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Umanesimo e umanità

Theodosius Dobzhansky
1967

The Biology of the Ultimate Concern

Proponiamo qui una nostra traduzione del primo capitolo di The Biology of the Ultimate Concern (La biologia della preoccupazione ultima) di Theodosius Dobzhansky, uno dei più grandi biologi evoluzionisti del secolo scorso. L’autore suggerisce che la scienza apre inevitabilmente a ciò che egli chiama le Grandi Domande (Big Questions), vale a dire, questioni inerenti alla “preoccupazione ultima”. È sua convinzione che un “credo” (Weltanshauung) coerente non può né essere derivato dalla scienza né raggiunto senza la scienza. Da scienziato professionista, Dobzhansky non teme di citare il teologo Paul Tillich. Ritiene, inoltre, che la biologia evoluzionistica contribuisca all’idea di una creazione dinamica, di un universo non statico, in cui l’essere umano ha concrete possibilità di fiorire e di migliorare sé stesso e il mondo – e questo coerentemente con l’idea di Tillich che “lo scopo della cultura è l'attualizzazione delle potenzialità dell'uomo in quanto portatore di spirito”.   

Dostoevskij fa dichiarare al suo Ivan Karamazov: "Ciò che è strano, ciò che è meraviglioso, non è che Dio esista davvero, la meraviglia è che una tale idea, l'idea della necessità di Dio, abbia potuto entrare nella testa di una bestia selvaggia e viziosa quale l’uomo; quale santo è commovente, saggio e grande onore per l'uomo." La cosa è ancora più meravigliosa di quanto Dostoevskij sapesse. L'umanità, Homo sapiens, l'uomo saggio, nacque da antenati che non erano uomini, e non erano saggi nel senso in cui può esserlo l'uomo. L'uomo è asceso al suo stato attuale a partire da uno stato ancora più selvaggio, non necessariamente più violento, ma sicuramente più sciocco e irrazionale. È un peccato che Darwin abbia intitolato uno dei suoi due più grandi libri "Discesa" (Descent), piuttosto che "Ascesa" (Ascent), dell'uomo. L'idea della necessità di Dio e di altri pensieri e idee che onorano l'uomo erano estranee ai nostri remoti antenati. Sorsero e si svilupparono, e si assicurarono una ferma presa sul pensiero creativo dell'uomo, durante la lunga e faticosa ascesa del genere umano dall'animalità all'umanità. 

Organismi diversi dagli uomini hanno la "saggezza del corpo"; l'uomo ha inoltre la saggezza dell'umanità. La saggezza del corpo è la capacità di un sistema vivente di reagire ai cambiamenti ambientali cosicché le probabilità di sopravvivenza e riproduzione siano massimizzate. Ad esempio, una certa concentrazione di sale nel sangue è necessaria per la vita; se viene ingerito un eccesso di sale, viene eliminato nelle urine; se l'apporto di sale è scarso, l'urina ne trasporta poco. Tali "sagge" reazioni del corpo sono limitate di solito agli ambienti che la specie ha frequentemente incontrato nel suo sviluppo evolutivo. Questa "saggezza" incarnata è nata attraverso l'azione della selezione naturale.

Il posto della saggezza dell'umanità nello schema delle cose richiede una considerazione separata. L'umanesimo, secondo Tillich (1963), "afferma che lo scopo della cultura è l'attualizzazione delle potenzialità dell'uomo in quanto portatore di spirito" e "la saggezza può essere distinta dalla conoscenza oggettivante (sapientia da scientia) per la sua capacità di manifestarsi al di là della scissione di soggetto e oggetto." Questa saggezza è il frutto dell'auto-consapevolezza; l'uomo può trascendere sé stesso e vedersi come un oggetto tra gli altri oggetti. Ha raggiunto lo status di una persona nel senso esistenziale, e con esso una toccante esperienza di libertà, di essere in grado di inventare e pianificare azioni, di eseguire i suoi piani o di lasciarli in sospeso. Attraverso la libertà, egli acquisisce una conoscenza del bene e del male. Questa conoscenza è un pesante fardello da trasportare, un peso da cui organismi diversi dall'uomo sono liberi. La libertà dell'uomo lo porta a porre quelle che Brinton (1953) chiama le Grandi Domande (Big Questions), che nessun animale può chiedersi. 

La mia vita e quella delle altre persone hanno un qualche significato? Il mondo in cui sono inserito senza il mio consenso ha significato? Non ci sono risposte finali a queste grandi domande, e probabilmente non ce ne saranno mai, se per risposte si intendono certezze precise, obiettive e dimostrabili. Eppure, noi dobbiamo cercare qualche tipo di risposta, perché la più alta gloria dell'umanità sta nell’esser capace di ricercare il suo significato e il significato del Cosmo. L'impulso a escogitare risposte a tali domande "metafisiche" fa parte della dotazione psicologica della specie umana. Brinton (1953) afferma giustamente che "la metafisica è un impulso o un appetito umano, e chiedere agli uomini di fare a meno della metafisica è inutile come chiedere loro di fare a meno dei rapporti sessuali. Vi sono in effetti individui che possono praticare l'astensione dalla metafisica così come vi sono coloro che possono praticare l'astensione in materia di sesso, ma sono le eccezioni. E come alcuni di coloro che reprimono il sesso in realtà lo dirottano in canali non redditizi, così fanno quelli che reprimono la metafisica.

La parola tedesca Weltanschauung e la mirovozzrenie russa non hanno equivalenti inglesi precisi. La solita traduzione, "visione del mondo", ne tradisce in genere il significato. Una visione del mondo, come una vista dalla cima di una montagna, può essere piacevole e persino stimolante da vedere, ma si può vivere senza di essa. C'è una maggior carica in una Weltanschauung, e si ritiene che una sorta di mirovozzrenie sia indispensabile per un essere umano. Il latino “credo” si sta imponendo in inglese con un senso quasi equivalente a Weltanschauung. È strettamente correlato alla "massima preoccupazione" che Tillich considera essere l'essenza della religione nel senso più ampio e più inclusivo. "La religione è l'aspetto della profondità nella totalità dello spirito umano. Che cosa significa la metafora della profondità? Significa che l'aspetto religioso indica ciò che è ultimo, infinito, incondizionato, nella vita spirituale dell'uomo. La religione, nel senso più ampio e più elementare della parola, è la massima preoccupazione. E la preoccupazione ultima si manifesta in tutte le funzioni creative dello spirito umano" (Tillich 1959).

È questa ultima preoccupazione nell'uomo che Ivan Karamazov ha trovato così strana e meravigliosa. La natura dell'uomo lo spinge a porre le grandi domande. Ogni individuo fa alcuni tentativi di rispondere almeno per la sua propria soddisfazione. Una delle possibili risposte potrebbe essere che le domande non hanno risposta, e solo persone straordinariamente presuntuose o sciocche possono affermare di aver scoperto risposte valide in modo incondizionato e permanente. Ogni generazione deve cercare di arrivare a risposte che si adattino alla propria particolare esperienza; all'interno di una generazione, individui che hanno vissuto esperienze diverse possono – non del tutto invano, si spera – dare un senso a quegli aspetti del mondo che ognuno ha osservato dalla sua particolare situazione.

La mia vita è stata dedicata al lavoro in scienza, in particolare in biologia evolutiva. Gli scienziati non sono necessariamente più, ma spero anche non meno, qualificati per pensare o scrivere sulle grandi questioni di quanto non siano i non-scienziati. È ingenuo pensare che un credo coerente possa essere derivato dalla sola scienza, o che ciò che si può imparare sull'evoluzione risponda in modo inequivocabile alle Grandi Domande. Alcuni pensatori, come ad esempio Barzun (1964), respingono tali pretese con disprezzo non dissimulato: "... la professione scientifica non costituisce un élite, né intellettuale né d’altro genere. Nel caso generale, "lo scienziato", dal professore di scienze nella scuola superiore al direttore di un istituto di ricerca, non è che una persona dalle medie capacità. Eppure anche Barzun, certo né amico né rispettoso della scienza, ammette a malincuore che la scienza "Raduna in maniera incomparabile gli uomini attorno a dichiarazioni su cui concordano senza bisogno di persuasione; poiché non appena comprendono, concedono accordo." Alcuni di questi "pronunciamenti" che la scienza produce sono quantomeno pertinenti alle Grandi Domande, e non dovrebbero essere ignorate nella ricerca di risposte preliminari. 

Non è trascorso molto tempo da quando quasi tutti pensavano che la terra fosse piatta e che le malattie fossero causate da spiriti maligni. Attualmente, opinioni piuttosto diverse sono accettate abbastanza generalmente. La terra è una sfera che ruota attorno al suo asse e attorno al sole, e le malattie sono causate da una varietà di parassiti e altre cause biologiche. Questo ha influenzato l'atteggiamento delle persone; la cosmologia assunta non è irrilevante per le preoccupazioni ultime. Per Newton e per coloro che lo seguivano, il mondo era un grande e sublime congegno, che opera infallibilmente in accordo con leggi precise e immutabili. Tuttavia, Newton accettò i calcoli del Vescovo di Ussher, secondo i quali il mondo fu creato nel 4004 a.C. Il mondo, dunque, non era poi così vecchio; non era cambiato in modo apprezzabile sin dalla sua origine, e non si prevedeva che sarebbe cambiato radicalmente in futuro, almeno fino alla catastrofe apocalittica. Newton fu uno studioso del Libro dell'Apocalisse e uno studioso di cosmologia. Nel mondo di Newton, l'uomo non aveva né la potenza né il tempo sufficienti per modificare il corso degli eventi che erano predestinati dall'inizio del mondo.

Il vasto universo scoperto da Copernico, Keplero, Galileo e Newton era divenuto assai diverso dall'accogliente mondo geocentrico dei pensatori antichi e medievali. L'uomo e la terra furono degradati dall'essere il centro dell'universo a un frammento di polvere assolutamente insignificante perso negli spazi cosmici. Le comode certezze del mondo medievale tradizionale erano così state sottratte all'uomo. Molto prima che i moderni esistenzialisti rendessero di moda l'estraniamento e l'ansia come fondamento delle loro filosofie, Pascal, in "Il silenzio eterno di questi spazi infiniti", espresse in maniera più acuta la solitudine che l'uomo cominciava a sentire. Se avesse lavorato sodo, l'uomo avrebbe potuto apprendere molto su come il mondo è stato costruito e gestito, ma non poteva sperare di cambiarlo, se non nei piccoli dettagli. Un individuo umano era o salvato o dannato, e quelli di persuasione calvinista credevano che questa alternativa fosse irrevocabilmente risolta prima che una persona nascesse. Ciò non lasciò spazio all'umanesimo nel senso di Tillich; un individuo aveva poche potenzialità da attualizzare, e la cultura non ne aveva quasi nessuna.

È diventato quasi un luogo comune che la scoperta dell'evoluzione biologica da parte di Darwin abbia completato il declassamento e l'estraniazione dell'uomo, iniziati da Copernico e Galileo. Riesco a malapena a immaginare un giudizio più sbagliato. Forse il punto centrale da sostenere […] è che è vero il contrario. L'evoluzione è una fonte di speranza per l'uomo. Certo, l'evoluzionismo moderno non ha riportato la terra al centro dell'universo. Tuttavia, pur se l'universo sicuramente non è geocentrico, può presumibilmente essere antropocentrico. L'uomo, questo misterioso prodotto dell'evoluzione del mondo, potrebbe anche essere il suo protagonista, e finalmente il suo pilota. In ogni caso, il mondo non è fisso, non è compiuto e non è immutabile. Tutto in esso è coinvolto nel flusso e nello sviluppo evolutivi.

La società umana e la cultura, l'umanità stessa, il mondo vivente, il globo terrestre, il sistema solare e persino gli atomi "indivisibili" nacquero da stati ancestrali che erano radicalmente diversi dagli stati presenti. Inoltre, le modifiche non sono solo storia passata. Il mondo non soltanto si è evoluto, ma sta evolvendo. Ora, "Nella visione del Rinascimento, il mondo, luogo di bellezza e gioia, non doveva essere cambiato ma solo accettato; e la gente del mondo, libera dalla colpa, poteva essere amata semplicemente e sinceramente" (Durham 1964). Si è pensato assai più spesso che fossero necessari cambiamenti:

"La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto;" (Rm 8: 19-22).

Poiché il mondo si sta evolvendo, col tempo potrebbe divenire diverso da quello che è. E se è così, l'uomo può aiutare a canalizzare i cambiamenti in una direzione che ritiene auspicabile e buona. Con un ottimismo caratteristico dell'età in cui viveva, Thomas Jefferson pensava che "Sebbene io non creda, come alcuni entusiasti, che la condizione umana avanzerà mai ad uno stato di perfezione tale che non ci sarà più dolore o vizio nel mondo, tuttavia credo che sia suscettibile di molto miglioramento, soprattutto in materia di governo e religione; credo anche che la diffusione della conoscenza tra le persone deve essere lo strumento con cui ciò deve essere fatto". Ciò riecheggia spesso in Karl Marx e in Lenin, e nella loro famosa massima che dobbiamo sforzarci non solo di conoscere ma anche di trasformare il mondo. In particolare, non è vero che la natura umana non cambia; questa "natura" non è uno stato ma un processo. Le potenzialità dello sviluppo dell'uomo sono lontane dall'essere esaurite, sia biologicamente che culturalmente. L'uomo deve svilupparsi come portatore di spirito e della preoccupazione massima. Insieme a Nietzsche possiamo dire: "L'uomo è qualcosa che deve essere superato".

Si presume che Picasso abbia affermato di detestare la natura. Tolstoj e alcuni lumi minori affermarono che tutte le scoperte della scienza non facevano differenza per loro. Affetto e avversione sono emozioni che non possono essere forzatamente impiantate o espurgate. Si può detestare la natura e disprezzare la scienza, ma diventa sempre più difficile ignorarle. La scienza nel mondo moderno non è un intrattenimento per alcuni devoti. Sta per diventare un affare di tutti. Alcune persone non provano alcun interesse per le galassie lontane, per le terre straniere, per le tribù esotiche umane, e persino per quei prossimi dei quali non sono costretti a occuparsi troppo spesso o troppo da vicino. Ma l'indifferenza verso la propria persona è improbabile. Alcuni possono fingerla, ma raramente la provano in profondità, se sono soli con sé stessi. Che sia improbabile disinteressarsi di sé è comprensibile come prodotto dell'evoluzione biologica della personalità nei nostri antenati. Ha aumentato la probabilità della loro sopravvivenza rispetto a ciò che sarebbe stato altrimenti. Inglobato nella psiche dell'uomo prima che fosse esplicitamente formulato, l'adagio "conosci te stesso" è sempre stato uno stimolo per l'intelletto umano.

Per "conoscere te stesso", la conoscenza scientifica da sola è palpabilmente insufficiente. Questo era probabilmente il perché Tolstoj si beffava della scienza. Per lui la scienza sembrava irrilevante per la preoccupazione ultima, e per lui solo la preoccupazione ultima sembrava avere importanza. Ma è andato troppo oltre nella sua protesta. Ai suoi tempi, e molto più nel nostro, l'autoconoscenza mancherebbe di qualcosa di molto pertinente alla condizione presente se si scegliesse di ignorare ciò che si può imparare dalla scienza. Tutto ciò si aggiunge ad un elemento dopotutto piuttosto semplice: un credo coerente non può né essere derivato dalla scienza né raggiunto senza la scienza.

L’interpretazione e l'esame critico dei credo cadono tradizionalmente nella dominio della filosofia. Comprensibilmente, i filosofi professionisti mostrano spesso poca pazienza con i dilettanti che si intromettono nel loro territorio. Gli scienziati trasformati in filosofi riescono poco meglio di altri intrusi dilettanti. Questo atteggiamento possessivo non è privo di fondamento, ma la questione non è così facile da risolvere. Cos'è, infatti, la filosofia? Tra le numerose definizioni, quella di Bertrand Russell (1945) è interessante: "tra teologia e scienza c'è una terra di nessuno, esposta agli attacchi di entrambe le parti; questa terra di nessuno è filosofia." Con modi meno coloriti, la filosofia è definita come la "scienza dell'insieme", che esamina criticamente le ipotesi e le scoperte di tutte le altre scienze e le considera nelle loro interrelazioni. Ancora altre definizioni affermano che la filosofia lavora per costruire una Weltanschauungcoerente. Secondo una qualsiasi di queste definizioni, gli scienziati possono avere un qualche ruolo da svolgere, almeno alla periferia della filosofia. Per lo meno, devono essere annoverati tra i fornitori di materie prime con cui i filosofi operano quando formulano e cercano di risolvere i loro problemi. Con alcune eccezioni degne di nota, le moderne scuole di filosofia, specialmente negli Stati Uniti e in Inghilterra, hanno molto preso spunto dalle scienze fisiche; l'autorevole scuola di filosofia analitica è dominata dalla matematica e dalla linguistica. La biologia e l'antropologia sono trascurate. Di recente, tuttavia, sembrano esserci delle canne al vento del cambiamento.

La rilevanza della biologia e dell'antropologia è abbastanza evidente. Nel suo orgoglio, l'uomo spera di diventare un semidio. Ma è ancora, e probabilmente rimarrà, in buona parte una specie biologica. Il suo passato, tutti i suoi antenati, sono biologici. Per capire sé stesso l’uomo deve sapere da dove è venuto, e cosa lo ha guidato sulla sua strada. Per pianificare il suo futuro, sia come individuo sia, molto più, come specie, deve conoscere le sue potenzialità e i suoi limiti. Questi problemi sono solo in parte biologici e scientifici, e in parte "teologici". In breve, sono problemi filosofici nel senso di Bertrand Russell.

Dato che sono un biologo senza formale educazione filosofica e antropologica, il compito che mi pongo è probabilmente troppo ambizioso. Vorrei esaminare alcune implicazioni filosofiche di alcune scoperte e teorie biologiche e antropologiche. Questo piccolo libro [The Biology of the Ultimate Concern, 1967] non pretende di essere un trattato né sulla biologia filosofica né sulla filosofia biologica. Consiste in saggi su quegli aspetti particolari della scienza che sono stati particolarmente influenti nella formazione del mio credo personale. Questo non è detto per disarmare i potenziali critici di questi saggi, ma solo per spiegare ciò che altrimenti potrebbe apparire una selezione piuttosto casuale di argomenti discussi, e omessi, nelle pagine che seguono. Insieme a Birch (1965) sostengo che:

I miei colleghi scienziati potrebbero benissimo dire: "Cobbler, tieni duro fino all'ultimo". Ma in scienza lo abbiamo fatto abbastanza a lungo. Ho tentato quello che non è uno sforzo molto popolare per la nostra generazione: coprire una tela così ampia da non poter rientrare, per intero, nella conoscenza specialistica di una singola persona. Il tentativo potrebbe essere presuntuoso. L'ho fatto per l'urgenza che ne sentiamo, nonostante la vastità dell’oggetto. Non avrei scritto se non avessi scoperto qualcosa che, per me stesso, desse un senso al mondo della conoscenza specialistica in cui vivo.

Testi citati

Barzun J. (1964), Science, the Glorious Entertainment , New York, Harper & Row.
Birch L.C. (1965), Creation and the Creator , “Journal of Religion” 37: 85-98.
Brinton C. (1953), The Shaping of the Modern Mind , New York, New American Library.
Dunham B. (1964), Heroes and Heretics, New York, Knopf
Russell B. (1945), A History of Western Philosophy, New York, Simon & Schuster.
Tillich P. (1959), Theology of Culture, New York, Oxford University Press.
Tillich P. (1963), Systematic Theology, vol. III, Chicago, University of Chicago Press.

 

T. Dobzhanski, The Biology of the Ultimate Concern (NewYork: The New American Library, 1967), Ch. 1, pp. 3-11. (Traduzione DISF.org)