Charles Moeller, Saggezza greca e paradosso
cristiano (1948), Morcelliana, Brescia 2003, traduzione di Nella
Berther.
Indice: Parte Prima: Il problema del
male - cap. I: Il problema del male in Omero e nei tragici greci
- cap. II: Il tema del peccato in Shakespeare, Racine e Dostoevskij.
Parte Seconda: Il problema della sofferenza - cap. I: Il paradosso
del “giusto sofferente” nella tragedia greca - cap.
II: La santificazione dell’uomo attraverso la sofferenza in
Shakespeare e Dostoevskij. Parte Terza: Il problema della morte
- cap. I: I miti dell’aldilà in Omero, Platone, Cicerone
e Virgilio - cap II: Il paradiso della luce in Dante.
«Che hanno in comune, dunque, Atene e Gerusalemme? L’Accademia
e la Chiesa? Gli eretici e i cristiani? La nostra disciplina viene
dal portico di Salomone, il quale aveva insegnato che si doveva
cercare Dio in semplicità di cuore. Ci pensino coloro che
hanno inventato un cristianesimo stoico e platonico e dialettico.
Non abbiamo bisogno della curiosità, dopo Gesù Cristo,
né della ricerca dopo il Vangelo. Quando crediamo, non sentiamo
il bisogno di credere in altro, giacché noi crediamo prima
questo, non esserci motivo di dover credere in altro». È
difficile che non tornino alla mente le parole appena citate tratte
dall’opera De praescriptione haereticorum di Tertulliano,
quando ci si accinge a presentare un libro come Saggezza greca
e paradosso cristiano, pubblicato da Charles Moeller nel 1948,
del quale l’Editrice Morcelliana ha recentemente mandato in
libreria la nona edizione della traduzione italiana. Tornano alla
mente perché sono eloquentemente rappresentative di uno degli
atteggiamenti che i cristiani delle origini adottarono ponendosi
dinanzi al grandioso patrimonio ereditato dalla cultura classica,
ovvero quello del rifiuto, operato in nome dell’assoluta alterità
e novità del messaggio evangelico nei confronti di qualsiasi
umana acquisizione; ma tornano altresì alla mente, perché
ancora oggi il problema del rapporto tra fede e cultura o, meglio,
tra fede e culture, è di stringente attualità e richiede
di essere costantemente studiato e approfondito. È noto,
tuttavia che Tertulliano appartenne ad una frangia radicale e minoritaria
del cristianesimo dei primi secoli. Di ben diversa opinione furono
autori come Giustino, Clemente di Alessandria e vari fra i Padri
apologeti greci del II e III secolo. In realtà, pur con infinite
modulazioni e sfumature, tra verità cristiana e cultura greca
si determinò un’osmosi profonda. Così la pensa
anche Charles Moeller, che apre il suo notevolissimo lavoro con
le seguenti considerazioni: «Il cristianesimo si è
unito con l’ellenismo, con una, cioè, delle forme più
perfette di umanesimo, in un indissolubile vincolo. All’ellenismo
esso deve, in gran parte, il suo trionfo nel mondo antico. È
impossibile capire taluni aspetti del dogma senza ricorrere ai concetti
greco-romani, che hanno contribuito ad elaborarli. Questa unione
del mondo cristiano e del mondo antico ha salvato la civiltà
durante il Medio-Evo […]. Il cristianesimo non ha soppresso
ciò che l’umanità aveva creato di più
grande prima di esso, bensì l’ha battezzato.
In esso, i valori umani prima vengono convertiti, poi coronati:
stanno a segnare la via sacra per il “Trionfo” dell’“eroe
antico” più perfetto, il Cristo […]. La Chiesa
cattolica si è sempre sforzata di salvare il più possibile
dell’“uomo vecchio”. Sempre essa ha pensato che
essere un santo era anche essere un uomo, che l’umanesimo
non si contrappone alla santità, ma in essa trova il suo
coronamento» (pp. 15-16).
Ma v’è un altro punto che Moeller, che scrive all’indomani
dell’immane tragedia della seconda guerra mondiale, tiene
ben presente, ed è quello dell’ineludibile scandalo
del male e del dolore che segna da sempre la storia dell’umanità,
uno scandalo che nessun ottimismo umanistico può spiegare
e tanto meno cancellare: soltanto il paradosso cristiano,
che parla apertamente di peccato e di sofferenza redentrice, è
in grado di dire qualcosa all’uomo contemporaneo sempre più
bisognoso di risposte radicali. E a questo riguardo, Moeller non
esita a segnalare la profonda diversità esistente tra saggezza
greca e annuncio cristiano e a sottolineare i limiti dell’umanesimo
classico, fondando le sue affermazioni sulle seguenti celebri parole
della Prima Lettera ai Corinzi: «Dio ha scelto ciò
che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha
scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i
forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile
e disprezzato per ridurre a nulla le cose che sono, perché
nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1Cor 1,
27-29).
Moeller sceglie dunque opportunamente questa linea interpretativa
che non fa indebite confusioni tra classicità e cristianesimo,
ma nello stesso tempo indica con chiarezza la presenza di fecondi
punti di contatto fra le due realtà, nella convinzione che
la verità cristiana non ha mai annichilito i valori più
autentici, ma li ha esaltati e condotti a pieno compimento.
Il libro di Moeller consta di tre parti: la prima dedicata a Il
problema del male, la seconda a Il problema della sofferenza
e la terza a Il problema della morte. Trattando del male,
l’autore si sofferma su Omero e i tragici greci e spiega perché
il mondo ellenico non ebbe il senso del peccato, per poi concludere
nei termini seguenti: «La malvagità reciproca degli
uomini si può vederla senza perdere il coraggio quando si
scorgono di lontano le torri di un’altra città, di
un’altra Atene, diversa da quella dei Sofisti, una città
del cielo, la Gerusalemme celeste […]. La visione cristiana
dell’uomo peccatore è più “umana”,
poiché è lo sguardo di un Dio di perdono sul gregge
delle sue pecorelle» (p. 71). L’analisi del tema del
peccato in Shakespeare, Racine e Dostoewskij conduce Moeller a sostenere
che i tre sommi scrittori sono stati più grandi dei greci
«perché si sono lasciati influenzare dal cristianesimo»
(p. 114), magari pur non essendone sempre consapevoli. Non si deve
affermare che essi hanno scritto le loro opere immortali alla luce
di una ben precisa dogmatica cristiana, ma non si può disconoscere
che tutti e tre, seppur con le dovute differenze, hanno respirato
a pieni polmoni l’ossigeno del messaggio cristiano diffuso
nella civiltà e nella cultura del loro tempo.
Al genio greco – prosegue Moeller – mancò la
capacità di trovare un perché autentico alla sofferenza
che lacera l’umanità, e ciò assai probabilmente
a causa dell’oscurità in cui avvolsero il destino dell’uomo
oltre la morte; le tenebre dell’aldilà non rischiarate
dalla luce della resurrezione rendono ancora più opaco e
impenetrabile l’enigma del dolore: tuttavia – annota
l’autore – pur nell’assenza di una speranza oltremondana,
i greci (si pensi ad Antigone) seppero mostrarsi coraggiosi e questo
loro coraggio ammonisce i cristiani a essere degni del dono della
speranza che il Signore ha loro elargito, non lasciandoli vagare
nel buio. Inoltre – aggiunge Moeller –, il mondo ellenico
non seppe che il dolore è un prodotto del peccato: il peccatore,
commettendo il male, fa soffrire gli altri uomini e nello stesso
tempo soffre egli stesso. Il cristiano sa che il peccato può
essere sconfitto e con esso il dolore, perché, per quanto
fragile sia l’uomo, potente è la bontà di Dio
che ama e perdona: questa certezza è presente sia nelle opere
di Shakespeare, sia in quelle di Dostoewskij, meno esplicitamente
nelle prime, assai di più nelle seconde.
Sullo sfondo del pensiero greco si staglia la novità cristiana
della libertà e del valore della storia. E con essa anche
la corrispondente responsabilità che ne deriva. La nozione
di peccato era nel mondo greco inestricabilmente mescolata a quella
di fatalità. Non compariva l’idea che la creatura potesse
godere di una libertà capace di opporsi al suo Creatore,
in quanto la vita umana si muoveva in un universo dominato dal determinismo
e da cause cieche, che l’uomo subisce senza poter mai controllare
con il suo agire libero. Ed è assente l’idea di perdono.
La saggezza greca, osserva l’A., è in fondo un grande
grido verso un Dio di misericordia, verso un mondo divino che abbia
la bellezza del mondo umano che i greci avevano sempre sognato.
Ma è di fronte alla morte che la novità cristiana
si rende particolarmente visibile: la Resurrezione di Cristo e l’annuncio
dell’instaurazione del regno di Dio aprono una pagina totalmente
nuova nella storia del mondo, una pagina che la classicità
non fu in grado di scrivere. I miti dell’aldilà presenti
in Omero, in Platone, in Cicerone e in Virgilio palesano una sicura
grandezza e, nel medesimo tempo, un altrettanto invincibile miseria,
mentre la luce tutta cristiana che promana dal Paradiso di
Dante squarcia definitivamente le tenebre dell’Ade.
La bella opera di Charles Moeller spiega bene in quale senso debba
leggersi il rapporto tra saggezza greca e paradosso cristiano, e
le seguenti acute osservazioni sintetizzano assai bene questa spiegazione:
«L’anima antica – si legge in una densa pagina
del libro – è vicina la cristianesimo. Lo presentiva,
lo disegnava “a incavo”. E’ aperta. La
cultura antica, soprattutto la greca, è infinitamente meno
pericolosa, dato che lo sia, per un cristiano, che quella dopo il
Cristo. L’orgoglio di un eroe greco non ha la durezza disperata
del Sisifo di Camus. Mancano agli antichi alcuni valori essenziali
(sentimento della colpa, bisogno di redenzione, gioia) ma solo perché
mancò loro la Rivelazione. Questa Rivelazione non la negarono.
Per la qual cosa il loro umanesimo conserva un’inspiegabile
virile dolcezza. E permette di meglio capire il cristianesimo
come coronamento e redenzione dell’uomo» (p. 234). Il
lavoro di Moeller rappresenta ancora oggi un classico del pensiero
cristiano, che il lettore interessato ai rapporti fra Rivelazione
cristiana e pensiero filosofico potrà accostare ai noti saggi
Jean Danielou (Miti pagani e mistero cristiano, tr. it. Roma
1995; Messaggio evangelico e cultura ellenista, tr. it.,
Bologna 1975). Da questo confronto, emerge la caratteristica eccedenza
della Rivelazione cristiana rispetto alle domande religiose e filosofiche
dell’uomo e, al tempo stesso, la sua sorprendente sintonia
con quanto egli desideri o, perfino, non osi sperare.
Prof. Maurizio Schoepflin
docente di Filosofia e saggista
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