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Il lavoro degli scienziati

Louis De Broglie
1958-1959

da Sur les sentiers de la science

Il testo qui proposto presenta alcune riflessioni del noto fisico francese Louis de Broglie sui rapporti tra dimensione collaborativa e dimensione personale del lavoro scientifico, nella prima parte, e tra le attitudini alla ricerca e quelle all'insegnamento, nella seconda. Nella prima parte, il testo colpisce per la sua lucidità, in quanto presenta alcuni aspetti problematici del modo in cui il ricercatore è indotto a lavorare, e delle priorità che egli deve assumere, in un contesto in cui la ricerca scientifica è ormai fortemente istituzionalizzata e pubblica. Questi aspetti, già percepibili oltre mezzo secolo fa, sono ancor più evidenti oggi. La seconda parte, al di là di quanto esplicitamente sostenuto dall'autore, offre degli spunti di riflessione sul tema del rapporto tra trasmissione delle conoscenza e innovazione creativa. 

Lavoro di gruppo e meditazione individuale

Gli scienziati lavorano oggi in condizioni ben differenti da quelle di un tempo. Se ci riportiamo col pensiero a due o tre secoli addietro, ci accorgiamo come gli scienziati di allora fossero in maggior parte amatori, i quali spesso esercitavano una professione che non aveva alcun legame con le loro ricerche scientifiche. L'Europa era in quegli anni il centro pressoché unico della scienza, nel suo significato attuale, sicché sarebbe stato abbastanza facile seguire gli sviluppi della scienza; ma lo scarso numero di pubblicazioni, la lentezza delle comunicazioni, l'interesse quasi nullo del gran pubblico per le nozioni che non avevano ancora un'applicazione pratica, rendevano molto difficile lo scambio delle idee e la divulgazione delle scoperte. Lo stato ancora rudimentale dei metodi matematici, i mezzi insufficienti di cui si poteva allora disporre per effettuare esperimenti con tecniche ancora imprecise, rendevano d'altra parte ancor più difficile il progresso delle ricerche.

Tuttavia proprio in questo periodo, in condizioni estremamente sfavorevoli, furono fatte alcune grandissime scoperte che ancor oggi sono alla base di tutta la scienza. Per ottenere questi risultati occorsero grandi sforzi, abilità e spesso genialità, poiché mancavano quasi totalmente le conoscenze teoriche fondamentali e gli strumenti necessari per le misure e per gli esperimenti. Per il grado stesso di civiltà di quell'epoca, le grandi scoperte scientifiche effettuate tra il periodo del Rinascimento e la fine del diciottesimo secolo sono dovute a scienziati che studiavano in un certo qual isolamento e derivano essenzialmente da riflessioni o da osservazioni individuali svolte spesso nella calma e nella solitudine.

I tempi sono molto mutati. L'immenso sviluppo scientifico e industriale del secolo diciannovesimo e della seconda metà del ventesimo e la conseguente profonda trasformazione della vita dei popoli civili hanno avuto enormi ripercussioni sulla vita e sulle condizioni di lavoro degli scienziati: costretti a una sempre maggiore specializzazione, quasi tutti professori o ingegneri, essi sono tutti, chi più chi meno, sottoposti al ritmo intenso della vita contemporanea.

L'Europa ha perduto la priorità delle ricerche scientifiche che vengono ora effettuate in tutto il mondo, mentre un numero grandissimo di periodici e di altre pubblicazioni ne diffondono immediatamente i risultati. La crescente rapidità delle comunicazioni favorisce lo scambio delle idee e i contatti personali; nello stesso tempo i colloqui e i congressi si moltiplicano con ritmo allucinante. I laboratori sono dotati di mezzi sempre più potenti e, almeno nelle grandi nazioni, sono divenuti vere e proprie officine. In questi laboratori, o negli istituti

ad essi collegati, il lavoro viene frequentemente svolto in gruppi cui partecipano spesso sperimentatori, teorici e tecnici: l'attività dei ricercatori è spesso parzialmente diretta secondo piani predisposti.

Naturalmente il lavoro scientifico risulta in tal modo facilitato e lo scienziato, meglio informato, con una maggior disponibilità di mezzi e sentendosi aiutato da tutti i suoi compagni di lavoro, può avere facilità sconosciute in altri tempi e sfrutta sempre più le risorse della civiltà contemporanea che si accrescono di giorno in giorno.

É quindi più che giustificabile un legittimo ottimismo per quanto riguarda l'avvenire della scienza.

Ma non si nota in questo splendido quadro qualche piccola ombra? Una punta d'inquietudine non attenua un poco questo ottimismo? Non voglio con questo alludere alle conseguenze spaventose che potrebbe avere per gli uomini l'uso sconsiderato dei formidabili mezzi d'azione che la scienza ha messo o metterà loro a disposizione: è questo un altro problema, anche se molto importante, ma sul quale ora non mi soffermo. Voglio invece considerare il solo progresso della scienza.

La rapidità e la molteplicità delle informazioni, pur essendo utilissime, presentano però alcuni pericoli. Il ricercatore scientifico si sente spesso come sepolto sotto una gran quantità di articoli e di memorie pubblicati in tutte le parti del mondo e sebbene egli possa ricorrere alle bibliografie, non riesce il più delle volte a leggerli interamente e tanto più a meditarli. Sommerso dal flusso incessante delle pubblicazioni, egli corre continuamente il rischio di soffermarsi sui particolari lasciandosi sfuggire l'essenziale. Non potendo accumulare nei locali a sua disposizione un tale ammasso di carta, si vede costretto spesso a gettar via documenti che sono il frutto di faticosi lavori e per la cui pubblicazione molte volte è stato necessario uno sforzo economico notevole. Si ha a volte l'impressione di un'inflazione, e ciò può scoraggiare lo studioso.

Il lavoro di gruppo, che per forza di cose deve seguire più o meno una via obbligata, presenta grandi vantaggi: esso è oggi, in molti organismi di ricerca, assolutamente necessario. Tuttavia, occorre un polso molto fermo nella direzione di questo lavoro di gruppo: non bisogna permettere che lo spirito di gruppo e la ricerca diretta impediscano l'originalità dei tentativi e limitino l'indipendenza del pensiero, non bisogna che si creino cenacoli in cui regnano idee preconcette o intransigenti ortodossie. Se è un bene che esistano questi gruppi e che siano bene organizzati, ci devono essere nella stesso tempo alcuni ricercatori indipendenti i quali, in un relativo isolamento, possono riflettere liberamente sui vari problemi e possano cosi aprire nuove vie che nessun direttore di gruppo avrebbe forse mai considerato nel suo programma di lavoro. È piacevole per uno scienziato potersi muovere rapidamente, poter essere tenuto al corrente delle novità scientifiche, dalla radio o dalla stampa, partecipare a riunioni o a celebrazioni, esprimere il proprio pensiero con scritti o con discorsi. Ma come si può lavorare seriamente nel proprio laboratorio o davanti a un foglio di carta, come ci si può concentrare su un problema se lo squillo del telefono ci distrae continuamente, se dobbiamo continuamente lasciare a metà l'opera iniziata per partecipare a qualche cerimonia, se dobbiamo costantemente aggiornare il lavoro intrapreso per scrivere qualche discorso o qualche articolo, spesso impostoci o urgente, a volte superficiale? Quando chiesero a Newton come fosse riuscito a realizzare quelle grandi scoperte che avevano posto su basi nuove la matematica, la meccanica, l'astronomia e la fisica, si dice che egli abbia risposto: "Continuando a riflettere". Se Newton vivesse nella nostra epoca e venisse costantemente distratto nelle sue meditazioni dal ritmo ossessivo della vita contemporanea, potrebbe oggi scoprire la legge della gravitazione?

Non voglio insistere oltre. Queste sono, come ho già detto, piccole ombre nello splendido quadro dell'attività scientifica contemporanea. Le ombre esistono, ma il quadro rimane luminoso. Auguriamoci che un'agile e razionale organizzazione del lavoro scientifico permetta una coesistenza di gruppi ben organizzati e di ricercatori originali che lavorino in libertà e che essa sappia conciliare le nuove esigenze del mondo moderno con quanto di grande e di fecondo vi fu sempre nel passato.

 

L'insegnamento e la ricerca

Non molto tempo fa, mentre scorrevo un libro dedicato a Charles Péguy, fui colpito da una frase da lui scritta mezzo secolo addietro: "Ciò che è più in contrasto con gli impegni scientifici sono gli impegni dell'insegnamento, in quanto per i primi è necessaria una continua inquietudine, mentre per i secondi e necessaria un'imperturbabile sicurezza di sé.”

Péguy vede quindi una specie di opposizione fondamentale tra l'indole del ricercatore scientifico che, per la natura stessa del suo spirito è continuamente portato a tentare di scoprire cose ancora sconosciute e rimettere volentieri in questione quanto sembra definitivamente stabilito, e l'indole del professore che, insegnando ciò che è noto o che si crede tale secondo un programma impostogli o che lui stesso si è tracciato, ha una naturale inclinazione verso un certo dogmatismo. Ma tale opposizione sussiste veramente? Questa e la domanda che ci è lecito porre. II dubbio potrebbe nascere dal fatto che il gusto per la ricerca e per l'insegnamento esistono quasi sempre simultaneamente in uno stesso individuo, e che nel corso dei secoli e sempre più nei tempi moderni ricerca e insegnamento di grado superiore sono stati costantemente uniti. Quando, dopo la prima giovinezza in cui inizialmente il desiderio d'istruirsi occupa ogni pensiero e quindi l'immaginazione e l'ardore, in tutta la loro freschezza, favoriscono le scoperte, il ricercatore "nato" giunge alla maturità, egli sente progressivamente il desiderio di comunicare ad altri quanto da lui appreso o inventato, e superata l'età in cui si è allievi, desidera egli stesso avere allievi. Invero la maggior parte dei ricercatori scientifici dedicano oggi all'insegnamento una parte della loro attività. Chi non fa questo, e furono molti nell'epoca in cui si potevano vedere magistrati come Fermat dedicarsi allo studio della geometria o banchieri come Lavoisier dedicarsi allo studio della chimica, non tralascia di scrivere, oltre a memorie specializzate in cui espone i risultati dei suoi lavori, opere sintetiche di carattere didattico: ciò costituisce ancora una forma di insegnamento. Come si può parlare perciò di un'opposizione tra la ricerca e l'insegnamento, se l'una sembra non poter stare senza l'altra e se una sola persona le pratica contemporaneamente, come se tra esse esistesse una vera e propria simbiosi?

Non mancano, pero, argomenti per suffragare la tesi di Péguy. È certo che l'insegnamento ha, in quanto tale, un carattere dogmatico e tende a fissare in una forma che si vorrebbe definitiva lo stato, in realtà sempre provvisorio, delle nostre conoscenze. Un professore non può limitare continuamente le proprie affermazioni o insinuare dubbi in chi ascolta; costruendo davanti ai suoi allievi l'edificio delle concezioni teoriche note su questo o quell'argomento egli non può ogni volta mostrarne la fragilità. Se lo facesse, i suoi allievi, soprattutto se giovanissimi, ne ricaverebbero un'impressione di insicurezza e non avrebbero più fiducia nella sua autorità. Quante volte, nel corso di una lezione, il professore non ha l'impressione di essere più affermativo nella soluzione di certi problemi che nelle sue riflessioni solitarie! Nell'esercizio prolungato dell'insegnamento anche l'abitudine interviene in modo più o meno velato e fa cristallizzare il pensiero, impedendo di scorgere nuove strade e favorendo il consolidarsi di false ortodossie. È noto che famosissimi scienziati ostacolarono a volte per molto tempo il progresso della scienza, rifiutandosi di ammettere idee nuove che si rivelarono in seguito esatte e feconde. Certamente l'età spesso è causa di un certo irrigidimento su concezioni apprese da giovani al momento della propria formazione intellettuale. Ma questa mancanza di agilità di pensiero e anche dovuta a una prolungata abitudine all'insegnamento scritto o orale che, costringendo a basarsi sempre su determinate idee ammesse come definitive, rende ogni affermazione sempre più intransigente. È stato così spesso ripetuto, insegnando o scrivendo: "È  noto che...", che alla fine non si esaminano neppur più i concetti su cui si fonda un'affermazione talmente nota.

All'uomo non piace riconoscere che forse si è sbagliato: occorre per questo un grande coraggio. Ora, l'insegnamento obbliga a fare continuamente determinate scelte tra pareri opposti e ciò succede, contrariamente a quanto si crede comunemente, anche nelle scienze più esatte. E si è obbligati a fare tali scelte in pubblico: dopo averle fatte e rifatte, è piuttosto difficile contraddire se stessi e ritornare al dubbio: in molti casi, però, la scienza può progredire soltanto a questo prezzo.

Tutti coloro che scrivono o parlano in pubblico e che sono perciò obbligati ad assumere una certa posizione di fronte ai problemi trattati, finiscono, contro la propria volontà, per essere convinti di quanto affermano e non riescono più a liberarsi dal "personaggio" che rap­ presentano. Spesso, e senza per ciò essere ipocriti, le loro idee più intime, oggetto delle loro meditazioni solitarie, differiscono alquanto da quelle che, per abitudine o per dovere professionale, esprimono nei loro scritti o nei loro discorsi. Nell'intimo essi restano sempre ricercatori inquieti e dubbiosi, mentre di fronte agli altri appaiono maestri sicuri di sé e di quanto affermano.

La ricerca e l'insegnamento sono pressoché inscindibili e, se non sono uniti, il più delle volte nessuno dei due raggiunge un livello superiore. La ricerca nutre l'insegnamento e questo fatto, indispensabile per trasmettere la fiaccola della scienza da una generazione all'altra, fortifica la ricerca . Tuttavia, per le ragioni da me esposte, esiste una certa opposizione tra questi due campi del pensiero che sono alla base delle nostre conoscenze. L'insegnamento, per lo meno nel suo grado superiore, e il lavoro di ricerca sono come due fratelli, uniti da uno stretto legame di parentela che non si può scindere, ma tra i quali esiste una specie di segreto e costante antagonismo. La ricerca ha bisogno di una continua inquietudine, l'insegnamento invece tende, in quanto tale, verso una sicurezza imperturbabile: due cose tra loro opposte. Questo volle esprimere con molta acutezza Charles Péguy nella frase che mi è servita come tema.

  

L. de Broglie, Sui sentieri della scienza (Boringhieri: Torino, 1962), pp.  305-311. Orig. francese: Sur les sentiers de la science (Editions Albon Michel: Paris 1960).