sette cieli planetari (come
a Borsippa) o avevano i colori del mondo (come a Ur). Il tempio di
Barabudur è anch’esso un’immagine del Cosmo, costruito a mo’ di
montagna artificiale. Per estensione del sacro tempio (monte = centro
del mondo) alla città intera, le città orientali diventavano anch’esse
dei “centri”, delle cime di montagne cosmiche, punti di congiungimento
fra regioni cosmiche. Così Larsa era chiamata, fra l’altro, “La casa
del congiungimento fra cielo e terra”, “il collegamento fra cielo e
terra”, “la casa del Monte luminoso”, ecc. . In Cina la capitale del
Sovrano perfetto si trovava esattamente al centro dell’Universo, vale a
dire sulla cima della montagna cosmica.
L’altitudine
ha una virtù consacrante. Le regioni superiori sono sature di forze
sacre. Tutto quel che più si avvicina al cielo, partecipa con intensità
variabile alla trascendenza. L’”altitudine”, il “superiore”, sono
assimilati al trascendente, al sovrumano. Ogni “ascensione” è una
rottura di livello, un passaggio nell’oltretomba, un superamento dello
spazio profano e della condizione umana. Inutile aggiungere che il
sacro dell’”altitudine” è convalidato dal sacro delle regioni
atmosferiche superiori e, quindi, dal sacro del Cielo. Il Monte, il
Tempio, la Città, ecc. sono consacrati perché investiti del prestigio
del “centro”, cioè, in origine, perché assimilati alla cima più alta
dell’Universo e al punto d’incontro fra Cielo e Terra. Ne consegue che
la consacrazione mediante rituali di ascensione o scalata di monti, o
salita di scale, è valida perché inserisce chi la pratica in una
regione superiore celeste. La ricchezza e la varietà del simbolismo
dell’”ascensione” sono caotiche soltanto in apparenza; considerati nel
loro insieme, tutti questi riti e simboli si spiegano col sacro
dell’”altitudine”, cioè del celeste. Trascendere la condizione umana,
in quanto si penetra in una zona sacra (tempio, altare) per mezzo della
consacrazione rituale o della morte, si esprime concretamente con un
“passaggio”, una “salita”, un’”ascensione”.
[…]
Jahvè
La
personalità di Jahvè e la sua storia religiosa sono troppo complesse
per potersi riassumere in poche righe. Diciamo tuttavia che le sue
ierofanie celesti e atmosferiche hanno formato molto presto il centro
di esperienze religiose che resero possibili le rivelazioni ulteriori.
Jahvè manifesta la sua potenza nell’uragano; il tuono è la sua voce e
il fulmine viene chiamato “il fuoco” di Jahvè o le sue “frecce” [cfr. Salmi 18,15, ecc.]. Il Signore d’Israele si annuncia con “tuoni, fulmini e un fumo denso” [Esodo
19,16] quando consegna le leggi a Mosè. “La montagna del Sinai era
tutta in fumo, perché l’Eterno vi era disceso in mezzo al fuoco…” [Esodo
19,15]. Debora rammenta con religioso timore come, ai passi del Signore
“la terra tremò, i cieli si agitarono e le nuvole si disciolsero in
acqua” [Giudici 5,4]. Jahvè avvertì Elia che si avvicinava con
“un grande uragano, da lacerare i monti e spaccare le rocce: il Signore
non era nell’uragano. Dopo la tempesta venne un terremoto: il Signore
non era in quel terremoto. E dopo il terremoto un fuoco: il Signore non
era neppure in quel fuoco, e dopo il fuoco un mormorio dolce e leggero”
[IRe 19,11 e segg.]. il fuoco del Signore cade sugli olocausti di Elia [IRe
18,38] quando il profeta lo supplica di mostrarsi e di confondere i
sacerdoti di Ba’al. Il roveto ardente dell’episodio di Mosè, la colonna
di fuoco e le nuvole che guidano gli Israeliti nel deserto, sono
epifanie jahviste. E l’alleanza di Jahvè con la discendenza di Noè,
sfuggito al Diluvio, si manifesta con un arcobaleno. “Ho posto il mio
arcobaleno nella nuvola e servirà come segno di alleanza fra me e la
terra” [Genesi 9,13].
Queste ierofanie
celesti e atmosferiche, diversamente dalle altre divinità dell’uragano,
manifestano anzitutto la “potenza” di Jahvè. “Dio è grande per la sua
potenza; chi saprebbe insegnare come lui?” [Giobbe 36,22].
“Prende la luce in mano… si annuncia con un boato… A questo spettacolo
il mio cuore è tutto tremante, balza dal suo posto. Ascoltate! Udite il
fremito della sua voce, il rombo che esce dalla sua bocca! Lo fa
rotolare su tutta l’estensione dei cieli, e il suo lampo brilla fino
alle estremità della terra. Non trattiene più il lampo, appena la sua
voce rimbomba. Dio tuona con la sua voce in modo meraviglioso…” [Giobbe
36,32-33; 37,1-4]. Il Signore è il vero e unico padrone del Cosmo, può
fare tutto e annientare tutto; la sua “potenza” è assoluta, per questo
anche la sua libertà non conosce limiti. Sovrano incontestato, misura
la sua misericordia o la sua collera a proprio arbitrio, e questa
libertà assoluta del Signore è la più efficace rivelazione della sua
trascendenza e della sua autonomia assoluta, poiché il Signore “non è
legato da nulla”, nulla lo costringe, nemmeno le buone azioni e il
rispetto delle proprie leggi.
Questa intuizione
della “potenza” di Dio come sola realtà assoluta è il punto di partenza
di tutte le mistiche e le speculazioni ulteriori sulla libertà
dell’uomo e le sue possibilità di salvazione mediante il rispetto delle
leggi e una morale severa. Nessuno è “innocente” di fronte e Dio. Jahvè
ha concluso un’“alleanza” col suo popolo, ma la sua sovranità gli
permette, di annullarla in qualsiasi momento. Se non fa questo, non è
in virtù dell’“alleanza” – nulla “lega” Dio, neppure le sue proprie
promesse – bensì in virtù della sua infinita bontà. Jahvè si mostra in
tutta la storia religiosa d’Israele come un dio celeste e della
tempesta, creatore e onnipotente, sovrano assoluto e “Signore degli
Eserciti”, appoggio dei re della dinastia di David, autore di tutte le
norme e di tutte le leggi che consentono alla vita di continuare sulla
terra. La “legge”, sotto qualsiasi forma, trova il suo fondamento e la
sua giustificazione in una rivelazione di Jahvè. Ma, diversamente dagli
altri dèi supremi, che non possono essi stessi agire contro le leggi,
Jahvè conserva la sua libertà assoluta.
da Trattato di Storia delle Religioni (1948), Einaudi, Torino 1954, pp. 42-45; 111-114; 105-107.
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