IMMANUEL KANT, Critica della ragion pura
(1781)
Kant’s gesammelte Schriften, a
cura dell’Accademia delle Scienze di Berlino, 29 in 37 voll.,
W. de Gruyter, Berlin 1910-1983, Kritik der reinen Vernunft,
Band III (II edizione della Kritik, 1787), Band IV, pp. 1-252
(I edizione).
Critica della ragion pura, a cura di
V. Mathieu, tr. it. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, Laterza,
Roma-Bari 200010.
Maurizio Schoepflin, docente di Filosofia
e saggista
Immanuel Kant (1724-1804) pubblicò il primo dei suoi più
famosi capolavori, la Critica della ragion pura, nel 1781,
quando aveva già cinquantasette anni. Da una sua lettera
sappiamo che essa era il frutto di circa dodici anni di accurate
riflessioni, raccolte e messe per iscritto in un tempo assai breve,
quattro o cinque mesi. Vivente l’autore, l’opera conobbe
ben cinque edizioni, tra le quali spicca, per l’importanza
delle novità contenute, la seconda, pubblicata nel 1787 e
preceduta, nel 1783, dalla stampa di un significativo lavoro intitolato
Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà
come scienza, con il quale Kant intendeva fugare i non pochi
dubbi e fraintendimenti suscitati in molti studiosi dalla lettura
della Critica, che era stata accolta con una certa freddezza,
forse anche a motivo della complessità e della tortuosità
di alcune sue pagine, difetti riconosciuti per altro dall’autore
stesso e da lui attribuiti proprio alla rapidità con la quale
lo scritto era stato redatto.
La Critica della ragion pura è una grande opera di
filosofia teoretica, destinata a rispondere alla prima delle fondamentali
domande che furono al centro degli interessi speculativi di Kant:
“Che cosa posso conoscere?”. In essa l’autore
si dimostra preoccupato di stabilire con chiarezza quali siano le
possibilità e i limiti della ragione umana, la quale, al
termine dell’epoca dell’Illuminismo, era venuta a trovarsi
a una specie di bivio: da una parte, il razionalismo, figlio del
pensiero di Cartesio (1596-1650), ne aveva dogmaticamente ed eccessivamente
esaltato le capacità; dall’altra, un risorgente scetticismo,
di cui lo scozzese David Hume (1711-1776) era stato il più
geniale esponente, ne aveva minato le basi fino quasi a dissolverla.
Collocandosi in questo contesto, Kant si prefisse dunque lo scopo
di valutare (questo è il significato del “criticare”
kantiano) le possibilità e l’estensione della conoscenza,
cercando di evitare le due opposte concezioni a cui si è
fatto cenno, da lui giudicate insoddisfacenti.
Al centro dello scritto kantiano stanno alcuni concetti-chiave,
mediante l’illustrazione dei quali è possibile comprendere
il contenuto complessivo dell’opera e le sue più importanti
indicazioni filosofiche: impossibile sarebbe, invece, in questa
sede, seguirne passo passo l’intero svolgimento a causa della
sua indiscutibile ampiezza e complessa articolazione.
Innanzitutto è opportuno prendere in attenta considerazione
il mutamento di prospettiva operato da Kant nell’affrontare
il problema della conoscenza, mutamento che è passato alla
storia come la “rivoluzione copernicana”. Come l’astronomo
polacco era riuscito a spiegare meglio il moto degli astri invertendo
la loro posizione e collocando al centro ciò che prima era
alla periferia (dal geocentrismo tolemaico si passa appunto all’eliocentrismo
copernicano), così Kant ritiene che per comprendere il meccanismo
della conoscenza sia necessario mettere al centro il soggetto e
non più l’oggetto: se, fino ad allora, si era pensato
che l’uomo conoscesse la realtà intorno a lui, rispecchiandola,
il filosofo tedesco, al contrario, sostiene che è il soggetto
conoscente a improntare con la propria mente l’oggetto conosciuto.
Secondo Kant, la conoscenza non è una sorta di passiva registrazione
di dati, ma piuttosto un’attiva imposizione di leggi: il soggetto
kantiano è ordinatore e legislatore della natura, nel senso
che egli la conosce inquadrandola entro le strutture della propria
ragione. Tali strutture garantiscono l’universalità
e la validità della conoscenza, perché non dipendono
dai contenuti empirici di essa: sono, per usare la celebre terminologia
kantiana, a priori, ovvero precedono ogni esperienza e risultano
universali e necessarie. In questo modo, Kant pensa di aver garantito
l’esistenza di un sapere valido: in particolare egli si dimostra
un convinto estimatore della conoscenza scientifica, alla quale
è certo di aver conferito un’indubitabile legittimità
e un sicuro valore.
Bisogna tuttavia ricordare che Kant definisce “fenomenico”
questo genere di conoscenza: egli pensa infatti che l’uomo
non sia in grado con le sue capacità conoscitive di cogliere
la realtà così come essa è, ma soltanto come
gli appare, conosciuta cioè attraverso le forme pure a priori,
che sono, come si è detto, quelle strutture della mente attraverso
le quali egli organizza le informazioni che gli provengono dai sensi.
Conoscenza fenomenica significa, pertanto, conoscenza di ciò
che appare (la parola fenomeno deriva dal verbo greco phainomai,
che vuol dire “apparisco”, “mi mostro”),
e la scienza kantianamente intesa, la cui validità resta
comunque assicurata, si presenta come scienza di fenomeni: all’uomo
non è dato di conoscere il noumeno (anche in questo
caso il termine si collega al greco noein, che significa
“percepire con la mente”), ovvero la “cosa in
sé”. Con ciò Kant fa un’affermazione di
estrema importanza e offre una prima chiara risposta alla questione
che è al cuore della Critica della ragion pura, ovvero
quella che riguarda le possibilità e i limiti della ragione:
all’uomo è dato di conoscere in modo valido e oggettivo,
ma decisamente limitato; falsa e vana è la pretesa di voler
conoscere la realtà prescindendo dal punto di vista del soggetto
conoscente: la conoscenza della realtà in sé, del
noumeno, risulta dunque preclusa. Facendo uso della razionalità
scientifica, l’uomo è impossibilito ad andare oltre
la dimensione fenomenica degli oggetti: su questo Kant si dimostra
inflessibile e condanna come illusori tutti i tentativi di superare
questo limite strutturale della ragione umana. Un’intera sezione
della Critica della ragion pura, intitolata Dialettica
trascendentale, è dedicata proprio a confutare e a demolire
la pretesa di operare tale superamento, pretesa che secondo Kant
è tipica della metafisica razionale, ovvero di quel sapere
che, abbandonando il terreno solido e certo dei fenomeni, vorrebbe
offrire all’uomo la conoscenza di ciò che sta oltre
l’esperienza, cioè della “cosa in sé”,
che, per questa via, non è attingibile.
Ci sono tre idee che rappresentano bene il desiderio di andare
oltre la conoscenza fenomenica, tre idee che, lungo i secoli, hanno
costituito l’oggetto privilegiato della metafisica: si tratta
delle idee di anima, di mondo e di Dio, alle quali, secondo Kant,
corrispondono tre pseudosaperi: la psicologia razionale, la cosmologia
razionale e la teologia razionale. Queste idee testimoniano un’ansia
che non può essere estirpata dalla mente dell’uomo:
si tratta di una naturale tendenza all’incondizionato e all’assoluto
che è tipica dell’animo umano, di un’illusione
che non può essere evitata.
La psicologia razionale pretenderebbe di dimostrare che esiste
una sostanza chiamata anima, caratterizzata dall’immaterialità
e dall’immortalità, che sarebbe l’essenza stessa
dell’uomo. Kant sostiene che tale pretesa si fonda su un ragionamento
errato mediante il quale viene attribuita sostanzialità a
ciò che invece è soltanto una funzione o un’attività,
e tale è quella del soggetto che pensa e conosce.
La cosmologia razionale intenderebbe parlare del mondo inteso come
la totalità dei fenomeni: Kant la confuta, affermando che
essa finisce con l’urtare contro alcune antinomie (cioè
coppie di affermazioni antitetiche tra le quali non è possibile
optare per la prima o per quella contraria) che ne dimostrano l’inconsistenza.
Vi è infine la teologia razionale, che ha per oggetto Dio,
ovvero il culmine di ogni sapere, la perfezione assoluta, la realtà
più elevata, da cui tutto trae la sua ragion d’essere.
Il nodo cruciale di ogni discorso su Dio è rappresentato,
secondo Kant, dalle prove che sono state via via addotte per dimostrare
la sua esistenza e che egli descrive e distingue nel modo seguente:
la prova ontologica, che risale a Sant’Anselmo e che permetterebbe
di dimostrare l’esistenza di Dio facendo perno sul concetto
stesso di Essere divino; quella cosmologica, tipica della tradizione
tomista, che partendo dall’esistenza delle cose contingenti
risale a quella dell’Essere necessario che è Dio; infine,
quella fisico-teologica (detta anche fisico-teleologica), che facendo
leva sull’ordine e la finalità dell’universo,
afferma l’esistenza di un supremo e perfetto Ordinatore. Attraverso
una serie di serrate argomentazioni, Kant cerca di dimostrare la
debolezza e l’erroneità di tali prove, nella convinzione
che non sia possibile offrire alcun argomento razionale a favore
dell’esistenza di Dio. Sappiamo che Kant non fu ateo e lo
potremmo definire agnostico, ovvero assertore dell’impossibilità
di affermare razionalmente tanto l’esistenza quanto la non
esistenza di Dio. Sappiamo inoltre che egli considerò l’esistenza
di Dio un postulato, cioè una verità necessaria ma
indimostrabile, della ragione pratica, quella che fonda la vita
morale: il suo può dirsi un fideismo etico, fondato sulla
convinzione che la dimensione morale dell’uomo richiede, postula,
la presenza di un Dio giudice giusto, capace di ricompensare coloro
hanno vissuto virtuosamente in ossequio alla legge morale.
Kant ha estromesso Dio e la possibilità di ogni discorso
razionale su di Lui dall’orizzonte del sapere e della scienza,
operando una netta separazione tra razionalità e teologia;
demolendo la metafisica, egli ha di fatto escluso la questione-Dio
dal novero di quelle di cui è possibile ragionare e l’ha
collocata nell’ambito dell’etica, determinando una netta
divaricazione tra fede e ragione, che non era certo cosa nuova (si
pensi, per esempio, alle concezioni teologiche di Lutero, non dimenticando
che Kant era stato educato in un ambiente fortemente ispirato al
luteranesimo più radicale), ma che, proprio a partire dal
kantismo, si riproporrà con inedita intensità all’interno
del pensiero occidentale moderno e contemporaneo.
In definitiva, la critica kantiana della ragione accetta in modo
a-critico i presupposti fondamentali del razionalismo e dell'empirismo:
ovvero che la verità debba essere trasparente al pensiero,
cioè trovare in esso il suo fondamento ultimo; e che non
vi sia conoscenza valida al di là dell'esperienza sensibile.
Sebbene gli sia riuscito farli combaciare, Kant tuttavia dovette
pagare un caro prezzo. Allo scopo di garantire la certezza del sapere,
il filosofo di Königsberg ne riduce la portata, rinchiudendo
la verità nell'ambito della conoscenza fenomenica. Non stupisce
pertanto che ne sia rimasta fuori qualsiasi pretesa esperienza del
vero a livello metafisico o religioso, perché essa era già
stata scartata sin dall'inizio. In fin dei conti, il criticismo
kantiano non rappresenta un vero superamento dei limiti gnoseologici
del razionalismo e dell'empirismo, ma ne rappresenta piuttosto la
sintesi più raffinata.
In merito al rapporto fra teologia e pensiero scientifico, la Critica
ha esercitato una notevole influenza. In primo luogo va segnalata
la “fortuna” incontrata dall’opera di Kant, dalla
sua pubblicazione fino ai nostri giorni, proprio nell’ambiente
scientifico. Ciò è dovuto sia al modo con cui egli
privilegia la conoscenza empirica come fonte del vero conoscere
(Erkennen), e per questo diversa dal semplice pensare (Denken)
con cui l’uomo si accosta ai temi di ambito etico e morale,
sia per la naturale tendenza degli scienziati a sviluppare e comunicare
la propria conoscenza mediante categorie altamente formalizzate
ed universali. In secondo luogo, l’impostazione kantiana ha
contribuito a separare la metafisica dall’ambito della conoscenza
sensibile, ritenendo, erroneamente, che questa fonte le fosse del
tutto estranea. Riguardo al primo aspetto, quello della maggiore
sintonia con il razionalismo proprio delle scienze, andrebbe oggi
segnalato che l’epistemologia contemporanea sta scoprendo
una maggiore corrispondenza fra le forme a priori del soggetto ed
il valore normativo della realtà oggettiva, con la quale
quelle forme devono presto o tardi confrontarsi, e delle quali essa,
in certo modo, costituisce la sorgente remota. In merito alla critica
kantiana alla metafisica, il discorso è invece più
articolato. Tale critica si basa su una particolare accezione dei
contenuti da associare a termini come “trascendenza”,
“esperienza”, “causalità”, che nel
sistema kantiano mantengono una loro coerenza, ma che al momento
di giudicare altri sistemi filosofici dovrebbero essere accuratamente
confrontati con quanto quegli stessi termini indicano in altra sede
ed in altri contesti. Ad esempio, la dottrina della causalità
in base alla quale la metafisica ha sviluppato le sue “prove”
dell’esistenza di Dio, non è del tutto paragonabile
all’idea di causalità presentata nella Critica della
ragion pura, che ne privilegia inconsapevolmente una comprensione
nella linea della causalità fisica, quasi meccanica, meno
attenta alle virtualità della causalità trascendentale
dell’essere (ove trascendenza è qui intesa in modo,
appunto, diverso da quello impiegato da Kant). La nozione di esperienza,
come già osservato, è ragionevolmente più ampia
della mera esperienza empirica, pur restando conoscenza sensibile,
ed avendo pertanto anch’essa un ruolo all’interno di
una “ragion pura”.
Maurizio Schoepflin |