> >
Antonio Stoppani (1824-1891): Come le scienze naturali favoriscano la riflessione su Dio e
aiutino a chiarire, grazie ad analogie e similitudini, alcuni aspetti delle verità
rivelate

13. La scienza della natura infine già per se stessa uno studio che si fa di Dio nello
sue creature, e che ci deve obbligare via via più potentemente e più ragionevolmente a
venerarlo. Essa, per quanto si voglia sottrarla all'influenza della religione, non ha
mutato né la natura né lo scopo del mondo. Mondo, uomo, natura, sono parole che non
dicono altro che un complesso di fatti sensibili. Ma la ragione, portandosi sopra di essi,
vi ha sempre trovata una rivelazione più o meno imperfetta di Dio e de suoi
attributi. Ora la scienza non fa che studiare ne suoi particolari quellordine
meraviglioso, che fino dal principio del mondo si è presentato anche alle menti più
volgari: essa non fa che mettere in luce quanto di conforme a quest'ordine si sottrae alla
volgare esperienza. Le conseguenze che la ragione umana può derivarne, sono sempre le
stesse. Il miracolo, per es., che, come arresto od infrazione delle leggi ordinarie della
natura, fu preso sempre, e senza nessun sforzo dell'umana ragione, come una prova
dell'intervento di una potenza che sovrasta alla natura, non può che acquistare di valore
davanti alla scienza, la quale va sempre più dimostrando quanto lo leggi della natura
siano per se stesse imprescrittibili; poiché, quanto più per via d analisi e di
esperienze si renderà certo ed evidente che non cè potenza umana o naturale che
possa costringere la natura a violare le proprie leggi; tanto più si renderà certo ed
evidente, nel caso che una tale violazione si verifichi di fatto, l' intervento di una
virtù non soggetta a quelle leggi, ed alle quali anzi sono le stesse leggi soggette.
15. Se poi, dopo aver detto e dimostrato in genere che lo studio della natura giova
certamente a svolgere in tutte le sue parti il concetto degli attributi di Dio, convenisse
riflettere sopra gli effetti speciali che può produrre sull' animo nostro in questo senso
alcuna delle naturali scienze in particolare; dirò, come persona non affatto inesperta,
qualche cosa di quella che in particolar modo io coltivo, e che farmi così propizia a dar
sviluppo nella mente allidea, e nelluman cuore al sentimento della divina
Provvidenza. Nel concetto di Provvidenza cè già incluso, tanto chiaramente
quello di previdenza, che il volgo suol dire che Dio vede e provvede, alludendo
specialmente a quei fatti che si verificarono anche molto prima di un dato avvenimento, a
cui quegli altri sembrano essere stati, per divina disposizione, provvidamente ordinati.
Nel concetto di previdenza però, la Provvidenza si considera più limitatamente, o per
meglio dire si guarda da un lato affatto speciale, in quanto cioè operò in passato in
vista del presente, od opera in presente in vista del futuro. Questa previdenza, cosi
diversa dall'umana, perché opera colla previsione di chi prevede ciò che vuole, e ciò
che vuole fa, è proprietà, al lutto divina che, una volta chiarita alla mente nostra dai
fatti naturali o soprannaturali, produce una grande impressione sul nostro intelletto, ed
esercita una grande influenza sulla nostra volontà. Lasciando alla storia dell'umanità,
e specialmente a quella della nostra redenzione, il pregio di mettere nella sua maggior
luce davanti allocchio del credente questa idea così salutare della divina
previdenza, io credo che tra le scienze naturali quella in ispecie che, ignota agli
antichi filosofi, ebbe un si meraviglioso svolgimento nell età nostra (voglio dire
la geologia), facendoci padroni del passato, sia la più atta a suggerirla e a farla, per
dir così, toccar con mano anche allincredulo, senza obbligarlo a lasciare il campo
a lui prediletto delle scienze esperimentali. E in questo senso e con questo intento
ch io ho creduto di scrivere un libro [Acqua ed aria, ossia La purezza del
mare e dellatmosfera fin dai primordi del mondo animato; Milano, 2a. ediz.,
Hoepli, 1882] il quale, per quanto è a mia cognizione, fu letto da pochi e da pochissimi
inteso in questo senso; colpa certamente della meschinità dell'opera, ma fors' anche un
pochino del titolo, che sonava un'opera troppo filosofica ai positivisti e troppo positiva
ai filosofi, mentre nellintenzione dell'autore era un di mezzo tra luna e
laltra, colla pretesa d'offrire, in qualunque modo, un saggio d'una Teodicea
positiva, trattata largamente sulle basi delle scienze naturali. Mi permetterò di
riportarne un brano della prefazione, risparmiando al lettore il molto che mi suggerisce
l'argomento, quando fosse il caso di trattarlo ex professo. «L'esperienza
d'ogni giorno, e in più larghe proporzioni lesperienza delle umane generazioni,
hanno suggerito e radicato nellumana coscienza l'idea d'una Provvidenza, ragione e
principio d'ogni cosa creata, il cui concetto è quello di una previdenza efficace, cioè
di una intelligenza divina che, mentre prevede il bisogno, ha anche il potere e il volere
di provvedervi. Il nascere del sole ogni giorno, l'alternare delle stagioni, cioè di
tutti i fenomeni di temperatura, di pioggie, di venti, con regolarità ed opportunità
cosi sorprendenti; infine tutto quel sistema di periodicità, cosi caratteristico di tutti
i fenomeni naturali, per cui si mantiene lequilibrio degli elementi, e si perenna la
vita delle piante e degli animali, e tutto si rinnova e si perpetua quaggiù, rivela
sufficientemente linstancabile vigilanza e la provvida attività di un Essere che,
anteriore a tutti i tempi, tutto ha preveduto, perché tutto sia pronto a tempo
opportuno quanto si esige all'ordinato svolgimento del mondo animalo ed inanimato. Ora
la geologia, allargando immensamente i limiti del tempo oltre quelli assegnatile
dall'esperienza o dalla storia, allargando con essi il concetto della periodicità o della
perennità dei fenomeni tellurici, descrivendo anzi, direi, sulla tela smisurata di un
tempo senza confini, circoli ignoti di periodicità così immensamente vasti, che
lesperienza delle generazioni non sarebbe riuscita a delinearne un sol grado; la
geologia, dico, ha pure immensamente allargalo nell'umana mente il concetto della eterna
divina previdenza. Come sotto i nostri occhi si rimutano i giorni, cosi sotto gli occhi di
questa novissima fra le scienze si rimutano i mondi, senza che mai l'equilibrio sia rotto,
o sia turbato un solo istante l'ordine dell'universo. E tutto è misurato, previsto; tutto
preordinato ad uno scopo, che non fallisce, non può fallire. Quando si vede (e la
geologia ce lo fa vedere) che l'oggi, con quanto ha di buono e di bello, trova la sua
ragione di essere in un giorno che spuntava or fanno milioni di anni; quando i vantaggi di
cui godiamo si scorgono preparati; colla economia più meravigliosa, coi più sapienti
artifici, con una cura gelosa, e direbbesi materna, tanti milioni di anni prima che
lorma di un uomo fosse stampata sulla terra, prima ancora che esistessero nemmeno i
continenti che l'uomo avrebbe abitali, il concetto della divina previdenza, come ragione e
principio delle rivoluzioni telluriche, si fa nella mente nostra gigante, e solleva lo
spirito, dalle regioni della scienza, in quelle dell'amore».
16. Veniamo ora al secondo punto; a vedere cioè come la scienza della natura, secondo
il dettato di S. Tommaso, valga a rischiarare, per mezzo di certe similitudini, le
cose di fede. L'Angelico Dottore, per riportare un esempio di quelli che hanno fatto uso
di questo argomento delle similitudini, non cita che S. Agostino, forse perché fu sempre
considerato come principe dell'antica filosofia cattolica. Ma nelle S. Scritture, nelle
opere dei Padri, dei dottori e degli scrittori ecclesiastici le similitudini sono cosi di
sovente introdotte che, radunandole, si potrebbe comporne un grosso volume e forse
parecchi. Tra i libri del Vecchio Testamento ne ridondano specialmente i Proverbi, la
Sapienza, la Cantica, Giobbe e le profezie d'Isaia e di Geremia. Ma ciò che fa senso
sopratutto e ne mostra il valore e l'opportunità, è il vederle adoperate dalla stessa
incarnata Sapienza con tanta frequenza, che i profeti annunciarono quest'uso delle parabole,
che vale lo stesso come dire delle similitudini, come una delle caratteristiche del futuro
Messia: Aperiam in parabolis os meum [Salmo LXXVII, 2; Matt. XIII, 35]. Sine
parabolis non loquebalur eis [Matt. XIII, 34]. Su questo argomento non avrei nulla da
aggiungere a quanto ne scrissi in un libro popolare, pel quale il pubblico fu mollo
indulgente, dove appunto feci osservare che: «Gesù Cristo s'indirizzò alla
natura sensibile, ai fenomeni più volgari, come il comportava la povertà intellettuale
de suoi ascoltatori, per cercarvi, non già semplicemente delle similitudini, ma le
testimonianze dirette, le prove più chiare, irrecusabili della sua dottrina sulla natura
e sugli attributi di Dio, e sulla morale chegli veniva insegnando. Egli chiama in
testimonio la natura, come altri ricorrerebbe ad una autorità incontestabile; mostrandoci
cosi, come, in certo senso, la dottrina, ch' Egli era sceso dal cielo ad insegnarci, era
già tutta nella natura» [Il bel Paese: considerazioni sulle bellezze
naturali, la geologia e la geografia fisica dItalia, 4a. ediz., pag. 525]. C'è
infatti tale convenienza tra l'ordine della natura visibile e l'ordine spirituale e
soprannaturale, che, oltre al poterne cavare in ogni caso le più parlanti similitudini,
si può dire che tutta la natura è similitudine di ciò che si avvera in quelle sfere
tanto superiori alla sua. Anche in questo senso largomento fu da me trattato in un
discorso, dove, parlando di educazione cristiana, faceva tra gli altri i seguenti
riflessi, che ora ripeto, applicandoli all'apologia cattolica: «Pensate alla
potenza persuasiva che esercitarono sempre, fin dai tempi più antichi, anche su di noi
stessi fin dalla prima infanzia, le similitudini, gli apologhi, le parabole, i proverbi,
suggeriti dalla osservazione prima della natura animata ed inanimata, o dalla più volgare
esperienza. È un fatto che le menti vergini, primitive, a cui ancora, non nocque (e nuoce
tante volte pur troppo) l'abitudine o la pretesa di ragionar di lutto, di ridur tutto a
sillogismo e dilemma, sono così disposte a ricevere il vero ed il bene sotto le suddette
forme, che presentano l'idea visibile, palpabile, personificata in qualche cosa di vivo e
parlante. Volete che la scienza, la quale, oltre al poco che appare, rivela il molto che
si nasconde, e ci mette dentro i più intimi segreti della natura, non abbia sulla volgare
esperienza dei grandi vantaggi? [Lo studio della natura come elemento educativo,
estratto dal periodico Gli studi in Italia. Roma, 1879]». Continuavo poi
dimostrando come natura è ordine, provvidenza, previdenza, forza e soavità, carità,
pazienza, operosità, economia, magnificenza, non volendo indicare soltanto come essa sia
maestra di morali virtù, ma anche vera rivelazione (rivelazione naturale) di Dio, perciò
vera scuola di religione. Nè dimentichiamoci che al sentimento della natura, come lo
prova lesperienza, spontaneamente sassocia il sentimento di Dio, sicché
questo nasce naturalmente e spesso inconsapevolmente da quello: grande indizio codesto di
quell'accordo di somiglianza e di leggi che c'è tra il visibile e l'invisibile, tra il
creato e il Creatore.
17. Se la contemplazione della natura produce e fomenta il sentimento religioso (e
spesso si ottiene più dal sentimento che dal raziocinio), lo stesso effetto debbono
produrre i libri che trattano di cose naturali, tanto più se sono scritti sotto
l'impressione di quello stesso sentimento che si vuole in altri destare. Ricordiamo, a
titolo d'esempio, quello che lasciò scritto S. Gregorio Nazianzeno riguardo alle omelie
di S. Basilio, scritte sotto il titolo di Hexemeron (i sei giorni, ossia i sei
giorni della creazione) è forse il più antico dei libri d'apologia cattolica, intesi nel
senso di cavarne la materia dalle scienze fisiche, trovandovisi quanto di più peregrino
possedeva la scienza fisica dei Greci. «Come io prendo fra le mani o recito
lHexemeron di lui (di S. Basilio), mi unisco al Creatore, conosco le ragioni
della creazione, e il Creatore stesso maggiormente ammiro e comprendo, più di quanto ero
solito dapprima, allorché mi era unica maestra la vista» [S. Gregorio
Nazianzeno, Oratio XX, traduz. maurina].
18. Il terzo modo finalmente col quale, secondo S. Tommaso, lo studio della natura può
essere vantaggioso alla fede, è quello di usarne ad impugnare quelle cose che contro
la fede si asseriscono. Nello spiegare questo punto, lAngelico Dottore ci ha
data, secondo me in termini precisissimi, la norma principale da seguirsi nella
controversia. Le proposizioni contro la fede, da qualunque ramo di scienza si pretenda
cavarle, o sono false, o non sono necessarie. È una di queste cose che l'apologista deve,
e potrà sempre dimostrare, usando degli stessi mezzi che il naturalista ha adoperati per
stabilire la difficoltà. Un passo di più o sempre, in genere, arrischiato; come sarebbe
nel caso che l'apologista volesse prendere in mano egli stesso dei fatti non ancora ben
stabiliti, o delle semplici opinioni o ipotesi scientifiche, per farne ultroneamente
puntello al dogma. L'opinione, l'ipotesi, sono sempre qualche cosa di posticcio, di
labile, né possono anche da parte loro gli increduli cavarne seriamente unobiezione
a ciò che si crede per fede. A quale pericolo si espone il dogma, io non dirò in sé
stesso perché è incrollabile e non ha bisogno dell'appoggio di ragioni naturali, ma
nell'opinione del volgo e dei miscredenti, quando, come troppo spesso avviene, si veggono
cadere quelle idee, quei sistemi scientifici, a cui il dogma medesimo si voleva
appoggiare, e che il progresso della scienza manda a mano a mano ad ingrossare il volume
già si enorme degli spropositi e delle aberrazioni scientifiche! Sarò forse sembrato
petulante quando dissi in quella mia lettera pubblicata nel primo numero del periodico La
Sapienza, alludendo a certi apologisti e commentatori antichi e moderni: Dagli
amici li guardi Dio, che dai nemici li guardo io. Eppure io non mi pento daverlo
detto, e credo che non mi pentirò mai della mia impenitenza. Qui la prudenza non è mai
troppa, ne cum aliis praedicaverim, ipse (benché senza volerlo) reprobus
efficiar, come diceva S. Paolo. Quando la scienza ci vien dinanzi con delle obiezioni,
guardiamola ben bene in faccia: se dice il vero, sia sempre la ben venuta; ma dopo un
rigoroso esame, il quale ci ponga in grado da scoprire se dice il falso. In questo caso
tocca a noi dimostrarglielo. Se poi troviamo (e ci avverrà questo nella maggior parte dei
casi) che la scienza non ha a sua disposizione che delle opinioni o delle ipotesi, messe
fuori da uno scienziato, ma non accettate od impugnale da altri, ovvero dei fatti che non
hanno nessun rapporto, o almeno nessun rapporto necessario col vero che si vuole
combattere, noi le diremo, col più bel garbo possibile, che venga più tardi, quando
sarà sicura del fatto suo, come noi siamo sicuri del nostro, ovvero che, se vuole
brigarsi colla dogmatica, la studii prima un po' meglio
19. Il pensiero di S. Tommaso adunque sarebbe che, mentre possiamo e dobbiamo giovarci
della scienza in genere e delle scienze naturali in ispecie, per rischiarare e svolgere le
nostre cognizioni circa la fede, per farla sempre meglio conoscere, accettare ed amare da
tutti (il che è stabilito nei primi due punti); quanto agli attacchi di cui può esser
fatta segno, basterà tenerci sulla difensiva, lasciando che la scienza si maneggi
liberamente entro i suoi legittimi confini, pronti però a batterci, quando con mire
ostili li oltrepassi. Ma anche quando sia ristretta entro questi termini, le esigenze
dellapologia cattolica non sono poche. È già inteso intanto che lapologista
deve essere ben sicuro del fatto suo, cioè avere la più perfetta cognizione e la più
sicura certezza del dogma. Ma poi bisogna capacitarsi di ciò che, per sostenerne la
difesa contro le scienze naturali, è necessario farsi naturalista ad ogni costo, e
naturalista ben dotto, ben sicuro. Non è cosa tanto agevole scoprire lerrore, o
sottoporre a censura i diversi fatti, di cui glincreduli possono valersi per
combattere il dogma. Per chi ha un po desperienza in queste materie, si
intende facilmente che questo sindacato dei fatti è la parte più scabrosa, non solo per
lapologista, ma anche per lo stesso scienziato già maturo ed avvezzo a vederci al
fondo. Non sono mai i fatti certi quelli che possono a lungo, non dirò contraddire al
dogma, ma nemmeno aver lapparenza di farlo. Sono invece i fatti supposti, o mal
definiti od anche inventati, quelli che danno le maggiori brighe alla scienza come al
dogma. Non basta aver nome di scienziato per esserlo; e tra quelli che dettano dalle
cattedre, battono i congressi e scrivono libri ce nha sempre dignoranti, di
leggeri, ed anche (spiace doverlo dire) di malafede. Di granchi a secco se ne piglia
sempre e dappertutto, specialmente in quei rami delle scienze, naturali, per esempio nella
geologia, che si appoggiano specialmente allinduzione, cioè ad un lavoro puramente
razionale da farsi su dei fatti di molto difficile appreziazione e talvolta molto
discutibili, anche quando siano per sè già depurati. Si prenderanno, per esempio dei
cocci romani per avanzi di stoviglie preistoriche; si dirà che la spezzatura di un osso
di elefante fu fatta dall'uomo per cavarne la midolla, mentre gli elefanti di midolla
propriamente detta non nebbero mai, le scalfiture più accidentali, prodotte
probabilmente o dal morso di animali, o per semplice azione meccanica naturale, passeranno
senzaltro come indizi del lavoro dell'uomo; un cavicchio, avanzo di un ramo
rosicchiato dal castoro, vi sarà presentato come arma o strumento qualunque di un
preadamitico; non mancheranno gli scheletri preadamitici sepolti, forse da qualche secolo
soltanto, a fior di terra. Che? non abbiam visto da poco tempo annunciala ripetutamente la
scoperta di una popolazione fossile duomini marini (cioè in un pretto terreno
marino, tra conchiglie e coralli marini) sulle nostre colline? E guai a chi non ci crede!
è un gufo che odia la luce. È incredibile la leggerezza con la quale si è proceduto in
questi ultimi tempi nelle questioni delluomo fossile, delluomo preadamitico,
in quelle insomma che riguardano le origini e lantichità dell'uomo. Vedrete i
naturalisti che si accapigliano per un nonnulla; che discutono della differenza specifica
di due mosche, come si trattasse di un affare di Stato: ma poi, quando si tratta di cose
gravissime, di fatti, per esempio, che hanno lapparenza di compromettere la Bibbia,
laccordo tra i più è facilissimo; non cè dubbio, non cè riserbo;
chiunque, sia pur privo dei primi rudimenti della scienza, ha diritto di sede e a scranna
trinciando sentenze a dritta ed a sinistra. Badi il lettore che queste non sono
immaginazioni, ma allusioni a fatti veri. Fossero anche i naturalisti tutti seri, dotti
appassionati unicamente della verità, come lo sono molti anche tra quelli che hanno la
sventura di non credere; fossero anche incapaci di ingannarsi da sé: la verità non è
ancora pienamente al sicuro. Chi può salvarsi dalle frodi? Si ricorderà che ai tempi di
Cuvier, quando si pigliava una salamandra per un uomo, ci fu anche un tale, che s'era
messo a fabbricare luomo fossile, e, si dice, con tal arte che avrebbe tratto in
inganno qualunque naturalista meno esperto di quel grande fondatore dell'anatomia
comparata. A giorni nostri di cose fabbricate sono pieni i musei di Europa; e già
sintende che si fabbricano le cose più ricercate o tra queste a preferenza quelle
che il naturalista cerca, senza averle mai potute trovare, perché non si posson trovare,
pronto, sintende, a pagar bene chi le trovasse. Trovami dirà quel
bravo scienziato, all'onesto operajo trovami in questo terreno un cranio, una
mascella, un dente duomo, e ti do cento lire. Non volete che, fra qualche
po di giorni, l onesto operajo non abbia trovato ciò che preme all'accorto
scienziato? Insomma c'è proprio da mettersi le mani nei capelli, quando si pensa in quale
rovajo debba in oggi dimenarsi la geologia; e nessuno potrà negare che
lincredulità, la smania di combattere la Bibbia, riempiendo di pregiudizi la mente
degli scienziati, rendendoli proclivi a cercare e a credere daver trovato, non
quello che è, ma quello che si desidera o si vuole che sia vero, e dando ai falsari un
indirizzo in questo senso, ha contribuito immensamente a rendere cosi spinoso un campo
già per sua natura di così difficile accesso.
Il dogma e le scienze positive, ossia la missione
apologetica del clero nel moderno conflitto fra la ragione e la
fede, Fratelli Dumolard Editori, Milano 1884, Parte Seconda,
cap. I, nn. 13 e 15-19, pp. 104 e 107-116.
|