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Clemente
di Alessandria (150-216), Come i filosofi parlarono di Dio
78. «Scoprire il padre e creatore di questo universo è difficile impresa, se
poi lo si scopre, impossibile divulgarlo a tutti», «poiché non
si può affatto spiegare come le altre conoscenze»: sono parole di Platone,
amico della verità [Timeo, 28c].
Egli doveva bene aver saputo per tradizione che il sapientissimo Mosè, quando saliva
al monte (attraverso la sacra contemplazione [egli saliva] al vertice dell'intelligibile),
rigorosamente vietava che tutto il popolo salisse con lui [cfr. Es 19,12 e 20-24].
E quando la Scrittura dice: «Mosè entrò nella tenebra dove era
Dio» [Es 20,21], vuol significare, a chi sa intendere, che Dio è invisibile
e ineffabile e che la tenebra (tale è in realtà
lignoranza dei più) si pone di fronte ai raggi della verità. A sua volta Orfeo il
teologo trae utile spunto di qui quando dice: «Egli è uno, perfetto in sé;
dall'uno tutti gli esseri come figli derivano» (o «sono per
natura»: si trova scritto anche così); e aggiunge: « ... e nessuno
dei mortali lo vede; ma Egli tutti vede». Poi conclude, più chiaramente:
«Ma lui non lo vedo: solida nube gli si è posta attorno. Tutti i mortali hanno
mortali pupille negli occhi, piccole, poiché insieme vi sono cresciute carni e
ossa» [Orfeo, fr. 246 K]. 79. A ciò che è detto qui apporterà poi la
sua testimonianza l'apostolo, dove dice: «Conosco un uomo in Cristo, rapito fino
al terzo cielo» e di qui «nel paradiso; e udì parole
ineffabili, che non è lecito ad uomo proferire» [2Cor 12, 2 e 4]. Così
egli allude alla ineffabilità di Dio. E non aggiunge le parole «non è
lecito» in rapporto a una legge o per timore di qualche precetto, ma per
rivelare che la divinità è inesprimibile per [la sua stessa santa potenza], se è vero
che comincia a palarne solo da oltre il terzo cielo, come è lecito a quegli [angeli] che
qui si trovano iniziare al mistero le anime elette.
Io so infatti che anche Platone pensò a molti cieli (la penna mi trascura per ora gli
esempi della filosofia barbara, e sarebbero tanti!, perché, fedele
alle promesse precedenti, sa attendere il momento giusto) [Allude al piano dell'opera: IV,
1, 3.2 (Munck, 88-91)]. In ogni caso nel Timeo, incerto se dovere ammettere più
mondi o questo unico, usa indifferentemente i nomi, parlando di mondo
e di cielo come di sinonimi. Ecco le sue parole: «Abbiamo
detto bene un solo cielo! o sarebbe stato meglio dire molti,
anzi infiniti cieli? Uno, se è vero che dovrà essere foggiato
secondo il modello» [Timeo 31a (e Theod. IV 49): cfr. Philon. De
opif. M. 61, 171-172]. 80. Anche nella Lettera ai Corinzi di Clemente Romano è
scritto: «oceano invalicabile e i mondi che sono oltre quello» [I Ep
ai Corinzi 20, 8]. Ed ecco corrispondente l'esclamazione del grande apostolo: «o
profondità di ricchezza, di sapienza, di gnosi divina!» [Rm
11,33]. E può darsi che proprio a questo alludesse il profeta quando prescriveva di fare
«pani azzimi, cotti sotto la cenere» [Gen 18,6 e Es
12,39]: egli significava così che il sacro discorso veramente mistico
intorno all'Ingenerato e alle sue potestà deve restare nascosto. Lo conferma l'apostolo
nella Lettera ai Corinzi, là dove dice apertamente: «Noi parliamo di
sapienza con i perfetti, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei principi
di questo mondo, destinati a perire; noi parliamo della sapienza di Dio che sta nascosta
nel mistero»[1Cor 2,6-7]. E altrove dice ancora: «...per la
piena conoscenza del mistero di Dio in Cristo, nel quale tutti i tesori della sapienza e
della gnosi stanno nascosti» [Col 2,2-3]. A queste
parole appone il sigillo lo stesso nostro Salvatore, dicendo: «A voi è stato
dato di conoscere il mistero del Regno dei cieli» [Mt 13,11], Dice ancora
il Vangelo che il nostro Salvatore esponeva agli apostoli la sua parola in
mistero [Sal 77 [78], 2]: dice infatti la profezia su di Lui:
«Aprirà la sua bocca in parole e proferirà le cose nascoste dalla fondazione
del mondo». Ed ecco che mediante la parola del lievito il Signore manifesta il
significato nascosto; dice infatti: «Il Regno dei cieli è simile a lievito. Una
donna lo prese e lo nascose sotto tre sati di farina, finché
il tutto fu lievitato» [Mt 13,33-35]. Qui o vuol dire che l'anima, divisa
in tre parti si salva con l'obbedienza, a causa della potenza spirituale nascostavi
dalla fede, oppure che la forza del Logos comunicataci, intensa e possente, in modo
nascosto e invisibile trascina a sé ogni uomo che la accoglie e la possiede entro di sé
e conduce ad unità tutti gli elementi che la compongono. 81. Con somma sapienza pertanto
sono state scritte da Solone queste parole intorno a Dio: «Difficilissima cosa
è concepire l'occulta misura del sapere, la quale contiene in sé, essa sola, i limiti di
tutto» [Solone, fr. 16 D].
Infatti la divinità, dice il poeta di Agrigento, «non è possibile
avvicinarla sì da raggiungerla con i nostri occhi o afferrala con le nostre mani, che è
il modo per cui larghissima la strada di persuasione scende no all'animo, per gli
uomini» [Emped., 31 B 133D.-K.]. E l'apostolo Giovanni: «Dio non lo ha
mai visto nessuno: l'Unigenito Dio, quegli che è nel seno del Padre, Egli lo
rivelò» [Gv 1,18], Eli che nominò seno di Dio l'invisibile e
l'ineffabile. Onde alcuni lo hanno chiamato abisso, perché tiene come avvolte e
abbracciate in seno tutte le cose: irraggiungibile e infinito insieme.
Ed è precisamente questa la questione teologica più difficile da trattare: se il
principio di ogni cosa è difficile a rintracciarsi, allora il primo e più antico
principio sarà sommamente difficile da dimostrare, perché è esso anche per gli altri
esseri tutti causa della nascita e dell'esistenza. Come potrebbe infatti essere definito
Colui che non è né genere né alterità né specie né individuo né numero, e nemmeno
accidente né soggetto, cui qualcosa possa capitare come accidente? Né lo si potrebbe
dire rettamente un tutto: il tutto è dellordine della grandezza, ed Egli è il
Padre delluniverso. Né, infine, si può parlare di parti in Lui, poiché lUno
è indivisibile; per questo è anche infinito, non nel senso dell'impossibilità di
percorrerlo, ma dell'assenza di distanze e di dimensioni, e pertanto è senza figura e
innominabile. 82. E se mai vogliamo designarlo, e lo designiamo, impropriamente, o l'Uno o
il Bene o l'Intelletto o l'Essere in sé o Padre o Dio o Creatore o Signore, non diciamo
[queste definizioni] come proferendo il suo nome, ma in mancanza di meglio applichiamo
egli appellativi, perché il pensiero possa basarsi su di essi senza aberrare con il
ricorrere ad altri: ogni singolo termine non può significare Dio, ma tutti nel loro
complesso sono indicativi della potenza dell'onnipotente. Poiché le cose di cui si parla
sono designabili in base alle qualità loro inerenti o alla relazione reciproca; ma niente
di ciò può essere assunto a proposito di Dio. E nemmeno con la scienza della
dimostrazione Egli può essere colto, perché quella si costituisce sulla base di premesse
anteriori e più note, mentre all'Ingenerato nulla preesiste.
Resta quindi che noi pensiamo l'Ignoto solo per grazia divina e per il Logos che da
Esso procede, proprio come Luca dice negli Atti degli Apostoli ricordando le parole
di Paolo: «o Ateniesi, vedo che in tutto e per tutto voi siete più timorati
degli dei [di altri popoli]. Infatti aggirandomi per le strade e osservando i vostri
luoghi di culto, ho trovato anche un altare con l'iscrizione: Al Dio
Ignoto. Ebbene, Colui che venerate senza conoscerlo, Quello io vi
annuncio!» [At 17,22-23].
da Clemente di Alessandria, Stromati, Libro
V, cap. 12, tr. it. a cura di Giovanni Pini, Edizioni Paoline, Milano
1985, pp. 609-614.
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