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Si tratta di un convincimento che il fondatore della Relatività aveva espresso già in altre occasioni: «Si potrebbe dire che l'eterno mistero del mondo è la sua comprensibilità […]. Il fatto che sia comprensibile è davvero un miracolo»12. Il dibattito sullo statuto delle leggi naturali è stato mantenuto vivo non tanto da epistemologi o filosofi della scienza, ma soprattutto da autori direttamente impegnati nella ricerca scientifica. Di tali leggi gli scienziati vedono con certa sorpresa l'universalità e la mutua connessione, si interrogano sul perché della loro intelligibilità e del successo di poterle esprimere in forma matematica, cercano i significati profondi dei valori numerici delle costanti di natura che in esse compaiono13. Fra i motivi che hanno condotto a questa riflessione filosofica, vi è l'odierna formulazione, in termini piuttosto soddisfacenti, di un quadro evolutivo globale e coerente, capace di legare la fisica del microcosmo con quella del macrocosmo. Sebbene secondo prospettive non sempre coincidenti, non pochi scienziati sottolineano il carattere dato, cioè oggettivo e reale, in certo modo fondante, della razionalità dell'universo e delle sue leggi, di cui si può comprendere sensatamente l'azione solo concependole su scala cosmica, cioè in un quadro di validità universale. Nella sua Introduzione alle Lezioni di Elettrodinamica Quantistica, Richard Feynman segnalava ai suoi studenti che «un motivo per cui potreste pensare di non comprendere quello che racconterò è che, mentre descriverò “come” funziona la Natura , voi non capirete “perché” funziona così. Ma questo, vedete, non lo capisce nessuno. Io non vi posso spiegare perché la Natura si comporta in questo modo particolare»14. Va qui incidentalmente precisato che quanto espresso da Feynman non riguarda la riproposizione del vecchio, quanto inadeguato, paradigma di una spartizione fra come (scienza) e perché (filosofia), bensì la percezione che esistono dei perché ultimi , al di la dei numerosi perché affrontati e risolti dalla scienza, ai quali quest'ultima non può accedere. A proposito dello status epistemologico oggettivo delle leggi di natura, afferma Paul Davies:
Un ulteriore contesto in cui gli scienziati parlano della “razionalità” che sembra presente nella struttura del cosmo, è quello della coerenza e del delicato coordinamento di molti parametri che regolano la fisica e la chimica dell'universo su larga scala. Tale osservazione prende oggi il nome di Principio Antropico. Si tratta di una serie di evidenze sperimentali che mostrano come soltanto un universo con le leggi di natura e le proprietà fisico-chimiche come il nostro, avrebbe potuto produrre nel suo interno le condizioni adatte ad ospitare osservatori intelligenti. Le leggi e le proprietà del cosmo, come ad esempio le costanti che regolano i rispettivi rapporti delle quattro forze fondamentali di interazione (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare debole e nucleare forte), non sono casuali, ma ben sintonizzate ( finely tuned ) verso le condizioni che rendono possibile la vita. Se il posto dell'uomo nell'universo fosse assolutamente casuale ed egli non godesse di alcun privilegio, non vi sarebbero motivi per aspettarsi questa corrispondenza fra la nostra presenza, la costituzione dell'intelletto e la struttura fisica del mondo esterno. L'eventuale significato filosofico associato a tale corrispondenza può essere rimosso solo postulando l'esistenza di infiniti universi, dei quali solo il nostro sarebbe quello giusto , e lo sarebbe per una mera selezione osservativa, causata dalla domanda dell'osservatore stesso16. Non è compito della scienza dimostrare se l'intelligibilità e la coerenza del cosmo rispondano ad un disegno che contenga il senso del mondo, perché ciò implicherebbe il riferimento ad una causalità finale di tipo intenzionale, inaccessibile all'analisi delle scienze empiriche. Queste ultime possono mettere in luce solo i livelli inferiori di tale finalismo, come la coerenza dei processi o la teleonomia (specie in ambito biologico). È però assai significativo che la domanda sul disegno emerga dall'interno delle scienze in quanto domanda . Interrogativi quali: perché l'universo è razionale?, perché le sue leggi sono intelligibili?, perché esiste una sintonia fra la struttura del cosmo e le condizioni che rendono possibile la vita?, sono questioni che rimandano ad un'area di senso, ad un logos appunto, colto come razionalità, un logos ut ratio che le scienze riconoscono significativo17.
4. La percezione di un Logos ut verbum nell'esperienza di ricerca dello scienziatoIn molti uomini di scienza, è vero, vi è la difficoltà ad intendere tale logos come qualcosa che rimandi al di là delle leggi stesse, cosa che precluderebbe ogni successiva apertura verso una verità e un Assoluto realmente distinti dal mondo. Lo dimostrano ad esempio espressioni come «codice cosmico», o «cosmo intelligente», frequenti in molte opere divulgative18. Eppure, al tempo stesso, lo scienziato non si ferma alla tematizzazione di un logos ut ratio . Nella sua riflessione sul reale fisico, oggetto del suo studio, egli pare a volte divenire protagonista di un'altra importante percezione: la realtà fisica viene colta come una sorta di alterità dialogica . Il ricercatore si sorprende della sua capacità di dialogare con la natura e si chiede quanto ciò sia significativo. Con parole di Werner Heisenberg, lo scienziato «prende coscienza dell'ordine centrale [del mondo] con la stessa intensità con cui si entra in contatto con l'anima di un'altra persona»19. La natura viene riconosciuta come meritevole di essere studiata, capace di motivarne il corrispondente sforzo intellettuale, perché capace di legare ad una verità ed una bellezza indipendenti dal soggetto conoscente: «Lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo – affermava Henri Poincaré . La studia perché ha piacere di farlo. E vi trova piacere perché la natura è bella. Se la natura non avesse questa bellezza, non sarebbe meritevole di tale conoscenza... e la vita non sarebbe degna d'essere vissuta»20. Nella sua Storia della Fisica, Max von Laue afferma che nei più grandi scienziati «l'esperienza scientifica della verità è in qualche senso theoria, cioè una visione di Dio»21. L'atteggiamento del ricercatore diviene allora quello di una religiosa riverenza e non mancano autori che hanno paragonato l'esperienza scientifica ad una esperienza del sacro, capace di legare e di condurre fino alle porte del mistero. Le riflessioni, fra gli altri, di Maxwell, Cantor, Planck, Cauchy, Brouwer, Heisenberg o dello stesso Einstein, contengono al riguardo spunti di singolare interesse22. Fra le molte possibili, riporto alcune citazioni che paiono mostrare in modo esplicito la percezione di quell'alterità dialogica cui ho fatto prima riferimento. Edwin Hubble, scopritore dell'espansione cosmologica dell'universo, affermava: «A volte, attraverso una forte, pressante es perienza di intuizione mistica [ a compelling experience of mystical insight ] , si riconosce che al di là dell'ombra del dubbio si è entrati in contatto con una realtà che giace nascosta sotto il fenomeno. [...] È una sorta di rivelazione privata»23. Vista così, l'attività scientifica assomiglia ad un dialogo fra l'uomo e l'Assoluto, come osservava John Polkinghorne: «I fisici padroneggiano faticosamente le tecniche matematiche perché l'esperienza ha insegnato loro che esse costituiscono la via migliore, anzi l'unica, per capire il mondo fisico. Scegliamo quel linguaggio perché è l'unico col quale il cosmo ci parla »24. Si tratta di esperienze di tipo squisitamente esistenziale, che sfociano prima o poi in un sentimento di natura religiosa, come in un noto testo di Einstein: «È certo che alla base di ogni lavoro scientifico un po' delicato si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso. Questa convinzione legata al sentimento profondo della esistenza di una mente superiore che si manifesta nel mondo della esperienza, costituisce per me l'idea di Dio»25. L'immagine dell'Assoluto percepito dalla razionalità scientifica è senza dubbio espressa con un linguaggio filosoficamente impreciso, sovente mescolato ad ambiguità e non poche volte colorato di panteismo. La religiosità di Einstein fu certamente lontana dal Dio personale della Scrittura, che egli vedeva erroneamente caricato di antropomorfismo; ma essa testimonia al tempo stesso una percezione del sacro, il riconoscimento di un logos che possiamo qualificare adesso ut verbum, qualcosa di più che sola razionalità, perché esercita un appello, è portatore di un significato, forse di un messaggio, suscita sorpresa e muove implicitamente al rispetto o perfino alla lode, come forma implicita di dialogo. Questo logos è legato a un'esperienza estetica, viene segnalato con i caratteri di un mistero che contiene il senso nascosto del mondo, la sua verità più profonda, ed ha come riferimento gnoseologico una metafisica implicita, aperta sul reale, sempre disposta ad imparare dalla natura e dalle sue leggi26. La percezione di una simile esperienza non è qualificabile come semplice “intuizione”, ovvero come l'immediata comprensione di qualcosa che adesso si vede con chiarezza ma che potrebbe restare un semplice elemento di coerenza di origine psicologica, ovvero proveniente dall'interno del soggetto conoscente. Riteniamo si tratti in realtà del riconoscimento di un'alterità che “norma” la conoscenza del soggetto, e che ha dunque la sua sorgente nella res che mi si impone. Ed è proprio porre l'enfasi su questa dimensione di alterità oggettiva che protegge la riflessione dello scienziato dallo scoglio del panteismo; scoglio che, in sede teoretica, il filosofo ritroverebbe al momento di cercare una soluzione al problema della contingenza del mondo. L'unico modo per superarlo sarebbe appunto quello di ammettere che non è la natura, di per sé, a rivelare alcunché, ma è Qualcuno che si rivela attraverso di essa, un qualcuno che è al tempo stesso di fronte alla natura e di fronte all'uomo e, pertanto, da essi distinto. Una volta accettato che il reale fisico si ostende con una sua datità che la scienza non crea ma riceve, allora il passaggio da un logos ut ratio ad un logos ut verbum può venire messo in luce semplicemente riconoscendo il dato come donato27.
5. Universale scientifico e concretum cristiano: il compito di una teologia in dialogoA questo punto occorre tirare le somme. Cosa potrebbe, questa fenomenologia dell'esperienza di ricerca dello scienziato, qui appena schizzata, aggiungere al nostro tema di un confronto fra il quid est veritas e il Quis est Veritas , da cui siamo partiti? Su quale pista si potrebbe mai operare tale raccordo, dato che la stessa filosofia, e quindi assai più di essa la scienza, non hanno un accesso compiuto alla natura “personale” del Logos e della verità che Egli esprime? Ritengo che l'unica pista adeguata per mostrare tale legame sia quella dell'esperienza religiosa . Intendo con questo dire che sia la ricerca della verità in filosofia, sia, a suo modo, la sua ricerca nella scienza, sono entrambe espressioni di una ricerca realizzata da un soggetto – l'essere umano – naturaliter religiosus ; un soggetto, cioè, insoddisfatto di fermarsi ad una verità colta come semplice gnosi, ovvero come un sistema di conoscenze più o meno coerente ed elaborato. Le risposte ultime che egli cerca sono soddisfatte solo dalla ricerca di una verità che sia anche ricerca di un volto. Ogni autentica passione per la verità , tanto nel filosofo come nello scienziato, è manifestativa di un'apertura ad una verità personalista e non disincarnata, perché solo un altro essere personale può soddisfare le domande più alte dell'essere umano. Sono tali la ricerca della verità sul senso del mondo, sul posto dell'uomo nell'universo, sul senso della vita, dell'amore e della morte. Anche la ricerca di verità ultime che sorge in ambito scientifico, e dunque a prima vista meno collegata ad una istanza esistenziale, non tarda a far emergere la sua dimensione personalista. Lo esprimeva in modo sintetico, ma pregnante Chesterton nel suo saggio Ortodossia (1908): «Questo mondo non si spiega da se stesso. Potrebbe essere solo due cose. O è un miracolo con una spiegazione sovrannaturale, oppure è un gioco di prestigio, con una spiegazione naturale... In entrambi i casi, dobbiamo riconoscere che nel mondo vi è qualcosa di personale, come in un'opera d'arte: qualsiasi cosa il mondo significhi, lo significa violentemente»28. In definitiva, ogni ricerca del vero è ultimamente ricerca esistenziale e religiosa, e la quaestio de veritate migra, senza dissolversi, verso una quaestio de libertate . Su questo terreno lo scienziato, il filosofo e il teologo, nella misura in cui sono disposti a rinunciare ad un agnosticismo preconcetto, possono incontrarsi ed avere molte cose da dirsi. Concludo con un riferimento al possibile ruolo della teologia fondamentale in un simile dialogo. Essa ha di fronte, a mio avviso, due orientamenti diversi. Il primo, assai meno impegnativo, sarebbe quello di non dare troppo peso a questa singolare fenomenologia con cui la ricerca della verità scientifica sembra talvolta manifestarsi, ritenendola del tutto inadeguata ad un possibile raccordo con l'annuncio della Verità di Gesù Cristo. Il secondo orientamento, certamente assai più impegnativo, sarebbe quello di intraprendere una navigazione la quale, evitando con cura gli scogli del deismo e del panteismo, sapesse riconoscere in tale fenomenologia, come già accennato, un'apertura verso quelle risonanze personaliste della verità che sarà poi la Rivelazione a mostrarci in tutta la loro profondità. In sostanza, l'apertura alla nozione di un Logos ut verbum riscontrata nella razionalità scientifica, offrirebbe alla teologia un'area di senso sulla quale “poggiare” l'annuncio che la ragione ultima del mondo è una Verità in persona29. Nel proclamare fino in fondo tale annuncio, la teologia dovrà però affrontare il problema di Lessing in una sede ora squisitamente scientifica e non solo più filosofica30: come potrebbe una verità scientifica universale avere il suo concretum nella persona del Verbo incarnato? Poiché nel mondo della cultura scientifica rivestono un interesse decisivo i canoni dell'universalità, della comunicabilità e della generalizzazione, la teologia dovrà spiegare in modo convincente i rapporti fra il Logos cristiano e l' universalità della verità, fra la singolarità di Cristo e la portata cosmica della sua capitalità, fra il discorso sul Dio di Gesù Cristo e il discorso su Dio presente nelle altre tradizioni religiose. Credo che nessuno possegga oggi gli argomenti risolutivi per mostrare come soddisfare tali urgenti articolazioni. Ciononostante, il teologo sa che il terreno su cui operare questo approfondimento esiste ed è molto solido: è il rapporto fra Cristo e la creazione31. Quell' universale cui la teologia associa il concretum dell'evento storico di Gesù Cristo crocifisso e risorto, non è un'idea astratta, né un semplice “valore” trascendentale: tale universalità rimanda, in ultima analisi, all'universalità dell'essere, quell'Essere di cui Gesù non ha timore di attribuirsi la più profonda espressione verbale: «Io Sono» ( EgwŸ ejimiv , cfr. Gv 8,24; 8,28; 8,58; 13,19). L'universalità del suo influsso causale e la portata della sua ermeneutica pasquale si estendono quanto l'universalità di quel medesimo reale che cade sotto gli occhi della scienza. La verità più profonda della natura creata, anche nei suoi aspetti più materiali, contingenti e finiti, giace misteriosamente nella verità del Verbo incarnato, crocifisso e risorto, perché chiunque è dalla verità ascolta la sua voce (cfr. Gv 18,37), e chiunque entra in rapporto con l'essere può entrare in rapporto con il mistero del Cristo, centro del cosmo e della storia: «Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili [...]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» ( Col 1,16-17).
1 - V. Possenti (a cura di), La Questione della verità , Armando, Roma 2003. 2 - Si veda ad esempio il saggio introduttivo di V. Possenti, La domanda sulla verità e i suoi concetti , in ibidem, p. 17. La dimensione cristologica della domanda sulla verità viene analizzata in profondità nel saggio di A. Milano, Quale verità. Per una critica della ragione teologica , Dehoniane, Bologna 1999. 3 - Cfr. A. Staglianò , Verità filosofica e Rivelazione. Senso greco e senso biblico del vero , in La Questione della verità , op. cit., pp. 47-75. Fra i riferimenti ormai classici in proposito, P. Benoit , La vérité dans la Bible , “Vie Spirituelle” 114 (1966), pp. 386-416; H. Wildberger , Stabile, sicuro (‘ mn ), in “Dizionario Teologico dell'Antico Testamento”, a cura di E. Jenni e C. Westermann, 2 voll., Marietti, Torino - Casale Monferrato 1978-1982, vol. I, coll. 155-183; I. de La Potterie , Gesù Verità , Marietti, Torino 1973; Idem , La vérité dans saint Jean , 2 voll., Biblical Institute Press, Roma 1977; G. Quell et al. , Alétheia , in “Grande Lessico del Nuovo Testamento”, Paideia, Brescia 1965, vol. I, coll. 625-674. 4 - È quanto hanno cercato di mostrare nelle loro opere autori come Etienne Gilson o Claude Tresmontant. Sul tema di una metafisica implicita nella teologia biblica della creazione cfr. anche P. O'Callaghan , Il realismo e la teologia della creazione , “Per la Filosofia ” 12 (1995), pp. 98-110. 5 - È questo l'itinerario concettuale seguito e preferito da Romano Guardini, da lui sottolineato sia in sede filosofica, ne L'opposizione polare (1925), in “Scritti Filosofici”, Centro di Studi Filosofici - Fratelli Fabbri Editori, Milano 1964, vol. I, pp. 135-172, sia in sede teologica, con La visione cattolica del mondo (1923), Morcelliana, Brescia 1994. 6 - Cfr. R. Latourelle, L'uomo e i suoi problemi alla luce di Cristo , Cittadella, Assisi 1982. Si tratta di una prospettiva posta in rilievo dal magistero conciliare della Gaudium et spes (cfr. spec. n. 22) ed oggetto di numerosi commenti da parte del ricco magistero di Giovanni Paolo II. 7 - Aspetto opportunamente messo in luce, seguendo un itinerario analogo, da G. Lafont «Quando ci si sforza di uscire dall'oblio per raggiungere ente ed essere nella loro verità, si è condotti, l'abbiamo visto, al riconoscimento di un dono attraverso cui l'essere viene all'ente: questo tema del dono, con le sue due connotazioni di gratuità ed efficienza reale , sembra poter restituire al vocabolo “causa” tutta la sua densità: la “causa” qui non è altro che il dono attraverso cui l'essere viene all'ente, mentre al contrario, al livello dell'essere, la causalità non può essere che donazione [...]. Preso in senso assoluto, il vocabolo “essere” può convenire per designare “Ciò che dona” senza implicare immediatamente la donazione, senza comunque escluderla. In quanto “atto puro d'essere”, “Ciò” (che noi chiamiamo abitualmente Dio) è privo di ogni relazione necessaria con l'ente, ma è anche capace di donazione, e ciò che dona è ciò per cui c'è effettivamente l'ente che è e l'essere dell'ente» (G. Lafont , Dio, il Tempo, l'Essere , Piemme, Casale Monferrato 1992, pp. 228-229). 8 - Cfr. G. Lafont , Dio, il Tempo, l'Essere, op. cit., p. 41. 9 - Cfr. M. Polanyi , La conoscenza personale. Verso una filosofia post-critica (1958), Rusconi, Milano 1990; Idem , La conoscenza inespressa (1966), Armando, Roma 1979; T.F. Torrance, Senso del divino e scienza moderna, LEV, Città del Vaticano 1992. Per uno sguardo di insieme sulla svolta operatasi nell'ambito dell'epistemologia scientifica rimandiamo a G. Del Re , Una chiave di lettura: l'essere e la verità come fondamenti della scienza , in T. Torrance, Senso del divino e scienza moderna , op. cit., pp. 5-37 e G. Gismondi , Epistemologia , in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, a cura di G. Tanzella-Nitti e A. Strumia, Urbaniana Univ. Press - Città Nuova, Roma 2002, pp. 486-504. 10 - Cfr. E. Cantore , L'uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza , Dehoniane, Bologna 1987. 11 - La citazione continua così: « È questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spoglia to il mondo non solo degli dèi [ entgöttert ], ma anche dei miracoli [ entwundert ] » (A. Einstein, Lettera a M. Solovine , 30.3.1952, in Opere scelte , Bollati-Boringhieri, Torino 1988, pp. 740-741). 12 - A. Einstein , Fisica e realtà (1936), in ibidem , p. 530. 13 - Una più approfondita discussione sulle leggi di natura nel quadro dei rapporti fra scienza, filosofia e teologia, viene raccolta nella nostra voce Leggi naturali , in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, op.cit., pp. 783-804. 14 - R. Feynman , QED. The Strange Theory of Light and Matter , Princeton 1985, p. 10. 15 - P. Davies , La mente di Dio , Mondadori, Milano 1993, pp. 91-92. 16 - La bibliografia sul Principio Antropico è assai vasta. La trattazione più esauriente resta ancora oggi la monografia di J. Barrow, F. Tipler , Il Principio Antropico (1986), Adelphi, Milano 2002. Per un'introduzione alle sue possibili valenze filosofiche e teologiche cfr. G. Coyne, A. Masani , Il Principio Antropico nella scienza cosmologica , “Civiltà Cattolica” 140 (1989), III, pp. 16-27; S. Muratore , Il Principio Antropico fra scienza e metafisica , “Rassegna di Teologia” 33 (1992), pp. 21-48, 49-74, 261-300; G. Tanzella-Nitti , Antropico, Principio , in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, op.cit., pp. 102-120. 17 - La Fides et ratio offre un rapido cenno a tale apertura, da parte della ricerca della verità scientifica, mediante un riferimento all'accesso che anche questa avrebbe al mistero : «Nell'esprimere la mia ammirazione ed il mio incoraggiamento a questi valorosi pionieri della ricerca scientifica, ai quali l'umanità tanto deve del suo presente sviluppo, sento il dovere di esortarli a proseguire nei loro sforzi restando sempre in quell'orizzonte sapienziale , in cui alle acquisizioni scientifiche e tecnologiche s'affiancano i valori filosofici ed etici, che sono manifestazione caratteristica ed imprescindibile della persona umana. Lo scienziato è ben consapevole che la ricerca della verità, anche quando riguarda una realtà limitata del mondo o dell'uomo, non termina mai; rinvia sempre verso qualcosa che è al di sopra dell'immediato oggetto degli studi, verso gli interrogativi che aprono l'accesso al Mistero» (n. 106). 18 - Tale posizione incontrerà, presto o tardi, il problema della contingenza e dovrà riconoscere la maggiore sensatezza di un Assoluto che dia insieme ragione sia della razionalità della realtà fisica, sia dell'esistenza di un fondamento necessario in sé, e che si proponga pertanto come Altro dal mondo . 19 - Cfr. W. Heisenberg , Fisica e oltre , Boringhieri, Torino 1984, pp. 225-226. 20 - H. Poincare' , cit. da S. Chandrasekhar , The Beauty and the Quest for Beauty in Science , in “Physics Today”, July 1979, p. 25. 21 - M. von Laue , History of Physics , Academic Press, New York 1950, p. 4. 22 - Sull'esperienza scientifica come esperienza del sacro si veda E. Cantore , L'uomo scientifico , op. cit. pp. 155-196 e 370-423; G. Gismondi , Fede e cultura scientifica , Dehoniane, Boloogna 1993, pp. 163-171; L. Gilkey , Religion and the Scientific Future , Harper and Row, New York 1970, pp. 35-64; O. Pedersen , Christian Belief and the Fascination of Science , in “Physics, Philosophy and Theology. A common Quest for Understanding”, University of Notre Dame Press and LEV, Città del Vaticano 1988, pp. 125-140; Progetto scientifico e speranza religiosa , Centro studi filosofici di Gallarate e Gregoriana editrice, Padova 1985. Cfr. anche la nostra voce Mistero , in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, spec. pp. 985-990. 23 - E. Hubble , The Nature of Science and Other Lectures , San Marino (CA) 1954. 24 - J. Polkinghorne , Scienza e Fede , Mondadori, Milano 1987, p. 72. 25 - A. Einstein , Come io vedo il mondo , Newton Compton, Roma 1993, p. 32. 26 - Il fatto che la tradizione religiosa ebraico-cristiana presenti il mondo creato come effetto di una Parola , offrirebbe qui un importante raccordo fra domanda filosofica su Dio e Rivelazione biblica. Il lettore interessato può trovarne uno sviluppo nella nostra voce Gesù Cristo: Rivelazione e Incarnazione del Logos , in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, op. cit., pp. 693-710. 27 - Concordiamo in proposito con l'analisi di Baccari in merito al valore di rivelazione naturale presente nel nucleo dell'esperienza umana che coglie la gratuità dell'esistenza — cui l'esperienza scientifica di fatto partecipa — quando tende ad imporsi come esperienza/apprensione del tutto. «Molto spesso, a proposito del mondo, invece di parlare di dono, si parla di dato, sottraendo di fatto a quest'ultimo termine il suo valore semantico causale; per cui esso, invece di valere come dato da , verrebbe a valere semplicemente come dato . Tuttavia, solo apparentemente o surrettiziamente il discorso appare semanticamente concluso, perché in realtà la forza semantica del termine spinge sempre, volenti o nolenti, alla sua esplicazione, così che il discorso si conclude sempre con un appello a qualcuno che sia all'origine del mondo [...]. Solo un'esperienza religiosa o di rivelazione riesce a cogliere l'interezza dell'esperienza umana; ovvero, solo se l'esperienza è religiosa è anche totale. Questa esperienza, proprio in forza del suo carattere rivelativo, supera il limite logico-scientifico, secondo cui la parte non può cogliere il tutto, perché ora, a cogliere il tutto, non è più una sua parte, ma il dono della sua rivelazione e/o la rivelazione del suo dono» (L. Baccari , Episteme e Rivelazione , Borla, Roma 2000, pp. 169-170). Cfr. anche G. Lafont , Dio, il Tempo, l'Essere , op. cit., pp. 227-232. 28 - «This world does not explain itself. It may be a miracle with a supernatural explanation; it may be a conjuring trick with a natural explanation [...]. There is something personal in the world, as in a work of art; whatever it means it means violently» (G.K. Chesterton , Orthodoxy , Doubleday, Garden City (NY) 1959, p. 65). 29 - Ritengo che questo secondo orientamento sia maggiormente in linea con quanto suggerito dalla Fides et ratio a proposito della necessità di una nozione filosofica di Dio come base per l'annuncio cristiano: «Per farsi comprendere dai pagani, i primi cristiani non potevano nei loro discorsi rinviare soltanto “a Mosè e ai profeti”; dovevano anche far leva sulla conoscenza naturale di Dio e sulla voce della coscienza morale di ogni uomo (cfr Rm 1,19-21; 2,14-15; At 14,16-17)» (n. 36). 30 - Sull'approccio alla logica della Rivelazione in Cristo come logica di un “universale concretum”, cfr. W. Löser , «Universale concretum» come legge fondamentale dell'«oeconomia revelationis» , in “Corso di Teologia Fondamentale”, Queriniana, Brescia 1990, vol. II, 123-138. Per una fondazione teologica più estesa: H.U. von Balthasar , Verbum Caro. Saggi teologici I , Morcelliana, Brescia 1985 4 , cfr. i saggi: Verbo e storia , pp. 34-54; Le implicazioni del Verbo , pp. 55-79; Dio parla come uomo , pp. 80-104; Contrassegni del cristianesimo , pp. 178-199. 31 - Per gli sviluppi di tale prospettiva in un dialogo con il pensiero scientifico, rimandiamo alla già citata voce Gesù Cristo, Incarnazione e Rivelazione del Logos , in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, op.cit., pp. 693-710. |
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