CHARLES DARWIN, L’origine delle specie
(1859)
The Origin of Species, Oxford University
Press, Oxford - New York, 1998.
L'origine delle specie, pref. di Giuseppe
Montalenti, rist. anast., Zanichelli, Bologna 1982.
L'origine delle specie per selezione naturale
o la preservazione delle razze nella lotta per la vita, intr.
di Pietro Omodeo, Newton & Compton, Roma 2000.
Lluís Oviedo, Pontificio Ateneo Antonianum,
Roma
“L’origine delle specie”, opera culmine di Charles
Darwin, è forse uno dei libri che hanno maggiormente influenzato
il rapporto tra scienza e religione durante la modernità.
Tutt’oggi ci risulta difficile calcolare il suo impatto e
le sue conseguenze nella rappresentazione teologica del mondo e
dell’essere umano; anche l’opera creativa di Dio viene
chiamata in causa e richiede un ripensamento alla luce degli sviluppi
darwiniani. Non sarà mai eccessiva l’attenzione a quest’opera
e ai suoi effetti culturali: essa ha di fatto determinato tutto
un “cambiamento epocale”, le cui conseguenze non sono
state ancora abbastanza calibrate nell’ambiente teologico.
La lettura dell’opera che qui offriamo non riguarda, dunque,
tanto la prospettiva biologica o quella storica, ma soprattutto
quella teologica, che inevitabilmente si sente “toccata”
dalla rivoluzione alla quale il libro diede inizio. Il lettore interessato
potrà accedere alla voce del Dizionario Interdisciplinare
di Scienza e Fede dedicata a Darwin,
Charles Robert, on line su questo stesso Portale.
Charles Darwin nasce nel 1809 nel seno di una famiglia ove si
coltivavano numerosi interessi scientifici: suo nonno Erasmus Darwin
già anticipò idee evoluzioniste; suo padre era medico.
Anche il giovane Darwin studiò medicina, ma pare non fosse
molto portato verso questa disciplina; nutriva tuttavia una forte
curiosità scientifica ed una ammirabile capacità di
osservazione in campo biologico. I suoi studi e le sue inclinazioni
lo portarono ad imbarcarsi sulla nota spedizione del Beagle,
una nave di esplorazione che viaggiò dal 1831 al 1836 in
rotta verso i paesi tropicali, il Sud America, l’Australia
e l’Oceania. La lunga esperienza di viaggio consentì
a Darwin di osservare e raccogliere informazioni sui rapporti tra
diverse specie e gli sviluppi avvenuti all’interno delle medesime
specie, dati che influenzarono in seguito piuttosto fortemente la
formulazione della sua teoria. Dopo anni di maturazione, nel 1859,
diede alla stampa il libro che commentiamo, sicuramente risultato
non solo dell’osservazione empirica, ma anche della ricezione
critica di precedenti tentativi di spiegazione dell’origine
e della varietà delle specie. La sua opera pubblicistica
non si fermò qui; ancora altri volumi videro la luce in anni
successivi; il più noto di essi è stato probabilmente
The Descent of Man (1871), dove i criteri evoluzionisti venivano
applicati alla specie umana.
Dall’inizio della pubblicazione del suo volume sull’origine
delle specie, scattò una forte controversia che lo vide al
centro di una certa “sfida” lanciata contro le visioni
comuni, non soltanto quelle popolari, ma anche quelle proprie degli
scienziati e di grandi settori intellettuali. Presto si formarono
due partiti fra i favorevoli e gli oppositori alle proposte darwiniane,
stabilendosi così una linea di confine che finì con
il coinvolgere la confessione cristiana. La Chiesa anglicana, per
mezzo di alcuni dei suoi rappresentanti ufficiali si oppose apertamente
alla teoria dell’evoluzione delle specie, contribuendo accesamente
al dibattito; gli esponenti ufficiali del cattolicesimo si mantennero
al margine della discussione, almeno in linea di principio, non
volendo probabilmente entrare in una questione che avrebbe potuto
creare difficoltà, come era avvenuto due secoli prima con
Galileo Galilei.
Una parte fondamentale nello sviluppo delle nuove idee di Darwin
la gioca il metodo scientifico-empirico, che lo scienziato inglese
applicò in modo cospicuo. Egli fu infatti un uomo diligente
nel osservare e raccogliere dei dati; colpisce la quantità
di casi osservati presenti nelle pagine dei suoi libri, e che sono
riportati a conferma delle sue teorie. Ma colpisce forse di più,
dalle testimonianze e dalle lettere raccolte, la sua disposizione
a riconoscere gli errori delle sue ipotesi di partenza, quando queste
non venissero verificate dai dati osservati. Per molti, Darwin fu
un esempio di applicazione del modello e dell’atteggiamento
scientifico, cioè accuratamente empirico, anti-dogmatico
e aperto a nuove ipotesi, dopo l’eventuale fallimento di quelle
precedenti. In qualche modo, fu un “evoluzionista” anche
nella sua disposizione scientifica: molte ipotesi sorgono, solo
poche sopravvivono all’impatto dell’ambiente e della
verifica, e vengono “selezionate” per dare così
origine a nuove teorie.
Ne L’origine delle specie Darwin parte da un fatto
incontrovertibile: esiste un processo di selezione artificiale,
che lui chiama “selezione sotto attività di addomesticare”,
ovvero la pratica molto antica tra coltivatori e allevatori di scegliere
gli esemplari più convenienti di una specie – di piante
o di animali – ed escludere quelli meno vantaggiosi, mossi
sempre da criteri di utilità, per migliorare la specie o
addirittura per creare delle varietà. In questo caso, è
l’uomo che interviene per modificare le caratteristiche di
vegetali o animali al fine per adattarli ai propri bisogni. Non
sono gli umani a creare le variazioni, ma dei processi naturali;
i coltivatori soltanto intervengono regolando la selezione e decidendo
quali varietà devono riprodursi e quali lasciate estinguere.
Di qui s’impone l’analogia con l’ambiente naturale,
dove si danno molte più variazioni, nonché un processo
continuato di esclusione e di selezione. Darwin è convinto
che la natura operi in modo simile alla mano umana nell’accompagnare
questo processo, trattandosi ormai di qualcosa che diventava sempre
più ovvio. Grazie ai resti biologici fossili, si sapeva infatti
già da tempo che molte altre specie – diverse delle
attuali – erano vissute in anteriori tappe geologiche ma erano
estinte al presente. Anche se erano state avanzate diverse teorie
per spiegare questo fenomeno, che rivelava la mutabilità
biologica e l’instabilità temporale delle singole specie,
mancava una spiegazione più organica e convincente. Essa
trovava adesso una risposta con la teoria della “selezione
naturale”.
La selezione naturale avviene per Darwin attraverso vari passi.
Il primo è costituito dalla produzione, assai abbondante,
di “variazioni”. Egli cercò di mostrare come
tali variazioni avvengono, osservando la “generosità”
con cui si diversificano in ambito biologico, segnalando poi alcune
“leggi” che ne regolano la produzione. Il secondo passo
è rappresentato dalla “lotta per la sopravvivenza”.
L’idea di base è che il mondo biologico è immerso
in una specie di stato di “concorrenza universale”:
ciò significa che non tutti i generi, le specie e le variazioni
possono raggiungere il proprio scopo di affermarsi, ma vi sono variazioni
che si avvantaggiano ed altre che restano indietro. I fattori che
determinano l’esito di tale concorrenza sono vari: il clima,
le proporzioni del numero di singoli individui, i complessi rapporti
con il resto degli animali e delle piante. Sembrerebbe che tale
competizione sia più dura tra viventi della stessa specie.
Il terzo passo è la “selezione naturale” vera
e propria; essa agisce attraverso diversi fattori, quali l’età,
ma soprattutto la sessualità (i maschi più vigorosi
hanno maggiori probabilità di lasciare discendenza più
numerosa). La selezione avviene con la preservazione e l’accumulo
di modificazioni infinitamente piccole che, ereditate, rappresentano
un vantaggio per determinati individui.
Tra le circostanze che favoriscono e/o inibiscono la selezione
si segnalano: l’incrociarsi di individui, il grado d’isolamento,
e il numero degli individui che coesistono. Un esito ovvio del processo
è la continua estinzione di intere specie e il sorgere di
nuove, risultato di variazioni che vengono selezionate e si perpetuano
per un certo tempo, finche si estinguono e danno luogo a loro volta
a nuove specie. Lo stesso processo che accade a livello ontogenetico,
si ripropone a livello filogenetico. Come i singoli individui più
adatti lasciano una discendenza prima di morire, così pure
accade con le specie. Soltanto a posteriori ci rendiamo conto che
la concorrenza e la selezione hanno premiato quelle variazioni che
si presentavano come più utili alla sopravvivenza di determinate
piante o animali, mentre altre caratteristiche si sono rivelate
negative a tale scopo. Chi si vede beneficiato con le caratteristiche
utili “ha migliori chance di essere preservato nella lotta
per la vita”; tali caratteri vengono poi ereditati e preservati
nel tempo. La visione delle dinamiche che governano tale selezione
è, in Darwin, piuttosto pragmatica. I caratteri si diversificano
in modo poco ordinato, anche se seguendo certe linee di tendenza,
ma col trascorrere del tempo verranno “scelti” solo
quelli che si dimostrano più utili alla sopravvivenza.
La selezione naturale ha portato come conseguenza anche la grande
divergenza di caratteri esistenti tra le specie biologiche, visto
che il livello di tali divergenze incrementa le possibilità
di selezione. L’estinzione, poi, interessa quelle tipologie
meno capaci di “diversificazione” o di “miglioramento”.
Da una tale visione emerge con spontaneità la nota immagine
dell’“albero della vita”, i cui rami si diversificano,
mentre altri terminano senza dare origine a successive diramazioni.
La conclusione immediata è che le diverse specie non sono
state “create” in modo indipendente, ma si possa ricostruire
la provenienza delle une rispetto alle altre.
Come risultato della dinamica su esposta, Darwin introduce una
certa idea di “perfezione” La selezione naturale “agisce
in modo predominante attraverso la competizione tra gli abitanti
di un territorio, dando così origine a perfezione e rafforzamento
in ordine alla battaglia per la vita”. Più grande è
il territorio, più lunga e dura sarà la competizione,
e più alto lo standard di perfezione. È in questo
senso che andrebbe inteso l’aforisma: Natura non facit
saltum. Così si spiegherebbero per Darwin le due leggi
che guidano la formazione degli esseri viventi: la prima è
la cosiddetta “unità del tipo”, che si attribuisce
ai viventi della stessa classe morfologica, indipendentemente dalle
loro abitudini, e che lo scienziato inglese identifica con l’unità
di discendenza legata ai caratteri ereditati; la seconda è
la legge delle “condizioni di esistenza”, secondo la
quale ogni vivente deve adeguarsi alle proprie condizioni ambientali,
cosa che di fatto si realizza attraverso i processi di selezione,
che avvengono anche in collegamento con l’uso o il disuso
degli organi che il vivente ha a disposizione.
Buona parte de L’origine delle specie è dedicato
all’esame critico della teoria proposta, per corroborare la
quale e renderla più chiara, si aggiungono progressivamente
nuovi casi empirici. Darwin stesso è consapevole che vi sono
questioni che continuano ad essere irrisolte e pongono dubbi circa
una efficace spiegazione della teoria della selezione naturale.
Alcune difficoltà riguardano la possibilità di rintracciare
una precisa “catena” che colleghi un organismo con quello
che lo ha preceduto nello schema proposto, e di identificare con
precisione le modificazioni sorte nel passaggio da una specie a
un’altra, sia attraverso l’osservazione contemporanea,
sia con l’aiuto dei reperti fossili. All’interno della
sua teoria, che Darwin propone come un quadro interpretativo di
ampia portata, trovano posto l’enigmatico tema dell’istinto
animale, questioni legate alla successione delle ere geologiche,
alla distribuzione geografica delle specie, e al discusso problema
della classificazione degli esseri viventi e dei criteri che andrebbero
seguiti per una sua efficace sistematica.
Anche se vi erano già stati degli antecedenti meno fortunati
in Lamarck e in altri autori, occorre riconoscere che la teoria
dell’evoluzione trova nella trattazione offerta da Charles
Darwin la sua espressione più plausibile e in certo modo
più completa. Sarà determinante qualche anno dopo
la formulazione delle leggi dell’eredità genetica formulata
da Mendel (della quale si avrà però notizia solo alla
fine del secolo). La congiunzione di ambedue le teorie, quella delle
selezione naturale e quella delle leggi dell’ereditarietà,
avrebbe risolto negli anni successivi la maggior parte dei problemi
proposti dalla visione evoluzionista della realtà, dando
origine a quanto sarà poi conosciuto come la “sintesi
moderna” del darwinismo. Nella seconda metà del XX
secolo alcuni biologi saranno protagonisti di una sorta di “movimento
neo-darwinista”, nel tentativo di approfondire le applicazioni
dell’evoluzionismo alla luce del progresso delle conoscenze
scientifiche. Ma sarà proprio il neo-darwinismo contemporaneo
a diventare, probabilmente assai di più di quanto non voleva
essere il darwinismo originario, uno strumento euristico di comprensione
globale della realtà, forse una vera e propria ideologia,
per spiegare quasi ogni aspetto della realtà, incluso importanti
processi che avvengono in campo sociale (si parla, ad esempio, di
“darwinismo sociale”). A parte i tentativi più
radicali del “nuovo biologismo”, che cerca d’imporre
una visione quasi assolutista del reale in termini di funzioni e
processi legati allo sviluppo e alla sopravvivenza degli esseri
viventi, uomo compreso, il modello inaugurato da Darwin aveva in
sé una carica filosofica capace di divenire, col tempo, una
sorta di “modello standard” in una moltitudine di discipline,
proponendosi, come appunto intendeva, di spiegare tanti fenomeni
sottoposti alla logica del tempo e della storia: dalle scienze sociali,
alla storia delle idee, dall’epistemologia – anche scientifica
– fino alla stessa fenomenologia dell’homo religiosus,
che non sfuggirebbe neanch’essa ad una certa “logica
evolutiva”. In molti contesti diversi siamo oggi abituati
a pensare in chiave “evolutiva”, e cioè in termini
dinamici, secondo una logica aperta a sviluppi di variazione e selezione,
che implicano l’esclusione e il superamento di quei cambiamenti
che hanno già fatto il loro tempo e non reggono più
alle nuove circostanze nelle quali ora ci si trova.
Conviene comunque notare che il dibattito su quale sia la migliore
interpretazione delle grandi intuizioni darwiniane continua ancor
oggi. In esso si registrano tendenze “moderate”, che
allargano gradatamente la comprensione del meccanismo di selezione
naturale, o lo fanno coesistere con altre forme di selezione “non
utilitariste”; esistono poi tendenze più radicali,
che riducono le spiegazioni del successo di certe variazioni nei
confronti di altre alla semplice legge del “vantaggio riproduttivo”.
Restano tuttavia, nella vita umana, dei fenomeni che ancora si fatica
a spiegare in un quadro puramente darwiniano, come potrebbero essere
l’altruismo, in particolare il perdono e l’amore al
nemico, o atteggiamenti “non riproduttivi”, da quelli
propri della società secolarizzata (esclusione della prole,
contraccezione, aborto) fino a quelli di consolidata tradizione
religiosa (celibato e verginità).
Dal punto di vista teologico, il quadro darwiniano potrebbe risultare
estremamente sconcertante, specie quando si parte da una rappresentazione
“classica” del reale. Non mi riferisco tanto alla questione
immediata che confrontava – e tuttora in alcuni ambienti continua
a confrontare – creazione ed evoluzione, chiedendosi in quale
misura una delle due prospettive implichi il superamento dell’altra,
non senza conseguenze per una cosmovisione credente. Tale problema
possiede già da tempo una soluzione in quelle proposte teologiche
che si sforzano di integrare le due visioni, affermando cioè
che la creazione presuppone l’evoluzione e che Dio “crea”
servendosi degli stessi meccanismi evolutivi. Dobbiamo inoltre qui
chiarire che in passato il problema sorgeva in ambito esclusivamente
scientifico, come confronto fra trasformazione fra le specie (evoluzionismo)
e linearità all’interno di una singola specie (fissismo),
e che oggi, in alcuni influenti ambienti che si rifanno ad un fondamentalismo
biblico presso alcune Chiese cristiane di tradizione riformata,
il problema risorge in modo teologicamente poco corretto come opposizione
fra creazionismo (creazione immediata delle varietà viventi
presenti nella realtà) ed evoluzionismo (loro spiegazione
in termini di evoluzione e trasformazione temporale). Il possibile
sconcerto della teologia, a cui mi riferivo, riguardava e probabilmente
riguarda un problema più generale, che si pone “più
a monte”. La teologia era abituata a guardare il mondo creato
come soggetto di “ordine” e di una “volontà
di bene”. Il quadro evolutivo sottolineava piuttosto il disordine,
la casualità, segnalando uno “spreco” immenso
di variazioni per poter poi finalmente giungere a situazioni di
ordine e di “perfezione”, situazioni che risultano tuttavia
sempre molto precarie, provvisorie, perché chiamate ad essere
rimpiazzate col tempo da altre forme “più adatte”.
Lo schema teologico fondato sulla percezione di una armonia prestabilita
nel creato ne veniva fortemente sconvolto, e sfidato ad una profonda
revisione.
La prima sfida teologica è proprio quella di ripensare
entro questo nuovo modello l’opera di Dio ed i suoi rapporti
con il mondo creato; un modello, quello evolutivo, che risulta molto
meno statico, ordinato e armonico, presieduto dalla tensione e dalla
transitorietà. L’opera di Dio andrebbe pertanto ripensata
entro la cornice di una forte instabilità presente del mondo
reale, capace di provvedere alle proprie trasformazioni e diversificazioni
in modo completamente autonomo, senza necessità di interventi
ad esso “esterni”.
Ma assumere in pieno questa sfida non vorrebbe forse dire che
stiamo concedendo troppo alle proposte della biologia? Non tutti
i biologi, infatti, sono convinti che le cose stiano proprio così,
e che il processo evolutivo, almeno nella sua accezione tradizionale,
non nasconda ancora molti punti oscuri. Tanto per cominciare, certe
soglie di complessità, come quelle che richiedono l’origine
della vita a partire dalla materia inanimata ed alcuni “salti
di qualità”, non pare possano essere spiegati soltanto
da una teoria della variazione fortuita e dalla selezione naturale.
Tale problema non fu affrontato da Darwin, che ne lasciò
piuttosto aperte le porte. Furono i suoi divulgatori ad andare più
in là, proponendo attraverso il darwinismo “spiegazioni”
compiute dell’origine della vita e di tutta la sua complessa
fenomenologia. Esistono poi oggi alcuni autori, fra gli stessi biologi,
che sostengono la convenienza di chiamare in causa altri meccanismi
non darwiniani per spiegare la trasformazione delle specie fino,
in alcuni casi, ad invocare persino la possibilità di un
“disegno intelligente” presente nel mondo dei viventi,
in grado di guidare il processo dell’evoluzione, di collegare
certi salti inspiegabili, e anche di risparmiare un po’ di
forze e di mutazioni, perché tutto giunga verso un compimento
quasi prestabilito. Tale disegno – come ha segnalato qualche
autore di recente – potrebbe prendere la forma di input di
informazione, una sorta di “programma” inserito più
volte e in più ambienti naturali, che poi permette di orientare
lo sviluppo dei viventi.
Nonostante tutto, una sfida per la teologia sembra esserci. Se
non vengono forniti ulteriori elementi di approfondimento, pare
trovarci di fronte a due schemi cognitivi troppo diversi: uno insisterebbe
nel vedere ovunque ordine, finalità e volontà di bene;
l’altro sottolineerebbe invece disordine, accidentalità,
precarietà e assenza di una causa finale. Soltanto il cieco
criterio della mera sopravvivenza guiderebbe il vantaggio di certi
esseri sugli altri. Alcune soluzioni teologiche, un po’ affrettate
e forse rinunciatarie, si arrendono a questo secondo quadro cognitivo
e sottopongono anche l’idea di Dio allo stesso processo evolutivo
che interessa il mondo naturale. Dio e il suo agire vengono sovrapposti
alle dinamiche evolutive e la “vita” di Dio ne dipenderebbe
in qualche modo. L’immagine di Dio che ne emerge non pare
essere più in accordo con quanto conosciamo dalla Rivelazione.
Soluzioni meno radicali giocano la carta di una sorta di “statuto
di autonomia” che Dio concederebbe alla realtà, proprio
in nome dell’amore. Ne viene però implicato il modo
di comprendere la dinamica dell’amore, che punterebbe non
tanto alla protezione e alla cura premurosa dell’altro, quanto
a procurare spazi e possibilità di libertà, di auto-espressione
e di creatività. In questa prospettiva, amare vorrebbe piuttosto
dire far essere e far crescere la creatura secondo le proprie capacità.
La teologia dimostra in questo modo la propria flessibilità
e la disponibilità cercare nuovi canoni, servendosi di una
concezione a metà strada tra la teologia e l’antropologia.
Raccogliere la sfida vuol dire invitare la teologia a spiegare
meglio e in qual modo la natura possa, in questo stato di cose,
conservare ancora una certa capacità di “rivelazione”.
Non chiudere il Liber naturae vuol dire essere disposti ad
apprendere anche un nuovo codice di lettura, una nuova lingua, se
necessario. Malgrado i suoi limiti, l’insegnamento di Darwin
contiene delle verità che sarebbe difficile contestare. Il
recente Magistero cattolico recente ha voluto infatti, implicitamente,
tornare sul tema, aiutando i credenti a distinguere quelle espressioni
riduttive e totalitarie della teoria dell’evoluzione, che
la trasformano piuttosto in un’ideologia (alcuni di questi
interventi, come il Messaggio
di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia delle Scienze (1996)
e l’interessante testo di una Catechesi
del mercoledì (1986) sono disponibili in questo Portale).
Resta tutto da fare il lavoro di assimilare teologicamente quegli
aspetti di verità e quelle certezze contenuti in questa nuova
visione, sapendo mostrare come poter osservare la realtà
continuando a risalire, attraverso di essa, al divino. La visione
teologica non cancella né si pone necessariamente in alternativa
nei confronti di altre visioni, scientifiche, o anche artistiche,
ma vi affianca uno sguardo in grado di riconoscere l’opera
misteriosa di Dio anche in mezzo a processi che possono presentarsi
indeterminati, casuali o, comunque, privi di un senso di finalità
chiaro ed immediato.
Certo, l’impatto della visione darwiniana richiede assai
probabilmente rinunciare ad alcune visioni teologiche, anche di
certa tradizione, che hanno puntato in passato di più sul
carattere statico ed essenzialista della realtà. Ma una tale
rinuncia, o meglio, correzione di mira, non equivale ad affermare
in modo alcuno che la teologia non possieda altre risorse per continuare
a riconoscere nella natura la volontà provvidente e salvifica
di Dio, dove altri vedono solo il susseguirsi di opportunità
fortuite più o meno realizzate. Il pensiero di autori rimasti
un po’ in ombra nella tradizione teologica occidentale, come
Duns Scoto, potrebbe fornire, a questo riguardo, delle risorse interessanti.
Come i processi di secolarizzazione di certi ambiti della realtà
contemporanea non implicano necessariamente una “crisi religiosa”
a tutto campo, così pure la “secolarizzazione del mondo
vivente”, promossa da Darwin, non implica che la visione credente
debba necessariamente ritirarsi dall’ambito della natura,
anche se la obbliga ad alcune ricomprensioni.
Alcuni autori, infine, hanno recentemente segnalato che anche
in ambito religioso si debba dare una sorta di “processo evolutivo”,
ovvero una variazione, selezione ed estinzione, che discriminerebbero
tra forme religiose più o meno adatte alla sopravvivenza
nella società attuale e futura. Lo stesso cristianesimo verrebbe
così inteso come la dottrina meglio adattatasi all’interno
di un lungo processo evolutivo di carattere religioso. Ma una tale
spiegazione non può non destare forti perplessità,
in particolare perché relativizza il contenuto della fede
e apre le porte a un suo possibile superamento da parte di “forme
più adatte”. Fare teologia cristiana significa invece
mantenere intatta la distinzione tra una visione evolutiva delle
cose, che ne rileva la maggiore o minore capacità di sopravvivenza
e di adattamento, e una visione tesa a chiarire ove sia presente
una maggiore o una minore salvezza, dove la sopravvivenza si proietta
oltre la vita fisica. La sfida che la teologia deve raccogliere
sta proprio nel mantenere tale necessaria distinzione, quella tra
sopravvivenza fisica e sopravvivenza totale, definitiva. Le condizioni
che regolano la sopravvivenza fisica sono diverse da quelle che
regolano la “selezione” per la vita eterna; e proprio
qui si trova uno dei cardini della teologia cristiana: in un mondo
che la visione evoluzionista ha reso completamente provvisorio,
effimero e chiamato a costante sostituzione, si rende sempre più
necessaria una visione in grado di ancorare in modo stabile la realtà
e la sua verità, mantenendo un principio di stabilità
e, in definitiva, di eternità. Occorrerà riuscire
a rendere entrambe le visioni fra loro compatibili.
Lluís Oviedo OFM
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